Non ho letto i racconti di Robert Howard, perciò posso giudicare Solomon Kane soltanto per le sue qualità come film e non per la fedeltà all'originale. Il regista, Michael J. Basset, non ha grandissime referenze all'attivo, mentre l'attore che interpreta il protagonista è James Purefoy, già visto in Rome, per chi lo ha visto, e decisamente in grado di interpretare un personaggio "con gli attributi" come questo. C'è anche il famoso Max von Sydow in un ruolo secondario. La mia recensione conterrà qualche piccola anticipazione.
Il film è decisamente gotico con toni cupi assai, e se devo essere sincero la partenza non era niente male, coi suoi toni di malvagità e dannazione e lo scenario seicentesco con evidenti sbandamenti verso un fantasy dotato di armi da fuoco. Un che di infernale e degenerato riemerge qua e là per tutto il film, mentre il nostro protagonista cambia e da malvagio diventa un eroe puritano sulla via della redenzione, in cerca di eroismi per contrastare Satana e salvare la propria anima. Personaggio forte quindi, magari senza la possibilità di molte sfaccettature: riconosco però all'attore un certo carisma di suo, che fa funzionare benino questo Solomon Kane come eroe solitario ma anche (meno spesso) come leader. I cattivi della situazione sono molto prevedibili (e grottescamente cattivi e diabolici) ma c'è una sorpresa verso la fine del film sull'identità di uno di essi, un tocco di vita in una parte molto scontata della storia: c'è anche da dire, tra parentesi, che mi risulta incredibile vedere una simile devastazione degna delle orde dei Mongoli in Inghilterra senza che nessuno intervenga, nemmeno fossimo in una steppa senza legge. Bella una certa scena con un prete, se vedrete giudicherete. Per quanto riguarda la fotografia e la qualità visiva del film, ci sono valide inquadrature che sembrano prender vita da un quadro fiammingo ma sventuratamente per lo più il regista ha preferito strafare con immagini saturate di tonalità blu scuro, e pioggia e nevischio a non finire per essere gotico che più gotico non si può.
Purtroppo il film s'incanala in una trama assai prevedibile dopo gli inizi in cui si sviluppa la sua ambientazione. E in questa classica lotta tra il bene e il male abbiamo le solite spettacolarizzazioni violente che un po' ovviamente "ci stanno" ma nel modo in cui sono fatte gli fanno perdere quel tocco di originalità che s'era intuita all'inizio. Non mancano le debolezze nella trama, le ingenuità, le soluzioni rapide e sbrigative per far andare avanti la storia senza farsi troppi problemi. E non manca nemmeno un mega-mostro finale da videogame, piuttosto fuori contesto nella storia, peraltro. Se speravate che la produzione europea significasse una pellicola meno prona alla tentazione del facile spettacolo e delle "americanate", purtroppo avete sbagliato. Dopo la metà, o forse addirittura dopo il primo terzo, questo film è per lo più scontato e verso la fine m'ha fatto sonnecchiare. Spettacolare a sufficienza, ha ricevuto una batosta solenne al botteghino ma potrebbero essere benissimo stati problemi di distribuzione in qualche mercato importante: di per sé Solomon Kane pur non essendo per niente eccelso è paragonabile a pellicole secondarie ma dignitose (provo a buttar lì qualche pietra di paragone: Val Helsing, Outlander...), un discreto risultato per il mediocre budget a disposizione e con qualche sentore di grande occasione buttata via.
Gli amanti dello sword and sorcery comunque li invito caldamente ad andare a vedere questo film, anche perché non ci sono certo grandi alernative a disposizione (né frequenti...).
Consiglio la lettura (agli anglofoni, però) di alcuni pensieri di James Purefoy sul film e sul cinema in generale.
venerdì 16 luglio 2010
giovedì 15 luglio 2010
Off Topic: Il Giardino dei Finzi-Contini
Ebbene sì, amo questo libro, non sarà perfetto ma mi ci riconosco per la maniera in cui rievoca i ricordi, e se fra i miei moventi c'è un imbecille sentimentalismo, così sia.
Il Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani l'ho letto per obbligo scolastico, ed è stato uno (dei non moltissimi) che, dopo un avvio stentato, m'è veramente piaciuto. Tante frasi, tante atmosfere mi sono rimaste impresse per anni: alla fine ho dovuto rileggermelo.
Dov'è, secondo me, il valore di questo classico? Mi piace per come racconta di un amore triste, disperato, una storia crudele che non può aspirare a nessuna conclusione positiva. Mi piace per come sa evocare l'arrovellarsi, lo struggimento. Ma anche il ritornare con la memoria, il voler evocare e far rivivere persone che non ci sono più. Passione e malinconia, ricordo e ossessione.
Sinceramente m'interessano meno e mi sembrano meno centrali, invece, il periodo storico e l'ambientazione, le idee politiche espresse dai personaggi nelle conversazioni, la ricostruzione di Ferrara o la menzione delle persecuzioni contro la comunità ebraica, anche se quest'ultimo fattore diventa un elemento portante della trama: il destino di morte che incombe sulla ricca famiglia dei Finzi-Contini e su tutta una comunità, discriminata e schiacciata a poco a poco. Sono elementi di contorno che, per carità, possono meritare una storia a parte, ma qui sono la cornice. Anche se avrebbero ben altro peso se uno prendesse in considerazione tutta l'opera di Bassani, che è più o meno completamente centrata su Ferrara e dintorni.
La trama, per chi non la sa e se la vuole far raccontare: il personaggio narrante, studente bravo ma scricchiolante in qualche materia, fa parte della comunità ebraica di Ferrara. Tra le sue conoscenze più remote e appartate ci sono Alberto e Micòl, i figli della famiglia più facoltosa (e negli atteggiamenti quasi aristocratica) di quella comunità: i Finzi-Contini, appunto. In occasione di una materia da riparare, mentre vaga disperato perché non sa come dirlo al padre, ha occasione di scambiare qualche parola con Micòl, allora ragazzina come lui, che lo chiama dall'alto delle mura di cinta del giardino di famiglia. Invitato a saltar dentro, ma troppo impacciato e pauroso per cogliere l'occasione in tempo e avventurarsi all'interno, il nostro protagonista resta affascinato da lei: tuttavia per anni non ha altra occasione di parlarle. Infatti la famiglia dei Finzi-Contini vive separata nella sua vasta tenuta, protetta da barriere che tengono lontano il resto della città.
Queste barriere sono scosse dall'arrivo delle leggi razziali. Gli ebrei sono espulsi dal ritrovo sportivo dove giocavano a tennis e l'isolamento dei Finzi-Contini si allenta, con l'invito a numerosi giovani di andare a giocare nel rudimentale campo esistente nel giardino. Tra questi c'è il narratore e Giampiero Malnate, milanese e comunista fervente, intimo amico di Alberto. Il nostro protagonista ha modo di frequentare Micòl e si strugge, cerca di corteggiarla senza fare la figura dello stupido, nella speranza di trasformare in qualcosa di più la calda amicizia che lei gli dimostra. Quando Micòl scompare per un certo periodo a Venezia, il narratore comincia a frequentare la lussuosa casa di famiglia per approfittare della biblioteca del padre (visto che in quanto ebreo non può più andare nelle biblioteche pubbliche) in modo da preparare la tesi di laurea; nel frattempo approfondisce la relazione con Alberto e con Malnate.
Al ritorno di Micòl trova il coraggio di baciarla ma la relazione di lei è ambigua, lo respinge ma gli resta amica, diventando però più scostante. Insistendo tra corteggiamenti e scenate di gelosia, il nostro sfortunato eroe finisce per rovinare tutto: ad un certo punto Micòl gli chiarisce che lo vede solo come un amico, che si era allontanata per far sgonfiare il malinteso, ma anche questa amicizia sta venendo rovinata dalla sua insistenza. "Esiliato" da Micòl che gli impone di farsi vedere solo raramente (e anche questo solo per "salvare le apparenze" perché in effetti non lo vuol più vedere), il narratore si danna, ma anziché dedicarsi a qualche progetto costruttivo (potrebbe, perché si è finalmente laureato), frequenta a tempo perso il Malnate fuori dalla casa di lei.
Alla fine torna una notte nel giardino scavalcando il famoso muro di nascosto e, in una scena in cui deduce i fatti con molta calma senza apparentemente farsi sviare dalla gelosia, sembrerà capire che proprio Malnate è stato l'amante di Micòl, chissà da quanto tempo. Ma anche questa scoperta è ambigua, messa in dubbio più avanti, nelle ultime righe del libro. Il narratore si decide a lasciare per sempre la casa dei Finzi-Contini dopo un affettuoso e intimo colloquio col padre (che lo invita a lasciar perdere e a comportarsi "da uomo"). Non rivedrà Micòl mai più, perché è destinata con tutta la sua famiglia (tranne Alberto che muore di malattia) a scomparire nei campi di concentramento. Malnate invece non tornerà più dalla campagna di Russia.
La parte più interessante del libro a mio parere è quella centrale, dopo i lunghi preamboli quasi ottocenteschi che introducono i personaggi e la storia: la parte delle speranze, delle paure e delle gioie del nostro protagonista, pagine che allo stesso tempo sono monumento al personaggio di Micòl, questa affascinante e apparentemente capricciosa divinità. Quando il nostro povero eroe dovrebbe capire (e non capisce) di essersi fatto delle illusioni, insiste malamente nel fare figure da imbecille: è una parte del libro dolorosa ma anche troppo estesa. L'avrei apprezzato di più se fosse andato rapidamente verso la conclusione. Alcuni tocchi commoventi nel finale.
Cosa disse la critica: troppo "classico", troppo ottocentesco, troppo sentimentalista, Bassani è stato accusato di essere una "Liala" della letteratura (il riferimento è ai romanzi rosa, per chi non lo sapesse). La critica gli veniva dagli ambienti progressisti e sarebbe da approfondire, trovando più tempo da dedicarvi (ma, sinceramente, se potrò tornare a Bassani credo che invece preferirò leggere un altro suo libro). Da una parte si potrebbe dire che uno ha diritto a scrivere quello che gli pare, seppure altre tematiche potrebbero sembrare degne di maggior urgenza a chi è più progressista o comunista di lui. Dall'altra, se ho ben capito, va considerato c'erano altre beghe in ballo, oltre alle squisite dissertazioni culturali: controllo di collane editoriali, posizioni di editor nelle case, lotta politica, insomma faccende di potere. A Bassani ad un certo punto della sua carriera artistica è toccato il ruolo del "vecchio" da cercare di far fuori? Forse. Il suo successo comunque è stato innegabile.
E quindi? Le critiche non sono del tutto sbagliate, e talvolta dietro il sentimento potrebbe esserci la fredda manipolazione delle emozioni del lettore. Però il tutto ha l'aria di essere molto sincero, almeno in parte è autobiografico, e ci sono dei tratti di una forza evocativa incredibile.
Chi volesse leggere quest'opera sappia che ci sono anche i momenti lenti, riferimenti talvolta prolissi a fatti ormai antichi e forse non interessanti, e lo stile è certamente datato. Mentre libri più vecchi di qualche decennio sono capaci di parlarti ancora con estrema freschezza, qui forse al lettore tocca fare qualche sforzo per "inserirsi nel contesto". D'altra parte essendo tutto un inno alla memoria e al passato, sarebbe ben strano trovare uno stile moderno e teso all'innovazione in un romanzo come Il Giardino dei Finzi-Contini.
Detto questo, il libro ha conquistato ormai la posizione di opera di primo piano della letteratura del novecento, e l'accostamento ai romanzi rosa è insensato se fatto come punzecchiatura, ridicolo se creduto sul serio.
Ma penso che chi mi ha seguito fin qui si sarà probabilmente fatto un'idea se, secondo i propri gusti, dovrà cercare questo libro o tenersene ben lontano.
Il Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani l'ho letto per obbligo scolastico, ed è stato uno (dei non moltissimi) che, dopo un avvio stentato, m'è veramente piaciuto. Tante frasi, tante atmosfere mi sono rimaste impresse per anni: alla fine ho dovuto rileggermelo.
Dov'è, secondo me, il valore di questo classico? Mi piace per come racconta di un amore triste, disperato, una storia crudele che non può aspirare a nessuna conclusione positiva. Mi piace per come sa evocare l'arrovellarsi, lo struggimento. Ma anche il ritornare con la memoria, il voler evocare e far rivivere persone che non ci sono più. Passione e malinconia, ricordo e ossessione.
Sinceramente m'interessano meno e mi sembrano meno centrali, invece, il periodo storico e l'ambientazione, le idee politiche espresse dai personaggi nelle conversazioni, la ricostruzione di Ferrara o la menzione delle persecuzioni contro la comunità ebraica, anche se quest'ultimo fattore diventa un elemento portante della trama: il destino di morte che incombe sulla ricca famiglia dei Finzi-Contini e su tutta una comunità, discriminata e schiacciata a poco a poco. Sono elementi di contorno che, per carità, possono meritare una storia a parte, ma qui sono la cornice. Anche se avrebbero ben altro peso se uno prendesse in considerazione tutta l'opera di Bassani, che è più o meno completamente centrata su Ferrara e dintorni.
La trama, per chi non la sa e se la vuole far raccontare: il personaggio narrante, studente bravo ma scricchiolante in qualche materia, fa parte della comunità ebraica di Ferrara. Tra le sue conoscenze più remote e appartate ci sono Alberto e Micòl, i figli della famiglia più facoltosa (e negli atteggiamenti quasi aristocratica) di quella comunità: i Finzi-Contini, appunto. In occasione di una materia da riparare, mentre vaga disperato perché non sa come dirlo al padre, ha occasione di scambiare qualche parola con Micòl, allora ragazzina come lui, che lo chiama dall'alto delle mura di cinta del giardino di famiglia. Invitato a saltar dentro, ma troppo impacciato e pauroso per cogliere l'occasione in tempo e avventurarsi all'interno, il nostro protagonista resta affascinato da lei: tuttavia per anni non ha altra occasione di parlarle. Infatti la famiglia dei Finzi-Contini vive separata nella sua vasta tenuta, protetta da barriere che tengono lontano il resto della città.
Queste barriere sono scosse dall'arrivo delle leggi razziali. Gli ebrei sono espulsi dal ritrovo sportivo dove giocavano a tennis e l'isolamento dei Finzi-Contini si allenta, con l'invito a numerosi giovani di andare a giocare nel rudimentale campo esistente nel giardino. Tra questi c'è il narratore e Giampiero Malnate, milanese e comunista fervente, intimo amico di Alberto. Il nostro protagonista ha modo di frequentare Micòl e si strugge, cerca di corteggiarla senza fare la figura dello stupido, nella speranza di trasformare in qualcosa di più la calda amicizia che lei gli dimostra. Quando Micòl scompare per un certo periodo a Venezia, il narratore comincia a frequentare la lussuosa casa di famiglia per approfittare della biblioteca del padre (visto che in quanto ebreo non può più andare nelle biblioteche pubbliche) in modo da preparare la tesi di laurea; nel frattempo approfondisce la relazione con Alberto e con Malnate.
Al ritorno di Micòl trova il coraggio di baciarla ma la relazione di lei è ambigua, lo respinge ma gli resta amica, diventando però più scostante. Insistendo tra corteggiamenti e scenate di gelosia, il nostro sfortunato eroe finisce per rovinare tutto: ad un certo punto Micòl gli chiarisce che lo vede solo come un amico, che si era allontanata per far sgonfiare il malinteso, ma anche questa amicizia sta venendo rovinata dalla sua insistenza. "Esiliato" da Micòl che gli impone di farsi vedere solo raramente (e anche questo solo per "salvare le apparenze" perché in effetti non lo vuol più vedere), il narratore si danna, ma anziché dedicarsi a qualche progetto costruttivo (potrebbe, perché si è finalmente laureato), frequenta a tempo perso il Malnate fuori dalla casa di lei.
Alla fine torna una notte nel giardino scavalcando il famoso muro di nascosto e, in una scena in cui deduce i fatti con molta calma senza apparentemente farsi sviare dalla gelosia, sembrerà capire che proprio Malnate è stato l'amante di Micòl, chissà da quanto tempo. Ma anche questa scoperta è ambigua, messa in dubbio più avanti, nelle ultime righe del libro. Il narratore si decide a lasciare per sempre la casa dei Finzi-Contini dopo un affettuoso e intimo colloquio col padre (che lo invita a lasciar perdere e a comportarsi "da uomo"). Non rivedrà Micòl mai più, perché è destinata con tutta la sua famiglia (tranne Alberto che muore di malattia) a scomparire nei campi di concentramento. Malnate invece non tornerà più dalla campagna di Russia.
La parte più interessante del libro a mio parere è quella centrale, dopo i lunghi preamboli quasi ottocenteschi che introducono i personaggi e la storia: la parte delle speranze, delle paure e delle gioie del nostro protagonista, pagine che allo stesso tempo sono monumento al personaggio di Micòl, questa affascinante e apparentemente capricciosa divinità. Quando il nostro povero eroe dovrebbe capire (e non capisce) di essersi fatto delle illusioni, insiste malamente nel fare figure da imbecille: è una parte del libro dolorosa ma anche troppo estesa. L'avrei apprezzato di più se fosse andato rapidamente verso la conclusione. Alcuni tocchi commoventi nel finale.
Cosa disse la critica: troppo "classico", troppo ottocentesco, troppo sentimentalista, Bassani è stato accusato di essere una "Liala" della letteratura (il riferimento è ai romanzi rosa, per chi non lo sapesse). La critica gli veniva dagli ambienti progressisti e sarebbe da approfondire, trovando più tempo da dedicarvi (ma, sinceramente, se potrò tornare a Bassani credo che invece preferirò leggere un altro suo libro). Da una parte si potrebbe dire che uno ha diritto a scrivere quello che gli pare, seppure altre tematiche potrebbero sembrare degne di maggior urgenza a chi è più progressista o comunista di lui. Dall'altra, se ho ben capito, va considerato c'erano altre beghe in ballo, oltre alle squisite dissertazioni culturali: controllo di collane editoriali, posizioni di editor nelle case, lotta politica, insomma faccende di potere. A Bassani ad un certo punto della sua carriera artistica è toccato il ruolo del "vecchio" da cercare di far fuori? Forse. Il suo successo comunque è stato innegabile.
E quindi? Le critiche non sono del tutto sbagliate, e talvolta dietro il sentimento potrebbe esserci la fredda manipolazione delle emozioni del lettore. Però il tutto ha l'aria di essere molto sincero, almeno in parte è autobiografico, e ci sono dei tratti di una forza evocativa incredibile.
Chi volesse leggere quest'opera sappia che ci sono anche i momenti lenti, riferimenti talvolta prolissi a fatti ormai antichi e forse non interessanti, e lo stile è certamente datato. Mentre libri più vecchi di qualche decennio sono capaci di parlarti ancora con estrema freschezza, qui forse al lettore tocca fare qualche sforzo per "inserirsi nel contesto". D'altra parte essendo tutto un inno alla memoria e al passato, sarebbe ben strano trovare uno stile moderno e teso all'innovazione in un romanzo come Il Giardino dei Finzi-Contini.
Detto questo, il libro ha conquistato ormai la posizione di opera di primo piano della letteratura del novecento, e l'accostamento ai romanzi rosa è insensato se fatto come punzecchiatura, ridicolo se creduto sul serio.
Ma penso che chi mi ha seguito fin qui si sarà probabilmente fatto un'idea se, secondo i propri gusti, dovrà cercare questo libro o tenersene ben lontano.
sabato 10 luglio 2010
Let Me In
Dopo l'estate arriva il remake USA di Lasciami Entrare (titolo internazionale: Let the Right One In), inusuale film di vampiri svedese. Niente di strano, segue la legge che, se qualcosa del cinema di altri paesi è interessante, gli Statunitensi devono per forza rifarlo da capo, e magari (come in questo caso) ambientarlo a casa loro.
Non ho idea (da un trailer non si può capire) se resterà qualcosa delle gelide e silenziose atmosfere nordiche, così peculiari. Posso dire che gli attori non mi ispirano: soprattutto sarà difficile avere una prestazione migliore di quella della giovanissima vampira del film svedese (Lina Leandersson, che tra l'altro non ha un look particolarmente nordico). La musica del trailer invece non è niente male.
Non sono uno di quelli che pensano che il remake yankee sia sempre e comunque peggio dell'originale, diciamo che... un sacco di volte va a finire così, ecco.
Ma credo che questo andrò a vederlo, anche se non amo questo genere di operazioni.
(Probabilmente il video "sfonderà a destra" sopra l'altra colonna del blog: almeno così succede sul mio schermo. Mi spiace per l'inconveniente)
Non ho idea (da un trailer non si può capire) se resterà qualcosa delle gelide e silenziose atmosfere nordiche, così peculiari. Posso dire che gli attori non mi ispirano: soprattutto sarà difficile avere una prestazione migliore di quella della giovanissima vampira del film svedese (Lina Leandersson, che tra l'altro non ha un look particolarmente nordico). La musica del trailer invece non è niente male.
Non sono uno di quelli che pensano che il remake yankee sia sempre e comunque peggio dell'originale, diciamo che... un sacco di volte va a finire così, ecco.
Ma credo che questo andrò a vederlo, anche se non amo questo genere di operazioni.
(Probabilmente il video "sfonderà a destra" sopra l'altra colonna del blog: almeno così succede sul mio schermo. Mi spiace per l'inconveniente)
mercoledì 7 luglio 2010
Cronache milanesi
Ieri distribuivano libri gratis in centro, sotto la vigile telecamera di Sky. In effetti la distribuzione era sponsorizzata dall'emittente televisiva, e i libri mostravano robusti adesivi in copertina. Non si trattava neanche di una distribuzione, i libri erano a mucchi e chi passava si serviva a piacere, sotto il vigile occhio della telecamera.
Sempre a patto di riuscire ad avvicinarsi nella calca.
Avrei voluto pigliarmi qualcosa ma 1) c'era da fare a gomitate per avvicinarsi 2) faceva veramente troppo caldo 3) i libri avevano tutta l'aria di essere per lo più gli invenduti degli invenduti. O forse no, però non ho scorto alcun titolo (guatando tra i corpi sudati che se li contendevano alla morte) che davvero mi interessasse, altrimenti mi sarei lanciato nella mischia dimenticando la mia ferrea volontà di snobbare l'iniziativa.
Nel frattempo il sindaco di Milano, la Moratti, si batte perché il nome della città venga preservato nella nuova versione del Monopoli, che sostituirà ai nomi di via quelli di città.
Niente da fare, le preferenze si devono esprimere votando sul sito dedicato e il vantaggio di altre località è imbattibile. Si impone una riflessione però: nelle località in testa, Catanzaro, Reggio Calabria ecc... una forte percentuale di cittadini hanno votato, a giudicare dalle cifre altissime. Probabilmente più di quelli che nell'ultimo decennio hanno fatto una partita a Monopoli. Ma c'è da crederlo davvero, che decine di migliaia di persone si prendano la briga di darsi da fare per mandare il nome della propria città sul tabellone del Monopoli? Io penso di no, più probabile che qualcuno si sia divertito a votare centinaia o migliaia di volte, invece.
La seconda riflessione che s'impone è che forse il mio sindaco dovrebbe occupare meglio il proprio tempo...
E, beninteso, di Milano nel tabellone a me non frega proprio niente.
Sempre a patto di riuscire ad avvicinarsi nella calca.
Avrei voluto pigliarmi qualcosa ma 1) c'era da fare a gomitate per avvicinarsi 2) faceva veramente troppo caldo 3) i libri avevano tutta l'aria di essere per lo più gli invenduti degli invenduti. O forse no, però non ho scorto alcun titolo (guatando tra i corpi sudati che se li contendevano alla morte) che davvero mi interessasse, altrimenti mi sarei lanciato nella mischia dimenticando la mia ferrea volontà di snobbare l'iniziativa.
Nel frattempo il sindaco di Milano, la Moratti, si batte perché il nome della città venga preservato nella nuova versione del Monopoli, che sostituirà ai nomi di via quelli di città.
Niente da fare, le preferenze si devono esprimere votando sul sito dedicato e il vantaggio di altre località è imbattibile. Si impone una riflessione però: nelle località in testa, Catanzaro, Reggio Calabria ecc... una forte percentuale di cittadini hanno votato, a giudicare dalle cifre altissime. Probabilmente più di quelli che nell'ultimo decennio hanno fatto una partita a Monopoli. Ma c'è da crederlo davvero, che decine di migliaia di persone si prendano la briga di darsi da fare per mandare il nome della propria città sul tabellone del Monopoli? Io penso di no, più probabile che qualcuno si sia divertito a votare centinaia o migliaia di volte, invece.
La seconda riflessione che s'impone è che forse il mio sindaco dovrebbe occupare meglio il proprio tempo...
E, beninteso, di Milano nel tabellone a me non frega proprio niente.
domenica 4 luglio 2010
Mattatoio n. 5
Kurt Vonnegut, scrittore pacifista e umanista, si inserisce in quella vasta schiera di scrittori anti autoritari e progressisti che hanno predominato nel panorama culturale (statunitense e non solo) del primo dopoguerra fino agli anni '60 e '70. Quindi il suo lavoro ha inevitabilmente un gusto ben preciso, di protesta e speranza, utopia e forse anche (giudicato al giorno d'oggi) ingenuità.
Il libro più celebre di Vonnegut, Mattatoio n. 5, è ispirato in effetti ad alcune fasi della sua vita: egli fu soldato nell'esercito USA e catturato nella battaglia delle Ardenne dai Tedeschi, verso il finire della Seconda Guerra Mondiale. Prigioniero, finì a Dresda, meravigliosa città che fu distrutta in un bombardamento giudicato da molti un crimine di guerra. (L'immagine di questo articolo è una foto d'epoca, mostra persone uccise nel bombardamento).
Le avventure del protagonista, Billy Pilgrim, ripercorrono questi e altri eventi, in mezzo a commentari e intromissioni dell'autore, e con apparizioni dell'autore stesso come personaggio di importanza minimale inserito nel contesto dei prigionieri statunitensi a Dresda. Per giunta si fa menzione dei libri di un certo Kilgore Trout, scrittore di fantascienza che compare nel libro tramite le sue pubblicazioni e in persona, un altro alter ego di Vonnegut, si può dire, visto che compare continuamente nei suoi libri. La trama è assolutamente non lineare al punto che la morte di alcuni personaggi viene preannunciata molto prima che mostrata. In parole povere, è uno di quei libri che sfidano più o meno tutte le convenzioni che vi insegnano in un corso di scrittura creativa. E in effetti talvolta questo modo di scrivere è pure irritante, ma il libro nel suo complesso è tuttora molto leggibile, a mio parere.
Magari qualcuno si chiederà: cosa ha a che vedere con il fantastico? Ebbene, Billy viene rapito dagli extraterrestri (i Tralfamadoriani, sperando di averlo scritto giuto) e impara a vivere il tempo come loro: ovvero, viaggia fortunostamente da un momento all'altro della propria vita (da qui la narrazione non lineare) e comincia a vedere la vita in quattro dimensioni come la vedono gli alieni: predestinata e immutabile, ma con la possibilità di viverne e riviverne all'infinito i momenti migliori. Questa particolarità ovviamente può disorientare, così come può rendere confusa la lettura del libro, ma è illustrata abbastanza bene da Vonnegut e contribuisce a dare l'atmosfera di un mondo in cui il protagonista non può influire su quello che gli succede ed è prigioniero di una serie di avvenimenti in parte tragici e pazzeschi, e del tutto inevitabili.
L'effetto quindi rafforza la satira antimilitarista di Vonnegut, e la sua visione disincantata dell'umanità con le sue sofferenze e con le idee di cui è prigioniera.
Tra le tematiche del libro non mancano altri riferimenti tragici (la Crociata dei Bambini, fatto di dubbia veridicità storica) e spaccati di vita americana, nella carriera di Billy che diventa un ottico di successo dopo la guerra. La volontà dell'uomo, e la sua irrazionalità, vengono messe sotto il riflettore con l'espediente della natura degli alieni che possono sapere tutto quello che avviene e avverrà, ma non possono decidere di cambiare nulla perché è come se tutto fosse "già avvenuto." Gli alieni, che guardano l'umanità con curiosità e disprezzo, in questo non ci sono superiori, ma l'umanità, pur dotata teoricamente di libero arbitrio, non se la cava molto meglio. Così a ogni avvenimento tragico Vonnegut aggiunge il suo fatalistico commento: "Così va la vita."
Che sia cinico o disperato, il suo non è un punto di vista allegro.
Concludendo: un gran bel libro, strano nelle tecniche espositive, che possono dar fastidio ma che ne esaltano la singolarità. Penso che questo Mattatoio n. 5 sia ancora interessante e stimolante, e mi sento di consigliarlo senza esitazione.
Il libro più celebre di Vonnegut, Mattatoio n. 5, è ispirato in effetti ad alcune fasi della sua vita: egli fu soldato nell'esercito USA e catturato nella battaglia delle Ardenne dai Tedeschi, verso il finire della Seconda Guerra Mondiale. Prigioniero, finì a Dresda, meravigliosa città che fu distrutta in un bombardamento giudicato da molti un crimine di guerra. (L'immagine di questo articolo è una foto d'epoca, mostra persone uccise nel bombardamento).
Le avventure del protagonista, Billy Pilgrim, ripercorrono questi e altri eventi, in mezzo a commentari e intromissioni dell'autore, e con apparizioni dell'autore stesso come personaggio di importanza minimale inserito nel contesto dei prigionieri statunitensi a Dresda. Per giunta si fa menzione dei libri di un certo Kilgore Trout, scrittore di fantascienza che compare nel libro tramite le sue pubblicazioni e in persona, un altro alter ego di Vonnegut, si può dire, visto che compare continuamente nei suoi libri. La trama è assolutamente non lineare al punto che la morte di alcuni personaggi viene preannunciata molto prima che mostrata. In parole povere, è uno di quei libri che sfidano più o meno tutte le convenzioni che vi insegnano in un corso di scrittura creativa. E in effetti talvolta questo modo di scrivere è pure irritante, ma il libro nel suo complesso è tuttora molto leggibile, a mio parere.
Magari qualcuno si chiederà: cosa ha a che vedere con il fantastico? Ebbene, Billy viene rapito dagli extraterrestri (i Tralfamadoriani, sperando di averlo scritto giuto) e impara a vivere il tempo come loro: ovvero, viaggia fortunostamente da un momento all'altro della propria vita (da qui la narrazione non lineare) e comincia a vedere la vita in quattro dimensioni come la vedono gli alieni: predestinata e immutabile, ma con la possibilità di viverne e riviverne all'infinito i momenti migliori. Questa particolarità ovviamente può disorientare, così come può rendere confusa la lettura del libro, ma è illustrata abbastanza bene da Vonnegut e contribuisce a dare l'atmosfera di un mondo in cui il protagonista non può influire su quello che gli succede ed è prigioniero di una serie di avvenimenti in parte tragici e pazzeschi, e del tutto inevitabili.
L'effetto quindi rafforza la satira antimilitarista di Vonnegut, e la sua visione disincantata dell'umanità con le sue sofferenze e con le idee di cui è prigioniera.
Tra le tematiche del libro non mancano altri riferimenti tragici (la Crociata dei Bambini, fatto di dubbia veridicità storica) e spaccati di vita americana, nella carriera di Billy che diventa un ottico di successo dopo la guerra. La volontà dell'uomo, e la sua irrazionalità, vengono messe sotto il riflettore con l'espediente della natura degli alieni che possono sapere tutto quello che avviene e avverrà, ma non possono decidere di cambiare nulla perché è come se tutto fosse "già avvenuto." Gli alieni, che guardano l'umanità con curiosità e disprezzo, in questo non ci sono superiori, ma l'umanità, pur dotata teoricamente di libero arbitrio, non se la cava molto meglio. Così a ogni avvenimento tragico Vonnegut aggiunge il suo fatalistico commento: "Così va la vita."
Che sia cinico o disperato, il suo non è un punto di vista allegro.
Concludendo: un gran bel libro, strano nelle tecniche espositive, che possono dar fastidio ma che ne esaltano la singolarità. Penso che questo Mattatoio n. 5 sia ancora interessante e stimolante, e mi sento di consigliarlo senza esitazione.
martedì 29 giugno 2010
Fahrenheit 451, il film
Il film tratto dal libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury uscì nel 1966 per la regia di François Truffaut, un celebre artista francese autodidatta, critico letterario e regista, nonché attore cinematografico. Il ruolo del protagonista maschile, nel ruolo di Montag ovviamente, toccò a Oskar Werner, attore austriaco che da ragazzo disertò le armate di Hitler. Curiosamente la stessa attrice, Julie Christie, sex symbol degli anni '60, prese sia il ruolo della moglie di Montag, Linda (era Mildred nel libro), che di Clarissa, la ragazza "ribelle" che qui interpreta una parte maggiore, ma ha qualche anno in più e lavora come insegnante alle scuole elementari.
Se è difficile giudicare il libro dopo tanti anni (ci ho faticosamente provato in un post di qualche giorno fa), forse è ancora più complicato dare una valutazione a questo film
Innanzitutto è invecchiato male (e questa per me è una gran delusione: una scena o due viste da bambino mi avevano impressionato parecchio, ricordo). La fantascienza retrò a volte ha un suo fascino bizzarro ma qui c'è ben poco. Per cercare di rendere l'idea di una società futura c'è qualche edificio strano e molti palazzoni moderni senza identità (già grigi e precocemente invecchiati nel film!), il curioso veicolo dei pompieri, una monorotaia che ai tempi era sperimentale, un tentativo di rendere il megaschermo a parete che diventa simile a un modesto schermo LCD del giorno d'oggi (e si vede pure male). Altri dettagli sono piuttosto ridicoli, a cominciare dalle uniformi dei pompieri incendiari o dai poliziotti che volano con degli apparecchi a razzo individuali in una scena dove gli effetti speciali scendono troppo al di sotto del livello di guardia anche per un film di quel periodo.
A parte gli aspetti tecnici, abbiamo purtroppo una recitazione lenta, spesso faticosa o teatrale, un film con poco ritmo e poca presa. Dialoghi troppo lunghi o veri e propri monologhi. Gli aspetti intellettuali sono rispettati perciò tanti ricordano questo film ancora con piacere, ma non è particolarmente ben riuscito. Modesta, se non peggio, la prestazione di Julie Christie, con l'aggravante che regge due parti, e importanti entrambe. Migliore quella di Werner, ma solo a tratti. Pessima, noiosissima, la televisione del futuro immaginata da Truffaut: la "famiglia" che dovrebbe ipnotizzare Linda e tante altre persone semplici come lei è sciocca come dovrebbe essere, ma non realizzata in maniera accattivante né dinamica.
Comunque la mano del regista si vede in alcune scelte valide. Innanzitutto la semplificazione del finale (senza la guerra totale che c'è nel libro) è più adatta al film ed evita di complicare le cose con troppa carne al fuoco, stessa cosa si può dire riguardo al migliore sfruttamento del personaggio di Clarissa.
Da una parte Truffaut non si è abbastanza liberato del tentativo di dire tutto quello che c'è nel libro, e da questo derivano tante scene troppo verbose, dall'altra comunque il risultato è un film che, mi sembra, può risultare pienamente comprensibile anche a chi il libro non l'abbia letto (personalmente ho guardato metà del film prima di leggere il libro, e l'ho terminato in seguito). Da questo punto di vista questa pellicola è meglio riuscita di quella ispirata a 1984 (purtroppo).
Brillante l'inizio senza i titoli scritti sullo schermo: sono sostituiti da una voce fuori campo, in tono con la società semi illetterata di cui si parla nella storia. Potente, secondo me, la scena in cui l'anziana signora (attrice: Bee Duffel) decide di morire con i suoi libri: bella recitazione, un momento di bel cinema.
Un'ultima nota: con l'avvento dei computer, e dei lettori di ebook, l'idea di bruciare i libri di carta è ora superata al punto che i tentativi di fare un remake moderno di questo film si sono impantanati, a quanto pare, definitivamente. E in fondo mi dispiace.
Se siete improvvisamente diventati fan di Julie Christie (e se lo eravate anche prima) cliccate qui.
Se è difficile giudicare il libro dopo tanti anni (ci ho faticosamente provato in un post di qualche giorno fa), forse è ancora più complicato dare una valutazione a questo film
Innanzitutto è invecchiato male (e questa per me è una gran delusione: una scena o due viste da bambino mi avevano impressionato parecchio, ricordo). La fantascienza retrò a volte ha un suo fascino bizzarro ma qui c'è ben poco. Per cercare di rendere l'idea di una società futura c'è qualche edificio strano e molti palazzoni moderni senza identità (già grigi e precocemente invecchiati nel film!), il curioso veicolo dei pompieri, una monorotaia che ai tempi era sperimentale, un tentativo di rendere il megaschermo a parete che diventa simile a un modesto schermo LCD del giorno d'oggi (e si vede pure male). Altri dettagli sono piuttosto ridicoli, a cominciare dalle uniformi dei pompieri incendiari o dai poliziotti che volano con degli apparecchi a razzo individuali in una scena dove gli effetti speciali scendono troppo al di sotto del livello di guardia anche per un film di quel periodo.
A parte gli aspetti tecnici, abbiamo purtroppo una recitazione lenta, spesso faticosa o teatrale, un film con poco ritmo e poca presa. Dialoghi troppo lunghi o veri e propri monologhi. Gli aspetti intellettuali sono rispettati perciò tanti ricordano questo film ancora con piacere, ma non è particolarmente ben riuscito. Modesta, se non peggio, la prestazione di Julie Christie, con l'aggravante che regge due parti, e importanti entrambe. Migliore quella di Werner, ma solo a tratti. Pessima, noiosissima, la televisione del futuro immaginata da Truffaut: la "famiglia" che dovrebbe ipnotizzare Linda e tante altre persone semplici come lei è sciocca come dovrebbe essere, ma non realizzata in maniera accattivante né dinamica.
Comunque la mano del regista si vede in alcune scelte valide. Innanzitutto la semplificazione del finale (senza la guerra totale che c'è nel libro) è più adatta al film ed evita di complicare le cose con troppa carne al fuoco, stessa cosa si può dire riguardo al migliore sfruttamento del personaggio di Clarissa.Da una parte Truffaut non si è abbastanza liberato del tentativo di dire tutto quello che c'è nel libro, e da questo derivano tante scene troppo verbose, dall'altra comunque il risultato è un film che, mi sembra, può risultare pienamente comprensibile anche a chi il libro non l'abbia letto (personalmente ho guardato metà del film prima di leggere il libro, e l'ho terminato in seguito). Da questo punto di vista questa pellicola è meglio riuscita di quella ispirata a 1984 (purtroppo).
Brillante l'inizio senza i titoli scritti sullo schermo: sono sostituiti da una voce fuori campo, in tono con la società semi illetterata di cui si parla nella storia. Potente, secondo me, la scena in cui l'anziana signora (attrice: Bee Duffel) decide di morire con i suoi libri: bella recitazione, un momento di bel cinema.
Un'ultima nota: con l'avvento dei computer, e dei lettori di ebook, l'idea di bruciare i libri di carta è ora superata al punto che i tentativi di fare un remake moderno di questo film si sono impantanati, a quanto pare, definitivamente. E in fondo mi dispiace.
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