Non abbiamo superpoteri, ma possiamo prenderti a calci nel culo... Kick-Ass sorprende per l'irriverente, ridanciana parodia dei film di supereroi e riesce a farlo in maniera divertente, sfoggiando parolacce, scene sanguinose e violenza con assoluta disinvoltura. Riesce a essere un bel film anche se c'è Nicolas Cage, un attore i cui meriti, se esistono, mi rimangono nascosti; in questa occasione perfino lui va un po' meglio del solito.
E, sinceramente, Kick-Ass mi ha divertito anche nei momenti in cui una parte di me mi avvertiva che avrei dovuto storcere il naso.
Il film, diretto da Matthew Vaughn (Stardust) prende l'avvio dalle mosse del classico ragazzo sfigato targato USA, come l'abbiamo visto in tanti film: il protagonista (interpretato da Aaron Johnson, attore a me ignoto) fantastica sui supereroi, si chiede perché nessuno voglia cercare di imitarli (gli amici gli spiegano la pericolosità della cosa, ma lui non si convince...), a furia di chiederselo finisce per andare per strada a fare il giustiziere, vestito di una muta color verde piuttosto ridicola, e si dà il nome di Kick-Ass. Ovviamente prende un sacco di mazzate ma riesce ugualmente a farsi notare dalla malavita (e fa arrabbiare il boss italoamericano Frank D'Amico, interpretato da Mark Strong, anche lui visto in Stardust), a impressionare una ragazza (ma non per merito della tuta verde, la storia è un po' più complicata), e a conoscere due supereroi anch'essi senza poteri e più svitati di lui, il poliziotto assetato di vendetta interpretato dal già citato Nicolas Cage e la figlia Hitgirl/Mindy interpretata da Chloe Moretz, la vampira di Let Me In. Hitgirl, allevata come guerriera prodigio dal padre, farà la parte del leone nelle scene d'azione e in una serie di battute ad effetto che includono una sana dose di parolacce. La mia preferita (mezzo spoiler) è la parodia del segnale nel cielo di Batman, colpisce nel segno perché all'inizio della frase la si prende sul serio.
Il film in realtà prende una piega drammatica quando quel disgraziato di Cage fa una fine triste ed eroica, e in pratica si trasforma in un vero film d'azione dove Hitgirl ammazza una enorme quantità di mafiosi (per metà neri, l'altra metà sono italoamericani) e Kick-Ass impara ad essere eroe per davvero. Gran bel film, fresco e molto divertente, una spanna al di sopra della tantissima robaccia soporifera che si prende troppo sul serio. Viene voglia di sapere se il fumetto è altrettanto bello. So solo che la trama non è del tutto identica.
martedì 5 aprile 2011
domenica 3 aprile 2011
Galactic Emperor
Un gioco di fantascienza che mi ha decisamente soddisfatto, Galactic Emperor è uscito qualche anno fa per una certa CrossCut Games, stando a leggere le informazioni sul sito Boardgamegeek.
Il nome della casa (e anche quello del progettista, Adam West) mi giungono del tutto nuovi, comunque il gioco è interessante perché ha una complessità modesta, diciamo quel che basta e nulla di più, per creare un'avvincente sfida nella gestione del proprio impero in espansione con aspetti di ricerca scientifica, economici e militari, e perfino un rudimentale sistema politico.
Come potete intuire dalla foto che ho scattato alla plancia di gioco, la mappa si "compone" di tessere esagonali che vengono poste dai giocatori durante una fase di espansione. Le fasi di gioco corrispondono a quello che bisogna fare (ricerca scientifica, esplorazione, attacco militare, produzione e così via) e nel turno ogni giocatore sceglie una carta (una "carica," per così dire) che fa sì che quella determinata fase verrà effettuata, anche dagli altri giocatori, quando tocca a lui. La peculiarità del gioco è che non si riesce a compiere tutte le attività disponibili, a seconda di quello che i giocatori scelgono qualche cosa resta fuori.
Nel corso dei primi turni la mappa viene esplorata e succede un evento che fa parte della tematica del gioco: la grande stella che occupa il centro della mappa diventa un buco nero (nella foto, il tristo evento è già successo) e allo stesso tempo l'universo passa a una fase oscurantista, pertanto non c'è più la fase di ricerca scientifica (i giocatori devono stare ben attenti ad arreffare i bonus scientifici finché possibile).
Finita l'espansione (anche quella carica si estingue quando tutte le tessere dei pianeti sono piazzate) si ha una carta in più per fare una fase di guerra, insomma il sistema incoraggia i giocatori a passare alle botte. Qui entra particolarmente in gioco la produzione, che permette di gestire un sistema economico con tre tipi di risorse, semplice ed efficace, e il combattimento, basato su diverse unità: tre diverse navi spaziali e due tipi di difesa. Le armi più deboli sparano per seconde, quindi rischiano di essere surclassate (e massacrate) da quelle più potenti: tuttavia la nave spaziale più forte (Dreadnought) è anche molto lenta.
La vittoria si basa sul numero di sistemi controllati: nel corso del gioco si pescano dei chit che poi vengono tenuti a faccia in giù per impedire agli altri giocatori di farci i conti in tasca; viene premiata così la preponderanza sulla mappa per la durata del gioco, e non chi riesce a vantare la maggiore espansione nel finale.
Tutto sommato sono rimasto impressionato dall'eleganza e dall'essenzialità di questo gioco che riesce a creare una piccola space opera molto viva e con tanti elementi in ballo, senza ammazzarci con un regolamento complesso. C'è una certa possibilità di "kingmaking," ma in un gioco con queste caratteristiche è inevitabile.
Il nome della casa (e anche quello del progettista, Adam West) mi giungono del tutto nuovi, comunque il gioco è interessante perché ha una complessità modesta, diciamo quel che basta e nulla di più, per creare un'avvincente sfida nella gestione del proprio impero in espansione con aspetti di ricerca scientifica, economici e militari, e perfino un rudimentale sistema politico.
Come potete intuire dalla foto che ho scattato alla plancia di gioco, la mappa si "compone" di tessere esagonali che vengono poste dai giocatori durante una fase di espansione. Le fasi di gioco corrispondono a quello che bisogna fare (ricerca scientifica, esplorazione, attacco militare, produzione e così via) e nel turno ogni giocatore sceglie una carta (una "carica," per così dire) che fa sì che quella determinata fase verrà effettuata, anche dagli altri giocatori, quando tocca a lui. La peculiarità del gioco è che non si riesce a compiere tutte le attività disponibili, a seconda di quello che i giocatori scelgono qualche cosa resta fuori.
Nel corso dei primi turni la mappa viene esplorata e succede un evento che fa parte della tematica del gioco: la grande stella che occupa il centro della mappa diventa un buco nero (nella foto, il tristo evento è già successo) e allo stesso tempo l'universo passa a una fase oscurantista, pertanto non c'è più la fase di ricerca scientifica (i giocatori devono stare ben attenti ad arreffare i bonus scientifici finché possibile).
Finita l'espansione (anche quella carica si estingue quando tutte le tessere dei pianeti sono piazzate) si ha una carta in più per fare una fase di guerra, insomma il sistema incoraggia i giocatori a passare alle botte. Qui entra particolarmente in gioco la produzione, che permette di gestire un sistema economico con tre tipi di risorse, semplice ed efficace, e il combattimento, basato su diverse unità: tre diverse navi spaziali e due tipi di difesa. Le armi più deboli sparano per seconde, quindi rischiano di essere surclassate (e massacrate) da quelle più potenti: tuttavia la nave spaziale più forte (Dreadnought) è anche molto lenta.
La vittoria si basa sul numero di sistemi controllati: nel corso del gioco si pescano dei chit che poi vengono tenuti a faccia in giù per impedire agli altri giocatori di farci i conti in tasca; viene premiata così la preponderanza sulla mappa per la durata del gioco, e non chi riesce a vantare la maggiore espansione nel finale.
Tutto sommato sono rimasto impressionato dall'eleganza e dall'essenzialità di questo gioco che riesce a creare una piccola space opera molto viva e con tanti elementi in ballo, senza ammazzarci con un regolamento complesso. C'è una certa possibilità di "kingmaking," ma in un gioco con queste caratteristiche è inevitabile.
martedì 29 marzo 2011
E' ufficiale: Sucker Punch fa schifo
Ammettiamolo, lo sapevo che Sucker Punch non mi sarebbe piaciuto. Dopo aver visto 300, altro film di Zack Snyder imparentato con questo, un gran videoclip basato tutto su estetica della violenza, scene da videogioco ed effetti speciali, non avevo alcuna illusione, sapendo già comunque che il film ha una trama praticamente inesistente. Premesso che ad ogni modo qualche scena fa la sua bella figura, è stato in definitiva peggio di quello che mi aspettassi.
Un film senza nessun significato, una trama fine a se stessa per far vedere scene che sembravano veramente i livelli dei videogiochi, per titillarci con le cinque action chicks praticamente in mutande per tutto il film, e sbattere su della musica ad alto volume. Alcune delle scene, come quella delle trincee stile prima guerra mondiale con i tedeschi zombie e i dirigibili, avranno mandato in brodo di giuggiole qualcuno "perché è steampunk!!" a me in generale veniva imbarazzo per chi aveva effettivamente dovuto recitare scene così cretine. Se ci aggiungiamo che tra biglietto e bibita ho sganciato 10 euro e rotti nelle casse di un cinema proprietà del Premier, ho proprio fatto la giornata.
Posso dire con una certa maligna soddisfazione che il film (soprattutto per essere di Snyder) ha toppato al box office in maniera clamorosa nei primi giorni di programmazione, non è detto che non recuperi ma i segnali sono molto negativi.
Secondo me se voleva pigiare sugli ormoni il buon Snyder doveva scivolare sull'exploitation movie e far vedere un po' più di carne al vento, ma poi chi lo sa, rischiava la censura e quindi avrebbe perso il pubblico abituale di questa robaccia (i ragazzini) e gli sarebbero rimasti solo i fessi come me.
Ok, taglio corto, direi che ne abbiamo parlato anche troppo.
Un film senza nessun significato, una trama fine a se stessa per far vedere scene che sembravano veramente i livelli dei videogiochi, per titillarci con le cinque action chicks praticamente in mutande per tutto il film, e sbattere su della musica ad alto volume. Alcune delle scene, come quella delle trincee stile prima guerra mondiale con i tedeschi zombie e i dirigibili, avranno mandato in brodo di giuggiole qualcuno "perché è steampunk!!" a me in generale veniva imbarazzo per chi aveva effettivamente dovuto recitare scene così cretine. Se ci aggiungiamo che tra biglietto e bibita ho sganciato 10 euro e rotti nelle casse di un cinema proprietà del Premier, ho proprio fatto la giornata.
Posso dire con una certa maligna soddisfazione che il film (soprattutto per essere di Snyder) ha toppato al box office in maniera clamorosa nei primi giorni di programmazione, non è detto che non recuperi ma i segnali sono molto negativi.
Secondo me se voleva pigiare sugli ormoni il buon Snyder doveva scivolare sull'exploitation movie e far vedere un po' più di carne al vento, ma poi chi lo sa, rischiava la censura e quindi avrebbe perso il pubblico abituale di questa robaccia (i ragazzini) e gli sarebbero rimasti solo i fessi come me.
Ok, taglio corto, direi che ne abbiamo parlato anche troppo.
domenica 27 marzo 2011
Fantasy in duemila caratteri?
La rivista della Delos Writer's Magazine Italia ha dato il via a delle iniziative sui racconti brevi: 365 racconti erotici, 365 racconti horror, 50 racconti di fantascienza. La prima delle tre è già uscita, io ho partecipato alle altre due riuscendo a farmi accettare un racconto horror (per la fantascienza ho provato ma non è andata bene).
Adesso sta balenando l'idea di 365 racconti fantasy in "sinergia" con un rilancio dell'idea di pubblicare romanzi da edicola (la Delos questo tentativo dei romanzi brevi scritti da italiani lo aveva già fatto, con la serie Storie di Maghi, Draghi e Guerrieri, mi sa che poi si era impantanata...).
Ci sarà a quanto pare un "mondo comune" dove ambientare questi racconti fantasy (non mi sarebbe dispiaciuto partecipare a crearlo...). Tutto bello, se parte, però limitarsi a 2.000 o 2.500 caratteri per un racconto che deve stare su una pagina, come ho già sperimentato, è molto molto dura.
Adesso sta balenando l'idea di 365 racconti fantasy in "sinergia" con un rilancio dell'idea di pubblicare romanzi da edicola (la Delos questo tentativo dei romanzi brevi scritti da italiani lo aveva già fatto, con la serie Storie di Maghi, Draghi e Guerrieri, mi sa che poi si era impantanata...).
Ci sarà a quanto pare un "mondo comune" dove ambientare questi racconti fantasy (non mi sarebbe dispiaciuto partecipare a crearlo...). Tutto bello, se parte, però limitarsi a 2.000 o 2.500 caratteri per un racconto che deve stare su una pagina, come ho già sperimentato, è molto molto dura.
venerdì 25 marzo 2011
Constantine
Un film tratto da un fumetto, ancora una volta, ma in questo caso il fumetto non l'ho letto quindi mi risparmio il fastidio delle inevitabili storpiature dell'originale. Constantine è diretto da Francis Lawrence (regista di... videoclip) con la partecipazione di Keanu Reeves nel ruolo del protagonista che dà il titolo al film, Shia LaBeouf nei panni di Chas, un ragazzo che gli fa da spalla, Rachel Weisz nel doppio ruolo di una poliziotta e della sua gemella paziente psichiatrica, Tilda Swinton a interpretare un andorgino e inquietante angelo Gabriele. Poiché stanno ritornando di moda angeli, demoni e compagnia bella, vedere o rivedere questo film può essere appropriato, soprattutto perché è a un livello superiore rispetto alle solite pellicole di questo genere. E soprattutto se vi piace Keanu Reeves, che qui interpreta un ruolo che si adatta bene al suo stile: freddo, poco espressivo ma stranamente pendente fra il disilluso e lo ieratico.
La battaglia che si sta accendendo in quel di Los Angeles fa capire a Constantine che l'equilibrio tra cieli e inferi si sta incrinando: i demoni vogliono fare irruzione nel mondo e lui si trova in prima linea per impedirlo. Il fatto che abbia un tumore incurabile ai polmoni non aiuta, ovviamente (troppe sigarette, ahimé). Poiché Constantine da ragazzo ha cercato di suicidarsi, è inoltre destinato all'inferno lui stesso (che fa l'esorcista per mestiere). L'angelo Gabriele lo informa che nessuna benemerenza cambierà questa realtà e Constantine sa che dopo morto dovrà vedersela con quelli che ha sempre combattuto. Ancora meno lo aiuterà scoprire, nelle sue indagini, che qualcuno da "sopra" vuole aiutare le forze dell'inferno a scatenarsi sulla terra, e non si sa ne chi è, né il motivo per cui lo farebbe.
La storia parte quando il nostro eroe riceve una richiesta di aiuto da parte di una poliziotta: deve cercare di capire il perché della morte di lei, apparentemente un suicidio. Constantine si troverà a dibattersi fra minacce mortali (per esempio demoni che vogliono fargli la pelle) possibili collaboratori che non collaborano e dilemmi teologici.
La trama risente di diverse banalità, e (ho letto) Constantine è troppo "buono" per il personaggio fumettistico che dovrebbe rappresentare, tuttavia il film non si basa soltanto su effetti speciali e scene d'azione, gli attori sono validi, lo humour nero del protagonista congiunto con il carisma di Reeves che lo interpreta si fanno sentire, e l'insieme è ragionevolmente ben riuscito. Certamente una spanna sopra la versione yankee di Dylan Dog, che ho visto una settimana fa.
La battaglia che si sta accendendo in quel di Los Angeles fa capire a Constantine che l'equilibrio tra cieli e inferi si sta incrinando: i demoni vogliono fare irruzione nel mondo e lui si trova in prima linea per impedirlo. Il fatto che abbia un tumore incurabile ai polmoni non aiuta, ovviamente (troppe sigarette, ahimé). Poiché Constantine da ragazzo ha cercato di suicidarsi, è inoltre destinato all'inferno lui stesso (che fa l'esorcista per mestiere). L'angelo Gabriele lo informa che nessuna benemerenza cambierà questa realtà e Constantine sa che dopo morto dovrà vedersela con quelli che ha sempre combattuto. Ancora meno lo aiuterà scoprire, nelle sue indagini, che qualcuno da "sopra" vuole aiutare le forze dell'inferno a scatenarsi sulla terra, e non si sa ne chi è, né il motivo per cui lo farebbe.
La storia parte quando il nostro eroe riceve una richiesta di aiuto da parte di una poliziotta: deve cercare di capire il perché della morte di lei, apparentemente un suicidio. Constantine si troverà a dibattersi fra minacce mortali (per esempio demoni che vogliono fargli la pelle) possibili collaboratori che non collaborano e dilemmi teologici.
La trama risente di diverse banalità, e (ho letto) Constantine è troppo "buono" per il personaggio fumettistico che dovrebbe rappresentare, tuttavia il film non si basa soltanto su effetti speciali e scene d'azione, gli attori sono validi, lo humour nero del protagonista congiunto con il carisma di Reeves che lo interpreta si fanno sentire, e l'insieme è ragionevolmente ben riuscito. Certamente una spanna sopra la versione yankee di Dylan Dog, che ho visto una settimana fa.
venerdì 18 marzo 2011
Dylan Dog
L'adattamento americano di Dylan Dog (fumetto che abbiamo esportato in terra anglosassone, faccenda piuttosto rara) è arrivato e non potevo esimermi dall'andare a vederlo. Non sono mai stato un seguace di Dylan in senso stretto (i fumetti li ho letti saltuariamente) ma mi è sempre piaciuto, perciò ho voluto vedere come lo rovinavano (sul fatto che lo rovinassero non avevo dubbi).
L'attore Brandon Routh non assomiglia affatto a Dylan Dog; non c'è Groucho (problemi di diritti e copyright, pare) ma un altro persoanggio a far da spalla, un certo Marcus interpretato da Sam Huntington. Marcus è un personaggio venuto meglio del protagonista stesso, e intorno al fatto che ad un certo punto diventa uno zombi girano alcune delle gag meglio riuscite della storia. La committente che chiama il nostro eroe in azione è una certa Elizabeth (interpretata da un'attrice islandese), classica biondina che improvvisamente si mette a tirare mazzate. Gli attori comunque sono l'elemento migliore del film e si impegnano decentemente nel proprio ruolo.
Il regista Kevin Munroe si sforza, gettando qua e là riferimenti al fumetto italiano, di dare un contentino al pubblico che conosce l'eroe di carta nostrano (per quanto londinese), e c'è pure un vampiro di nome Sclavi, che per chi non lo sapesse è il creatore di Dylan Dog; esiste un certo humour e gusto per il paradossale nelle battute, ma se il titolo fosse stato diverso penso che molti potrebbero guardare questo film senza pensare neanche a Dylan Dog.
La sceneggiatura è decisamente pessima, per quanto ci sia un certo ritmo e una sorpresa verso il finale. Azione a tutti i costi. Da un indizio o una rivelazione si va in questo o quel luogo dove, immancabilmente, c'è una scena movimentata con botte a volontà. Roba da videogame. L'ambientazione, in una New Orleans di lupi mannari e non morti vari nascosti nel sottobosco della città, è estremamente abusata e ritrita: questo è particolarmente doloroso perché il fumetto originale, sia pur criticabile per una certa abitudine di saccheggiare i classici e i grandi successi altrui, e chiamare questi saccheggi "citazioni," ha costruito un mondo enormemente variegato, con antagonisti ricorrenti e situazioni tipiche proprie. C'era proprio bisogno di farne l'ennesimo film di vampiri?
In definitiva, il film "in assoluto" non è completamente da buttare via, se avete visto la serie di Underworld, per esempio, vi potete vedere anche questo che ha il vantaggio di un minimo di spirito in più: ma è estremamente leggero e non lascia il segno in alcun modo. Però... dov'è Dylan Dog con la sua malinconica ironia e il suo gusto per il surreale? Non c'è. Il film italiano Dellamorte Dellamore (ben povero di trama e di mezzi, eppure carino) azzeccava molto di più lo spirito del nostro eroe, sebbene non si trattasse nemmeno di lui: cento volte meglio di questo film d'azione statunitense. Se consideriamo lo scempio che è stato fatto del fumetto originale c'è davvero da gridare vendetta.
L'attore Brandon Routh non assomiglia affatto a Dylan Dog; non c'è Groucho (problemi di diritti e copyright, pare) ma un altro persoanggio a far da spalla, un certo Marcus interpretato da Sam Huntington. Marcus è un personaggio venuto meglio del protagonista stesso, e intorno al fatto che ad un certo punto diventa uno zombi girano alcune delle gag meglio riuscite della storia. La committente che chiama il nostro eroe in azione è una certa Elizabeth (interpretata da un'attrice islandese), classica biondina che improvvisamente si mette a tirare mazzate. Gli attori comunque sono l'elemento migliore del film e si impegnano decentemente nel proprio ruolo.
Il regista Kevin Munroe si sforza, gettando qua e là riferimenti al fumetto italiano, di dare un contentino al pubblico che conosce l'eroe di carta nostrano (per quanto londinese), e c'è pure un vampiro di nome Sclavi, che per chi non lo sapesse è il creatore di Dylan Dog; esiste un certo humour e gusto per il paradossale nelle battute, ma se il titolo fosse stato
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La sceneggiatura è decisamente pessima, per quanto ci sia un certo ritmo e una sorpresa verso il finale. Azione a tutti i costi. Da un indizio o una rivelazione si va in questo o quel luogo dove, immancabilmente, c'è una scena movimentata con botte a volontà. Roba da videogame. L'ambientazione, in una New Orleans di lupi mannari e non morti vari nascosti nel sottobosco della città, è estremamente abusata e ritrita: questo è particolarmente doloroso perché il fumetto originale, sia pur criticabile per una certa abitudine di saccheggiare i classici e i grandi successi altrui, e chiamare questi saccheggi "citazioni," ha costruito un mondo enormemente variegato, con antagonisti ricorrenti e situazioni tipiche proprie. C'era proprio bisogno di farne l'ennesimo film di vampiri?
In definitiva, il film "in assoluto" non è completamente da buttare via, se avete visto la serie di Underworld, per esempio, vi potete vedere anche questo che ha il vantaggio di un minimo di spirito in più: ma è estremamente leggero e non lascia il segno in alcun modo. Però... dov'è Dylan Dog con la sua malinconica ironia e il suo gusto per il surreale? Non c'è. Il film italiano Dellamorte Dellamore (ben povero di trama e di mezzi, eppure carino) azzeccava molto di più lo spirito del nostro eroe, sebbene non si trattasse nemmeno di lui: cento volte meglio di questo film d'azione statunitense. Se consideriamo lo scempio che è stato fatto del fumetto originale c'è davvero da gridare vendetta.
giovedì 17 marzo 2011
Let Me In: inutile?
Il remake dello svedese Let the Right One In, girato da Matt Reeves con la promessa di rispettare l'originale, è stato acclamato negli USA e apprezzato anche da Lindqvist, l'autore del libro cui la storia è ispirata; il film ha ben poche differenze (a cominciare dal titolo, Let Me In) rispetto all'originale: posso ben capire perché Tomas Alfredson, il regista svedese, sia piuttosto arrabbiato. Perfino le scene, frequentemente, sono le stesse e girate nello stesso modo; Alfredson, che aveva rifiutato di girare questo remake dicendo che avrebbe avuto senso solo se ci fosse stato qualcosa che non andava con la sua versione, che invece lui difendeva, ha tutte le ragioni per sentirsi preso in giro. Anche perché il film di Reeves pur non essendo un successo ha incassato parecchio di più, e chi lo vedesse negli Stati Uniti potrebbe non sapere nemmeno che è un remake.
Ho letto fra le varie critiche che Reeves avrebbe aggiunto delle sequenze e atmosfere di suo. In verità di diverso c'è una scena d'azione in auto, e poco altro.
(Attenzione: spoiler fino alla fine). Ovviamente la storia è stata spostata negli Stati Uniti e le atmosfere originali sono andate perdute, e questo non mi sembra un vantaggio, ma il pubblico americano probabilmente apprezza di più così: in fin dei conti (e questo riassume la mia opinione su tutto il film) il remake ha avuto senso solo per rispettare il suo imperialismo culturale, che è allo stesso tempo anche provincialismo. Il fatto che l'originale fosse ambientato negli anni '80 aveva certe ragioni "sociali" in quanto si faceva riferimento all'inurbamento malsano nei quartieri dormitorio, e si seguiva la storia di alcune persone al di fuori dei diretti protagonisti del film. Queste sottotrame sono state ridotte al minimo (anche se esiste qualche vicino di casa del ragazzino protagonista, ovviamente) pertanto mi sembra strano che anche Reeves, trapiantando tutto quanto in una realtà diversa, abbia voluto rispettare il periodo temporale. Ci si guadagna solo qualche generalmente brutta (secondo me) canzone anni '80 inserita nella colonna sonora, peraltro piuttosto gradevole. La canzone del trailer, molto bella, non c'è nel film, a meno che non fossi addormentato durante la scena in cui l'hanno usata.
Meglio gli attori: Kodi Smit-McPhee, che mi ricorda molto Kåre Hedebrant anche nelle espressioni, è il giovanissimo protagonista. La vampira è interpretata da Chloe Moretz e purtroppo quando "si trasforma" vengono usati degli effetti speciali sul suo viso. L'attrice è brava, secondo qualcuno più brava di Lina Leandersson che ricopriva il ruolo nell'originale svedese. La Leandersson non aveva avuto ruoli importanti prima di comparire in Let the Right One In, e credo fosse all'epoca anche più giovane, mentre l'americana è già una veterana del cinema, perciò il confronto mi sembra sbilanciato; comunque nella specifica parte e nell'atmosfera della pellicola svedese la Leandersson per me esce ancora con la performance più impressionante.
Il fatto che Eli (la vampira, che diventa Abby in Let Me In) sia in effetti un ragazzino castrato nel film svedese e una ragazza nel film americano è secondo me la vera differenza notevole dopo il fatto, ovviamente, che l'ambientazione è diversa.
Io immagino che questo sia dovuto semplicemente al fatto che il pubblico USA avrebbe reagito male. Ma crea una differenza, voluta o no. Mentre in Let the Right One In si forma una bizzarra amicizia tra due esseri solitari, il remake dà più l'idea di un amore diabolico e disperato, e allo stesso tempo stranamente innocente. Amore tra due persone che, per motivi diversi, sentono il mondo esterno come qualcosa di ostile da cui occorre difendersi e che, nel caso di lei, deve essere predato ferocemente per sopravvivere.
Anche la vecchia foto che Owen (il ragazzino) trova fa capire che l'accompagnatore adulto arrivato nel quartiere assieme ad Abby/Eli poteva sembrare una volta un suo coetaneo (la fine orrenda di questo personaggio è all'inizio nel remake, e la storia riprende da lì in flasback). Insomma Owen prende il posto di un protettore e amante di lei, che è rimasta giovane mentre il compagno invecchiava: nel film svedese quel personaggio sembrava qualcosa di più simile a un pedofilo (e nel libro questo è esplicito). Il risultato è più intimo e viscerale che nel film originale, ma non un'enorme differenza.
Detto tutto questo, quando leggo che questo film sta sulle proprie gambe o addirittura regge il confronto con l'originale, la mia opinione è: non mi pare. E la promessa del regista, di fare un altro film partendo dal libro e non dal film svedese, fondamentalmente non mi sembra rispettata: le differenze più visibili sono dovute al cambiamento di ambientazione. Senza volergliene al regista, questo è un remake ed essenzialmente è inutile. Arriverà in Italia? Sembra di sì, ho letto in rete che il titolo potrebbe essere: Amami, sono un vampiro. Gesù! Speriamo di no.
Ho letto fra le varie critiche che Reeves avrebbe aggiunto delle sequenze e atmosfere di suo. In verità di diverso c'è una scena d'azione in auto, e poco altro.
(Attenzione: spoiler fino alla fine). Ovviamente la storia è stata spostata negli Stati Uniti e le atmosfere originali sono andate perdute, e questo non mi sembra un vantaggio, ma il pubblico americano probabilmente apprezza di più così: in fin dei conti (e questo riassume la mia opinione su tutto il film) il remake ha avuto senso solo per rispettare il suo imperialismo culturale, che è allo stesso tempo anche provincialismo. Il fatto che l'originale fosse ambientato negli anni '80 aveva certe ragioni "sociali" in quanto si faceva riferimento all'inurbamento malsano nei quartieri dormitorio, e si seguiva la storia di alcune persone al di fuori dei diretti protagonisti del film. Queste sottotrame sono state ridotte al minimo (anche se esiste qualche vicino di casa del ragazzino protagonista, ovviamente) pertanto mi sembra strano che anche Reeves, trapiantando tutto quanto in una realtà diversa, abbia voluto rispettare il periodo temporale. Ci si guadagna solo qualche generalmente brutta (secondo me) canzone anni '80 inserita nella colonna sonora, peraltro piuttosto gradevole. La canzone del trailer, molto bella, non c'è nel film, a meno che non fossi addormentato durante la scena in cui l'hanno usata.
Meglio gli attori: Kodi Smit-McPhee, che mi ricorda molto Kåre Hedebrant anche nelle espressioni, è il giovanissimo protagonista. La vampira è interpretata da Chloe Moretz e purtroppo quando "si trasforma" vengono usati degli effetti speciali sul suo viso. L'attrice è brava, secondo qualcuno più brava di Lina Leandersson che ricopriva il ruolo nell'originale svedese. La Leandersson non aveva avuto ruoli importanti prima di comparire in Let the Right One In, e credo fosse all'epoca anche più giovane, mentre l'americana è già una veterana del cinema, perciò il confronto mi sembra sbilanciato; comunque nella specifica parte e nell'atmosfera della pellicola svedese la Leandersson per me esce ancora con la performance più impressionante.
Il fatto che Eli (la vampira, che diventa Abby in Let Me In) sia in effetti un ragazzino castrato nel film svedese e una ragazza nel film americano è secondo me la vera differenza notevole dopo il fatto, ovviamente, che l'ambientazione è diversa.
Io immagino che questo sia dovuto semplicemente al fatto che il pubblico USA avrebbe reagito male. Ma crea una differenza, voluta o no. Mentre in Let the Right One In si forma una bizzarra amicizia tra due esseri solitari, il remake dà più l'idea di un amore diabolico e disperato, e allo stesso tempo stranamente innocente. Amore tra due persone che, per motivi diversi, sentono il mondo esterno come qualcosa di ostile da cui occorre difendersi e che, nel caso di lei, deve essere predato ferocemente per sopravvivere.
Anche la vecchia foto che Owen (il ragazzino) trova fa capire che l'accompagnatore adulto arrivato nel quartiere assieme ad Abby/Eli poteva sembrare una volta un suo coetaneo (la fine orrenda di questo personaggio è all'inizio nel remake, e la storia riprende da lì in flasback). Insomma Owen prende il posto di un protettore e amante di lei, che è rimasta giovane mentre il compagno invecchiava: nel film svedese quel personaggio sembrava qualcosa di più simile a un pedofilo (e nel libro questo è esplicito). Il risultato è più intimo e viscerale che nel film originale, ma non un'enorme differenza.
Detto tutto questo, quando leggo che questo film sta sulle proprie gambe o addirittura regge il confronto con l'originale, la mia opinione è: non mi pare. E la promessa del regista, di fare un altro film partendo dal libro e non dal film svedese, fondamentalmente non mi sembra rispettata: le differenze più visibili sono dovute al cambiamento di ambientazione. Senza volergliene al regista, questo è un remake ed essenzialmente è inutile. Arriverà in Italia? Sembra di sì, ho letto in rete che il titolo potrebbe essere: Amami, sono un vampiro. Gesù! Speriamo di no.
mercoledì 16 marzo 2011
sabato 12 marzo 2011
Antracite
Antracite di Valerio Evangelisti (uscito nella collana Urania Mondadori qualche annetto fa) dovrebbe rientrare nel filone fantastico perché il protagonista (che non è alla prima comparsa nelle opere di Evangelisti) sarebbe una specie di stregone-pistolero messicano, dotato quindi di poteri sovrannaturali.
Si tratta di un mulatto dall'espressione dura, un po' come certi personaggi da western spaghetti: si presenta con il classico stile amorale da figlio di un cane (in effetti fa il killer) ma poi invece si rivelerà pronto a battersi generosamente per una giusta causa, come vedrà chi andrà a leggersi questo libro.
Protagonista che si tira ditero una specie di feticcio-amuleto (Nganga) dentro una borsa, peccato che pur mandando ogni tanto sensazioni e vibrazioni al nostro pistolero finto-spregiudicato a ben vedere con la storia non c'entra un accidente e fa solo folklore o poco più.
Il libro ha come ambientazione una regione mineraria dove infuria la lotta fra sfruttatori e sfruttati (e anche fra gli sfruttati stessi); si inserisce nella storia delle lotte sindacali (con tanto di scioperi, mezze ribellioni, repressioni spietate) che hanno percorso l'industrializzazione degli Stati Uniti. Quel periodo in cui l'industria e la ferrovia hanno sottomesso l'anima rurale e contadina, già del resto sconfitta con le armi della guerra civile nel 1861-65.
Pantera, il nostro pistolero stile Clint Eastwood, viene assoldato da una associazione segreta (mica tanto) irlandese, i Molly Maguires, per eliminare degli infiltrati che fanno il gioco delle forze dell'ordine, ovvero l'Agenzia Pinkerton con vari alleati. Questi irlandesi ribelli e caciaroni in realtà non gli sono simpaticissimi, perché sebbene sfruttati nelle miniere, fanno solo i propri interessi in maniera neanche tanto simpatica, visto che ammazzano un sacco di gente anche per vendette personali. Del resto il quadro si fa estremamente confuso perché Pantera viene coinvolto dalle forze al servizio degli industriali in un doppio gioco assai contorto (e un po' grottesco, non proprio credibilissimo).
Evangelisti ne approfitta per tenere qualche dissertazione storica e politica, con intromissioni nei dialoghi piuttosto pesanti, a volte senza riguardo per la credibilità di tali discorsi rispetto al livello culturale e alla personalità di chi starebbe parlando; quando finalmente il quadro è abbastanza chiaro questo aspetto diventa un po' meno pesante, ma l'azione è decisamente lenta e talvolta monotona, nonostante il sangue scorra generoso. Tormentoni frequenti: la borsa contenente l'idolo-feticcio, che Pantera si tira dietro più o meno di continuo, e gli incontri intimi con varie donne e prostitute, a volte descritti senza risparmio nei particolari squallidi o degradanti.
Il protagonista non mi ha convinto, non tanto per la sua moralità discutibile, che non mi ha infastidito, ma perché è un po' troppo tosto, duro, cool, disprezza tutto e tutti, gli fa schifo dare la mano alla gente, quando si arrabbia fa pisciare sotto tutti dalla paura. Si concede degli scoppi di aggressività e smargiassate tali che, essendo mulatto nel mondo dell'uomo bianco, dovrebbero concludersi con una rapida impiccagione al primo albero, o con la morte di tutti i bianchi dei dintorni nel tentativo (visto che lui è Pantera!). Una Mary Sue di discreto livello, insomma.
La bella descrizione del quadro storico e le capacità narrative dell'autore salvano un libro che sarebbe ampiamente sotto la sufficienza, ma devo dire che l'inquisitore Eymerich, pur essendo un tipo poco simpatico anche lui, mi era piaciuto molto di più.
Una intervista in cui Evangelisti parla del libro la trovate qui.
Un film con un cast di tutto rispetto sulla storia dei Molly Maguires.
Si tratta di un mulatto dall'espressione dura, un po' come certi personaggi da western spaghetti: si presenta con il classico stile amorale da figlio di un cane (in effetti fa il killer) ma poi invece si rivelerà pronto a battersi generosamente per una giusta causa, come vedrà chi andrà a leggersi questo libro.
Protagonista che si tira ditero una specie di feticcio-amuleto (Nganga) dentro una borsa, peccato che pur mandando ogni tanto sensazioni e vibrazioni al nostro pistolero finto-spregiudicato a ben vedere con la storia non c'entra un accidente e fa solo folklore o poco più.
Il libro ha come ambientazione una regione mineraria dove infuria la lotta fra sfruttatori e sfruttati (e anche fra gli sfruttati stessi); si inserisce nella storia delle lotte sindacali (con tanto di scioperi, mezze ribellioni, repressioni spietate) che hanno percorso l'industrializzazione degli Stati Uniti. Quel periodo in cui l'industria e la ferrovia hanno sottomesso l'anima rurale e contadina, già del resto sconfitta con le armi della guerra civile nel 1861-65.
Pantera, il nostro pistolero stile Clint Eastwood, viene assoldato da una associazione segreta (mica tanto) irlandese, i Molly Maguires, per eliminare degli infiltrati che fanno il gioco delle forze dell'ordine, ovvero l'Agenzia Pinkerton con vari alleati. Questi irlandesi ribelli e caciaroni in realtà non gli sono simpaticissimi, perché sebbene sfruttati nelle miniere, fanno solo i propri interessi in maniera neanche tanto simpatica, visto che ammazzano un sacco di gente anche per vendette personali. Del resto il quadro si fa estremamente confuso perché Pantera viene coinvolto dalle forze al servizio degli industriali in un doppio gioco assai contorto (e un po' grottesco, non proprio credibilissimo).
Evangelisti ne approfitta per tenere qualche dissertazione storica e politica, con intromissioni nei dialoghi piuttosto pesanti, a volte senza riguardo per la credibilità di tali discorsi rispetto al livello culturale e alla personalità di chi starebbe parlando; quando finalmente il quadro è abbastanza chiaro questo aspetto diventa un po' meno pesante, ma l'azione è decisamente lenta e talvolta monotona, nonostante il sangue scorra generoso. Tormentoni frequenti: la borsa contenente l'idolo-feticcio, che Pantera si tira dietro più o meno di continuo, e gli incontri intimi con varie donne e prostitute, a volte descritti senza risparmio nei particolari squallidi o degradanti.
Il protagonista non mi ha convinto, non tanto per la sua moralità discutibile, che non mi ha infastidito, ma perché è un po' troppo tosto, duro, cool, disprezza tutto e tutti, gli fa schifo dare la mano alla gente, quando si arrabbia fa pisciare sotto tutti dalla paura. Si concede degli scoppi di aggressività e smargiassate tali che, essendo mulatto nel mondo dell'uomo bianco, dovrebbero concludersi con una rapida impiccagione al primo albero, o con la morte di tutti i bianchi dei dintorni nel tentativo (visto che lui è Pantera!). Una Mary Sue di discreto livello, insomma.
La bella descrizione del quadro storico e le capacità narrative dell'autore salvano un libro che sarebbe ampiamente sotto la sufficienza, ma devo dire che l'inquisitore Eymerich, pur essendo un tipo poco simpatico anche lui, mi era piaciuto molto di più.
Una intervista in cui Evangelisti parla del libro la trovate qui.
Un film con un cast di tutto rispetto sulla storia dei Molly Maguires.
venerdì 11 marzo 2011
La rivoluzione digitale segna il passo
In Italia gli ebook stanno un po' zoppicando, mi par di capire che questo è uno dei messaggi che si ricavano dall'incontro di Rimini (EbookLab Italia).
A parte il prezzo dei lettori (che secondo me è un ostacolo relativo, prima o poi la gente si decide...) sono segnati giustamente come problematici i tratti che l'editoria ha voluto dare a questo mercato: DRM e prezzo.
Alle case editrici italiane, salvo alcune eccezioni, piace prendersi più o meno tutto il ricco dividendo che si origina dall'esclusione della tradizionale catena di distribuzione: al lettore si concede poco o niente, la differenza di prezzo col libro di carta spesso è minima. Insomma, non capisco se gli editori nostrani siano disposti al cambiamento purché ci sia triplo guardagno per loro, o se stiano facendo addirittura resistenza passiva.
Anche quel poco vantaggio nei prezzi si rischia di perderlo con i pericoli cui si è soggetti se si acquista un libro digitale soggetto a DRM (il libro lo paghi, ma lo puoi leggere solo fino a che ti è graziosamente concesso dal venditore, e puoi giurarci che sarà una semplice questione di tempo: prima o poi avrai un file illeggibile da buttare via).
Il mio lettore di ebook nel frattempo comincia a prendere un po' di polvere, perché a queste condizioni ho deciso di non starci, almeno per adesso.
Segnalo questo articolo del Sole24Ore in merito.
A parte il prezzo dei lettori (che secondo me è un ostacolo relativo, prima o poi la gente si decide...) sono segnati giustamente come problematici i tratti che l'editoria ha voluto dare a questo mercato: DRM e prezzo.
Alle case editrici italiane, salvo alcune eccezioni, piace prendersi più o meno tutto il ricco dividendo che si origina dall'esclusione della tradizionale catena di distribuzione: al lettore si concede poco o niente, la differenza di prezzo col libro di carta spesso è minima. Insomma, non capisco se gli editori nostrani siano disposti al cambiamento purché ci sia triplo guardagno per loro, o se stiano facendo addirittura resistenza passiva.
Anche quel poco vantaggio nei prezzi si rischia di perderlo con i pericoli cui si è soggetti se si acquista un libro digitale soggetto a DRM (il libro lo paghi, ma lo puoi leggere solo fino a che ti è graziosamente concesso dal venditore, e puoi giurarci che sarà una semplice questione di tempo: prima o poi avrai un file illeggibile da buttare via).
Il mio lettore di ebook nel frattempo comincia a prendere un po' di polvere, perché a queste condizioni ho deciso di non starci, almeno per adesso.
Segnalo questo articolo del Sole24Ore in merito.
martedì 8 marzo 2011
Tante belle sostanze
Segnalo un'interessante pagina (purtroppo un link per anglofoni) dove sono segnalate le meravigliose (non sempre) possibilità che si apriranno nel prossimo futuro grazie a nuove sostanze farmaceutiche e droghe capaci di manipolare il pensiero e l'umore.
Ce n'è per tutti i gusti: la Rapamicina, medicina che rallenta l'invecchiamento e blocca i sintomi dell'Alzheimer, una droga che ispira una "enorme fiducia" alla persona a cui è somministrata, senza effetti collaterali (credo che sarebbe la date rape drug ideale, e preferisco non tradurre l'espressione), un'altra sostanza che migliora la memoria e "cancella lo stress della solitudine", la medicina che cancellerebbe la paura...
Non dico che la fantascienza non abbia esplorato le enormi possibilità di manipolare l'essere umano e il suo pensiero, anzi, è proprio il contrario, ma forse non ha puntato abbastanza in questa direzione, distratta da cose come l'esplorazione del cosmo o le meraviglie della rete. Quello che temo è che, nei tempi bui a venire, ci si possa servire su larga scala di qualche sostanza per tenere buono e incapace di reagire uno sterminato, poverissimo, popolo bue. A livelli che la manipolazione dei media non si sognerebbe neanche.
Buona lettura.
Ce n'è per tutti i gusti: la Rapamicina, medicina che rallenta l'invecchiamento e blocca i sintomi dell'Alzheimer, una droga che ispira una "enorme fiducia" alla persona a cui è somministrata, senza effetti collaterali (credo che sarebbe la date rape drug ideale, e preferisco non tradurre l'espressione), un'altra sostanza che migliora la memoria e "cancella lo stress della solitudine", la medicina che cancellerebbe la paura...
Non dico che la fantascienza non abbia esplorato le enormi possibilità di manipolare l'essere umano e il suo pensiero, anzi, è proprio il contrario, ma forse non ha puntato abbastanza in questa direzione, distratta da cose come l'esplorazione del cosmo o le meraviglie della rete. Quello che temo è che, nei tempi bui a venire, ci si possa servire su larga scala di qualche sostanza per tenere buono e incapace di reagire uno sterminato, poverissimo, popolo bue. A livelli che la manipolazione dei media non si sognerebbe neanche.
Buona lettura.
sabato 5 marzo 2011
Storia dei Maghi
Alan Baker, autore che si è occupato in passato di fantasmi, UFO e altre piacevolezze, ripercorre la storia della magia con un viaggio attraverso un gruppo (ben lontano dall'essere completo) di figure importanti del passato, tra maghi, alchimisti e ciarlatani.Questa Storia dei Maghi è un libro abbastanza agile (poco più di 200 pagine) edito da Mondadori alcuni anni fa. Assieme alla recente lettura riguardante le streghe di cui ho parlato in un precedente post, questa lettura fa parte dell'approfondimento che ho voluto fare sul magico così come è stato concepito (e vien concepito tuttora) in quelle culture che vi ripongono fiducia. Culture antiche e culture selvagge al giorno d'oggi marginali, ma se vogliamo anche "sottoculture" del mondo moderno e industrializzato, visto che in realtà la magia non è mai andata di moda come nel mondo di oggi.
Le figure trattate: Alce Nero lo sciamano, l'antico mago Paracelso, il Conte Cagliostro (che poi non era un nobile), l'occultista elisabettiano John Dee, Aleister Crowley e svariati altri. Non manca una disamina delle credenze misteriche diffuse nelle gerarchie del Terzo Reich, né una curiosa (e sconcertante) esplorazione della mitologia inventata da Lovecraft, autore che costruì i suoi misteri con tale potenza da trovare diversi personaggi che non hanno voluto credere al fatto che fosse semplice finzione letteraria, come affermato da lui stesso.
Le mie considerazioni riguardo alla magia spiegata in questi libri: gli accenni ai grimori e agli incantesimi sono sufficienti a far passare la curiosità. I rituali sono incredibilmente complessi, o richiedono componenti introvabili e materiali immondi, o sono pensati per spingere il praticante in uno stato di coscienza alterata. Insomma, nulla di verificabile facilmente, e la cosa non mi stupisce affatto. E' più appassionante leggere i sistemi magici di un gioco di ruolo, in fondo. In questo campo la fantasia dei media (libri, TV, film e anche videogiochi) ha negli ultimi anni prodotto risultati forse più interessanti che in tutte le epoche passate. Senza illudersi che funzionino, ovviamente.
Il libro è scritto in maniera astuta: con il giusto scetticismo che si aspetta il lettore curioso ma modernamente scettico, salvo lasciare qualche accenno vago e misterioso qua e là, su cose che potrebbero veramente esserci, veramente funzionare.
Personalmente consiglio questa Storia dei Maghi solo a chi voglia una non impegnativa disamina del fenomeno senza spenderci troppo impegno e troppi soldi.
venerdì 4 marzo 2011
La terribile sorte di Blade Runner
Proprio così, anche il capolavoro di Ridley Scott finirà nel tritacarne della macchina dei sequel.
O meglio: sequel, prequel e, pare, anche una serie televisiva. I nuovi produttori, che sono collegati alla Warner, non hanno però il diritto di fare il remake dell'originale. Probabilmente non lo volevano neanche. Perché, sebbene a parole convinti di poter rendere giustizia a Blade Runner con la trasformazione in una franchise, dubito che se la sentano veramente di fare i conti e i confronti con un film del genere. Meglio raccontare delle storie collaterali.
Sono sempre pronto a ricredermi se a sorpresa dovessero saltare fuori dei capolavori, ma non mi aspetto niente di buono.
O meglio: sequel, prequel e, pare, anche una serie televisiva. I nuovi produttori, che sono collegati alla Warner, non hanno però il diritto di fare il remake dell'originale. Probabilmente non lo volevano neanche. Perché, sebbene a parole convinti di poter rendere giustizia a Blade Runner con la trasformazione in una franchise, dubito che se la sentano veramente di fare i conti e i confronti con un film del genere. Meglio raccontare delle storie collaterali.
Sono sempre pronto a ricredermi se a sorpresa dovessero saltare fuori dei capolavori, ma non mi aspetto niente di buono.
domenica 27 febbraio 2011
La scomparsa del maschio
Uno scenario fantascientifico o una tematica semiseria, ma proviamo ad analizzarla.
Il tema della "guerra dei sessi" ogni tanto fa capolino nel fantastico, di solito in maniera terribilmente kitsch. Ma i cambiamenti sociali avvengono per davvero, e l'interrogativo si pone. Io, che non sono certo un fan sfegatato del femminismo pur riconoscendone l'importanza come movimento, ho tratto già da un po' le mie conclusioni. In parole povere siamo a un bivio (dopo vediamo quale) e se tutto continua ad andare come sta andando il maschio è praticamente spacciato. Se scomparirà non lo so, ma rischia di diventare minoritario in tutto, anzi sta già accadendo, se dobbiamo credere a questo articolo di Repubblica. In parole povere i maschi USA sarebbero immaturi, eterni bambinoni, inadatti a essere mariti e padri (e in effetti negli Stati Uniti molte donne ormai scelgono di avere figli senza cercare marito); peggio ancora, il reddito è inferiore a quello delle donne e, soprattutto fra i giovani, sono inferiori i titoli di studio.
Per quanto riguarda il matrimonio, possono esserci motivi plausibili per la scomparsa dei buoni partiti. Nel mondo occidentale le leggi sul divorzio sono a favore della donna "a prescindere." Non c'è alcun controllo su quale sia effettivamente la parte più debole, o sul fatto che in qualche modo tutti vogliano campare: i mariti divorziati perdono tutto e finiscono sotto i ponti, se non sono molto ricchi.
Pertanto il fatto che un uomo rifiuti di sposarsi non credo sia sintomo di immaturità, semplicemente non vuole andare a infilarsi in una situazione dove probabilmente si rovinerebbe la vita, visto che i matrimoni, oggi come oggi, generalmente non durano.
Questo però non migliora la situazione perché i figli maschi nati fuori dal matrimonio non avranno un modello maschile da seguire, ammesso che ne valga la pena (era considerato essenziale, tempo fa, ora un po' meno).
A parte questo, comunque è un disastro. La mia opinione è che le caratteristiche maschili non servano più a niente in questo mondo (nell'ipotesi del prevalere del modello occidentale). Il maschio è più aggressivo, più fastidioso e difficile da educare quando è bambino, si ficca nei guai facilmente quando è adulto, è egoista (se dobbiamo credere a quanto dicono i banchieri del microcredito, ad esempio, i soldi dati alle donne sono più frequentemente spesi per ridurre la povertà di chi le circonda e meno in autogratificazioni, come li spenderebbe un maschio). Privo di nemici da combattere a mazzate, chiuso in una società pollaio, senza guerre e senza lavori da spaccarsi la schiena il maschio si atrofizza e perde il suo ruolo. Le guerre, mi si dirà, ci sono, perciò servono ancora i guerrieri impavidi. Ma sono guerre tecnologiche dove i soldati manovrano macchine, sempre di più, e non vogliono rischiare la vita. E tra quelli che muoiono ancora sul campo ora ci sono anche le donne (Iraq).
C'è chi dice che alle donne non piaccia la scienza, non avrebbero una mente speculativa e così via. Insomma la scienza è appannaggio del maschio, il mondo moderno ha ancora bisogno del testosterone. Io temo proprio che sia una stupidaggine, e che probabilmente anche in campo scientifico le donne finiranno con l'affermarsi. Ogni volta che hanno potuto prender parte a un'attività, hanno dimostrato false le idee di chi pensava che non fossero adatte, con eventualmente l'eccezione dei ruoli militari di prima linea.
La mia ipotesi è che quando ci sarà la possibilità di scegliere facilmente (senza aborti selettivi) non si sentirà più il bisogno di avere figli maschi. Non è mai stato possibile eliminare le donne (nessuna macchina può ancora sostituire un utero) anche se molte comunità (ad es. in Cina) ne eliminano a milioni alla nascita tramite infanticidio (con il bel risultato che poi tanti maschi non si possono sposare). Per gli uomini è vero il contrario, di loro se ne potrebbe benissimo fare a meno. Il seme maschile può essere congelato e conservato facilmente in quantità sufficienti per millenni.
Nel mondo affollato, impoverito e senza risorse (ma ad alta tecnologia) di domani i maschi potrebbero semplicemente diventare un lusso esotico per poche famiglie.
In altre parole con la scomparsa (dovuta a tecnologia e fenomeni sociali) dei fattori che lo rendevano soggetto alla forza maschile, il sesso femminile diventa l'unico la cui esistenza sia indispensabile. Ma torniamo al bivio cui accennavo all'inizio. Le cose potrebbero in effetti andare diversamente. Oggi abbiamo una modernità che sembra trionfare ma in realtà vacilla, fra la carenza di materie prime e lo scontro di varie potenze che mettono in dubbio lo strapotere occidentale.
Potrebbero nascere nuovi equilibri che metterebbero in dubbio l'attuale modello culturale. E soprattutto il mondo che ci pare così solido in realtà non è mai stato così fragile, sia per il deterioramento dell'ambiente sia per il semplice esaurirsi delle risorse (e della fertilità del suolo).
Potremmo andare incontro a una catastrofe malthusiana orrenda (troppa gente, esaurimento delle risorse e lotta tra pezzenti per spartirsi quello che rimane) come in ambiti limitati è già accaduto nella storia, ma stavolta su scala globale. Forse sta già accadendo. O potremmo avere una "resa dei conti" tra le grandi potenze.
Se così sarà, tornerà in auge il maschio, i valori della forza e della guerra, l'omo ha da puzzà, la donna deve stare dietro i fornelli e consentire il riposo del guerriero. Alleluja...
Il tema della "guerra dei sessi" ogni tanto fa capolino nel fantastico, di solito in maniera terribilmente kitsch. Ma i cambiamenti sociali avvengono per davvero, e l'interrogativo si pone. Io, che non sono certo un fan sfegatato del femminismo pur riconoscendone l'importanza come movimento, ho tratto già da un po' le mie conclusioni. In parole povere siamo a un bivio (dopo vediamo quale) e se tutto continua ad andare come sta andando il maschio è praticamente spacciato. Se scomparirà non lo so, ma rischia di diventare minoritario in tutto, anzi sta già accadendo, se dobbiamo credere a questo articolo di Repubblica. In parole povere i maschi USA sarebbero immaturi, eterni bambinoni, inadatti a essere mariti e padri (e in effetti negli Stati Uniti molte donne ormai scelgono di avere figli senza cercare marito); peggio ancora, il reddito è inferiore a quello delle donne e, soprattutto fra i giovani, sono inferiori i titoli di studio.
Per quanto riguarda il matrimonio, possono esserci motivi plausibili per la scomparsa dei buoni partiti. Nel mondo occidentale le leggi sul divorzio sono a favore della donna "a prescindere." Non c'è alcun controllo su quale sia effettivamente la parte più debole, o sul fatto che in qualche modo tutti vogliano campare: i mariti divorziati perdono tutto e finiscono sotto i ponti, se non sono molto ricchi.
Pertanto il fatto che un uomo rifiuti di sposarsi non credo sia sintomo di immaturità, semplicemente non vuole andare a infilarsi in una situazione dove probabilmente si rovinerebbe la vita, visto che i matrimoni, oggi come oggi, generalmente non durano.
Questo però non migliora la situazione perché i figli maschi nati fuori dal matrimonio non avranno un modello maschile da seguire, ammesso che ne valga la pena (era considerato essenziale, tempo fa, ora un po' meno).
A parte questo, comunque è un disastro. La mia opinione è che le caratteristiche maschili non servano più a niente in questo mondo (nell'ipotesi del prevalere del modello occidentale). Il maschio è più aggressivo, più fastidioso e difficile da educare quando è bambino, si ficca nei guai facilmente quando è adulto, è egoista (se dobbiamo credere a quanto dicono i banchieri del microcredito, ad esempio, i soldi dati alle donne sono più frequentemente spesi per ridurre la povertà di chi le circonda e meno in autogratificazioni, come li spenderebbe un maschio). Privo di nemici da combattere a mazzate, chiuso in una società pollaio, senza guerre e senza lavori da spaccarsi la schiena il maschio si atrofizza e perde il suo ruolo. Le guerre, mi si dirà, ci sono, perciò servono ancora i guerrieri impavidi. Ma sono guerre tecnologiche dove i soldati manovrano macchine, sempre di più, e non vogliono rischiare la vita. E tra quelli che muoiono ancora sul campo ora ci sono anche le donne (Iraq).
C'è chi dice che alle donne non piaccia la scienza, non avrebbero una mente speculativa e così via. Insomma la scienza è appannaggio del maschio, il mondo moderno ha ancora bisogno del testosterone. Io temo proprio che sia una stupidaggine, e che probabilmente anche in campo scientifico le donne finiranno con l'affermarsi. Ogni volta che hanno potuto prender parte a un'attività, hanno dimostrato false le idee di chi pensava che non fossero adatte, con eventualmente l'eccezione dei ruoli militari di prima linea.
La mia ipotesi è che quando ci sarà la possibilità di scegliere facilmente (senza aborti selettivi) non si sentirà più il bisogno di avere figli maschi. Non è mai stato possibile eliminare le donne (nessuna macchina può ancora sostituire un utero) anche se molte comunità (ad es. in Cina) ne eliminano a milioni alla nascita tramite infanticidio (con il bel risultato che poi tanti maschi non si possono sposare). Per gli uomini è vero il contrario, di loro se ne potrebbe benissimo fare a meno. Il seme maschile può essere congelato e conservato facilmente in quantità sufficienti per millenni.
Nel mondo affollato, impoverito e senza risorse (ma ad alta tecnologia) di domani i maschi potrebbero semplicemente diventare un lusso esotico per poche famiglie.
In altre parole con la scomparsa (dovuta a tecnologia e fenomeni sociali) dei fattori che lo rendevano soggetto alla forza maschile, il sesso femminile diventa l'unico la cui esistenza sia indispensabile. Ma torniamo al bivio cui accennavo all'inizio. Le cose potrebbero in effetti andare diversamente. Oggi abbiamo una modernità che sembra trionfare ma in realtà vacilla, fra la carenza di materie prime e lo scontro di varie potenze che mettono in dubbio lo strapotere occidentale.
Potrebbero nascere nuovi equilibri che metterebbero in dubbio l'attuale modello culturale. E soprattutto il mondo che ci pare così solido in realtà non è mai stato così fragile, sia per il deterioramento dell'ambiente sia per il semplice esaurirsi delle risorse (e della fertilità del suolo).
Potremmo andare incontro a una catastrofe malthusiana orrenda (troppa gente, esaurimento delle risorse e lotta tra pezzenti per spartirsi quello che rimane) come in ambiti limitati è già accaduto nella storia, ma stavolta su scala globale. Forse sta già accadendo. O potremmo avere una "resa dei conti" tra le grandi potenze.
Se così sarà, tornerà in auge il maschio, i valori della forza e della guerra, l'omo ha da puzzà, la donna deve stare dietro i fornelli e consentire il riposo del guerriero. Alleluja...
mercoledì 23 febbraio 2011
Storie dal Crepuscolo di un Mondo
Una raccolta nata per celebrare uno scrittore che sta per morire. A meno che Jack Vance non abbia deciso di stupirci campando più di 100 anni, in effetti un mago del fantastico è ormai arrivato al capolinea, anche se a dire il vero fino al 2009 scriveva ancora e pubblicava, chissà che non faccia in tempo a donarci ancora qualcosa.Diversi scrittori hanno dedicato un racconto alla sua ambientazione che io amo di più, ovvero la Terra Morente: la traduzione in italiano, a cura di Mondadori, è comparsa nella collana Urania.
Inevitabilmente questo ha creato (vedi pagina su Anobii) uno strascico di polemiche da parte dei fautori della fantascienza che si sono visti invaso il territorio, ma purtroppo (o per fortuna) la collana Epix che doveva ospitare questa raccolta è morta poco tempo dopo la nascita.
A me spiace che sia divisa in tre volumi (e che vengano pubblicati a cadenza annuale, perciò dovrò aspettare fino al 2013, se va bene, per leggere tutti i racconti). Comunque, sebbene lo stile di Vance appartenga solo a lui, in qualche caso l'esperimento è riuscito molto bene. Il migliore dei racconti è il primo, quello scritto da Robert Silverberg, ma tutti sono quanto meno leggibili. Consigliato agli amanti del fantasy, soprattutto a chi conosce solo elfi ed orchetti.
giovedì 17 febbraio 2011
Cattivi, seconda parte
Il discorso sui personaggi cattivi è iniziato qui, e non pensavo di dover aggiungere moltissimo. Però, a causa di una lettura recente, ho la possibilità di elaborare sul "perché i cattivi ci piacciono" un po' di più, prendendo a prestito le parole di un serial killer, quindi uno che se ne intende.
Ian Brady, tuttora vivente [Aggiornamento: è morto il 15 maggio 2017, a 79 anni], un giovane inglese che debuttò nell'età adulta gravemente psicopatico a causa di un'infanzia fin troppo difficile, negli anni '60 si macchiò di una quantità di delitti, in parte con la complicità della sua ragazza Myra Hindley (morta nel 2002). Basandosi su una (bislacca) teoria che divinizzava la morte, pieno di sprezzo verso tutti quelli che stanno alle regole, visse una tipica "follia a due" con la ragazza, dando il via a una serie di ben congegnati omicidi. Myra era infatuata di lui al punto da bersi tutta la sua filosofia ed aiutarlo nelle sue gesta (e poiché uno non si aspetta certe azioni da una donna, è stata condannata da parte del pubblico con un odio ancora maggiore di quello rivolto verso il suo amato).
Brady non è comunque diventato un recordman del crimine: presto compì l'errore di voler allargare il suo "culto" a un altro giovane, che invece si rivolse alla polizia, e l'avventura criminale dei due innamorati finì lì.
Ma poiché si tratta di un assassino dai tratti "intellettuali" è interessante quello che afferma. Brady era rimasto affascinato dalle riflessioni sul male di Raskolnikov, il protagonista di Delitto e Castigo (di Dostoevskij, scrittore russo).
Prendo spunto, e traduco (approssimativamente) qualche riga, da Brady & Hindley, di Fred Harrison.
Fine della citazione. Il cattivo (quello che uccide veramente, del resto quelli dei libri e dei film di solito sono così) ha osato vedere cosa c'è al di là del limite. Tu, bravo cittadino che legge libri e va al cinema, no, non hai visto, e per questo il cattivo ti affascina. E non avevi bisogno di leggere queste righe, lo sapevi già.
Ovviamente anche i buoni possono uccidere, ma lo fanno con qualche motivazione (e nel mondo ci si ingegna un bel po' per inventarsi motivi validi, del resto). I personaggi "buoni," per definizione, non arrivano a uccidere solo per dimostrare che possono farlo, perciò, per quanto ci si sforzi di dar loro un'aria ambivalente o interessante, quel fascino oscuro non possono averlo.
Ma questa "prova di coraggio" ovviamente ha la sua controindicazione: per spiegarla, citerò la frase di un insegnante, uno che in verità ho disprezzato ai lontani tempi del liceo. Visto che da lui ho udito una sola cosa valida in diversi anni (sempre che fosse farina del suo sacco), è bene sfruttarla, anche se non ricordo le esatte parole: "Qualsiasi sia il suo credo, indipendentemente dalle convinzioni, io penso che chi uccida un'altra persona sappia sempre di aver fatto una cosa grave, di aver valicato un limite."
Il rimorso esiste, è bene ricordarcelo, in quest'epoca di trasgressione un tanto al chilo. Perfino Ian Brady, in galera, provò il rimorso e dovette ammettere: "Ho sopravvalutato la mia insensibilità."
Ian Brady, tuttora vivente [Aggiornamento: è morto il 15 maggio 2017, a 79 anni], un giovane inglese che debuttò nell'età adulta gravemente psicopatico a causa di un'infanzia fin troppo difficile, negli anni '60 si macchiò di una quantità di delitti, in parte con la complicità della sua ragazza Myra Hindley (morta nel 2002). Basandosi su una (bislacca) teoria che divinizzava la morte, pieno di sprezzo verso tutti quelli che stanno alle regole, visse una tipica "follia a due" con la ragazza, dando il via a una serie di ben congegnati omicidi. Myra era infatuata di lui al punto da bersi tutta la sua filosofia ed aiutarlo nelle sue gesta (e poiché uno non si aspetta certe azioni da una donna, è stata condannata da parte del pubblico con un odio ancora maggiore di quello rivolto verso il suo amato).
Brady non è comunque diventato un recordman del crimine: presto compì l'errore di voler allargare il suo "culto" a un altro giovane, che invece si rivolse alla polizia, e l'avventura criminale dei due innamorati finì lì.
Ma poiché si tratta di un assassino dai tratti "intellettuali" è interessante quello che afferma. Brady era rimasto affascinato dalle riflessioni sul male di Raskolnikov, il protagonista di Delitto e Castigo (di Dostoevskij, scrittore russo).
Prendo spunto, e traduco (approssimativamente) qualche riga, da Brady & Hindley, di Fred Harrison.
Citazione di Raskolnikov: — Volevo uccidere senza complicazioni, per mio beneficio, solo per me (...). Il denaro non era la cosa di cui avevo veramente bisogno quando la uccisi [parla della donna che ha assassinato] avevo bisogno di altro, di sapere, e di sapere subito, se ero un verme come tutti gli altri, o un uomo. Sono in grado di trasgredire o no? Sono in grado di allungare una mano e prendere, o no? Sono una creatura tremante o ho il mio diritto? (...)Brady: — E' una cosa che si può fare, tu puoi farlo: fallo! Sperimentalo.Grazie al sostegno della penna del grande autore russo, Ian Brady trasformò l'arte in vita e morte. Tragicamente per le sue vittime, non aveva assimilato la reale intenzione del creatore di Raskolnikov. (...)[Per Brady] la gente era affascinata da quello che lui aveva fatto perché tutti hanno l'oscurità dentro di sé. Ed è per questo che hanno paura: — Li spaventa il fatto di non poter fare a meno di sporgersi e dare un'occhiata, di vivere indirettamente lo stesso brivido.Lui aveva perfino incontrato persone, in prigione, curiose di sperimentare la sensazione di assassinare una persona.— Dicono: ammazzerò qualcuno per vedere com'è.
Fine della citazione. Il cattivo (quello che uccide veramente, del resto quelli dei libri e dei film di solito sono così) ha osato vedere cosa c'è al di là del limite. Tu, bravo cittadino che legge libri e va al cinema, no, non hai visto, e per questo il cattivo ti affascina. E non avevi bisogno di leggere queste righe, lo sapevi già.
Ovviamente anche i buoni possono uccidere, ma lo fanno con qualche motivazione (e nel mondo ci si ingegna un bel po' per inventarsi motivi validi, del resto). I personaggi "buoni," per definizione, non arrivano a uccidere solo per dimostrare che possono farlo, perciò, per quanto ci si sforzi di dar loro un'aria ambivalente o interessante, quel fascino oscuro non possono averlo.
Ma questa "prova di coraggio" ovviamente ha la sua controindicazione: per spiegarla, citerò la frase di un insegnante, uno che in verità ho disprezzato ai lontani tempi del liceo. Visto che da lui ho udito una sola cosa valida in diversi anni (sempre che fosse farina del suo sacco), è bene sfruttarla, anche se non ricordo le esatte parole: "Qualsiasi sia il suo credo, indipendentemente dalle convinzioni, io penso che chi uccida un'altra persona sappia sempre di aver fatto una cosa grave, di aver valicato un limite."
Il rimorso esiste, è bene ricordarcelo, in quest'epoca di trasgressione un tanto al chilo. Perfino Ian Brady, in galera, provò il rimorso e dovette ammettere: "Ho sopravvalutato la mia insensibilità."
lunedì 14 febbraio 2011
Quando si lavora a cottimo
Quando si lavora a cottimo bisogna rispettare le logiche... industriali.
Una autrice di storie di vampiri per "giovani adulti," Lisa Jane Smith, ha avuto modo di ricordarlo bruscamente quando ha desiderato cambiare direzione agli eventi della sua saga (Il Diario del Vampiro) e la casa editrice, la HarperCollins, ha semplicemente deciso di far scrivere i successivi libri a un altro scrittore dandole il benservito.
Come hanno potuto farlo? Semplice: nonostante sia adesso una scrittrice di successo, al momento di iniziare quella serie la Smith aveva firmato un contratto capestro che non le dava i diritti d'autore su quello che stava scrivendo.
Solo a leggere i titoli di questa serie mi sarei convinto che si tratta di robaccia un tanto al chilo, e che l'autrice non poteva considerarla altrimenti che un mezzo per raggranellare ricchezza. Non che sia illecito, comunque. Ma le cose stavano diversamente.
Quello che imparo da questa storia è che:
- Anche chi scrive roba dozzinale come "i libri di vampiri per i giovani adulti" può amare la propria creatura, ne vuole curare gli sviluppi, può avere motivazioni artistiche personali indipendentemente da quello che è più sensato dal punto di vista strettamente commerciale.
- Anche uno scrittore di successo può commettere errori come non controllare bene i contratti che ha firmato.
- Anche uno scrittore di successo può pensare di essere insostituibile, e sbagliarsi.
- Una grande casa editrice può, in nome delle logiche strettamente commerciali, comportarsi senza il minimo rispetto verso chi ha fatto guardagnare dei bei soldi.
Se qualcuno vorrà commentare, è pregato di non limitarsi a scrivere frasi come "e cosa ti aspettavi? vivi nel mondo delle nuvole?" perché le ho lette continuamente in tutti i forum ogni volta che qualcuno si lamenta dei comportamenti delle case editrici. Quindi diamole già per scontate, grazie.
Un altro articolo (in italiano) lo leggete qui
Altre notizie qui. E qui.
Una autrice di storie di vampiri per "giovani adulti," Lisa Jane Smith, ha avuto modo di ricordarlo bruscamente quando ha desiderato cambiare direzione agli eventi della sua saga (Il Diario del Vampiro) e la casa editrice, la HarperCollins, ha semplicemente deciso di far scrivere i successivi libri a un altro scrittore dandole il benservito.
Come hanno potuto farlo? Semplice: nonostante sia adesso una scrittrice di successo, al momento di iniziare quella serie la Smith aveva firmato un contratto capestro che non le dava i diritti d'autore su quello che stava scrivendo.
Solo a leggere i titoli di questa serie mi sarei convinto che si tratta di robaccia un tanto al chilo, e che l'autrice non poteva considerarla altrimenti che un mezzo per raggranellare ricchezza. Non che sia illecito, comunque. Ma le cose stavano diversamente.
Quello che imparo da questa storia è che:
- Anche chi scrive roba dozzinale come "i libri di vampiri per i giovani adulti" può amare la propria creatura, ne vuole curare gli sviluppi, può avere motivazioni artistiche personali indipendentemente da quello che è più sensato dal punto di vista strettamente commerciale.
- Anche uno scrittore di successo può commettere errori come non controllare bene i contratti che ha firmato.
- Anche uno scrittore di successo può pensare di essere insostituibile, e sbagliarsi.
- Una grande casa editrice può, in nome delle logiche strettamente commerciali, comportarsi senza il minimo rispetto verso chi ha fatto guardagnare dei bei soldi.
Se qualcuno vorrà commentare, è pregato di non limitarsi a scrivere frasi come "e cosa ti aspettavi? vivi nel mondo delle nuvole?" perché le ho lette continuamente in tutti i forum ogni volta che qualcuno si lamenta dei comportamenti delle case editrici. Quindi diamole già per scontate, grazie.
Un altro articolo (in italiano) lo leggete qui
Altre notizie qui. E qui.
domenica 13 febbraio 2011
Storia della Stregoneria
Questo libro, Storia della Stregoneria di Giordano Berti, offerto da Mondadori alla modica cifra di 10 euro, fornisce una carrellata sintetica sul fenomeno della stregoneria, con una particolare enfasi sulle persecuzioni ai tempi della "caccia alle streghe."
Qui lo catalogo tra i libri fantasy perché la magia ovviamente ha una forte influenza sulla letteratura di genere. E in fondo, la magia è una fantasticheria.
Posso dire che il testo è abbastanza breve e agile, e offre una panoramica sintetica ma efficace del fenomeno: per me, che avevo bisogno di rinfrescare la memoria di letture vecchie parecchi anni, è stato utile. Una cosa che avrei voluto approfondire purtroppo non ha abbastanza spazio in questo libro (se non in alcune descrizioni abbastanza sbrigative) ovvero in cosa consistono i rituali, gli incantesimi, le evocazioni ecc... Ovviamente c'è da ammettere che le fonti sono quelle che sono. E poiché ogni praticante ci metteva del suo, non è così semplice fare una sintesi dei rituali magici.
C'è molto spazio dedicato invece ai processi, alle persecuzioni, all'ideologia repressiva degli stati e delle chiese. Ne sapevo già parecchio da prima, personalmente, ma in effetti se è questo l'argomento che vi interessa, il libro è consigliatissimo.
Alcuni punti da sottolineare sulla stregoneria? Direi di sì: vediamo un po'.
Il fenomeno era esistito anche nell'antichità più remota e parte delle tesi (alcune sensate, altre bislacche) sull'origine delle pratiche stregoniche si rifanno a riti agresti antichissimi. Evocazione dei morti, divinazione, filtri e veleni vari, incantamenti con feticci simili ai riti voodoo, cure per l'eterna giovinezza, sono tutte pratiche citate nella letteratura greca e romana, o riportate nella Bibbia, ecc...
I riferimenti a divinità particolari (Ecate/Diana, Erodiade) possono essere stati reali, ma certamente in buona parte "inquinati" dai processi inquisitori che facevano dire ai sospetti ciò che l'inquisitore s'aspettava di sentire. Il caprone con cui le streghe a volte dicevano di accoppiarsi è probabilmente un lascito di religioni pagane o riti agricoli.
A proposito di Inquisizione: non tutti sanno che le condanne sancite dai tribunali dell'Inquisizione non sono poi state molto numerose. La chiesa era addirittura più permissiva (ai tempi dell'alto medioevo) di quanto non fossero le autorità statali. Le cose sono peggiorate nel tempo perché si tendeva sempre più ad assimilare il concetto di stregoneria a quello di eresia (e come "stregoni" spesso erano condannati catari, valdesi ecc...). Nei paesi fermamente cattolici non c'è stata l'esplosione dei roghi, chi credeva al volo magico verso il Sabba veniva considerato più facilmente un rimbecillito che una persona pericolosa, e le condanne spesso erano miti. Dove infuriò la caccia alle streghe? Nelle zone contese tra cattolicesimo e protestantesimo: la strage si colloca, ironicamente, nel periodo rinascimentale, quando il medioevo con tutta la sua presunta ignoranza e il suo oscurantismo stava lasciando il passo all'umanesimo e all'età della "ragione." Centomila vittime, approssimativamente. Religiosi protestanti e autorità civili hanno responsabilità non minori (forse, se si fa un freddo conteggio numerico delle vittime, anche maggiori) della chiesa cattolica.
Tuttavia, a titolo di osservazione personale, mi insospettiscono i frequenti rimandi (nei manuali degli inquisitori, nelle disposizioni provenienti dall'alto) alla necessità di usare la tortura con giudizio, a non suggestionare gli imputati dicendo loro le colpe di cui si ritiene che si siano macchiati. Se si è tornati spesso a porre l'enfasi sulle pratiche da non seguire, ritengo sia stato perché in tali errori gli inquisitori cadevano altrettanto spesso, e volentieri! Non dimentichiamo che, per via della confisca dei beni, condannare la gente al rogo poteva diventare un lucroso affare e il dilagare a macchia d'olio delle delazioni (da parte del condannato, che tirava in ballo altri "colpevoli") lo faceva diventare ancora più conveniente. Buona parte delle condanne sono avvenute a raffica, quando certi inquisitori particolarmente "pii" giungevano in una regione e cominciavano a vedere streghe sappertutto.
Il libro parla anche della Stregonieria moderna, un argomento che per me riveste una certa curiosità perché una parte della stregoneria si è trasformata in vera e propria religione alternativa (il culto della wicca) saldandosi al fenomeno del neopaganesimo e anche a un certo femminismo d'assalto. E purtroppo, direi, confondendosi con tutta la paccottiglia (post-) hippy, new age, tossicomane-psichedelica e con il proliferare delle tante sette di profittatori, di satanisti e di scoppiati.
Ma a parte questo sviluppo "pop" dove non interessa nemmeno tanto il collegarsi alle antiche tradizioni, negli angoli dimenticati dell'Europa (e anche in Italia) persistono i "veri" stregoni, guaritori, veggenti e via dicendo, lontani dal proselitismo e dai riflettori. Un po' di medicina popolare e la sensazione di avere certe capacità (che siano reali o che si tratti di sintomi psichiatrici) esistono in tutto il mondo, mi vien da pensare che un certo tipo di magia popolare ci sarà sempre, a qualunque latitudine, con qualsiasi sottofondo culturale; beninteso finché il mondo non diventerà tutto un'unico delirio plastificato e urbanizzato.
Peraltro le streghe e gli stregoni del medioevo, se pure i loro riti erano rimembranze di antichi culti agresti, non avevano nessuna gerarchia che ne ricordasse pienamente il significato e ne formalizzasse i rituali. Il loro semplice e libero associarsi consentiva di esprimere una rabbia, una soffocata ribellione popolare contro i governanti e contro la chiesa, ma li rendeva anche estremamente poco consapevoli di sé, tanto che alcuni cominciavano a pensare di venerare effettivamente il demonio perché questo era ciò che gli inquisitori dicevano, con un bislacco rimando culturale tra nemici mortali.
Del resto, a parte l'esistere di certe tradizioni locali, che è comprovato, fino a che punto la stregoneria del medioevo e del rinascimento può considerarsi una vera e propria religione alternativa? Sarà sempre difficile stabilirlo.
Qui lo catalogo tra i libri fantasy perché la magia ovviamente ha una forte influenza sulla letteratura di genere. E in fondo, la magia è una fantasticheria.
Posso dire che il testo è abbastanza breve e agile, e offre una panoramica sintetica ma efficace del fenomeno: per me, che avevo bisogno di rinfrescare la memoria di letture vecchie parecchi anni, è stato utile. Una cosa che avrei voluto approfondire purtroppo non ha abbastanza spazio in questo libro (se non in alcune descrizioni abbastanza sbrigative) ovvero in cosa consistono i rituali, gli incantesimi, le evocazioni ecc... Ovviamente c'è da ammettere che le fonti sono quelle che sono. E poiché ogni praticante ci metteva del suo, non è così semplice fare una sintesi dei rituali magici.
C'è molto spazio dedicato invece ai processi, alle persecuzioni, all'ideologia repressiva degli stati e delle chiese. Ne sapevo già parecchio da prima, personalmente, ma in effetti se è questo l'argomento che vi interessa, il libro è consigliatissimo.
Alcuni punti da sottolineare sulla stregoneria? Direi di sì: vediamo un po'.
Il fenomeno era esistito anche nell'antichità più remota e parte delle tesi (alcune sensate, altre bislacche) sull'origine delle pratiche stregoniche si rifanno a riti agresti antichissimi. Evocazione dei morti, divinazione, filtri e veleni vari, incantamenti con feticci simili ai riti voodoo, cure per l'eterna giovinezza, sono tutte pratiche citate nella letteratura greca e romana, o riportate nella Bibbia, ecc...
I riferimenti a divinità particolari (Ecate/Diana, Erodiade) possono essere stati reali, ma certamente in buona parte "inquinati" dai processi inquisitori che facevano dire ai sospetti ciò che l'inquisitore s'aspettava di sentire. Il caprone con cui le streghe a volte dicevano di accoppiarsi è probabilmente un lascito di religioni pagane o riti agricoli.
A proposito di Inquisizione: non tutti sanno che le condanne sancite dai tribunali dell'Inquisizione non sono poi state molto numerose. La chiesa era addirittura più permissiva (ai tempi dell'alto medioevo) di quanto non fossero le autorità statali. Le cose sono peggiorate nel tempo perché si tendeva sempre più ad assimilare il concetto di stregoneria a quello di eresia (e come "stregoni" spesso erano condannati catari, valdesi ecc...). Nei paesi fermamente cattolici non c'è stata l'esplosione dei roghi, chi credeva al volo magico verso il Sabba veniva considerato più facilmente un rimbecillito che una persona pericolosa, e le condanne spesso erano miti. Dove infuriò la caccia alle streghe? Nelle zone contese tra cattolicesimo e protestantesimo: la strage si colloca, ironicamente, nel periodo rinascimentale, quando il medioevo con tutta la sua presunta ignoranza e il suo oscurantismo stava lasciando il passo all'umanesimo e all'età della "ragione." Centomila vittime, approssimativamente. Religiosi protestanti e autorità civili hanno responsabilità non minori (forse, se si fa un freddo conteggio numerico delle vittime, anche maggiori) della chiesa cattolica.
Tuttavia, a titolo di osservazione personale, mi insospettiscono i frequenti rimandi (nei manuali degli inquisitori, nelle disposizioni provenienti dall'alto) alla necessità di usare la tortura con giudizio, a non suggestionare gli imputati dicendo loro le colpe di cui si ritiene che si siano macchiati. Se si è tornati spesso a porre l'enfasi sulle pratiche da non seguire, ritengo sia stato perché in tali errori gli inquisitori cadevano altrettanto spesso, e volentieri! Non dimentichiamo che, per via della confisca dei beni, condannare la gente al rogo poteva diventare un lucroso affare e il dilagare a macchia d'olio delle delazioni (da parte del condannato, che tirava in ballo altri "colpevoli") lo faceva diventare ancora più conveniente. Buona parte delle condanne sono avvenute a raffica, quando certi inquisitori particolarmente "pii" giungevano in una regione e cominciavano a vedere streghe sappertutto.
Il libro parla anche della Stregonieria moderna, un argomento che per me riveste una certa curiosità perché una parte della stregoneria si è trasformata in vera e propria religione alternativa (il culto della wicca) saldandosi al fenomeno del neopaganesimo e anche a un certo femminismo d'assalto. E purtroppo, direi, confondendosi con tutta la paccottiglia (post-) hippy, new age, tossicomane-psichedelica e con il proliferare delle tante sette di profittatori, di satanisti e di scoppiati.
Ma a parte questo sviluppo "pop" dove non interessa nemmeno tanto il collegarsi alle antiche tradizioni, negli angoli dimenticati dell'Europa (e anche in Italia) persistono i "veri" stregoni, guaritori, veggenti e via dicendo, lontani dal proselitismo e dai riflettori. Un po' di medicina popolare e la sensazione di avere certe capacità (che siano reali o che si tratti di sintomi psichiatrici) esistono in tutto il mondo, mi vien da pensare che un certo tipo di magia popolare ci sarà sempre, a qualunque latitudine, con qualsiasi sottofondo culturale; beninteso finché il mondo non diventerà tutto un'unico delirio plastificato e urbanizzato.
Peraltro le streghe e gli stregoni del medioevo, se pure i loro riti erano rimembranze di antichi culti agresti, non avevano nessuna gerarchia che ne ricordasse pienamente il significato e ne formalizzasse i rituali. Il loro semplice e libero associarsi consentiva di esprimere una rabbia, una soffocata ribellione popolare contro i governanti e contro la chiesa, ma li rendeva anche estremamente poco consapevoli di sé, tanto che alcuni cominciavano a pensare di venerare effettivamente il demonio perché questo era ciò che gli inquisitori dicevano, con un bislacco rimando culturale tra nemici mortali.
Del resto, a parte l'esistere di certe tradizioni locali, che è comprovato, fino a che punto la stregoneria del medioevo e del rinascimento può considerarsi una vera e propria religione alternativa? Sarà sempre difficile stabilirlo.
martedì 8 febbraio 2011
I Cattivi sono facili?
Spesso i cattivi sono i veri protagonisti dei libri e dei film, quelli per cui fanno il tifo tutti. Vuoi perché interpretano i desideri nascosti di tanti di noi, vuoi perché appaiono più disinibiti e più "liberi," visto che fanno quello che gli pare senza inibizioni. Tuttavia, quando sento dire che questo o quel grande cattivo sono personaggi memorabili, e si elogia lo scrittore, l'attore o il regista che gli hanno dato vita, mi scappa un po' da ridere.
Credo che non sia poi così difficile, creare un cattivo "tosto." E ci sono molti aspetti per cui spesso questi cattivoni si somigliano, anche quando superficialmente sono molto diversi fra loro.
Spesso, hanno qualche lato positivo o almeno degno di nota. Comunque sono dei personaggi dalle grandi capacità, visto che devono far fronte agli eroi in maniera credibile. Quindi, un aspetto ammirevole ce l'hanno già fin dalla partenza. Quanto alla loro cattiveria, se si vuole che abbiano un minimo di spessore gliela si giustifica in maniera coerente con la loro personalità. Spesso hanno subito un'ingiustizia, e quindi sono già meno antipatici. Oppure c'è qualcosa che li ha traviati, o si sono trovati in circostantze per cui dovevano per forza finire così. Tutte queste spiegazioni razionali sono già delle mezze giustificazioni, che magari non ci rendono accettabili le azioni più turpi del cattivo, ma suggeriscono già un mezzo perdono fin dalla loro presentazione al lettore (o spettatore).
Nel mio non pubblicato romanzo, il Magia e Sangue che alcuni amici hanno avuto modo di leggere e che chi segue questo blog ha già sentito nominare, il cattivo risalta facilmente, piace a tutti, qualcuno ha fatto il tifo per lui. E io non ho fatto nessuna fatica a crearlo! Al contrario, il mio protagonista "buono" ha degli aspetti deboli, si appiglia a dei formalismi per giustificare certe prepotenze che combina, usa qualche privilegio per avere la meglio, ed essendo quasi imbattibile con un'arma in mano, usa questa superiorità in maniera talvolta discutibile. Non è poi così buono, non quanto vorrebbe essere, e non è nel giusto quanto dice di essere. Ma quella che deve compiere è una missione che va portata a termine e lui si ingegna per farcela, in un modo o nell'altro. Io speravo di aver creato un personaggio interessante, certamente più difficile del cattivo, e invece no, lo odiano tutti quelli che hanno letto il libro. Il che non mi ha persuaso a modificare questo protagonista imperfetto.
Ovviamente ci sono anche i cattivi fatti male. I cattivi non realistici, quelli che sghignazzano come dei maniaci, quelli che schiacciano il pulsante per far cadere la gente nelle botole.
Quelli che quando hanno i loro nemici in pugno se li fanno scappare dopo aver spiegato per filo e per segno le mosse che hanno programmato per vincere la sfida: insomma i cattivi imbecilli di cui sono pieni i libri e i film.
Io penso che ci sia una maniera molto semplice per evitare di fare dei cattivi del genere. Pensate a degli esseri umani, che per un motivo o per l'altro hanno scelto una cattiva strada, ma che avevano doti per essere diversi. Non pensate al bruto di quartiere, criminale limitato che è stato colato nello stampino dalle circostanze senza poter mai fare una vera scelta, ma a qualcuno che è in grado di fare cose più in grande. Pensate magari a personaggi storici ritenuti cattivi, e riflettete sul fatto che loro non si credevano così, per un motivo o per l'altro pensavano di avere ragione, oppure (anche sapendo di sbagliare) pensavano di avere le proprie ragioni.
La trappola peggiore, per chi vuole creare degli antagonisti, è quella del manicheismo (*). Il brutto regalo che un grande scrittore come Tolkien ha fatto al fantasy. I cattivi che sono il "male assoluto" possono essere usati nell'horror, per far paura, ma funzionano più per come si crea il contorno che per loro stessi. Nel fantasy funzionano anche meno, sono una macchia nera da evitare per i buoni, non una parte che contribuisce alla storia. Non sono definibili, non hanno niente da dire in effetti, anche quando disegnati bene sono poco più di un'immagine paralizzata, come un coro di angeli visto al negativo. Magari tanti non saranno d'accordo, ma che personalità ha Sauron?
(*) se non sai cosa vuol dire, vergognati, e poi clicca qui.
Credo che non sia poi così difficile, creare un cattivo "tosto." E ci sono molti aspetti per cui spesso questi cattivoni si somigliano, anche quando superficialmente sono molto diversi fra loro.
Spesso, hanno qualche lato positivo o almeno degno di nota. Comunque sono dei personaggi dalle grandi capacità, visto che devono far fronte agli eroi in maniera credibile. Quindi, un aspetto ammirevole ce l'hanno già fin dalla partenza. Quanto alla loro cattiveria, se si vuole che abbiano un minimo di spessore gliela si giustifica in maniera coerente con la loro personalità. Spesso hanno subito un'ingiustizia, e quindi sono già meno antipatici. Oppure c'è qualcosa che li ha traviati, o si sono trovati in circostantze per cui dovevano per forza finire così. Tutte queste spiegazioni razionali sono già delle mezze giustificazioni, che magari non ci rendono accettabili le azioni più turpi del cattivo, ma suggeriscono già un mezzo perdono fin dalla loro presentazione al lettore (o spettatore).
Nel mio non pubblicato romanzo, il Magia e Sangue che alcuni amici hanno avuto modo di leggere e che chi segue questo blog ha già sentito nominare, il cattivo risalta facilmente, piace a tutti, qualcuno ha fatto il tifo per lui. E io non ho fatto nessuna fatica a crearlo! Al contrario, il mio protagonista "buono" ha degli aspetti deboli, si appiglia a dei formalismi per giustificare certe prepotenze che combina, usa qualche privilegio per avere la meglio, ed essendo quasi imbattibile con un'arma in mano, usa questa superiorità in maniera talvolta discutibile. Non è poi così buono, non quanto vorrebbe essere, e non è nel giusto quanto dice di essere. Ma quella che deve compiere è una missione che va portata a termine e lui si ingegna per farcela, in un modo o nell'altro. Io speravo di aver creato un personaggio interessante, certamente più difficile del cattivo, e invece no, lo odiano tutti quelli che hanno letto il libro. Il che non mi ha persuaso a modificare questo protagonista imperfetto.
Ovviamente ci sono anche i cattivi fatti male. I cattivi non realistici, quelli che sghignazzano come dei maniaci, quelli che schiacciano il pulsante per far cadere la gente nelle botole.
Quelli che quando hanno i loro nemici in pugno se li fanno scappare dopo aver spiegato per filo e per segno le mosse che hanno programmato per vincere la sfida: insomma i cattivi imbecilli di cui sono pieni i libri e i film.
Io penso che ci sia una maniera molto semplice per evitare di fare dei cattivi del genere. Pensate a degli esseri umani, che per un motivo o per l'altro hanno scelto una cattiva strada, ma che avevano doti per essere diversi. Non pensate al bruto di quartiere, criminale limitato che è stato colato nello stampino dalle circostanze senza poter mai fare una vera scelta, ma a qualcuno che è in grado di fare cose più in grande. Pensate magari a personaggi storici ritenuti cattivi, e riflettete sul fatto che loro non si credevano così, per un motivo o per l'altro pensavano di avere ragione, oppure (anche sapendo di sbagliare) pensavano di avere le proprie ragioni.
La trappola peggiore, per chi vuole creare degli antagonisti, è quella del manicheismo (*). Il brutto regalo che un grande scrittore come Tolkien ha fatto al fantasy. I cattivi che sono il "male assoluto" possono essere usati nell'horror, per far paura, ma funzionano più per come si crea il contorno che per loro stessi. Nel fantasy funzionano anche meno, sono una macchia nera da evitare per i buoni, non una parte che contribuisce alla storia. Non sono definibili, non hanno niente da dire in effetti, anche quando disegnati bene sono poco più di un'immagine paralizzata, come un coro di angeli visto al negativo. Magari tanti non saranno d'accordo, ma che personalità ha Sauron?
(*) se non sai cosa vuol dire, vergognati, e poi clicca qui.
sabato 5 febbraio 2011
Dune (il gioco)
Finalmenteho potuto conoscere un vecchio successo della storica casa produttrice di wargames, la Avalon Hill: si tratta di Dune, prodotto nel lontano 1979 e ispirato all'omonimo libro di fantascienza.
Il sistema di gioco è stato sviluppato dai progettisti di un altro (semplicissimo) giochino, Cosmic Encounters, e alcuni elementi si riconoscono, nel senso che le caratteristiche delle varie fazioni sembrano fatte apposta per obbligarle a trattare fra loro, allearsi o scontrarsi.
Il gioco si basa sulle forze che si trovano sul pianeta (ma non tutte le fazioni hanno rilevanti forze militari), su delle carte che forniscono vari poteri e che si acquisiscono impadronendosi della Spezia, e sui poteri di ciascuna fazione. Ci sono i vari leader, senza molta caratterizzazione (salvo un numero che ci dice quanto sono in gamba) e alcuni di essi si riveleranno dei traditori. Ovviamente le caratteristiche del pianeta, con le tempeste di sabbia terribili e i vermoni che producono la Spezia, sono ben presenti. I poteri delle fazioni creano delle situazioni interessanti e alcuni sono veramente temibili, come quelli delle sacerdotesse Bene Gesserit, cui ci si riferiva (nella partita che ho giocato) con vari epiteti irriferibili. Che fazione è toccata a me? I Fremen, fieri e bellicosi, molto interessanti nel libro, ma anche dei poveracci: questo si vede molto bene nel gioco dove, privi dei bonus che permettono (agli altri!) di procurarsi carte speciali e vari frizzi e lazzi, i Fremen per raggiungere i propri obiettivi devono generosamente sacrificare il proprio sangue accettando perdite molto forti.
Il mio parere si basa in verità su una sola partita che non abbiamo nemmeno portato fino alla fine. Non posso essere definitivo col mio parere, qui, ma questo vecchio gioco si è rivelato molto interessante e capisco perché ci sia interesse a ripubblicarlo. Mi è anche chiaro, adesso, perché le copie usate di Dune riescano a tirare dei prezzi così forti sui mercati degli appassionati.
Il sistema di gioco è stato sviluppato dai progettisti di un altro (semplicissimo) giochino, Cosmic Encounters, e alcuni elementi si riconoscono, nel senso che le caratteristiche delle varie fazioni sembrano fatte apposta per obbligarle a trattare fra loro, allearsi o scontrarsi.
Il gioco si basa sulle forze che si trovano sul pianeta (ma non tutte le fazioni hanno rilevanti forze militari), su delle carte che forniscono vari poteri e che si acquisiscono impadronendosi della Spezia, e sui poteri di ciascuna fazione. Ci sono i vari leader, senza molta caratterizzazione (salvo un numero che ci dice quanto sono in gamba) e alcuni di essi si riveleranno dei traditori. Ovviamente le caratteristiche del pianeta, con le tempeste di sabbia terribili e i vermoni che producono la Spezia, sono ben presenti. I poteri delle fazioni creano delle situazioni interessanti e alcuni sono veramente temibili, come quelli delle sacerdotesse Bene Gesserit, cui ci si riferiva (nella partita che ho giocato) con vari epiteti irriferibili. Che fazione è toccata a me? I Fremen, fieri e bellicosi, molto interessanti nel libro, ma anche dei poveracci: questo si vede molto bene nel gioco dove, privi dei bonus che permettono (agli altri!) di procurarsi carte speciali e vari frizzi e lazzi, i Fremen per raggiungere i propri obiettivi devono generosamente sacrificare il proprio sangue accettando perdite molto forti.
Il mio parere si basa in verità su una sola partita che non abbiamo nemmeno portato fino alla fine. Non posso essere definitivo col mio parere, qui, ma questo vecchio gioco si è rivelato molto interessante e capisco perché ci sia interesse a ripubblicarlo. Mi è anche chiaro, adesso, perché le copie usate di Dune riescano a tirare dei prezzi così forti sui mercati degli appassionati.
domenica 30 gennaio 2011
Labyrinth
Nei lontani anni '80 Jennifer Connelly era ancora una ragazzina e David Bowie era ancora giovane e carismatico come non mai. Però, mentre lei posso aspettarmela in un film come questo, mi sono sempre domandato cosa ci facesse Bowie, in verità.
Ovviamente sto parlando di Labyrinth, che ho visto a spizzichi anni fa (completamente dimenticato, nel frattempo) e adesso ho avuto l'opportunità di vedere tutto intero per la prima volta. A dire il vero non avevo avuto fretta, in passato, perché era un film "troppo per bambini," e anche perché non ero un entusiasta dei Muppets (che, sotto varie spoglie fantasiose, compaiono qui con il loro creatore, Jim Henson, che fa anche da regista).
Il film l'ho rivalutato ma la storia non è un gran che oggi come non lo era allora (un avventura un po' stile Alice nel Paese delle Meraviglie, e tutta in un sogno). Devo anche ammettere che le colonne sonore roccheggianti (o comunque con musica evidentemente moderna) mi spiazzano un po' quando un film va sul fantastico, ma alla fine diciamo pure che ci sono parecchie scene divertenti e che, rispetto a tanta grafica al computer noiosa e ripetitiva di oggi, questi pupazzi creati con sana inventiva funzionano addirittura meglio. C'è immaginazione (le scene ispirate al lavoro di Escher le ho trovate piacevolissime), bei colori, veramente un bello spettacolo per i mezzi disponibili all'epoca.
E, forse perché sono diventato vecchiotto, non mi dà nessun fastidio il fatto che sia un film per bambini e ragazzi.
Ovviamente le storie ambientate nei sogni, poiché può semplicemente succedervi di tutto, non offrono una gran logica da seguire e in questo caso sappiamo anche tutti che andrà, in un modo o nell'altro, a finire bene. Non c'è neanche una "spalla" del protagonista che potrebbe finire male (e lei di sicuro ce la fa, ovviamente si salverà anche il bambino) pertanto tutto il gusto del film è ammirare le scenografie, i vari mostriciattoli e pupazzi, e la fantasia delle scene. Pertanto chi vuole una trama pregna di significati dovrà cercare da un'altra parte.
Nella foto: Jennifer Connelly (una foto recente, però).
Ovviamente sto parlando di Labyrinth, che ho visto a spizzichi anni fa (completamente dimenticato, nel frattempo) e adesso ho avuto l'opportunità di vedere tutto intero per la prima volta. A dire il vero non avevo avuto fretta, in passato, perché era un film "troppo per bambini," e anche perché non ero un entusiasta dei Muppets (che, sotto varie spoglie fantasiose, compaiono qui con il loro creatore, Jim Henson, che fa anche da regista).
Il film l'ho rivalutato ma la storia non è un gran che oggi come non lo era allora (un avventura un po' stile Alice nel Paese delle Meraviglie, e tutta in un sogno). Devo anche ammettere che le colonne sonore roccheggianti (o comunque con musica evidentemente moderna) mi spiazzano un po' quando un film va sul fantastico, ma alla fine diciamo pure che ci sono parecchie scene divertenti e che, rispetto a tanta grafica al computer noiosa e ripetitiva di oggi, questi pupazzi creati con sana inventiva funzionano addirittura meglio. C'è immaginazione (le scene ispirate al lavoro di Escher le ho trovate piacevolissime), bei colori, veramente un bello spettacolo per i mezzi disponibili all'epoca.E, forse perché sono diventato vecchiotto, non mi dà nessun fastidio il fatto che sia un film per bambini e ragazzi.
Ovviamente le storie ambientate nei sogni, poiché può semplicemente succedervi di tutto, non offrono una gran logica da seguire e in questo caso sappiamo anche tutti che andrà, in un modo o nell'altro, a finire bene. Non c'è neanche una "spalla" del protagonista che potrebbe finire male (e lei di sicuro ce la fa, ovviamente si salverà anche il bambino) pertanto tutto il gusto del film è ammirare le scenografie, i vari mostriciattoli e pupazzi, e la fantasia delle scene. Pertanto chi vuole una trama pregna di significati dovrà cercare da un'altra parte.
Nella foto: Jennifer Connelly (una foto recente, però).
domenica 23 gennaio 2011
L'Azteco
Iniziamo con l'ammettere che qui il fantastico non c'entra. Il libro si intitola L'Azteco e narra dei Mexica, o Aztechi, e di come vennero schiacciati dall'invasione di Cortes. Per me quegli eventi sono straordinariamente interessanti, come interessante era la cultura che venne spazzata via, perciò ho letto questo romanzo storico con piacere anche se di solito non apprezzo molto la categoria.
O meglio: se i personaggi e gli eventi reali compaiono poco o niente e stanno sullo sfondo, mi sta bene, se si mette in bocca a un persoanggio veramente esistito una frase che non ha detto, o gli vengono fatte compiere azioni che non ha compiuto, divento estremamente schizzinoso.
Questo romanzo storico in particolare, secondo me, soffre anche di altri problemi che, ammetto, sono frequenti e difficilmente evitabili: l'anacronismo del modo di parlare e di pensare è uno di essi.
Inoltre, nonostante l'autore sia senz'altro preparato, alcuni fatti storici sono modificati a favore della narrazione (male!) e avvengono una certa quantità di fatti improbabili.
Detto tutto questo, e nonostante siano difetti che soffro più di molti altri lettori, fondamentalmente mi sono goduto la lettura.
Gary Jennings, che pubblicò l'Azteco nel 1980, è morto nel 1999 poco dopo averne scritto un seguito. Dopo la sua morte l'opera ha avuto il mesto destino dei bestseller, venendo ulteriormente continuata da un altro scrittore. Quella che viene narrata in questo primo libro è la storia di Mixtli, la cui parabola parte da una località oscura, si sposta alla capitale Azteca (Tenochtitlan) e lo conduce in tutta una serie di viaggi, finché il nostro protagonista riuscirà a diventare nobile, per poi perdere tutto. Il libro è molto lungo (oltre 1000 pagine), un particolare che generalmente non mi è gradito. Devo però riconoscere che Jennings ha saputo creare un affresco di ampio respiro, un personaggio cui mi sono affezionato e che ho lasciato con dispiacere.
Il libro è strutturato in lettere, che sarebbero la fedele trascrizione di ciò che Mixtli racconta ai frati che ne raccolgono le memorie, accompagnate da una relazione del perfido vescovo Zumurraga, che spedisce questo materiale al sovrano spagnolo Carlo V, desideroso di sapere la storia di questo mondo che i suoi soldati hanno schiacciato.
Mixtli nasce prima dell'arrivo degli stranieri bianchi, e si segnala per la propria intelligenza e intraprendenza fin da bambino. Pur nascendo in una classe sociale che avrebbe dovuto escluderlo da certe conoscenze diventerà abile nella tecnica di scrittura assai particolare del suo mondo: ma le sue avventure sono spesso sfortunate e si farà anche dei nemici molto insistenti nel cercare di rovinarlo.
Ci sono anche scene di sesso di ogni genere e variazione, con il narratore che si diverte a tormentare le pudiche orecchie del vescovo e farlo fuggire infuriato: in effetti sembra proprio che il nostro azteco faccia apposta. O forse dovrei dire che fa apposta lo scrittore, a solleticare il lettore con questo eccesso di scene piccanti. Per me è una esagerazione.
Un altro aspetto dove l'azteco incontra lo sfavore inorridito dei frati che ne trascrivono le memorie è ovviamente quello della religione sanguinaria praticata dai sacerdoti del suo popolo. Mixtli tende a minimizzare e a trovare delle ragioni per quegli eccessi, e lascia chiaramente trasparire come la propria conversione al cristianesimo sia solo una superficiale convenienza. Poi mette spesso il dito nella piaga rivelando gli errori dei suoi nuovi padroni, e sottintende che i cristiani per tanti aspetti non sono meglio dei sacerdoti aztechi (attirandosi l'odio del vescovo).
In realtà, e qui Jennings forse ha qualche incertezza su come costruire il proprio personaggio, Mixtli odia i fanatismi dei preti messicani non meno dell'ipocrisia e pudicizia cristiana. Tuttavia (e non potrebbe essere diversamente) più o meno è un credente e segue la sua religione (che storicamente venne difesa dalla maggioranza del resto: l'orrore cristiano per i sacrifici umani spesso non era apprezzato nemmeno dalle vittime designate di tali sacrifici).
Manca purtroppo quello che forse non avrei dovuto nemmeno sperare di trovare: una credibile, convincente versione della visione del mondo di questo popolo che si era inventato divinità terrorizzanti, spietate, che chiedevano sangue a dismisura per concedere agli uomini di sopravvivere.
Jennings ha scritto un bel libro, si è ben documentato, ma non credo sia riuscito davvero a penetrare nella mente degli Aztechi.
O meglio: se i personaggi e gli eventi reali compaiono poco o niente e stanno sullo sfondo, mi sta bene, se si mette in bocca a un persoanggio veramente esistito una frase che non ha detto, o gli vengono fatte compiere azioni che non ha compiuto, divento estremamente schizzinoso.
Questo romanzo storico in particolare, secondo me, soffre anche di altri problemi che, ammetto, sono frequenti e difficilmente evitabili: l'anacronismo del modo di parlare e di pensare è uno di essi.
Inoltre, nonostante l'autore sia senz'altro preparato, alcuni fatti storici sono modificati a favore della narrazione (male!) e avvengono una certa quantità di fatti improbabili.
Detto tutto questo, e nonostante siano difetti che soffro più di molti altri lettori, fondamentalmente mi sono goduto la lettura.
Gary Jennings, che pubblicò l'Azteco nel 1980, è morto nel 1999 poco dopo averne scritto un seguito. Dopo la sua morte l'opera ha avuto il mesto destino dei bestseller, venendo ulteriormente continuata da un altro scrittore. Quella che viene narrata in questo primo libro è la storia di Mixtli, la cui parabola parte da una località oscura, si sposta alla capitale Azteca (Tenochtitlan) e lo conduce in tutta una serie di viaggi, finché il nostro protagonista riuscirà a diventare nobile, per poi perdere tutto. Il libro è molto lungo (oltre 1000 pagine), un particolare che generalmente non mi è gradito. Devo però riconoscere che Jennings ha saputo creare un affresco di ampio respiro, un personaggio cui mi sono affezionato e che ho lasciato con dispiacere.
Il libro è strutturato in lettere, che sarebbero la fedele trascrizione di ciò che Mixtli racconta ai frati che ne raccolgono le memorie, accompagnate da una relazione del perfido vescovo Zumurraga, che spedisce questo materiale al sovrano spagnolo Carlo V, desideroso di sapere la storia di questo mondo che i suoi soldati hanno schiacciato.
Mixtli nasce prima dell'arrivo degli stranieri bianchi, e si segnala per la propria intelligenza e intraprendenza fin da bambino. Pur nascendo in una classe sociale che avrebbe dovuto escluderlo da certe conoscenze diventerà abile nella tecnica di scrittura assai particolare del suo mondo: ma le sue avventure sono spesso sfortunate e si farà anche dei nemici molto insistenti nel cercare di rovinarlo.
Ci sono anche scene di sesso di ogni genere e variazione, con il narratore che si diverte a tormentare le pudiche orecchie del vescovo e farlo fuggire infuriato: in effetti sembra proprio che il nostro azteco faccia apposta. O forse dovrei dire che fa apposta lo scrittore, a solleticare il lettore con questo eccesso di scene piccanti. Per me è una esagerazione.
Un altro aspetto dove l'azteco incontra lo sfavore inorridito dei frati che ne trascrivono le memorie è ovviamente quello della religione sanguinaria praticata dai sacerdoti del suo popolo. Mixtli tende a minimizzare e a trovare delle ragioni per quegli eccessi, e lascia chiaramente trasparire come la propria conversione al cristianesimo sia solo una superficiale convenienza. Poi mette spesso il dito nella piaga rivelando gli errori dei suoi nuovi padroni, e sottintende che i cristiani per tanti aspetti non sono meglio dei sacerdoti aztechi (attirandosi l'odio del vescovo).
In realtà, e qui Jennings forse ha qualche incertezza su come costruire il proprio personaggio, Mixtli odia i fanatismi dei preti messicani non meno dell'ipocrisia e pudicizia cristiana. Tuttavia (e non potrebbe essere diversamente) più o meno è un credente e segue la sua religione (che storicamente venne difesa dalla maggioranza del resto: l'orrore cristiano per i sacrifici umani spesso non era apprezzato nemmeno dalle vittime designate di tali sacrifici).
Manca purtroppo quello che forse non avrei dovuto nemmeno sperare di trovare: una credibile, convincente versione della visione del mondo di questo popolo che si era inventato divinità terrorizzanti, spietate, che chiedevano sangue a dismisura per concedere agli uomini di sopravvivere.
Jennings ha scritto un bel libro, si è ben documentato, ma non credo sia riuscito davvero a penetrare nella mente degli Aztechi.
martedì 18 gennaio 2011
Le biblioteche devono fare politica?
Ci mancava solo che partisse una proposta, in quel di Venezia e dintorni, per far sparire dalle biblioteche i libri degli scrittori che firmarono una iniziativa a favore di Cesare Battisti, latitante in Brasile.
Del caso mi limito a dire che preferirei vedere quel personaggio scontare la sua pena in Italia; della scelta di quegli scrittori basti dire che ognuno firma le petizioni che vuole.
Trovo perciò sconfortante che si voglia creare contro di loro una sorta di censura punitiva, visto e considerato il ruolo pubblico che le biblioteche dovrebbero avere. Ruolo che per avere senso andrebbe interpretato con la maggiore apertura mentale possibile.
Non penso che alla fine qualcuno verrà davvero danneggiato da quest'iniziativa, che non mi sembra abbia grandissime possibilità di essere messa in atto, ma sarebe stato meglio che non fosse stata nemmeno proposta.
Del caso mi limito a dire che preferirei vedere quel personaggio scontare la sua pena in Italia; della scelta di quegli scrittori basti dire che ognuno firma le petizioni che vuole.
Trovo perciò sconfortante che si voglia creare contro di loro una sorta di censura punitiva, visto e considerato il ruolo pubblico che le biblioteche dovrebbero avere. Ruolo che per avere senso andrebbe interpretato con la maggiore apertura mentale possibile.
Non penso che alla fine qualcuno verrà davvero danneggiato da quest'iniziativa, che non mi sembra abbia grandissime possibilità di essere messa in atto, ma sarebe stato meglio che non fosse stata nemmeno proposta.
domenica 16 gennaio 2011
Gioca Torino
Ho fatto una capatina all'Incontro Nazionale degli Inventori di Giochi, che si è tenuto a Torino (è la settima edizione). Anzi a dire il vero nel momento in cui scrivo la manifestazione non è ancora chiusa.
Dei tre interventi ho assisito all'unico in programma oggi (Bruno Cathala e Vlaada Chvatil parlavano di creatività e giochi, moderatore Walter Obert).
L'occasione sarebbe stata più lieta se l'uscita del mio The Island non fosse stata rimandata a data da destinarsi causa la cessazione della collaborazione fra la AEG (americana) e la italianissima Dust Games. Così come stanno le cose, rimango quindi fra gli inventori di belle speranze.
La cosa più degna di nota oggi è stata la partecipazione degli interessati: la manifestazione era affollata di inventori coi loro vari prototipi: una visione veramente stimolante!
Per quanto riguarda la pubblicazione, mi sa che noi italiani siamo conciati un po' come con l'editoria: tanti si propongono, ma c'è posto per pochi. Contrariamente agli aspiranti scrittori, però, gli inventori di giochi hanno una scappatoia assai utile: dal momento che basta tradurre una mole piuttosto modesta di scritto per essere "internazionali", il mondo ludico italiano talvolta riesce a trovare la via della pubblicazione o della distribuzione tramite operatori stranieri. Il che, spero, dovrebbe essere in parte anche il mio caso.
Dei tre interventi ho assisito all'unico in programma oggi (Bruno Cathala e Vlaada Chvatil parlavano di creatività e giochi, moderatore Walter Obert).
L'occasione sarebbe stata più lieta se l'uscita del mio The Island non fosse stata rimandata a data da destinarsi causa la cessazione della collaborazione fra la AEG (americana) e la italianissima Dust Games. Così come stanno le cose, rimango quindi fra gli inventori di belle speranze.
La cosa più degna di nota oggi è stata la partecipazione degli interessati: la manifestazione era affollata di inventori coi loro vari prototipi: una visione veramente stimolante!
Per quanto riguarda la pubblicazione, mi sa che noi italiani siamo conciati un po' come con l'editoria: tanti si propongono, ma c'è posto per pochi. Contrariamente agli aspiranti scrittori, però, gli inventori di giochi hanno una scappatoia assai utile: dal momento che basta tradurre una mole piuttosto modesta di scritto per essere "internazionali", il mondo ludico italiano talvolta riesce a trovare la via della pubblicazione o della distribuzione tramite operatori stranieri. Il che, spero, dovrebbe essere in parte anche il mio caso.
sabato 15 gennaio 2011
Hack and Slash!!
Ci sono dei giochi che riprendono nicchie trascurate, e fra questi una linea che riprende il gioco di ruolo così com'era negli anni '70:
"Vi ricordate i bei vecchi tempi, quando le avventure erano nei sotterranei, i personaggi non giocanti esistevano per essere uccisi, e il finale di ogni sotterraneo era l'incontro con il drago del ventesimo livello? Quei giorni sono tornati."
Sono tornati con la serie di Dungeon Crawl, che intende riproporre con regole più moderne uno stile di gioco di trenta e rotti anni fa.
Di solito amo i revival, stavolta mi chiedo se ne valesse la pena...
"Vi ricordate i bei vecchi tempi, quando le avventure erano nei sotterranei, i personaggi non giocanti esistevano per essere uccisi, e il finale di ogni sotterraneo era l'incontro con il drago del ventesimo livello? Quei giorni sono tornati."
Sono tornati con la serie di Dungeon Crawl, che intende riproporre con regole più moderne uno stile di gioco di trenta e rotti anni fa.
Di solito amo i revival, stavolta mi chiedo se ne valesse la pena...
Ebook a colori
Questo lettore è a colori, più o meno sembra avere un display riposante, e si può usare per prendere appunti.
Non costa pochissimo, ma c'è da dire che la tecnologia di questi oggettini sta facendo dei grandi passi avanti...
Non costa pochissimo, ma c'è da dire che la tecnologia di questi oggettini sta facendo dei grandi passi avanti...
Prequel? mica tanto
Se siete appassionati di fantascienza la domanda magari ve la siete già posta: cosa si sarà inventato Ridley Scott per fare un prequel di Alien? La storia comincia con gli sventurati astronauti del mercantile che incappano nella nave extraterrestre piena di uova dell'alieno. Come si fa a farne un prequel? Sembrava incredibile fin da subito, che Scott volesse fare la storia di questa astronave... In realtà sarebbe magari una bella idea ma dubito che qualcuno scommetterebbe grosse cifre per produrre una storia simile. E allora mi rimaneva il dubbio. Non voglio darmi arie da veggente, ma il mio scetticismo sembra confermato dalle ultime notizie: il processo creativo ha spinto altrove le intenzioni di Scott. Dalle parole del regista sembra che il film "ricorderà" la storia di Alien, o sarà un'espansione di ampio respiro dell'universo in cui la vecchia serie si è mossa, ma non si parla più di farne un prequel vero e proprio. Nuovo titolo (Prometheus?) e nuovi personaggi. E sembra che ci saranno un paio di attrici molto carine...
(la fonte è qui, per gli anglofoni).
(la fonte è qui, per gli anglofoni).
mercoledì 12 gennaio 2011
Women & Revolution in Yugoslavia
Provocazione: quando una donna partecipa a una guerra di liberazione, dovrebbe chiedersi: la liberazione di chi?
Il caso che prendo in esame in questa occasione è quello della lotta partigiana in Yugoslavia. In questa occasione le donne combattenti si trovarono a combattere contro un invasore esterno (i vari paesi dell'Asse componenti le forze di occupazione: Italia, Germania, Ungheria, Bulgaria) e contro le varie milizie locali portatrici di ideologie conservatrici o anche non molto diverse dal fascismo. Si trattò allo stesso tempo di un'affermazione femminista, di una rivoluzione (comunismo) e di una lotta nazionalista (contro le forze che volevano disgregare la Yugoslavia).
Il libro su cui mi sono basato è Women & Revolution in Yugoslavia di Barbara Jancar-Webster (editore: Arden Press), ed è del 1990: le osservazioni che fa sulla società Yugoslava le ritengo abbastanza datate perché sono state espresse appena prima dell'ondata che ha spazzato via questo stato ex-comunista, cui sono succedute varie repubbliche indipendenti. Abbonda di analisi statistiche fatte su campioni un po' troppo modesti, e ricerche su testi che parlano solo di donne aderenti all'ideologia comunista allora dominante. Presenta tuttavia un certo numero di riflessioni interessanti.
In Yugoslavia, paese estremamente arretrato da tutti i punti di vista, la guerra ha portato le donne improvvisamente nella società, ma in termini maschili, ha dato loro consapevolezza, ma non in maniera da poter cambiare valori e istituzioni. Per capire questo passaggio l'autrice si rifà agli schemi elaborati da due studiose della storia delle donne (da un punto di vista di genere), Gerda Lerner e Kathryn Sklar, individuando quattro stadi di consapevolezza femminile:
1- Sapere di aver subito un torto collettivo
2- Cercare di realizzare cambiamenti sociali, politici ed economici con iniziative sia individuali che collettive
3- Lo sviluppo di forme culturali specifiche delle donne, se necessario autosegregandosi dagli uomini (questo punto poco realizzabile nei paesi socialisti, dove una simile libertà è impensabile)
4- Realizzare nuovi modi del vivere (pensare, agire) concependo il mondo come centrato sulla donna
Le donne in Yugoslavia per mezzo della lotta partigiana sono divenute consapevoli del primo punto, ma non hanno avuto l'acume politico e organizzativo che sarebbe servito per prendersi maggior potere dopo il conflitto.
Per la Jancar la rinascita femminista degli anni '70 (con la consapevolezza che le donne non erano libere nemmeno sotto il comunismo: che sorpresa, eh?) sarebbe la continuazione delle aspettative innescate con il finire della guerra. Non ho elementi per contraddire la tesi (non sapendo nulla del femminismo in Yugoslavia negli anni '70 e oltre), ma neanche motivi per crederci: mi sembra più facile pensare che sia stato un vento venuto da occidente a far rinascere certe aspirazioni. Forse la Jancar è stata influenzata dai contatti con le "intellettuali" del movimento, che in parte erano le stesse donne che avevano combattuto in guerra 30 anni prima. Peraltro, ironia della storia, proprio la nazione che era stata teatro di una partecipazione femminile così importante è stata dilaniata da un conflitto dove lo stupro etnico e la violenza sul corpo delle donne sono stati i mezzi con cui una comunità sgomitava contro l'altra per il possesso del territorio.
Ma torniamo alla lotta partigiana, cominciando da alcune cose da sapere sulla resistenza in Yugoslavia: la nazione si era formata con l'unione di alcune piccole entità (ci sono note oggi in forma di nuovi stati sovrani) che non si volevano affatto bene e che differivano su diversi aspetti sociali, culturali e religiosi. L'unione si rendeva necessaria per contare qualcosa in un paesaggio molto burrascoso, quello dei Balcani.
Dopo l'occupazione da parte di Italiani e Tedeschi il paese è "esploso" in una guerra di tutti contro tutti sia per queste differenze preesistenti, sia per la difficoltà del terreno che impedì ai conquistatori di imporsi definitivamente, sia per l'influenza del comunismo: pochi mesi dopo l'occupazione della Yugoslavia scattò l'attacco contro la Russia e Stalin per reazione incoraggiò l'attivarsi di un movimento di resistenza comunista (che aveva già delle strutture collaudate, visto che il partito era messo al bando da prima del conflitto). Altri movimenti molto forti erano quello dei Cetnici serbi e degli Ustascia croati. Entrambi interessati all'affermazione della propria etnia, entrambi strumentalizzati dai paesi dell'Asse, entrambi colpevoli di enormi massacri contro gli altri popoli.
Il movimento di resistenza comunista riuscì a prevalere e a guadagnare consensi sia per le promesse di cambiamenti sociali (creazione di un mondo nuovo ecc...) sia per la riaffermazione del carattere nazionale della lotta contro coloro che combattevano per le proprie piccole patrie, sia per la tolleranza religiosa (promessa poi mantenuta solo in parte). Peraltro aggredì così decisamente le forze dell'Asse da causare spaventose rappresaglie e un carattere di guerra di sterminio forse peggiore di quello che si vide in Russia.
Le donne vennero inquadrate solo inizialmente in unità di sole donne, poi mescolate agli uomini. Per lo più erano giovanissime anche sotto i 20 anni: aderivano d'istinto, attratte dall'idea del cameratismo e della lotta. Spesso ignoranti contadine (come la maggior parte della popolazione), spesso spinte alla lotta dalla distruzione degli affetti, della casa e della comunità, tema che vediamo spesso nel retroterra delle donne combattenti e peraltro motivazione che aveva spinto già in passato le donne di Macedonia e Montenegro a combattere i Turchi, in una lotta non meno spietata della Seconda Guerra Mondiale.
Le combattenti furono circa centomila e le due mansioni principali furono quelle di infermiere e combattenti di prima linea. Se la prima non era un'occupazione priva di rischi, la seconda portava spesso alla morte nel giro di qualche settimana, magari alla prima battaglia. Molte rimasero sterili per le privazioni sofferte. La mortalità del 25% resta comunque al di sotto di quella dei partigiani maschi (38%).
Sul campo c'era uguaglianza e veniva imposta una stretta moralità. Questo contrasta con la percezione che nelle zone più tradizionali del paese (ad es. musulmane) si aveva della drugariza (ovvero compagna: la partigiana comunista), vista come poco femminile e promiscua. In realtà nei ranghi superiori e nei comandi questa moralità comunista veniva meno, tra amanti, belle segretarie per i leader, ecc...
Le donne partigiane yugoslave sono state accusate di atrocità indicibili e di provar piacere a uccidere, ma del resto ciò si inquadra nel tipo di guerra che si svolse in quel periodo.
Politicamente le donne avevano il loro inquadramento in un fronte femminile antifascista (AFZ), ma verso la fine del conflitto Tito decapitò questo movimento inquadrandone la leadership nel partito comunista, affermando che era necessario soprattutto mobilitare le risorse delle vaste zone che erano state liberate e cominciare a coordinare la ricostruzione (politica e materiale) per il dopoguerra. Non so quanto questa leadership femminile avrebbe potuto influenzare la Yugoslavia del dopoguerra, va detto comunque che trattandosi di un paese comunista autonomo e non di un satellite dell'URSS, forse avremmo potuto vedere delle cose sorprendenti.
Non fu così. Tito era contro le donne? Non proprio, anzi le incoraggiò a prendere responsabilità in politica e sul lavoro. Quello che non voleva era il sopravvivere dell'AFZ, una organizzazione di done inquadrata dalle donne: sarebbe stato come ammettere che il comunismo non andava bene per loro. Comunque sia, la guerra fu un acceleratore potentissimo per il progresso delle donne in Yugoslavia e la principale promessa di Tito (dare uguali diritti civili) venne mantenuta.
Ma dentro il partito i problemi femminili non si posero più, e i ruoli di potere per le donne rimasero limitati. E col senno di poi sappiamo anche che, quando l'autrice di questo libro ipotizzava che la fine del periodo comunista avrebbe aperto nuove opportunità per il femminismo, quello che si preparava invece era il delirio etnocentrico dei vari popoli yugoslavi.
Pur non essendo particolarmente incline al femminismo (e pur pensando che nel caso in questione difficilmente le cose sarebbero potute andare in un altro modo) trovo che la domanda iniziale di questo libro sia interessante: le rivoluzioni significano qualcosa di diverso per uomini e donne? E perché?
Il caso che prendo in esame in questa occasione è quello della lotta partigiana in Yugoslavia. In questa occasione le donne combattenti si trovarono a combattere contro un invasore esterno (i vari paesi dell'Asse componenti le forze di occupazione: Italia, Germania, Ungheria, Bulgaria) e contro le varie milizie locali portatrici di ideologie conservatrici o anche non molto diverse dal fascismo. Si trattò allo stesso tempo di un'affermazione femminista, di una rivoluzione (comunismo) e di una lotta nazionalista (contro le forze che volevano disgregare la Yugoslavia).
Il libro su cui mi sono basato è Women & Revolution in Yugoslavia di Barbara Jancar-Webster (editore: Arden Press), ed è del 1990: le osservazioni che fa sulla società Yugoslava le ritengo abbastanza datate perché sono state espresse appena prima dell'ondata che ha spazzato via questo stato ex-comunista, cui sono succedute varie repubbliche indipendenti. Abbonda di analisi statistiche fatte su campioni un po' troppo modesti, e ricerche su testi che parlano solo di donne aderenti all'ideologia comunista allora dominante. Presenta tuttavia un certo numero di riflessioni interessanti.
In Yugoslavia, paese estremamente arretrato da tutti i punti di vista, la guerra ha portato le donne improvvisamente nella società, ma in termini maschili, ha dato loro consapevolezza, ma non in maniera da poter cambiare valori e istituzioni. Per capire questo passaggio l'autrice si rifà agli schemi elaborati da due studiose della storia delle donne (da un punto di vista di genere), Gerda Lerner e Kathryn Sklar, individuando quattro stadi di consapevolezza femminile:
1- Sapere di aver subito un torto collettivo
2- Cercare di realizzare cambiamenti sociali, politici ed economici con iniziative sia individuali che collettive
3- Lo sviluppo di forme culturali specifiche delle donne, se necessario autosegregandosi dagli uomini (questo punto poco realizzabile nei paesi socialisti, dove una simile libertà è impensabile)
4- Realizzare nuovi modi del vivere (pensare, agire) concependo il mondo come centrato sulla donna
Le donne in Yugoslavia per mezzo della lotta partigiana sono divenute consapevoli del primo punto, ma non hanno avuto l'acume politico e organizzativo che sarebbe servito per prendersi maggior potere dopo il conflitto.
Per la Jancar la rinascita femminista degli anni '70 (con la consapevolezza che le donne non erano libere nemmeno sotto il comunismo: che sorpresa, eh?) sarebbe la continuazione delle aspettative innescate con il finire della guerra. Non ho elementi per contraddire la tesi (non sapendo nulla del femminismo in Yugoslavia negli anni '70 e oltre), ma neanche motivi per crederci: mi sembra più facile pensare che sia stato un vento venuto da occidente a far rinascere certe aspirazioni. Forse la Jancar è stata influenzata dai contatti con le "intellettuali" del movimento, che in parte erano le stesse donne che avevano combattuto in guerra 30 anni prima. Peraltro, ironia della storia, proprio la nazione che era stata teatro di una partecipazione femminile così importante è stata dilaniata da un conflitto dove lo stupro etnico e la violenza sul corpo delle donne sono stati i mezzi con cui una comunità sgomitava contro l'altra per il possesso del territorio.
Ma torniamo alla lotta partigiana, cominciando da alcune cose da sapere sulla resistenza in Yugoslavia: la nazione si era formata con l'unione di alcune piccole entità (ci sono note oggi in forma di nuovi stati sovrani) che non si volevano affatto bene e che differivano su diversi aspetti sociali, culturali e religiosi. L'unione si rendeva necessaria per contare qualcosa in un paesaggio molto burrascoso, quello dei Balcani.
Dopo l'occupazione da parte di Italiani e Tedeschi il paese è "esploso" in una guerra di tutti contro tutti sia per queste differenze preesistenti, sia per la difficoltà del terreno che impedì ai conquistatori di imporsi definitivamente, sia per l'influenza del comunismo: pochi mesi dopo l'occupazione della Yugoslavia scattò l'attacco contro la Russia e Stalin per reazione incoraggiò l'attivarsi di un movimento di resistenza comunista (che aveva già delle strutture collaudate, visto che il partito era messo al bando da prima del conflitto). Altri movimenti molto forti erano quello dei Cetnici serbi e degli Ustascia croati. Entrambi interessati all'affermazione della propria etnia, entrambi strumentalizzati dai paesi dell'Asse, entrambi colpevoli di enormi massacri contro gli altri popoli.
Il movimento di resistenza comunista riuscì a prevalere e a guadagnare consensi sia per le promesse di cambiamenti sociali (creazione di un mondo nuovo ecc...) sia per la riaffermazione del carattere nazionale della lotta contro coloro che combattevano per le proprie piccole patrie, sia per la tolleranza religiosa (promessa poi mantenuta solo in parte). Peraltro aggredì così decisamente le forze dell'Asse da causare spaventose rappresaglie e un carattere di guerra di sterminio forse peggiore di quello che si vide in Russia.
Le donne vennero inquadrate solo inizialmente in unità di sole donne, poi mescolate agli uomini. Per lo più erano giovanissime anche sotto i 20 anni: aderivano d'istinto, attratte dall'idea del cameratismo e della lotta. Spesso ignoranti contadine (come la maggior parte della popolazione), spesso spinte alla lotta dalla distruzione degli affetti, della casa e della comunità, tema che vediamo spesso nel retroterra delle donne combattenti e peraltro motivazione che aveva spinto già in passato le donne di Macedonia e Montenegro a combattere i Turchi, in una lotta non meno spietata della Seconda Guerra Mondiale.
Le combattenti furono circa centomila e le due mansioni principali furono quelle di infermiere e combattenti di prima linea. Se la prima non era un'occupazione priva di rischi, la seconda portava spesso alla morte nel giro di qualche settimana, magari alla prima battaglia. Molte rimasero sterili per le privazioni sofferte. La mortalità del 25% resta comunque al di sotto di quella dei partigiani maschi (38%).
Sul campo c'era uguaglianza e veniva imposta una stretta moralità. Questo contrasta con la percezione che nelle zone più tradizionali del paese (ad es. musulmane) si aveva della drugariza (ovvero compagna: la partigiana comunista), vista come poco femminile e promiscua. In realtà nei ranghi superiori e nei comandi questa moralità comunista veniva meno, tra amanti, belle segretarie per i leader, ecc...
Le donne partigiane yugoslave sono state accusate di atrocità indicibili e di provar piacere a uccidere, ma del resto ciò si inquadra nel tipo di guerra che si svolse in quel periodo.
Politicamente le donne avevano il loro inquadramento in un fronte femminile antifascista (AFZ), ma verso la fine del conflitto Tito decapitò questo movimento inquadrandone la leadership nel partito comunista, affermando che era necessario soprattutto mobilitare le risorse delle vaste zone che erano state liberate e cominciare a coordinare la ricostruzione (politica e materiale) per il dopoguerra. Non so quanto questa leadership femminile avrebbe potuto influenzare la Yugoslavia del dopoguerra, va detto comunque che trattandosi di un paese comunista autonomo e non di un satellite dell'URSS, forse avremmo potuto vedere delle cose sorprendenti.
Non fu così. Tito era contro le donne? Non proprio, anzi le incoraggiò a prendere responsabilità in politica e sul lavoro. Quello che non voleva era il sopravvivere dell'AFZ, una organizzazione di done inquadrata dalle donne: sarebbe stato come ammettere che il comunismo non andava bene per loro. Comunque sia, la guerra fu un acceleratore potentissimo per il progresso delle donne in Yugoslavia e la principale promessa di Tito (dare uguali diritti civili) venne mantenuta.
Ma dentro il partito i problemi femminili non si posero più, e i ruoli di potere per le donne rimasero limitati. E col senno di poi sappiamo anche che, quando l'autrice di questo libro ipotizzava che la fine del periodo comunista avrebbe aperto nuove opportunità per il femminismo, quello che si preparava invece era il delirio etnocentrico dei vari popoli yugoslavi.
Pur non essendo particolarmente incline al femminismo (e pur pensando che nel caso in questione difficilmente le cose sarebbero potute andare in un altro modo) trovo che la domanda iniziale di questo libro sia interessante: le rivoluzioni significano qualcosa di diverso per uomini e donne? E perché?
venerdì 7 gennaio 2011
Vecchi film da rivedere (off topic)
Lasciando da parte i film relativi al fantastico, provo a fare una carrellata di titoli che ho trovato interessanti negli anni. Qualcuno famoso, e diversi no, anzi forse di alcuni a malapena avete sentito parlare: ma se vi ritrovate almeno un po' nei miei gusti, potreste scoprire qualche bel film da recuperare.
El Alamein la Linea del Fuoco di Monteleone è un film italiano che con un modesto budget cerca di offrire un punto di vista sulla famosa battaglia. Le scene dove servivano i mezzi militari (carri armati ecc...) sono abbastanza penose, ma il film è molto bello. Se vi piacciono i film di guerra ovviamente.
Flags of our Fathers il buon Clint Eastwood, ex ispettore Callahan (Callaghan in Italia) una volta era ritenuto personaggio reazionario per eccellenza (beh, uno dei tanti, diciamo), però deve essere cambiato invecchiando. Questo film narra tutta l'ipocrisia dietro i meccanismi della propaganda, e la fine triste di alcuni "eroi" dopo la guerra. Esagera sullo strappalacrime ma è comunque di una potenza espressiva incredibile. Depressivo, però. Mi ci è voluta mezza bottiglia di vodka per riuscire a finirlo.
La Croce di Ferro di Sam Peckinpah è un truce e realistico film degli anni '70 sulla seconda guerra mondiale: il regista indulge nelle scene di strage con un montaggio allucinato e le sue famose scene al rallentatore, e rappresenta una sfida tra l'ufficiale aristocratico (a caccia di decorazioni senza però alcuna voglia di farsi male) e il sergentaccio proletario (che disprezza la divisa, però conosce il mestiere). Ma secondo me il tracollo della Wehrmacht e la fine delle illusioni di conquista rubano la scena e diventano, da scenario di sottofondo, il vero tema del film.
La Rosa Bianca - Sophie Scholl
Film tedesco del 2005 sul movimento di resistenza giovanile della Rosa Bianca è una descrizione (più accurata possibile, con l'uso di documenti fino a poco tempo fa sepolti negli archivi della Germania Est) degli ultimi giorni di Sophie Scholl, anzi il titolo originale tradotto in italiano suonerebbe proprio "Sophie Scholl - Gli ultimi giorni". L'attenzione maggiore è basata su questo personaggio anche se non era la leader del gruppo (piuttosto era il fratello). Il film è molto intenso, a mio parere da vedere assolutamente, anche se per molti aspetti convenzionale nei ritmi e nello svolgimento. Non c'è quasi nulla purtroppo sul contesto in cui questo movimento si è creato o sulla vita di questi personaggi prima della loro cattura, anche perché un altro film tedesco sulla Rosa Bianca aveva narrato gli stessi eventi partendo da molto più lontano. Solo un accenno all'eredità del gruppo: i volantini che costarono la vita a questi giovani vennero ristampati e lanciati in grande stile dagli Alleati sulla Germania con gli aerei. Ma erano gli stessi Alleati che non avevano mai aperto seri contatti con la resistenza tedesca e che, con la dichiarata intenzione di ridurre la Germania a uno stato povero e deindustrializzato in perpetua schiavitù, avevano cementato il popolo tedesco attorno alla leadership di Hitler, come unica salvezza possibile.
Salò o le 120 Giornate di Sodoma questo vecchio e controverso film di Pasolini è estremamente particolare, sconcertante, bizzarro. Quali che siano le vostre aspettative intellettuali, non illudetevi però di vedere nulla di eccitante, e tantomeno del raffinato erotismo, bensì tantissime scene repellenti, tra schifezze di ogni genere
Fight Club La prima regola del fight club è: non parlare del fight club... film del '99, una pellicola che rompe gli schemi, tratta da un libro che fa altrettanto. Per certi aspetti non sembra nemmeno un film americano, ma qui sto facendo parlare i miei pregiudizi. Satira sociale, satira sul sistema della pubblicità e sull'alienazione, ribellione che non trova una risposta e si sfoga con atti insensati o masochistici... fino a che non salta fuori che qualcuno ha un piano per far saltare tutto il sistema... roba fuori di testa ovviamente, ma fa riflettere: soprattutto, sul fatto che probabilmente ti sentirai almeno in parte dalla parte del piano. Il film ovviamente a quel punto si divide nei due punti di vista contrastanti: perché? Beh, è da vedere per capirlo. Un film consigliato soprattutto ai maschietti, ovviamente...
Le Vite degli Altri è un film che ha avuto poca risonanza da noi ma parecchia all'estero e ovviamente in Germania, dove è ambientata la vicenda. Esiste un elemento, diciamo, "fantastico:" un funzionario della Stasi (servizi segreti) che decide di proteggere un artista anziché distruggerlo, come vorrebbe un potente che concupisce la sua donna (una attrice). Una storia tutta da vedere che percorre le tappe dell'agonia della DDR, una storia di oppressione e libertà strangolata, di coraggio, opportunismo e terrore, di squallore e rassegnazione. Poi c'è anche la gente che rimpiange i "bei tempi" (in Germania la chiamano Ostalgie, e poiché Ost significa Est si capisce facilmente il gioco di parole), ma da questo film ho avuto confermate le mie impressioni di viaggio: ovvero che a vivere in quei regimi uno doveva sentirsi l'anima schiacciata giorno dopo giorno...
Fucking Åmål di Moodysson. Se sono comparsi dei caratteri incomprensibili sul vostro schermo, ve lo riscrivo senza le lettere svedesi: Fucking Amal. Poverini gli abitanti: la loro città è stata scelta dal regista Moodysson come prototipo del paesotto di provincia dove non succede mai niente. Qui vi ha collocato una storia di amore gay tra due giovanissime, scegliendo come protagoniste (birbante birbante) due simpatiche attrici molto accattivanti, carine e brave.
Agnes è triste, isolata e consapevole di essere lesbica: ama Elin, una ragazza popolare a scuola ma insoddisfatta di tutto, e che a malapena la conosce. Elin raggiunge faticosamente la sua consapevolezza e affronta la dura prova del distacco dal gruppo (uno poi si chiede: sai che fatica, tra ragazzi immaturi, le classiche amiche stronze ecc...) e dell'affermazione della propria identità. Inizio lento con alcune scene abbastanza cliché, ma grande storia.
Come te nessuno mai di Muccino; incredibile: un film italiano che parla di politica, scuola, adolescenti, contestazione ecc... e pur non essendo certo un capolavoro non è una cazzata folle! Solo per questo val la pena di vederlo. Peccato però per la parlata romanesca di tutti quanti.
Diritti civili, lotte civili ecc...
Visto che c'è Charlize Teron (e con quel film ha vinto pure l'Oscar) immagino che abbiate già visto Monster con la sua tematica (fra l'altro) sulla pena di morte.
Un altro da vedere assolutamente: Dead man walking (quello del 1995 con Susan Sarandon e Sean Penn). Non è roba proprio leggerissima: lei è una suora che si offre di fare da consigliere spirituale per un condannato a morte. Lui, che aspetta da anni il giorno dell'esecuzione, accetta. Ma è uno sbruffone che non ammette i crimini che ha commesso, per lui il cammino del pentimento sarà difficile. Un film duro e senza compromessi, performance da Oscar per Sean Penn (ma non glielo diedero).
Più o meno nello stesso periodo è uscito un altro film con simile tema: Difesa ad Oltranza (Last Dance) con Sharon Stone nel ruolo della (condannata) protagonista. Non mi dispiacque, ma come profondità e maturità nel trattamento del tema questa pellicola non ce la fa proprio a reggere il paragone con Dead Man Walking.
Concluderei con Bloody Sunday, imperdibile film sulla "domenica di sangue" del 1972 in Irlanda del Nord.
Guerra e Storia
El Alamein la Linea del Fuoco di Monteleone è un film italiano che con un modesto budget cerca di offrire un punto di vista sulla famosa battaglia. Le scene dove servivano i mezzi militari (carri armati ecc...) sono abbastanza penose, ma il film è molto bello. Se vi piacciono i film di guerra ovviamente.
Flags of our Fathers il buon Clint Eastwood, ex ispettore Callahan (Callaghan in Italia) una volta era ritenuto personaggio reazionario per eccellenza (beh, uno dei tanti, diciamo), però deve essere cambiato invecchiando. Questo film narra tutta l'ipocrisia dietro i meccanismi della propaganda, e la fine triste di alcuni "eroi" dopo la guerra. Esagera sullo strappalacrime ma è comunque di una potenza espressiva incredibile. Depressivo, però. Mi ci è voluta mezza bottiglia di vodka per riuscire a finirlo.
La Croce di Ferro di Sam Peckinpah è un truce e realistico film degli anni '70 sulla seconda guerra mondiale: il regista indulge nelle scene di strage con un montaggio allucinato e le sue famose scene al rallentatore, e rappresenta una sfida tra l'ufficiale aristocratico (a caccia di decorazioni senza però alcuna voglia di farsi male) e il sergentaccio proletario (che disprezza la divisa, però conosce il mestiere). Ma secondo me il tracollo della Wehrmacht e la fine delle illusioni di conquista rubano la scena e diventano, da scenario di sottofondo, il vero tema del film.
La Rosa Bianca - Sophie Scholl
Film tedesco del 2005 sul movimento di resistenza giovanile della Rosa Bianca è una descrizione (più accurata possibile, con l'uso di documenti fino a poco tempo fa sepolti negli archivi della Germania Est) degli ultimi giorni di Sophie Scholl, anzi il titolo originale tradotto in italiano suonerebbe proprio "Sophie Scholl - Gli ultimi giorni". L'attenzione maggiore è basata su questo personaggio anche se non era la leader del gruppo (piuttosto era il fratello). Il film è molto intenso, a mio parere da vedere assolutamente, anche se per molti aspetti convenzionale nei ritmi e nello svolgimento. Non c'è quasi nulla purtroppo sul contesto in cui questo movimento si è creato o sulla vita di questi personaggi prima della loro cattura, anche perché un altro film tedesco sulla Rosa Bianca aveva narrato gli stessi eventi partendo da molto più lontano. Solo un accenno all'eredità del gruppo: i volantini che costarono la vita a questi giovani vennero ristampati e lanciati in grande stile dagli Alleati sulla Germania con gli aerei. Ma erano gli stessi Alleati che non avevano mai aperto seri contatti con la resistenza tedesca e che, con la dichiarata intenzione di ridurre la Germania a uno stato povero e deindustrializzato in perpetua schiavitù, avevano cementato il popolo tedesco attorno alla leadership di Hitler, come unica salvezza possibile.
Strani, stravaganti e pazzeschi
Salò o le 120 Giornate di Sodoma questo vecchio e controverso film di Pasolini è estremamente particolare, sconcertante, bizzarro. Quali che siano le vostre aspettative intellettuali, non illudetevi però di vedere nulla di eccitante, e tantomeno del raffinato erotismo, bensì tantissime scene repellenti, tra schifezze di ogni genere
Fight Club La prima regola del fight club è: non parlare del fight club... film del '99, una pellicola che rompe gli schemi, tratta da un libro che fa altrettanto. Per certi aspetti non sembra nemmeno un film americano, ma qui sto facendo parlare i miei pregiudizi. Satira sociale, satira sul sistema della pubblicità e sull'alienazione, ribellione che non trova una risposta e si sfoga con atti insensati o masochistici... fino a che non salta fuori che qualcuno ha un piano per far saltare tutto il sistema... roba fuori di testa ovviamente, ma fa riflettere: soprattutto, sul fatto che probabilmente ti sentirai almeno in parte dalla parte del piano. Il film ovviamente a quel punto si divide nei due punti di vista contrastanti: perché? Beh, è da vedere per capirlo. Un film consigliato soprattutto ai maschietti, ovviamente...
Politici, sociali
Le Vite degli Altri è un film che ha avuto poca risonanza da noi ma parecchia all'estero e ovviamente in Germania, dove è ambientata la vicenda. Esiste un elemento, diciamo, "fantastico:" un funzionario della Stasi (servizi segreti) che decide di proteggere un artista anziché distruggerlo, come vorrebbe un potente che concupisce la sua donna (una attrice). Una storia tutta da vedere che percorre le tappe dell'agonia della DDR, una storia di oppressione e libertà strangolata, di coraggio, opportunismo e terrore, di squallore e rassegnazione. Poi c'è anche la gente che rimpiange i "bei tempi" (in Germania la chiamano Ostalgie, e poiché Ost significa Est si capisce facilmente il gioco di parole), ma da questo film ho avuto confermate le mie impressioni di viaggio: ovvero che a vivere in quei regimi uno doveva sentirsi l'anima schiacciata giorno dopo giorno...
Giovanili
Fucking Åmål di Moodysson. Se sono comparsi dei caratteri incomprensibili sul vostro schermo, ve lo riscrivo senza le lettere svedesi: Fucking Amal. Poverini gli abitanti: la loro città è stata scelta dal regista Moodysson come prototipo del paesotto di provincia dove non succede mai niente. Qui vi ha collocato una storia di amore gay tra due giovanissime, scegliendo come protagoniste (birbante birbante) due simpatiche attrici molto accattivanti, carine e brave.
Agnes è triste, isolata e consapevole di essere lesbica: ama Elin, una ragazza popolare a scuola ma insoddisfatta di tutto, e che a malapena la conosce. Elin raggiunge faticosamente la sua consapevolezza e affronta la dura prova del distacco dal gruppo (uno poi si chiede: sai che fatica, tra ragazzi immaturi, le classiche amiche stronze ecc...) e dell'affermazione della propria identità. Inizio lento con alcune scene abbastanza cliché, ma grande storia.
Come te nessuno mai di Muccino; incredibile: un film italiano che parla di politica, scuola, adolescenti, contestazione ecc... e pur non essendo certo un capolavoro non è una cazzata folle! Solo per questo val la pena di vederlo. Peccato però per la parlata romanesca di tutti quanti.
Diritti civili, lotte civili ecc...
Visto che c'è Charlize Teron (e con quel film ha vinto pure l'Oscar) immagino che abbiate già visto Monster con la sua tematica (fra l'altro) sulla pena di morte.
Un altro da vedere assolutamente: Dead man walking (quello del 1995 con Susan Sarandon e Sean Penn). Non è roba proprio leggerissima: lei è una suora che si offre di fare da consigliere spirituale per un condannato a morte. Lui, che aspetta da anni il giorno dell'esecuzione, accetta. Ma è uno sbruffone che non ammette i crimini che ha commesso, per lui il cammino del pentimento sarà difficile. Un film duro e senza compromessi, performance da Oscar per Sean Penn (ma non glielo diedero).
Più o meno nello stesso periodo è uscito un altro film con simile tema: Difesa ad Oltranza (Last Dance) con Sharon Stone nel ruolo della (condannata) protagonista. Non mi dispiacque, ma come profondità e maturità nel trattamento del tema questa pellicola non ce la fa proprio a reggere il paragone con Dead Man Walking.
Concluderei con Bloody Sunday, imperdibile film sulla "domenica di sangue" del 1972 in Irlanda del Nord.
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