giovedì 10 aprile 2008

Intervista a Uberto Ceretoli

Grazie alle meraviglie della posta elettronica, ho potuto porre qualche domanda all’autore de “Il Sigillo del Vento,” un libro che, come avrete già visto seguendo la recensione, si è fatto notare nel panorama recente del fantasy italiano. Ecco l’intervista:

Puoi parlarci del tuo amore per il fantasy e delle letture che ritieni siano state formative per te?

Beh, innanzitutto un grazie a Bruno che ha deciso di intervistarmi dedicandomi parte del suo tempo (e del suo spazio web!). Vediamo di rinverdire un lontano passato... il mio amore per il fantasy è nato quando, ancora bambino, presi dalla libreria di mio padre un libro che aveva un titolo davvero strano: "La storia infinita". Cominciai a leggere, incuriosito da come potesse stare una storia infinita in un libro finito. Da questo episodio cominciò la mia passione per il fantasy, passione che venne coltivata subito dopo con "I draghi del crepuscolo d'autunno", i loro seguiti e altre opere americane. Dopo essermi buttato su "Lo hobbit" cambiai genere con Poe, Lovecraft e quindi King. Forse queste ultime sono state le letture più formative anche se spaziano più nell'horror e nel fantastico che nel fantasy propriamente detto.

Nel tuo scrivere ti ispiri apertamente al gioco di ruolo: ci riassumi in breve come ti sei avvicinato a questo ambiente e la tua esperienza? Che contributo ha dato alla tua voglia di scrivere?

Mi sono avvicinato al gioco di ruolo con GURPS, quando avevo 16 anni. Assieme ad alcuni compagni di classe abbiamo iniziato a giocare quasi per scherzo, io facevo il master. Mi sono trovato nella situazione di dover gestire dei personaggi all'interno di una storia e, naturalmente, scrivere la storia stessa con tutte le sue possibili evoluzioni. Oltre a GURPS ho provato (ma da giocatore) d&d, Ad&d, Ken il Guerriero, Warhammer. Oltre a questo ho fatto un paio di tornei ufficiali di d&d, come giocatore e come master.
Direi che il contributo che ha dato il gioco di ruolo alla mia passione per il fantasy è stato fondamentale, forse superiore alle letture di genere.

Il gioco di ruolo ti è servito come allenamento per immaginare storie, ambientazioni e mondi fantastici? Credi ti sia stato utile come aiuto tecnico e creativo per scrivere "Il Sigillo del Vento," al di là dell'ovvia connotazione ruolistica del libro?

Direi che il gioco di ruolo mi è stato utile per immaginare la trama e per imparare a gestire i personaggi.
Parlando da "master" direi che se nella trama hai previsto 4 o 5 scelte possibili per i giocatori, ecco che loro se ne inventeranno sicuramente una assolutamente imprevedibile. Oltre a questo e al bagaglio culturale relativo alle creature, direi che, soprattutto GURPS, mi ha dato molte informazioni riguardo a come "gestire" le evoluzioni di una storia e le azioni dei personaggi.

Puoi parlarci della genesi de "Il Sigillo del Vento?" Qual è la procedura che segui per creare una storia e come organizzi il lavoro creativo? Hai scritto prima di tutto un riassunto per sommi capi, o ti sei gettato subito nella scrittura?

La genesi de "Il Sigillo del Vento" è particolare, unica direi. Non era un'opera compiuta prima che attraverso il sito di fantasy-story trovassi l'annuncio di un concorso per opere fantasy. "Il Sigillo del Vento" era una cartella sul mio PC con numerosi racconti che avevano gli stessi protagonisti. In funzione di quel concorso alcuni di queste storie sono state riunite sotto una trama creata ad hoc che si è poi evoluta mano a mano che i raccordi tra i vari "capitoli" procedeva. Successivamente, terminata la stesura, il manoscritto era troppo corposo per quel concorso e l'ho rimaneggiato creando tre parti "autoconclusive" (più o meno) che volevo inviare separate. Al termine di questo lavoro mi è giunta la notizia della nascita di Asengard Edizioni e le ho inviato il "malloppo", intero.
Attualmente ho terminato di scrivere "Il Sigillo della Terra" e la genesi di quest'opera è completamente differente (pur incorporando altri capitoli che non mi era stato possibile includere ne "Il Sigillo del Vento"): ho studiato prima un'evoluzione degli accadimenti e cominciato a scrivere riassunti dei capitoli procedendo in modo più metodico anche se non nego che molte parti si sono "create da sole" mano a mano che la stesura procedeva. In questo caso però la storia è stata creata ex-novo e non è nata da un unione di racconti. Generalmente faccio così (anche con le altre opere che sto realizzando): definisco qual è il messaggio che voglio mandare, faccio una breve panoramica su alcuni personaggi e immagino le loro peripezie per sommi capi, poi mi butto nella stesura, lasciandomi andare e non scartando a priori nessuna possibilità (non è difficile che anche il finale cambi rispetto alle idee iniziali se la storia prende una piega differente dal previsto).

Dici "definisco qual è il messaggio che voglio mandare"... Ritieni che ci debba per forza essere un messaggio? Nel "Sigillo" ho visto che l'hai buttata anche un po' in politica...

Come autore non riesco a immaginare un'opera priva di messaggio: a scavare bene bene si può trovare in qualsiasi libro. Quando penso all'evoluzione della storia, al finale, alla storia stessa, non riesco a lavorare bene se per primo non ho ben chiaro il messaggio che voglio dare. Immagina uno scontro tra luce e tenebre: se alla fine vincessero i cattivi, il messaggio che manderei sarebbe sicuramente diverso da quello che manderei se vincessero i buoni...
Per quanto riguarda la politica, ne "Il Sigillo del Vento" non c'è uno scontro buoni-cattivi, c'è uno scontro tra popoli o tra membri dello stesso popolo che hanno una visione differente della vita e della realtà, sta al lettore giudicare chi è il buono e chi è il cattivo. Purtroppo abbandonando la classica divisione bene/male ho cercato di dare un senso alle relazioni sociali. Certi elfi odiano gli umani. Perché? Il sovrano di un Regno decide di istituire l'inquisizione e di adottare una data religione. Che cambiamenti implica tutto ciò? Ecco, le spiegazioni delle azioni dei personaggi riguardano la psicologia, quelle delle azioni di un intero popolo riguardano inevitabilmente la politica: quando i reivoniani aumentano la produzione di armi ci sono ovvie ripercussioni sull'ambiente e sui regni circostanti, cambiano i rapporti sociali e questa è politica. Insomma, ho cercato di caratterizzare i personaggi anche da questo punto di vista: cosa ne pensano della guerra, delle culture degli altri popoli, delle loro usanze? Faccio un esempio: cosa ne pensa Gwyllywm dei reivoniani? Se dico che Gwyllywm pensa che i reivoniani sono cattivi è un pensiero politicamente "neutro", ma se dico che Gwyllywm pensa che il loro è un bieco tentativo di sottrarre alla natura delle ricchezze per concentrarle nelle mani di pochi nobili faccio una considerazione politica più forte. La seconda considerazione da però più spessore al personaggio. Anche questo però dipende dal messaggio che si vuole dare. Non volevo rendere gli scontri del mio libro riassumibili nella considerazione che il bene e il male combattono, volevo rendere popoli e culture differenti che combatono in virtù di tali differenze. Raylyn la pensa diversamente da Gwyllywm e il lettore può comunque porsi la domanda: chi dei due ha ragione? In altri casi non è così, non puoi domandarti se "il Nulla" de "La storia Infinita" ha le sue ragioni, le sue idee e se queste sono valide almeno quanto quelle di Atreiu.

L'esperienza di pubblicare: dove sono state le più grosse difficoltà, quanto hai dovuto attendere prima di realizzare la tua aspirazione, e cosa hai fatto, dopo la pubblicazione, per promuovere il libro?

"Il Sigillo del Vento" non è il mio primo libro edito. Il primo è "Uomini in bilico", un libro scritto a quattro mani con Marco Bonati che ha riscosso un discreto successo locale (a Parma). Questo libro è edito AndreaOppure Editore ma è stato stampato con un contributo di pubblicazione. Come immaginavamo io e Marco siamo stati seguiti molto poco sia durante la fase di editing che nella successiva fase di promozione ma abbiamo scelto questa strada perché erano ormai 6 anni che il libro era terminato e volevamo vederlo edito.
Con "Il Sigillo del Vento" invece credo che si sia trattato di pura fortuna. Il destino ha voluto che avessi un libro con una storia fantasy valida pronto proprio quando è nata Asengard Edizioni (anche se i racconti sono stati scritti in un arco di 8 anni). Dopo che Asengard ha deciso di pubblicare la mia opera ho lavorato assistito da validi editor che mi hanno dato suggerimenti, hanno chiesto delucidazioni e hanno fatto davvero un bel lavoro per migliorare la forma e la sostanza.
La fase di promozione mi ha visto partecipare a tre eventi. Il primo è stata la presentazione "ufficiale" in Feltrinelli a Parma con Mauro Raccasi (autore del ciclo dei Celti edito Piemme) che mi ha presentato ai numerosi intervenuti. Praticamente è stato il direttore di Feltrinelli a dare disponibilità al distributore che lo ha messo in contatto con Asengard e poi con me. Il secondo evento è una presentazione fatta a Milano alla ludoteca "Seconda Stella a destra" con Cristian Antonini (autore di "Legame Doppio", sempre Asengard), organizzata da Asengard e il terzo alla fiera della piccola e media editoria di Verona, sempre organizzata da Asengard. Altri strumenti di promozione sono stati Anobii e mySpace. Giusto ieri (9 aprile) ho rilasciato un'intervista per Teleducato (una emittente televisiva locale) che dovrà andare in onda tra qualche settimana.
Ho lavorato sodo scrivendo per dieci anni, buttando giù idee, personaggi, eventi. Con "Il Sigillo del Vento" mi è andata bene al primo colpo perché mi sono trovato al posto giusto, nel momento giusto, con una storia "giusta". Credo sia stato questo l'importante, dopotutto, ovvero che la mia storia fosse "valida".

Come sta andando "Il Sigillo del Vento?" Ha il successo che speravi?


Ti dirò, per ora stiamo andando bene con le vendite, le mie aspettative erano temperate dal fatto che sono un autore agli esordi e che Asengard era appena nata. "Il Sigillo del Vento" è nelle librerie da meno di un anno e la sua visibilità e disponibilità aumenta con il passare dei mesi: il cammino, insomma, è appena iniziato! In ogni modo, se non fossi stato soddisfatto, non mi sarei buttato nella scrittura de "Il Sigillo della Terra" (ormai di prossima uscita) e non avrei cominciato la correzione di alcuni futuri capitoli del terzo libro della saga...

Ci sono scrittori fantasy italiani che hai letto di recente? Quali sono i tuoi preferiti?

Per ora ho letto "L'abbraccio delle Ombre" di Ester Manzini (sempre Asengard) ma devo recuperare con altri autori quali Troisi, d'Angelo, Angelinelli, Falconi. Purtroppo il tempo libero è quello che è (lavorando come tutti i comuni mortali) e o lo dedico alla scrittura oppure lo dedico a letture "specialistiche": non è facile scrivere un libro prestando attenzione a non spararle grosse. Ne "Il Sigillo della Terra" ho descritto battaglie campali e assedi e ho dovuto studiarne la dinamica per non trovarmi a scrivere castronate (il che ha comportato la lettura di due volumi abbastanza corposi su assedi e armi d'assedio, sulla cavalleria, sulla scherma e sulle armi medievali nonché altre numerose ricerche). Posso dire però che il panorama del fantasy italiano si sta allargando sempre di più, rivelando autori di vero talento che sono superiori a certe produzioni anglofone che le grandi case continuano a prediligere agli esordienti italiani. Credo che gli italiani abbiamo storie validissime da narrare, i problemi sono la visibilità che riescono a ritagliarsi e la fiducia che viene concessa loro.

Ringrazio Uberto per la disponibilità e il tempo concesso a me e alle umili pagine del mio blog.
L'indirizzo della casa editrice Asengard è http://www.asengard.it/

martedì 8 aprile 2008

Galaxy Trucker


Decisamente fresco e simpatico questo gioco da tavolo proposto dalla Czech Games (purtroppo temo che sia solo in inglese, almeno per adesso). I giocatori devono trarre il massimo guadagno dai loro (pericolosi) viaggi interstellari irti di difficoltà micidiali (ma ci sono anche le occasioni di guadagno). La prima fase consiste nel costruire la propria astronave. Ogni giocatore ha una mappa con degli spazi da riempire e lì costruirà la propria nave usando delle pedine che rappresentano i vari componenti (motori, alloggi per l'equipaggio, batterie di energia, armi, magazzini per il carico, ecc...). La sessione di costruzione è a tempo (si usa una clessidra) e i giocatori si contendono i pezzi da un pool che serve tutti quanti, perciò c'è una notevole fretta, aggravata dal fatto che l'astronave bisogna costruirla come si deve, seguendo alcune regole e agganciando un pezzo con l'altro secondo la giusta combinazione di connettori (vedi immagine in basso). Dopodiché si compie la missione, in realtà molto schematica, con alcune carte da pescare e un tracciato che serve solo a registrare la posizione relativa dei giocatori (viene assegnato un premio a chi sta davanti, perché arriva "primo").
Nella missione può accadere un po' di tutto. Asteroidi e pirati possono danneggiare la nave, si possono caricare merci da pianeti che s'incontrano lungo il percorso, ci si può impadronire di mezzi abbandonati (ma bisogna avere abbastanza equipaggio per farlo!) e così via. I danni fanno "saltare" i pezzi che abbiamo sistemato con tanta pena in quel frenetico puzzle iniziale che è la costruzione della nave, e potete perdere qualsiasi struttura: armi, motori, magazzini con il prezioso carico, o anche alloggi con tanto di equipaggi al loro interno. Se siete abbastanza imprudenti o sfortunati, potrete vedere interi settori della vostra astronave perdersi nel nulla perché l'unico pezzo che li agganciava al corpo centrale è stato colpito!
Al termine del viaggio si incassano i pagamenti per la rapidità della missione e il carico sbarcato, e si pagano i settori danneggiati. Ovviamente, vince chi fa più quattrini, ma non alla prima missione: ci sono tre rounds, con navi sempre più complicate da mettere in campo.
Galaxy Trucker non sarà un capolavoro ma è un giochino azzeccato, un facile e divertente svago che mette a prova acutezza d'occhio e rapidità di pensiero: purtroppo non si possono applicare molte strategie, perché è molto in mano all'imprevisto.

venerdì 4 aprile 2008

Letteratura vera, e quella di Serie B

Nel corso di scrittura creativa offerto a poco prezzo dal Comune di Milano, ci fu un passaggio scontato ma che non poteva mancare: la diligente riaffermazione delle tesi di Benedetto Croce per cui la narrativa letteraria sarebbe superiore alla narrativa di genere (termine che evolve dal cosiddetto romanzo popolare ottocentesco e che include il giallo, il fantasy, l'horror e così via); la prima ha valore artistico, la seconda è invece stereotipata, ridotta a schematismi, volta a priori a sollecitare questa o quella pulsione nel lettore anziché appellarsi ad un senso estetico complessivo.

Ovviamente c'è tutta una teoria filosofica dietro all'estetica crociana, ma non ho intenzione di rifilarvela qui. Potrete approfondire meglio altrove, visto che per la filosofia ho moderate capacità e pochissima passione.

Ovvio corollario della critica crociana è che la letteratura di genere sarebbe grossolanamente commerciale. Per il nostro celebre intellettuale infatti l'arte è un'attività spirituale che deve avere la propria autonomia: libera dalla ricerca dell'utile economico, quindi, e anche dalla morale o dall'attività conoscitiva.
Per quanto riguarda il fantastico, il nostro aveva poche simpatie: poiché la cultura italiana nasce in un paese "solare," poco ci si adattano le brume nordiche popolate di spettri. Non ho la citazione sottomano ma per quanto ne so, posizione non molto diversa tenne prima di lui il Manzoni. Se la tesi sulla letteratura di genere può essere valida per chi la apprezza, che in Italia non si possa gradire il genere fantastico è opinione che non è più possibile sostenere. Il tempo, e la diffusione di fantasy e fantascienza, hanno fatto giustizia di certe frasi fatte che possono essere solo opinioni personali (magari anche illustri) e non dogmi. Persiste ancora, da parte di chi si occupa della letteratura alta, la facile equazione fantasy = merda (e lo stesso per la fantascienza).

Chissà se esiste ancora una letteratura alta esente da ogni costrizione commerciale, ci sarebbe da chiedere, dal basso del nostro sterco.
Quanto alla diatriba contro la letteratura di genere, mi prendo la briga di tradurre qualche riga dell'intervista a Patrick Rothfuss, autore de "Il Nome del Vento," un ottimo libro di genere, ne ho parlato non molti giorni fa su questo blog:
Ma cosa significa "libri di genere"? Col passar del tempo la definizione "narrativa di genere" m'irrita sempre di più. Sembra implicare che solo una, la "narrativa letteraria," sia la vera narrativa, e qualsiasi altra sia la sua cugina bastarda. Io dico, la narrativa letteraria è solo un genere come un altro. Ha le sue regole e i suoi difetti come qualsiasi altro. E come per gli altri generi, l'85 per cento della narrativa letteraria è merda allo stato puro. Pretenziose, autoreferenziali, manieristiche stronzate che trascurano ciò che dà valore a una storia. Parlo di buon uso del linguaggio, una buona trama, validi personaggi e, si spera, qualche contenuto di valore qua e là.
Ora, per evitare che mi si accusi di avere un pregiudizio, ci tengo a confermare che lo stesso vale per il genere fantasy. La differenza è che la narrativa letteraria tende a prediche noiose o storie prive di ogni vivacità, il fantasy tende a dei cliché, storie di stregoni malvagi che cercano di distruggere il mondo, di giovani principi il cui avvento era stato previsto da una profezia, Elfi con i loro archi, spade magiche, cupi vampiri, unicorni...

Non posso che essere d'accordo, ricordando però che anche i cliché possono essere reinventati, come lo stesso Rothfuss ha fatto.

Ora, però, se gli autori vogliono scrivere fantasy rifiutando di essere Serie B, cerchino di non scrivere "manieristiche stronzate".

Link: L'intervista a Rothfuss (in inglese); la pagina di Wikipedia su Benedetto Croce.

lunedì 31 marzo 2008

Razor


You're born, you live and you die. There are no do-overs, no second chances to make things right if you frak 'em up the first time. Not in this life anyway.

Nasci, vivi e muori. Non si torna indietro, non ci sono seconde possibilità se commetti un errore. Non in questa vita, comunque.

La serie di Battlestar Galactica, pur non essendo di mio gusto al cento per cento, è la realizzazione di qualcosa cui non speravo quasi più. Una fantascienza pensata per un vasto pubblico ma senza rinunciare ad alcune rivisitazioni e con una ventata creativa come non si vedeva da tempo. Perfino qualche pretesa di realismo scientifico, non si sentono i suoni nello spazio... beh qualche volta si sentono, ma è comunque encomiabile. Godiamocela, perché quando sarà terminata, mi sa che di fantascienza così valida non ne vedremo per un bel pezzo.

Questo film si colloca tra la terza e la quarta stagione (attenzione agli SPOILER...). In verità sarebbe difficile capirci qualcosa per chi non abbia già una conoscenza dell'universo di Galactica, perciò va considerato più come un episodio particolarmente elaborato (in effetti è un insieme di miniepisodi). Vi compare di nuovo la Pegasus, la nave che è andata persa in un episodio precedente. Come immagino saprete, nella trama di Battlestar Galactica, che riprende una vecchia serie di telefilm, si narrano le avventure di una nave spaziale (Galactica, appunto) che va in cerca di una nuova casa per gli umani, dopo che i Cylon (robot e androidi ribelli) hanno invaso tutti i mondi abitati, compiendo una strage. Tra le sue vicissitudini, scortando una flotta di navi civili che contiene qualche decina di migliaia di superstiti, la Galactica incontra un'altra astronave da combattimento, la Pegasus appunto.
Tra il vecchio Adama che comanda la Galactica e l'Ammiraglio Cain (interpretata da Michelle Forbes), comandante della Pegasus, ci saranno subito scintille. Ed apparirà evidente che questa nave, l'unica unità da combattimento oltre la Galactica ad essere sfuggita all'assalto iniziale delle macchine ribelli, non ha seguito la condotta morale "decente" che si è tenuta sotto il comando di Adama e della Presidente Roslin.
L'Ammiraglio Cain morirà, e dopo la perdita dei suoi due successori la nave finirà agli ordini di Lee Adama, figlio dell'ammiraglio che comanda l'intera flotta.

Dopo aver ricordato gli antefatti passiamo al film, che è tutto un flashback su più livelli, almeno per chi ha visto la terza serie. Da una parte tutta la storia è al passato, perché sappiamo che la Pegasus non c'è più. Dall'altra si richiameranno perfino eventi della prima guerra contro i Cylon (quella della vecchia serie di telefilm). Inoltre le scene "al presente" della storia si mescoleranno ai ricordi della protagonista più significativa del film, il Maggiore Kendra Shaw, interpretata da Stephanie Chaves-Jacobsen (seconda foto).

Dalla prima guerra verranno i ricordi del vecchio ammiraglio Adama, che ha visto come il nemico compia immondi esperimenti con prigionieri umani. Non potrà liberare questi prigionieri perché l'armistizio e la ritirata del nemico glielo rendono impossibile. D'altra parte vediamo la storia della più giovane Cain, la sua fuga da una località distrutta, dove perde la famiglia, e acquisisce la spietata durezza di carattere che non l'abbandonerà più.

Quando Lee Adama (nuovo comandante della Pegasus) va in cerca di un ufficiale esecutivo riscopre Kendra Shaw, che sappiamo tossicodipendente e assegnata ad un incarico punitivo. Sapendo che la Shaw era una preferita dell'Ammiraglio Cain (ora scomparsa), ed è stata esautorata dai successivi comandanti, il giovane Adama la chiama perché ha bisogno di un appoggio per conquistare l'equipaggio della Pegasus, gente che oltre a tributare una fedeltà antica alla comandante scomparsa, lo vede certamente come il raccomandato del papà ammiraglio.

Nel passato, Kendra Shaw arriva spensierata sulla Pegasus: è una carrierista giovane e ambiziosa. E potendo avvalersi di influenti appoggi familiari, intende passare solo un breve periodo in una nave da guerra, prima di introdursi negli alti comandi. La comandante Cain le dimostra una certa antipatia fin dal primo istante. Ma cambierà presto, perché nell'attacco dei Cylon (seconda guerra) Kendra saprà fare il suo dovere. La Cain, che uccide civili per rubar loro i materiali che servono alla Pegasus, che ricorre alla tortura sulla spia Cylon che cattura a bordo, che abbatte sul posto chi non obbedisce agli ordini, insegnerà a Kendra ad essere come un rasoio, ad abbandonare l'umanità per immedesimarsi nell'arma. Kendra Shaw imparerà dalla durissima maestra. Sparerà su dei civili per derubare la loro astronave e deportare gli specialisti che servono alla Pegasus, ma non riuscirà a rimanere indenne dal gesto che ha compiuto.

Al contrario Adama padre insisterà per salvare dalla tortura un gruppo di esploratori catturati: sospetta infatti di essere alle prese con lo stesso gruppo di nemici che, anni prima, aveva visto usare prigionieri umani per i propri esperimenti. E questo porta agli scontri militari che sono oggetto di parte del film.

Kendra Shaw (che ha una relazione difficile con la noiosissima Starbuck, una delle protagoniste della serie) partirà con un drappello di incursori per penetrare in una nave nemica, e i prigionieri verranno librati, ma è ferita e per distruggere il nemico rimane a farsi saltare con una carica atomica: anzi, si prende a forza quel ruolo, lasciando come ricordo a Starbuck il rasoio con cui la comandante Cain amava giocherellare.

Una delle migliori storie di questa serie. Il montaggio, con i continui flashback, mi ricorda un altro episodio (Scar) in cui la stessa tecnica è stata adottata con successo. Una particolarità di Battlestar Galactica è che i personaggi a cui toccano le vicende da "uomini veri" sono... donne. Vale per Kat e Starbuck, per l'Ammiraglio Cain e adesso anche per Kendra Shaw, questo personaggio la cui parabola nasce e si conclude in un solo film.
Parabola di innocenza perduta, di senso del dovere, di colpa e morte. Una storia dura, una condanna senza possibilità di redenzione: il passato maledetto che porta ad una conclusione logica e inevitabile come in una tragedia.

Sito in italiano su questa serie

giovedì 27 marzo 2008

Il Sigillo del Vento


Mi sono perso la presentazione di questo libro, fatta a distanza ragionevole da casa mia, l'anno scorso, e mi sono ripromesso di leggerlo: finalmente l'ho terminato e posso dire la mia.
Uberto Ceretoli non è al suo esordio (ha all'attivo una precedente uscita come co-autore, mi sembra) tuttavia è al suo primo libro fantasy: Il Sigillo del Vento è edito dalla Asengard di cui avevo già letto L'Abbraccio delle Ombre di Ester Manzini. In comune con quel libro il Sigillo ha due cose: una copertina accattivante (nei libri fantasy un fattore sempre importante, perché non ammetterlo...) e un'ambientazione che si richiama ai canoni tradizionali del fantasy e al gioco di ruolo.
Quindi abbiamo nani, elfi, goblin e addirittura accenni alle "classi" stile Dungeons & Dragons (ranger, chierico...), tutta roba che non mi attira particolarmente (per quanto al gioco di ruolo riconosca anch'io di aver influenzato la mia ispirazione), d'altra parte lo sapevo prima di cominciare la lettura: l'ambientazione ha la sua importanza ma se una storia è valida, non sarà questo particolare a rovinarmela. Pertanto il mio parere non sarà condizionato dalla stanchezza che provo verso il fantasy fatto di nani, elfi e compagnia.

Il protagonista è un elfo di incredibili poteri, che porta lo strano nome di Gwyllywm (da intendersi scritto in uno stile che richiama il gallese, dove la W si legge come una U); la storia inizia con alle spalle già una serie di antefatti per cui Gwyllywm deve cercare la verità su sé stesso ed ha una missione di vitale importanza da compiere, per impedire che gli Elfi Oscuri si impadroniscano di un incredibile potere. Tuttavia Gwyllywm è parzialmente privato dei suoi ricordi e sa di esser stato parte, nel passato, proprio della fazione che ora combatte: la ragione gli dice di proseguire a combatterla, ma nel suo animo teme di essere contaminato dalle tenebre. Il protagonista si trova quindi alle prese con una identità lacerata e con il dovere di combattere non solo il proprio stesso popolo, ma addirittura la propria famiglia. Incontrerà per strada altri compagni d'avventura e dovrà affrontare decisioni terribili, nemici quasi imbattibili, verità poco piacevoli.

Un libro ricco di spunti e di trame secondarie, rivela una fantasia che controbilancia abbondantemente gli elementi troppo scontati dell'ambientazione (che peraltro sono almeno in parte rivisitati con uno stile personale). Certo ha anche le sue ingenuità, ma è infinitamente superiore rispetto a certe saghe di successo che sono in realtà aria fritta (da qui cominciano le anticipazioni sulla trama perciò chi è interessato al libro smetta di leggere questo commento e... corra a comprarlo).
Molto sentito il tema dell'ecologia, e un'esposizione del "credo" del culto di Reivon nella prima metà del libro è praticamente una contestazione ben poco mimetica contro lo sfruttamento dell'ambiente e il capitalismo sfrenato; critica che potrei anche sottoscrivere, ma che spinta a questi livelli mi risulta un po' indigesta ed eccessiva nel contesto di un libro fantasy. Questione di gusti, peraltro.
L'autore cerca di mantenere un tono solenne, e non mancano, più o meno riusciti, inserti con preghiere, evocazioni, incantesimi. Non sono un valido commentatore di poesia, mi limito a dire che trovo il tentativo parzialmente riuscito, ma ad un prezzo. Ovvero: Il Sigillo del Vento riesce ad avere una sua solennità, tuttavia è stata una lettura poco scorrevole, con uno stile a volte difficile.
Francamente indigeste molte descrizioni di combattimenti: assai dettagliati, lunghi, ma che mi davano poca immedesimazione. Il motivo è presto detto: elfi demoni, eroi vari ecc... hanno sia capacità fisiche eccezionali sia poteri magici. Un elfo o due (di quelli in gamba, beninteso) possono sbaragliare una unità militare di uomini. Gwyllywm si diverte a massacrare di spada avversari che potrebbe sbrigativamente eliminare con la magia, in più di una occasione quando la situazione finalmente sembra un po' problematica, certi personaggi la risolvono tirando fuori l'incantesimo spaccatutto che avrebbero potuto anche usare prima... insomma le battaglie sono molto magniloquenti ma le ho viste con un certo distacco, come quando si assiste a una partita di uno sport di cui non si capiscono le regole. Certe soluzioni "Deus ex Machina" con cui i compagni di viaggio di Gwyllywm vengono tramutati in guerrieri provetti mi sono piaciute assai poco, come anche il passato del protagonista come "genetista" al servizio degli Elfi Oscuri (nonché creatore di una razza di guerrieri detti berserker, tramite una specie di alterazione genetica delle potenzialità magiche). Sempre questione di gusti, a mio parere bisogna stare molto attenti a come si fanno incontrare le atmosfere magiche e i concetti (o i termini) della tecnologia.

D'altra parte, gustato con calma al giusto passo, questo libro ha mille sfaccettature piacevoli. Intermezzi filosofici, riflessioni, brani introduttivi ai capitoli che spiegano il passato di un personaggio o introducono gli avvenimenti che stanno per svilupparsi, sono elementi piacevoli da leggere e che danno spessore al libro. I personaggi principali sono ben delineati, gli Elfi protagonisti della sfida hanno un indubbio spessore: bello lo scontro finale con Raylyn, mi spiace solo che invece l'uccisione freudiana del padre di Gwyllywm non abbia avuto tutta l'importanza che forse avrebbe meritato. Trovo comunque valido lo svilupparsi delle mosse di entrambi i contendenti: Raylyn crea il suo piano e lo porta avanti reagendo alle mosse del fratello antagonista, e questo mostra che l'autore non si accontenta di limitarsi a un intreccio semplicistico.
Una delle scene che ho amato di più? Direi il mercante goblin alle prese coi ricordi del suo amore impossibile.

Come giudicare questo libro? Sicuramente un punto forte del nuovo fantasy italiano, ma con un'altalena di aspetti validi e di errori di gioventù, ci sono qua e là delle contraddizioni e delle ingenuità, e termini "poco fantastici" che stonano, lo stile non è fluido come preferirei. Comunque rimane un'opera notevole: la storia e l'atmosfera sono avvincenti, il protagonista è abbastanza grandioso per l'avventura eccezionale che deve affrontare, non mancano le emozioni. Credo che nel proseguire la serie delle avventure di Gwyllywm l'autore saprà raggiungere una maturità completa: e già ora, per quanto io non ami fare classifiche, potrei dire che ha mostrato più capacità di molti altri.

giovedì 20 marzo 2008

Il Nome del Vento


La recensione del libro è su Fantasy Magazine, qui volevo fare un paio di considerazioni. Prima: lo stile e la profondità di uno scrittore, incredibilmente, possono fare davvero tutta la differenza del mondo. Quando ho letto la copertina di questo libro mi stava prendendo un colpo: avevo speso 22 euro per un libro che parla di un ragazzo che cresce fra musici e artisti girovaghi e approda nell'Accademia, dove imparerà la sottile arte della magia nonostante alcuni maestri gli siano ostili e alcuni studenti invidiosi cerchino di rovinarlo. Mi trovavo in mano, dunque, 800 e passa pagine di stereotipi e scopiazzatura di cose già ritrite? No davvero: il Nome del Vento di Patrick Rothfuss (edito da Fanucci) è uno dei libri fantasy più belli che mi siano capitati di recente, e sfata almeno un po' la mia convinzione che il genere stia perdendo irrimediabilmente qualità.
Spero che nel seguito la storia mantenga il medesimo interesse.
Seconda considerazione: l'ambientazione certe volte non è tutto. Il sapore del mondo in cui si muove il protagonista di questa narrazione arriva piuttosto attenuato, in realtà se ne sa poco, i personaggi parlando si fanno scappare qualche dettaglio ma nessun infodump che ci venga a spiegare cosa succede nel grande schema dei fatti che contano. Certi dettagli comunque mi lasciano perplesso. Nel libro si parla di gravità, percentuali, psicologia... tutte cose che sarebbero sconsigliate nel manuale del perfetto scrittore fantasy, eppure non danno nemmeno l'impressione di stonare troppo. Forse perché l'ambientazione è così poco dettagliata... ma per quanto poco dettagliata è pur sempre, da quel che si vede, a tecnologia piuttosto bassa. Tuttavia il protagonista e quelli del suo ambiente hanno conoscenze scientifiche diverse dalla maggior parte della gente, perché frequentano l'Accademia... a me, in fin dei conti, questi problemi sul linguaggio non hanno dato alcun fastidio, e me ne stupisco perché di solito sono abbastanza suscettibile al problema. Penso di essere di fronte a un valido autore, e probabilmente ad un ottimo traduttore.