Spesso i cattivi sono i veri protagonisti dei libri e dei film, quelli per cui fanno il tifo tutti. Vuoi perché interpretano i desideri nascosti di tanti di noi, vuoi perché appaiono più disinibiti e più "liberi," visto che fanno quello che gli pare senza inibizioni. Tuttavia, quando sento dire che questo o quel grande cattivo sono personaggi memorabili, e si elogia lo scrittore, l'attore o il regista che gli hanno dato vita, mi scappa un po' da ridere.
Credo che non sia poi così difficile, creare un cattivo "tosto." E ci sono molti aspetti per cui spesso questi cattivoni si somigliano, anche quando superficialmente sono molto diversi fra loro.
Spesso, hanno qualche lato positivo o almeno degno di nota. Comunque sono dei personaggi dalle grandi capacità, visto che devono far fronte agli eroi in maniera credibile. Quindi, un aspetto ammirevole ce l'hanno già fin dalla partenza. Quanto alla loro cattiveria, se si vuole che abbiano un minimo di spessore gliela si giustifica in maniera coerente con la loro personalità. Spesso hanno subito un'ingiustizia, e quindi sono già meno antipatici. Oppure c'è qualcosa che li ha traviati, o si sono trovati in circostantze per cui dovevano per forza finire così. Tutte queste spiegazioni razionali sono già delle mezze giustificazioni, che magari non ci rendono accettabili le azioni più turpi del cattivo, ma suggeriscono già un mezzo perdono fin dalla loro presentazione al lettore (o spettatore).
Nel mio non pubblicato romanzo, il Magia e Sangue che alcuni amici hanno avuto modo di leggere e che chi segue questo blog ha già sentito nominare, il cattivo risalta facilmente, piace a tutti, qualcuno ha fatto il tifo per lui. E io non ho fatto nessuna fatica a crearlo! Al contrario, il mio protagonista "buono" ha degli aspetti deboli, si appiglia a dei formalismi per giustificare certe prepotenze che combina, usa qualche privilegio per avere la meglio, ed essendo quasi imbattibile con un'arma in mano, usa questa superiorità in maniera talvolta discutibile. Non è poi così buono, non quanto vorrebbe essere, e non è nel giusto quanto dice di essere. Ma quella che deve compiere è una missione che va portata a termine e lui si ingegna per farcela, in un modo o nell'altro. Io speravo di aver creato un personaggio interessante, certamente più difficile del cattivo, e invece no, lo odiano tutti quelli che hanno letto il libro. Il che non mi ha persuaso a modificare questo protagonista imperfetto.
Ovviamente ci sono anche i cattivi fatti male. I cattivi non realistici, quelli che sghignazzano come dei maniaci, quelli che schiacciano il pulsante per far cadere la gente nelle botole.
Quelli che quando hanno i loro nemici in pugno se li fanno scappare dopo aver spiegato per filo e per segno le mosse che hanno programmato per vincere la sfida: insomma i cattivi imbecilli di cui sono pieni i libri e i film.
Io penso che ci sia una maniera molto semplice per evitare di fare dei cattivi del genere. Pensate a degli esseri umani, che per un motivo o per l'altro hanno scelto una cattiva strada, ma che avevano doti per essere diversi. Non pensate al bruto di quartiere, criminale limitato che è stato colato nello stampino dalle circostanze senza poter mai fare una vera scelta, ma a qualcuno che è in grado di fare cose più in grande. Pensate magari a personaggi storici ritenuti cattivi, e riflettete sul fatto che loro non si credevano così, per un motivo o per l'altro pensavano di avere ragione, oppure (anche sapendo di sbagliare) pensavano di avere le proprie ragioni.
La trappola peggiore, per chi vuole creare degli antagonisti, è quella del manicheismo (*). Il brutto regalo che un grande scrittore come Tolkien ha fatto al fantasy. I cattivi che sono il "male assoluto" possono essere usati nell'horror, per far paura, ma funzionano più per come si crea il contorno che per loro stessi. Nel fantasy funzionano anche meno, sono una macchia nera da evitare per i buoni, non una parte che contribuisce alla storia. Non sono definibili, non hanno niente da dire in effetti, anche quando disegnati bene sono poco più di un'immagine paralizzata, come un coro di angeli visto al negativo. Magari tanti non saranno d'accordo, ma che personalità ha Sauron?
(*) se non sai cosa vuol dire, vergognati, e poi clicca qui.
martedì 8 febbraio 2011
sabato 5 febbraio 2011
Dune (il gioco)
Finalmenteho potuto conoscere un vecchio successo della storica casa produttrice di wargames, la Avalon Hill: si tratta di Dune, prodotto nel lontano 1979 e ispirato all'omonimo libro di fantascienza.
Il sistema di gioco è stato sviluppato dai progettisti di un altro (semplicissimo) giochino, Cosmic Encounters, e alcuni elementi si riconoscono, nel senso che le caratteristiche delle varie fazioni sembrano fatte apposta per obbligarle a trattare fra loro, allearsi o scontrarsi.
Il gioco si basa sulle forze che si trovano sul pianeta (ma non tutte le fazioni hanno rilevanti forze militari), su delle carte che forniscono vari poteri e che si acquisiscono impadronendosi della Spezia, e sui poteri di ciascuna fazione. Ci sono i vari leader, senza molta caratterizzazione (salvo un numero che ci dice quanto sono in gamba) e alcuni di essi si riveleranno dei traditori. Ovviamente le caratteristiche del pianeta, con le tempeste di sabbia terribili e i vermoni che producono la Spezia, sono ben presenti. I poteri delle fazioni creano delle situazioni interessanti e alcuni sono veramente temibili, come quelli delle sacerdotesse Bene Gesserit, cui ci si riferiva (nella partita che ho giocato) con vari epiteti irriferibili. Che fazione è toccata a me? I Fremen, fieri e bellicosi, molto interessanti nel libro, ma anche dei poveracci: questo si vede molto bene nel gioco dove, privi dei bonus che permettono (agli altri!) di procurarsi carte speciali e vari frizzi e lazzi, i Fremen per raggiungere i propri obiettivi devono generosamente sacrificare il proprio sangue accettando perdite molto forti.
Il mio parere si basa in verità su una sola partita che non abbiamo nemmeno portato fino alla fine. Non posso essere definitivo col mio parere, qui, ma questo vecchio gioco si è rivelato molto interessante e capisco perché ci sia interesse a ripubblicarlo. Mi è anche chiaro, adesso, perché le copie usate di Dune riescano a tirare dei prezzi così forti sui mercati degli appassionati.
Il sistema di gioco è stato sviluppato dai progettisti di un altro (semplicissimo) giochino, Cosmic Encounters, e alcuni elementi si riconoscono, nel senso che le caratteristiche delle varie fazioni sembrano fatte apposta per obbligarle a trattare fra loro, allearsi o scontrarsi.
Il gioco si basa sulle forze che si trovano sul pianeta (ma non tutte le fazioni hanno rilevanti forze militari), su delle carte che forniscono vari poteri e che si acquisiscono impadronendosi della Spezia, e sui poteri di ciascuna fazione. Ci sono i vari leader, senza molta caratterizzazione (salvo un numero che ci dice quanto sono in gamba) e alcuni di essi si riveleranno dei traditori. Ovviamente le caratteristiche del pianeta, con le tempeste di sabbia terribili e i vermoni che producono la Spezia, sono ben presenti. I poteri delle fazioni creano delle situazioni interessanti e alcuni sono veramente temibili, come quelli delle sacerdotesse Bene Gesserit, cui ci si riferiva (nella partita che ho giocato) con vari epiteti irriferibili. Che fazione è toccata a me? I Fremen, fieri e bellicosi, molto interessanti nel libro, ma anche dei poveracci: questo si vede molto bene nel gioco dove, privi dei bonus che permettono (agli altri!) di procurarsi carte speciali e vari frizzi e lazzi, i Fremen per raggiungere i propri obiettivi devono generosamente sacrificare il proprio sangue accettando perdite molto forti.
Il mio parere si basa in verità su una sola partita che non abbiamo nemmeno portato fino alla fine. Non posso essere definitivo col mio parere, qui, ma questo vecchio gioco si è rivelato molto interessante e capisco perché ci sia interesse a ripubblicarlo. Mi è anche chiaro, adesso, perché le copie usate di Dune riescano a tirare dei prezzi così forti sui mercati degli appassionati.
domenica 30 gennaio 2011
Labyrinth
Nei lontani anni '80 Jennifer Connelly era ancora una ragazzina e David Bowie era ancora giovane e carismatico come non mai. Però, mentre lei posso aspettarmela in un film come questo, mi sono sempre domandato cosa ci facesse Bowie, in verità.
Ovviamente sto parlando di Labyrinth, che ho visto a spizzichi anni fa (completamente dimenticato, nel frattempo) e adesso ho avuto l'opportunità di vedere tutto intero per la prima volta. A dire il vero non avevo avuto fretta, in passato, perché era un film "troppo per bambini," e anche perché non ero un entusiasta dei Muppets (che, sotto varie spoglie fantasiose, compaiono qui con il loro creatore, Jim Henson, che fa anche da regista).
Il film l'ho rivalutato ma la storia non è un gran che oggi come non lo era allora (un avventura un po' stile Alice nel Paese delle Meraviglie, e tutta in un sogno). Devo anche ammettere che le colonne sonore roccheggianti (o comunque con musica evidentemente moderna) mi spiazzano un po' quando un film va sul fantastico, ma alla fine diciamo pure che ci sono parecchie scene divertenti e che, rispetto a tanta grafica al computer noiosa e ripetitiva di oggi, questi pupazzi creati con sana inventiva funzionano addirittura meglio. C'è immaginazione (le scene ispirate al lavoro di Escher le ho trovate piacevolissime), bei colori, veramente un bello spettacolo per i mezzi disponibili all'epoca.
E, forse perché sono diventato vecchiotto, non mi dà nessun fastidio il fatto che sia un film per bambini e ragazzi.
Ovviamente le storie ambientate nei sogni, poiché può semplicemente succedervi di tutto, non offrono una gran logica da seguire e in questo caso sappiamo anche tutti che andrà, in un modo o nell'altro, a finire bene. Non c'è neanche una "spalla" del protagonista che potrebbe finire male (e lei di sicuro ce la fa, ovviamente si salverà anche il bambino) pertanto tutto il gusto del film è ammirare le scenografie, i vari mostriciattoli e pupazzi, e la fantasia delle scene. Pertanto chi vuole una trama pregna di significati dovrà cercare da un'altra parte.
Nella foto: Jennifer Connelly (una foto recente, però).
Ovviamente sto parlando di Labyrinth, che ho visto a spizzichi anni fa (completamente dimenticato, nel frattempo) e adesso ho avuto l'opportunità di vedere tutto intero per la prima volta. A dire il vero non avevo avuto fretta, in passato, perché era un film "troppo per bambini," e anche perché non ero un entusiasta dei Muppets (che, sotto varie spoglie fantasiose, compaiono qui con il loro creatore, Jim Henson, che fa anche da regista).
Il film l'ho rivalutato ma la storia non è un gran che oggi come non lo era allora (un avventura un po' stile Alice nel Paese delle Meraviglie, e tutta in un sogno). Devo anche ammettere che le colonne sonore roccheggianti (o comunque con musica evidentemente moderna) mi spiazzano un po' quando un film va sul fantastico, ma alla fine diciamo pure che ci sono parecchie scene divertenti e che, rispetto a tanta grafica al computer noiosa e ripetitiva di oggi, questi pupazzi creati con sana inventiva funzionano addirittura meglio. C'è immaginazione (le scene ispirate al lavoro di Escher le ho trovate piacevolissime), bei colori, veramente un bello spettacolo per i mezzi disponibili all'epoca.E, forse perché sono diventato vecchiotto, non mi dà nessun fastidio il fatto che sia un film per bambini e ragazzi.
Ovviamente le storie ambientate nei sogni, poiché può semplicemente succedervi di tutto, non offrono una gran logica da seguire e in questo caso sappiamo anche tutti che andrà, in un modo o nell'altro, a finire bene. Non c'è neanche una "spalla" del protagonista che potrebbe finire male (e lei di sicuro ce la fa, ovviamente si salverà anche il bambino) pertanto tutto il gusto del film è ammirare le scenografie, i vari mostriciattoli e pupazzi, e la fantasia delle scene. Pertanto chi vuole una trama pregna di significati dovrà cercare da un'altra parte.
Nella foto: Jennifer Connelly (una foto recente, però).
domenica 23 gennaio 2011
L'Azteco
Iniziamo con l'ammettere che qui il fantastico non c'entra. Il libro si intitola L'Azteco e narra dei Mexica, o Aztechi, e di come vennero schiacciati dall'invasione di Cortes. Per me quegli eventi sono straordinariamente interessanti, come interessante era la cultura che venne spazzata via, perciò ho letto questo romanzo storico con piacere anche se di solito non apprezzo molto la categoria.
O meglio: se i personaggi e gli eventi reali compaiono poco o niente e stanno sullo sfondo, mi sta bene, se si mette in bocca a un persoanggio veramente esistito una frase che non ha detto, o gli vengono fatte compiere azioni che non ha compiuto, divento estremamente schizzinoso.
Questo romanzo storico in particolare, secondo me, soffre anche di altri problemi che, ammetto, sono frequenti e difficilmente evitabili: l'anacronismo del modo di parlare e di pensare è uno di essi.
Inoltre, nonostante l'autore sia senz'altro preparato, alcuni fatti storici sono modificati a favore della narrazione (male!) e avvengono una certa quantità di fatti improbabili.
Detto tutto questo, e nonostante siano difetti che soffro più di molti altri lettori, fondamentalmente mi sono goduto la lettura.
Gary Jennings, che pubblicò l'Azteco nel 1980, è morto nel 1999 poco dopo averne scritto un seguito. Dopo la sua morte l'opera ha avuto il mesto destino dei bestseller, venendo ulteriormente continuata da un altro scrittore. Quella che viene narrata in questo primo libro è la storia di Mixtli, la cui parabola parte da una località oscura, si sposta alla capitale Azteca (Tenochtitlan) e lo conduce in tutta una serie di viaggi, finché il nostro protagonista riuscirà a diventare nobile, per poi perdere tutto. Il libro è molto lungo (oltre 1000 pagine), un particolare che generalmente non mi è gradito. Devo però riconoscere che Jennings ha saputo creare un affresco di ampio respiro, un personaggio cui mi sono affezionato e che ho lasciato con dispiacere.
Il libro è strutturato in lettere, che sarebbero la fedele trascrizione di ciò che Mixtli racconta ai frati che ne raccolgono le memorie, accompagnate da una relazione del perfido vescovo Zumurraga, che spedisce questo materiale al sovrano spagnolo Carlo V, desideroso di sapere la storia di questo mondo che i suoi soldati hanno schiacciato.
Mixtli nasce prima dell'arrivo degli stranieri bianchi, e si segnala per la propria intelligenza e intraprendenza fin da bambino. Pur nascendo in una classe sociale che avrebbe dovuto escluderlo da certe conoscenze diventerà abile nella tecnica di scrittura assai particolare del suo mondo: ma le sue avventure sono spesso sfortunate e si farà anche dei nemici molto insistenti nel cercare di rovinarlo.
Ci sono anche scene di sesso di ogni genere e variazione, con il narratore che si diverte a tormentare le pudiche orecchie del vescovo e farlo fuggire infuriato: in effetti sembra proprio che il nostro azteco faccia apposta. O forse dovrei dire che fa apposta lo scrittore, a solleticare il lettore con questo eccesso di scene piccanti. Per me è una esagerazione.
Un altro aspetto dove l'azteco incontra lo sfavore inorridito dei frati che ne trascrivono le memorie è ovviamente quello della religione sanguinaria praticata dai sacerdoti del suo popolo. Mixtli tende a minimizzare e a trovare delle ragioni per quegli eccessi, e lascia chiaramente trasparire come la propria conversione al cristianesimo sia solo una superficiale convenienza. Poi mette spesso il dito nella piaga rivelando gli errori dei suoi nuovi padroni, e sottintende che i cristiani per tanti aspetti non sono meglio dei sacerdoti aztechi (attirandosi l'odio del vescovo).
In realtà, e qui Jennings forse ha qualche incertezza su come costruire il proprio personaggio, Mixtli odia i fanatismi dei preti messicani non meno dell'ipocrisia e pudicizia cristiana. Tuttavia (e non potrebbe essere diversamente) più o meno è un credente e segue la sua religione (che storicamente venne difesa dalla maggioranza del resto: l'orrore cristiano per i sacrifici umani spesso non era apprezzato nemmeno dalle vittime designate di tali sacrifici).
Manca purtroppo quello che forse non avrei dovuto nemmeno sperare di trovare: una credibile, convincente versione della visione del mondo di questo popolo che si era inventato divinità terrorizzanti, spietate, che chiedevano sangue a dismisura per concedere agli uomini di sopravvivere.
Jennings ha scritto un bel libro, si è ben documentato, ma non credo sia riuscito davvero a penetrare nella mente degli Aztechi.
O meglio: se i personaggi e gli eventi reali compaiono poco o niente e stanno sullo sfondo, mi sta bene, se si mette in bocca a un persoanggio veramente esistito una frase che non ha detto, o gli vengono fatte compiere azioni che non ha compiuto, divento estremamente schizzinoso.
Questo romanzo storico in particolare, secondo me, soffre anche di altri problemi che, ammetto, sono frequenti e difficilmente evitabili: l'anacronismo del modo di parlare e di pensare è uno di essi.
Inoltre, nonostante l'autore sia senz'altro preparato, alcuni fatti storici sono modificati a favore della narrazione (male!) e avvengono una certa quantità di fatti improbabili.
Detto tutto questo, e nonostante siano difetti che soffro più di molti altri lettori, fondamentalmente mi sono goduto la lettura.
Gary Jennings, che pubblicò l'Azteco nel 1980, è morto nel 1999 poco dopo averne scritto un seguito. Dopo la sua morte l'opera ha avuto il mesto destino dei bestseller, venendo ulteriormente continuata da un altro scrittore. Quella che viene narrata in questo primo libro è la storia di Mixtli, la cui parabola parte da una località oscura, si sposta alla capitale Azteca (Tenochtitlan) e lo conduce in tutta una serie di viaggi, finché il nostro protagonista riuscirà a diventare nobile, per poi perdere tutto. Il libro è molto lungo (oltre 1000 pagine), un particolare che generalmente non mi è gradito. Devo però riconoscere che Jennings ha saputo creare un affresco di ampio respiro, un personaggio cui mi sono affezionato e che ho lasciato con dispiacere.
Il libro è strutturato in lettere, che sarebbero la fedele trascrizione di ciò che Mixtli racconta ai frati che ne raccolgono le memorie, accompagnate da una relazione del perfido vescovo Zumurraga, che spedisce questo materiale al sovrano spagnolo Carlo V, desideroso di sapere la storia di questo mondo che i suoi soldati hanno schiacciato.
Mixtli nasce prima dell'arrivo degli stranieri bianchi, e si segnala per la propria intelligenza e intraprendenza fin da bambino. Pur nascendo in una classe sociale che avrebbe dovuto escluderlo da certe conoscenze diventerà abile nella tecnica di scrittura assai particolare del suo mondo: ma le sue avventure sono spesso sfortunate e si farà anche dei nemici molto insistenti nel cercare di rovinarlo.
Ci sono anche scene di sesso di ogni genere e variazione, con il narratore che si diverte a tormentare le pudiche orecchie del vescovo e farlo fuggire infuriato: in effetti sembra proprio che il nostro azteco faccia apposta. O forse dovrei dire che fa apposta lo scrittore, a solleticare il lettore con questo eccesso di scene piccanti. Per me è una esagerazione.
Un altro aspetto dove l'azteco incontra lo sfavore inorridito dei frati che ne trascrivono le memorie è ovviamente quello della religione sanguinaria praticata dai sacerdoti del suo popolo. Mixtli tende a minimizzare e a trovare delle ragioni per quegli eccessi, e lascia chiaramente trasparire come la propria conversione al cristianesimo sia solo una superficiale convenienza. Poi mette spesso il dito nella piaga rivelando gli errori dei suoi nuovi padroni, e sottintende che i cristiani per tanti aspetti non sono meglio dei sacerdoti aztechi (attirandosi l'odio del vescovo).
In realtà, e qui Jennings forse ha qualche incertezza su come costruire il proprio personaggio, Mixtli odia i fanatismi dei preti messicani non meno dell'ipocrisia e pudicizia cristiana. Tuttavia (e non potrebbe essere diversamente) più o meno è un credente e segue la sua religione (che storicamente venne difesa dalla maggioranza del resto: l'orrore cristiano per i sacrifici umani spesso non era apprezzato nemmeno dalle vittime designate di tali sacrifici).
Manca purtroppo quello che forse non avrei dovuto nemmeno sperare di trovare: una credibile, convincente versione della visione del mondo di questo popolo che si era inventato divinità terrorizzanti, spietate, che chiedevano sangue a dismisura per concedere agli uomini di sopravvivere.
Jennings ha scritto un bel libro, si è ben documentato, ma non credo sia riuscito davvero a penetrare nella mente degli Aztechi.
martedì 18 gennaio 2011
Le biblioteche devono fare politica?
Ci mancava solo che partisse una proposta, in quel di Venezia e dintorni, per far sparire dalle biblioteche i libri degli scrittori che firmarono una iniziativa a favore di Cesare Battisti, latitante in Brasile.
Del caso mi limito a dire che preferirei vedere quel personaggio scontare la sua pena in Italia; della scelta di quegli scrittori basti dire che ognuno firma le petizioni che vuole.
Trovo perciò sconfortante che si voglia creare contro di loro una sorta di censura punitiva, visto e considerato il ruolo pubblico che le biblioteche dovrebbero avere. Ruolo che per avere senso andrebbe interpretato con la maggiore apertura mentale possibile.
Non penso che alla fine qualcuno verrà davvero danneggiato da quest'iniziativa, che non mi sembra abbia grandissime possibilità di essere messa in atto, ma sarebe stato meglio che non fosse stata nemmeno proposta.
Del caso mi limito a dire che preferirei vedere quel personaggio scontare la sua pena in Italia; della scelta di quegli scrittori basti dire che ognuno firma le petizioni che vuole.
Trovo perciò sconfortante che si voglia creare contro di loro una sorta di censura punitiva, visto e considerato il ruolo pubblico che le biblioteche dovrebbero avere. Ruolo che per avere senso andrebbe interpretato con la maggiore apertura mentale possibile.
Non penso che alla fine qualcuno verrà davvero danneggiato da quest'iniziativa, che non mi sembra abbia grandissime possibilità di essere messa in atto, ma sarebe stato meglio che non fosse stata nemmeno proposta.
domenica 16 gennaio 2011
Gioca Torino
Ho fatto una capatina all'Incontro Nazionale degli Inventori di Giochi, che si è tenuto a Torino (è la settima edizione). Anzi a dire il vero nel momento in cui scrivo la manifestazione non è ancora chiusa.
Dei tre interventi ho assisito all'unico in programma oggi (Bruno Cathala e Vlaada Chvatil parlavano di creatività e giochi, moderatore Walter Obert).
L'occasione sarebbe stata più lieta se l'uscita del mio The Island non fosse stata rimandata a data da destinarsi causa la cessazione della collaborazione fra la AEG (americana) e la italianissima Dust Games. Così come stanno le cose, rimango quindi fra gli inventori di belle speranze.
La cosa più degna di nota oggi è stata la partecipazione degli interessati: la manifestazione era affollata di inventori coi loro vari prototipi: una visione veramente stimolante!
Per quanto riguarda la pubblicazione, mi sa che noi italiani siamo conciati un po' come con l'editoria: tanti si propongono, ma c'è posto per pochi. Contrariamente agli aspiranti scrittori, però, gli inventori di giochi hanno una scappatoia assai utile: dal momento che basta tradurre una mole piuttosto modesta di scritto per essere "internazionali", il mondo ludico italiano talvolta riesce a trovare la via della pubblicazione o della distribuzione tramite operatori stranieri. Il che, spero, dovrebbe essere in parte anche il mio caso.
Dei tre interventi ho assisito all'unico in programma oggi (Bruno Cathala e Vlaada Chvatil parlavano di creatività e giochi, moderatore Walter Obert).
L'occasione sarebbe stata più lieta se l'uscita del mio The Island non fosse stata rimandata a data da destinarsi causa la cessazione della collaborazione fra la AEG (americana) e la italianissima Dust Games. Così come stanno le cose, rimango quindi fra gli inventori di belle speranze.
La cosa più degna di nota oggi è stata la partecipazione degli interessati: la manifestazione era affollata di inventori coi loro vari prototipi: una visione veramente stimolante!
Per quanto riguarda la pubblicazione, mi sa che noi italiani siamo conciati un po' come con l'editoria: tanti si propongono, ma c'è posto per pochi. Contrariamente agli aspiranti scrittori, però, gli inventori di giochi hanno una scappatoia assai utile: dal momento che basta tradurre una mole piuttosto modesta di scritto per essere "internazionali", il mondo ludico italiano talvolta riesce a trovare la via della pubblicazione o della distribuzione tramite operatori stranieri. Il che, spero, dovrebbe essere in parte anche il mio caso.
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