Incuriosito, ho comprato questo libretto che contiene una lettera di H.P. Lovecraft tradotta da Ottavio Fatica. In effetti, Potrebbe anche non esserci più un mondo è una sola lunga lettera, scritta dal maestro dell'horror a un giovane seguace. Ma, contrariamente a quanto il titolo può far sembrare, non c'è alcun riferimento all'orrore cosmico di cui Lovecraft era maestro.
Abbiamo invece una serie di dissertazioni sulla cultura, sulle civiltà, sulla società del tempo. Il punto di vista di Lovecraft è distaccato (ma fino a un certo punto), con un'aria di affettata superiorità aristocratica. Lovecraft sentiva molto forti le radici britanniche e l'appartenenza al suo New England. Avrebbe potuto essere un signorotto di provincia, ma in realtà gli mancava qualcosa di fondamentale: il denaro. La sua famiglia, una volta benestante, era ormai in difficili acque, economicamente parlando.
Tuttavia, lui rimaneva sobrio, razionale, apparentemente equilibrato sebbene tormentato da incubi. La lucida razionalità e il distacco intellettuale erano la sua "coperta di Linus", in realtà, perché quando scrisse questa lettera (1929), Lovecraft aveva già cercato di uscire dal suo guscio di snobismo altezzoso e di confrontarsi con il mondo reale: aveva trascorso un paio di anni a New York, si era sposato con la giornalista Sonia Greene e aveva cercato di svolgere un lavoro da uomo comune. Ma non ce l'aveva fatta: non era riuscito a trovare il suo ruolo né a mantenersi nella metropoli. Mentre tanti altri, magari appartenenti alle razze inferiori che Lovecraft disprezzava, o alle categorie sociali degli odiati borghesi arraffatutto, prosperavano, lui era tornato a Providence. Ridotto a vivere di pochissimo.
Quindi, il Lovecraft che si finge aristocratico di provincia nella corrispondenza di questo periodo era in realtà un uomo ferito che aveva lottato contro le proprie inadeguatezze ed era stato sconfitto.
Tra i temi trattati nella lettera, alcune previsioni per il futuro: il disgregamento sociale della modernità, il declino dei matrimoni e delle nascite, la promiscuità e la fine dell'amore romantico, l'indipendenza economica delle donne, il disprezzo per la tradizione, l'appiattimento della capacità emotiva, un edonismo a buon mercato. Ci ha azzeccato? Vedete voi.
I sentimenti aristocratici di Lovecraft lo portavano a mostrare poca sensibilità per le masse e nessuna simpatia per il borghese avido, che riduce tutto al valore di mercato; ma, a tratti, dalla lettera emerge un pensiero quasi "di sinistra" o, perlomeno, anti-liberale, forse a causa di ciò che Lovecraft aveva sperimentato nel periodo trascorso a New York.
E Lovecraft resta classista. Sarebbe bello se tutti potessero avere una raffinata educazione, ma poiché non è possibile, allora evviva la divisione in classi, fermo restando che ai meritevoli dovrebbe comunque essere data la possibilità di entrare nel ceto dominante delle persone più educate e "civili". Quel ceto a cui lui pensava di appartenere, e che avrebbe dovuto essere sollevato dalle preoccupazioni economiche.
Mi fermo qui. Della traduzione di Fatica non posso dire molto, salvo fare un'osservazione su un errorino: il cosiddetto "ufficiale non incaricato" (evidentemente traduzione di non commissioned officer - NCO) di pagina 101 altro non è che un sottufficiale, cioè, essenzialmente, un sergente o un caporale.
Consiglio questo libro? Se siete appassionati della vita e dell'opera del "solitario di Providence" e non avete ancora letto nulla del suo epistolario, assolutamente sì.

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