Dell'economia, la "scienza triste," quasi tutti se ne fregano, ed è motivo per cui chi ha interesse a fregare tutti ha una grande facilità a farlo. Ne parla Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'Economia nel 2011, quindi uno che, se prende punti di vista progressisti, non lo fa semplicemente urlando qualche slogan o per presa di posizione.
Stiglitz si preoccupa di dimostrare come sia effettivamente vera la questione della società divisa in un 1% che ha tutto e in un 99% che non ha quasi niente. Intendiamoci, per molti aspetti questo Il Prezzo della Disuguaglianza non sarà una grande rivelazione per il lettore europeo un minimo informato sui fatti, che sbadiglierà pensando di sapere queste cose da un pezzo, sia che si tratti di un lettore di sinistra (che sarà per
la massima parte d'accordo) sia di destra. E' notevole però che, grazie a un'informazione manipolata e a una propria ignoranza di fondo, lo statunitense medio cominci solo ora a comprendere di essere in un sistema che non gli dà quelle grandi possibilità di cui si è sempre parlato riguardo all'America, e nemmeno delle grandi tutele. Di fatto, le "grandi opportunità" e la mobilità sociale sono diventate un sogno, addirittura si sta meglio in certe parti d'Europa, almeno finché il welfare non sarà smantellato anche lì (in Italia ci stiamo attrezzando).
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mercoledì 19 giugno 2013
sabato 2 marzo 2013
Off Topic: Dopo le elezioni
Dopo i (sorprendenti, per molti aspetti) risultati elettorali, abbiamo una destra che perdendo milioni di voti si attesta al 29 % e rotti alla Camera e al 30% al Senato. Se aggiungiamo ai voti di PDL e Lega il centro di Monti (che non ha molte simpatie per questo tipo di destra, ma facciamolo per esercizio) scopriamo che un ipotetico centro-destra raggiungerebbe approssimativamente il 40% sia al Senato che alla Camera. Dal momento che le piccole forze politiche sono più o meno inesistenti in termini di seggi, abbiamo quindi una sinistra che supera agevolmente il 50% e potrebbe ottenere una maggioranza stabile sia al Senato che alla Camera. Dico questo perché il M5S è senz'altro, se si guarda ai programmi, una forza di sinistra.
Ma le due parti di questa sinistra si limitano a litigare. Una prova ad abbozzare, l'altra risponde mai e poi mai, nonostante le incredibili emergenze del nostro paese. Perciò direi che si sta consumando l'ennesimo miracolo della sinistra italiana, che ce la fa sempre a non prendere il potere, e quando ce l'ha, a evitare di mantenerlo e di servirsene. Premesso che oggi come oggi non mi sono simpaticissimi, certe cose che dicono di voler fare sarebbe ora di farle (altre magari no, ma non si può avere tutto dalla vita). Ma soprattutto non è il momento di restare senza un governo.
E' una maniera insolita di guardare a quello che sta succedendo, lo so. E c'è ancora tempo perché succeda qualcosa di buono, ma io non ci spero molto.
probabilmente la figura maggiore ce l'ha fatta
Fassino con l'esortazione a Grillo di farsi un partito...
Ma le due parti di questa sinistra si limitano a litigare. Una prova ad abbozzare, l'altra risponde mai e poi mai, nonostante le incredibili emergenze del nostro paese. Perciò direi che si sta consumando l'ennesimo miracolo della sinistra italiana, che ce la fa sempre a non prendere il potere, e quando ce l'ha, a evitare di mantenerlo e di servirsene. Premesso che oggi come oggi non mi sono simpaticissimi, certe cose che dicono di voler fare sarebbe ora di farle (altre magari no, ma non si può avere tutto dalla vita). Ma soprattutto non è il momento di restare senza un governo.
E' una maniera insolita di guardare a quello che sta succedendo, lo so. E c'è ancora tempo perché succeda qualcosa di buono, ma io non ci spero molto.
venerdì 7 dicembre 2012
Off Topic: Cross of Iron
(a broken english translation will follow)
Questo libro "dovevo" prima o poi leggerlo perché ha ispirato un grande film di guerra (Cross of Iron) diretto da un grandissimo regista (Sam Peckinpah).
L'autore è Willi Heinrich, un ufficiale tedesco divenuto scrittore dopo l'ultimo conflitto mondiale (è morto alcuni anni fa). Le sue esperienze belliche sono alla base della storia narrata, e alcuni dei fatti e dei protagonisti del libro sono basati su situazioni e personaggi veramente esistiti.
Il titolo del libro è diventato Cross of Iron nelle ristampe dopo il successo del film, il titolo in origine era Das Geduldige Fleisch ovvero "La carne paziente" e in effetti in italiano esiste un'edizione con quel titolo. Io ho letto dall'inglese il moderno Cross of Iron (ed. Cassell) dove so che i nomi di alcuni protagonisti differiscono dall'originale libro tedesco. L'articolo italiano nella Wikipedia consultato oggi afferma nelle note che nel libro, diversamente dal film, il principale protagonista (Rolf Steiner) fosse stato degradato per essersi rifiutato di sparare su dei civili: non è così nella versione che ho letto io e mi domando se l'edizione italiana sia stata a suo tempo rimaneggiata, o se magari fosse fedele all'originale tedesco più della versione inglese che ho letto.
A parte questi dubbi, il libro è meno fitto di combattimenti rispetto al film, e certamente meno spettacolare nelle scene di scontri che descrive: a volte i combattimenti si risolvono in maniera piuttosto sbrigativa, anche se non mancano scene di battaglia estremamente vivide e situazioni drammatiche piuttosto prolungate. E' descrittivo, talvolta intimista, denso e abbastanza lungo: 478 pagine in inglese, sarebbero oltre 500 in italiano. La storia ha una certa coralità perché passa dal punto di vista di tutti i personaggi, ma è un coro che si spegne piano piano, a mano a mano che gli uomini muoiono in battaglia. La trama narra le vicissitudini di un battaglione di fanteria tedesco, coinvolto nella ritirata seguita alla sconfitta di Stalingrado. Una lotta senza quartiere dove i tedeschi, consapevoli del disastro che hanno subito e ormai demoralizzati, sono spinti dal nemico baldanzoso in una sacca, la penisola del Kuban (parte occidentale del Caucaso, che vedete tratteggiata nella mappa in giallo) e rimangono isolati dal resto dell'esercito tedesco, con il mare alle spalle. (Particolare storico: Hitler decise di tenere quella testa di ponte nel Caucaso nell'illusione di contrattaccare in seguito, in verità sarebbe stato possibile ritirare le truppe). Mentre il disastro si svolge, abbiamo il plotone del sottufficiale Steiner intento in varie imprese (sia per salvare la pelle sia per tenere la linea, che per compiere contrattacchi folli), mentre i comandanti si macerano nel senso di colpa di protrarre un'agonia che non può portare a nessun risultato e altri personaggi disonesti cercano medaglie e gloria, ma senza avere le capacità o il coraggio per procurarsele, oppure tramano per ottenere trasferimenti nella gaia Parigi.
Tra idiosincrasie personali, pericoli micidiali, destino comunque segnato, seguiremo la lotta per la vita del plotone di Steiner e le vicissitudini di altri personaggi. Il film certamente è più emozionante e meglio riuscito (almeno secondo me), tuttavia questo libro è un classico della narrativa di ambientazione militare.
Il film e il libro.
Da qui in avanti parlerò delle similitudini e differenze tra libro e film, facendo necessariamente anticipazioni sulla trama di entrambi (se non avete visto il film tanto vale che interrompiate qui la vostra lettura).
Per prima cosa c'è da notare che i personaggi principali nel film ci sono tutti, ma non necessariamente fedeli al libro. La storia ricalca le medesime tematiche ma è in parte differene, in parte "montata" in un ordine diverso nel film. Il colonnello Brandt nel film ha un aspetto rassicurante ed è paterno e umano, per quanto possibile, mentre nel libro è un uomo teso e tirato, estremamente cinico e disincantato, consapevole di svolgere un ruolo che condanna degli uomini a morire inutilmente e lucido nel vedere la propria esistenza priva di senso. Il suo aiutante, il capitano Kiesel, che nel film è completamente disfattista, sempre intento a bere o a fumare, e dall'aspetto sciatto e stropicciato, al contrario nel libro viene presentato come un personaggio più controllato, efficiente, che condivide alcuni dei sentimenti del suo capo ma non li vuole portare fino alle estreme conseguenze: anzi talvolta lo schietto disfattismo di Brandt lo mette un po' a disagio. Il capitano Stransky, l'avversario di Steiner, nel film ha una certa dimensione che riscatta la sua inettitudine, mentre è assai più debole e forse meno riuscito nel libro. Non anticipo la maniera in cui esce di scena, limitandomi a dire che il finale del film, per quanto confusionario, è molto meglio riuscito del finale di questo libro.
Steiner (più giovane di James Coburn quando lo ha portato sullo schermo) è meno infallibile e i suoi uomini sono meno efficaci (nel film sembrano quasi un commando). In alcune azioni Steiner si rivela poco zelante e le porta a termine solo per non fare brutta figura, commette errori, e soprattutto verso i suoi uomini è piuttosto duro e aggressivo, molto più che nel film, anche se con alcuni di loro sviluppa comunque un'amicizia profonda. Ne fa fuori uno, però, colpevole di aver messo tutti gli altri nei guai, e lo fa in maniera piuttosto cinica.
La sua idiosincrasia è in parte dovuta a un incidente dal sapore piuttosto... letterario (la fidanzata che prima della guerra muore in montagna per un incidente, e lui che la vede morire senza poter fare niente). L'ostilità di Steiner verso gli ufficiali (e la famosa scena in cui evita di rovinare Stransky perché vuol vedersela personalmente coi suoi nemici senza approfittare della benevolenza del comando di battaglione) nel libro non mancano, ma il sergente ha paura delle parole che ha pronunciato, e in seguito è tentato di chiedere scusa. Tutto sommato un personaggio meno mitico, molto più umano: comunque mantiene un aspetto enigmatico come nel film. La sfida con Stransky è il filo conduttore principale, ma si svolge (e termina) in modo molto diverso. Personalmente il libro mi è piaciuto ma il film... molto di più.
Cross of Iron
I had to read this book sooner or later, because it inspired a great war movie (Cross of Iron) directed by the great Sam Peckinpah.
The author is Willi Heinrich, a German officer who became a writer after the Second World War (he died a few years ago). His war experiences are the basis of the story, and some of the events and characters of the book are based on real situations and people.
The title of the book became Cross of Iron in reprints after the film's success, the title was originally Das Fleisch Geduldige or "The Willing Flesh" in the first editions. I have read the modern English Cross of Iron (Cassell) where as far as I know the names of some characters differ from the original German book. Notes in the italian Wikipedia article I read today say that the main protagonist (Rolf Steiner) was demoted, in the book, for refusing to fire on civilians: this fact doesn't appear in the version I read: I wonder if the Italian edition was edited, or maybe if it was more faithful to the original German than the English version I read.
Apart from these considerations, the book devotes less space to the combat compared to the film, and certainly is less spectacular in the battle scenes it describes: sometimes the fights are resolved in a quick dismissive way. But there are a couple of battle scenes extremely vivid, and tension and drama. The book is descriptive, sometimes intimate, pregnant and quite long: 478 pages in the English version. The story has a certain choral feel as it passes from the point of view of all the characters, but it's a chorus that goes off slowly, gradually, as men die in battle. The plot tells the vicissitudes of a German infantry battalion involved in the retreat after the defeat at Stalingrad. A terrible struggle where the Germans, saddened by the disaster they have suffered and demoralized, are driven by a bold enemy in a pocket, the Kuban peninsula (western part of the Caucasus, which you see on the map in yellow) where they remain isolated from the rest the German army, with the sea behind them. (Historical hint: Hitler decided to keep the bridgehead in the Caucasus dreaming of a later counteroffensive, whereas he could have managed to withdraw the troops). While the disaster takes place, we have sergeant Steiner' platoon intent in various actions (to save their own skins, to defend the front line, to make insane counterattacks), while the commanders macerate in guilt because they have to prolong agony that can not lead to any result; other dishonest people are in seek of medals and glory, lacking the ability and the courage to deserve them, or plotting to get transfers in quiet Paris.
In between personal idiosyncrasies and dire perils, we follow the struggle for life of Steiner' platoon and the vicissitudes of other characters. The film certainly is more exciting (at least in my opinion) and more successful, still this book is a classic of military fiction.
The film and the book.
From here on, I will discuss the similarities and differences between book and film: spoilers ahead! (if you didn't see the movie yet, you might as well stop here).
First, it should be noted that all the main characters in the film are there as well, but they are not necessarily portrayed in the same way. The plot is similar, but many scenes are arranged in a different order than in the movie. Colonel Brandt is a reassuring, paternal and human, figure in the film, whereas in the book he's a man strained and bleak, extremely cynical and disillusioned, aware of playing a role that condemns his men to die needlessly; he doesn't find no more sense in his own life. His adjutant, Captain Kiesel, which in the film is a complete defeatist, intent on drinking or smoking and looking sloppy and wrinkled, here in the book is a character more self centered, sober, efficient. He shares some of the feelings of his chief but he does not want to develop them to their ultimate consequences: he's a little uncomfortable in front of the outspoken Brandt. Captain Stransky, the adversary of Steiner, in the movie maintains a certain stature that redeems his ineptitude, while he's much weaker and perhaps less successful as a character in the book. I wont anticipate the way he disappears from the story, I'll simply say that the ending of the film, as confusing as it is, it is much more satisfying than the finale of the book.
Steiner (younger than James Coburn was when he brought him to the screen) is not infallible and his men are less effective (in the film they almost look like a commando). In some fights Steiner reveals himself to be not so zealous and goes on just not to look bad; he make mistakes sometimes, and to his men is rather harsh and aggressive, more so than in the film, even though with some of them, however, he develops a deep friendship. He's not above eliminating one of them, though: Steiner decides that Zoll, guilty of putting everyone else in trouble, has to disappear from the platoon, and he causes his death in a rather cynical way.
His idiosyncrasy is partly due to an accident that tastes like... a literary handle (his girlfriend died before the war in the mountains in an accident, and hewatched her die without being able to do anything). Steiner's hostility toward the officers (and the famous scene where he chooses not damage Stransky because he wants to deal personally with his enemies without taking advantage of the goodwill of the battalion commanders) is in the book, but there the sergeant repents about being too much outspoken, and later even thinks to apologize (he does not). All in all Stainer is a less legendary character, more human, but he still retains an enigmatic face like in the movie. The duel between him and Stransky is the main thread, but goes on (and ends) in a very different way. I liked the book but the movie in my opinion... is much better.
Questo libro "dovevo" prima o poi leggerlo perché ha ispirato un grande film di guerra (Cross of Iron) diretto da un grandissimo regista (Sam Peckinpah).
L'autore è Willi Heinrich, un ufficiale tedesco divenuto scrittore dopo l'ultimo conflitto mondiale (è morto alcuni anni fa). Le sue esperienze belliche sono alla base della storia narrata, e alcuni dei fatti e dei protagonisti del libro sono basati su situazioni e personaggi veramente esistiti.
Il titolo del libro è diventato Cross of Iron nelle ristampe dopo il successo del film, il titolo in origine era Das Geduldige Fleisch ovvero "La carne paziente" e in effetti in italiano esiste un'edizione con quel titolo. Io ho letto dall'inglese il moderno Cross of Iron (ed. Cassell) dove so che i nomi di alcuni protagonisti differiscono dall'originale libro tedesco. L'articolo italiano nella Wikipedia consultato oggi afferma nelle note che nel libro, diversamente dal film, il principale protagonista (Rolf Steiner) fosse stato degradato per essersi rifiutato di sparare su dei civili: non è così nella versione che ho letto io e mi domando se l'edizione italiana sia stata a suo tempo rimaneggiata, o se magari fosse fedele all'originale tedesco più della versione inglese che ho letto.
A parte questi dubbi, il libro è meno fitto di combattimenti rispetto al film, e certamente meno spettacolare nelle scene di scontri che descrive: a volte i combattimenti si risolvono in maniera piuttosto sbrigativa, anche se non mancano scene di battaglia estremamente vivide e situazioni drammatiche piuttosto prolungate. E' descrittivo, talvolta intimista, denso e abbastanza lungo: 478 pagine in inglese, sarebbero oltre 500 in italiano. La storia ha una certa coralità perché passa dal punto di vista di tutti i personaggi, ma è un coro che si spegne piano piano, a mano a mano che gli uomini muoiono in battaglia. La trama narra le vicissitudini di un battaglione di fanteria tedesco, coinvolto nella ritirata seguita alla sconfitta di Stalingrado. Una lotta senza quartiere dove i tedeschi, consapevoli del disastro che hanno subito e ormai demoralizzati, sono spinti dal nemico baldanzoso in una sacca, la penisola del Kuban (parte occidentale del Caucaso, che vedete tratteggiata nella mappa in giallo) e rimangono isolati dal resto dell'esercito tedesco, con il mare alle spalle. (Particolare storico: Hitler decise di tenere quella testa di ponte nel Caucaso nell'illusione di contrattaccare in seguito, in verità sarebbe stato possibile ritirare le truppe). Mentre il disastro si svolge, abbiamo il plotone del sottufficiale Steiner intento in varie imprese (sia per salvare la pelle sia per tenere la linea, che per compiere contrattacchi folli), mentre i comandanti si macerano nel senso di colpa di protrarre un'agonia che non può portare a nessun risultato e altri personaggi disonesti cercano medaglie e gloria, ma senza avere le capacità o il coraggio per procurarsele, oppure tramano per ottenere trasferimenti nella gaia Parigi.
Tra idiosincrasie personali, pericoli micidiali, destino comunque segnato, seguiremo la lotta per la vita del plotone di Steiner e le vicissitudini di altri personaggi. Il film certamente è più emozionante e meglio riuscito (almeno secondo me), tuttavia questo libro è un classico della narrativa di ambientazione militare.
Il film e il libro.
Da qui in avanti parlerò delle similitudini e differenze tra libro e film, facendo necessariamente anticipazioni sulla trama di entrambi (se non avete visto il film tanto vale che interrompiate qui la vostra lettura).
Per prima cosa c'è da notare che i personaggi principali nel film ci sono tutti, ma non necessariamente fedeli al libro. La storia ricalca le medesime tematiche ma è in parte differene, in parte "montata" in un ordine diverso nel film. Il colonnello Brandt nel film ha un aspetto rassicurante ed è paterno e umano, per quanto possibile, mentre nel libro è un uomo teso e tirato, estremamente cinico e disincantato, consapevole di svolgere un ruolo che condanna degli uomini a morire inutilmente e lucido nel vedere la propria esistenza priva di senso. Il suo aiutante, il capitano Kiesel, che nel film è completamente disfattista, sempre intento a bere o a fumare, e dall'aspetto sciatto e stropicciato, al contrario nel libro viene presentato come un personaggio più controllato, efficiente, che condivide alcuni dei sentimenti del suo capo ma non li vuole portare fino alle estreme conseguenze: anzi talvolta lo schietto disfattismo di Brandt lo mette un po' a disagio. Il capitano Stransky, l'avversario di Steiner, nel film ha una certa dimensione che riscatta la sua inettitudine, mentre è assai più debole e forse meno riuscito nel libro. Non anticipo la maniera in cui esce di scena, limitandomi a dire che il finale del film, per quanto confusionario, è molto meglio riuscito del finale di questo libro.
Steiner (più giovane di James Coburn quando lo ha portato sullo schermo) è meno infallibile e i suoi uomini sono meno efficaci (nel film sembrano quasi un commando). In alcune azioni Steiner si rivela poco zelante e le porta a termine solo per non fare brutta figura, commette errori, e soprattutto verso i suoi uomini è piuttosto duro e aggressivo, molto più che nel film, anche se con alcuni di loro sviluppa comunque un'amicizia profonda. Ne fa fuori uno, però, colpevole di aver messo tutti gli altri nei guai, e lo fa in maniera piuttosto cinica.
La sua idiosincrasia è in parte dovuta a un incidente dal sapore piuttosto... letterario (la fidanzata che prima della guerra muore in montagna per un incidente, e lui che la vede morire senza poter fare niente). L'ostilità di Steiner verso gli ufficiali (e la famosa scena in cui evita di rovinare Stransky perché vuol vedersela personalmente coi suoi nemici senza approfittare della benevolenza del comando di battaglione) nel libro non mancano, ma il sergente ha paura delle parole che ha pronunciato, e in seguito è tentato di chiedere scusa. Tutto sommato un personaggio meno mitico, molto più umano: comunque mantiene un aspetto enigmatico come nel film. La sfida con Stransky è il filo conduttore principale, ma si svolge (e termina) in modo molto diverso. Personalmente il libro mi è piaciuto ma il film... molto di più.
Cross of Iron
I had to read this book sooner or later, because it inspired a great war movie (Cross of Iron) directed by the great Sam Peckinpah.
The author is Willi Heinrich, a German officer who became a writer after the Second World War (he died a few years ago). His war experiences are the basis of the story, and some of the events and characters of the book are based on real situations and people.
The title of the book became Cross of Iron in reprints after the film's success, the title was originally Das Fleisch Geduldige or "The Willing Flesh" in the first editions. I have read the modern English Cross of Iron (Cassell) where as far as I know the names of some characters differ from the original German book. Notes in the italian Wikipedia article I read today say that the main protagonist (Rolf Steiner) was demoted, in the book, for refusing to fire on civilians: this fact doesn't appear in the version I read: I wonder if the Italian edition was edited, or maybe if it was more faithful to the original German than the English version I read.
Apart from these considerations, the book devotes less space to the combat compared to the film, and certainly is less spectacular in the battle scenes it describes: sometimes the fights are resolved in a quick dismissive way. But there are a couple of battle scenes extremely vivid, and tension and drama. The book is descriptive, sometimes intimate, pregnant and quite long: 478 pages in the English version. The story has a certain choral feel as it passes from the point of view of all the characters, but it's a chorus that goes off slowly, gradually, as men die in battle. The plot tells the vicissitudes of a German infantry battalion involved in the retreat after the defeat at Stalingrad. A terrible struggle where the Germans, saddened by the disaster they have suffered and demoralized, are driven by a bold enemy in a pocket, the Kuban peninsula (western part of the Caucasus, which you see on the map in yellow) where they remain isolated from the rest the German army, with the sea behind them. (Historical hint: Hitler decided to keep the bridgehead in the Caucasus dreaming of a later counteroffensive, whereas he could have managed to withdraw the troops). While the disaster takes place, we have sergeant Steiner' platoon intent in various actions (to save their own skins, to defend the front line, to make insane counterattacks), while the commanders macerate in guilt because they have to prolong agony that can not lead to any result; other dishonest people are in seek of medals and glory, lacking the ability and the courage to deserve them, or plotting to get transfers in quiet Paris.
In between personal idiosyncrasies and dire perils, we follow the struggle for life of Steiner' platoon and the vicissitudes of other characters. The film certainly is more exciting (at least in my opinion) and more successful, still this book is a classic of military fiction.
The film and the book.
From here on, I will discuss the similarities and differences between book and film: spoilers ahead! (if you didn't see the movie yet, you might as well stop here).
First, it should be noted that all the main characters in the film are there as well, but they are not necessarily portrayed in the same way. The plot is similar, but many scenes are arranged in a different order than in the movie. Colonel Brandt is a reassuring, paternal and human, figure in the film, whereas in the book he's a man strained and bleak, extremely cynical and disillusioned, aware of playing a role that condemns his men to die needlessly; he doesn't find no more sense in his own life. His adjutant, Captain Kiesel, which in the film is a complete defeatist, intent on drinking or smoking and looking sloppy and wrinkled, here in the book is a character more self centered, sober, efficient. He shares some of the feelings of his chief but he does not want to develop them to their ultimate consequences: he's a little uncomfortable in front of the outspoken Brandt. Captain Stransky, the adversary of Steiner, in the movie maintains a certain stature that redeems his ineptitude, while he's much weaker and perhaps less successful as a character in the book. I wont anticipate the way he disappears from the story, I'll simply say that the ending of the film, as confusing as it is, it is much more satisfying than the finale of the book.
Steiner (younger than James Coburn was when he brought him to the screen) is not infallible and his men are less effective (in the film they almost look like a commando). In some fights Steiner reveals himself to be not so zealous and goes on just not to look bad; he make mistakes sometimes, and to his men is rather harsh and aggressive, more so than in the film, even though with some of them, however, he develops a deep friendship. He's not above eliminating one of them, though: Steiner decides that Zoll, guilty of putting everyone else in trouble, has to disappear from the platoon, and he causes his death in a rather cynical way.
His idiosyncrasy is partly due to an accident that tastes like... a literary handle (his girlfriend died before the war in the mountains in an accident, and hewatched her die without being able to do anything). Steiner's hostility toward the officers (and the famous scene where he chooses not damage Stransky because he wants to deal personally with his enemies without taking advantage of the goodwill of the battalion commanders) is in the book, but there the sergeant repents about being too much outspoken, and later even thinks to apologize (he does not). All in all Stainer is a less legendary character, more human, but he still retains an enigmatic face like in the movie. The duel between him and Stransky is the main thread, but goes on (and ends) in a very different way. I liked the book but the movie in my opinion... is much better.
giovedì 18 ottobre 2012
Cogan - Killing them softly (Off Topic)
Visto che ho appena parlato di come il cinema italiano non ce la faccia a inserire una tematica sociale o politica in un film senza farne una predica letargica, e il cinema statunitense invece ne sarebbe capace, sono andato a vedermi la dimostrazione con l'ultima fatica di Brad Pitt, che qui è anche produttore.
Cogan - Killing them softly (il Cogan e il trattino l'hanno messi nella versione italiana del titolo) è una storia dell'altra America, quella povera, spesso ignorante, scalognata, tossica, criminale, alcolizzata e dedita al gioco.
Una storia di mezzi balordi, mafiosi senza la dignità del grande padrino e disperati dalle vite vendute, storia che ha per sottofondo i discorsi elettorali del periodo in cui Barack Obama stava per prendere la sua vittoria contro il bolsissimo Bush figlio, giunto alla bancarotta economica e militare al termine del secondo mandato. Retorica che parla di comunità, di popolo, di unione. Realtà che parla di disperazione, solitudine, di un mondo dove esiste solo il business e spesso è anche sporco, dove ognuno è solo contro altri che lo vogliono fregare (e del resto nessuno ne esce in una maniera moralmente decente).
Il film non m'ha neanche entusiasmato, per quanto alla critica USA sia piaciuto parecchio. Verboso e troppo scoperto nel suo messaggio (quasi come un film italiano a volte!), incerto in alcuni momenti, con qualche dialogo che vorrebbe ipnotizzarti e non ci riesce... anche se non si può mettere in dubbio il carisma di Brad Pitt. Certo che lo spettacolo si salva e la recitazione c'è, una cosa che non si può dire di Un Giorno Speciale.
Cogan - Killing them softly (il Cogan e il trattino l'hanno messi nella versione italiana del titolo) è una storia dell'altra America, quella povera, spesso ignorante, scalognata, tossica, criminale, alcolizzata e dedita al gioco.
Una storia di mezzi balordi, mafiosi senza la dignità del grande padrino e disperati dalle vite vendute, storia che ha per sottofondo i discorsi elettorali del periodo in cui Barack Obama stava per prendere la sua vittoria contro il bolsissimo Bush figlio, giunto alla bancarotta economica e militare al termine del secondo mandato. Retorica che parla di comunità, di popolo, di unione. Realtà che parla di disperazione, solitudine, di un mondo dove esiste solo il business e spesso è anche sporco, dove ognuno è solo contro altri che lo vogliono fregare (e del resto nessuno ne esce in una maniera moralmente decente).
Il film non m'ha neanche entusiasmato, per quanto alla critica USA sia piaciuto parecchio. Verboso e troppo scoperto nel suo messaggio (quasi come un film italiano a volte!), incerto in alcuni momenti, con qualche dialogo che vorrebbe ipnotizzarti e non ci riesce... anche se non si può mettere in dubbio il carisma di Brad Pitt. Certo che lo spettacolo si salva e la recitazione c'è, una cosa che non si può dire di Un Giorno Speciale.
giovedì 11 ottobre 2012
Off topic: Un Giorno Speciale
Ogni tanto mi faccio del male e vado a vedere un film italiano. Stavolta ho notato sul giornale le quattro stellette di critica date a questa pellicola sulle aspirazioni dei giovani e sul pegno che comunque bisogna pagare al politicante di turno per avere la spintarella. Regista impegnata, figlia d'arte. Ok, la classica formula per una cosa orripilante, mi son detto, e non ho resistito alla tentazione di andarlo a vedere per verificare se ci avevo azzeccato.
A onor del vero, il cinema si trovava a pochissima distanza dal mio luogo di lavoro e l'orario coincideva perfettamente alla bisogna, se no questa me la sarei risparmiata.
Quando i maledetti yankee parlano di tematiche serie a volte lo fanno all'europea (esempio: Michael Moore, che è comunque più interessante dei nostri), a volte sanno creare una metafora molto ben calzante mentre la storia principale finge di parlare d'altro, a volte te lo sanno esprimere con lo spettacolo puro. Sanno miscelare tutto con il vero cinema, in genere.
Il cinema italiano no. E' didascalico, è palloso, manda i messaggi che vuol trasmettere pesanti e insistenti come una lezione in cui il professore ti sottolinea tre volte il punto che vuole farti entrare nella capoccia (e proprio per questo, ovviamente, non ci riesce). Ma bando a queste banalità.
Un Giorno Speciale, di Francesca (figlia-di-Luigi) Comencini, tratto dal romanzo Il Cielo con un Dito di Claudio Bigagli, parla di due "poveri ma belli" nelle spire dell'Italia vecchia e corrotta dei politici e dei preti, da cui bisogna sempre passare per poter ottenere il lavoro e la carriera. Lei, attricetta, la vediamo al momento della sveglia mattutina in una qualcunque casa della periferia di Roma, deve uscire presto, incoraggiata dalla madre, per fare atto di autopromozione concedendosi alle voglie di un parlamentare (il tutto espresso tra madre e figlia girando intorno al concetto). Lui arriva a prenderla per portarla alla bisogna, in qualità di autista in giacca e cravatta e su macchinona nera, impacciato al primo giorno di lavoro (lavoro ottenuto non per merito, ma per spintarella, lui non ha grandi doti e lo ammette). Il politco però ha da fare e i due giovincelli vanno in giro e pranzano insieme, si conoscono e rompono il ghiaccio. Poi però la realtà ritornerà alla carica e... il seguito è perfettamente prevedibile.
Cosa dire? La solita storia: sguardo ideologico che travisa la realtà e la rende cartapesta anche quando ci si sforza di fare del realismo. La recitazione a volte faticosa. Il romanesco. Le situazioni scontate e più che classiche. Prodotto con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ma la smettete di far 'sta roba con i miei soldi?). Eccetera.
Pensiero malvagio: chissà se le maestranze e i giovani tecnici diretti da cotanta regista non abbian pensato di essere nella stessa situazione dei due ragazzi del film, quanto a carriere negate e opportunità bloccate.
Link malvagio: una recensione in toni meno accesi dei miei ma qua e là molto più aguzza e feroce (Il viaggio di Gina e Marco tradisce infatti l’esotismo che, agli occhi della Comencini, deve avere la vita dei giovani di periferia). Per inciso, condivido l'affermazione che la tipa che si concede al politico per averne un vantaggio metta in atto una scelta, e quindi non possa commuovere. M'è venuta in mente, mentre vedevo il film, Jennifer Connelly nel ruolo della tossica in Requiem for a Dream. Altro personaggio che non ha che da biasimare se stesso. Un po' come il cinema italiano.
A onor del vero, il cinema si trovava a pochissima distanza dal mio luogo di lavoro e l'orario coincideva perfettamente alla bisogna, se no questa me la sarei risparmiata.
Quando i maledetti yankee parlano di tematiche serie a volte lo fanno all'europea (esempio: Michael Moore, che è comunque più interessante dei nostri), a volte sanno creare una metafora molto ben calzante mentre la storia principale finge di parlare d'altro, a volte te lo sanno esprimere con lo spettacolo puro. Sanno miscelare tutto con il vero cinema, in genere.
Il cinema italiano no. E' didascalico, è palloso, manda i messaggi che vuol trasmettere pesanti e insistenti come una lezione in cui il professore ti sottolinea tre volte il punto che vuole farti entrare nella capoccia (e proprio per questo, ovviamente, non ci riesce). Ma bando a queste banalità.
Un Giorno Speciale, di Francesca (figlia-di-Luigi) Comencini, tratto dal romanzo Il Cielo con un Dito di Claudio Bigagli, parla di due "poveri ma belli" nelle spire dell'Italia vecchia e corrotta dei politici e dei preti, da cui bisogna sempre passare per poter ottenere il lavoro e la carriera. Lei, attricetta, la vediamo al momento della sveglia mattutina in una qualcunque casa della periferia di Roma, deve uscire presto, incoraggiata dalla madre, per fare atto di autopromozione concedendosi alle voglie di un parlamentare (il tutto espresso tra madre e figlia girando intorno al concetto). Lui arriva a prenderla per portarla alla bisogna, in qualità di autista in giacca e cravatta e su macchinona nera, impacciato al primo giorno di lavoro (lavoro ottenuto non per merito, ma per spintarella, lui non ha grandi doti e lo ammette). Il politco però ha da fare e i due giovincelli vanno in giro e pranzano insieme, si conoscono e rompono il ghiaccio. Poi però la realtà ritornerà alla carica e... il seguito è perfettamente prevedibile.
Cosa dire? La solita storia: sguardo ideologico che travisa la realtà e la rende cartapesta anche quando ci si sforza di fare del realismo. La recitazione a volte faticosa. Il romanesco. Le situazioni scontate e più che classiche. Prodotto con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ma la smettete di far 'sta roba con i miei soldi?). Eccetera.
Pensiero malvagio: chissà se le maestranze e i giovani tecnici diretti da cotanta regista non abbian pensato di essere nella stessa situazione dei due ragazzi del film, quanto a carriere negate e opportunità bloccate.
Link malvagio: una recensione in toni meno accesi dei miei ma qua e là molto più aguzza e feroce (Il viaggio di Gina e Marco tradisce infatti l’esotismo che, agli occhi della Comencini, deve avere la vita dei giovani di periferia). Per inciso, condivido l'affermazione che la tipa che si concede al politico per averne un vantaggio metta in atto una scelta, e quindi non possa commuovere. M'è venuta in mente, mentre vedevo il film, Jennifer Connelly nel ruolo della tossica in Requiem for a Dream. Altro personaggio che non ha che da biasimare se stesso. Un po' come il cinema italiano.
martedì 18 settembre 2012
Off Topic: Belgio
Avrei senz'altro dovuto andarci prima, perché ci sono due attrattive che m'interessano particolarmente in questo paese: e non sto parlando della birra e della cioccolata (che pure ho assaggiato con piacere) ma delle opere dei pittori fiamminghi e dell'architettura Art Nouveau, che qui ha alcune delle più significative testimonianze (nonostante non ci sia stato alcun tentativo di conservazione fino agli anni '60-'70 e alcuni capolavori siano stati allegramente demoliti).
Peraltro il Belgio è anche il paese che vanta alcune stupende cittadine che conservano un ampio centro storico rinascimentale (Bruges, Gand, la stessa Bruxelles) e frequentemente canali navigabili che permettono visite suggestive.
Può interessare anche gli appassionati di militaria perché vi si sono svolti diversi scontri decisivi del passato (per esempio la battaglia di Waterloo che ha segnato il destino di Napoleone, e la controffensiva delle Ardenne che fu l'ultima zampata di Hitler).
Un altro interesse particolare qui è quello per i fumetti, ma l'offerta è talmente varia da caderci dentro e alla fine i miei acquisti sono stati limitati. Altro problema, ti tirano dietro Tin Tin e i Puffi a ogni pié sospinto, e sebbene io ami il fumetto "all'europea" di questi specifici personaggi non mi è mai importato molto.
Devo fare una confessione. Il Centre Belge de la Bande Dessinée a Bruxelles (ospitato da una stupenda struttura costruita da Horta, il papà dell'Art Nouveau belga) mi ha purtroppo dato l'impressione di una nostalgica memoria del passato glorioso più che testimonianza di un vibrante presente, per quanto i paesi francofoni (il Belgio lo è per metà) siano l'ultima roccaforte del fumetto occidentale.
A dire la verità in una settimana non ho visto tutto quello che avrei voluto, perché c'è veramente troppa offerta. Ho fatto gran camminate guardandomi attorno (approfittando anche di un ottimo sistema di mezzi pubblici quando possibile e opportuno), fatto puntate in diverse località e visitato alcuni musei, ma c'era veramente molto di più di quello che ho potuto raggiungere.
Alcune note negative di Bruxelles (dove ho dormito): l'albergo con la stanza così piccola che non si poteva fare il giro del letto ma bisognava scavalcarlo per aprire l'armadio; gente che chiede soldi insistentemente (e quelli che m'hanno preoccupato di più non erano extracomunitari, ma biondi e ariani), troppi ubriachi e strafatti in giro (però non più che in qualsiasi città del nordeuropa che si rispetti), prezzi altissimi e la presenza del quartiere EU, ovvero la prossima capitale europea, che nascerà proprio qui e sarà ospitata in orrende schifezze in vetrocemento.
Comunque se trovate tempo e quattrini, fate un salto in Belgio. Val la pena.
Peraltro il Belgio è anche il paese che vanta alcune stupende cittadine che conservano un ampio centro storico rinascimentale (Bruges, Gand, la stessa Bruxelles) e frequentemente canali navigabili che permettono visite suggestive.
Può interessare anche gli appassionati di militaria perché vi si sono svolti diversi scontri decisivi del passato (per esempio la battaglia di Waterloo che ha segnato il destino di Napoleone, e la controffensiva delle Ardenne che fu l'ultima zampata di Hitler).
Art Nouveau e storia del fumetto nello stesso posto!
Un altro interesse particolare qui è quello per i fumetti, ma l'offerta è talmente varia da caderci dentro e alla fine i miei acquisti sono stati limitati. Altro problema, ti tirano dietro Tin Tin e i Puffi a ogni pié sospinto, e sebbene io ami il fumetto "all'europea" di questi specifici personaggi non mi è mai importato molto.
Devo fare una confessione. Il Centre Belge de la Bande Dessinée a Bruxelles (ospitato da una stupenda struttura costruita da Horta, il papà dell'Art Nouveau belga) mi ha purtroppo dato l'impressione di una nostalgica memoria del passato glorioso più che testimonianza di un vibrante presente, per quanto i paesi francofoni (il Belgio lo è per metà) siano l'ultima roccaforte del fumetto occidentale.
A dire la verità in una settimana non ho visto tutto quello che avrei voluto, perché c'è veramente troppa offerta. Ho fatto gran camminate guardandomi attorno (approfittando anche di un ottimo sistema di mezzi pubblici quando possibile e opportuno), fatto puntate in diverse località e visitato alcuni musei, ma c'era veramente molto di più di quello che ho potuto raggiungere.
Alcune note negative di Bruxelles (dove ho dormito): l'albergo con la stanza così piccola che non si poteva fare il giro del letto ma bisognava scavalcarlo per aprire l'armadio; gente che chiede soldi insistentemente (e quelli che m'hanno preoccupato di più non erano extracomunitari, ma biondi e ariani), troppi ubriachi e strafatti in giro (però non più che in qualsiasi città del nordeuropa che si rispetti), prezzi altissimi e la presenza del quartiere EU, ovvero la prossima capitale europea, che nascerà proprio qui e sarà ospitata in orrende schifezze in vetrocemento.
Comunque se trovate tempo e quattrini, fate un salto in Belgio. Val la pena.
L'orrore: sui palazzi eleganti e tradizionali che circondano il delizioso stagno in piazza Marie-Louise incombe il mostro di cemento dell'Unione Europea
venerdì 11 maggio 2012
Facendo i debiti scongiuri (off topic)
Una cosa che ogni tanto (per fortuna raramente) mi viene in mente. Cosa succede ai propri account di email, blog, siti internet, profili sui forum e sui social network il giorno in cui lasciamo questa valle di lacrime?
Per esempio. A quanto pare ogni anno, scrive il Corriere, mezzo milione di utenti di facebook statunitensi passano a miglior vita. Ci sono già iniziative per proteggere le chiavi di accesso, permettere agli "esecutori testamentari" di chiudere i rapporti, tramandare ai propri cari i documenti che si vuol fare avere loro.
Un po' macabro, ma in effetti bisogna pensarci. Fate i debiti scongiuri e preparate il vostro testamento digitale...
Per esempio. A quanto pare ogni anno, scrive il Corriere, mezzo milione di utenti di facebook statunitensi passano a miglior vita. Ci sono già iniziative per proteggere le chiavi di accesso, permettere agli "esecutori testamentari" di chiudere i rapporti, tramandare ai propri cari i documenti che si vuol fare avere loro.
Un po' macabro, ma in effetti bisogna pensarci. Fate i debiti scongiuri e preparate il vostro testamento digitale...
sabato 27 agosto 2011
Off Topic: Mentre tutto va in malora
Due anni e mezzo fa mi sono permesso uno svarione socio-politico-economico quando ho esaminato (con la curiosità del lettore di fantascienza e dell'analizzatore di mondi) la crisi che stava minacciando il mondo occidentale (questo l'articolo).
Oggi ho la sgradevole sensazione che si ha quando si è previsto che le cose si stiano mettendo male e si constata di aver avuto ragione. La crisi prosegue e la globalizzazione è in buona parte realizzata, anche se forse il peggio deve ancora venire, diciamo che le conseguenze sono ormai ovvie: ora bisogna pagare il conto. Bisogna pagarlo in termini di impoverimento che per qualcuno sarà relativo, per altri arriverà a livelli più o meno terzomondiali, e che dovrebbe spaventarvi tutti, a meno che non facciate parte della categoria di quelli che (sulla pelle degli altri?) riescono a stare a galla. Come dicono gli yankee, you know who you are.
Se pensate che sia esagerato quello che dico, riflettete sul fatto che dopo le ultime generazioni di 55-60enni che in questo periodo vanno in quiescenza col vecchio sistema, le pensioni saranno sempre più da fame (e del "secondo pilastro" che bisognava creare con le forme di previdenza private s'è visto poco o niente perché anche chi lavora ha a malapena il denaro per vivere e pagare il mutuo casa). Considerando la disoccupazione che non sarà facilmente riassorbita e la stretta ai pubblici servizi, oltre al fatto che il calo dei consumi può solo portare ancora altra disoccupazione, credo che se anche non ci fosse una nuova crisi nel giro di pochi anni il nostro paese presenterà un panorama che non avremmo sospettato all'inizio di questo sventurato millennio.
Del resto ora non si parla più di recessione, ma di contrazione, che ha un senso molto più definitivo.
Quindi di una cosa possiamo stare sicuri: avremo una società con molti meno quattrini in circolazione, che sarà anche una società dove gli sconfitti diventeranno probabilmente "invisibili," gente la cui realtà e i cui problemi non interesseranno a quelli che stanno ancora a galla. Perché, se continua così, un sacco di gente scivolerà pian piano nella merda in maniera definitiva, e questo non farà notizia. D'altra parte i media ormai sono controllati praticamente solo da miliardari.
Tanti poveri. Come quelli che a Londra e nelle altre città inglesi si sono concessi una vacanza rubando nei negozi, che tanto nella loro vita, fatta di sussidii minimi e zero prospettive, probabilmente rischiare la galera non cambia molto. Due anni fa nel mio post ipotizzavo un risorgere delle ideologie, di fronte all'egoismo immorale degli sfruttatori e alla violenza della crisi. Questo tipo di capitalismo in effetti è quello che ci vuole per fare una cura ringiovanente al buon vecchio Carlo Marx, che potrebbe tornare in gran voga, magari in qualche forma nuova (che non nascerà da noi perché escludo che i nostri politici di sinistra riescano ancora a pensare). O forse la novità verrà dall'ultradestra. O forse no, avremo solo la feccia rabbiosa stile ghetto degli Stati Uniti, che sa solo creare esplosioni di violenza per qualche giorno, feccia priva di idee, di programmi, e della forma mentis necessaria per entrambi.
Oppure qualche potere forte deciderà di bloccare questo processo da qualche parte, magari con una bella guerra.
Link per riflettere:
Recensione di un libro sull'eredità del marxismo. In italiano.
Un articolo in inglese, un po' sul satirico, riguardo alla necessità di fare una bella guerra per far finire la recessione (ma i paragoni con la Seconda Guerra Mondiale sono sballati, ora il contesto è ben diverso). In termini più seri si è espresso anche Paul Krugman, economista USA.
Nella foto, la prima portaerei cinese. Alla domanda (impertinente?) da parte degli USA sul perché sentissero di aver bisogno di una portaerei, i Cinesi (legittimamente?) hanno risposto slo che devono "fare addestramento ed esperimenti."
Oggi ho la sgradevole sensazione che si ha quando si è previsto che le cose si stiano mettendo male e si constata di aver avuto ragione. La crisi prosegue e la globalizzazione è in buona parte realizzata, anche se forse il peggio deve ancora venire, diciamo che le conseguenze sono ormai ovvie: ora bisogna pagare il conto. Bisogna pagarlo in termini di impoverimento che per qualcuno sarà relativo, per altri arriverà a livelli più o meno terzomondiali, e che dovrebbe spaventarvi tutti, a meno che non facciate parte della categoria di quelli che (sulla pelle degli altri?) riescono a stare a galla. Come dicono gli yankee, you know who you are.
Se pensate che sia esagerato quello che dico, riflettete sul fatto che dopo le ultime generazioni di 55-60enni che in questo periodo vanno in quiescenza col vecchio sistema, le pensioni saranno sempre più da fame (e del "secondo pilastro" che bisognava creare con le forme di previdenza private s'è visto poco o niente perché anche chi lavora ha a malapena il denaro per vivere e pagare il mutuo casa). Considerando la disoccupazione che non sarà facilmente riassorbita e la stretta ai pubblici servizi, oltre al fatto che il calo dei consumi può solo portare ancora altra disoccupazione, credo che se anche non ci fosse una nuova crisi nel giro di pochi anni il nostro paese presenterà un panorama che non avremmo sospettato all'inizio di questo sventurato millennio.
Del resto ora non si parla più di recessione, ma di contrazione, che ha un senso molto più definitivo.
Quindi di una cosa possiamo stare sicuri: avremo una società con molti meno quattrini in circolazione, che sarà anche una società dove gli sconfitti diventeranno probabilmente "invisibili," gente la cui realtà e i cui problemi non interesseranno a quelli che stanno ancora a galla. Perché, se continua così, un sacco di gente scivolerà pian piano nella merda in maniera definitiva, e questo non farà notizia. D'altra parte i media ormai sono controllati praticamente solo da miliardari.
Tanti poveri. Come quelli che a Londra e nelle altre città inglesi si sono concessi una vacanza rubando nei negozi, che tanto nella loro vita, fatta di sussidii minimi e zero prospettive, probabilmente rischiare la galera non cambia molto. Due anni fa nel mio post ipotizzavo un risorgere delle ideologie, di fronte all'egoismo immorale degli sfruttatori e alla violenza della crisi. Questo tipo di capitalismo in effetti è quello che ci vuole per fare una cura ringiovanente al buon vecchio Carlo Marx, che potrebbe tornare in gran voga, magari in qualche forma nuova (che non nascerà da noi perché escludo che i nostri politici di sinistra riescano ancora a pensare). O forse la novità verrà dall'ultradestra. O forse no, avremo solo la feccia rabbiosa stile ghetto degli Stati Uniti, che sa solo creare esplosioni di violenza per qualche giorno, feccia priva di idee, di programmi, e della forma mentis necessaria per entrambi.
Oppure qualche potere forte deciderà di bloccare questo processo da qualche parte, magari con una bella guerra.
Link per riflettere: Recensione di un libro sull'eredità del marxismo. In italiano.
Un articolo in inglese, un po' sul satirico, riguardo alla necessità di fare una bella guerra per far finire la recessione (ma i paragoni con la Seconda Guerra Mondiale sono sballati, ora il contesto è ben diverso). In termini più seri si è espresso anche Paul Krugman, economista USA.
Nella foto, la prima portaerei cinese. Alla domanda (impertinente?) da parte degli USA sul perché sentissero di aver bisogno di una portaerei, i Cinesi (legittimamente?) hanno risposto slo che devono "fare addestramento ed esperimenti."
domenica 23 gennaio 2011
L'Azteco
Iniziamo con l'ammettere che qui il fantastico non c'entra. Il libro si intitola L'Azteco e narra dei Mexica, o Aztechi, e di come vennero schiacciati dall'invasione di Cortes. Per me quegli eventi sono straordinariamente interessanti, come interessante era la cultura che venne spazzata via, perciò ho letto questo romanzo storico con piacere anche se di solito non apprezzo molto la categoria.
O meglio: se i personaggi e gli eventi reali compaiono poco o niente e stanno sullo sfondo, mi sta bene, se si mette in bocca a un persoanggio veramente esistito una frase che non ha detto, o gli vengono fatte compiere azioni che non ha compiuto, divento estremamente schizzinoso.
Questo romanzo storico in particolare, secondo me, soffre anche di altri problemi che, ammetto, sono frequenti e difficilmente evitabili: l'anacronismo del modo di parlare e di pensare è uno di essi.
Inoltre, nonostante l'autore sia senz'altro preparato, alcuni fatti storici sono modificati a favore della narrazione (male!) e avvengono una certa quantità di fatti improbabili.
Detto tutto questo, e nonostante siano difetti che soffro più di molti altri lettori, fondamentalmente mi sono goduto la lettura.
Gary Jennings, che pubblicò l'Azteco nel 1980, è morto nel 1999 poco dopo averne scritto un seguito. Dopo la sua morte l'opera ha avuto il mesto destino dei bestseller, venendo ulteriormente continuata da un altro scrittore. Quella che viene narrata in questo primo libro è la storia di Mixtli, la cui parabola parte da una località oscura, si sposta alla capitale Azteca (Tenochtitlan) e lo conduce in tutta una serie di viaggi, finché il nostro protagonista riuscirà a diventare nobile, per poi perdere tutto. Il libro è molto lungo (oltre 1000 pagine), un particolare che generalmente non mi è gradito. Devo però riconoscere che Jennings ha saputo creare un affresco di ampio respiro, un personaggio cui mi sono affezionato e che ho lasciato con dispiacere.
Il libro è strutturato in lettere, che sarebbero la fedele trascrizione di ciò che Mixtli racconta ai frati che ne raccolgono le memorie, accompagnate da una relazione del perfido vescovo Zumurraga, che spedisce questo materiale al sovrano spagnolo Carlo V, desideroso di sapere la storia di questo mondo che i suoi soldati hanno schiacciato.
Mixtli nasce prima dell'arrivo degli stranieri bianchi, e si segnala per la propria intelligenza e intraprendenza fin da bambino. Pur nascendo in una classe sociale che avrebbe dovuto escluderlo da certe conoscenze diventerà abile nella tecnica di scrittura assai particolare del suo mondo: ma le sue avventure sono spesso sfortunate e si farà anche dei nemici molto insistenti nel cercare di rovinarlo.
Ci sono anche scene di sesso di ogni genere e variazione, con il narratore che si diverte a tormentare le pudiche orecchie del vescovo e farlo fuggire infuriato: in effetti sembra proprio che il nostro azteco faccia apposta. O forse dovrei dire che fa apposta lo scrittore, a solleticare il lettore con questo eccesso di scene piccanti. Per me è una esagerazione.
Un altro aspetto dove l'azteco incontra lo sfavore inorridito dei frati che ne trascrivono le memorie è ovviamente quello della religione sanguinaria praticata dai sacerdoti del suo popolo. Mixtli tende a minimizzare e a trovare delle ragioni per quegli eccessi, e lascia chiaramente trasparire come la propria conversione al cristianesimo sia solo una superficiale convenienza. Poi mette spesso il dito nella piaga rivelando gli errori dei suoi nuovi padroni, e sottintende che i cristiani per tanti aspetti non sono meglio dei sacerdoti aztechi (attirandosi l'odio del vescovo).
In realtà, e qui Jennings forse ha qualche incertezza su come costruire il proprio personaggio, Mixtli odia i fanatismi dei preti messicani non meno dell'ipocrisia e pudicizia cristiana. Tuttavia (e non potrebbe essere diversamente) più o meno è un credente e segue la sua religione (che storicamente venne difesa dalla maggioranza del resto: l'orrore cristiano per i sacrifici umani spesso non era apprezzato nemmeno dalle vittime designate di tali sacrifici).
Manca purtroppo quello che forse non avrei dovuto nemmeno sperare di trovare: una credibile, convincente versione della visione del mondo di questo popolo che si era inventato divinità terrorizzanti, spietate, che chiedevano sangue a dismisura per concedere agli uomini di sopravvivere.
Jennings ha scritto un bel libro, si è ben documentato, ma non credo sia riuscito davvero a penetrare nella mente degli Aztechi.
O meglio: se i personaggi e gli eventi reali compaiono poco o niente e stanno sullo sfondo, mi sta bene, se si mette in bocca a un persoanggio veramente esistito una frase che non ha detto, o gli vengono fatte compiere azioni che non ha compiuto, divento estremamente schizzinoso.
Questo romanzo storico in particolare, secondo me, soffre anche di altri problemi che, ammetto, sono frequenti e difficilmente evitabili: l'anacronismo del modo di parlare e di pensare è uno di essi.
Inoltre, nonostante l'autore sia senz'altro preparato, alcuni fatti storici sono modificati a favore della narrazione (male!) e avvengono una certa quantità di fatti improbabili.
Detto tutto questo, e nonostante siano difetti che soffro più di molti altri lettori, fondamentalmente mi sono goduto la lettura.
Gary Jennings, che pubblicò l'Azteco nel 1980, è morto nel 1999 poco dopo averne scritto un seguito. Dopo la sua morte l'opera ha avuto il mesto destino dei bestseller, venendo ulteriormente continuata da un altro scrittore. Quella che viene narrata in questo primo libro è la storia di Mixtli, la cui parabola parte da una località oscura, si sposta alla capitale Azteca (Tenochtitlan) e lo conduce in tutta una serie di viaggi, finché il nostro protagonista riuscirà a diventare nobile, per poi perdere tutto. Il libro è molto lungo (oltre 1000 pagine), un particolare che generalmente non mi è gradito. Devo però riconoscere che Jennings ha saputo creare un affresco di ampio respiro, un personaggio cui mi sono affezionato e che ho lasciato con dispiacere.
Il libro è strutturato in lettere, che sarebbero la fedele trascrizione di ciò che Mixtli racconta ai frati che ne raccolgono le memorie, accompagnate da una relazione del perfido vescovo Zumurraga, che spedisce questo materiale al sovrano spagnolo Carlo V, desideroso di sapere la storia di questo mondo che i suoi soldati hanno schiacciato.
Mixtli nasce prima dell'arrivo degli stranieri bianchi, e si segnala per la propria intelligenza e intraprendenza fin da bambino. Pur nascendo in una classe sociale che avrebbe dovuto escluderlo da certe conoscenze diventerà abile nella tecnica di scrittura assai particolare del suo mondo: ma le sue avventure sono spesso sfortunate e si farà anche dei nemici molto insistenti nel cercare di rovinarlo.
Ci sono anche scene di sesso di ogni genere e variazione, con il narratore che si diverte a tormentare le pudiche orecchie del vescovo e farlo fuggire infuriato: in effetti sembra proprio che il nostro azteco faccia apposta. O forse dovrei dire che fa apposta lo scrittore, a solleticare il lettore con questo eccesso di scene piccanti. Per me è una esagerazione.
Un altro aspetto dove l'azteco incontra lo sfavore inorridito dei frati che ne trascrivono le memorie è ovviamente quello della religione sanguinaria praticata dai sacerdoti del suo popolo. Mixtli tende a minimizzare e a trovare delle ragioni per quegli eccessi, e lascia chiaramente trasparire come la propria conversione al cristianesimo sia solo una superficiale convenienza. Poi mette spesso il dito nella piaga rivelando gli errori dei suoi nuovi padroni, e sottintende che i cristiani per tanti aspetti non sono meglio dei sacerdoti aztechi (attirandosi l'odio del vescovo).
In realtà, e qui Jennings forse ha qualche incertezza su come costruire il proprio personaggio, Mixtli odia i fanatismi dei preti messicani non meno dell'ipocrisia e pudicizia cristiana. Tuttavia (e non potrebbe essere diversamente) più o meno è un credente e segue la sua religione (che storicamente venne difesa dalla maggioranza del resto: l'orrore cristiano per i sacrifici umani spesso non era apprezzato nemmeno dalle vittime designate di tali sacrifici).
Manca purtroppo quello che forse non avrei dovuto nemmeno sperare di trovare: una credibile, convincente versione della visione del mondo di questo popolo che si era inventato divinità terrorizzanti, spietate, che chiedevano sangue a dismisura per concedere agli uomini di sopravvivere.
Jennings ha scritto un bel libro, si è ben documentato, ma non credo sia riuscito davvero a penetrare nella mente degli Aztechi.
venerdì 7 gennaio 2011
Vecchi film da rivedere (off topic)
Lasciando da parte i film relativi al fantastico, provo a fare una carrellata di titoli che ho trovato interessanti negli anni. Qualcuno famoso, e diversi no, anzi forse di alcuni a malapena avete sentito parlare: ma se vi ritrovate almeno un po' nei miei gusti, potreste scoprire qualche bel film da recuperare.
El Alamein la Linea del Fuoco di Monteleone è un film italiano che con un modesto budget cerca di offrire un punto di vista sulla famosa battaglia. Le scene dove servivano i mezzi militari (carri armati ecc...) sono abbastanza penose, ma il film è molto bello. Se vi piacciono i film di guerra ovviamente.
Flags of our Fathers il buon Clint Eastwood, ex ispettore Callahan (Callaghan in Italia) una volta era ritenuto personaggio reazionario per eccellenza (beh, uno dei tanti, diciamo), però deve essere cambiato invecchiando. Questo film narra tutta l'ipocrisia dietro i meccanismi della propaganda, e la fine triste di alcuni "eroi" dopo la guerra. Esagera sullo strappalacrime ma è comunque di una potenza espressiva incredibile. Depressivo, però. Mi ci è voluta mezza bottiglia di vodka per riuscire a finirlo.
La Croce di Ferro di Sam Peckinpah è un truce e realistico film degli anni '70 sulla seconda guerra mondiale: il regista indulge nelle scene di strage con un montaggio allucinato e le sue famose scene al rallentatore, e rappresenta una sfida tra l'ufficiale aristocratico (a caccia di decorazioni senza però alcuna voglia di farsi male) e il sergentaccio proletario (che disprezza la divisa, però conosce il mestiere). Ma secondo me il tracollo della Wehrmacht e la fine delle illusioni di conquista rubano la scena e diventano, da scenario di sottofondo, il vero tema del film.
La Rosa Bianca - Sophie Scholl
Film tedesco del 2005 sul movimento di resistenza giovanile della Rosa Bianca è una descrizione (più accurata possibile, con l'uso di documenti fino a poco tempo fa sepolti negli archivi della Germania Est) degli ultimi giorni di Sophie Scholl, anzi il titolo originale tradotto in italiano suonerebbe proprio "Sophie Scholl - Gli ultimi giorni". L'attenzione maggiore è basata su questo personaggio anche se non era la leader del gruppo (piuttosto era il fratello). Il film è molto intenso, a mio parere da vedere assolutamente, anche se per molti aspetti convenzionale nei ritmi e nello svolgimento. Non c'è quasi nulla purtroppo sul contesto in cui questo movimento si è creato o sulla vita di questi personaggi prima della loro cattura, anche perché un altro film tedesco sulla Rosa Bianca aveva narrato gli stessi eventi partendo da molto più lontano. Solo un accenno all'eredità del gruppo: i volantini che costarono la vita a questi giovani vennero ristampati e lanciati in grande stile dagli Alleati sulla Germania con gli aerei. Ma erano gli stessi Alleati che non avevano mai aperto seri contatti con la resistenza tedesca e che, con la dichiarata intenzione di ridurre la Germania a uno stato povero e deindustrializzato in perpetua schiavitù, avevano cementato il popolo tedesco attorno alla leadership di Hitler, come unica salvezza possibile.
Salò o le 120 Giornate di Sodoma questo vecchio e controverso film di Pasolini è estremamente particolare, sconcertante, bizzarro. Quali che siano le vostre aspettative intellettuali, non illudetevi però di vedere nulla di eccitante, e tantomeno del raffinato erotismo, bensì tantissime scene repellenti, tra schifezze di ogni genere
Fight Club La prima regola del fight club è: non parlare del fight club... film del '99, una pellicola che rompe gli schemi, tratta da un libro che fa altrettanto. Per certi aspetti non sembra nemmeno un film americano, ma qui sto facendo parlare i miei pregiudizi. Satira sociale, satira sul sistema della pubblicità e sull'alienazione, ribellione che non trova una risposta e si sfoga con atti insensati o masochistici... fino a che non salta fuori che qualcuno ha un piano per far saltare tutto il sistema... roba fuori di testa ovviamente, ma fa riflettere: soprattutto, sul fatto che probabilmente ti sentirai almeno in parte dalla parte del piano. Il film ovviamente a quel punto si divide nei due punti di vista contrastanti: perché? Beh, è da vedere per capirlo. Un film consigliato soprattutto ai maschietti, ovviamente...
Le Vite degli Altri è un film che ha avuto poca risonanza da noi ma parecchia all'estero e ovviamente in Germania, dove è ambientata la vicenda. Esiste un elemento, diciamo, "fantastico:" un funzionario della Stasi (servizi segreti) che decide di proteggere un artista anziché distruggerlo, come vorrebbe un potente che concupisce la sua donna (una attrice). Una storia tutta da vedere che percorre le tappe dell'agonia della DDR, una storia di oppressione e libertà strangolata, di coraggio, opportunismo e terrore, di squallore e rassegnazione. Poi c'è anche la gente che rimpiange i "bei tempi" (in Germania la chiamano Ostalgie, e poiché Ost significa Est si capisce facilmente il gioco di parole), ma da questo film ho avuto confermate le mie impressioni di viaggio: ovvero che a vivere in quei regimi uno doveva sentirsi l'anima schiacciata giorno dopo giorno...
Fucking Åmål di Moodysson. Se sono comparsi dei caratteri incomprensibili sul vostro schermo, ve lo riscrivo senza le lettere svedesi: Fucking Amal. Poverini gli abitanti: la loro città è stata scelta dal regista Moodysson come prototipo del paesotto di provincia dove non succede mai niente. Qui vi ha collocato una storia di amore gay tra due giovanissime, scegliendo come protagoniste (birbante birbante) due simpatiche attrici molto accattivanti, carine e brave.
Agnes è triste, isolata e consapevole di essere lesbica: ama Elin, una ragazza popolare a scuola ma insoddisfatta di tutto, e che a malapena la conosce. Elin raggiunge faticosamente la sua consapevolezza e affronta la dura prova del distacco dal gruppo (uno poi si chiede: sai che fatica, tra ragazzi immaturi, le classiche amiche stronze ecc...) e dell'affermazione della propria identità. Inizio lento con alcune scene abbastanza cliché, ma grande storia.
Come te nessuno mai di Muccino; incredibile: un film italiano che parla di politica, scuola, adolescenti, contestazione ecc... e pur non essendo certo un capolavoro non è una cazzata folle! Solo per questo val la pena di vederlo. Peccato però per la parlata romanesca di tutti quanti.
Diritti civili, lotte civili ecc...
Visto che c'è Charlize Teron (e con quel film ha vinto pure l'Oscar) immagino che abbiate già visto Monster con la sua tematica (fra l'altro) sulla pena di morte.
Un altro da vedere assolutamente: Dead man walking (quello del 1995 con Susan Sarandon e Sean Penn). Non è roba proprio leggerissima: lei è una suora che si offre di fare da consigliere spirituale per un condannato a morte. Lui, che aspetta da anni il giorno dell'esecuzione, accetta. Ma è uno sbruffone che non ammette i crimini che ha commesso, per lui il cammino del pentimento sarà difficile. Un film duro e senza compromessi, performance da Oscar per Sean Penn (ma non glielo diedero).
Più o meno nello stesso periodo è uscito un altro film con simile tema: Difesa ad Oltranza (Last Dance) con Sharon Stone nel ruolo della (condannata) protagonista. Non mi dispiacque, ma come profondità e maturità nel trattamento del tema questa pellicola non ce la fa proprio a reggere il paragone con Dead Man Walking.
Concluderei con Bloody Sunday, imperdibile film sulla "domenica di sangue" del 1972 in Irlanda del Nord.
Guerra e Storia
El Alamein la Linea del Fuoco di Monteleone è un film italiano che con un modesto budget cerca di offrire un punto di vista sulla famosa battaglia. Le scene dove servivano i mezzi militari (carri armati ecc...) sono abbastanza penose, ma il film è molto bello. Se vi piacciono i film di guerra ovviamente.
Flags of our Fathers il buon Clint Eastwood, ex ispettore Callahan (Callaghan in Italia) una volta era ritenuto personaggio reazionario per eccellenza (beh, uno dei tanti, diciamo), però deve essere cambiato invecchiando. Questo film narra tutta l'ipocrisia dietro i meccanismi della propaganda, e la fine triste di alcuni "eroi" dopo la guerra. Esagera sullo strappalacrime ma è comunque di una potenza espressiva incredibile. Depressivo, però. Mi ci è voluta mezza bottiglia di vodka per riuscire a finirlo.
La Croce di Ferro di Sam Peckinpah è un truce e realistico film degli anni '70 sulla seconda guerra mondiale: il regista indulge nelle scene di strage con un montaggio allucinato e le sue famose scene al rallentatore, e rappresenta una sfida tra l'ufficiale aristocratico (a caccia di decorazioni senza però alcuna voglia di farsi male) e il sergentaccio proletario (che disprezza la divisa, però conosce il mestiere). Ma secondo me il tracollo della Wehrmacht e la fine delle illusioni di conquista rubano la scena e diventano, da scenario di sottofondo, il vero tema del film.
La Rosa Bianca - Sophie Scholl
Film tedesco del 2005 sul movimento di resistenza giovanile della Rosa Bianca è una descrizione (più accurata possibile, con l'uso di documenti fino a poco tempo fa sepolti negli archivi della Germania Est) degli ultimi giorni di Sophie Scholl, anzi il titolo originale tradotto in italiano suonerebbe proprio "Sophie Scholl - Gli ultimi giorni". L'attenzione maggiore è basata su questo personaggio anche se non era la leader del gruppo (piuttosto era il fratello). Il film è molto intenso, a mio parere da vedere assolutamente, anche se per molti aspetti convenzionale nei ritmi e nello svolgimento. Non c'è quasi nulla purtroppo sul contesto in cui questo movimento si è creato o sulla vita di questi personaggi prima della loro cattura, anche perché un altro film tedesco sulla Rosa Bianca aveva narrato gli stessi eventi partendo da molto più lontano. Solo un accenno all'eredità del gruppo: i volantini che costarono la vita a questi giovani vennero ristampati e lanciati in grande stile dagli Alleati sulla Germania con gli aerei. Ma erano gli stessi Alleati che non avevano mai aperto seri contatti con la resistenza tedesca e che, con la dichiarata intenzione di ridurre la Germania a uno stato povero e deindustrializzato in perpetua schiavitù, avevano cementato il popolo tedesco attorno alla leadership di Hitler, come unica salvezza possibile.
Strani, stravaganti e pazzeschi
Salò o le 120 Giornate di Sodoma questo vecchio e controverso film di Pasolini è estremamente particolare, sconcertante, bizzarro. Quali che siano le vostre aspettative intellettuali, non illudetevi però di vedere nulla di eccitante, e tantomeno del raffinato erotismo, bensì tantissime scene repellenti, tra schifezze di ogni genere
Fight Club La prima regola del fight club è: non parlare del fight club... film del '99, una pellicola che rompe gli schemi, tratta da un libro che fa altrettanto. Per certi aspetti non sembra nemmeno un film americano, ma qui sto facendo parlare i miei pregiudizi. Satira sociale, satira sul sistema della pubblicità e sull'alienazione, ribellione che non trova una risposta e si sfoga con atti insensati o masochistici... fino a che non salta fuori che qualcuno ha un piano per far saltare tutto il sistema... roba fuori di testa ovviamente, ma fa riflettere: soprattutto, sul fatto che probabilmente ti sentirai almeno in parte dalla parte del piano. Il film ovviamente a quel punto si divide nei due punti di vista contrastanti: perché? Beh, è da vedere per capirlo. Un film consigliato soprattutto ai maschietti, ovviamente...
Politici, sociali
Le Vite degli Altri è un film che ha avuto poca risonanza da noi ma parecchia all'estero e ovviamente in Germania, dove è ambientata la vicenda. Esiste un elemento, diciamo, "fantastico:" un funzionario della Stasi (servizi segreti) che decide di proteggere un artista anziché distruggerlo, come vorrebbe un potente che concupisce la sua donna (una attrice). Una storia tutta da vedere che percorre le tappe dell'agonia della DDR, una storia di oppressione e libertà strangolata, di coraggio, opportunismo e terrore, di squallore e rassegnazione. Poi c'è anche la gente che rimpiange i "bei tempi" (in Germania la chiamano Ostalgie, e poiché Ost significa Est si capisce facilmente il gioco di parole), ma da questo film ho avuto confermate le mie impressioni di viaggio: ovvero che a vivere in quei regimi uno doveva sentirsi l'anima schiacciata giorno dopo giorno...
Giovanili
Fucking Åmål di Moodysson. Se sono comparsi dei caratteri incomprensibili sul vostro schermo, ve lo riscrivo senza le lettere svedesi: Fucking Amal. Poverini gli abitanti: la loro città è stata scelta dal regista Moodysson come prototipo del paesotto di provincia dove non succede mai niente. Qui vi ha collocato una storia di amore gay tra due giovanissime, scegliendo come protagoniste (birbante birbante) due simpatiche attrici molto accattivanti, carine e brave.
Agnes è triste, isolata e consapevole di essere lesbica: ama Elin, una ragazza popolare a scuola ma insoddisfatta di tutto, e che a malapena la conosce. Elin raggiunge faticosamente la sua consapevolezza e affronta la dura prova del distacco dal gruppo (uno poi si chiede: sai che fatica, tra ragazzi immaturi, le classiche amiche stronze ecc...) e dell'affermazione della propria identità. Inizio lento con alcune scene abbastanza cliché, ma grande storia.
Come te nessuno mai di Muccino; incredibile: un film italiano che parla di politica, scuola, adolescenti, contestazione ecc... e pur non essendo certo un capolavoro non è una cazzata folle! Solo per questo val la pena di vederlo. Peccato però per la parlata romanesca di tutti quanti.
Diritti civili, lotte civili ecc...
Visto che c'è Charlize Teron (e con quel film ha vinto pure l'Oscar) immagino che abbiate già visto Monster con la sua tematica (fra l'altro) sulla pena di morte.
Un altro da vedere assolutamente: Dead man walking (quello del 1995 con Susan Sarandon e Sean Penn). Non è roba proprio leggerissima: lei è una suora che si offre di fare da consigliere spirituale per un condannato a morte. Lui, che aspetta da anni il giorno dell'esecuzione, accetta. Ma è uno sbruffone che non ammette i crimini che ha commesso, per lui il cammino del pentimento sarà difficile. Un film duro e senza compromessi, performance da Oscar per Sean Penn (ma non glielo diedero).
Più o meno nello stesso periodo è uscito un altro film con simile tema: Difesa ad Oltranza (Last Dance) con Sharon Stone nel ruolo della (condannata) protagonista. Non mi dispiacque, ma come profondità e maturità nel trattamento del tema questa pellicola non ce la fa proprio a reggere il paragone con Dead Man Walking.
Concluderei con Bloody Sunday, imperdibile film sulla "domenica di sangue" del 1972 in Irlanda del Nord.
venerdì 17 dicembre 2010
sabato 13 novembre 2010
Off Topic: un film da non vedere
Aspetto (e probabilmente non vedrò mai) un film bello, forte, epico, senza frottole patriottiche ma senza dover necessariamente buttare tutto in vacca, sul risorgimento italiano.
Del film che esce in questi giorni, Noi Credevamo di Martone (mattone di circa tre ore) si può vedere una anteprima sul Corriere online: mi ha fatto cascare le braccia nel giro di una manciata di secondi. Classico film italiano che non può essere esportato oltre Lugano, dove in nome del realismo o di discorsi interni di noialtri si fanno le soltie scelte assassine, come recitare in dialetto (in certi momenti avrei avuto bisogno dei sottotitoli) o lanciare riferimenti alla politica di oggi. Quanto alla scelta coraggiosa, quella di raccontare il risorgimento "non come ce lo hanno fatto studiare a scuola," ma con tutta la schifezza e la cattiveria, è da vent'anni che vediamo solo spalare letame sul risorgimento. Che brillantezza intellettuale, che grande novità.
Mettiamoci una pietra sopra. Ma se per sbaglio qualcuno lo va a vedere, mi faccia sapere cosa ne pensa, per favore.
Del film che esce in questi giorni, Noi Credevamo di Martone (mattone di circa tre ore) si può vedere una anteprima sul Corriere online: mi ha fatto cascare le braccia nel giro di una manciata di secondi. Classico film italiano che non può essere esportato oltre Lugano, dove in nome del realismo o di discorsi interni di noialtri si fanno le soltie scelte assassine, come recitare in dialetto (in certi momenti avrei avuto bisogno dei sottotitoli) o lanciare riferimenti alla politica di oggi. Quanto alla scelta coraggiosa, quella di raccontare il risorgimento "non come ce lo hanno fatto studiare a scuola," ma con tutta la schifezza e la cattiveria, è da vent'anni che vediamo solo spalare letame sul risorgimento. Che brillantezza intellettuale, che grande novità.
Mettiamoci una pietra sopra. Ma se per sbaglio qualcuno lo va a vedere, mi faccia sapere cosa ne pensa, per favore.
giovedì 23 settembre 2010
L'atroce nord est
Atroce perché non è che mi abbia portato molto bene visto che ho dovuto buttar via un anno proprio da quelle parti, e perché vi associo un certo numero di tristi storie italiche. Ma non ce l'ho con chi vi abita, beninteso. Quest'anno vi ho speso anche buona parte dei miei pochi giorni di ferie.
Tra i vari luoghi che ho visitato c'è il sacrario militare di Redipuglia, dove riposano centomila soldati italiani (di cui la maggior parte non identificati) caduti nella Prima Guerra Mondiale, un bel record raggiunto anche grazie alla follia dei comandanti militari (primo fra tutti Cadorna) che ordinarono una serie ininterrotta di attacchi suicidi.
Nelle gradinate ci sono le tombe dei caduti identificati, tra cui ho avuto la sorpresa di trovarne uno con il mio cognome (il nome o altri dettagli mancavano), sorpresa che è diventata ancor più grande quando, in seguito, non sono riuscito a stabilire se si trattasse di un mio parente. Stranezze del tempo che passa e dell'avere troppe relazioni alla lontana e poche vicine.
In cima, dietro la cappella, un malinconico museo di oggetti, articoli di giornale, fotografie e testimonianze. Dall'altro lato della strada che porta al sacrario c'è il colle Sant'Elia, museo all'aperto con pezzi d'artiglieria, filo spinato, bossoli e altri elementi d'equipaggiamento, e tante lapidi che recano iscrizioni votate alla retorica più atroce, mi spiace dire.
Una fra tutte: Mamma mi ha detto: VA! E io l'aspetto qua. Obiettivamente è terrificante.
Però un'altra, una sola, aveva il tono asciutto di un epigramma greco. La lapide dedicata a un ufficiale rimasto non identificato:
Seppero il mio nome
Gli umili fanti, quando balzammo insieme
Al grido: "Avanti!"
La città di Trieste, dove ho passato un paio di giorni, è invece una località molto particolare in quanto non si ha del tutto l'impressione di essere in Italia, avendo un aspetto più da cittadina austriaca nel suo centro storico, nonché una forte minoranza slava, cognomi assai insoliti anche fra gli italiani, nonché (m'è parso) troppi uomini biondi in giro rispetto alla media del nostro paese dove sono bionde (tinte) quasi solo le donne. Eppure per via di tante note vicende sanguinose si trovano dovunque riferimenti patriottici e ricordi dei conflitti, dei bersaglieri che giunsero liberatori, di eroi e tragedie, profughi istriani, foibe e così via. Forse, in quest'epoca di particolarismo e separatismo, potrebbe essere l'ultima località del nord a sentire un legame forte per la patria. O forse no?
Dulcis in fundo, giusto un passo oltre il confine con il Veneto e quindi non lontano da quei luoghi, ho avuto il piacere di ripassare davanti alla caserma dove buttai via un anno della mia vita nel servizio militare di leva. E' passato così tanto tempo che mi sono quasi stupito di ritrovarla lì, e praticamente uguale.
Tra i vari luoghi che ho visitato c'è il sacrario militare di Redipuglia, dove riposano centomila soldati italiani (di cui la maggior parte non identificati) caduti nella Prima Guerra Mondiale, un bel record raggiunto anche grazie alla follia dei comandanti militari (primo fra tutti Cadorna) che ordinarono una serie ininterrotta di attacchi suicidi.
Nelle gradinate ci sono le tombe dei caduti identificati, tra cui ho avuto la sorpresa di trovarne uno con il mio cognome (il nome o altri dettagli mancavano), sorpresa che è diventata ancor più grande quando, in seguito, non sono riuscito a stabilire se si trattasse di un mio parente. Stranezze del tempo che passa e dell'avere troppe relazioni alla lontana e poche vicine.
In cima, dietro la cappella, un malinconico museo di oggetti, articoli di giornale, fotografie e testimonianze. Dall'altro lato della strada che porta al sacrario c'è il colle Sant'Elia, museo all'aperto con pezzi d'artiglieria, filo spinato, bossoli e altri elementi d'equipaggiamento, e tante lapidi che recano iscrizioni votate alla retorica più atroce, mi spiace dire.
Una fra tutte: Mamma mi ha detto: VA! E io l'aspetto qua. Obiettivamente è terrificante.
Però un'altra, una sola, aveva il tono asciutto di un epigramma greco. La lapide dedicata a un ufficiale rimasto non identificato:
Seppero il mio nome
Gli umili fanti, quando balzammo insieme
Al grido: "Avanti!"
La città di Trieste, dove ho passato un paio di giorni, è invece una località molto particolare in quanto non si ha del tutto l'impressione di essere in Italia, avendo un aspetto più da cittadina austriaca nel suo centro storico, nonché una forte minoranza slava, cognomi assai insoliti anche fra gli italiani, nonché (m'è parso) troppi uomini biondi in giro rispetto alla media del nostro paese dove sono bionde (tinte) quasi solo le donne. Eppure per via di tante note vicende sanguinose si trovano dovunque riferimenti patriottici e ricordi dei conflitti, dei bersaglieri che giunsero liberatori, di eroi e tragedie, profughi istriani, foibe e così via. Forse, in quest'epoca di particolarismo e separatismo, potrebbe essere l'ultima località del nord a sentire un legame forte per la patria. O forse no?
Dulcis in fundo, giusto un passo oltre il confine con il Veneto e quindi non lontano da quei luoghi, ho avuto il piacere di ripassare davanti alla caserma dove buttai via un anno della mia vita nel servizio militare di leva. E' passato così tanto tempo che mi sono quasi stupito di ritrovarla lì, e praticamente uguale.
giovedì 15 luglio 2010
Off Topic: Il Giardino dei Finzi-Contini
Ebbene sì, amo questo libro, non sarà perfetto ma mi ci riconosco per la maniera in cui rievoca i ricordi, e se fra i miei moventi c'è un imbecille sentimentalismo, così sia.
Il Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani l'ho letto per obbligo scolastico, ed è stato uno (dei non moltissimi) che, dopo un avvio stentato, m'è veramente piaciuto. Tante frasi, tante atmosfere mi sono rimaste impresse per anni: alla fine ho dovuto rileggermelo.
Dov'è, secondo me, il valore di questo classico? Mi piace per come racconta di un amore triste, disperato, una storia crudele che non può aspirare a nessuna conclusione positiva. Mi piace per come sa evocare l'arrovellarsi, lo struggimento. Ma anche il ritornare con la memoria, il voler evocare e far rivivere persone che non ci sono più. Passione e malinconia, ricordo e ossessione.
Sinceramente m'interessano meno e mi sembrano meno centrali, invece, il periodo storico e l'ambientazione, le idee politiche espresse dai personaggi nelle conversazioni, la ricostruzione di Ferrara o la menzione delle persecuzioni contro la comunità ebraica, anche se quest'ultimo fattore diventa un elemento portante della trama: il destino di morte che incombe sulla ricca famiglia dei Finzi-Contini e su tutta una comunità, discriminata e schiacciata a poco a poco. Sono elementi di contorno che, per carità, possono meritare una storia a parte, ma qui sono la cornice. Anche se avrebbero ben altro peso se uno prendesse in considerazione tutta l'opera di Bassani, che è più o meno completamente centrata su Ferrara e dintorni.
La trama, per chi non la sa e se la vuole far raccontare: il personaggio narrante, studente bravo ma scricchiolante in qualche materia, fa parte della comunità ebraica di Ferrara. Tra le sue conoscenze più remote e appartate ci sono Alberto e Micòl, i figli della famiglia più facoltosa (e negli atteggiamenti quasi aristocratica) di quella comunità: i Finzi-Contini, appunto. In occasione di una materia da riparare, mentre vaga disperato perché non sa come dirlo al padre, ha occasione di scambiare qualche parola con Micòl, allora ragazzina come lui, che lo chiama dall'alto delle mura di cinta del giardino di famiglia. Invitato a saltar dentro, ma troppo impacciato e pauroso per cogliere l'occasione in tempo e avventurarsi all'interno, il nostro protagonista resta affascinato da lei: tuttavia per anni non ha altra occasione di parlarle. Infatti la famiglia dei Finzi-Contini vive separata nella sua vasta tenuta, protetta da barriere che tengono lontano il resto della città.
Queste barriere sono scosse dall'arrivo delle leggi razziali. Gli ebrei sono espulsi dal ritrovo sportivo dove giocavano a tennis e l'isolamento dei Finzi-Contini si allenta, con l'invito a numerosi giovani di andare a giocare nel rudimentale campo esistente nel giardino. Tra questi c'è il narratore e Giampiero Malnate, milanese e comunista fervente, intimo amico di Alberto. Il nostro protagonista ha modo di frequentare Micòl e si strugge, cerca di corteggiarla senza fare la figura dello stupido, nella speranza di trasformare in qualcosa di più la calda amicizia che lei gli dimostra. Quando Micòl scompare per un certo periodo a Venezia, il narratore comincia a frequentare la lussuosa casa di famiglia per approfittare della biblioteca del padre (visto che in quanto ebreo non può più andare nelle biblioteche pubbliche) in modo da preparare la tesi di laurea; nel frattempo approfondisce la relazione con Alberto e con Malnate.
Al ritorno di Micòl trova il coraggio di baciarla ma la relazione di lei è ambigua, lo respinge ma gli resta amica, diventando però più scostante. Insistendo tra corteggiamenti e scenate di gelosia, il nostro sfortunato eroe finisce per rovinare tutto: ad un certo punto Micòl gli chiarisce che lo vede solo come un amico, che si era allontanata per far sgonfiare il malinteso, ma anche questa amicizia sta venendo rovinata dalla sua insistenza. "Esiliato" da Micòl che gli impone di farsi vedere solo raramente (e anche questo solo per "salvare le apparenze" perché in effetti non lo vuol più vedere), il narratore si danna, ma anziché dedicarsi a qualche progetto costruttivo (potrebbe, perché si è finalmente laureato), frequenta a tempo perso il Malnate fuori dalla casa di lei.
Alla fine torna una notte nel giardino scavalcando il famoso muro di nascosto e, in una scena in cui deduce i fatti con molta calma senza apparentemente farsi sviare dalla gelosia, sembrerà capire che proprio Malnate è stato l'amante di Micòl, chissà da quanto tempo. Ma anche questa scoperta è ambigua, messa in dubbio più avanti, nelle ultime righe del libro. Il narratore si decide a lasciare per sempre la casa dei Finzi-Contini dopo un affettuoso e intimo colloquio col padre (che lo invita a lasciar perdere e a comportarsi "da uomo"). Non rivedrà Micòl mai più, perché è destinata con tutta la sua famiglia (tranne Alberto che muore di malattia) a scomparire nei campi di concentramento. Malnate invece non tornerà più dalla campagna di Russia.
La parte più interessante del libro a mio parere è quella centrale, dopo i lunghi preamboli quasi ottocenteschi che introducono i personaggi e la storia: la parte delle speranze, delle paure e delle gioie del nostro protagonista, pagine che allo stesso tempo sono monumento al personaggio di Micòl, questa affascinante e apparentemente capricciosa divinità. Quando il nostro povero eroe dovrebbe capire (e non capisce) di essersi fatto delle illusioni, insiste malamente nel fare figure da imbecille: è una parte del libro dolorosa ma anche troppo estesa. L'avrei apprezzato di più se fosse andato rapidamente verso la conclusione. Alcuni tocchi commoventi nel finale.
Cosa disse la critica: troppo "classico", troppo ottocentesco, troppo sentimentalista, Bassani è stato accusato di essere una "Liala" della letteratura (il riferimento è ai romanzi rosa, per chi non lo sapesse). La critica gli veniva dagli ambienti progressisti e sarebbe da approfondire, trovando più tempo da dedicarvi (ma, sinceramente, se potrò tornare a Bassani credo che invece preferirò leggere un altro suo libro). Da una parte si potrebbe dire che uno ha diritto a scrivere quello che gli pare, seppure altre tematiche potrebbero sembrare degne di maggior urgenza a chi è più progressista o comunista di lui. Dall'altra, se ho ben capito, va considerato c'erano altre beghe in ballo, oltre alle squisite dissertazioni culturali: controllo di collane editoriali, posizioni di editor nelle case, lotta politica, insomma faccende di potere. A Bassani ad un certo punto della sua carriera artistica è toccato il ruolo del "vecchio" da cercare di far fuori? Forse. Il suo successo comunque è stato innegabile.
E quindi? Le critiche non sono del tutto sbagliate, e talvolta dietro il sentimento potrebbe esserci la fredda manipolazione delle emozioni del lettore. Però il tutto ha l'aria di essere molto sincero, almeno in parte è autobiografico, e ci sono dei tratti di una forza evocativa incredibile.
Chi volesse leggere quest'opera sappia che ci sono anche i momenti lenti, riferimenti talvolta prolissi a fatti ormai antichi e forse non interessanti, e lo stile è certamente datato. Mentre libri più vecchi di qualche decennio sono capaci di parlarti ancora con estrema freschezza, qui forse al lettore tocca fare qualche sforzo per "inserirsi nel contesto". D'altra parte essendo tutto un inno alla memoria e al passato, sarebbe ben strano trovare uno stile moderno e teso all'innovazione in un romanzo come Il Giardino dei Finzi-Contini.
Detto questo, il libro ha conquistato ormai la posizione di opera di primo piano della letteratura del novecento, e l'accostamento ai romanzi rosa è insensato se fatto come punzecchiatura, ridicolo se creduto sul serio.
Ma penso che chi mi ha seguito fin qui si sarà probabilmente fatto un'idea se, secondo i propri gusti, dovrà cercare questo libro o tenersene ben lontano.
Il Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani l'ho letto per obbligo scolastico, ed è stato uno (dei non moltissimi) che, dopo un avvio stentato, m'è veramente piaciuto. Tante frasi, tante atmosfere mi sono rimaste impresse per anni: alla fine ho dovuto rileggermelo.
Dov'è, secondo me, il valore di questo classico? Mi piace per come racconta di un amore triste, disperato, una storia crudele che non può aspirare a nessuna conclusione positiva. Mi piace per come sa evocare l'arrovellarsi, lo struggimento. Ma anche il ritornare con la memoria, il voler evocare e far rivivere persone che non ci sono più. Passione e malinconia, ricordo e ossessione.
Sinceramente m'interessano meno e mi sembrano meno centrali, invece, il periodo storico e l'ambientazione, le idee politiche espresse dai personaggi nelle conversazioni, la ricostruzione di Ferrara o la menzione delle persecuzioni contro la comunità ebraica, anche se quest'ultimo fattore diventa un elemento portante della trama: il destino di morte che incombe sulla ricca famiglia dei Finzi-Contini e su tutta una comunità, discriminata e schiacciata a poco a poco. Sono elementi di contorno che, per carità, possono meritare una storia a parte, ma qui sono la cornice. Anche se avrebbero ben altro peso se uno prendesse in considerazione tutta l'opera di Bassani, che è più o meno completamente centrata su Ferrara e dintorni.
La trama, per chi non la sa e se la vuole far raccontare: il personaggio narrante, studente bravo ma scricchiolante in qualche materia, fa parte della comunità ebraica di Ferrara. Tra le sue conoscenze più remote e appartate ci sono Alberto e Micòl, i figli della famiglia più facoltosa (e negli atteggiamenti quasi aristocratica) di quella comunità: i Finzi-Contini, appunto. In occasione di una materia da riparare, mentre vaga disperato perché non sa come dirlo al padre, ha occasione di scambiare qualche parola con Micòl, allora ragazzina come lui, che lo chiama dall'alto delle mura di cinta del giardino di famiglia. Invitato a saltar dentro, ma troppo impacciato e pauroso per cogliere l'occasione in tempo e avventurarsi all'interno, il nostro protagonista resta affascinato da lei: tuttavia per anni non ha altra occasione di parlarle. Infatti la famiglia dei Finzi-Contini vive separata nella sua vasta tenuta, protetta da barriere che tengono lontano il resto della città.
Queste barriere sono scosse dall'arrivo delle leggi razziali. Gli ebrei sono espulsi dal ritrovo sportivo dove giocavano a tennis e l'isolamento dei Finzi-Contini si allenta, con l'invito a numerosi giovani di andare a giocare nel rudimentale campo esistente nel giardino. Tra questi c'è il narratore e Giampiero Malnate, milanese e comunista fervente, intimo amico di Alberto. Il nostro protagonista ha modo di frequentare Micòl e si strugge, cerca di corteggiarla senza fare la figura dello stupido, nella speranza di trasformare in qualcosa di più la calda amicizia che lei gli dimostra. Quando Micòl scompare per un certo periodo a Venezia, il narratore comincia a frequentare la lussuosa casa di famiglia per approfittare della biblioteca del padre (visto che in quanto ebreo non può più andare nelle biblioteche pubbliche) in modo da preparare la tesi di laurea; nel frattempo approfondisce la relazione con Alberto e con Malnate.
Al ritorno di Micòl trova il coraggio di baciarla ma la relazione di lei è ambigua, lo respinge ma gli resta amica, diventando però più scostante. Insistendo tra corteggiamenti e scenate di gelosia, il nostro sfortunato eroe finisce per rovinare tutto: ad un certo punto Micòl gli chiarisce che lo vede solo come un amico, che si era allontanata per far sgonfiare il malinteso, ma anche questa amicizia sta venendo rovinata dalla sua insistenza. "Esiliato" da Micòl che gli impone di farsi vedere solo raramente (e anche questo solo per "salvare le apparenze" perché in effetti non lo vuol più vedere), il narratore si danna, ma anziché dedicarsi a qualche progetto costruttivo (potrebbe, perché si è finalmente laureato), frequenta a tempo perso il Malnate fuori dalla casa di lei.
Alla fine torna una notte nel giardino scavalcando il famoso muro di nascosto e, in una scena in cui deduce i fatti con molta calma senza apparentemente farsi sviare dalla gelosia, sembrerà capire che proprio Malnate è stato l'amante di Micòl, chissà da quanto tempo. Ma anche questa scoperta è ambigua, messa in dubbio più avanti, nelle ultime righe del libro. Il narratore si decide a lasciare per sempre la casa dei Finzi-Contini dopo un affettuoso e intimo colloquio col padre (che lo invita a lasciar perdere e a comportarsi "da uomo"). Non rivedrà Micòl mai più, perché è destinata con tutta la sua famiglia (tranne Alberto che muore di malattia) a scomparire nei campi di concentramento. Malnate invece non tornerà più dalla campagna di Russia.
La parte più interessante del libro a mio parere è quella centrale, dopo i lunghi preamboli quasi ottocenteschi che introducono i personaggi e la storia: la parte delle speranze, delle paure e delle gioie del nostro protagonista, pagine che allo stesso tempo sono monumento al personaggio di Micòl, questa affascinante e apparentemente capricciosa divinità. Quando il nostro povero eroe dovrebbe capire (e non capisce) di essersi fatto delle illusioni, insiste malamente nel fare figure da imbecille: è una parte del libro dolorosa ma anche troppo estesa. L'avrei apprezzato di più se fosse andato rapidamente verso la conclusione. Alcuni tocchi commoventi nel finale.
Cosa disse la critica: troppo "classico", troppo ottocentesco, troppo sentimentalista, Bassani è stato accusato di essere una "Liala" della letteratura (il riferimento è ai romanzi rosa, per chi non lo sapesse). La critica gli veniva dagli ambienti progressisti e sarebbe da approfondire, trovando più tempo da dedicarvi (ma, sinceramente, se potrò tornare a Bassani credo che invece preferirò leggere un altro suo libro). Da una parte si potrebbe dire che uno ha diritto a scrivere quello che gli pare, seppure altre tematiche potrebbero sembrare degne di maggior urgenza a chi è più progressista o comunista di lui. Dall'altra, se ho ben capito, va considerato c'erano altre beghe in ballo, oltre alle squisite dissertazioni culturali: controllo di collane editoriali, posizioni di editor nelle case, lotta politica, insomma faccende di potere. A Bassani ad un certo punto della sua carriera artistica è toccato il ruolo del "vecchio" da cercare di far fuori? Forse. Il suo successo comunque è stato innegabile.
E quindi? Le critiche non sono del tutto sbagliate, e talvolta dietro il sentimento potrebbe esserci la fredda manipolazione delle emozioni del lettore. Però il tutto ha l'aria di essere molto sincero, almeno in parte è autobiografico, e ci sono dei tratti di una forza evocativa incredibile.
Chi volesse leggere quest'opera sappia che ci sono anche i momenti lenti, riferimenti talvolta prolissi a fatti ormai antichi e forse non interessanti, e lo stile è certamente datato. Mentre libri più vecchi di qualche decennio sono capaci di parlarti ancora con estrema freschezza, qui forse al lettore tocca fare qualche sforzo per "inserirsi nel contesto". D'altra parte essendo tutto un inno alla memoria e al passato, sarebbe ben strano trovare uno stile moderno e teso all'innovazione in un romanzo come Il Giardino dei Finzi-Contini.
Detto questo, il libro ha conquistato ormai la posizione di opera di primo piano della letteratura del novecento, e l'accostamento ai romanzi rosa è insensato se fatto come punzecchiatura, ridicolo se creduto sul serio.
Ma penso che chi mi ha seguito fin qui si sarà probabilmente fatto un'idea se, secondo i propri gusti, dovrà cercare questo libro o tenersene ben lontano.
venerdì 16 aprile 2010
Due Off topic al posto di uno!

Ho visto la versione estesa in DVD di Red Cliff, un film (prodotto e diretto da John Woo) che non ha molto a vedere con il fantastico (è basato su un fatto storico). Una mega produzione, con un certo uso di effetti speciali unito alla disponibilità di comparse in abbondanza, cosa che non capita spesso di questi tempi (in un film occidentale). Ci sono un po' tutti i pregi e i difetti della cinematografia cinese (e direi orientale in genere): coreografie eleganti e bei costumi, bei paesaggi e anche buona recitazione, ma gusti molto diversi dai nostri. Le scene di battaglia sfidano la logica. Spesso sono eleganti o drammatiche ma mostrano cose che non potrebbero mai accadere. Tra le più ridicole, una carica di cavalleria incanalata e intrappolata in una specie di labirinto di soldati che fanno muraglie di scudi. Un completo controsenso invece una formazione di fanteria che forma una testuggine di scudi da cui spuntano le lance: la fanteria avversaria attacca questa formazione ed è sterminata con una facilità poco credibile, allora i generali mandano una carica di cavalleria, come se fosse proprio quello che ci vuole! E infatti la cavalleria vince, mentre invece è una realtà tra le più banali della guerra prima delle armi da fuoco che una formazione di fanteria, compatta e irta di lance in tutte le direzioni, sia impervia proprio alle cariche a cavallo.
A parte le sottigliezze militari (potete ben immaginare la quantità di sotterfugi geniali che si trovano in film di questo tipo) mi annoiano parecchio le scene da ammazzasette, quando questo o quell'eroe si pavoneggiano prendendo a mazzate interi reparti nemici, scene purtroppo che abbondano in Red Cliff.
Un po' seccanti anche certe tirate filosofiche, ma con l'attenuante che ci sono dei bravi attori e della buona recitazione.
Manca, grazie al cielo, la classica macchietta che serve a far ridere gli spettatori asiatici (tra goffaggini e scene alla Alvaro Vitali). C'è invece una figura un po' ridicola ma in fin dei conti drammatica (SPOILER) di un sempliciotto che sta dalla parte sbagliata e aiuterà una spia senza saperlo: la spia è una nobildonna travestita da uomo, mandata dai "buoni" a raccogliere informazioni: il nostro soldato ingenuo non capisce che è una donna e fa amicizia con lei senza sospettare nulla: le salva la vita quando è scoperta, salvo incontrarla più tardi sul campo di battaglia.
Come dicevo non è un film fantasy. Tuttavia l'atmosfera esotica che trasuda da questa pellicola non può che attirare l'appassionato del fantastico. Consiglio una visione molto calma, magari in due o tre sedute, perché il film è assai lungo.

Ho invece pescato un fumetto dal bel mezzo di una serie perché mi interessa l'argomento: si tratta di La Noche Triste della serie Quetzalcoatl, autore Jean-Yves Mitton. La storia (un po' romanzata) riguarda le avventure di Cortez, conquistatore spagnolo, e della Malinche, la donna che gli fece da interprete e da aiutante nel rapportarsi con i popoli locali, e che almeno in parte lo guidò nello sfruttare le loro aspettative e le loro divisioni.
La storia della conquista delle Americhe è un incontro di mondi incredibilmente diversi, un dramma tristissimo ma che accende l'immaginazione. In questo senso è di sicuro interesse per chi ama il fantastico e per i creatori di mondi immaginari.
Cortez era un uomo pragmatico e spietato, pieno di irruenza e coraggio, e i suoi soldati generalmente non gli erano da meno. Sfruttando la leggenda di un dio che doveva tornare a manifestarsi, Quetzalcoatl il Serpente Piumato, trovò gli alleati che gli permisero di sfidare una città stato al centro di un impero: Tenochtitlan, capitale degli Aztechi. Portò avanti la missione pur essendo stato sconfessato dalle autorità, riuscendo a mettere il mondo di fronte al fatto compiuto. La Malinche, oltre a guidare Cortez e permettergli di dialogare con i nativi era anche sua amante e fu madre di suo figlio, il primo mestizo (mezzosangue). Amata come madre del Messico, odiata come traditrice, è simbolo di un mondo nato nel sangue e che rimane diviso tra due identità.
Ma la conquista del Messico non fu così semplice: la Noche Triste è il nome dato a uno scontro che fu per gli Spagnoli una sonora batosta. Ma la crudeltà degli Aztechi era tale che i popoli passati a Cortez non potevano sperare di trovare un facile accomodamento, perciò rimasero con lui e alla fine lo aiutarono a vincere.
Per tornare al fumetto: me lo sono goduto. Un tratto un po' convenzionale, ma ho la tentazione (se troverò il tempo) di leggere tutta la serie.
domenica 6 settembre 2009
Off Topic: le straordinarie imprese del pilota Aichner

Ho interrotto le mie letture fantastiche a favore di un libro di guerra: Il Gruppo Buscaglia di Martino Aichner.
L'autore (un pilota) tratta delle imprese dell'aviazione italiana nella Seconda Guerra Mondiale e in particolare di una specialità che, si può dire, è nata e morta allora: quella degli aerosiluranti. In un'epoca in cui i missili intelligenti non esistevano (salvo qualche esperimento tedesco, come la bomba teleguidata che affondò la corazzata Roma), l'aviazione aveva due metodi per arrecare danno alle navi nemiche: il bombardamento in picchiata e appunto il siluramento (infatti le navi erano bersagli troppo piccoli per il bombardamento da alta quota). Entrambi i sistemi erano decisamente nocivi alla salute di chi li praticava, tanto che dei piloti italiani che si sono dedicati a questo tipo di specialità parecchi sono caduti dopo poche missioni.
Il libro è stato scritto da uno che ha avuto la fortuna di farcela: il sottotenente Martino Aichner, che fece parte dell'unità comandata da Buscaglia, comandante che coi suoi ripetuti successi divenne un eroe per la propaganda fascista. L'autore fu abbattuto due volte e si salvò in entrambe le occasioni; alla seconda rimase ferito e questo probabilmente lo ha molto aiutato ad arrivare vivo alla fine della guerra.
A vantaggio di quest'opera: scene di combattimento da mozzare il fiato, la sensazione della morte sempre più vicina, qualche scorcio di vita dell'epoca: un passato strano, con un'Italietta arretrata che cercava di fare la superpotenza.
A svantaggio: una certa retorica (che pure l'autore cerca di evitare) filtra necessariamente dalle citazioni e dai documenti che vengono riportati. Il fatto che si tratta della tipica memorialistica italiana di guerra, sovente imprecisa, carente di fonti oltre ai ricordi di chi scrive (e quindi incapace di darti un quadro completo della situazione), e incagliata nelle beghe personali dell'autore.
Aichner ha dovuto litigare con la Marina Militare per il riconoscimento di un affondamento effettuato col siluro (se lo era attribuito una squadra navale), e sebbene sia ben comprensibile questa voglia di verità, dal momento che fu un'azione in cui quasi ci lasciò la pelle, queste beghe fanno uno strano contrasto con le azioni mozzafiato in cui la vita e la morte sono questioni di un attimo.
Quello che mi mette malinconia è come la memoria della guerra sia sospesa tra l'oblio verso tutto ciò che fu fatto quando eravamo dalla "parte sbagliata" e l'insistenza rivendicativa, talvolta condita di retorica più che di conoscenza dei fatti, di chi rivendica la memoria per i combattenti sacrificati.
Vale anche per gli eroi degli aerosiluranti, i cui successi spesso non sono stati riconosciuti da parte nemica, e il cui eroismo quindi in molti casi va inteso come sacrificio senza risultato.
Ma indipendentemente da questo sarebbe ora che riuscissimo a ricucire lo strappo che il ventennio e la guerra civile hanno recato alla memoria della nazione, e a riconoscere come nostri quei poveri cristi, eroi e non, guerrieri arruffati e spesso straccioni che si sono trovati alle prese con una tragedia terribile.
sabato 4 aprile 2009
Off Topic: Come andrà a finire?
Non credo molto nella possibilità di una psicostoria come quella di Hari Seldon (per capire cos'è, vi tocca leggere Asimov) ma se la produzione di mondi immaginari più qualche lettura di storia possono illudere di avere un mezzo per interpretare le dinamiche della realtà e azzardare qualche idea sul futuro possibile, allora dovrei cercare di dire la mia sulla pesante crisi economica in corso. Non penso di essere un profeta con un grande pubblico che aspetta le mie pronunciazioni. Lo faccio per capire di che morte devo morire; se vi interessa, il risultato delle mie meditazioni eccolo qua.
Cominciamo da qualche banalità: la crisi non viene dal nulla, ma da una politica economica perseguita (qui in occidente) per molti anni da una minoranza che aveva tutto da guadagnarci, a scapito di una maggioranza che si è fatta convincere che il mondo stesse andando nel miglior modo possibile.
Di punto in bianco i deficit di democrazia che avevano reso certi paesi paria della comunità mondiale sembrarono aver perso significato ed è cominciata quella corsa alla globalizzazione che ha messo alle corde i lavoratori occidentali (europei, giapponesi, USA) che si son trovati in un mondo che ha tanta voglia di vender loro prodotti a basso costo, ma ha perso la voglia di pagare i loro ricchi salari di un tempo. Scomparsa della classe media, delocalizzazione delle produzioni... ne avrete già sentito parlare. Nel frattempo i paesi non democratici che hanno tratto beneficio dalla globalizzazione cominciano a far scuola, con il loro modello di capitalismo autoritario che credo susciti molte tentazioni in quelle parti del mondo dove ci eravamo illusi di aver raggiunto dei minimi di decenza una volta per tutte.

L'occidente si è retto sulla finanza. Ha dissimulato i suoi debiti, ha comprato a credito un breve prolungamento del proprio benessere. Ma la finanza non ha patria, può spostarsi dove vuole, e forse domani sceglierà pascoli più verdi.
Per un po' è andata avanti l'ultima truffa con i prestiti facili, subito trasformati in una bomba pronta per essere rivenduta al primo sprovveduto, un comportamento indecente ma che non era affatto inevitabile (dopo tanti scandali finanziari da Enron in poi, era lampante la necessità di tenere d'occhio i furbetti della finanza creativa). Gli antichi vizi si sono rinnovati con le incredibili decisioni dei consigli di amministrazione, che si mettono in tasca come bonus i sussidi statali versati per salvare la situazione. Ora penso che la misura sia colma, ma ci troviamo nella situazione di chi sta cadendo dal decimo piano: aspettiamo di farci male, sappiamo che ci faremo male, possiamo solo chiederci quanto.
Se le generose iniezioni di capitale eviteranno il patatrac del sistema, tireremo un sospiro di sollievo, ma poi ci dovremo domandare: da chi viene questa marea di denaro che ha pagato i debiti contratti dalla finanza allegra?
La risposta è chiara: sono soldi statali perciò li dovremo tirar fuori noi (se fate parte della nutrita schiera degli evasori fiscali, potete metter qui la vostra fragorosa risata).
E' facile prevedere che ci sarà un calo del benessere, una maggior pressione fiscale sul lungo periodo e/o un netto rallentamento dei consumi. E con esso, un'ancora più difficile ripresa produttiva. Dal momento che nei paesi avvantaggiati dalla globalizzazione non si è creato un vero e proprio ceto di consumatori, non verremo salvati improvvisamente dall'uomo giallo che si mette a importare i nostri costosi prodotti.
Piuttosto, molti paesi stanno aumentando le spese militari a dismisura, e il calo dell'influenza USA nel mondo potrebbe far comparire nuovi protagonisti (in parte sta già accadendo). Chissà, forse avremo nostalgia degli Amerikani?
E intanto molta gente diventerà sempre più indigente qui da noi, e scoppierà per prima cosa la guerra fra poveri: l'europeo (o lo statunitense) povero contro l'immigrato ancora più povero. Botte da orbi, probabilmente. Potrebbe scomparire il problema dell'immigrazione?
Ma non succederà solo quello. Già adesso i dipendenti in aria di licenziamento hanno scoperto l'acre soddisfazione di sequestrare per qualche ora, goliardicamente, i manager delle loro aziende. Domani orde di disoccupati potranno estendere questi passatempi, e chi gongolava per la debacle della sinistra (bella forza, con una classe dirigente di deficienti come quella attuale, dove vuoi andare?) potrebbe tornare a strillare davanti al PERICOLO ROSSO.
I rimedi, si sa, si trovano. Sempre meno libertà, sempre più repressione, e magari come ricetta per i paesi più bisognosi (tra cui probabilmente il nostro) arriverà la tentazione dei regimi dittatoriali.

Scrittori di fantascienza: un bello spunto per chi voglia pensarci su! C'è la possibilità di ambientare, tra dieci, quindici anni, il nuovo La Svastica sul Sole.
O magari l'ennesima puntata dell'Arcipelago Gulag?
Ma temo che probabilmente non ho detto nulla che la maggior parte di voi non abbia già pensato.
Cominciamo da qualche banalità: la crisi non viene dal nulla, ma da una politica economica perseguita (qui in occidente) per molti anni da una minoranza che aveva tutto da guadagnarci, a scapito di una maggioranza che si è fatta convincere che il mondo stesse andando nel miglior modo possibile.
Di punto in bianco i deficit di democrazia che avevano reso certi paesi paria della comunità mondiale sembrarono aver perso significato ed è cominciata quella corsa alla globalizzazione che ha messo alle corde i lavoratori occidentali (europei, giapponesi, USA) che si son trovati in un mondo che ha tanta voglia di vender loro prodotti a basso costo, ma ha perso la voglia di pagare i loro ricchi salari di un tempo. Scomparsa della classe media, delocalizzazione delle produzioni... ne avrete già sentito parlare. Nel frattempo i paesi non democratici che hanno tratto beneficio dalla globalizzazione cominciano a far scuola, con il loro modello di capitalismo autoritario che credo susciti molte tentazioni in quelle parti del mondo dove ci eravamo illusi di aver raggiunto dei minimi di decenza una volta per tutte.

L'occidente si è retto sulla finanza. Ha dissimulato i suoi debiti, ha comprato a credito un breve prolungamento del proprio benessere. Ma la finanza non ha patria, può spostarsi dove vuole, e forse domani sceglierà pascoli più verdi.
Per un po' è andata avanti l'ultima truffa con i prestiti facili, subito trasformati in una bomba pronta per essere rivenduta al primo sprovveduto, un comportamento indecente ma che non era affatto inevitabile (dopo tanti scandali finanziari da Enron in poi, era lampante la necessità di tenere d'occhio i furbetti della finanza creativa). Gli antichi vizi si sono rinnovati con le incredibili decisioni dei consigli di amministrazione, che si mettono in tasca come bonus i sussidi statali versati per salvare la situazione. Ora penso che la misura sia colma, ma ci troviamo nella situazione di chi sta cadendo dal decimo piano: aspettiamo di farci male, sappiamo che ci faremo male, possiamo solo chiederci quanto.
Se le generose iniezioni di capitale eviteranno il patatrac del sistema, tireremo un sospiro di sollievo, ma poi ci dovremo domandare: da chi viene questa marea di denaro che ha pagato i debiti contratti dalla finanza allegra?
La risposta è chiara: sono soldi statali perciò li dovremo tirar fuori noi (se fate parte della nutrita schiera degli evasori fiscali, potete metter qui la vostra fragorosa risata).
E' facile prevedere che ci sarà un calo del benessere, una maggior pressione fiscale sul lungo periodo e/o un netto rallentamento dei consumi. E con esso, un'ancora più difficile ripresa produttiva. Dal momento che nei paesi avvantaggiati dalla globalizzazione non si è creato un vero e proprio ceto di consumatori, non verremo salvati improvvisamente dall'uomo giallo che si mette a importare i nostri costosi prodotti.
Piuttosto, molti paesi stanno aumentando le spese militari a dismisura, e il calo dell'influenza USA nel mondo potrebbe far comparire nuovi protagonisti (in parte sta già accadendo). Chissà, forse avremo nostalgia degli Amerikani?
E intanto molta gente diventerà sempre più indigente qui da noi, e scoppierà per prima cosa la guerra fra poveri: l'europeo (o lo statunitense) povero contro l'immigrato ancora più povero. Botte da orbi, probabilmente. Potrebbe scomparire il problema dell'immigrazione?
Ma non succederà solo quello. Già adesso i dipendenti in aria di licenziamento hanno scoperto l'acre soddisfazione di sequestrare per qualche ora, goliardicamente, i manager delle loro aziende. Domani orde di disoccupati potranno estendere questi passatempi, e chi gongolava per la debacle della sinistra (bella forza, con una classe dirigente di deficienti come quella attuale, dove vuoi andare?) potrebbe tornare a strillare davanti al PERICOLO ROSSO.
I rimedi, si sa, si trovano. Sempre meno libertà, sempre più repressione, e magari come ricetta per i paesi più bisognosi (tra cui probabilmente il nostro) arriverà la tentazione dei regimi dittatoriali.

Scrittori di fantascienza: un bello spunto per chi voglia pensarci su! C'è la possibilità di ambientare, tra dieci, quindici anni, il nuovo La Svastica sul Sole.
O magari l'ennesima puntata dell'Arcipelago Gulag?
Ma temo che probabilmente non ho detto nulla che la maggior parte di voi non abbia già pensato.
giovedì 8 gennaio 2009
(Off topic) La neve è bella per chi non deve andare in ufficio
martedì 11 novembre 2008
Vendesi montagna di libri
La mia biblioteca ormai trabocca e i libri hanno raggiunto ogni angolo della casa. Devo fare spazio (per altri libri, ovviamente).
Una volta ero un paziente venditore su e-bay (i libri non tirano moltissimo eppure devo averne venduti un centinaio!) ma adesso non ho il tempo per seguire transazioni e spedizioni così frazionate e dettagliate. Anzi, diciamo la verità, non mi va molto di usare e-bay perché quest'azienda è un po' troppo esosa e ha preso ultimamente delle decisioni discutibili (non c'è più lo scambio di feedback al termine della transazione, il consumatore è diventato re anche qui ed è il solo a poter giudicare: e magari sarebbe anche giusto, se non che esiste tutta una manica di furbacchioni che ne approfitta).
Perciò se qualcuno fosse interessato propongo un'offerta FOLLE:
sette libri (del fantastico italiano) in blocco a quindici euro!
Preferisco il ritiro diretto a Milano per non fare bonifici, spedizioni, ecc... ma se necessario spedire, il pacco (paccocelere3) costa ulteriori € 9,10.
I libri in questione:
La Lama del Dolore di Marco Davide
Il Segreto di Krune di Michele Giannone
Le Metamorfosi di Ghinta di Fabrizio Casa
Il Segreto dell'Alchimista di Antonia Romagnoli
Il Risveglio dell'Ombra di Luca Trugenberger
Nicholas Eymerich, Inquisitore di Valerio Evangelisti
Il Sigillo del Vento di Uberto Ceretoli
Tutti in condizioni decenti quando non addirittura buone.
Chi fosse interessato può mandarmi un messaggio in posta elettronica (l'indirizzo è qui a destra, nella barra laterale).
sabato 27 settembre 2008
(Off topic) Il Partigiano Johnny

Questo libro ha la particolarità di esser stato pubblicato dopo la morte dell'autore, imponendo ai curatori un compromesso tra due stesure, e di portare al nostro giudizio un modo di scrivere che l'autore presumibilmente non riteneva presentabile ma che ha avuto successo, facendo del Partigiano Johnny l'opera più conosciuta di Beppe Fenoglio.
Lo stile in questione comprende l'utilizzo esteso della lingua inglese, che a quanto pare era la forma in cui Fenoglio pensava quello che scriveva, e la creazione di una quantità di neologismi abbastanza arditi, uso insolito e sperimentale di forme verbali ecc... L'uso dell'inglese quando non necessario a me (contrariamente alla maggior parte delle persone che lo considerano figo sempre e comunque) fa proprio pena, lo vedo roba da terzo mondo, da indigeni con la sveglia al collo; conoscendo il contesto in cui questo autore è cresciuto e si è formato riconosco le sue ragioni ma l'impressione negativa e un po' ridicola mi rimane; a volte invece ho trovato azzeccata la sua ricerca di parole e significati nuovi per quanto riguarda la nostra lingua.
Tra forma e concetti Fenoglio ha creato una storia estremamente espressiva, viva, senza retorica e tormentata. Un libro bello come lettura e anche una grande storia di guerra, un personaggio delineato in maniera efficace, nella sua formazione intellettuale, nella sua decisione irrevocabile di fare la scelta giusta, lo scontro con la realtà (particolarmente duro, poiché Johnny inizia la sua vita partigiana con i non proprio amati comunisti: I am in the wrong sector of the right side), la sopportazione di privazioni e fatiche inaudite, che diventano sempre più mordenti quando, andando avanti, le batoste subite da parte di tedeschi e fascisti fanno trascorrere un inverno di fame, freddo e morte ai partigiani.
Sia i comunisti che gli "azzurri" lo deludono, nonostante tutte le difficoltà Johnny brucia dalla voglia di combinare qualcosa e non sopporta la finzione di presidiare posizioni che in realtà non si possono difendere se il nemico decide di venirsele a riprendere.
Tiene duro, sopporta fino a primavera, decide di lottare fino alla fine, nonostante gli suggeriscano che forse ha già fatto più che abbastanza, perché si è impegnato a dir di no fino in fondo.
Consiglio di leggerlo perché è un bel libro al di là di condividerlo politicamente o meno, offre inoltre una finestra su un periodo storico e permette di dare uno sguardo all'Italia di una volta.
Due parole sul film di Guido Chiesa, con Stefano Dionisi nella parte di Johnny. Di solito il cinema italiano non ci prende proprio, ha troppo pochi soldi da spendere e soffre inoltre di una carenza cronica di attori minimamente capaci. Questa trasposizione del romanzo ci prende a metà. Parte un po' male, nella solita maniera troppo legnosa, ma se la cava nel rendere l'impressione della fatica e del pericolo della vita partigiana. Il protagonista non è malaccio, le scene di guerra sono rese con un realismo che mi è piaciuto, mostrando veri scontri a fuoco, avversari lontani ma già letali, proiettili che uccidono da grande distanza in un attimo, che costringono a buttarsi disperatamente al coperto, limitando la visuale dei combattenti a un masso o a un cespuglio a pochi centimetri dal loro naso. Magari le scene di battaglia sono realizzate così perché la produzione aveva quattro soldi, ma non sono venute male, a mio parere.
I guai vengono nei personaggi, che per essere caratterizzati avrebbero bisogno di maggiore spazio, che non c'è. E nel tentativo del regista di trasporre nella pellicola tutto un libro troppo lungo per questo genere di operazione. La mia opinione l'ho già data in un altro post (titolo: il film tratto dal libro). Passare dal testo alla pellicola impone sempre (o quasi) una reinterpretazione: raramente l'operazione riesce bene e i registi che hanno un rispetto religioso per il testo son quelli che fanno i lavori peggiori. Riportare un libro al gran completo su pellicola non si può, sono mezzi di espressione differenti e normalmente il libro dice molto di più (e se non può usare le immagini, ha il vantaggio di poter descrivere tanti avvenimenti e tanti concetti). Quello che il regista avrebbe dovuto fare sarebbe stato sacrificare la complessità della storia e salvarne il senso. Invece abbiamo un film troppo lungo, con scene di scontro ripetitive, troppi personaggi che non è possibile raccontare come si deve e che quindi diventano inutili. Perdiamo invece il pensiero, i dubbi e le idee del partigiano Johnny, che passano in secondo piano.
Bella però l'ultima scena, tronca, come il finale del libro in cui la morte è "implicita."
Comunque, meglio il libro.
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