giovedì 4 marzo 2010

Junta


Un gioco antichissimo, pubblicato nella sua edizione originale dalla West End Games, e stiamo parlando di più di 30 anni fa. Il gioco si ispira ai dittatori sudamericani dell'epoca, alle varie banana republic dove il colpo di stato e la corruzione erano all'ordine del giorno.
Oggi da quelle parti la corruzione non credo sia scomparsa (non scompare mai) ma non ci sono più le familiari immagini di carri armati per le strade, aerei da guerra di seconda mano americana che sfrecciano nei cieli buttando bombe a casaccio e così via.
Junta è da giocare in molte persone (massimo sette) per poter godere pienamente della sua caratteristica principale, la necessità di agire e interagire tra molte forze contrastanti.

Ogni anno la giunta del presidente (il generalissimo di turno) si riunisce per spartire dei quattrini. Ai tempi (mooolti anni fa) mi spiegarono le regole dicendo che erano gli aiuti USA a sostegno della lotta per la "democrazia" e contro il comunismo: comunque sia, ci sono questa carte che rappresentano dei bei dollaroni e i vari componenti del governo devono spartirseli. Il presidente può decidere di fare la parte del leone e tenersene una buona fetta per se stesso, o spartirli più giustamente, però deve vincere in un giro di voti (si vota usando delle carte di influenza politica che si pescano dal mazzo, che contiene anche assassini prezzolati, bustarelle da incassare, cortei di alleati che si possono usare militarmente e altre amenità).

Ovviamente il presidente dovrà dare un bel po' di soldi al ministro dell'interno, che controlla la polizia e può tentare una volta a turno di far sparare un altro giocatore (che potrebbe essere il presidente stesso). Poi in ordine di importanza ci sono i comandanti delle tre brigate di truppe terrestri, quindi il comandante dell'aviazione (che dispone di aerei da combattimento e paracadutisti) e quello della marina (il più misero, con una cannoniera e un'unità di marines).

Dopo l'approvazione del bilancio c'è una fase critica: ciascun giocatore decide dove si trova fisicamente (usando dei chit che indicano la locazione) nascondendolo agli altri, e chi può (ovvero il ministro dell'interno e chi ha una carta di assassino) cerca di eliminare uno o più degli altri giocatori, indovinando dov'è andato.
Tra le locazioni la più importante è la banca. Perché se si va in banca e si riesce a non farsi ammazzare, si può depositare il denaro nel proprio conto svizzero (accumulare soldi nella repubblica elvetica è lo scopo del gioco). Se si viene uccisi, il proprio denaro viene preso dall'uccisore.

Dopo gli assassinii politici c'è la fase di golpe. Per effettuarlo bisogna creare un pretesto (ma è molto facile). C'è una rapida fase di battaglia urbana per occupare le cinque zone principali (palazzo presidenziale, radio, ecc...) dopodiché si verificano le lealtà (è possibile cambiare casacca all'ultimo minuto, ma non per il presidente, che rimane ovviamente lealista a se stesso) e se il golpe controlla la maggior parte delle aree nevralgiche cominciano le esecuzioni di massa (ovvero i ribelli possono ammazzare i lealisti e prendere il loro denaro ad eccezione ovviamente di quello depositato nella banca svizzera).
Alla fine del turno il presidente (se è sopravvissuto agli assassini e all'eventuale golpe) può dimettersi. Se lo fa (o se è stato eliminato) c'è una rielezione.

Insomma un gioco di tradimenti, ladrocinio e pugnalate alla schiena. Un difetto comune ai giochi di quell'epoca è una durata eccessiva, soprattutto con giocatori litigiosi che fanno continuamente colpi di stato. Ma ha anche i suoi momenti esilaranti.

In questo gioco mantenevo un record, nella mia cerchia di amici: da presidente non ero mai stato abbattuto, riuscendo a resistere in sella fino alla mia decisione di dimettermi. Le regole per riuscirci erano: scegliere i collaboratori che sembrano fedeli e remunerarli bene, a costo di prender pochi soldi io stesso; con i ribelli e i noti litigiosi adottare una regola spietata (fare il budget senza dar loro alcun denaro visto che tanto non si può far contenti tutti), ruotare spesso la pericolosa carica di ministro dell'interno e dare le dimissioni in tempi ragionevolmente brevi per poi magari ripropormi in seguito.
Dopo molti anni, poco tempo fa, abbiamo ripreso in mano questo gioco e sono stato eliminato ben due volte (senza nemmeno che arrivassimo in fondo alla partita) per non aver applicato con coerenza queste norme. Si vede che sto invecchiando...

lunedì 1 marzo 2010

Spedizione di Soccorso


Arthur Clarke, scienziato e scrittore inglese venuto a mancare pochi anni fa, è stato un esponente della fantascienza più dura, autore di storie dove la verosimiglianza scientifica era conservata il più possibile. Ricordato principalmente per 2001 Odissea nello Spazio (dove dimostrata tra l'altro di essere capace di introdurre l'elemento mistico nelle sue storie), ha avuto una carriera assai lunga. Urania ha riproposto di recente una raccolta delle sue storie brevi nella raccolta che porta il nome Spedizione di Soccorso, titolo del racconto che apre la lista.

I racconti sono belli, tutto sommato. Qualcuno soffre di ingenuità narrative, qualcuno mi ha convinto di meno, ma generalmente sono ben scritti e hanno un guizzo finale inaspettato che ne esalta il valore. La Stella, del 1955, è stato controverso per il suo contenuto "blasfemo" (leggete e capirete), il celebre I Nove Miliardi di Nomi di Dio ha invece un sottile sentimento mistico che si svela nel finale, e molto carino è Spedizione di Soccorso (con una frase finale molto felice). Pieno di tensione Estate su Icaro (una corsa contro il tempo per salvarsi, visto che l'estate di un asteroide esporrebbe il protagonista ai raggi diretti del sole, insostenibili).
Un po' esagerato Superiorità, dove qualche discorso sugli errori tecnici e strategici non mi torna, e a mio parere anche Prima dell'Eden.

Forse la fantascienza classica ha già detto tutto quello che aveva da dire ma vale sempre la pena di riscoprirla (o di avvicinarsi per la prima volta, per chi non la conosce). Consigliato.

giovedì 25 febbraio 2010

Ha ragione Google o no?

Off topic? Fino a un certo punto...

Si sono scomodati anche Hillary Clinton e l'ambasciatore americano a Roma: del resto saremo magari un piccolo paese periferico, ma la presa di posizione contro la libertà della rete è piuttosto forte, quasi a livello...cinese.
Riepilogando quello che è successo, si tratta del famoso video pubblicato in rete da alcuni ragazzi che si sono ripresi mentre sottoponevano un compagno down a delle vessazioni. La sentenza dei giudici non colpisce il contenuto del video, ma condanna tre esponenti di Google Italy per non aver tutelato la privacy della vittima.
Google si difende dicendo che le persone incriminate non hanno né girato né diffuso il video. Che però è rimasto visibile per parecchi giorni (un paio di mesi secondo il sito di Repubblica) prima che venisse tolto. Anche lì, la difesa di Google è che appena c'è stata una richiesta ufficiale il video è stato rimosso.

Se la sono presa anche quelli di Wired...



Con buona pace di chi pensa che i giudici siano tutti comunisti sfegatati, questa sentenza è un ottimo precedente per favorire i tentativi (finora goffi e subito abortiti) di mettere sotto controllo la rete in Italia. Forse è esagerato dire che la rete sia l'ultimo baluardo dell'informazione libera (l'opposizione ha bene o male ancora i suoi spazi televisivi), forse anche presso l'opposizione o parte di essa della libertà in rete se ne farebbe ben volentieri a meno, anche se non c'è il coraggio di dirlo, insomma è abbastanza certo che la rete può dare fastidio: perché non addomesticarla?
Mettere un semplice blogger (come il sottoscritto) nella posizione di un responsabile di testata di stampa può essere un buon modo per intimidirlo (e magari convincerlo a cercare un altro passatempo): fino a che il blogger è semplicemente una persona che dice quello che gli pare e lo rende disponibile a un certo indirizzo web, non è così facile venire a bloccarlo anche se, giustamente, resta responsabile di quello che dice (e quello che è illegale offline, giustamente, lo è anche online). Ben altra è la situazione se una pagina come, diciamo, Mondi Immaginari ha le stesse responsabilità del Corriere della Sera.

Poi ci sono i contenuti pubblicati su siti come Facebook o Youtube. Dove tanti si sbizzarriscono con le cose peggiori. Questo materiale creato (o scopiazzato) dagli utenti è business, perché crea l'aggregazione e la visibilità in rete. La posizione dei provider è se vogliamo un po' comoda e quindi lo è anche la difesa. Per citarne una di tante: se uno pubblica una atrocità per mezzo di Google Video, Youtube o un social network l'azienda non ne è responsabile più di quanto le poste siano responsabili se qualcuno spedisce materiale vietato, di qualsiasi tipo, dentro un pacco.

Presa di posizione con qualche crepa quando consideriamo che proprio il regime cinese ha avuto delle grandi vittorie nell'addomesticare questi colossi commerciali e costringerli a proibire i contenuti sgraditi. Perciò questa difesa della libertà totale è, a mio modesto avviso, un po' pelosa, visto che la si fa in maniera diversa a seconda del territorio.

Diciamo che se il postino non è tenuto a sapere cosa contiene il pacco, i contenuti illegali che dilagano senza controllo in rete (e spesso vengono segnalati, diventano fatto sociale, ecc...) sono visibili, sono soggetti ai fitti richiami incrociati dei link e della diffusione virale degli utenti (l'interesse sempre mutevole per la cacchiata del momento, ecc...) e potrebbero essere monitorati per impedire gli abusi più clamorosi. Mi sembra un po' troppo comodo dire di essere per la libertà assoluta solo perché monitorare vuol dire spendere dei soldi.

Con questo non dico di essere a favore della sentenza al cento per cento, e la difesa della libertà in rete preoccupa anche me. Non ho in mano una regola di facile applicazione per affermare il concetto (in maniera fattibile e non repressiva) che questi colossi un occhio ai contenuti ce lo dovrebbero dare, allo stesso tempo senza subissarli di responsabilità troppo difficili da seguire. Però la risposta di Google mi sembra troppo comoda. Così come un blog non è il Corriere della Sera, un fornitore di servizi (che mette a disposizione mezzi studiati apposta per condividere i contenuti con un largo pubblico) non è l'equivalente di un postino che va in giro con un pacco sigillato.

mercoledì 24 febbraio 2010

E' tutta colpa di D&D

Se conoscete l'inglese e non vi siete ancora stancati di leggere cose cretine riguardo ai giochi di ruolo (in questo caso D&D, come al solito: è il più famoso e quindi si prende tutte le colpe), date un'occhiata a questo articolo:
http://news.bostonherald.com/news/regional...suspect_in_slays_fan_of_dungeons/
riguardante Amy Bishop, una professoressa che ha sparato ai suoi colleghi in una università dell'Alabama.

domenica 21 febbraio 2010

Ginger Snaps


Mi son perso la prima del nuovo film di lupi mannari con Benicio del Toro (ma se devo credere al punteggio ben misero ottenuto finora da The Wolfman su Rottentomatoes, sembra che non mi son perso niente) e invece ho finalmente trovato il tempo di vedere un film canadese di una decina di anni fa sullo stesso soggetto: Ginger Snaps, diretto da un regista che aveva lavorato solo per la televisione (John Fawcett) e interpretato nei ruoli principali da Katharine Isabelle (la ragazza castana sulla destra nel poster) ed Emily Perkins (la mora sulla sinistra), due attrici canadesi di cui non so niente, se non che la Perkins ha recitato in It da ragazzina.

La storia è incentrata su queste due ragazze che condividono una macabra ossessione per la morte (si fotografano in pose "forensiche" con tanto di sangue, armi del delitto ecc...) e un modo di vestirsi piuttosto dark (o gotico o come si dice oggi). Le due ragazze sono molto unite ma non legano con i coetanei, tutt'altro, e quando una delle due (Ginger, interpretata da Katharine Isabelle) viene morsa da un licantropo l'altra (Brigitte, ovvero Emily Perkins) si batte contro tutto il mondo per aiutarla, aiutandola a nascondere alla famiglia i cambiamenti in atto nel corpo della sorella e le prove dei delitti che inevitabilmente comincia a commettere.
Allo stesso tempo cerca di trovare un rimedio per la maledizione che è caduta su Ginger.
Dal momento che l'attacco del licantropo avviene proprio quando Ginger per la prima volta ha le mestruazioni, è evidente il collegamento simbolico tra i due avvenimenti (c'è una scena in cui le due cercano di spiegare in una specie di consultorio cosa sta succedendo, ma tutto viene scambiato per i normali sintomi dell'ingresso nell'età adulta).

Le speranze di Brigitte non sembrano avere però una risposta positiva, poiché Ginger diventa sempre più incontrollabile e comincia a farle paura. La trama la lascio qui, mi limito a dire che il film mi è piaciuto pur avendo effetti speciali non proprio all'altezza e qualche particolare che mi ha lasciato perplesso. La storia mescola bene i momenti intimi e personali con la minaccia sovrannaturale della licantropia, procedendo in maniera non convenzionale e facendo a meno dei soliti paradigmi hollywoodiani di questo tipo di trame. Non manca qualche momento divertente e l'umorismo nero, e c'è una buona dose di attesa e di suspence (anche se per me la scena finale è troppo lunga). Il tutto interpretato assai bene dalle due strane protagoniste. Per qualche aspetto Ginger Snaps mi ha ricordato lo svedese Lasciami Entrare, e certamente questi due film mi sono piaciuti più delle produzioni americane che impazzano da anni (Twilight, Underworld, Van Helsing e così via).

Ginger Snaps (titolo italiano: Licantropia Evolution) ha avuto un seguito (Ginger Snaps II: Unleashed) e un prequel (Ginger Snaps Back: The Beginning) tradotti rispettivamente come Licantropia Apocalypse e Licantropia. Se avete pensato che i titoli italiani fanno schifo, sappiate che sono d'accordo. Del seguito so solo che segue le avventure di Brigitte alcuni anni dopo e che andò malissimo al botteghino, forse perché non c'era più la bella e carismatica Katharine Isabelle. Perciò il terzo (il prequel) non uscì nemmeno nelle sale ma direttamente su DVD: si tratta di un film su due ragazze identiche alle protagoniste, ma ambientato nell'ottocento.

Su IBS li trovate tutti e tre a pochi euro.

domenica 14 febbraio 2010

Dopo che la tribù dell'Orissa che ha implorato James Cameron di interessarsi al suo destino (è minacciata da una compagnia mineraria, come in Avatar) anche i Palestinesi usano il film dei gattoni blu come simbolo della loro oppressione (su cui ci sarebbe da fare un discorso un po' più complesso, però).



Sulla trama di Avatar c'è da dire tutto quello che c'è da dire (non proprio in positivo), ma le lacrime di coccodrillo dell'uomo moderno (come le ho definite io nella mia recensione di un paio di settimane fa) sembra che vengano prese stranamente sul serio dai disperati della Terra. Forse vogliono vedere il bluff?