sabato 19 novembre 2011

Melancholia

Il regista

Non è che i film girati da registi d'avanguardia o dalla particolare visione artistica siano brutti per forza, ma con Melancholia di Lars von Trier si tocca un livello bassissimo, una massa compatta di noia, con addirittura una scena di matrimonio (noiosa già per definizione) che dura metà del film. Il regista s'è ridotto a dichiarare di essere un ammiratore di Hitler tanto per attirare un po' di attenzione all'ultimo Festival di Cannes, ma non credo che Hitler avrebbe gradito.
Qui anticiperò liberamente la trama, perché tanto non vale niente.
La prima parte era meglio saltarla a pié pari. Dramma borghese pari pari a quelli di quarant'anni fa, da cineforum con dibattito alla fine: con false smancerie e buone maniere, discorsi di soldi e ipocrisie, tiratacce fuori luogo contro la falsità di tutto questo (messe in bocca a Charlotte Rampling nella parte della madre bisbetica). La solita parabola sui sentimenti falsi, sul materialismo e sulla falsa felicità di cui nessuno ha bisogno perché son cose che sanno tutti, senza bisogno di essere ricchi come i personaggi del film, e senza alcun bisogno di registi intellettualoidi a ricordarlo con scene scontate o insensate (la sposa a un certo punto sbrocca, lascia lo sposo ad aspettarla in mutande e va a fare diverse fesserie, tra cui consumare un rapporto con un altro tizio, mandare a quel paese l'imprenditore per cui lavora, ecc...).

L'appartenenza di Melancholia al fantastico si giustifica, almeno in teoria, nella seconda parte: inizia infatti la storia di questo pianeta malefico che si dirige verso la terra. Quando la noia ha raggiunto lo spasimo, fine del matrimonio; lo scenario, i personaggi e gli attori restano gli stessi ma adesso si parla di Melancholia, che sta per passare vicinissimo alla Terra. Sembra che non debba succedere niente, ma è chiaro che succederà tutto. Parabola: la vita in questo atomo oscuro del male è cattiva (come esposto nella prima parte del film) e merita di crepare (vedere seconda parte). Se c'è qualche altro significato, magari un po' più sensato di questo, non l'ho percepito. Ma perché il buon regista ha deciso anche che la telecamera dovesse essere fastidiosamente instabile e non stare mai ferma? Non lo so, pare sia nel suo stile, magari sono io che non capisco l'arte.
Ad ogni modo, nella possibilità della catastrofe imminente le due sorelle (la sposa Justine, interpretata da Kirsten Dunst, e la sorella Claire, ovvero Charlotte Gainsbourg) cominciano a comportarsi in maniera opposta: la razionale Claire diventa impaurita e disperata, la depressa e irrazionale Justine affronta la catastrofe con rassegnata calma. Il marito di Claire cerca di raccontare bugie pietose, ma dopo un primo passaggio in cui la Terra rimane incolume, Melancholia ha un apparente allontanamento che dura poco: torna indietro per l'effetto fionda gravitazionale, ed è la fine di tutto, anche di un film talmente brutto e pretenzioso da farmi rimpiangere quelli con Nicolas Cage.

mercoledì 16 novembre 2011

Tempi duri per gli autori di genere

Tempi duri. E anche uno che "ce l'aveva fatta" (a uscire bene, ovvero con Mondadori) finisce la sua trilogia pubblicato esclusivamente in ebook (nonostante le proteste di alcuni lettori). Che è un declassamento, non giriamoci intorno: qui non funziona come in quei paesi dove il digitale ha già sfondato, da noi gli ebook vanno ancora poco.
Ma almeno non rischiano di finire al macero, ed è ciò che preoccupa gli editori.
Sto parlando di G.L. D'Andrea con la sua serie Wunderkind (arrivata al terzo episodio; io avevo letto solo il primo).
Per saperne di più, linko il post sul blog di Loredana Lipperini. Tra i commenti, quello di Sandrone Dazieri (editor che ha lanciato anche la Troisi): "Wunderkind è stato il mio fallimento." Abbastanza inequivocabile, direi. C'è poco da commentare, l'ammissione è abbastanza esplicita (si parla di poche vendite, fin dal primo libro); soprattutto l'evento è tale da farmi pensare che, anche per via della crisi, il fantastico scritto in italiano avrà poco spazio con le grandi case editrici, almeno nel prossimo futuro.

domenica 13 novembre 2011

Il Burattinaio

Partiva tutto dall'esordio dell'Acchiapparatti, pubblicato da Baldini e Castoldi Dalai (io avevo letto la primissima versione edita da Campanila, titolata L'Acchiapparatti di Tilos). Ora è arrivato il Burattinaio, sempre per il medesimo editore, a confermare Francesco Barbi.
Quello che speravo dopo la lettura del primo libro era di vedere l'autore alle prese con una storia dal sapore più epico, e in parte sono stato accontentato. I toni da "Armata Brancaleone" si riducono anche se rimaniamo in un low fantasy particolarmente ruvido, tra sofferenze, malattie, sangue ed escrementi. Le storie dei poveracci e le loro peripezie continuano a occupare parecchie pagine, e secondo me troppe (ci sono delle parti un po' troppo... verghiane, come avevo osservato per Zeferina di Coltri) e c'è forse una moltiplicazione di personaggi che rende la storia un po' indigesta e a tratti lenta nel progredire. Anche qui, come spesso dico per i libri voluminosi, probabilmente si poteva far tutto con un buon centinaio di pagine in meno.
La trama quindi si sviluppa lentamente, poi finalmente cattura l'interesse. Le premesse vengono rispettate e piano piano si prepara un finale spettacolare.

Da una parte abbiamo un "culto della Luce" decisamente ossessivo e oppressivo, intento a indagare su una profezia che coinvolge i fatti e i personaggi che abbiamo conosciuto con l'Acchiapparatti. Dall'altra il cacciatore di taglie del primo libro, Gamara, intento in una vendetta personale. La famiglia allargata dell'Acchiapparatti Zaccaria rimane in mezzo a tutte queste peripezie, e c'è un personaggio... senza corpo ma molto presente, Ar-Gular, il mago che aveva creato il Boia di Giloc, l'orrendo mostro che aveva trovato la morte ed era finito in fondo a un fosso.
I Guardiani dell'Equilibrio, una specie di inquisizione non priva di capacità militari, inviano una nutrita pattuglia per indagare chi mette in pericolo la religione della Luce: la loro storia, tra successi e insuccessi, infamie perpetrate e perdite subite, per me è una parte piuttosto interessante del Burattinaio, nuova rispetto al precedente Barbi, e indispensabile comunque sia per lo svolgersi della vicenda che per la comprensione della posta in gioco.
Gamara, freddo, carismatico, una vera potenza militare nonostante il continuo martirio di ferite e torture, si rivela una forza del destino per conto proprio, sebbene la sua storia lo porti a essere una risorsa al servizio di quelli che, in definitiva, sono "i buoni."
Il povero Zaccaria questa volta soffrirà molto e non sarà protagonista. Molti personaggi già noti verranno scartati senza rimorso dall'autore e incontreranno una fine più o meno aspra. Nel finale tutti i fili si congiungono e abbiamo una resa dei conti spettacolare.

A mio parere qualche caduta di tono e un paio citazioni che, sempre a mio avviso, era meglio evitare (una riconosciuta dall'autore e un'altra, clamorosamente, no: lascio ai lettori il compito di cercarla), parte della confusione iniziale è invece colpa mia perché la storia e complessa e il lettore non deve essere pigro nell'affrontarla, se vuol capire tutto quello che c'è da capire. Il finale è piacevole, riporta le varie tessere del mosaico a posto e ripaga l'attesa. I personaggi sono rappresentati bene, e in generale c'è un'aria di originalità e creatività. Non grido al miracolo, ma Francesco Barbi si riconferma autore maturo e in grado di gestire una storia molto più complessa della precedente. Dal momento che il fantasy italiano per adulti non conta molti protagonisti, questa riconferma è decisamente positiva.

Invito anche a leggere la recensione su Fantasy Magazine scritta da Emanuele Manco che questa volta mi ha... battuto sul tempo.


giovedì 10 novembre 2011

Ma guarda come parli...

Non disprezzo i libri e i corsi di scrittura creativa, ma tra le regole che si sentono spesso ribadire ce ne sono alcune che, col tempo, ho cominciato a mettere decisamente in dubbio.
Per citarne una: mi sono sentito a volte rimproverare dai miei lettori che i miei personaggi "parlano tutti nello stesso modo" ovvero che bisognerebbe caratterizzarli con un linguaggio ben diverso.
Per me, questo porta spesso e volentieri a risultati ridicoli. Non sto dicendo che non si debba provarci, però è necessaria prudenza, cose tipo avere un tizio che dice sempre "perbacco!" fanno ridere. Nella realtà, qualcuno ha un vocabolario più limitato di altri, qualcuno ama dire certe frasi che diventano particolarmente sue, ma le differenze sono spesso e volentieri modeste.
Anche mettere modi di parlare diversi quando ci sono personaggi che provengono da estrazioni sociali differenti, andrebbe fatto con attenzione, questa grande disparità, nella vita quotidiana, non la si vede sempre.
Tra i miei colleghi di lavoro, tra i miei amici, le differenze spesso sono difficili da mettere su... carta. Intonazioni, sfumature. Bisogna cercare di coglierle, di riprodurle, senza sprecarci troppe parole in descrizioni. Il tono, l'espressione del volto con cui una cosa viene detta è importante, e spesso nello scrivere ce ne si dimentica.

Va detto anche che non è nemmeno scontato che si debba inseguire il realismo al cento per cento. Il modo in cui la gente parla veramente è brutto, pieno di errori, spesso sgradevole; posso capire che uno scrittore voglia usare uno stile che non punti a un realismo completo nel modo di parlare.



mercoledì 9 novembre 2011

Tempo di concorsi

Il Premio Stella Doppia di Urania e Fantascienza.com è una opportunità pazzesca per gli amanti della fantascienza. Pazzesca perché farsi pubblicare su Urania non è proprio cosa da tutti i giorni, per quanto ci siano delle polemiche a non finire sulla qualità della testata (che comunque c'è, esce da una vita ed è una delle pochissime iniziative di fantascienza e/o fantasy ad avere grande diffusione, e scusate se è poco...).

E' da un paio di settimane che cerco di farmi venire una buona idea, ma non arriva... si accettano suggerimenti.

domenica 6 novembre 2011

1984, il film

Mi fece un po' male, ammetto, sentire i commenti annoiati delle persone che uscivano dal cinema. Era il lontano 1984 ed ero andato a vedere questo film con molta curiosità, immaginando però che la reazione del grande pubblico sarebbe stata quella. Sto parlando della trasposizione cinematografica di 1984, il libro di George Orwell, operata da Michael Radford.
Va detto che il trailer del film giocava sporco, come spesso accade con questo tipo di produzioni che cercano un aggancio a tipi di pubblico cui dovrebbero rinunciare in partenza, Il trailer ovviamente non me lo ricordo, ma rammento che cercava di darsi un taglio da film d'azione. Cosa che non poteva essere perché si era giurata l'aderenza alla storia. La vedova di Orwell non voleva gli effetti speciali, e del resto nel mondo di 1984 non c'è molto più di qualche elicottero (e le "fortezze galleggianti," che però non entrano nella storia). Il regista voleva addirittura fare un film in bianco e nero, cosa che secondo me sarebbe stata un'esagerazione. Insomma, nonostante all'epoca io fossi appassionato della storia narrata da 1984, e volessi pensare che dovesse pur esistere un modo di "portare il messaggio al volgo," in effetti si tratta di un libro che non si presta bene a una trasposizione cinematografica.
A peggiorare le cose, il fatto che il regista si sforzasse di riportare tutti gli elementi della trama e del mondo immaginato da Orwell, creando un film assai poco "cinematografico" e facendo dei riferimenti che, per uno che non avesse letto il libro, sarebbero per forza risultati sibillini e incomprensibili.

[SPOILER! in questo paragrafo] Comunque va detto che il film non è poi male, fatte ovviamente le dovute premesse. Grigio, cupo e polveroso come una città sovietica nell'epoca staliniana, trasmette il senso di oppressione che dev'esserci, e il protagonista è decisamente azzeccato: John Hurt, che crea un perfetto Winston, triste, mingherlino e malaticcio. Nella parte di Julia Suzanna Hamilton, attrice britannica che in effetti ha avuto l'apice della sua carriera proprio con questo film. La fiamma ribelle del personaggio del libro, che risveglia i sensi e la voglia di reagire del demoralizzato Winston, a mio parere non è stata ben rappresentata da questa attrice: ci sarebbe voluta un'interprete che sapesse trasmettere il ribollire sotto l'aspetto conformista, e la Hamilton non ce l'ha fatta. Richard Burton, grande attore del tempo che fu (nonché alcolizzato a livelli suicidi e qui prossimo alla morte), interpretò assai bene O'Brien, il membro del partito intelligente ma cinico che tende la trappola ai due ribelli. Qualche abbozzo di "complicità omoerotica" tra Winston e O'Brien è stato aggiunto nel film, creando una delle poche licenze che si è concesso il regista; ma c'entra come i cavoli a merenda e se ne poteva fare a meno.

Ambienti e tecnologia sono vecchi, squallidi, e scassati quasi sempre, e comunque sempre pesantemente sovietici nello stile, creando un'atmosfera consonante con il mondo totalitario del libro. Il risultato finale è verboso e noioso, inevitabilmente. Se 1984 dovesse essere portato al cinema in una nuova versione, mi auguro che si trovi un regista disposto a osare, a staccarsi dalla trama originale per cercare di fare cinema ma senza tradire lo spirito della storia orwelliana... anche se per me questo resta il classico libro che non si presta a farne un film.