Ci ho messo un po' di anni a scavare nella mia lista di libri da leggere, anche perché spesso e volentieri facevo sì che qualcosa di nuovo e più moderno lo sorpassasse. Alla fine "per dovere" l'ho letto, ma con abbondanti preavvisi sulla tragica realtà: non è un bel libro. La Figlia della Ladra di Sogni è una delle continuazioni "post mortem" delle avventure di Elric di Melniboné, personaggio eccelso di Michael Moorcock: di entrambi ho parlato parecchio in questo blog.
Ceduta già la parte principale della suspence, dando al lettore la certezza che a me il libro non è piaciuto, ne parlerò anticipando la trama liberamente (il mio parere dev'essere particolarmente inutile in un caso come questo: se siete fanatici di Moorcock il libro lo leggerete ugualmente, anzi, lo avete probabilmente già letto; altrimenti non vi capiterà in mano se non per sbaglio).
In questo libro il protagonista è un nobile tedesco, un certo Ulric von Bek, membro di una famiglia nobile, che ha vantato nel tempo diversi personaggi eccentrici o misteriosi. Siamo negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale e il nostro nobile vede, con prevedibile sprezzo aristocratico, l'ascesa dei nazisti minacciare le sue stesse fortune. C'è infatti un suo cugino, Gaynor, finito nel partito nazista per opportunismo, che comincia a tormentarlo riguardo a un cimelio che tiene nella sua magione: guarda caso, si tratta di una spada (e guarda caso, Ulric è albino)...
Nella questione è coinvolto anche il Sacro Graal, che serve alla vittoria hitleriana: Gaynor lo chiede insistentemente ma von Bek pensa sinceramente che non abbia mai avuto a che fare con la sua famiglia. Comunque sia, i nazisti cominciano a braccare il nostro nobile tedesco, che si affida alla Rosa Bianca per fuggire (prima e non ultima forzatura storica: la Rosa Bianca viene presentata come una potente organizzazione che può organizzare la fuga di Bek all'estero: in effetti erano un gruppo di studenti che distribuivano volantini nella propria città).
Finalmente i soccorsi arrivano, salvano il nobile da un lager, e tra i resistenti si trova Oona, la figlia della ladra di sogni del titolo (la ladra di sogni è un personaggio di un precedente romanzo di Moorcock). La ragazza, che è figlia di Elric di Melniboné (quello vero), aiuta Ulric (un alter ego di Elric nel multiverso di Moorcock) a fuggire dai nazisti portandolo in una grotta da cui si accede a un mondo sotterraneo di acque luminose, stupende formazioni rocciose, e con un oceano. Eh già, il tutto sotto la Germania.
Ovviamente si tratta del multiverso di Moorcock, che in questo libro viene espresso in molti modi: a volte Elric è una specie di fantasma per Ulric, a volte sono la stessa persona, poi si separano, uno dei due è in uno stato semi onirico, ecc... Il multiverso stesso è come un intrico di sentieri e vie luminose, come un albero dai rami argentei che possono venir percorsi. Oona è una delle guide che sanno districarsi in queste dimensioni parallele. Io non ho mai trovato attraente questo espediente del multiverso, meno che mai in questo libro dove si entra nel dettaglio a spiegarne il perché e il percome. Sfiancante pretesto per permettere all'autore gli accostamenti più stridenti (ne La Figlia della Ladra di Sogni ce n'è diversi), tedioso quando il lettore percorre queste tappe sperando che finalmente si arrivi al dunque, debole come artificio letterario.
Tornando alla fuga di Ulric von Bek, il nazista Gaynor lo insegue anche sottoterra, assieme ai suoi bravacci in divisa (tra cui spicca l'assistente Klosterheim, che avrà l'onore di piantare due proiettili in corpo a Elric, prima di morire nel finale). Una razza di saggi, colti, equilibrati (ecc... ecc...) uomini sotterranei, gli Off-Moo, protegge i nostri fuggiaschi e Gaynor sembra fare la fine dello sciocco perché le sue armi vengono bloccate con facilità, e il drappello nazista non può né vincere la sfida né tornare indietro. In realtà non è così, perché Gaynor in realtà conosce la magia e si rivelerà un pericoloso avversario. Diciamo pure che è uno dei difetti del libro, descrivere i nazisti come deficienti e pavidi, e Gaynor in particolare come un illuso e un buffone, e poi renderli (quando fa comodo) avversari temibili e tenaci.
Per salvare il mondo gli eroi dovranno lottare parecchio: ricompare Tanelorn, la pacifica città che resiste sia alle divinità del Caos che a quelle della Legge, ritornano i draghi, che, ahimé, andranno ad abbattere gli Stukas nella battaglia d'Inghilterra, avremo duelli tra spade che divorano l'anima e nazisti con pistole mitragliatrici (roba da piangere). Compaiono anche divinità della Legge, il Duca infernale Arioch, gerarchi nazisti e via discorrendo. Il trio Oona, Ulric ed Elric qualche volta se la cava per un pelo, qualche volta si separa, spesso vince ma non riesce a chiudere la partita e deve zompare in un'altra dimensione per bloccare la prossima follia di Gaynor e Klosterheim, ma l'avventura non riesce a prendere il volo in nessun momento.
Io mi chiedo, dopo aver letto questo libro loffio e pesante, solo una cosa: Moorcock si è accorto che stava prendendo ormai per i fondelli se stesso e le cose buone che aveva fatto in passato?
Da non crederci. Per la miseria, che brutto libro.
(L'illustrazione si riferisce a una delle pubblicazioni del Gioco di Ruolo prodotto dalla Chaosium sul mondo di Elric)
venerdì 3 febbraio 2012
mercoledì 1 febbraio 2012
The Innkeepers
Devo la visione di questo sconosciutissimo film dell'orrore ai commenti ammirati letti in rete. Dal momento che i film horror, con qualche eccezione, mi fanno ahimé pochissimo effetto, ero curioso di sperimentare se questo fosse veramente un bel film, e la controprova sarebbe stata ovviamente l'effetto che mi avrebbe fatto.
The Innkeepers parte in un prosaico e banale hotel, dove sono di turno due prosaici e annoiati impiegati che ricoprono alla bell'e meglio tutte le mansioni (dormendo in stanze dell'hotel medesimo) perché il posto è in via di chiusura e ci sono solo un paio di stanze occupate.
I due personaggi sono Luke (Pat Healy), un tipo un po' sciatto, cinico e con qualche tratto di carattere rognoso (ma non cattivo), il classico tizio che se ne frega di apparire perché coltiva "altri interessi" al di là del suo banale quotidiano, e Claire (Sara Paxton, imbruttita a tutti i costi per darle un'apparenza piuttosto scialba): di questa ragazza sapremo che è una grande ammiratrice dell'attrice in declino Leanne perché la incontra in quanto è una delle due ospiti presenti (la Leanne è interpretata da un'invecchiata Kelly McGillis, così bella ai tempi di Top Gun... sic transit gloria mundi). Entrambi i nostri impiegati d'albergo sono descritti, per farla breve, come persone modeste e non brillantissime, ma hanno un interesse in comune, quello dello spiritismo. Luke e Claire sono al corrente di una leggenda riguardante l'hotel, ovvero la morte di una ragazza, tanti anni prima, Madeline O'Malley. E se ne vanno in giro con un registratore per captare eventuali fenomeni elettromagnetici legati al fantasma. Luke dice di aver visto qualcosa in passato. L'attrice Leanne, con cui Claire riesce a stabilire un minimo di rapporto fino a scoprire che s'interessa di fenomeni medianici, conferma che c'è qualcosa che non va. Eppure per un bel pezzo non si vede niente, nulla che non possa essere interpretato come uno scherzo della suggestione.
Il regista, lo sconosciuto (semi-) arrembante Ti West, sfrutta tutto il repertorio, usando campi lunghi, primi piani claustrofobici, movimenti e pose ben studiati della telecamera... prendendosi sapientemente tempo, montando una tensione fortissima.
Usa magari anche qualche trucchetto vecchio e bolso, ma non ha paura di sviluppare la sua storia lentamente. Gioca a banalizzare abituando lo spettatore al fatto che non succeda niente, non ci sia veramente pericolo, ma lo cuoce nell'attesa e nel dubbio. Questo gioco riesce a fare effetto, mi stavo quasi chiedendo se non fosse meglio guardarmi il film in pieno giorno e non verso mezzanotte... ma a quel punto si è arrivati al dunque, e il dunque non centra nel segno.
Qui dovrò fare qualche anticipazione (pregando chi non volesse leggerla ad accomodarsi al prossimo paragrafo). Il primo fenomeno un po' concreto è in realtà un sogno, ma appare decisamente modesto: il classico lenzuolo, un po' come il fantasma formaggino delle barzellette, sotto cui c'è il volto putrefatto della povera Madeline. Poi arriva il primo personaggio veramente allucinante, un vecchio che vuole una determinata stanza, anche se detta stanza si trova nell'ala dell'hotel che è già chiusa: e capiamo che sta per succedere veramente qualcosa, che c'è un appuntamento con la morte. Ma il colpo finale non arriva. Qualche spruzzo di sangue, il volto putrefatto di Madeline, una scena madre finale in cui tutto viene intelligentemente lasciato nel dubbio: qualcuno muore, ma sono stati i fantasmi o è stata l'immaginazione? Alla fine la tensione evapora con un effetto deludente e anticlimatico.
The Innkeepers più che un film innovatore mi sembra un recupero delle solide e sperimentate tecniche del genere, ma si spinge al di là del solito abuso di sangue e budella, o della classica casa stregata da brivido: copre la minaccia con una patina di normalità (lo scetticismo, i prosaici ambienti dell'hotel un po' vecchiotto ma non cadente e sinistro). A volte fa effetto, dà veramente un brivido, a volte viene il latte alle ginocchia per riconoscere subito qualche tipico elemento classico dell'horror su cui ormai si scherza sopra (Claire, ma perché vai di nuovo giù per quelle scale?), quando si arriva al dunque manca però l'idea che faccia colpo, che sia orrida e sconcertante sul serio. Film che nonostante la lentezza con cui si sviluppa (o proprio grazie al fatto che si prende i suoi tempi) riesce a creare una forte atmosfera, ma privo di impatto. Per dare l'idea, The Ring, finché dura la forza d'urto dell'idea centrale, è cento volte più potente, al di là di quanto possa essere paradossale o sciocco, o anche organizzato male nella versione americana.
Giudizio finale: paradossalmente, Innkeeper è un bel film, ma non è particolarmente riuscito come film dell'orrore.
The Innkeepers parte in un prosaico e banale hotel, dove sono di turno due prosaici e annoiati impiegati che ricoprono alla bell'e meglio tutte le mansioni (dormendo in stanze dell'hotel medesimo) perché il posto è in via di chiusura e ci sono solo un paio di stanze occupate.
I due personaggi sono Luke (Pat Healy), un tipo un po' sciatto, cinico e con qualche tratto di carattere rognoso (ma non cattivo), il classico tizio che se ne frega di apparire perché coltiva "altri interessi" al di là del suo banale quotidiano, e Claire (Sara Paxton, imbruttita a tutti i costi per darle un'apparenza piuttosto scialba): di questa ragazza sapremo che è una grande ammiratrice dell'attrice in declino Leanne perché la incontra in quanto è una delle due ospiti presenti (la Leanne è interpretata da un'invecchiata Kelly McGillis, così bella ai tempi di Top Gun... sic transit gloria mundi). Entrambi i nostri impiegati d'albergo sono descritti, per farla breve, come persone modeste e non brillantissime, ma hanno un interesse in comune, quello dello spiritismo. Luke e Claire sono al corrente di una leggenda riguardante l'hotel, ovvero la morte di una ragazza, tanti anni prima, Madeline O'Malley. E se ne vanno in giro con un registratore per captare eventuali fenomeni elettromagnetici legati al fantasma. Luke dice di aver visto qualcosa in passato. L'attrice Leanne, con cui Claire riesce a stabilire un minimo di rapporto fino a scoprire che s'interessa di fenomeni medianici, conferma che c'è qualcosa che non va. Eppure per un bel pezzo non si vede niente, nulla che non possa essere interpretato come uno scherzo della suggestione.
Il regista, lo sconosciuto (semi-) arrembante Ti West, sfrutta tutto il repertorio, usando campi lunghi, primi piani claustrofobici, movimenti e pose ben studiati della telecamera... prendendosi sapientemente tempo, montando una tensione fortissima.
Usa magari anche qualche trucchetto vecchio e bolso, ma non ha paura di sviluppare la sua storia lentamente. Gioca a banalizzare abituando lo spettatore al fatto che non succeda niente, non ci sia veramente pericolo, ma lo cuoce nell'attesa e nel dubbio. Questo gioco riesce a fare effetto, mi stavo quasi chiedendo se non fosse meglio guardarmi il film in pieno giorno e non verso mezzanotte... ma a quel punto si è arrivati al dunque, e il dunque non centra nel segno.
Qui dovrò fare qualche anticipazione (pregando chi non volesse leggerla ad accomodarsi al prossimo paragrafo). Il primo fenomeno un po' concreto è in realtà un sogno, ma appare decisamente modesto: il classico lenzuolo, un po' come il fantasma formaggino delle barzellette, sotto cui c'è il volto putrefatto della povera Madeline. Poi arriva il primo personaggio veramente allucinante, un vecchio che vuole una determinata stanza, anche se detta stanza si trova nell'ala dell'hotel che è già chiusa: e capiamo che sta per succedere veramente qualcosa, che c'è un appuntamento con la morte. Ma il colpo finale non arriva. Qualche spruzzo di sangue, il volto putrefatto di Madeline, una scena madre finale in cui tutto viene intelligentemente lasciato nel dubbio: qualcuno muore, ma sono stati i fantasmi o è stata l'immaginazione? Alla fine la tensione evapora con un effetto deludente e anticlimatico.
The Innkeepers più che un film innovatore mi sembra un recupero delle solide e sperimentate tecniche del genere, ma si spinge al di là del solito abuso di sangue e budella, o della classica casa stregata da brivido: copre la minaccia con una patina di normalità (lo scetticismo, i prosaici ambienti dell'hotel un po' vecchiotto ma non cadente e sinistro). A volte fa effetto, dà veramente un brivido, a volte viene il latte alle ginocchia per riconoscere subito qualche tipico elemento classico dell'horror su cui ormai si scherza sopra (Claire, ma perché vai di nuovo giù per quelle scale?), quando si arriva al dunque manca però l'idea che faccia colpo, che sia orrida e sconcertante sul serio. Film che nonostante la lentezza con cui si sviluppa (o proprio grazie al fatto che si prende i suoi tempi) riesce a creare una forte atmosfera, ma privo di impatto. Per dare l'idea, The Ring, finché dura la forza d'urto dell'idea centrale, è cento volte più potente, al di là di quanto possa essere paradossale o sciocco, o anche organizzato male nella versione americana.
Giudizio finale: paradossalmente, Innkeeper è un bel film, ma non è particolarmente riuscito come film dell'orrore.
domenica 29 gennaio 2012
Tutto è già stato scritto?
Mentre guardavo un film non proprio eccelso, ho avuto una fortissima delusione. Per poterlo spiegare, partiamo dal film. Non un gran che in verità: I Guardiani del Destino, diretto da George Nolfi che ne firma anche la sceneggiatura, è tratto da un racconto di Philip Dick (che non ho letto); Matt Damon fa la parte di un uomo politico la cui carriera arranca, in bilico tra valide possibilità di successo e difficoltà non meno serie. Incontra per caso una donna (interpretata da Emily Blunt) che suscita il suo interesse, ma inizia una serie di contrattempi che impediscono o rendono difficili i contatti fra i due. Queste circostanze insospettiscono il nostro uomo politico che, per farla breve, scopre l'esistenza di una misteriosa organizzazione che sembra avercela proprio con lui, e in particolare vuol fargli rinunciare alla relazione (i Guardiani del titolo). Insomma ci sono dei custodi, non malevoli ma che all'occorrenza possono anche usare le maniere forti, che possono scegliere tra possibili corsi del futuro, e a quanto pare il mondo sarebbe un posto peggiore se il nostro eroe sposasse la sua bella.
La cosa non sarà certamente di una originalità pazzesca e nel film è svolta anche con una buona dose di sciocchezze e melensaggini, quello che mi dava fastidio è che i concetti e la maniera in cui erano svolti ricalcavano assai da vicino (in alcuni punti) un'idea che avevo avuto per i fatti miei, riguardo a una trama fantasy: il seguito del mai uscito Magia e Sangue. A dire il vero l'elemento che volevo introdurre non era quello dei "guardiani" onnipotenti ma quello di una scienza magica inesatta, che indica una persona o un luogo, o una circostanza come essenziali punti di svolta per lo sviluppo degli eventi futuri, lasciando agli specialisti (maghi, perché è una storia fantasy) l'onere di interpretare e di agire di conseguenza - o magari di astenersene.
Ero sempre stato convinto che qualsiasi materia uno la possa sempre riprendere in maniera originale, anche se non c'è storia che non sia stata già svolta (e a quanto pare tutto si riduce alle scarne e semplici funzioni di Propp). Pensavo addirittura che, svolta in questo modo, fosse una trattazione mai vista e assai fantasiosa delle tematiche di predestinazione e fato. E invece no. Anzi, stavolta ci sono proprio rimasto male perché se continuassi per la mia strada mi sentirei invariabilmente dire (dall'eventuale lettore): ok, hai guardato anche tu quel film, letto anche tu quel racconto?
Insomma, tutto è già stato scritto?
La cosa non sarà certamente di una originalità pazzesca e nel film è svolta anche con una buona dose di sciocchezze e melensaggini, quello che mi dava fastidio è che i concetti e la maniera in cui erano svolti ricalcavano assai da vicino (in alcuni punti) un'idea che avevo avuto per i fatti miei, riguardo a una trama fantasy: il seguito del mai uscito Magia e Sangue. A dire il vero l'elemento che volevo introdurre non era quello dei "guardiani" onnipotenti ma quello di una scienza magica inesatta, che indica una persona o un luogo, o una circostanza come essenziali punti di svolta per lo sviluppo degli eventi futuri, lasciando agli specialisti (maghi, perché è una storia fantasy) l'onere di interpretare e di agire di conseguenza - o magari di astenersene.
Ero sempre stato convinto che qualsiasi materia uno la possa sempre riprendere in maniera originale, anche se non c'è storia che non sia stata già svolta (e a quanto pare tutto si riduce alle scarne e semplici funzioni di Propp). Pensavo addirittura che, svolta in questo modo, fosse una trattazione mai vista e assai fantasiosa delle tematiche di predestinazione e fato. E invece no. Anzi, stavolta ci sono proprio rimasto male perché se continuassi per la mia strada mi sentirei invariabilmente dire (dall'eventuale lettore): ok, hai guardato anche tu quel film, letto anche tu quel racconto?
Insomma, tutto è già stato scritto?
mercoledì 25 gennaio 2012
Non aver paura del buio
Remake di un film per la TV che aveva avuto successo nei lontani anni '70, questo Non aver paura del buio gode, per così dire, addirittura di una sceneggiatura di Guillermo del Toro. Probabilmente roba di quando non sapeva ancora fare i film, perché c'è una carrellata di luoghi comuni dell'horror, e di personaggi stereotipati, da far paura. Paura per modo dire, perché qui l'orrore fa più che altro sbadigliare, e i mostri in un paio di scene non si decidono se essere simpatici folletti o spaventose minacce.
Tutto ruota attorno a una casa dove la piccola Sally è portata controvoglia da papà (e dalla fidanzata di papà). Casa che ospita nelle cantine una presenza pericolosissima, ma il giardiniere che sa non dice. Mi fermo qui, che non c'è molto altro da aggiungere.
Tutto ruota attorno a una casa dove la piccola Sally è portata controvoglia da papà (e dalla fidanzata di papà). Casa che ospita nelle cantine una presenza pericolosissima, ma il giardiniere che sa non dice. Mi fermo qui, che non c'è molto altro da aggiungere.
lunedì 23 gennaio 2012
Tideland
Continuando la carrellata su Terry Gilliam, è doveroso fare una fermata qui: presso una pellicola che il regista ha prodotto sicuramente come voleva, senza imposizioni, ma che non posso dire di aver apprezzato.
Tideland è una commedia macabra, uno scatenarsi della fantasia, con toni oscuri e minacciosi ma senza la piacevolezza estetica delle tematiche alla moda oggi (ovvero vampiresche, "gotiche", ecc...). E' la storia di una bambina (Jeliza-Rose, interpretata da Jodelle Ferland) che cresce in balia di genitori tossici (interpretati da Jennifer Tilly e Jeff Bridges) e resta presto orfana di entrambi, completamente abbandonata in mezzo a un panorama vuoto, abitando assieme al cadavere del padre in una casa che sta andando a pezzi. Come unica compagnia inizialmente ha le teste di alcune bambole, con cui fa conversazione; ma presto scoprirà una fattoria vicina, e farà la conoscenza di una coppia fratello e sorella (attori: Brendan Fletcher e Janet McTeer): lei inquietante almeno tanto quanto erano stati i suoi genitori, lui mentalmente ritardato.
La piccola sopravvive, in mezzo a situazioni di cui non si rende pienamente conto, così come non capisce davvero che il padre è morto, e sviluppa tutto un mondo di fantasticherie. Una specie di Alice che inventa le proprie meraviglie in una realtà troppo orrenda per essere vera.
C'è una metafora, qualcosa che dovremmo capire? L'infanzia innocente che permette di sopravvivere a tutto? Non so, direi soprattutto che c'è una sceneggiatura inesistente. Le immagini, le fantasticherie, i soliloqui creano alcuni momenti poetici, ma non posso dire che questo film mi sia piaciuto, e dopo un po' anche in mezzo a tutte le illogicità e follie ho perso anche la voglia di guardarlo, trascinandomi fino alla fine per sola volontà.
L'amicizia tra Jeliza-Rose e il ragazzo minorato diventa una specie di follia a due, poiché lui ha le sue fantasticherie di essere comandante di un sottomarino e di dover affrontare il temibile "squalo di terra" che in realtà è il treno della vicina ferrovia, che passa fragorosamente con regolarità. Poiché la ragazzina bacia il suo amico e se ne innamora, c'è chi ha gridato allo scandalo (pur avendo la mentalità di un bambino, lui è un adulto). Io non mi farei troppi problemi su questo aspetto, il vero problema del film è che non è abbastanza interessante.
Alcuni aspetti ovviamente riprendono tematiche care a Gilliam, e con la sua consueta autoindulgenza. Ma purtroppo senza l'impalcatura di una sceneggiatura valida (la fine non ve la racconto neanche) spezzoni di fantasia non reggono tutta la durata di un film.
Tideland è una commedia macabra, uno scatenarsi della fantasia, con toni oscuri e minacciosi ma senza la piacevolezza estetica delle tematiche alla moda oggi (ovvero vampiresche, "gotiche", ecc...). E' la storia di una bambina (Jeliza-Rose, interpretata da Jodelle Ferland) che cresce in balia di genitori tossici (interpretati da Jennifer Tilly e Jeff Bridges) e resta presto orfana di entrambi, completamente abbandonata in mezzo a un panorama vuoto, abitando assieme al cadavere del padre in una casa che sta andando a pezzi. Come unica compagnia inizialmente ha le teste di alcune bambole, con cui fa conversazione; ma presto scoprirà una fattoria vicina, e farà la conoscenza di una coppia fratello e sorella (attori: Brendan Fletcher e Janet McTeer): lei inquietante almeno tanto quanto erano stati i suoi genitori, lui mentalmente ritardato.
La piccola sopravvive, in mezzo a situazioni di cui non si rende pienamente conto, così come non capisce davvero che il padre è morto, e sviluppa tutto un mondo di fantasticherie. Una specie di Alice che inventa le proprie meraviglie in una realtà troppo orrenda per essere vera.
C'è una metafora, qualcosa che dovremmo capire? L'infanzia innocente che permette di sopravvivere a tutto? Non so, direi soprattutto che c'è una sceneggiatura inesistente. Le immagini, le fantasticherie, i soliloqui creano alcuni momenti poetici, ma non posso dire che questo film mi sia piaciuto, e dopo un po' anche in mezzo a tutte le illogicità e follie ho perso anche la voglia di guardarlo, trascinandomi fino alla fine per sola volontà.
L'amicizia tra Jeliza-Rose e il ragazzo minorato diventa una specie di follia a due, poiché lui ha le sue fantasticherie di essere comandante di un sottomarino e di dover affrontare il temibile "squalo di terra" che in realtà è il treno della vicina ferrovia, che passa fragorosamente con regolarità. Poiché la ragazzina bacia il suo amico e se ne innamora, c'è chi ha gridato allo scandalo (pur avendo la mentalità di un bambino, lui è un adulto). Io non mi farei troppi problemi su questo aspetto, il vero problema del film è che non è abbastanza interessante.
Alcuni aspetti ovviamente riprendono tematiche care a Gilliam, e con la sua consueta autoindulgenza. Ma purtroppo senza l'impalcatura di una sceneggiatura valida (la fine non ve la racconto neanche) spezzoni di fantasia non reggono tutta la durata di un film.
venerdì 20 gennaio 2012
Underworld - Il Risveglio
Non so chi me lo ha fatto fare, visto che non avevo neanche i fidati occhiali 3D con me e ne ho dovuto pagare un altro paio (insomma, fra tutto 11 euro, che di questi tempi è una spesa). Un 3D che peraltro non si gode molto: fa la differenza in poche scene, insomma superfluo come al solito. In parole povere, sono andato a vedere la quarta puntata della serie di Underworld fra adolescenti starnazzanti e varia gioventù che non sa star zitta durante le proiezioni.
Con Underworld - Il Risveglio la serie si prende una rinfrescata e un nuovo inizio per l'ovvia ragione che più o meno la precedente trilogia aveva detto quello che c'era da dire. Quindi si riparte con una bella pandemia, la licantropia e il vampirismo che si diffondono tra gli umani, da sempre ignari (prima!) della lotta tra lycans e vampiri. Non c'è tempo però per fare il verso ai vari Resident Evil o 28 Giorni (Settimane, Mesi, ecc...) dopo. O meglio il tempo ci sarebbe perché il film non dura nemmeno un'ora e mezza. Comunque si arriva subito alla scena in cui Selene (ovvero Kate Beckinsale, la ragione ultima per cui tutto ciò esiste) cerca di salvare il suo amato Michael (vi ricordate Underworld Evolution?) ma viene coinvolta in un'esplosione.
Gli umani hanno fatto fuori tutti? No. Passa il tempo, e Selene riesce a sfuggire da una cella criogenica (?) di contenimento, ed evade dalla sinistra sede di una società chiamata Antigen. Si tratta di una società farmaceutica che ha qualche segreto da nascondere, e sembra che lo nasconda anche alla polizia. Vuole scoprire di più su vampiri, lycans e sui loro ibridi.
Selene scopre che è stata liberata da una misteriosa ragazzina che si rivela essere nientemeno che sua figlia... ma anche che la lotta tra vampiri e lycans non è affatto finita. Però adesso ci sono umani che manipolano la situazione... ma sono veramente umani?
Be', questo è un pezzo di trama, se ne valeva la pena. Come al solito abbiamo azione, botte da orbi, la protagonista con la sua solita tutina nera, mostri per tutti i gusti. Il film pone le premesse per un ulteriore seguito, ma stavolta credo che la prima visione me la risparmierò.
Con Underworld - Il Risveglio la serie si prende una rinfrescata e un nuovo inizio per l'ovvia ragione che più o meno la precedente trilogia aveva detto quello che c'era da dire. Quindi si riparte con una bella pandemia, la licantropia e il vampirismo che si diffondono tra gli umani, da sempre ignari (prima!) della lotta tra lycans e vampiri. Non c'è tempo però per fare il verso ai vari Resident Evil o 28 Giorni (Settimane, Mesi, ecc...) dopo. O meglio il tempo ci sarebbe perché il film non dura nemmeno un'ora e mezza. Comunque si arriva subito alla scena in cui Selene (ovvero Kate Beckinsale, la ragione ultima per cui tutto ciò esiste) cerca di salvare il suo amato Michael (vi ricordate Underworld Evolution?) ma viene coinvolta in un'esplosione.
Gli umani hanno fatto fuori tutti? No. Passa il tempo, e Selene riesce a sfuggire da una cella criogenica (?) di contenimento, ed evade dalla sinistra sede di una società chiamata Antigen. Si tratta di una società farmaceutica che ha qualche segreto da nascondere, e sembra che lo nasconda anche alla polizia. Vuole scoprire di più su vampiri, lycans e sui loro ibridi.
Selene scopre che è stata liberata da una misteriosa ragazzina che si rivela essere nientemeno che sua figlia... ma anche che la lotta tra vampiri e lycans non è affatto finita. Però adesso ci sono umani che manipolano la situazione... ma sono veramente umani?
Be', questo è un pezzo di trama, se ne valeva la pena. Come al solito abbiamo azione, botte da orbi, la protagonista con la sua solita tutina nera, mostri per tutti i gusti. Il film pone le premesse per un ulteriore seguito, ma stavolta credo che la prima visione me la risparmierò.
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