La polemica (sterile?) sulla natura conservatrice del fantasy l'avevo affrontata in un post passato, giungendo fondamentalmente alla conclusione (abbastanza condivisa) che per quanto di fantasy conservatore ne esista parecchio, non tutto è così, e comunque il fantasy non è "vincolato" ad essere conservatore.
Lo nota anche, in una intervista che ho letto sul web in inglese, China Miéville, che parla proprio del legame tra fantastico e ideali rivoluzionari. Miéville, che parla di sé come di un attivista politico oltre che di uno scrittore, non pretende di essere un autore impegnato. O meglio... I significati si possono trovare, se si vuole, nelle sue opere. Ma non sono mai schiaffati in prima fila ad occupare tutto il palcoscenico. Atteggiamento lodevole e che qualche italiano dovrebbe imitare, forse.
Tra gli autori progressisti o rivoluzionari cita Gene Wolfe, Ursula LeGuin, Michael Moorcock; si chiede addirittura se il fantastico non si presti, anziché a far da portavoce a idee conservatrici, a creare un'estetica sovversiva o radicale.
Saltando le opinioni sul rapporto tra marxismo e fantastico (sono interessanti, anche se non avete una grande opinione del marxismo, ma non posso tradurre tutto quanto qui...) andiamo a leggere cosa pensa Miéville di Tolkien.
Il Signore degli Anelli di Tolkien è senza dubbio il libro fantasy più influente mai scritto... [Tolkien] più di quanto avessero fatto i precedenti scrittori ha inventato una storia complessa, una geografia, una lingua per il suo mondo immaginario, e ha adattato ad esso il suo stile narrativo... e fin qui sono tutti complimenti per l'autore del SdA almeno a mio modo di vedere, poi cominciano le critiche: la visione del mondo di Tolkien era decisamente campagnola, piccolo borghese, anti-modernista e conservatrice, settariamente cristiana e anti-intellettuale. Per citare Moorcock (...): "se la Contea è un giardino in un quartiere suburbano, Sauron (il malvagio signore oscuro) e i suoi seguaci sono quell'antico spauracchio dei borghesi, la folla: tifosi ignoranti che buttano le loro bottiglie di birra al di là della staccionata" insomma Tolkien spingerebbe in qualche modo il lettore verso la mentalità della classe più o meno privilegiata dei suoi tempi, che temeva il cambiamento e vedeva sempre il passato come un'età dell'oro.
Non sto a tradurre l'intera intervista dal momento che non sono un amante del plagio (il link è in fondo). E non so se Miéville, con il suo progressismo marxista sempre più simile a un ferrovecchio, in un mondo contemporaneo dove i cambiamenti non sono certo diretti verso il "sol dell'avvenire," sia davvero meno conservatore di Tolkien. Non posso dire di condividerlo, certi aspetti del suo punto di vista li ritengo proprio vecchiume. Salta all'occhio l'uso del termine "piccolo borghese," che nella società stravolta di oggi non vuol dire assolutamente nulla, ma ancora viene usato da una parte della sinistra come se fosse il peggiore degli insulti, la categoria umana più escrementizia che si possa trovare.
Però da parte mia devo ammettere una cosa: ritengo abbastanza inconcludente (per quanto ne so) la critica di Tolkien verso la modernità. Certi atteggiamenti anti-industriali e certe critiche contro il potere potrei anche condividerle. Ma mi danno l'idea di un rammarico senza alcuna indicazione di percorso alternativo (a questo punto la sinistra tradizionale in effetti ci fa una figura migliore, per quanto sia ormai improponibile).
Cosa dire della similitudine ideata da Michael Moorcock, nella citazione? Cattivella, senza dubbio. Bisognerebbe aver letto parecchio di Tolkien per poter dire se ha ragione, io mi astengo dal giudicare perché non lo conosco abbastanza.
Miéville ha da dire anche sul ruolo che il lieto fine avrebbe nello scrivere di Tolkien. Leggiamo:
Per lui la consolazione del lieto fine è fondamentale per il fantasy. Fa finta che avvenga per miracolo, che non ci si debba contare. Ma tale pretesa di casualità è un'idiozia, perché subito prima dice che "tutte le fiabe per essere complete devono avere il lieto fine, è la loro funzione primaria"(...) in Tolkien il lettore riceve l'idea consolatoria che i problemi di sistema sono dovuti ad agitatori esterni, e che la 'gente per bene,' contenta di come andavano le cose, alla fine avrà la meglio. Questo fantasy è come cibo di conforto letterario...
Trovo discutibile l'attribuzione di Miéville a Tolkien di una "necessità" del lieto fine. Miéville però cita proprio il saggio sulla fiaba di Tolkien, dove l'autore avrebbe sostenuto l'importanza della consolazione del lieto fine: personalmente non ho letto tutto il Tolkien narrativo e nemmeno il saggio citato (On Fairy Stories), ma non mi pare che Tolkien abbia razzolato esattamente come propone, per quanto non metta in dubbio che Miéville citi parole sue. Direi anzi che nemmeno il finale del SdA è veramente in tutto e per tutto un lieto fine. Intanto non dimentichiamo la tristezza per il sacrificio di Frodo; ma se c'è comunque la vittoria contro gli hooligans che buttano le bottiglie vuote nel giardino, vittoria importantissima perché altrimenti ogni ordine del mondo finirebbe (nella visione che Miéville attribuisce a T.), il mondo della Terra di Mezzo non ritorna certo quello di prima, con la contentezza della gente 'per bene'.
Mi piacerebbe sapere come la pensate. Vi ritrovate su questi punti della critica di Miéville?
Se poi volete leggere tutta l'intervista, eccola qui.
giovedì 13 maggio 2010
martedì 11 maggio 2010
Ricordiamo Frank Frazetta
Per un certo periodo se pensavo al fantasy pensavo alle sue immagini. E' stato tra i protagonisti di un'incredibile stagione creativa, dagli anni '60 agli '80. Eppure non ho mai saputo molto altro di questo artista.
In questi giorni lo perdiamo: il 10 maggio all'età di 82 anni Frank Frazetta, dopo aver purtroppo sofferto per molti problemi familiari e di salute, ci ha lasciato per un attacco cardiaco.
In questi giorni lo perdiamo: il 10 maggio all'età di 82 anni Frank Frazetta, dopo aver purtroppo sofferto per molti problemi familiari e di salute, ci ha lasciato per un attacco cardiaco.
venerdì 7 maggio 2010
Imperial 2030
Un gioco un po' diverso dal solito, dove viene rappresentata una situazione di conflitto abbastanza tradizionale ambientata in un prossimo futuro. Ci sono in ballo le grandi potenze, aggiornate al mondo globalizzato: India, Cina, Europa, Brasile, Russia, USA. La peculiarità è che in realtà si tratta di un gioco economico e le azioni militari, che consistono fondamentalmente nel prendere il controllo di mari e terre emerse non appartenenti alle grandi potenze, servono ad arricchire i giocatori che fanno la parte di investitori che agiscono dietro le quinte.
Le grandi potenze offrono i titoli del loro debito pubblico, che saranno più contesi ovviamente se il paese è prospero (ricco e capace di presidiare un vasto territorio). I giocatori muovono quelle potenze di cui sono i maggiori detentori del debito pubblico: pertanto il gioco si svolge prevalentemente nell'ambito del controllo finanziario di stati che vengono spietatamente spremuti per ricavarne ricchezza economica.
Anche gli eserciti, che costano e limitano la tassazione, vengono cinicamente mandati al macello se è arrivato il momento di mietere dopo quello di espandersi. E se un giocatore resta privo di nazioni da controllare non c'è alcun problema, diventa "banca svizzera" ed è molto più libero di muoversi a livello finanziario e speculativo (anzi, è una situazione preferibile, almeno per una parte del gioco, a quella di controllare una potenza: anche perché, contrariamente ai governanti argentini, qui il detentore del potere è obbligato a coprire l'interesse sul debito pubblico di tasca propria se il paese non ce la fa).
Un sistema molto semplice per far riflettere su come il denaro sia la forza che muove il mondo di oggi e sull'esistenza di interessi senza volto che si nascondono dietro lo schermo di leader mondiali e di nazioni. I fatti di questi giorni, ovvero la speculazione contro l'Euro che sta causando disordini e mietendo vittime umane negli scontri di Atene, possono del resto ben far riflettere su questo capitalismo senza patria.
Il gioco di cui sto parlando si chiama Imperial 2030 (basato sul precedente Imperial che non ho giocato) ed è stato pubblicato un anno fa. Progettista: Marc Gerdts. Non so nulla di lui, ma devo fargli i miei complimenti.
Le grandi potenze offrono i titoli del loro debito pubblico, che saranno più contesi ovviamente se il paese è prospero (ricco e capace di presidiare un vasto territorio). I giocatori muovono quelle potenze di cui sono i maggiori detentori del debito pubblico: pertanto il gioco si svolge prevalentemente nell'ambito del controllo finanziario di stati che vengono spietatamente spremuti per ricavarne ricchezza economica.
Anche gli eserciti, che costano e limitano la tassazione, vengono cinicamente mandati al macello se è arrivato il momento di mietere dopo quello di espandersi. E se un giocatore resta privo di nazioni da controllare non c'è alcun problema, diventa "banca svizzera" ed è molto più libero di muoversi a livello finanziario e speculativo (anzi, è una situazione preferibile, almeno per una parte del gioco, a quella di controllare una potenza: anche perché, contrariamente ai governanti argentini, qui il detentore del potere è obbligato a coprire l'interesse sul debito pubblico di tasca propria se il paese non ce la fa).
Un sistema molto semplice per far riflettere su come il denaro sia la forza che muove il mondo di oggi e sull'esistenza di interessi senza volto che si nascondono dietro lo schermo di leader mondiali e di nazioni. I fatti di questi giorni, ovvero la speculazione contro l'Euro che sta causando disordini e mietendo vittime umane negli scontri di Atene, possono del resto ben far riflettere su questo capitalismo senza patria.
Il gioco di cui sto parlando si chiama Imperial 2030 (basato sul precedente Imperial che non ho giocato) ed è stato pubblicato un anno fa. Progettista: Marc Gerdts. Non so nulla di lui, ma devo fargli i miei complimenti.
venerdì 30 aprile 2010
Iron Man 2
Visto il secondo Iron Man. Stesso regista, protagonisti in parte cambiati. Ovviamente resta Robert Downey Jr nei panni dell'eccentrico industriale Tony Stark, e prende maggiore importanza la segretaria tuttofare interpretata da Gwyneth Paltrow. James Rhodes, l'amico di Stark nell'esercito, rimane ma è cambiato l'attore che lo interpreta (subentra Don Cheadle) e intervengono addirittura due cattivi: Mickey Rourke nei panni di Ivan Vanko, scienziato russo con rancori personali verso Stark, e il concorrente Justin Hammer (attore: Sam Rockwell) che cercherà di usare Vanko contro Tony Stark per rivalità commerciali.
Rispettando la continuità dell'universo Marvel, come un po' pomposamente si usa dire parlando di supereroi, entrano in campo altri due personaggi che segnano la progressione della storia verso il gruppo di eroi chiamato The Avengers (ma è questione di un prossimo film): si tratta di Nick Fury e della Vedova Nera, interpretati rispettivamente da Samuel L. Jackson e Scarlett Johansson.
Il duetto tra Tony Stark e Pepper (la Paltrow) riesce piacevole come nel primo film. Vi è una alternanza di scene d'azione con momenti comici e semi seri, e intermezzi di riflessione o anche drammatici per quanto riguarda i guai del protagonista, tra problemi di salute (gravi) causati dall'elettromagnete innestato nel petto e la situazione in cui si trova ricoprendo il pesante ruolo di Iron Man. Entrambi i cattivi sono ben riusciti. Per quanto riguarda Scarlett Johansson, ha una indubbia presenza scenica ma anche qui, come nello sfortunatissimo The Spirit, ricopre un ruolo secondario e tutto sommato un po' decorativo.
Per chi ama la coerenza logica ci saranno dei momenti di orrore, perché anche qui c'è gente che (come nel primo Iron Man) con tre cacciaviti in una stamberga riesce a realizzare tecnologie e armi sofisticatissime. Però va detto che la progressione della storia, gli eventi relativi alla vita del padre di Tony Stark e alla nascita del complesso industriale di famiglia sono esplorati in maniera abbastanza interessante e nient'affatto noiosa.
Personalmente mi sono un po' stancato per le battaglie tra macchine volanti che si bersagliano di colpi a una velocità incredibile, ma magari sono io che ormai sono vecchio, chi lo sa.
In definitiva il film si regge bene in piedi, gode di uno straordinario attore protagonista, e riesce a esplorare maggiormente il mondo di Iron Man. Però, senza negare qualche novità, Iron Man 2 non pare così differente dal predecessore, e purtroppo non ne ha la freschezza (inevitabilmente).
Pertanto a mio parere questo film pur essendo piacevole ha i tradizionali limiti dei "sequel" che non riescono a reinventare la serie o a crearsi una propria autonomia, e non mi ha divertito come il primo.
Rispettando la continuità dell'universo Marvel, come un po' pomposamente si usa dire parlando di supereroi, entrano in campo altri due personaggi che segnano la progressione della storia verso il gruppo di eroi chiamato The Avengers (ma è questione di un prossimo film): si tratta di Nick Fury e della Vedova Nera, interpretati rispettivamente da Samuel L. Jackson e Scarlett Johansson.
Il duetto tra Tony Stark e Pepper (la Paltrow) riesce piacevole come nel primo film. Vi è una alternanza di scene d'azione con momenti comici e semi seri, e intermezzi di riflessione o anche drammatici per quanto riguarda i guai del protagonista, tra problemi di salute (gravi) causati dall'elettromagnete innestato nel petto e la situazione in cui si trova ricoprendo il pesante ruolo di Iron Man. Entrambi i cattivi sono ben riusciti. Per quanto riguarda Scarlett Johansson, ha una indubbia presenza scenica ma anche qui, come nello sfortunatissimo The Spirit, ricopre un ruolo secondario e tutto sommato un po' decorativo.
Per chi ama la coerenza logica ci saranno dei momenti di orrore, perché anche qui c'è gente che (come nel primo Iron Man) con tre cacciaviti in una stamberga riesce a realizzare tecnologie e armi sofisticatissime. Però va detto che la progressione della storia, gli eventi relativi alla vita del padre di Tony Stark e alla nascita del complesso industriale di famiglia sono esplorati in maniera abbastanza interessante e nient'affatto noiosa.
Personalmente mi sono un po' stancato per le battaglie tra macchine volanti che si bersagliano di colpi a una velocità incredibile, ma magari sono io che ormai sono vecchio, chi lo sa.
In definitiva il film si regge bene in piedi, gode di uno straordinario attore protagonista, e riesce a esplorare maggiormente il mondo di Iron Man. Però, senza negare qualche novità, Iron Man 2 non pare così differente dal predecessore, e purtroppo non ne ha la freschezza (inevitabilmente).
Pertanto a mio parere questo film pur essendo piacevole ha i tradizionali limiti dei "sequel" che non riescono a reinventare la serie o a crearsi una propria autonomia, e non mi ha divertito come il primo.
lunedì 26 aprile 2010
La Guerra nel Medioevo
Ci ho messo un bel po' a finire questo libro denso e massiccio di Philippe Contamine, professore alla Sorbona e autorità indiscussa in materia di storia medievale. Il medioevo mi interessa soprattutto perché mi interessa la storia: ma non lo ritengo off topic in questo blog perché il fantasy, nonostante si sia ormai ramificato in mille tematiche diverse, è pur sempre in buona parte ancorato ad ambientazioni medievaleggianti. Anche se, sia detto di sfuggita, chi crea un'ambientazione fantastica è tenuto a riflettere sulle sue peculiarità e sulle loro conseguenze nella società, e non dovrebbe semplicemente "infilarla" in un mondo medievale o di altro periodo storico.
Ne La Guerra nel Medioevo l'autore fa una carrellata sul fenomeno militare visto da tutte le angolazioni possibili e immaginabili, un'analisi inevitabile perché, come Contamine fa notare, nel periodo medievale la guerra è onnipresente e connaturata con la società e l'autorità in maniera indissolubile. Non solo il feudalesimo è una forma di governo (con la sua inevitabile frammentazione dell'autorità e del potere) che nasce dagli obblighi militari del feudatario in cambio del controllo su un certo territorio, ma per di più la Chiesa cattolica, che aveva vissuto una breve stagione di assoluto pacifismo ai tempi dell'Impero Romano, comincia a vivere in simbiosi con gli uomini d'arme cercando di influenzarne i comportamenti (codice cavalleresco, crociate) e legittimarne l'operato, pur essendo critica verso le guerre in cui al cristiano si oppone un cristiano.
Come tanti libri del genere, anche questo è piuttosto scarso di informazioni che riguardano l'alto medioevo e trae molte delle sue fonti dagli ultimi secoli, '300 e '400. Una visione distorta inevitabile, visto che l'alto medioevo e i tempi delle invasioni barbariche sono una specie di notte dei tempi di cui poco si sa perché poche testimonianze sono state scritte e non tutte ci sono arrivate. Tuttavia l'autore fa un onesto tentativo di comprendere anche quel periodo, in cui nascono i primi castelli e gli obblighi feudali, si verifica quel tracollo organizzativo che impedisce per tutta quest'epoca di mettere in campo armate numerose come si verificava ai tempi del mondo antico, si fanno i conti con le ultime grandi invasioni (Ungari) e il clero si qualifica come ultimo baluardo di civiltà e di sapere in un mondo dove l'esistenza è divenuta violenta e stentata.
Interessante l'attenzione agli obblighi feudali e al loro evolversi. Gli obblighi militari della società medievale potevano essere molto complessi e personalizzati: un feudatario poteva essere tenuto a fornire al suo sovrano determinati organici, con una descrizione molto precisa di quanti cavalieri, scudieri, arcieri, cavalli e armi era suo compito mettere a disposizione. Poteva essere tenuto a fornire un servizio gratuito per un certo periodo, essere pagato per una campagna più lunga, aver diritto alla sostituzione di cavalli o equipaggiamento perduti in battaglia, ecc... Il servizio militare di un cavaliere non corrispondeva necessariamente con l'assegnazione di un terreno per il proprio mantenimento: un altro (più ricco) poteva essere tenuto a provvedere per lui in tutto o in parte. Generalmente (salvo qualche eccezione verso la fine del medioevo) non c'era alcuna "fabbrica" che producesse armi e armature in serie o scuola militare che fornisse addestramento: il mestiere delle armi era una pratica quotidiana per moltissima gente, le armi si compravano come e quando possibile e non sempre la loro qualità era eccelsa.
Il risultato era un esercito poco disciplinato, dove spesso il combattente cercava la gloria individuale o la cattura di prigionieri che potessero fornire bottino, e dove il nobile desiderava vedersela con i suoi pari della parte opposta, indipendentemente da quelle che fossero le esigenze tattiche. Gli obblighi delle milizie feudali spesso erano limitati a un periodo di tempo modesto, il che rendeva le marmaglie di armati alla meno peggio utilizzabili solo sulla difensiva. Frequenti gli assedi, scarse e temute le battaglie. Possibili i comportamenti "cortesi" e umanitari sul campo di battaglia (incoraggiati dalla Chiesa), con richieste di riscatto per i prigionieri e trattamenti dignitosi, ma non infrequenti le atrocità che talvolta si estendevano alla popolazione civile in teoria estranea ai conflitti (e priva, almeno per una parte del medioevo, di un sentimento nazionale).
Il libro tratta anche di armi e armamenti, di strategia e tattica (Contamine cerca di dimostrare che i condottieri dell'epoca non erano poi così sprovveduti, ma implicitamente riconosce che rispetto all'epoca antica c'era ancor meno controllo su quanto accadeva nel campo di battaglia), delle compagnie di mercenari che saranno così importanti nelle epoche successive, dello sviluppo dell'artiglieria, della capacità finanziaria e organizzativa delle monarchie dell'epoca (assai scarse: e questo spiega come in una società dove un sacco di gente possedeva armi e armature gli eserciti fossero relativamente piccoli), del rapporto con gli infedeli e le realtà esistenti ai confini del mondo medievale.
Si tratta di un testo comprensibile anche a chi ha scarse conoscenze precedenti o solo rimembranze scolastiche, ma non è propriamente divulgativo. Ogni affermazione è corredata di note a pié pagina e citazioni, riferimenti ed esempi, nonché magari anche di menzione delle eccezioni alla regola. L'autore dice quello che sa, dà una interpretazione, ma allo stesso tempo sciorina argomenti che possono permettere al lettore di farsi un'idea e offre mille rimandi per chi vuole approfondire. Questo rende La Guerra nel Medioevo un testo dallo stile dotto, una miniera di informazioni e una guida per una conoscenza approfondita dell'argomento, ma non una lettura scorrevole. Chi volesse un rapido manualetto che riassuma in punti chiari ed essenziali gli aspetti peculiari della storia militare del medioevo dovrà cercare altrove.
Ne La Guerra nel Medioevo l'autore fa una carrellata sul fenomeno militare visto da tutte le angolazioni possibili e immaginabili, un'analisi inevitabile perché, come Contamine fa notare, nel periodo medievale la guerra è onnipresente e connaturata con la società e l'autorità in maniera indissolubile. Non solo il feudalesimo è una forma di governo (con la sua inevitabile frammentazione dell'autorità e del potere) che nasce dagli obblighi militari del feudatario in cambio del controllo su un certo territorio, ma per di più la Chiesa cattolica, che aveva vissuto una breve stagione di assoluto pacifismo ai tempi dell'Impero Romano, comincia a vivere in simbiosi con gli uomini d'arme cercando di influenzarne i comportamenti (codice cavalleresco, crociate) e legittimarne l'operato, pur essendo critica verso le guerre in cui al cristiano si oppone un cristiano.
Come tanti libri del genere, anche questo è piuttosto scarso di informazioni che riguardano l'alto medioevo e trae molte delle sue fonti dagli ultimi secoli, '300 e '400. Una visione distorta inevitabile, visto che l'alto medioevo e i tempi delle invasioni barbariche sono una specie di notte dei tempi di cui poco si sa perché poche testimonianze sono state scritte e non tutte ci sono arrivate. Tuttavia l'autore fa un onesto tentativo di comprendere anche quel periodo, in cui nascono i primi castelli e gli obblighi feudali, si verifica quel tracollo organizzativo che impedisce per tutta quest'epoca di mettere in campo armate numerose come si verificava ai tempi del mondo antico, si fanno i conti con le ultime grandi invasioni (Ungari) e il clero si qualifica come ultimo baluardo di civiltà e di sapere in un mondo dove l'esistenza è divenuta violenta e stentata.
Interessante l'attenzione agli obblighi feudali e al loro evolversi. Gli obblighi militari della società medievale potevano essere molto complessi e personalizzati: un feudatario poteva essere tenuto a fornire al suo sovrano determinati organici, con una descrizione molto precisa di quanti cavalieri, scudieri, arcieri, cavalli e armi era suo compito mettere a disposizione. Poteva essere tenuto a fornire un servizio gratuito per un certo periodo, essere pagato per una campagna più lunga, aver diritto alla sostituzione di cavalli o equipaggiamento perduti in battaglia, ecc... Il servizio militare di un cavaliere non corrispondeva necessariamente con l'assegnazione di un terreno per il proprio mantenimento: un altro (più ricco) poteva essere tenuto a provvedere per lui in tutto o in parte. Generalmente (salvo qualche eccezione verso la fine del medioevo) non c'era alcuna "fabbrica" che producesse armi e armature in serie o scuola militare che fornisse addestramento: il mestiere delle armi era una pratica quotidiana per moltissima gente, le armi si compravano come e quando possibile e non sempre la loro qualità era eccelsa.
Il risultato era un esercito poco disciplinato, dove spesso il combattente cercava la gloria individuale o la cattura di prigionieri che potessero fornire bottino, e dove il nobile desiderava vedersela con i suoi pari della parte opposta, indipendentemente da quelle che fossero le esigenze tattiche. Gli obblighi delle milizie feudali spesso erano limitati a un periodo di tempo modesto, il che rendeva le marmaglie di armati alla meno peggio utilizzabili solo sulla difensiva. Frequenti gli assedi, scarse e temute le battaglie. Possibili i comportamenti "cortesi" e umanitari sul campo di battaglia (incoraggiati dalla Chiesa), con richieste di riscatto per i prigionieri e trattamenti dignitosi, ma non infrequenti le atrocità che talvolta si estendevano alla popolazione civile in teoria estranea ai conflitti (e priva, almeno per una parte del medioevo, di un sentimento nazionale).
Il libro tratta anche di armi e armamenti, di strategia e tattica (Contamine cerca di dimostrare che i condottieri dell'epoca non erano poi così sprovveduti, ma implicitamente riconosce che rispetto all'epoca antica c'era ancor meno controllo su quanto accadeva nel campo di battaglia), delle compagnie di mercenari che saranno così importanti nelle epoche successive, dello sviluppo dell'artiglieria, della capacità finanziaria e organizzativa delle monarchie dell'epoca (assai scarse: e questo spiega come in una società dove un sacco di gente possedeva armi e armature gli eserciti fossero relativamente piccoli), del rapporto con gli infedeli e le realtà esistenti ai confini del mondo medievale.
Si tratta di un testo comprensibile anche a chi ha scarse conoscenze precedenti o solo rimembranze scolastiche, ma non è propriamente divulgativo. Ogni affermazione è corredata di note a pié pagina e citazioni, riferimenti ed esempi, nonché magari anche di menzione delle eccezioni alla regola. L'autore dice quello che sa, dà una interpretazione, ma allo stesso tempo sciorina argomenti che possono permettere al lettore di farsi un'idea e offre mille rimandi per chi vuole approfondire. Questo rende La Guerra nel Medioevo un testo dallo stile dotto, una miniera di informazioni e una guida per una conoscenza approfondita dell'argomento, ma non una lettura scorrevole. Chi volesse un rapido manualetto che riassuma in punti chiari ed essenziali gli aspetti peculiari della storia militare del medioevo dovrà cercare altrove.
mercoledì 21 aprile 2010
Un romanzo di genere
In questi giorni ho letto, riletto e rimuginato un articolo di Sandrone Dazieri (Qualche trucco per scrivere un romanzo di genere) sul blog che questo esponente di Mondadori tiene presso il sito del Sole24Ore.
Invito a dare un'occhiata. In parole povere Dazieri dice che se vuoi scrivere un romanzo di genere devi ideare una trama avvincente ed esserle fedele, senza infiocchettarla troppo. Il lettore deve rimanere avvinto dalla suspense e scoprire un mondo, un mistero, una storia a poco a poco dalle vostre pagine. Quello che non è utile alla trama va tolto. Insomma, essere fedeli al potere del come andrà a finire?
Uscire dal seminato non aiuta.
Per quanto mi riguarda sono abbastanza d'accordo. Nel senso che, più o meno, questa norma la usavo pur senza conoscerla, diciamo, o almeno non la conoscevo in questi termini. Il mio travagliato Magia e Sangue, e anche le altre cose di una certa lunghezza che ho scritto, puntano molto sulla trama e quando mi sono preso la licenza di accennare a qualcosa su cui vorrei dire la mia l'ho fatto in maniera molto leggera e lasciando la questione appena abbozzata, senza sermoni da parte mia. Anzi ho curato lo stile proprio in funzione della suspense, facendo del mio libro una storia che procede spedita sul seminato, e che dovrebbe (si spera) bloccare il lettore sulla classica domanda: come andrà a finire?
Quindi non ho motivo di critica, in quanto aspirante autore, su quello che scrive Dazieri. Tuttavia molti dei romanzi del fantastico che ho letto non seguivano affatto questa regola e qualcuno era estremamente arricchito proprio da quello che usciva dal seminato. Mi viene in mente Gene Wolfe, per esempio, con il suo ricchissimo ciclo del Nuovo Sole dove troviamo spesso una storia incastonata dentro un'altra e mille digressioni dalla trama principale.
Insomma, seppur valido, mi sembra che il consiglio di Dazieri sia più rivolto ai principianti. E beninteso, come appartenente alla categoria lo rispetto.
Invito a dare un'occhiata. In parole povere Dazieri dice che se vuoi scrivere un romanzo di genere devi ideare una trama avvincente ed esserle fedele, senza infiocchettarla troppo. Il lettore deve rimanere avvinto dalla suspense e scoprire un mondo, un mistero, una storia a poco a poco dalle vostre pagine. Quello che non è utile alla trama va tolto. Insomma, essere fedeli al potere del come andrà a finire?
Uscire dal seminato non aiuta.
Per quanto mi riguarda sono abbastanza d'accordo. Nel senso che, più o meno, questa norma la usavo pur senza conoscerla, diciamo, o almeno non la conoscevo in questi termini. Il mio travagliato Magia e Sangue, e anche le altre cose di una certa lunghezza che ho scritto, puntano molto sulla trama e quando mi sono preso la licenza di accennare a qualcosa su cui vorrei dire la mia l'ho fatto in maniera molto leggera e lasciando la questione appena abbozzata, senza sermoni da parte mia. Anzi ho curato lo stile proprio in funzione della suspense, facendo del mio libro una storia che procede spedita sul seminato, e che dovrebbe (si spera) bloccare il lettore sulla classica domanda: come andrà a finire?
Quindi non ho motivo di critica, in quanto aspirante autore, su quello che scrive Dazieri. Tuttavia molti dei romanzi del fantastico che ho letto non seguivano affatto questa regola e qualcuno era estremamente arricchito proprio da quello che usciva dal seminato. Mi viene in mente Gene Wolfe, per esempio, con il suo ricchissimo ciclo del Nuovo Sole dove troviamo spesso una storia incastonata dentro un'altra e mille digressioni dalla trama principale.
Insomma, seppur valido, mi sembra che il consiglio di Dazieri sia più rivolto ai principianti. E beninteso, come appartenente alla categoria lo rispetto.
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