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mercoledì 9 luglio 2025

Il protagonista, come scriverlo?

 Affronto un argomento dopo esser stato ispirato... da un video. I personaggi! Come scrivere dei personaggi decenti? Nei primi tempi avevo decisamente delle grosse difficoltà, poi mi è venuto molto più facile. Occorre ovviamente un po' di capacità di osservare il prossimo e un minimo di esperienza di vita, insomma essere al mondo da un po' di tempo. Motivo per cui la maggior parte dei giovanissimi farà fatica a scrivere qualcosa di diverso dagli stereotipi che ha letto nei fumetti o nei libri preferiti. Questo non significa necessariamente che un cinquantenne sappia scrivere meglio.

Il personaggio dovrebbe essere ben noto allo scrittore. Deve modellarlo e dargli una personalità il più possibile completa. Non necessariamente uguale a una persona reale e conosciuta, ma i singoli tratti possono essere ispirati a qualcuno che si è conosciuto e anche, ovviamente, a qualche lettura precedente.

Se il vostro protagonista deve essere un ipocrita carognone, be', probabilmente ne avete conosciuto uno (in caso contrario, siete fortunati!) e questo vi aiuterà. Se deve invece essere un eroe senza macchia e senza paura... probabilmente verrà fuori un cliché. Pensateci bene. Non va bene decidere che un certo personaggio è un eroe, o un virtuoso, e basta, a meno che sia un personaggio secondario.  Dev'essere un po' più complicato di così. Non è che le persone di eccezionale qualità non esistano, ma bisognerebbe studiarli e vedere se sono davvero prive di difetti. Oggi va di moda il personaggio "flawed," ovvero imperfetto, con grossi problemi. E, che uno creda alle mode o no, è abbastanza credibile. Un eroico guerriero sarà probabilmente duro, prepotente, fastidioso per i sottoposti, o anche propenso a mandarli al macello in missioni pericolose (il generale Erwin Rommel secondo certi suoi sottoposti era così, ad esempio). Un profeta della non violenza la userà magari furbescamente come strumento politico (un celebre leader asiatico del passato, indovinate il nome, era così... o almeno questo è il mio parere).

sabato 21 giugno 2025

On Writing

 Stephen King non è fra i miei scrittori preferiti; ho letto solo tre dei suoi tanti libri, compreso quello che sarà oggetto di questo post.

On Writing è una strana creatura letteraria, un po' racconto autobiografico, un po' manuale di scrittura, o, come dice lui, cassetta degli attrezzi per lo scrittore. Si parte dalla giovinezza di King, e dagli umili inizi, per arrivare al mestiere di scrivere, e di seguito si torna al suo personale e privato: con l'esperienza quasi mortale dell'incidente che lo ha coinvolto, e da cui è uscito per miracolo.

Credo poco agli "scrittori da bestseller," e non per snobismo, ma perché alla fine sono vincolati a produrre un qualcosa che raramente può essere la mia lettura preferita. Il libro di gran successo devi digerirlo bene e alla svelta, devi restare incollato alla pagina, e per il resto? A me sembra che spesso al "resto" manchi qualcosa. Ma non voglio enunciare sentenze per partito preso.

Comunque non disdegno di imparare qualcosa di più sul mestiere dello scrivere, e posso anche sforzarmi di mettere in dubbio le mie convinzioni. Ecco perché ho affrontato questa lettura.

martedì 26 novembre 2024

30 Days of Worldbuilding

 Un manuale su come si costruisce un'ambientazione in pochi semplici passi? È possibile scomporre quindi in frazioni semplici questo compito così complesso? Dicono di sì.

Del costruire ambientazioni ne so qualcosa, per cui non avevo grandi aspettative riguardo a un manuale del genere. Quindi ho comprato 30 Days of Worldbuilding (di Angeline Trevena) soltanto per la curiosità. Ora ve ne parlo un attimo, con la doverosa premessa che il testo è in inglese e non mi pare esista una traduzione. C'è, volendo, l'ebook.

Ogni giorno è dedicato a una tematica e, come vedete dall'immagine, c'è uno spazio bianco nel libro da riempire con le vostre note sulla creazione del mondo immaginario. Basta rispondere alle domande. In che tipo di ambientazione siamo? Che razze senzienti e che animali ci sono? Com'è il paesaggio? Come funziona l'economia? Quali sono i nomi delle principali località?

mercoledì 5 maggio 2021

Scrivere di quello che non sai

 Ricordo Andrzej Sapkowski intervistato a un Lucca Comics: diceva che lo scrittore può documentarsi e usare la fantasia, non è quindi obbligato a scrivere "solo di quello che conosce."

Un premio nobel (per quel che vale) ovvero Kazuo Ishiguro, afferma che scrivere di ciò che si sa è un consiglio idiota, buono solo per ammazzare la fantasia dello scrittore.

giovedì 23 maggio 2019

Magia e narrativa - terza parte


Riprendendo il discorso da dove lo avevamo lasciato: cosa dice la terza legge di Sanderson sulla magia? Una cosa importante, ma in verità riferibile anche ad altri aspetti di una buona ambientazione. E in parte sono cose di cui abbiamo già parlato qui. La legge dice prima di aggiungere qualcosa di nuovo espandi quello che hai. Se volete leggervela in inglese andate qui. Innanzitutto, è un invito per chi ha creato un mondo ricco e complesso a non seppellire il lettore riempiendo la propria narrazione con l'esposizione di questo bellissimo mondo. Il "worldbuilding" è necessario per una storia di argomento fantastico, ma una storia non ha bisogno di essere incentrata sul worldbuilding, salvo rare eccezioni.

Se si esagera si rischia di annoiare chi legge, e il risultato narrativo migliore non si ha raccontando "tanta roba," ma raccontando bene. In secondo luogo, e qui ci ricolleghiamo a ciò che abbiamo visto prima, chi scrive deve rendersi conto delle implicazioni del magico che ha creato, e analizzarne le conseguenze. Questo arricchisce l'ambientazione molto più che infilarvi a forza nuovi personaggi, nuove meraviglie, incantesimi e via dicendo.

martedì 7 maggio 2019

Magia e narrativa - seconda parte

[Questo è il seguito dell'articolo su magia e narrativa iniziato lo scorso 18 aprile.]

Se i limiti ai poteri sono indispensabili per creare un'ambientazione equilibrata dove il magico non sia troppo importante, o quanto meno non più importante di quanto volete voi, questi limiti non devono necessariamente riferirsi soltanto alla difficoltà per un personaggio in quell'ambientazione di ottenere le conoscenze o "l'investitura" necessaria, ma anche alla sua capacità di usarli. Gli esempi abbondano: l'utilizzo della magia fa stancare, fa perdere ricordi, potrebbe addirittura uccidere, mette in contatto con esseri malvagi che desiderano qualcosa in cambio... Esistono moltissimi esempi.

giovedì 18 aprile 2019

Magia e narrativa - prima parte

Quando si scrive su argomenti fantastici e mondi immaginari quasi certamente prima o poi si affronta un argomento che offre in teoria la più completa libertà, mentre al contrario è da affrontare con un'estrema attenzione per non danneggiare, anziché arricchire, la propria narrazione. Parlo della magia e del sovrannaturale in generale, campo dove ci si può sbizzarrire a piacere (perché si inventano cose che non esistono) ma occorre farlo con attenzione alle conseguenze su ambientazione, personaggi e storia.
Spero che l'argomento su come "farlo bene" stia a cuore ai lettori, anche se non mancano esempi (sullo schermo e nei libri) dove il successo commerciale è indipendente dalla cura che dovrebbe essere d'obbligo verso questi aspetti.

mercoledì 27 marzo 2019

Building Imaginary Worlds

Cosa pensare di un libro che s'intitola Building Imaginary Worlds e si propone di insegnare "teoria e storia della subcreazione?" Certamente prima o poi dovevo leggerlo perché l'argomento è centrale per me (basti vedere il nome di questo blog...). L'autore è Mark J.P. Wolf, docente di comunicazione alla Columbia University del Wisconsin. Il libro parla di mondi immaginari partendo dal concetto (tolkieniano) di subcreazione, ovvero di quella creazione di mondi che è possibile a noi che apparteniamo al "mondo reale" e che non abbiamo quindi poteri miracolosi per produrne altri. E quindi ci affideremo alle parole o al disegno, alla fantasia, ma prendendo sempre spunto dal mondo "primario" (reale) per creare qualcosa di nuovo o di strano. E cercando la complicità del nostro pubblico per rendere la fantasia credibile.

L'autore ha compilato una notevole lista di mondi immaginari, partendo dall'alba dei tempi, dalle leggende e dall'epica, per arrivare ai giorni nostri mostrandoci, innanzitutto, quanto sia maggiore oggi la complessità di queste creazioni e la ricerca della coerenza interna. Certe ambientazioni del passato, quando la geografia del nostro mondo era sconosciuta, erano luoghi sconosciuti ma pur sempre reali, per quanto molto lontani o difficilmente raggiungibili. Poi ci sono stati i luoghi completamente fantastici, i mondi alternativi, le razze inventate, i linguaggi del tutto estranei, e una maggiore consapevolezza nel trattare di questi temi.

martedì 12 febbraio 2019

Una scommessa difficile

Ho fatto ironia sul mio nuovo racconto, e ho visto che gli altri con cui ho scherzato sono molto propensi a venirmi dietro, anzi addirittura a rincarare la dose. Perché quella che sto per pubblicare non è una storia con una tematica alla moda, per quanto vi si parli di problemi che abbiamo tutti, e non ha il fascino della spettacolarità, o del magico (per quanto non manchino suggestioni di quel genere).

Il mio prossimo racconto è pervaso di pessimismo e parla di argomenti cupi, di cose di cui non si vuole parlare. Sarà davvero impossibile trovargli un pubblico? Non lo so, certamente è un mio timore. Ma è una cosa che dovevo scrivere.

In che senso, dovevo?

Avete presente quando uno dice "questa storia ha voluto scriversi da sola, non ho dovuto nemmeno pensarci?"

Be' sono... stupidaggini, almeno per quanto mi riguarda.

Questa storia mi sono sentito in dovere di scriverla, questo sì, e quindi mi sono speso per cercare di migliorarla anche quando non ne avevo voglia, ma non è stata per niente facile: mi è costata un sacco di tempo (per quanto sia un racconto, e nemmeno dei più lunghi), proprio perché comporla è stato spiacevole e a volte triste, e lo stesso sarà leggerla.

Il lettore vuole leggerle, le storie cupe e tristi? Al giorno d'oggi tutto deve essere rapido, prevedibile e gradevole. Ma forse si troverà qualcuno che accetterà la sfida.
Il racconto (che sarà in prenotazione fino al 18 febbraio) lo potete trovare qui.

venerdì 7 dicembre 2018

Infodump, Mary Sue e altre atrocità.

Un articolo su Io9, vecchio di alcuni anni, riporta alcuni cliché sullo scrivere che alcuni scrittori avrebbero rigettato. Lo prendo come spunto per dire la mia su certi tratti stilistici e stratagemmi che mi piacciono e non. Su certe questioni la discussione è davvero accesa, in Italia e all'estero.

Nell'articolo si parla alcuni termini che alcuni vorrebbero addirittura ritirati, e tra questi il famoso Mary Sue. Del termine me ne sono occupato la bellezza di 10 anni fa (relativamente però a qualcosa di scritto di me al momento non disponibile); sta a indicare un personaggio perfetto, con tutte le qualità desiderabili, integerrimo e via dicendo, insomma eccessivamente idealizzato, stucchevole e poco realistico.

martedì 16 ottobre 2018

Cosa vuol dire magia?


Mi è capitato, un po' per gioco, di fare una domanda su un gruppo di Facebook dedicato al Fantasy, per la precisione agli scrittori e ai lettori Fantasy:
Cos'è per voi la magia? Cosa può fare? Chi è che può utilizzarla?



In effetti non è una domanda sola, sono tre. Ma volevo sapere cosa ne veniva fuori come "ritratto," al di là di come storicamente è stato presentato il magico: che idea se ne fanno (restando ovviamente nel campo della finzione letteraria) gli appassionati del fantastico.
Ovviamente quelli che hanno risposto lo hanno fatto in molti modi diversi, descrivendo come la vedevano, o come ne avevano scritto, senza inserire la risposta in qualche comoda categoria. Ci ho provato io, tentando di identificare delle caratteristiche predominanti. In alcuni casi ho dovuto interpretare... comunque è soltanto una curiosità, e va detto che un autore può usare diversi concetti in diverse pubblicazioni, e il lettore ovviamente può avere preferenze ma anche non averne affatto.
Vediamo un po' cosa ne è saltato fuori.

martedì 30 maggio 2017

Consigli di McCann per aspiranti scrittori

Non so se le liste di consigli per i giovani virgulti desiderosi/e di volgersi allo scrivere abbiano più senso quando sono scritte in inglese, ma questa mi ha incuriosito un po' così ve ne voglio parlare.

Chi dispensa consigli è Column McCann, britannico, giornalista e scrittore.
Il primo può essere già sufficiente a spiazzarci:

Non ci sono regole.
Già, qui nell'ambito degli aspiranti autori del fantastico può sembrare un'eresia, perché tanti cercano la perfezione e perché l'adesione a supposte regole inappellabili è stata a lungo l'arma degli odiatori professionisti che si sono creati una "reputazione" spandendo acredine e letame sul prossimo.


Se non sai scrivere qualcosa di interessante, l'adesione a canoni di lavoro non ti migliorerà per niente. Questo lo dico io. L'articolista McCann dice: al diavolo la grammatica, ma solo se prima sai cos'è. Al diavolo i formalismi, ma se prima li sai usare. All'inferno la trama, ma prima o poi ti conviene far succedere qualcosa.
Questo è un punto di vista espresso in breve e molto importante. Io avevo detto qualcosa di simile per quanto riguarda i manuali di scrittura creativa. Non ti devi sentire paralizzato e schiacciato dalle "regole," ma per muoverti devi sapere quali siano e farti la mano.
Altrimenti il rifiuto delle regole è solo una scusa (poco duratura) per occultare la tua ignoranza.

La prima riga.
Dovrebbe essere coinvolgente, strepitosa, strappare l'attenzione del lettore e convincerlo che ci sia qualcosa di urgentissimo da sapere... Ok, lo si è sentito molte volte: devi iniziare con qualche cosa che acchiappa. Ma l'articolista dà un paio di suggerimenti in più che reputo buoni. Primo, non farti travolgere dall'inizio travolgente. Dopo aver iniziato con forza per tirare il lettore nel tuo mondo, puoi essere più tranquillo nello svolgere la storia, presentare il tuo mondo.
Secondo: non è mica detto che l'incipit acchiappa-lettore sia la prima cosa che ti viene perfetta al primo colpo. Forse ne scoprirai uno che funziona davvero bene più avanti, e lo riscriverai da capo.

Non scrivere di ciò che sai.
Questa è eretica! McCann dice: scrivi di quello che non sai ma vorresti sapere. Lo scrittore è un esploratore, che guarda al di fuori di quello che è e di quello che sa. Segue un trafiletto molto convincente e commovente (leggetelo!), che condivido almeno in parte. Lo "scrivere di ciò che sai" per me è comunque perdente in partenza, una cosa che limiterebbe moltissimo il campo d'azione di uno scrittore.

Il terrore del foglio bianco.
È una scusa troppo facile. Perché alla prima difficoltà ci si perde a controllare la posta elettronica, ad andare su internet, ecc... Prima di dire di avere la sindrome del foglio bianco bisogna stare lì, senza pensare ad altro, per un certo tempo.

La creazione di personaggi.
Perfettamente d'accordo con McCann. Arrivare a conoscerli alla perfezione come se fossero persone vere.

Scrivere dialoghi.
McCann sconsiglia di esagerare con accenti strani, slang, dialetti, versi, e con l'uso di alternative come esclamò, gridò, insistette al posto del semplice disse. Quest'ultima in italiano funziona piuttosto male, nella nostra lingua le alternative vanno cercate. Per McCann il dialogo "scritto" non deve cercare il realismo di un autentico colloquio (che è difficile da rendere, ci avete provato?).
Il dialogo è efficace se riesce a saltare minuzie come saluti e introduzioni iniziali e arrivare rapidamente al dunque. I personaggi possono mentire, o presentare la realtà dal punto di vista obliquo che fa comodo a loro, hanno i loro tic, e certamente ciascuno un modo diverso di parlare. Su quest'ultima io sono d'accordo a metà, nel senso che c'è ovviamente chi ha una maniera molto distinguibile di esprimersi, ma nel caso di molte persone le differenze sono sottili. Pensateci bene, dopo aver fatto caso a come parlano le persone con cui vi relazionate spesso.
Se la vostra maniera di caratterizzare due persone che parlano è che uno dice sempre "cioè" in mezzo a una frase e l'altro continua a ripetere "secondo me," lasciate perdere.

La struttura.
Le storie sono organizzate. Come una flow chart (largo circa...), con percorsi che si incrociano, snodi costituiti da colpi di scena e avvenimenti principali, flussi più e meno importanti, fatti fondamentali.
Questa struttura è generalmente non poco complessa ed esiste sempre, almeno inconsciamente, nella testa di chi scrive.
Creare la storia in questo modo però può essere una trappola perché limita le possibilità.
Questo quello che l'articolista dice. Io, che mi faccio sempre i miei schemini tranne che per le storie brevi. In ciò che afferma McCann ci credo a metà, ma penso anche io che lo schema debba emergere con grazia da un sacco di elementi: azioni, dialoghi, personaggi e via dicendo, ed essere rinforzato senza esagerare. Ed è vero che un po' di spazio all'improvvisazione va lasciato. Scrivere per riempire una cornice immutabile decisa in precedenza può essere piuttosto noioso.

La trama e il linguaggio.
Per McCann spesso la maniera in cui una storia viene raccontata è molto più importante della storia in sé. Io credo che questo sia vero nella massima parte dei casi, visto che di storie originali al cento per cento ne esistono davvero pochine, e che la qualità sta molto più nel "come" piuttosto che nel "cosa."

Punteggiatura.
Alcune regole fondamentali. Come avrete sentito dire anche in Italia, le parentesi prendono troppa attenzione e vanno usate con cautela (una norma di cui, e lo dico fra parentesi, me ne frego abbastanza). Per McCann la grammatica va saputa, ma qualche volta un errore può valere la pena di lasciarlo scappare. Sulla prima sono d'accordo. Sulla seconda, e comunque teniamo conto che parliamo di due lingue differenti, gli errori grammaticali li terrei solo nel dialogo, per riflettere il linguaggio parlato. Anche quello con qualche limite... talvolta anche i più ignoranti dei miei personaggi usano il congiuntivo.

Ricerca.
Per documentarsi su quello di cui non si sa ma, vedi sopra, comunque si vuol scrivere, è necessario leggere dei veri e propri testi e non qualche sciocchezzuola su Google o la Wikipedia.
Questo dice McCann, io penso che spesso e volentieri uno che sappia servirsi di questi mezzi può fare un bel lavoro lo stesso, dipende da cosa gli serva davvero e quanto desideri pavoneggiarsi con la sua capacità di calarsi nel contesto. E quanto a quella, McCann consiglia, e qui sono perfettamente d'accordo, di non affogare il lettore con i dettagli che voi avete dovuto imparare per poter scrivere di un certo fatto o in una certa ambientazione.

Il Fallimento.
Vuol dire che almeno ci avete provato. Eh, già.

Buttare via tutto.
Se davvero fa schifo o non riesci a migliorarlo, butta via tutto. Comunque è stato un insegnamento.
Mica facile, però...

Finale.
Il finale: non è semplice, portrebbe essere necessario metterne giù due o tre e poi scegliere il migliore. Oppure saper ascoltare il lampo di genio, tornare indietro qualche pagina e trovare il punto migliore per mettere la parola fine, togliere quello che viene dopo.
Scegli quel finale che ti sembra vero, e con un pizzico di mistero, dice McCann, e ci invita a riflettere su un fatto: una storia comincia prima di quando la facciamo cominciare noi e finisce dopo, pertanto è inutile cercare il finale perfetto.
Personalmente trovo che il finale non sia così difficile... quando mi viene di colpo e mi convince subito. Se non ho questa fortuna, in effetti, è un gran problema.





lunedì 15 febbraio 2016

Master di Scrittura Creativa

Dopo aver letto un po' di manuali di scrittura per "principianti," quelli che insegnano a evitare gli errori più atroci, mi sono dedicato a un tomo un pochino più evoluto, che promette di essere un "secondo livello" per chi possiede già gli elementi essenziali. L'autorice è Jessica Page Morrell e il titolo (non proprio originalissimo) è Master di Scrittura Creativa. Edito da Dino Audino Editore come cento manuali di questo tipo. In effetti i lavori di questa autrice sono per lo più corsi di scrittura, mi pare di capire, e questo è un po' sospetto... una delle cose che ricordo dal corso (dal vivo, non il libro) tenuto da Franco Forte è: "Per capire se il docente è qualificato, controllate se ha pubblicato qualcosa..." questa autrice in effetti come narrativa ha poco o niente all'attivo. Vale la pena di leggere il manuale?

domenica 1 giugno 2014

Nasce Moon Base Factory

Ha preso il via un laboratorio creativo che è anche casa di "autoproduzione" dal nome Moon Base Factory, gruppo di cui faccio parte anche se di autoprodotto, da parte mia, a tutt'oggi esiste solo un racconto che ho distribuito gratuitamente l'anno scorso, Gruppo 42 (qui una pagina di presentazione - non mia - con il giudizio di Gianluca Santini).
Diversi appartenenti hanno spiegato e spiegheranno sui propri blog perché esiste questo gruppo. Ciascuno la intende a modo proprio ovviamente, e questo vale anche per me. Per alcuni aspetti non "combacio" con la maggior parte dei membri (che appaiono più improntati all'horror e alla fantascienza che non al fantasy), tuttavia mi sono interessato all'autopubblicazione fin da subito - ho fatto vedere poco di mio ma le cose cambieranno - e ho solidarizzato verso quelli che hanno scelto questa strada anche perché talvolta sono stati capiti poco, e trattati con sufficienza.

martedì 15 gennaio 2013

Come NON bisogna scrivere un libro fantasy

Non sono un autore pubblicato salvo qualche raccontino su riviste e antologie o sul web, qualche volta pagato ma generalmente no. Per via della mia collaborazione con Fantasy Magazine ho comunque recensito vari libri fantasy italiani e non. E anche qui sul blog mi è capitato di dare un parere riguardo a diversi autori italiani (forse più in passato che in tempi recenti). Perciò mi è capitato che tanti abbiano chiesto una mia recensione, salvo magari essere molto scontenti del risultato, motivo che già qualche tempo fa mi aveva portato a indicare delle linee guida per evitare malintesi.
Linee guida che tendono a scoraggiare un po', in effetti. Comunque ho continuato a leggere romanzi ricevuti in visione (di solito da parte di autori esordienti). Spesso sono scrittori che hanno pubblicato a pagamento e cercano di rimediare visibilità tramite blog e social network, classica strategia di marketing povero che potrebbe anche diventare efficace, se il prodotto piace.

Il problema è che per quello che ho potuto vedere, questi autori spesso non hanno le minime basi e talvolta fanno errori anche grossolani, per quanto debba dire che la maggior parte sono a posto dal punto di vista della pura e semplice grammatica.
Temo che molti credano di poter diventare scrittori di successo dopo aver scritto il primo romanzo. Il risultato è una impazienza di vedere in libreria la propria creatura, talvolta una ipersensibilità alle critiche, e quasi sempre grossi difetti nel testo, difetti che pregiudicano la riuscita di queste operazioni editoriali.


- Compagno Stalin, ci sono centomila scrittori che vorrebbero essere pubblicati.
- Bene! Mandali tutti sul fronte di Leningrado!

Sono esistiti scrittori che al primo romanzo ci hanno subito azzeccato e hanno scritto un capolavoro. Di solito però non succede, ed è questa la prima cosa che bisognerebbe, con umiltà, imparare. Per scrivere, come per fare tante altre cose, ci vuole un po' di mestiere e allenamento.

Quindi se volete un consiglio non vi focalizzate su un solo romanzo come coronamento di tutto quello che volete dire, la vostra somma opera e altre simili romanticherie. Allenatevi partendo magari da cose meno impegnative come racconti di breve e media durata (da una a venti pagine, diciamo). Trovate in rete o anche fisicamente, se capita, il luogo dove sia possibile confrontarsi, leggere altri autori e farsi leggere, scambiarsi pareri. E ovviamente leggete molti libri, sia le novità che i classici.

Come ho già detto in un altro post, se volete fare sul serio NON HA SENSO che non seguiate un corso (attenzione a non farvi spillare cifre oscene) o non leggiate un manuale di scrittura (molto più a buon mercato)
Dal momento che le tecniche dello scrivere non sono intuitive (salvo che per qualche genio), leggere i manuali vi farà capire per lo meno cosa state ignorando e che rischi correte di conseguenza.
Se comunque siete tentati dalla retorica del genio e sregolatezza, assicuratevi di sbatterci la faccia una volta sola e poi di cambiare strada.

Dopo aver seguito questi passaggi, che certamente potrebbero impegnare il vostro tempo libero per diversi mesi prima di darvi qualche giovamento, potreste già avere una visione delle cose abbastanza diversa che vi permetterà di evitare certi errori. Come quello di correre a stampare dei romanzi che, come certi che invece purtroppo ho visto, pur non avendo veri e propri errori grammaticali e di ortografia sono legnosi, scarsamente leggibili e a tratti incomprensibili (per dialoghi creati male, punto di vista organizzato in maniera antiquata o maldestra, virtuosismi lessicali, frasi troppo lunghe).

Altre cose incomprensibili che mi è capitato di vedere sono l'uso di parole ricercate e difficili (cosa pensate di dimostrare?) e di aggettivi e avverbi a valanga. Sono sconsigliati fortemente, oggi come oggi. Magari non siete d'accordo e avete i vostri perché, ma basterebbe leggere ad alta voce un po' di frasi zeppe di aggettivi e avverbi, e poi rileggerle dopo averne falciati il più possibile, per rendersi conto che si guadagna in scorrevolezza.
Ricordate che ogni tanto al lettore può far comodo un accenno (indiretto) che gli faccia ricordare chi sia quel personaggio che aveva conosciuto brevemente molte pagine prima e che ricompare adesso; però non gli piacerà che gli ripetiate fatti importanti della trama centomila volte.

Personalmente sconsiglio a chi è alle prime armi l'inclusione di complicate ambientazioni per i propri libri fantasy. Io in realtà le ambientazioni le amo. Chi spende un po' di tempo a crearle e si sforza di renderle il più logiche e coerenti possibili fa un buon investimento per la costruzione di una trama solida, ma sbaglia se poi si sente in dovere di riversarle in massa nella sua storia. Non consiglio quindi lavori tipo creare complicate cronistorie, o alfabeti e linguaggi come Tolkien e alcuni altri hanno fatto. Non se siete alle prime armi, almeno.

Non consiglio neanche gli sperimentalismi. Non tentate di essere ermetici. Evitate di creare una trama estremamente complessa con molti personaggi da seguire. Evitate gli incisi o le dipartite per la tangente che perdono il filo della trama. Ricordate che introdurre nella narrazione passi tratti dal testo di una grande enciclopedia o cronaca (inventata) che spiega alcune cose del vostro mondo immaginario è pratica comune se fatto all'inizio del capitolo: chi lo fa nel bel mezzo del capitolo, e lo fa ripetutamente, secondo me interrompe inutilmente il ritmo della narrazione. Se siete agli inizi, siate semplici nella forma. Dopo un po' di tempo e qualche tentativo alle spalle valuterete meglio come volete scrivere.

Cercate un po' di originalità in quello che volete raccontare, ma se scrivete fantasy abbiate l'accortezza di rimanere nell'ambito del genere. Non volete scrivere del gruppo di nani che va a reclamare le proprie miniere invase dagli orchi. Benissimo, visto che con i film di Peter Jackson non se ne può più. Trovate qualche situazione nuova, non è impossibile. Piccolo consiglio: ricordate che l'originalità al cento per cento non esiste, ma non andate a scopiazzare frasi e situazionida altri libri.

Tenete presente che gli editori a pagamento non vi daranno grande aiuto per capire dove sbagliate e vi stamperanno anche un romanzo banale e scarsamente leggibile, purché diate loro i soldi. Ognuno è libero di fare quello che vuole ma bisognerebbe avere un'idea di quello che si deve ricevere e di quello che si deve spendere per non essere fregati da questo tipo di editori. Bisogna anche essere onesti con sé stessi sulle reali qualità di ciò che si sta proponendo, e rinunciare se non si è pronti.
Non mi piacciono le crociate contro le autopubblicazioni e contro l'editoria a pagamento, le trovo eccessive. Verò però è che la massa di quello che esce con questi editori è robaccia illeggibile, un vero spreco per gli autori che hanno pagato senza prima investire nella propria capacità di scrivere.

In soldoni: pensateci bene, frequentate l'ambiente e seguite ciò che si dice in giro (via rete è facile), fatevi un'idea. La pubblicazione a pagamento nella maggior parte dei casi è una scelta inutile e costosa.

Ho menzionato il tempo da spendere, che è parecchio. Se vi interessa scrivere sappiate che è lavoro su cui dovrete spendere molto tempo senza la minima certezza di guadagnarci mai un quattrino. Se avete la passione, non dovrebbe essere un problema insormontabile. Se invece la cosa vi sembra troppo onerosa probabilmente vi converrà spostarvi su altri passatempi.






lunedì 19 novembre 2012

Leggete quei benedetti manuali

Nel lontano 2009 avevo confessato in un post di trovare molto interessanti i manuali di scrittura creativa. Mi confronto spesso con persone che li odiano, gente con cui a volte si può ragionare, a volte che manifesta il suo scontento verso i suggerimenti tecnici in maniera spiritosa (vedasi questo gradevole post del Sommo Buta), e altri che diventano idrofobi appena sentono nominare le tematiche suggerite nei manuali.
Molti di quelli che vogliono scrivere credono di non averne bisogno, perché pensano che scrivere sia tutto genio e sregolatezza. Uno su mille potrebbe avere ragione per il proprio caso.

Altri probabilmente subiscono una reazione di rigetto per l'uso che dei manuali hanno fatto non pochi aspiranti scrittori che se ne sono serviti come di un ariete per aggredire le case editrici e le loro scelte editoriali (salvo poi cercare magari di entrare in quello stesso mercato dalla porta di servizio, un po' come gli eroi dell'antipolitica italiana). Le "regole" della scrittura creativa sono diventate quindi un'arma, poiché chi non faceva così-e-cosà diventava un ignorante degno dei peggiori epiteti.



Questo è ovviamente un atteggiamento strumentale. Ma, tra quelli che non hanno apprezzato certe aggressioni armate a suon di regolette, è probabilmente nato un rigetto verso i testi che parlano di scrittura creativa, pensando che vi siano solo regole rigide e imposizioni assurde.
Ovviamente chi rifiuta di leggerli scoprirebbe che non è così, se abbandonasse il proprio scetticismo. Ci sono inevitabilmente regole che vengono "caldamente" consigliate ma tutto è lasciato al buon senso e alla volontà di chi se ne serve, visto che siamo in un campo dove regna l'impressione soggettiva su ciò che è efficace o che è bello.
Con buona pace di chi dice che, mancando di seguire una certa regola, il risultato sarà inevitabilmente pessimo. E' pessimo ciò che un lettore ritiene sia pessimo, ed è pessimo solo per lui: un altro lettore magari la penserà diversamente. Il che crea anche la difficoltà di dare validi consigli quando uno scrive una recensione (il problema è: per chi la sto scrivendo? avrà gusti simili ai mei?).

Va detto che quello che consigliano i manuali è riferito al gusto del nostro periodo. Regole come quella che consiglia di limitare l'uso di avverbi e aggettivi favorisce una lettura lineare e scorrevole: non necessariamente lo scopo di chi scriveva un secolo o due fa.

Ci sono ovviamente alcune tematiche non semplici da imparare, e non del tutto intuitive, che possono piacere o non piacere. Il mio punto di vista personale su un paio di queste "regole:"
- Lo "show don't tell:" a volte sì, a volte no. Riconosco la maggiore immediatezza nel descrivere l'azione anziché limitarsi a scrivere "tizio fece questo e quello." A volte trovo preferibile tirar via, per non allungare il testo, e vedo che sono in ottima compagnia in questa scelta.
- Il punto di vista e i suoi tormenti: per quanto faticoso possa essere, credo che sia meglio imparare a usare la terza persona limitata (se non siete per la prima, ovviamente). E' possibile cambiare punto di vista spesso, del resto, e far vedere l'azione dalla visuale di tutti. Basta che sia chiaro chi sta facendo cosa. Cadere in trappola, come scrivevo qualche post fa, è facilissimo. Non sto dicendo che il caro vecchio "narratore onnisciente" non vada mai usato. Ma fidatevi, generalmente è meglio di no.

Ognuno scelga, prenda quello che vuole, anche nulla se davvero decide così. Ma se volete scrivere sul serio, leggeteli questi benedetti manuali. Male non vi fanno. E non mordono!





giovedì 10 novembre 2011

Ma guarda come parli...

Non disprezzo i libri e i corsi di scrittura creativa, ma tra le regole che si sentono spesso ribadire ce ne sono alcune che, col tempo, ho cominciato a mettere decisamente in dubbio.
Per citarne una: mi sono sentito a volte rimproverare dai miei lettori che i miei personaggi "parlano tutti nello stesso modo" ovvero che bisognerebbe caratterizzarli con un linguaggio ben diverso.
Per me, questo porta spesso e volentieri a risultati ridicoli. Non sto dicendo che non si debba provarci, però è necessaria prudenza, cose tipo avere un tizio che dice sempre "perbacco!" fanno ridere. Nella realtà, qualcuno ha un vocabolario più limitato di altri, qualcuno ama dire certe frasi che diventano particolarmente sue, ma le differenze sono spesso e volentieri modeste.
Anche mettere modi di parlare diversi quando ci sono personaggi che provengono da estrazioni sociali differenti, andrebbe fatto con attenzione, questa grande disparità, nella vita quotidiana, non la si vede sempre.
Tra i miei colleghi di lavoro, tra i miei amici, le differenze spesso sono difficili da mettere su... carta. Intonazioni, sfumature. Bisogna cercare di coglierle, di riprodurle, senza sprecarci troppe parole in descrizioni. Il tono, l'espressione del volto con cui una cosa viene detta è importante, e spesso nello scrivere ce ne si dimentica.

Va detto anche che non è nemmeno scontato che si debba inseguire il realismo al cento per cento. Il modo in cui la gente parla veramente è brutto, pieno di errori, spesso sgradevole; posso capire che uno scrittore voglia usare uno stile che non punti a un realismo completo nel modo di parlare.



mercoledì 21 aprile 2010

Un romanzo di genere

In questi giorni ho letto, riletto e rimuginato un articolo di Sandrone Dazieri (Qualche trucco per scrivere un romanzo di genere) sul blog che questo esponente di Mondadori tiene presso il sito del Sole24Ore.
Invito a dare un'occhiata. In parole povere Dazieri dice che se vuoi scrivere un romanzo di genere devi ideare una trama avvincente ed esserle fedele, senza infiocchettarla troppo. Il lettore deve rimanere avvinto dalla suspense e scoprire un mondo, un mistero, una storia a poco a poco dalle vostre pagine. Quello che non è utile alla trama va tolto. Insomma, essere fedeli al potere del come andrà a finire?
Uscire dal seminato non aiuta.

Per quanto mi riguarda sono abbastanza d'accordo. Nel senso che, più o meno, questa norma la usavo pur senza conoscerla, diciamo, o almeno non la conoscevo in questi termini. Il mio travagliato Magia e Sangue, e anche le altre cose di una certa lunghezza che ho scritto, puntano molto sulla trama e quando mi sono preso la licenza di accennare a qualcosa su cui vorrei dire la mia l'ho fatto in maniera molto leggera e lasciando la questione appena abbozzata, senza sermoni da parte mia. Anzi ho curato lo stile proprio in funzione della suspense, facendo del mio libro una storia che procede spedita sul seminato, e che dovrebbe (si spera) bloccare il lettore sulla classica domanda: come andrà a finire?

Quindi non ho motivo di critica, in quanto aspirante autore, su quello che scrive Dazieri. Tuttavia molti dei romanzi del fantastico che ho letto non seguivano affatto questa regola e qualcuno era estremamente arricchito proprio da quello che usciva dal seminato. Mi viene in mente Gene Wolfe, per esempio, con il suo ricchissimo ciclo del Nuovo Sole dove troviamo spesso una storia incastonata dentro un'altra e mille digressioni dalla trama principale.

Insomma, seppur valido, mi sembra che il consiglio di Dazieri sia più rivolto ai principianti. E beninteso, come appartenente alla categoria lo rispetto.

giovedì 17 settembre 2009

Manuali di scrittura



Ho terminato di leggere l'ennesimo manuale: Scrivere un Romanzo di Donna Levin (Dino Audino Editore).
Sono uno di quei poveretti che li trovano interessanti: anzi molto stimolanti, per giunta. Ne ho letti parecchi, oltre ad aver partecipato a due corsi di scrittura creativa. I titoli non li ricordo nemmeno tutti... di sicuro una lettura importante è stata quella dei manuali di Orson Scott Card editi a suo tempo per la Nord: illuminante e piacevole, devo dire che forse mettendo insieme i manuali verrebbe un numero di pagine eccessivo ma anche che, almeno a spizzichi e bocconi, me li sono anche riletti volentieri.
Il Manuale di Scrittura Creativa di Franco Forte ha il pregio di essere invece estremamente sintetico, di avere una quantità di indicazioni interessanti anche dal punto di vista formale e grammaticale; possiede un ulteriore vantaggio verso qualsiasi manuale scritto da autori stranieri che vivono una situazione diversa: ha degli utili cenni su come porsi, e proporsi, di fronte al potenziale editore.
Anche quest'ultimo manuale che ho appena terminato ha i suoi vantaggi: innanzitutto è generalmente molto sintetico e dritto al punto, pur non mancando di riflessioni generali che in questo tipo di testi sono indispensabili e non comprimibili più di tanto. Contiene molti suggerimenti sulla forma del paragrafo e della frase, che non ho trovato altrove, e delle esercitazioni anche abbastanza interessanti, per quanto abbia fatto ben poco e quasi solo a mente. Un manuale dinamico e compatto, se siete in certa di una lettura di questo genere ve lo consiglio.

Io questo tipo di manualistica la apprezzo e devo dire che mi ha aiutato molto a dipanare le matasse inconcludenti di quando avevo 18, 19 anni, volevo dire tutto e non riuscivo a scrivere niente di sensato. Resta però il problema di quelle persone che leggono questi manuali e non sanno più liberarsene. Di quelli che seguono pedissequamente, di quelli che, anche nelle case editrici, usano lo show don't tell come una regola sacra in nome della quale infliggere un giudizio negativo alla prima infrazione, senza possibilità di appello.

C'era una volta il blog di Simone Navarra (c'è ancora, ma è un altro, quello vecchio non è più aggiornato) dove l'autore faceva delle operazioni molto divertenti, spiegando perché i capolavori della letteratura oggi sarebbero bocciati senza speranza, e quelle sacre regole c'erano sempre di mezzo.
Ecco, io credo che bisognerebbe chiedersi se un libro è bello e funziona, e non se segue a dovere le sacrosante regole. Detto questo, per chi sa capire che uso farne, sono sempre pronto a elogiare i manuali di scrittura creativa.

Perché intendiamoci, le regole del mercato sono ancora più spietate, e più dannose per la creatività. Del resto, se vuoi scrivere per avere un pubblico...

mercoledì 22 ottobre 2008

Immaginare Mondi

Chi scrive mainstream deve conoscere l'ambiente in cui colloca la sua storia. Se lo scrittore non è stato negli Stati Uniti o in India, farà bene a non scegliere quei luoghi come ambientazione principale (ovviamente si potrà documentare in merito e i suoi personaggi potranno fare una rapida capatina a New Delhi o a Las Vegas, se necessario...).
Chi scrive fantasy o fantascienza, horror ecc... dovrà inventare i suoi mondi o immaginare un cambiamento intervenuto nel mondo reale (e tutte le conseguenze di tale cambiamento). Dovrà lavorare di fantasia, insomma, introdurre l'elemento immaginario.
Inventare un mondo di sana pianta è un lavoro che spesso fa chi gioca di ruolo, e può essere una buona palestra (ne ho già parlato) ma nel gioco di ruolo è necessario un livello di dettaglio che non necessariamente va raggiunto da chi scrive un libro.
Lasciamo da parte il GDR quindi.

Si può scrivere una storia partendo dal voler raccontare i mondi che abbiamo immaginato, ma una storia è soprattutto fatta di avvenimenti, pertanto chi scrive dovrà per prima cosa avere un'idea portante. Ovvero dovrà chiedersi: che storia sto raccontando?
Facciamo un esempio: ci siamo svegliati una mattina decidendo di scrivere un racconto senza voler uscire troppo dai canoni consolidati del fantasy ma aggiungendo qualche elemento nuovo.
(Chiariamo subito qui un altro equivoco: in letteratura, nuovo è una parola grossa. Ci sarà sempre il sapientone che dirà: hai copiato l'idea dal libro dell'autore Tizio, che non hai mai sentito nominare. E' così, può succedere. Ma se ti sei sforzato comunque è già un po' diverso dallo scrivere storie con gli elfi dalle orecchie a punta e i nani che brandiscono l'ascia e si incazzano, no?).
Insomma ci siamo svegliati e abbiamo creato una trama...

Un'idea (come un'altra)

Mettiamo che siamo rimasti estasiati dalle imprese di Elric di Melnibone con la sua spadona che divora le anime, e la sua razza di raffinati decadenti tiranni che più cool di così non si può.
Non volendo proprio scopiazzare di brutto, decidiamo che parleremo di un eroe che non è il sovrano della sua gente. Cominciamo a inventarci un po' di nomi. Il protagonista è Primus, il fratello cadetto del principe Caius erede al trono. Caius è il legale detentore della spada maledetta Omega, che ha sempre servito il popolo dei Tarais.
I Tarais sono sempre stati forti e temuti. Hanno sempre compiuto ingiustizie e stragi, ma nella loro morale andava bene così. Caius è uno che ha girato il mondo e ha conosciuto varie culture e religioni: ha deciso che lo stile di vita del suo popolo è malsano. Quando sale al trono convince Primus a portare via la spada: se la caverà senza i poteri malvagi di questo artefatto.

Le prime considerazioni che si devono fare a questo punto
La lingua. Abbiamo preso un paio di nomi che "suonano" latini, per coerenza dovremo rispettare questa tendenza quando creiamo altri personaggi del popolo dei Tarais. Oppure a questo punto ci prendiamo un anno sabbatico, studiamo le antiche o moderne lingue di qualche angolo del mondo e traiamo ispirazione per inventare un nuovo linguaggio e dei nomi del tutto nostri, con un vocabolario, una grammatica ecc... questo per me è un po' eccessivo, ma c'è chi lo ha fatto.
Queste decisioni che abbiamo preso per i Tarais le dovremo prendere per gli altri popoli. Non sono decisioni da poco perché si riflettono sulla cultura del mondo che andiamo a creare. Lo vedremo dopo.
L'artefatto. La spada maledetta è quello che nel cinema anglosassone si chiamerebbe un plot device, un pretesto per creare la storia. Però se è solo questo l'artefatto diventa come la valigetta in Pulp Fiction, un oggetto che non significa niente di suo ma che è introdotto nella trama solo perché le azioni dei personaggi muovano intorno ad esso.
In un libro fantasy faremo meglio a non ridurci così. Decidiamo allora cosa fa questa spada incantata e come farlo sapere al lettore.
La Spada Omega è legata alla nascita e alla morte del popolo dei Tarais per via di un patto fatto dal leggendario progenitore del popolo, Kotalos, con la divinità protettrice Tanatos. Tanatos è divinità della vita per i Tarais, ma è il dio della morte per i popoli circostanti. La fortuna dei Tarais dipende dalla rovina dei popoli circostanti, quindi.
I Tarais perciò non devono perdere la spada. Questo in qualche modo lo sanno già, infatti Primus viene incaricato dal fratello di tenere la spada lontano dalla patria e non di liberarsene. Lo scopo è di non portare danno né agli altri popoli né ai Tarais stessi.
Quello che non sanno ancora è che Tanatos si rivolterà contro i suoi protetti se si sentirà tradito, e che la capitale dei Tarais, la città di Tarag, sorge su un vulcano quiescente che potrebbe cancellarla in qualsiasi momento. I cittadini di Tarag hanno molti benefici portati dalla divinità Tanatos: sorgenti di calde acque sulfuree, getti di oro fuso e di metallo miracoloso con cui forgiano armi di qualità eccelsa. Non capiscono che questo è legato alla natura vulcanica del luogo.

Il Mondo
A questo punto dobbiamo visualizzare il mondo. Poiché Melnibone (la patria di Elric) è un'isola e noi vogliamo fare gli originaloni, di isole non ne avremo. Disegniamo un continente, o parte di esso, e il mare che lo circonda: verrà una cosa più o meno così:



La scala cui ci atteniamo è, diciamo, un centimetro = 300 chilometri perciò ci rendiamo conto di non aver bisogno di tutto questo territorio. Una parte la descriveremo in dettaglio, un'altra la lasceremo, più o meno, in bianco, limitandoci a dire per adesso che è abitata da razze non umane o da barbari. Se le peregrinazioni di Primus lo porteranno là, entreremo maggiormente nello specifico.
Decidiamo quindi di dettagliare un po' di più la zona occidentale e disegniamo monti, fiumi, città, foreste ecc... dopo avere deciso che ci troviamo in un mondo più o meno simile alla Terra, e che siamo nell'emisfero settentrionale: perciò il nord avrà un clima più freddo del sud, ma le distanze nella mappa non sono così grandi da determinare differenze estreme. Quindi se non vogliamo distese di ghiacci eterni o deserti, non siamo tenuti a metterne nella nostra mappa.

Due cose da sapere se non eravate attenti alle lezioni di geografia (ma se eravate attenti mi scuserete qualche semplificazione che userò). I monti si formano per attrito tra delle grandi zone chiamate placche, che sono libere di muoversi fluttuando sullo strato inferiore del nostro pianeta che è semifluido. Laddove queste grandi placche si scontrano si possono formare le catene montuose, e per inciso le zone collinari o montuose più antiche saranno quelle in cui è più facile trovare giacimenti minerari. L'Italia guarda caso è di formazione geologica piuttosto giovane e questo è il motivo per cui, mentre altre potenze europee scattavano avanti nella rivoluzione industriale sfruttando i propri giacimenti di carbone, ferro e altri metalli, noi praticamente non avevamo nulla di tutto questo (e non ce l'abbiamo nemmeno ora, peraltro).

La forma delle catene montuose determinerà la direzione in cui scorrono i fiumi, che di solito partono dalle montagne (o dalle colline al di sotto di esse) per dirigersi verso il mare (o verso qualche lago chiuso se il mare è troppo lontano o se c'è qualche ostacolo che impedisce di giungervi). L'acqua non scorre soltanto nei fiumi, in realtà nella falde sotterranee ci sono dei flussi altrettanto importanti, ma questo in realtà ora non ci interessa.

Le foreste coprono una buona parte delle montagne alle basse quote, sempre che gli uomini (o altre razze!) non abbiano tagliato le piante per usare la legna. Con l'aumentare della quota, in un clima di tipo europeo troveremo solo alberi sempreverdi (abeti ecc...) ma alle quote elevate le montagne sono generalmente spoglie.

Le pianure oggi sono disboscate quasi ovunque. Ma l'Europa era ancora per lo più boscosa ancora ai tempi del medioevo (posti come la Grecia o l'Italia avevano già subito un forte disboscamento nell'antichità, però). Nei climi temperati adatti all'agricoltura la foresta è stata eliminata a mano a mano che la popolazione aumentava, salvo le zone meno fertili o di difficile sfruttamento per un motivo o per l'altro. Col tempo le foreste ricrescono là dove cessa l'opera dell'uomo, ma possono essere necessari vari decenni. Le pianure di clima temperato (se sono fertili e irrigate) sono le regioni in cui si produce più cibo, grazie all'agricoltura.

Le paludi possono occupare grandi estensioni di terreno se l'opera dell'uomo non interviene per regolare il corso delle acque.

I fiumi navigabili e il mare sono stati fino a tempi recenti indispensabili per il trasporto delle merci. Il trasporto via terra (con carri, ecc...) era molto più costoso e lento.
Per via degli ovvi vantaggi che il mare e i fiumi possono offrire, è raro che grandi città sorgano molto lontano da un corso d'acqua o dalla costa. La maggior parte della popolazione mondiale anche oggi vive a qualche decina di chilometri dalla costa. L'interno dei grandi continenti, se ci avete mai fatto caso, è spesso arido o comunque poco abitabile: così vale per il Nord America fra il Mississipi e le Montagne Rocciose, per l'Africa (dove abbiamo giungla e deserti), per il Sud America con giungla, zone aride e montagne, per l'Australia (deserto) e per l'Asia Centrale, che ha le sue zone interne fertili ma è in buona parte una grande pietraia arida.
L'Europa, piovosa e piena di grandi fiumi, è un po' l'eccezione a questa regola.

Tenuto conto di tutti questi aspetti disegniamo la nostra cartina e ne viene fuori qualcosa più o meno così:



Il tratteggio azzurro è la palude, le righe blu scuro i fiumi, le montagne sono profilate in marrone scuro, le città sono rosse e le foreste sono verdi (qui indichiamo solo quelle veramente enormi). Non ho messo i nomi a tutte le città e a nessun fiume o montagna (e nemmeno alla regione!): lascio ai volontari l'incombenza.

La città di Tarag, che siede su un vulcano, si trova in una zona montuosa. Domina sulla regione circostante e importa molto del cibo di cui necessita (perché non ha una bella pianura coltivabile nelle immediate vicinanze). Questo può significare che se i Tarais perdessero i loro tributari, non potrebbero più mantenere la loro ricca e popolosa capitale. Potrebbe anche implicare che qualche nobile, a corte, non sia così contento se il sovrano decide di rinunciare a una politica di prepotenza, che potrebbe essere indispensabile a sopravvivere.

La città di Goi appartiene a un altro popolo. Li chiamiamo Kreuzne e decidiamo che la loro lingua è differente da quella dei Tarais, e usiamo nomi che "suonano" germanico. I Kreuzne sono coraggiosi anche se poco raffinati, bevono tanta birra, coltivano patate e odiano a morte i Tarais... ma non lo dicono, perché ne hanno paura. Pagano regolarmente un tributo.

Pitna invece è una città pacifica, appartenente al Popolo delle Pianure e governata da una nobiltà locale che si ispira ai Tarais e obbedisce ai loro voleri. Una cultura quindi che per usi e linguaggio sarà simile a quella dei Tarais, anche se non umana: infatti il Popolo delle Pianure è una razza di miti umanoidi un po' simili a scimmie, poco abili nelle arti manuali e poco aggressivi. A Pitna il nostro Primus è andato con la Spada Omega ad amministrare qualche affare commerciale di Tarag. Primus cerca più che altro di stare lontano dai guai.

Religioni, Magia e Mitologia

Sono importanti come la geografia, in un libro fantasy. La mitologia aiuta a definire il carattere di un popolo e fornisce abbondanti possibilità per arricchire il mondo nella narrazione, con santuari, leggende, monaci, santuari ecc... Un consiglio può essere quello di farsi un minimo di cultura leggendo qualche libro: se non avete le basi della mitologia classica potreste cominciare da lì, se almeno quelle le avete vi consiglio di spostarvi allora molto lontano per aprirvi a una dimensione esotica. Potreste sfogliarvi la "garzantina" sulle religioni, per esempio.
Per i nostri scopi, dobbiamo stabilire che i Kreuzne adorano diverse divinità della guerra ma i Tarais hanno loro imposto Tanatos come padre degli dei. Esiste però una profezia: dice che i loro dei messi in inferiorità e prigionieri si ribelleranno.
Tanatos impone che i popoli sottomessi gli portino vittime sacrificali, ma sono esentati dall'obbligo i suoi prediletti Tarais.

Per quanto riguarda il Popolo di Pitna, è pacifico e le sue credenze, formate in realtà dai sacerdoti Tarais, dicono che da Tanatos viene ogni saggezza e che deve essere obbedito anche se richiede che delle vite gli vengano sacrificate. Esiste anche un antichissimo Oracolo della Verità, a Pitna, vicino al grande tempio di Tanatos. I sacerdoti di Tanatos vorrebbero distruggerlo ma non osano per timore della reazione popolare. Però in oltre mille anni l'Oracolo non ha parlato.

La Magia può essere un dono divino o arrivare per altre, recondite strade. Noi diremo che alcune conoscenze perdute, ora accessibili solo ad alcuni esseri semi-divini o a studiosi di scienze arcane, possono compiere prodigi che ai sacerdoti sono impossibili: essi si limitano a conoscere qualche piccolo incantesimo per incoraggiare la fertilità della terra e la guarigione delle ferite. Da notare che una presenza diffusa e "a buon mercato" della magia è molto destabilizzante per un'ambientazione fantastica. Lo scrittore dovrà valutare con attenzione quali ne saranno le conseguenze.

Razze non umane

Da trattare con cautela valutando le conseguenze della loro presenza. Soprattutto in termini di possibilità di espandersi o al contrario di essere schiacciati da razze rivali. Ad esempio: nel mondo fatato di Tolkien gli Hobbit hanno un senso. In molte altre ambientazioni ci sarebbe solo da chiedersi, se l'autore li inserisse, perché non sono stati già fatti fuori tutti. Capito il problema?
Qui il Popolo delle Pianure è un'utile razza sottomessa ai cinici uomini di Tarag. Sono fedeli come tributari, e certamente buoni acquirenti per molti oggetti che non sanno costruire in proprio (armi, artigianato, stoffe pregiate ecc...) nonché grandi lavoratori che si spaccano la schiena. La loro simbiosi con i padroni è così perfetta che i Tarais li lasciano governarsi da soli. Certamente li difendono se necessario, perché sono utili, e magari al contrario li usano in guerra per i propri scopi, spendendoli come carne da macello. Possono comparire fuori dal loro territorio in qualche ruolo caratteristico (giullari, giocolieri, cantastorie, atleti...) per via della loro agilità e perché sono reputati buffi. Lo scrittore deve però inventarsi qualche manierismo, qualche modo di fare caratteristico ecc... altrimenti non li renderà abbastanza veri.
Sulla loro origine potrà costruire un'altra leggenda.

Come inneschiamo la trama?
Quando la spada Omega viene portata via da Tarag, Tanatos smette di consumare le sue vittime e sia i Kreuzne che il Popolo delle Pianure vengono sollevati dall'obbligo del sacrificio. Questo fa contento re Caius, che voleva un dominio più misericordioso sui popoli circostanti. Ma i Kreuzne non si accontentano di questo inatteso beneficio: vogliono liberarsi del tutto.
Hilde, una furba maga del popolo di Kreuzne si trasforma in vezzosa fanciulla con l'aiuto delle sue arti magiche, e fa la conoscenza del nostro Primus che se ne sta tranquillo in mezzo al Popolo delle Pianure. Lo fa invaghire di lei, poi scompare, ma presto lo avverte che è tenuta prigioniera in una grotta custodita da un orrendo mostro.
Primus decide di portare la spada Omega con sé nella missione di salvataggio della donzella. Scende nella Grotta del Destino dove trova scheletri, armi e armature di mille eroi morti prima di lui. Incontra il Custode, un mostro orripilante con un discreto numero di teste e tentacoli, ma viene da lui avvisato che la vittoria gli porterà solo danno. La maga Hilde infatti non è imprigionata affatto: sa che il Custode tiene schiavi gli dei del suo popolo e sa che saranno liberi se Primus lo ucciderà: privi di un'arma potente come la spada Omega, gli eroi del popolo Kreuzne avevano sempre fallito nell'impresa. Senza dar retta all'avviso del Custode quindi Primus lo sconfigge usando la spada Omega e vede, come scie luminose, gli dei del popolo Kreuzne che sfuggono dall'abisso cui Tanatos li aveva condannati, e risalgono nei cieli. Quando trova finalmente Hilde capisce di essere stato ingannato, e quando la maga cerca di portargli via la spada Omega glielo impedisce. Ma non ha il coraggio di ucciderla.

Il popolo dei Kreuzne comincia quindi una micidiale guerra contro i Tarais. I nobili impongono che la spada venga riportata a Tarag, in modo che il favore divino torni sulla città dominatrice del mondo. Caius si oppone e viene ucciso. Un usurpatore sale al trono.
Primus sarebbe ora l'erede legittimo ma non riporta la spada Omega a Tarag, perché sa che l'usurpatore lo ucciderebbe. E poi? cosa succede dopo?

L'eroe Primus potrebbe cercare di recuperare il trono costi quello che costi (e del resto ha la spada magica al suo fianco). Ma potrebbe rimandare i pensieri di guerra civile e lottare invece per difendere Tarag dai nemici, cercando di mantenere una tregua instabile con l'usurpatore.
Potrebbe essere ancora invaghito di Hilde e cercare di trovare il modo di conciliare la fedeltà al suo popolo con questo amore.

Il dio Tanatos, nel suo rancore per il tradimento di Caius che ha mandato via la spada dalla capitale (e del fratello Primus che ha ucciso il Custode), potrebbe lasciare che l'Oracolo della Verità a Pitna torni a parlare: questa volta contro il dominio di Tarag, spezzando l'alleanza del Popolo delle Pianure. E più avanti potrebbe lasciare che il vulcano si svegli e distrugga la città!

Trovandosi con un grande potere individuale datogli dalla spada Omega, ma con tutto il mondo che gli crolla intorno, cosa farà Primus? Si batterà fino all'ultimo? Si rivolterà anche lui contro la sua società? Cercherà di rifondarla su altre basi e allo stesso tempo di difenderla contro i popoli servi che si sono ribellati? Vorrà ammazzare l'usurpatore e vendicare il fratello? Cercherà un obiettivo personale abbandonando questa regione? Chi lo sa... le basi per un eroe dannato, che vede tutto andare a pezzi qualsiasi cosa faccia, le abbiamo ormai poste.

Ovviamente questo "worldbuilding" è decisamente scarso, i nomi spesso sono ridicoli, in certi punti sa più che altro di satira. E attenzione, quella che è la mia raccomandazione in termini di ambientazione la ritengo sempre valida: se volete mostrare 10 nella vostra storia, è bene che voi abbiate in mente 100, perché vi aiuterà a capire quello che state facendo.
La mia intenzione qui era dare un'idea per quanto semplificata (e nella mia versione, ovviamente) dei processi che servono ad arrivare al risultato. Se poi uno è un grande scrittore può fare un egregio lavoro anche con le avventure del povero Primus. Chi manca del talento e del mestiere non combinerà molto nemmeno con l'ambientazione più dettagliata di questo mondo.