Questo libro è stato scritto una decina d'anni fa (abbondante) da un'improbabile autrice di nome K.J. Parker, ma non ce l'ho fatta a capire la K e la J per cosa stanno. Ella avrebbe dimestichezza con l'arte del fabbro come con quella dell'avvocato, nonché una gran conoscenza delle armi, delle tecniche militari e di un sacco di questioni tecniche e artigianali. Il libro, Tutti i Colori dell'Acciaio, tradotto da Alex Voglino per la Nord, l'ho preso (usato e in italiano) dopo aver letto da qualche parte che parlava diffusamente di duelli e scherma: è così in effetti, anche se c'è molto di più.
E dal momento che nel meraviglioso ambiente del fantasy italiano c'è lo sport di seppellire sotto i peggiori epiteti quegli scrittori che non capiscono di tattica, scherma, metallurgia e proprietà delle armi e così via, se volete unirvi alle gloriose schiere denigratrici questo libro potrebbe tornarvi utile; e può tornarvi comodo anche se volete unire una lettura non spiacevole all'apprendimento di qualche nozione tecnica.
Il protagonista del libro è Bardas Loredan, un avvocato molto particolare, poiché le cause in questo mondo si sono infervorate prendendo l'aspetto religioso dell'ordalia ovvero giudizio di Dio (peraltro in una società che non sembra davvero così religiosa e osservante), pertanto le contese si risolvono con un duello fra gli avvocati, dove generalmente ne resta uno secco. Pertanto, Bardas Loredan di legge non sa un accidente, lui uccide e basta, cercando di evitare di finire in contese troppo roventi (ovvero evita i duelli dove è prevedibile che sia lui a lasciarci la pelle).
Bardas Loredan ha fatto dieci anni di questa carriera, all'incirca, ed è uno dei non molti a poter dire di essere durato così a lungo in un mestiere del genere. Tuttavia ha vissuto pericolosamente anche in passato, poiché era a far parte di una ridotta unità militare che teneva a bada i barbari delle pianure con spietata efficienza, ovvero li sterminava.
La città per cui Bardas si era battuto e dove fa l'avvocato all'inizio della nostra storia è Perimadeia, una capitale imperiale decadente ispirata un po' a Bisanzio e un po' a Venezia secondo le intenzioni dell'autrice, ma a me non pare la cosa sia particolarmente riuscita. Perimadeia riceve qualche descrizione, e sappiamo qualcosa delle peculiarità degli abitanti di questa metropoli, ma tutto sommato non diventa mai veramente viva ai miei occhi, dico a malincuore.
La città vive di commerci e industria, ormai: ha praticamente rinunciato a mettere in campo un esercito e si fida delle proprie possenti difese murarie, e della possibilità di ricevere indefinitamente rifornimenti dal mare se i barbari dovessero assediarla dal lato terrestre.
Tale sicumera verrà messa alla prova perché un ragazzo, Temrai, proveniente dalle pianure, si è fatto assumere come fabbro all'arsenale di Perimadeia proprio per imparare la tecnologia degli avversari e trasferirla al proprio popolo, che assomiglia parecchio ai Mongoli e altri popoli delle steppe, solo che è gente un po' meno bellicosa.
S'impone una riflessione. Sarà realistico che questi signori dall'oggi al domani imparino a fare catapulte e altre macchine da guerra? Be', i Germani hanno fatto qualche scherzo del genere contro le legioni di Roma, aiutati, sembra, da dei disertori. Com'è svolta nel libro non mi pare del tutto realistica, la cosa, ma il concetto generale è possibile.
Accenniamo che esiste anche una ragazza che (il motivo lo sapremo più avanti) vuole vendicarsi di Bardas, e ottiene l'aiuto di un saggio, che glielo concede sconsideratamente. Faccenda un po' inverosimile a mio parere, e anche com'è narrata mi pare zoppa: su questo mi confronterei volentieri con qualcun altro che ha letto il libro, se capitasse da queste parti; ma andiamo oltre. Quasta iniziativa scatena delle forze magiche che causeranno un mucchio di guai; il saggio poco saggio è il Patriarca Alexius, anziano e dotto studioso che ricopre una posizione importante, e pratica l'arte del Principio, ovvero una specie di forza magica poco appariscente, fatta di strane coincidenze, strane sensazioni, grandi mal di testa, sogni premonitori e poco altro.
Lo stile di questo libro è molto descrittivo in un sacco di scene dove i protagonisti sono le armi e i macchinari, o le mosse dei duellanti. C'è un che di distaccato, forse un po' freddo, ma la narrazione l'ho goduta ugualmente. Poco piacevole per me l'uso del sistema metrico decimale nelle descrizioni (magari sarà stata colpa del traduttore? non so) e il modo di parlare, talvolta dannatamente contemporaneo, o culturalmente fuori luogo.
I personaggi sono spesso egoisti o cinici, qualcuno pure un gran bastardo, ma il protagonista è uno in cui ci si può immedesimare, coi suoi eroismi e le sue paure, la sua disillusione e i suoi momenti di riscatto. Un tipo tosto e però sotto sotto anche un debole.
Spesso l'autrice permea di umorismo (nero, a volte) le pagine; scrive benino, e le devo riconoscere di aver creato un fantasy abbastanza insolito, intelligente e complesso: avrà i suoi limiti ma mi è piaciuto. Certamente un libro così non uscirebbe mai, se lo scrivesse un italiano e cercasse di pubblicarlo nella nostra lingua, a meno che non si tratti del cugino dell'editore.
Tutti i Colori dell'Acciaio (che in lingua originale suona Colours in the Steel) è il primo libro di una trilogia, già arrivata da tempo a conclusione, ma io non so se la proseguirò. E' comunque possibile considerarlo un libro autoconclusivo.
Se volete cimentarvi in questa lettura, il libro è reperibile a un prezzo ragionevole in italiano (tra i quindici e i venti euro) e, se sapete l'inglese e lo cercate in siti come Abebooks, lo trovate usato per due soldi più spese di spedizione.
lunedì 26 luglio 2010
mercoledì 21 luglio 2010
E gli ebook continuano a correre
Potrei anche metterci un bel "purtroppo" perché non sono un fan di Amazon, da cui arriva questa notizia, però il dato è interessante: stanno vendendo più libri in formato digitale che cartaceo, e le vendite di Kindle (o meglio, Kindle II), il lettore dedicato, stanno andando alle stelle. Complice anche il fatto che i prezzi degli apparecchi si stanno abbassando vistosamente.
A me viene da sospettare che, siccome i libri digitali costano meno, i lettori (qui inteso nel senso di persone che leggono, ovviamente) stiano facendo delle abbuffate di libri che poi smaltiranno con difficili e lunghe ore di lettura, e forse passata la novità compreranno solo quello che serve, calando i ritmi. Comunque, dietrologia o no, il dato è impressionante. Se andiamo a consultare l'evoluzione delle vendite il dato del 2010 "buca" già il grafico.
Nel frattempo ho scovato anche un video dove si illustrano le delizie (in arrivo a un prezzo decente, forse?) dei nuovi schermi a tecnologia Pixel Qi (in breve, LCD che possono "spegnere" la retroilluminazione e trasformarsi in schermi adatti per la lettura degli ebook). M'è sembrato che lo schermo fosse un po' scuro, ma indubbiamente sono molto interessato a questa tecnologia, sempre che non costi un occhio della testa.
A me viene da sospettare che, siccome i libri digitali costano meno, i lettori (qui inteso nel senso di persone che leggono, ovviamente) stiano facendo delle abbuffate di libri che poi smaltiranno con difficili e lunghe ore di lettura, e forse passata la novità compreranno solo quello che serve, calando i ritmi. Comunque, dietrologia o no, il dato è impressionante. Se andiamo a consultare l'evoluzione delle vendite il dato del 2010 "buca" già il grafico.
Nel frattempo ho scovato anche un video dove si illustrano le delizie (in arrivo a un prezzo decente, forse?) dei nuovi schermi a tecnologia Pixel Qi (in breve, LCD che possono "spegnere" la retroilluminazione e trasformarsi in schermi adatti per la lettura degli ebook). M'è sembrato che lo schermo fosse un po' scuro, ma indubbiamente sono molto interessato a questa tecnologia, sempre che non costi un occhio della testa.
venerdì 16 luglio 2010
Solomon Kane
Non ho letto i racconti di Robert Howard, perciò posso giudicare Solomon Kane soltanto per le sue qualità come film e non per la fedeltà all'originale. Il regista, Michael J. Basset, non ha grandissime referenze all'attivo, mentre l'attore che interpreta il protagonista è James Purefoy, già visto in Rome, per chi lo ha visto, e decisamente in grado di interpretare un personaggio "con gli attributi" come questo. C'è anche il famoso Max von Sydow in un ruolo secondario. La mia recensione conterrà qualche piccola anticipazione.
Il film è decisamente gotico con toni cupi assai, e se devo essere sincero la partenza non era niente male, coi suoi toni di malvagità e dannazione e lo scenario seicentesco con evidenti sbandamenti verso un fantasy dotato di armi da fuoco. Un che di infernale e degenerato riemerge qua e là per tutto il film, mentre il nostro protagonista cambia e da malvagio diventa un eroe puritano sulla via della redenzione, in cerca di eroismi per contrastare Satana e salvare la propria anima. Personaggio forte quindi, magari senza la possibilità di molte sfaccettature: riconosco però all'attore un certo carisma di suo, che fa funzionare benino questo Solomon Kane come eroe solitario ma anche (meno spesso) come leader. I cattivi della situazione sono molto prevedibili (e grottescamente cattivi e diabolici) ma c'è una sorpresa verso la fine del film sull'identità di uno di essi, un tocco di vita in una parte molto scontata della storia: c'è anche da dire, tra parentesi, che mi risulta incredibile vedere una simile devastazione degna delle orde dei Mongoli in Inghilterra senza che nessuno intervenga, nemmeno fossimo in una steppa senza legge. Bella una certa scena con un prete, se vedrete giudicherete. Per quanto riguarda la fotografia e la qualità visiva del film, ci sono valide inquadrature che sembrano prender vita da un quadro fiammingo ma sventuratamente per lo più il regista ha preferito strafare con immagini saturate di tonalità blu scuro, e pioggia e nevischio a non finire per essere gotico che più gotico non si può.
Purtroppo il film s'incanala in una trama assai prevedibile dopo gli inizi in cui si sviluppa la sua ambientazione. E in questa classica lotta tra il bene e il male abbiamo le solite spettacolarizzazioni violente che un po' ovviamente "ci stanno" ma nel modo in cui sono fatte gli fanno perdere quel tocco di originalità che s'era intuita all'inizio. Non mancano le debolezze nella trama, le ingenuità, le soluzioni rapide e sbrigative per far andare avanti la storia senza farsi troppi problemi. E non manca nemmeno un mega-mostro finale da videogame, piuttosto fuori contesto nella storia, peraltro. Se speravate che la produzione europea significasse una pellicola meno prona alla tentazione del facile spettacolo e delle "americanate", purtroppo avete sbagliato. Dopo la metà, o forse addirittura dopo il primo terzo, questo film è per lo più scontato e verso la fine m'ha fatto sonnecchiare. Spettacolare a sufficienza, ha ricevuto una batosta solenne al botteghino ma potrebbero essere benissimo stati problemi di distribuzione in qualche mercato importante: di per sé Solomon Kane pur non essendo per niente eccelso è paragonabile a pellicole secondarie ma dignitose (provo a buttar lì qualche pietra di paragone: Val Helsing, Outlander...), un discreto risultato per il mediocre budget a disposizione e con qualche sentore di grande occasione buttata via.
Gli amanti dello sword and sorcery comunque li invito caldamente ad andare a vedere questo film, anche perché non ci sono certo grandi alernative a disposizione (né frequenti...).
Consiglio la lettura (agli anglofoni, però) di alcuni pensieri di James Purefoy sul film e sul cinema in generale.
Il film è decisamente gotico con toni cupi assai, e se devo essere sincero la partenza non era niente male, coi suoi toni di malvagità e dannazione e lo scenario seicentesco con evidenti sbandamenti verso un fantasy dotato di armi da fuoco. Un che di infernale e degenerato riemerge qua e là per tutto il film, mentre il nostro protagonista cambia e da malvagio diventa un eroe puritano sulla via della redenzione, in cerca di eroismi per contrastare Satana e salvare la propria anima. Personaggio forte quindi, magari senza la possibilità di molte sfaccettature: riconosco però all'attore un certo carisma di suo, che fa funzionare benino questo Solomon Kane come eroe solitario ma anche (meno spesso) come leader. I cattivi della situazione sono molto prevedibili (e grottescamente cattivi e diabolici) ma c'è una sorpresa verso la fine del film sull'identità di uno di essi, un tocco di vita in una parte molto scontata della storia: c'è anche da dire, tra parentesi, che mi risulta incredibile vedere una simile devastazione degna delle orde dei Mongoli in Inghilterra senza che nessuno intervenga, nemmeno fossimo in una steppa senza legge. Bella una certa scena con un prete, se vedrete giudicherete. Per quanto riguarda la fotografia e la qualità visiva del film, ci sono valide inquadrature che sembrano prender vita da un quadro fiammingo ma sventuratamente per lo più il regista ha preferito strafare con immagini saturate di tonalità blu scuro, e pioggia e nevischio a non finire per essere gotico che più gotico non si può.
Purtroppo il film s'incanala in una trama assai prevedibile dopo gli inizi in cui si sviluppa la sua ambientazione. E in questa classica lotta tra il bene e il male abbiamo le solite spettacolarizzazioni violente che un po' ovviamente "ci stanno" ma nel modo in cui sono fatte gli fanno perdere quel tocco di originalità che s'era intuita all'inizio. Non mancano le debolezze nella trama, le ingenuità, le soluzioni rapide e sbrigative per far andare avanti la storia senza farsi troppi problemi. E non manca nemmeno un mega-mostro finale da videogame, piuttosto fuori contesto nella storia, peraltro. Se speravate che la produzione europea significasse una pellicola meno prona alla tentazione del facile spettacolo e delle "americanate", purtroppo avete sbagliato. Dopo la metà, o forse addirittura dopo il primo terzo, questo film è per lo più scontato e verso la fine m'ha fatto sonnecchiare. Spettacolare a sufficienza, ha ricevuto una batosta solenne al botteghino ma potrebbero essere benissimo stati problemi di distribuzione in qualche mercato importante: di per sé Solomon Kane pur non essendo per niente eccelso è paragonabile a pellicole secondarie ma dignitose (provo a buttar lì qualche pietra di paragone: Val Helsing, Outlander...), un discreto risultato per il mediocre budget a disposizione e con qualche sentore di grande occasione buttata via.
Gli amanti dello sword and sorcery comunque li invito caldamente ad andare a vedere questo film, anche perché non ci sono certo grandi alernative a disposizione (né frequenti...).
Consiglio la lettura (agli anglofoni, però) di alcuni pensieri di James Purefoy sul film e sul cinema in generale.
giovedì 15 luglio 2010
Off Topic: Il Giardino dei Finzi-Contini
Ebbene sì, amo questo libro, non sarà perfetto ma mi ci riconosco per la maniera in cui rievoca i ricordi, e se fra i miei moventi c'è un imbecille sentimentalismo, così sia.
Il Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani l'ho letto per obbligo scolastico, ed è stato uno (dei non moltissimi) che, dopo un avvio stentato, m'è veramente piaciuto. Tante frasi, tante atmosfere mi sono rimaste impresse per anni: alla fine ho dovuto rileggermelo.
Dov'è, secondo me, il valore di questo classico? Mi piace per come racconta di un amore triste, disperato, una storia crudele che non può aspirare a nessuna conclusione positiva. Mi piace per come sa evocare l'arrovellarsi, lo struggimento. Ma anche il ritornare con la memoria, il voler evocare e far rivivere persone che non ci sono più. Passione e malinconia, ricordo e ossessione.
Sinceramente m'interessano meno e mi sembrano meno centrali, invece, il periodo storico e l'ambientazione, le idee politiche espresse dai personaggi nelle conversazioni, la ricostruzione di Ferrara o la menzione delle persecuzioni contro la comunità ebraica, anche se quest'ultimo fattore diventa un elemento portante della trama: il destino di morte che incombe sulla ricca famiglia dei Finzi-Contini e su tutta una comunità, discriminata e schiacciata a poco a poco. Sono elementi di contorno che, per carità, possono meritare una storia a parte, ma qui sono la cornice. Anche se avrebbero ben altro peso se uno prendesse in considerazione tutta l'opera di Bassani, che è più o meno completamente centrata su Ferrara e dintorni.
La trama, per chi non la sa e se la vuole far raccontare: il personaggio narrante, studente bravo ma scricchiolante in qualche materia, fa parte della comunità ebraica di Ferrara. Tra le sue conoscenze più remote e appartate ci sono Alberto e Micòl, i figli della famiglia più facoltosa (e negli atteggiamenti quasi aristocratica) di quella comunità: i Finzi-Contini, appunto. In occasione di una materia da riparare, mentre vaga disperato perché non sa come dirlo al padre, ha occasione di scambiare qualche parola con Micòl, allora ragazzina come lui, che lo chiama dall'alto delle mura di cinta del giardino di famiglia. Invitato a saltar dentro, ma troppo impacciato e pauroso per cogliere l'occasione in tempo e avventurarsi all'interno, il nostro protagonista resta affascinato da lei: tuttavia per anni non ha altra occasione di parlarle. Infatti la famiglia dei Finzi-Contini vive separata nella sua vasta tenuta, protetta da barriere che tengono lontano il resto della città.
Queste barriere sono scosse dall'arrivo delle leggi razziali. Gli ebrei sono espulsi dal ritrovo sportivo dove giocavano a tennis e l'isolamento dei Finzi-Contini si allenta, con l'invito a numerosi giovani di andare a giocare nel rudimentale campo esistente nel giardino. Tra questi c'è il narratore e Giampiero Malnate, milanese e comunista fervente, intimo amico di Alberto. Il nostro protagonista ha modo di frequentare Micòl e si strugge, cerca di corteggiarla senza fare la figura dello stupido, nella speranza di trasformare in qualcosa di più la calda amicizia che lei gli dimostra. Quando Micòl scompare per un certo periodo a Venezia, il narratore comincia a frequentare la lussuosa casa di famiglia per approfittare della biblioteca del padre (visto che in quanto ebreo non può più andare nelle biblioteche pubbliche) in modo da preparare la tesi di laurea; nel frattempo approfondisce la relazione con Alberto e con Malnate.
Al ritorno di Micòl trova il coraggio di baciarla ma la relazione di lei è ambigua, lo respinge ma gli resta amica, diventando però più scostante. Insistendo tra corteggiamenti e scenate di gelosia, il nostro sfortunato eroe finisce per rovinare tutto: ad un certo punto Micòl gli chiarisce che lo vede solo come un amico, che si era allontanata per far sgonfiare il malinteso, ma anche questa amicizia sta venendo rovinata dalla sua insistenza. "Esiliato" da Micòl che gli impone di farsi vedere solo raramente (e anche questo solo per "salvare le apparenze" perché in effetti non lo vuol più vedere), il narratore si danna, ma anziché dedicarsi a qualche progetto costruttivo (potrebbe, perché si è finalmente laureato), frequenta a tempo perso il Malnate fuori dalla casa di lei.
Alla fine torna una notte nel giardino scavalcando il famoso muro di nascosto e, in una scena in cui deduce i fatti con molta calma senza apparentemente farsi sviare dalla gelosia, sembrerà capire che proprio Malnate è stato l'amante di Micòl, chissà da quanto tempo. Ma anche questa scoperta è ambigua, messa in dubbio più avanti, nelle ultime righe del libro. Il narratore si decide a lasciare per sempre la casa dei Finzi-Contini dopo un affettuoso e intimo colloquio col padre (che lo invita a lasciar perdere e a comportarsi "da uomo"). Non rivedrà Micòl mai più, perché è destinata con tutta la sua famiglia (tranne Alberto che muore di malattia) a scomparire nei campi di concentramento. Malnate invece non tornerà più dalla campagna di Russia.
La parte più interessante del libro a mio parere è quella centrale, dopo i lunghi preamboli quasi ottocenteschi che introducono i personaggi e la storia: la parte delle speranze, delle paure e delle gioie del nostro protagonista, pagine che allo stesso tempo sono monumento al personaggio di Micòl, questa affascinante e apparentemente capricciosa divinità. Quando il nostro povero eroe dovrebbe capire (e non capisce) di essersi fatto delle illusioni, insiste malamente nel fare figure da imbecille: è una parte del libro dolorosa ma anche troppo estesa. L'avrei apprezzato di più se fosse andato rapidamente verso la conclusione. Alcuni tocchi commoventi nel finale.
Cosa disse la critica: troppo "classico", troppo ottocentesco, troppo sentimentalista, Bassani è stato accusato di essere una "Liala" della letteratura (il riferimento è ai romanzi rosa, per chi non lo sapesse). La critica gli veniva dagli ambienti progressisti e sarebbe da approfondire, trovando più tempo da dedicarvi (ma, sinceramente, se potrò tornare a Bassani credo che invece preferirò leggere un altro suo libro). Da una parte si potrebbe dire che uno ha diritto a scrivere quello che gli pare, seppure altre tematiche potrebbero sembrare degne di maggior urgenza a chi è più progressista o comunista di lui. Dall'altra, se ho ben capito, va considerato c'erano altre beghe in ballo, oltre alle squisite dissertazioni culturali: controllo di collane editoriali, posizioni di editor nelle case, lotta politica, insomma faccende di potere. A Bassani ad un certo punto della sua carriera artistica è toccato il ruolo del "vecchio" da cercare di far fuori? Forse. Il suo successo comunque è stato innegabile.
E quindi? Le critiche non sono del tutto sbagliate, e talvolta dietro il sentimento potrebbe esserci la fredda manipolazione delle emozioni del lettore. Però il tutto ha l'aria di essere molto sincero, almeno in parte è autobiografico, e ci sono dei tratti di una forza evocativa incredibile.
Chi volesse leggere quest'opera sappia che ci sono anche i momenti lenti, riferimenti talvolta prolissi a fatti ormai antichi e forse non interessanti, e lo stile è certamente datato. Mentre libri più vecchi di qualche decennio sono capaci di parlarti ancora con estrema freschezza, qui forse al lettore tocca fare qualche sforzo per "inserirsi nel contesto". D'altra parte essendo tutto un inno alla memoria e al passato, sarebbe ben strano trovare uno stile moderno e teso all'innovazione in un romanzo come Il Giardino dei Finzi-Contini.
Detto questo, il libro ha conquistato ormai la posizione di opera di primo piano della letteratura del novecento, e l'accostamento ai romanzi rosa è insensato se fatto come punzecchiatura, ridicolo se creduto sul serio.
Ma penso che chi mi ha seguito fin qui si sarà probabilmente fatto un'idea se, secondo i propri gusti, dovrà cercare questo libro o tenersene ben lontano.
Il Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani l'ho letto per obbligo scolastico, ed è stato uno (dei non moltissimi) che, dopo un avvio stentato, m'è veramente piaciuto. Tante frasi, tante atmosfere mi sono rimaste impresse per anni: alla fine ho dovuto rileggermelo.
Dov'è, secondo me, il valore di questo classico? Mi piace per come racconta di un amore triste, disperato, una storia crudele che non può aspirare a nessuna conclusione positiva. Mi piace per come sa evocare l'arrovellarsi, lo struggimento. Ma anche il ritornare con la memoria, il voler evocare e far rivivere persone che non ci sono più. Passione e malinconia, ricordo e ossessione.
Sinceramente m'interessano meno e mi sembrano meno centrali, invece, il periodo storico e l'ambientazione, le idee politiche espresse dai personaggi nelle conversazioni, la ricostruzione di Ferrara o la menzione delle persecuzioni contro la comunità ebraica, anche se quest'ultimo fattore diventa un elemento portante della trama: il destino di morte che incombe sulla ricca famiglia dei Finzi-Contini e su tutta una comunità, discriminata e schiacciata a poco a poco. Sono elementi di contorno che, per carità, possono meritare una storia a parte, ma qui sono la cornice. Anche se avrebbero ben altro peso se uno prendesse in considerazione tutta l'opera di Bassani, che è più o meno completamente centrata su Ferrara e dintorni.
La trama, per chi non la sa e se la vuole far raccontare: il personaggio narrante, studente bravo ma scricchiolante in qualche materia, fa parte della comunità ebraica di Ferrara. Tra le sue conoscenze più remote e appartate ci sono Alberto e Micòl, i figli della famiglia più facoltosa (e negli atteggiamenti quasi aristocratica) di quella comunità: i Finzi-Contini, appunto. In occasione di una materia da riparare, mentre vaga disperato perché non sa come dirlo al padre, ha occasione di scambiare qualche parola con Micòl, allora ragazzina come lui, che lo chiama dall'alto delle mura di cinta del giardino di famiglia. Invitato a saltar dentro, ma troppo impacciato e pauroso per cogliere l'occasione in tempo e avventurarsi all'interno, il nostro protagonista resta affascinato da lei: tuttavia per anni non ha altra occasione di parlarle. Infatti la famiglia dei Finzi-Contini vive separata nella sua vasta tenuta, protetta da barriere che tengono lontano il resto della città.
Queste barriere sono scosse dall'arrivo delle leggi razziali. Gli ebrei sono espulsi dal ritrovo sportivo dove giocavano a tennis e l'isolamento dei Finzi-Contini si allenta, con l'invito a numerosi giovani di andare a giocare nel rudimentale campo esistente nel giardino. Tra questi c'è il narratore e Giampiero Malnate, milanese e comunista fervente, intimo amico di Alberto. Il nostro protagonista ha modo di frequentare Micòl e si strugge, cerca di corteggiarla senza fare la figura dello stupido, nella speranza di trasformare in qualcosa di più la calda amicizia che lei gli dimostra. Quando Micòl scompare per un certo periodo a Venezia, il narratore comincia a frequentare la lussuosa casa di famiglia per approfittare della biblioteca del padre (visto che in quanto ebreo non può più andare nelle biblioteche pubbliche) in modo da preparare la tesi di laurea; nel frattempo approfondisce la relazione con Alberto e con Malnate.
Al ritorno di Micòl trova il coraggio di baciarla ma la relazione di lei è ambigua, lo respinge ma gli resta amica, diventando però più scostante. Insistendo tra corteggiamenti e scenate di gelosia, il nostro sfortunato eroe finisce per rovinare tutto: ad un certo punto Micòl gli chiarisce che lo vede solo come un amico, che si era allontanata per far sgonfiare il malinteso, ma anche questa amicizia sta venendo rovinata dalla sua insistenza. "Esiliato" da Micòl che gli impone di farsi vedere solo raramente (e anche questo solo per "salvare le apparenze" perché in effetti non lo vuol più vedere), il narratore si danna, ma anziché dedicarsi a qualche progetto costruttivo (potrebbe, perché si è finalmente laureato), frequenta a tempo perso il Malnate fuori dalla casa di lei.
Alla fine torna una notte nel giardino scavalcando il famoso muro di nascosto e, in una scena in cui deduce i fatti con molta calma senza apparentemente farsi sviare dalla gelosia, sembrerà capire che proprio Malnate è stato l'amante di Micòl, chissà da quanto tempo. Ma anche questa scoperta è ambigua, messa in dubbio più avanti, nelle ultime righe del libro. Il narratore si decide a lasciare per sempre la casa dei Finzi-Contini dopo un affettuoso e intimo colloquio col padre (che lo invita a lasciar perdere e a comportarsi "da uomo"). Non rivedrà Micòl mai più, perché è destinata con tutta la sua famiglia (tranne Alberto che muore di malattia) a scomparire nei campi di concentramento. Malnate invece non tornerà più dalla campagna di Russia.
La parte più interessante del libro a mio parere è quella centrale, dopo i lunghi preamboli quasi ottocenteschi che introducono i personaggi e la storia: la parte delle speranze, delle paure e delle gioie del nostro protagonista, pagine che allo stesso tempo sono monumento al personaggio di Micòl, questa affascinante e apparentemente capricciosa divinità. Quando il nostro povero eroe dovrebbe capire (e non capisce) di essersi fatto delle illusioni, insiste malamente nel fare figure da imbecille: è una parte del libro dolorosa ma anche troppo estesa. L'avrei apprezzato di più se fosse andato rapidamente verso la conclusione. Alcuni tocchi commoventi nel finale.
Cosa disse la critica: troppo "classico", troppo ottocentesco, troppo sentimentalista, Bassani è stato accusato di essere una "Liala" della letteratura (il riferimento è ai romanzi rosa, per chi non lo sapesse). La critica gli veniva dagli ambienti progressisti e sarebbe da approfondire, trovando più tempo da dedicarvi (ma, sinceramente, se potrò tornare a Bassani credo che invece preferirò leggere un altro suo libro). Da una parte si potrebbe dire che uno ha diritto a scrivere quello che gli pare, seppure altre tematiche potrebbero sembrare degne di maggior urgenza a chi è più progressista o comunista di lui. Dall'altra, se ho ben capito, va considerato c'erano altre beghe in ballo, oltre alle squisite dissertazioni culturali: controllo di collane editoriali, posizioni di editor nelle case, lotta politica, insomma faccende di potere. A Bassani ad un certo punto della sua carriera artistica è toccato il ruolo del "vecchio" da cercare di far fuori? Forse. Il suo successo comunque è stato innegabile.
E quindi? Le critiche non sono del tutto sbagliate, e talvolta dietro il sentimento potrebbe esserci la fredda manipolazione delle emozioni del lettore. Però il tutto ha l'aria di essere molto sincero, almeno in parte è autobiografico, e ci sono dei tratti di una forza evocativa incredibile.
Chi volesse leggere quest'opera sappia che ci sono anche i momenti lenti, riferimenti talvolta prolissi a fatti ormai antichi e forse non interessanti, e lo stile è certamente datato. Mentre libri più vecchi di qualche decennio sono capaci di parlarti ancora con estrema freschezza, qui forse al lettore tocca fare qualche sforzo per "inserirsi nel contesto". D'altra parte essendo tutto un inno alla memoria e al passato, sarebbe ben strano trovare uno stile moderno e teso all'innovazione in un romanzo come Il Giardino dei Finzi-Contini.
Detto questo, il libro ha conquistato ormai la posizione di opera di primo piano della letteratura del novecento, e l'accostamento ai romanzi rosa è insensato se fatto come punzecchiatura, ridicolo se creduto sul serio.
Ma penso che chi mi ha seguito fin qui si sarà probabilmente fatto un'idea se, secondo i propri gusti, dovrà cercare questo libro o tenersene ben lontano.
sabato 10 luglio 2010
Let Me In
Dopo l'estate arriva il remake USA di Lasciami Entrare (titolo internazionale: Let the Right One In), inusuale film di vampiri svedese. Niente di strano, segue la legge che, se qualcosa del cinema di altri paesi è interessante, gli Statunitensi devono per forza rifarlo da capo, e magari (come in questo caso) ambientarlo a casa loro.
Non ho idea (da un trailer non si può capire) se resterà qualcosa delle gelide e silenziose atmosfere nordiche, così peculiari. Posso dire che gli attori non mi ispirano: soprattutto sarà difficile avere una prestazione migliore di quella della giovanissima vampira del film svedese (Lina Leandersson, che tra l'altro non ha un look particolarmente nordico). La musica del trailer invece non è niente male.
Non sono uno di quelli che pensano che il remake yankee sia sempre e comunque peggio dell'originale, diciamo che... un sacco di volte va a finire così, ecco.
Ma credo che questo andrò a vederlo, anche se non amo questo genere di operazioni.
(Probabilmente il video "sfonderà a destra" sopra l'altra colonna del blog: almeno così succede sul mio schermo. Mi spiace per l'inconveniente)
Non ho idea (da un trailer non si può capire) se resterà qualcosa delle gelide e silenziose atmosfere nordiche, così peculiari. Posso dire che gli attori non mi ispirano: soprattutto sarà difficile avere una prestazione migliore di quella della giovanissima vampira del film svedese (Lina Leandersson, che tra l'altro non ha un look particolarmente nordico). La musica del trailer invece non è niente male.
Non sono uno di quelli che pensano che il remake yankee sia sempre e comunque peggio dell'originale, diciamo che... un sacco di volte va a finire così, ecco.
Ma credo che questo andrò a vederlo, anche se non amo questo genere di operazioni.
(Probabilmente il video "sfonderà a destra" sopra l'altra colonna del blog: almeno così succede sul mio schermo. Mi spiace per l'inconveniente)
mercoledì 7 luglio 2010
Cronache milanesi
Ieri distribuivano libri gratis in centro, sotto la vigile telecamera di Sky. In effetti la distribuzione era sponsorizzata dall'emittente televisiva, e i libri mostravano robusti adesivi in copertina. Non si trattava neanche di una distribuzione, i libri erano a mucchi e chi passava si serviva a piacere, sotto il vigile occhio della telecamera.
Sempre a patto di riuscire ad avvicinarsi nella calca.
Avrei voluto pigliarmi qualcosa ma 1) c'era da fare a gomitate per avvicinarsi 2) faceva veramente troppo caldo 3) i libri avevano tutta l'aria di essere per lo più gli invenduti degli invenduti. O forse no, però non ho scorto alcun titolo (guatando tra i corpi sudati che se li contendevano alla morte) che davvero mi interessasse, altrimenti mi sarei lanciato nella mischia dimenticando la mia ferrea volontà di snobbare l'iniziativa.
Nel frattempo il sindaco di Milano, la Moratti, si batte perché il nome della città venga preservato nella nuova versione del Monopoli, che sostituirà ai nomi di via quelli di città.
Niente da fare, le preferenze si devono esprimere votando sul sito dedicato e il vantaggio di altre località è imbattibile. Si impone una riflessione però: nelle località in testa, Catanzaro, Reggio Calabria ecc... una forte percentuale di cittadini hanno votato, a giudicare dalle cifre altissime. Probabilmente più di quelli che nell'ultimo decennio hanno fatto una partita a Monopoli. Ma c'è da crederlo davvero, che decine di migliaia di persone si prendano la briga di darsi da fare per mandare il nome della propria città sul tabellone del Monopoli? Io penso di no, più probabile che qualcuno si sia divertito a votare centinaia o migliaia di volte, invece.
La seconda riflessione che s'impone è che forse il mio sindaco dovrebbe occupare meglio il proprio tempo...
E, beninteso, di Milano nel tabellone a me non frega proprio niente.
Sempre a patto di riuscire ad avvicinarsi nella calca.
Avrei voluto pigliarmi qualcosa ma 1) c'era da fare a gomitate per avvicinarsi 2) faceva veramente troppo caldo 3) i libri avevano tutta l'aria di essere per lo più gli invenduti degli invenduti. O forse no, però non ho scorto alcun titolo (guatando tra i corpi sudati che se li contendevano alla morte) che davvero mi interessasse, altrimenti mi sarei lanciato nella mischia dimenticando la mia ferrea volontà di snobbare l'iniziativa.
Nel frattempo il sindaco di Milano, la Moratti, si batte perché il nome della città venga preservato nella nuova versione del Monopoli, che sostituirà ai nomi di via quelli di città.
Niente da fare, le preferenze si devono esprimere votando sul sito dedicato e il vantaggio di altre località è imbattibile. Si impone una riflessione però: nelle località in testa, Catanzaro, Reggio Calabria ecc... una forte percentuale di cittadini hanno votato, a giudicare dalle cifre altissime. Probabilmente più di quelli che nell'ultimo decennio hanno fatto una partita a Monopoli. Ma c'è da crederlo davvero, che decine di migliaia di persone si prendano la briga di darsi da fare per mandare il nome della propria città sul tabellone del Monopoli? Io penso di no, più probabile che qualcuno si sia divertito a votare centinaia o migliaia di volte, invece.
La seconda riflessione che s'impone è che forse il mio sindaco dovrebbe occupare meglio il proprio tempo...
E, beninteso, di Milano nel tabellone a me non frega proprio niente.
domenica 4 luglio 2010
Mattatoio n. 5
Kurt Vonnegut, scrittore pacifista e umanista, si inserisce in quella vasta schiera di scrittori anti autoritari e progressisti che hanno predominato nel panorama culturale (statunitense e non solo) del primo dopoguerra fino agli anni '60 e '70. Quindi il suo lavoro ha inevitabilmente un gusto ben preciso, di protesta e speranza, utopia e forse anche (giudicato al giorno d'oggi) ingenuità.
Il libro più celebre di Vonnegut, Mattatoio n. 5, è ispirato in effetti ad alcune fasi della sua vita: egli fu soldato nell'esercito USA e catturato nella battaglia delle Ardenne dai Tedeschi, verso il finire della Seconda Guerra Mondiale. Prigioniero, finì a Dresda, meravigliosa città che fu distrutta in un bombardamento giudicato da molti un crimine di guerra. (L'immagine di questo articolo è una foto d'epoca, mostra persone uccise nel bombardamento).
Le avventure del protagonista, Billy Pilgrim, ripercorrono questi e altri eventi, in mezzo a commentari e intromissioni dell'autore, e con apparizioni dell'autore stesso come personaggio di importanza minimale inserito nel contesto dei prigionieri statunitensi a Dresda. Per giunta si fa menzione dei libri di un certo Kilgore Trout, scrittore di fantascienza che compare nel libro tramite le sue pubblicazioni e in persona, un altro alter ego di Vonnegut, si può dire, visto che compare continuamente nei suoi libri. La trama è assolutamente non lineare al punto che la morte di alcuni personaggi viene preannunciata molto prima che mostrata. In parole povere, è uno di quei libri che sfidano più o meno tutte le convenzioni che vi insegnano in un corso di scrittura creativa. E in effetti talvolta questo modo di scrivere è pure irritante, ma il libro nel suo complesso è tuttora molto leggibile, a mio parere.
Magari qualcuno si chiederà: cosa ha a che vedere con il fantastico? Ebbene, Billy viene rapito dagli extraterrestri (i Tralfamadoriani, sperando di averlo scritto giuto) e impara a vivere il tempo come loro: ovvero, viaggia fortunostamente da un momento all'altro della propria vita (da qui la narrazione non lineare) e comincia a vedere la vita in quattro dimensioni come la vedono gli alieni: predestinata e immutabile, ma con la possibilità di viverne e riviverne all'infinito i momenti migliori. Questa particolarità ovviamente può disorientare, così come può rendere confusa la lettura del libro, ma è illustrata abbastanza bene da Vonnegut e contribuisce a dare l'atmosfera di un mondo in cui il protagonista non può influire su quello che gli succede ed è prigioniero di una serie di avvenimenti in parte tragici e pazzeschi, e del tutto inevitabili.
L'effetto quindi rafforza la satira antimilitarista di Vonnegut, e la sua visione disincantata dell'umanità con le sue sofferenze e con le idee di cui è prigioniera.
Tra le tematiche del libro non mancano altri riferimenti tragici (la Crociata dei Bambini, fatto di dubbia veridicità storica) e spaccati di vita americana, nella carriera di Billy che diventa un ottico di successo dopo la guerra. La volontà dell'uomo, e la sua irrazionalità, vengono messe sotto il riflettore con l'espediente della natura degli alieni che possono sapere tutto quello che avviene e avverrà, ma non possono decidere di cambiare nulla perché è come se tutto fosse "già avvenuto." Gli alieni, che guardano l'umanità con curiosità e disprezzo, in questo non ci sono superiori, ma l'umanità, pur dotata teoricamente di libero arbitrio, non se la cava molto meglio. Così a ogni avvenimento tragico Vonnegut aggiunge il suo fatalistico commento: "Così va la vita."
Che sia cinico o disperato, il suo non è un punto di vista allegro.
Concludendo: un gran bel libro, strano nelle tecniche espositive, che possono dar fastidio ma che ne esaltano la singolarità. Penso che questo Mattatoio n. 5 sia ancora interessante e stimolante, e mi sento di consigliarlo senza esitazione.
Il libro più celebre di Vonnegut, Mattatoio n. 5, è ispirato in effetti ad alcune fasi della sua vita: egli fu soldato nell'esercito USA e catturato nella battaglia delle Ardenne dai Tedeschi, verso il finire della Seconda Guerra Mondiale. Prigioniero, finì a Dresda, meravigliosa città che fu distrutta in un bombardamento giudicato da molti un crimine di guerra. (L'immagine di questo articolo è una foto d'epoca, mostra persone uccise nel bombardamento).
Le avventure del protagonista, Billy Pilgrim, ripercorrono questi e altri eventi, in mezzo a commentari e intromissioni dell'autore, e con apparizioni dell'autore stesso come personaggio di importanza minimale inserito nel contesto dei prigionieri statunitensi a Dresda. Per giunta si fa menzione dei libri di un certo Kilgore Trout, scrittore di fantascienza che compare nel libro tramite le sue pubblicazioni e in persona, un altro alter ego di Vonnegut, si può dire, visto che compare continuamente nei suoi libri. La trama è assolutamente non lineare al punto che la morte di alcuni personaggi viene preannunciata molto prima che mostrata. In parole povere, è uno di quei libri che sfidano più o meno tutte le convenzioni che vi insegnano in un corso di scrittura creativa. E in effetti talvolta questo modo di scrivere è pure irritante, ma il libro nel suo complesso è tuttora molto leggibile, a mio parere.
Magari qualcuno si chiederà: cosa ha a che vedere con il fantastico? Ebbene, Billy viene rapito dagli extraterrestri (i Tralfamadoriani, sperando di averlo scritto giuto) e impara a vivere il tempo come loro: ovvero, viaggia fortunostamente da un momento all'altro della propria vita (da qui la narrazione non lineare) e comincia a vedere la vita in quattro dimensioni come la vedono gli alieni: predestinata e immutabile, ma con la possibilità di viverne e riviverne all'infinito i momenti migliori. Questa particolarità ovviamente può disorientare, così come può rendere confusa la lettura del libro, ma è illustrata abbastanza bene da Vonnegut e contribuisce a dare l'atmosfera di un mondo in cui il protagonista non può influire su quello che gli succede ed è prigioniero di una serie di avvenimenti in parte tragici e pazzeschi, e del tutto inevitabili.
L'effetto quindi rafforza la satira antimilitarista di Vonnegut, e la sua visione disincantata dell'umanità con le sue sofferenze e con le idee di cui è prigioniera.
Tra le tematiche del libro non mancano altri riferimenti tragici (la Crociata dei Bambini, fatto di dubbia veridicità storica) e spaccati di vita americana, nella carriera di Billy che diventa un ottico di successo dopo la guerra. La volontà dell'uomo, e la sua irrazionalità, vengono messe sotto il riflettore con l'espediente della natura degli alieni che possono sapere tutto quello che avviene e avverrà, ma non possono decidere di cambiare nulla perché è come se tutto fosse "già avvenuto." Gli alieni, che guardano l'umanità con curiosità e disprezzo, in questo non ci sono superiori, ma l'umanità, pur dotata teoricamente di libero arbitrio, non se la cava molto meglio. Così a ogni avvenimento tragico Vonnegut aggiunge il suo fatalistico commento: "Così va la vita."
Che sia cinico o disperato, il suo non è un punto di vista allegro.
Concludendo: un gran bel libro, strano nelle tecniche espositive, che possono dar fastidio ma che ne esaltano la singolarità. Penso che questo Mattatoio n. 5 sia ancora interessante e stimolante, e mi sento di consigliarlo senza esitazione.
martedì 29 giugno 2010
Fahrenheit 451, il film
Il film tratto dal libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury uscì nel 1966 per la regia di François Truffaut, un celebre artista francese autodidatta, critico letterario e regista, nonché attore cinematografico. Il ruolo del protagonista maschile, nel ruolo di Montag ovviamente, toccò a Oskar Werner, attore austriaco che da ragazzo disertò le armate di Hitler. Curiosamente la stessa attrice, Julie Christie, sex symbol degli anni '60, prese sia il ruolo della moglie di Montag, Linda (era Mildred nel libro), che di Clarissa, la ragazza "ribelle" che qui interpreta una parte maggiore, ma ha qualche anno in più e lavora come insegnante alle scuole elementari.
Se è difficile giudicare il libro dopo tanti anni (ci ho faticosamente provato in un post di qualche giorno fa), forse è ancora più complicato dare una valutazione a questo film
Innanzitutto è invecchiato male (e questa per me è una gran delusione: una scena o due viste da bambino mi avevano impressionato parecchio, ricordo). La fantascienza retrò a volte ha un suo fascino bizzarro ma qui c'è ben poco. Per cercare di rendere l'idea di una società futura c'è qualche edificio strano e molti palazzoni moderni senza identità (già grigi e precocemente invecchiati nel film!), il curioso veicolo dei pompieri, una monorotaia che ai tempi era sperimentale, un tentativo di rendere il megaschermo a parete che diventa simile a un modesto schermo LCD del giorno d'oggi (e si vede pure male). Altri dettagli sono piuttosto ridicoli, a cominciare dalle uniformi dei pompieri incendiari o dai poliziotti che volano con degli apparecchi a razzo individuali in una scena dove gli effetti speciali scendono troppo al di sotto del livello di guardia anche per un film di quel periodo.
A parte gli aspetti tecnici, abbiamo purtroppo una recitazione lenta, spesso faticosa o teatrale, un film con poco ritmo e poca presa. Dialoghi troppo lunghi o veri e propri monologhi. Gli aspetti intellettuali sono rispettati perciò tanti ricordano questo film ancora con piacere, ma non è particolarmente ben riuscito. Modesta, se non peggio, la prestazione di Julie Christie, con l'aggravante che regge due parti, e importanti entrambe. Migliore quella di Werner, ma solo a tratti. Pessima, noiosissima, la televisione del futuro immaginata da Truffaut: la "famiglia" che dovrebbe ipnotizzare Linda e tante altre persone semplici come lei è sciocca come dovrebbe essere, ma non realizzata in maniera accattivante né dinamica.
Comunque la mano del regista si vede in alcune scelte valide. Innanzitutto la semplificazione del finale (senza la guerra totale che c'è nel libro) è più adatta al film ed evita di complicare le cose con troppa carne al fuoco, stessa cosa si può dire riguardo al migliore sfruttamento del personaggio di Clarissa.
Da una parte Truffaut non si è abbastanza liberato del tentativo di dire tutto quello che c'è nel libro, e da questo derivano tante scene troppo verbose, dall'altra comunque il risultato è un film che, mi sembra, può risultare pienamente comprensibile anche a chi il libro non l'abbia letto (personalmente ho guardato metà del film prima di leggere il libro, e l'ho terminato in seguito). Da questo punto di vista questa pellicola è meglio riuscita di quella ispirata a 1984 (purtroppo).
Brillante l'inizio senza i titoli scritti sullo schermo: sono sostituiti da una voce fuori campo, in tono con la società semi illetterata di cui si parla nella storia. Potente, secondo me, la scena in cui l'anziana signora (attrice: Bee Duffel) decide di morire con i suoi libri: bella recitazione, un momento di bel cinema.
Un'ultima nota: con l'avvento dei computer, e dei lettori di ebook, l'idea di bruciare i libri di carta è ora superata al punto che i tentativi di fare un remake moderno di questo film si sono impantanati, a quanto pare, definitivamente. E in fondo mi dispiace.
Se siete improvvisamente diventati fan di Julie Christie (e se lo eravate anche prima) cliccate qui.
Se è difficile giudicare il libro dopo tanti anni (ci ho faticosamente provato in un post di qualche giorno fa), forse è ancora più complicato dare una valutazione a questo film
Innanzitutto è invecchiato male (e questa per me è una gran delusione: una scena o due viste da bambino mi avevano impressionato parecchio, ricordo). La fantascienza retrò a volte ha un suo fascino bizzarro ma qui c'è ben poco. Per cercare di rendere l'idea di una società futura c'è qualche edificio strano e molti palazzoni moderni senza identità (già grigi e precocemente invecchiati nel film!), il curioso veicolo dei pompieri, una monorotaia che ai tempi era sperimentale, un tentativo di rendere il megaschermo a parete che diventa simile a un modesto schermo LCD del giorno d'oggi (e si vede pure male). Altri dettagli sono piuttosto ridicoli, a cominciare dalle uniformi dei pompieri incendiari o dai poliziotti che volano con degli apparecchi a razzo individuali in una scena dove gli effetti speciali scendono troppo al di sotto del livello di guardia anche per un film di quel periodo.
A parte gli aspetti tecnici, abbiamo purtroppo una recitazione lenta, spesso faticosa o teatrale, un film con poco ritmo e poca presa. Dialoghi troppo lunghi o veri e propri monologhi. Gli aspetti intellettuali sono rispettati perciò tanti ricordano questo film ancora con piacere, ma non è particolarmente ben riuscito. Modesta, se non peggio, la prestazione di Julie Christie, con l'aggravante che regge due parti, e importanti entrambe. Migliore quella di Werner, ma solo a tratti. Pessima, noiosissima, la televisione del futuro immaginata da Truffaut: la "famiglia" che dovrebbe ipnotizzare Linda e tante altre persone semplici come lei è sciocca come dovrebbe essere, ma non realizzata in maniera accattivante né dinamica.
Comunque la mano del regista si vede in alcune scelte valide. Innanzitutto la semplificazione del finale (senza la guerra totale che c'è nel libro) è più adatta al film ed evita di complicare le cose con troppa carne al fuoco, stessa cosa si può dire riguardo al migliore sfruttamento del personaggio di Clarissa.Da una parte Truffaut non si è abbastanza liberato del tentativo di dire tutto quello che c'è nel libro, e da questo derivano tante scene troppo verbose, dall'altra comunque il risultato è un film che, mi sembra, può risultare pienamente comprensibile anche a chi il libro non l'abbia letto (personalmente ho guardato metà del film prima di leggere il libro, e l'ho terminato in seguito). Da questo punto di vista questa pellicola è meglio riuscita di quella ispirata a 1984 (purtroppo).
Brillante l'inizio senza i titoli scritti sullo schermo: sono sostituiti da una voce fuori campo, in tono con la società semi illetterata di cui si parla nella storia. Potente, secondo me, la scena in cui l'anziana signora (attrice: Bee Duffel) decide di morire con i suoi libri: bella recitazione, un momento di bel cinema.
Un'ultima nota: con l'avvento dei computer, e dei lettori di ebook, l'idea di bruciare i libri di carta è ora superata al punto che i tentativi di fare un remake moderno di questo film si sono impantanati, a quanto pare, definitivamente. E in fondo mi dispiace.
Se siete improvvisamente diventati fan di Julie Christie (e se lo eravate anche prima) cliccate qui.
domenica 27 giugno 2010
Bloggare rende liberi...
Vi propongo un paio di blog che seguo da un certo tempo, e che trovo molto interessanti. Il primo dei due non è diversissimo da questo, ma è incentrato più fermamente sui libri del fantastico (mentre io ho una maggiore ampiezza di argomenti, il che può essere un bene o un male, da un punto di vista di audience). Si tratta di Neth Space, ed è in inglese, purtroppo. Ci sono parecchie novità e notiziole, ve lo consiglio decisamente, anche per la ricchezza di link che propone.
Il secondo blog è in italiano e l'argomento di cui tratta è un po' la cenerentola del mio blog: i giochi da tavolo, che sono una mia passione (ne sto pure pubblicando uno). L'elemento ludico è fin dall'inizio presente come scopo di questo blog, ma finora ho attirato molti più bibliofili e cinefili che non giocatori. C'è da dire comunque che l'argomento giochi è più popolare nel resto del mondo civile, tipo Nord Europa (dove hanno inverni freddi e lunghe serate da far passare, e probabilmente la TV fa schifo come da noi) e USA. Noi siamo mediterranei e ci divertiamo sempre fuori casa, a spasso; leggiamo pochi libri (chi ne legge!), e per quanto riguarda i giochi al massimo abbiamo fatto una partita a Monopoli e due a Risiko. Al limite sono popolari i videogame. Tuttavia qualche appassionato esiste anche da noi.
Il blog che propongo è Giochi sul nostro tavolo, dove gli interessati potranno trovare una ricchezza di informazioni incredibile. Recensioni approfondite, incontri con i gruppi di giocatori, interviste con i disegnatori di giochi, commenti sulle manifestazioni nazionali e internazionali, e anche qui un sacco di link. Per chi ama il genere, un blog pazzesco, da perdercisi dentro. Complimenti a Fabio, l'autore.
Il secondo blog è in italiano e l'argomento di cui tratta è un po' la cenerentola del mio blog: i giochi da tavolo, che sono una mia passione (ne sto pure pubblicando uno). L'elemento ludico è fin dall'inizio presente come scopo di questo blog, ma finora ho attirato molti più bibliofili e cinefili che non giocatori. C'è da dire comunque che l'argomento giochi è più popolare nel resto del mondo civile, tipo Nord Europa (dove hanno inverni freddi e lunghe serate da far passare, e probabilmente la TV fa schifo come da noi) e USA. Noi siamo mediterranei e ci divertiamo sempre fuori casa, a spasso; leggiamo pochi libri (chi ne legge!), e per quanto riguarda i giochi al massimo abbiamo fatto una partita a Monopoli e due a Risiko. Al limite sono popolari i videogame. Tuttavia qualche appassionato esiste anche da noi.
Il blog che propongo è Giochi sul nostro tavolo, dove gli interessati potranno trovare una ricchezza di informazioni incredibile. Recensioni approfondite, incontri con i gruppi di giocatori, interviste con i disegnatori di giochi, commenti sulle manifestazioni nazionali e internazionali, e anche qui un sacco di link. Per chi ama il genere, un blog pazzesco, da perdercisi dentro. Complimenti a Fabio, l'autore.
sabato 19 giugno 2010
Fahrenheit 451
La distopia mi ha sempre interessato, quindi sono molto in ritardo nella lettura di questo libro. Qui scriverò qualche riflessione, invitando coloro che non conoscono il libro a leggerlo prima di tornare eventualmente a questo articolo, perché anticiperò elementi della trama.
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury è un libro importante, che ancora oggi può stimolare la riflessione, nonostante la metafora che veicola la storia mi abbia sempre lasciato perplesso: tutta la questione del bruciare i libri, dei pompieri che vanno in giro con il cherosene, e così via. Probabilmente ci voleva, nel senso che se voglio fare un discorso serio spesso devo annunciarlo in maniera stravagante o semiseria, così almeno qualcuno si incuriosisce e mi sta a sentire. Ma non mi piace. No, davvero: questo aspetto di Fahrenheit 451 mi è sempre sembrato inverosimile, troppo irrealistico, fin da quando (ero bambino) vidi una scena del film ispirato a questo libro: mi è rimasta come l'impressione di una storia bizzarra e impossibile. Innanzitutto perché l'autore deve poi inventarsi delle altre trovate irrealistiche per giustificare il fatto che i pompieri hanno cambiato mestiere (appiccano incendi e non li spengono): così le case sono state ricoperte di un intonaco che impedisce qualsiasi incendio e i pompieri nel vecchio ruolo non servono più (be'... non prende mai fuoco nemmeno una foresta?). D'altra parte se l'autore, come ha dichiarato, era più preoccupato di parlarci dei pericoli della televisione (ai suoi tempi una novità) non è chiaro come mai c'è tanta enfasi su questioni che sanno più di un monito sul ritorno della censura. Infine, nella stessa narrazione è evidente che la lettura prima di essere vietata è stata "stesa al tappeto" dalla televisione perciò non c'è alcun senso, nel mondo immaginato da Bradbury, di vietarla. Perciò la storiella dei roghi di libri e della caccia alle persone "eccentriche" mi pare poco azzeccata, tanto più che oggi ci troviamo più o meno nel mondo immaginato da Bradbury ed è evidente che non vi è alcun bisogno di dar la caccia ai letterati o ai professori universitari. Viviamo in un mondo che è satira di sé stesso, dove il teleschermo detta legge (e, per adesso, con buona pace di chi spera che internet cambi le regole del gioco) e l'uomo che lo controlla [edit: qui parlo ovviamente di Berlusconi] controlla il potere, anzi controllando pure la carta stampata può perfino guadagnare sulla produzione dei libri che criticano proprio lui, li lascia pubblicare senza la minima difficoltà, tanto chi legge libri è ininfluente. Pertanto, anche sulla scorta del nostro Fahrenheit all'italiana, mi permetto di criticare la distopia di Bradbury, per quanto delle previsioni interessanti in questo libro ci siano. E quindi passiamo a queste.
Innanzitutto, tornando proprio alla politica: le elezioni del mondo di Fahrenheit 451 (dove si presenta un candidato bello e sorridente e uno brutto, antipatico e vestito male) sono evidentemente una farsa, degna di riflessione nel mondo di oggi dove essere rappresentati è diventato ormai impossibile. Ma ancora di più viene puntato il dito contro l'idiozia dell'elettorato, il fatto che vive di slogan, di immagine, il fatto che prende decisioni importanti per il futuro ascoltando spesso solo qualche frase a effetto e impegnandosi in ragionamenti non più lunghi di dieci secondi, perché di più non è capace. L'elettorato di Fahrenheit 451 è come la maggior parte di noi, inutile nascondersi dietro un dito. E il bipolarismo politico rischia di trasformarsi nella stessa farsa del libro, visto che le decisioni ormai non si prendono più nei parlamenti.
Altre riflessioni sulla democrazia di Bradbury non mi sono sfuggite. Innanzitutto la critica ante litteram al politicamente corretto, là dove dice che ogni minoranza ha il diritto di sentirsi offesa per qualcosa che va contro il suo modo di pensare e di invocare il cherosene e il fiammifero per dar fuoco a queste idee. Ma Bradbury critica anche la tirannide della maggioranza, idea che mi trova d'accordo (e peraltro problema di non facile soluzione).
Probabilmente non era una vera e propria "predizione" perché certe cose Bradbury le poteva già vedere in embrione, ma è acuta la critica del consumismo e del micidiale corto circuito in cui le persone scoprono di aver desiderio di piaceri, di titillazioni immediate ai propri sensi, e trovano una società commerciale che non desidera altro che di fornire questi piaceri, e poi magari di indurre nuovi bisogni, contribuendo a creare una collettività di menti immature, deviate. Dove senza alcuna razionalità e lucidità si mettono in atto in nome del piacere anche comportamenti pericolosi (il flagello delle corse in auto di cui parla Bradbury) e criminali: qui l'autore identifica la violenza come piacere, come soddisfazione immediata degli istinti. Uno spiraglio di intuizione verso la pornografia della violenza che oggi è effettivamente venuta a solleticare gli istinti di tutti noi.
Quanto all'obiettivo principale di Bradbury, quello di fornire un monito contro i pericoli della televisione, oggi possiamo chiederci se sia ancora un messaggio attuale. Apparentemente lo è. La televisione non è più l'unico strumento di comunicazione, ma rimane senz'altro il principale. C'è chi ha gridato al miracolo quando la comparsa dgli SMS ha riportato i giovani a "leggere e scrivere". Salvo poi scoprire tutto un mondo di superficialità legato al cellulare e all'uso che se ne fa. E se possiamo dire che internet sta a poco a poco cambiando le regole del gioco (maggiore interattività, pluralità dei soggetti che hanno diritto di parola) dobbiamo però temere che la televisione, intesa sia come canali di comunicazione che come maniera di intendere la fruizione di contenuti, sta a sua volta colonizzando anche internet, che diventa sempre più un ricettacolo di filmati e messaggi istantanei. (Da notare che, sia pure in una maniera ben poco stimolante, anche la TV di Fahrenheit 451 è interattiva).
Ma in verità la prospettiva va cambiata, non ha senso prendersela con la "televisione". Non ci sono media buoni o cattivi, anche se gli usi possibili di alcuni sono forse potenzialmente più pericolosi di altri. Esistono possibilità tecnologiche una volta impensabili, che permettono anche alle schifezze degli ignoranti e degli imbecilli di prendere prepotentemente la ribalta lasciando con una piva di mezzo metro chi pensava di avere il diritto di sedersi in cattedra con la propria istruzione e autorevolezza. E questo non risparmia i libri. I romanzetti da quattro soldi di tutti i tempi (più o meno sono sempre esistiti!) e la maggior parte di quello che viene stampato oggi meritano proprio il trattamento che i pompieri di Bradbury riservavano ai libri che riuscivano a trovare (chissà come mai i titoli che vanno al rogo, citati da Bradbury, sono solo opere immortali, mai una schifezza che sia una).
Il punto è che una volta la gente viveva e moriva senza fruire di altri contenuti di comunicazione se non qualche canzone, qualche dipinto visto in una chiesa e i sermoni del prete la domenica. Le eccezioni riguardavano una percentuale minima della popolazione. La stessa che poi ha visto con orrore il "popolo" diventare fruitore, protagonista e produttore di contenuti adatti al proprio livello culturale. Con l'aggravante che se una volta esisteva una saggezza popolare oggi abbiamo una società destrutturata, senza capacità di riflessione, dove la famiglia è diventata latitante senza niente che la sostituisca, dove alla gente manca la minima voglia di migliorarsi.
Piuttosto, se vogliamo dare un significato alla lamentela sulla tirannide della maggioranza cui fa menzione l'autore, nei media questa si esercita con le leggi del marketing e della televisione o dell'editoria commerciale, per cui se la maggior parte della gente chiede programmi escrementizi, questi saranno imposti a tutti, con un sorriso e un augurio di buon appetito.
Il mio giudizio sul valore della "profezia" distopica di Bradbury è quindi ambivalente. Per quanto riguarda il valore letterario, sono invece molto più soddisfatto. Bradbury procede con una prosa a volte rapida ed energica, intervallata a momenti descrittivi e intimi. Fa largo uso di similitiudini, di immagini evocative. Il suo scrivere è potente, fa subito presa. Scava nell'alienazione del suo protagonista e delle persone che gli stanno intorno. Coglie alla perfezione il vuoto, la tristezza sorda di chi sente che qualcosa non va ma non riesce a guardarsi dentro e a capire la propria insoddisfazione.
I personaggi di Fahrenheit 451 sono in buona parte belli, ben riusciti. Il protagonista con il suo viaggio di scoperta ma anche i suoi errori e le sue titubanze. Molto azzeccato il fatto che Montag sappia leggere ma non capisce veramente quello che legge: in un mondo di interruttori e manopole, la lettura in effetti non è dimenticata ma ridotta al minimo (ad esempio, i pompieri ricevono con una telescrivente l'indirizzo del luogo in cui devono intervenire) perciò il significato di un testo letterario è loro impervio perché vivono in un mondo di messaggi brevi, immediati e semplici. Montag deve cercare un vecchio con un'educazione all'antica, e lo trova in Faber, che alterna momenti di timore per sé e il suo nuovo amico a momenti in cui scopre un coraggio che non aveva mai avuto.
Mi ha interessato di meno Clarissa, la ragazza rimasta "viva e vitale" e che svolge all'inizio del libro un ruolo di catalizzatore dell'insofferenza di Montag per il suo mondo. Per me è un personaggio che ricopre in modo abbreviato e abbastanza utilitaristico il ruolo di Julia, in 1984, la bella ragazza ribelle che dà coraggio all'eroe e lo sprona alla presa di coscienza. Beatty (capo della squadra di pompieri) sa troppe cose del mondo di prima per essere davvero credibile come difensore del sistema, anche se in effetti la dice lunga il suo farsi ammazzare da Montag, quando lo ha scoperto e incastrato.
Mildred è un personaggio praticamente nullo eppure Montag pensa a lei e si preoccupa per lei. Questa donna schiava della sua mega - televisione che ha preso ormai tre pareti del soggiorno in qualche modo comunica una pena al lettore che la rende meno odiosa e insignificante di quello che potrebbe sembrare. Granger col suo gruppo di saggi intellettuali nomadi invece è un personaggio un po' ridicolo (tutto il suo gruppo lo è). Come un po' debole è il finale apparentemente catastrofico ma in realtà ottimistico della guerra atomica, che distrugge il mondo distopico di Fahrenheit 451 e prelude alla rinascita dell'uomo:
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury è un libro importante, che ancora oggi può stimolare la riflessione, nonostante la metafora che veicola la storia mi abbia sempre lasciato perplesso: tutta la questione del bruciare i libri, dei pompieri che vanno in giro con il cherosene, e così via. Probabilmente ci voleva, nel senso che se voglio fare un discorso serio spesso devo annunciarlo in maniera stravagante o semiseria, così almeno qualcuno si incuriosisce e mi sta a sentire. Ma non mi piace. No, davvero: questo aspetto di Fahrenheit 451 mi è sempre sembrato inverosimile, troppo irrealistico, fin da quando (ero bambino) vidi una scena del film ispirato a questo libro: mi è rimasta come l'impressione di una storia bizzarra e impossibile. Innanzitutto perché l'autore deve poi inventarsi delle altre trovate irrealistiche per giustificare il fatto che i pompieri hanno cambiato mestiere (appiccano incendi e non li spengono): così le case sono state ricoperte di un intonaco che impedisce qualsiasi incendio e i pompieri nel vecchio ruolo non servono più (be'... non prende mai fuoco nemmeno una foresta?). D'altra parte se l'autore, come ha dichiarato, era più preoccupato di parlarci dei pericoli della televisione (ai suoi tempi una novità) non è chiaro come mai c'è tanta enfasi su questioni che sanno più di un monito sul ritorno della censura. Infine, nella stessa narrazione è evidente che la lettura prima di essere vietata è stata "stesa al tappeto" dalla televisione perciò non c'è alcun senso, nel mondo immaginato da Bradbury, di vietarla. Perciò la storiella dei roghi di libri e della caccia alle persone "eccentriche" mi pare poco azzeccata, tanto più che oggi ci troviamo più o meno nel mondo immaginato da Bradbury ed è evidente che non vi è alcun bisogno di dar la caccia ai letterati o ai professori universitari. Viviamo in un mondo che è satira di sé stesso, dove il teleschermo detta legge (e, per adesso, con buona pace di chi spera che internet cambi le regole del gioco) e l'uomo che lo controlla [edit: qui parlo ovviamente di Berlusconi] controlla il potere, anzi controllando pure la carta stampata può perfino guadagnare sulla produzione dei libri che criticano proprio lui, li lascia pubblicare senza la minima difficoltà, tanto chi legge libri è ininfluente. Pertanto, anche sulla scorta del nostro Fahrenheit all'italiana, mi permetto di criticare la distopia di Bradbury, per quanto delle previsioni interessanti in questo libro ci siano. E quindi passiamo a queste.
Innanzitutto, tornando proprio alla politica: le elezioni del mondo di Fahrenheit 451 (dove si presenta un candidato bello e sorridente e uno brutto, antipatico e vestito male) sono evidentemente una farsa, degna di riflessione nel mondo di oggi dove essere rappresentati è diventato ormai impossibile. Ma ancora di più viene puntato il dito contro l'idiozia dell'elettorato, il fatto che vive di slogan, di immagine, il fatto che prende decisioni importanti per il futuro ascoltando spesso solo qualche frase a effetto e impegnandosi in ragionamenti non più lunghi di dieci secondi, perché di più non è capace. L'elettorato di Fahrenheit 451 è come la maggior parte di noi, inutile nascondersi dietro un dito. E il bipolarismo politico rischia di trasformarsi nella stessa farsa del libro, visto che le decisioni ormai non si prendono più nei parlamenti.
Altre riflessioni sulla democrazia di Bradbury non mi sono sfuggite. Innanzitutto la critica ante litteram al politicamente corretto, là dove dice che ogni minoranza ha il diritto di sentirsi offesa per qualcosa che va contro il suo modo di pensare e di invocare il cherosene e il fiammifero per dar fuoco a queste idee. Ma Bradbury critica anche la tirannide della maggioranza, idea che mi trova d'accordo (e peraltro problema di non facile soluzione).
Probabilmente non era una vera e propria "predizione" perché certe cose Bradbury le poteva già vedere in embrione, ma è acuta la critica del consumismo e del micidiale corto circuito in cui le persone scoprono di aver desiderio di piaceri, di titillazioni immediate ai propri sensi, e trovano una società commerciale che non desidera altro che di fornire questi piaceri, e poi magari di indurre nuovi bisogni, contribuendo a creare una collettività di menti immature, deviate. Dove senza alcuna razionalità e lucidità si mettono in atto in nome del piacere anche comportamenti pericolosi (il flagello delle corse in auto di cui parla Bradbury) e criminali: qui l'autore identifica la violenza come piacere, come soddisfazione immediata degli istinti. Uno spiraglio di intuizione verso la pornografia della violenza che oggi è effettivamente venuta a solleticare gli istinti di tutti noi.
Quanto all'obiettivo principale di Bradbury, quello di fornire un monito contro i pericoli della televisione, oggi possiamo chiederci se sia ancora un messaggio attuale. Apparentemente lo è. La televisione non è più l'unico strumento di comunicazione, ma rimane senz'altro il principale. C'è chi ha gridato al miracolo quando la comparsa dgli SMS ha riportato i giovani a "leggere e scrivere". Salvo poi scoprire tutto un mondo di superficialità legato al cellulare e all'uso che se ne fa. E se possiamo dire che internet sta a poco a poco cambiando le regole del gioco (maggiore interattività, pluralità dei soggetti che hanno diritto di parola) dobbiamo però temere che la televisione, intesa sia come canali di comunicazione che come maniera di intendere la fruizione di contenuti, sta a sua volta colonizzando anche internet, che diventa sempre più un ricettacolo di filmati e messaggi istantanei. (Da notare che, sia pure in una maniera ben poco stimolante, anche la TV di Fahrenheit 451 è interattiva).
Ma in verità la prospettiva va cambiata, non ha senso prendersela con la "televisione". Non ci sono media buoni o cattivi, anche se gli usi possibili di alcuni sono forse potenzialmente più pericolosi di altri. Esistono possibilità tecnologiche una volta impensabili, che permettono anche alle schifezze degli ignoranti e degli imbecilli di prendere prepotentemente la ribalta lasciando con una piva di mezzo metro chi pensava di avere il diritto di sedersi in cattedra con la propria istruzione e autorevolezza. E questo non risparmia i libri. I romanzetti da quattro soldi di tutti i tempi (più o meno sono sempre esistiti!) e la maggior parte di quello che viene stampato oggi meritano proprio il trattamento che i pompieri di Bradbury riservavano ai libri che riuscivano a trovare (chissà come mai i titoli che vanno al rogo, citati da Bradbury, sono solo opere immortali, mai una schifezza che sia una).
Il punto è che una volta la gente viveva e moriva senza fruire di altri contenuti di comunicazione se non qualche canzone, qualche dipinto visto in una chiesa e i sermoni del prete la domenica. Le eccezioni riguardavano una percentuale minima della popolazione. La stessa che poi ha visto con orrore il "popolo" diventare fruitore, protagonista e produttore di contenuti adatti al proprio livello culturale. Con l'aggravante che se una volta esisteva una saggezza popolare oggi abbiamo una società destrutturata, senza capacità di riflessione, dove la famiglia è diventata latitante senza niente che la sostituisca, dove alla gente manca la minima voglia di migliorarsi.
Piuttosto, se vogliamo dare un significato alla lamentela sulla tirannide della maggioranza cui fa menzione l'autore, nei media questa si esercita con le leggi del marketing e della televisione o dell'editoria commerciale, per cui se la maggior parte della gente chiede programmi escrementizi, questi saranno imposti a tutti, con un sorriso e un augurio di buon appetito.
Il mio giudizio sul valore della "profezia" distopica di Bradbury è quindi ambivalente. Per quanto riguarda il valore letterario, sono invece molto più soddisfatto. Bradbury procede con una prosa a volte rapida ed energica, intervallata a momenti descrittivi e intimi. Fa largo uso di similitiudini, di immagini evocative. Il suo scrivere è potente, fa subito presa. Scava nell'alienazione del suo protagonista e delle persone che gli stanno intorno. Coglie alla perfezione il vuoto, la tristezza sorda di chi sente che qualcosa non va ma non riesce a guardarsi dentro e a capire la propria insoddisfazione.
I personaggi di Fahrenheit 451 sono in buona parte belli, ben riusciti. Il protagonista con il suo viaggio di scoperta ma anche i suoi errori e le sue titubanze. Molto azzeccato il fatto che Montag sappia leggere ma non capisce veramente quello che legge: in un mondo di interruttori e manopole, la lettura in effetti non è dimenticata ma ridotta al minimo (ad esempio, i pompieri ricevono con una telescrivente l'indirizzo del luogo in cui devono intervenire) perciò il significato di un testo letterario è loro impervio perché vivono in un mondo di messaggi brevi, immediati e semplici. Montag deve cercare un vecchio con un'educazione all'antica, e lo trova in Faber, che alterna momenti di timore per sé e il suo nuovo amico a momenti in cui scopre un coraggio che non aveva mai avuto.
Mi ha interessato di meno Clarissa, la ragazza rimasta "viva e vitale" e che svolge all'inizio del libro un ruolo di catalizzatore dell'insofferenza di Montag per il suo mondo. Per me è un personaggio che ricopre in modo abbreviato e abbastanza utilitaristico il ruolo di Julia, in 1984, la bella ragazza ribelle che dà coraggio all'eroe e lo sprona alla presa di coscienza. Beatty (capo della squadra di pompieri) sa troppe cose del mondo di prima per essere davvero credibile come difensore del sistema, anche se in effetti la dice lunga il suo farsi ammazzare da Montag, quando lo ha scoperto e incastrato.
Mildred è un personaggio praticamente nullo eppure Montag pensa a lei e si preoccupa per lei. Questa donna schiava della sua mega - televisione che ha preso ormai tre pareti del soggiorno in qualche modo comunica una pena al lettore che la rende meno odiosa e insignificante di quello che potrebbe sembrare. Granger col suo gruppo di saggi intellettuali nomadi invece è un personaggio un po' ridicolo (tutto il suo gruppo lo è). Come un po' debole è il finale apparentemente catastrofico ma in realtà ottimistico della guerra atomica, che distrugge il mondo distopico di Fahrenheit 451 e prelude alla rinascita dell'uomo:
Conosceremo una grande quantità di persone sole e dolenti, nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: "Noi ricordiamo." Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.Bisogna proprio dire che qui Bradbury sembra proprio un inguaribile ottimista.
domenica 13 giugno 2010
Il nuovo Conan
Io non perdo la speranza ma mi aspetto tutto il peggio possibile. Conan non è così semplice da portare sullo schermo: ai tempi di Schwarzenegger c'erano riusciti al primo colpo, valendosi di un grande regista, John Milius, e rendendo tutto sommato credibile l'eroe palestrato che, ricordiamolo, non corrispondeva al Conan agilissimo dei racconti di Robert Howard. Aggiungiamoci pure che alla sceneggiatura ha partecipato Oliver Stone e che per la musica fu scelta una vera orchestra, e infine che anche l'interpretazione di Sandahl Bergman (nel ruolo di Valeria) fu più che accettabile nonostante l'inesperienza e la sua incapacità, in seguito, di costruirsi una carriera di rilievo nel mondo dello spettacolo. Risultato finale (secondo me): uno dei più bei film fantasy di tutti i tempi e sicuramente eccezionale per quei tempi. Il seguito, Conan il Distruttore, fu meno violento e più umoristico per piacere a un più vasto pubblico, ebbe una trama meno intensa e finì nelle mani di un regista non all'altezza: insomma, mediocre per non dire un mezzo disastro. Personalmente lo salverei con una sufficienza, dopo però non trovai il coraggio di vedere Red Sonja (e per la verità non l'ho visto ancora adesso!).
Per una serie di motivi i film di Conan finirono lì e solo adesso si parla di ricominciare con una nuova serie. Il regista, Marcus Nispel, non sono in grado di valutarlo, l'attore che impersonerà Conan, Jason Momoa, non mi ispira per niente, purtroppo.
A dire il vero non mi interessano le critiche di coloro che vorrebbero un Conan per forza bianco (mentre Momoa è mezzo hawaiano, nativo americano, tedesco e non so cos'altro): forse sceglierei anche io un attore bianco per coerenza con i racconti ma alla fine dipende tutto dall'interpretazione. Il guaio è che il muscoloso Schwarzenegger, pur non essendo mai stato un attore fenomenale (ed era quasi sconosciuto ai tempi del primo Conan) riusciva a interpretare bene il suo personaggio semplice, bellicoso e iracondo. Insomma, come barbaro funzionava.
Momoa, in tutta sincerità, non mi sembra avere nemmeno il non eccelso potenziale del bodybuilder austriaco. Riuscirà questo bisteccone (diretto da un regista che deve ancora sfondare per qualcosa di diverso dagli spot pubblicitari) a non farci rimpiangere la coppia Milius-Schwarzenegger? La speranza è l'ultima a morire, ma per essere sincero se fossi costretto a scommetterci punterei tutto sul NO.
Per una serie di motivi i film di Conan finirono lì e solo adesso si parla di ricominciare con una nuova serie. Il regista, Marcus Nispel, non sono in grado di valutarlo, l'attore che impersonerà Conan, Jason Momoa, non mi ispira per niente, purtroppo.
A dire il vero non mi interessano le critiche di coloro che vorrebbero un Conan per forza bianco (mentre Momoa è mezzo hawaiano, nativo americano, tedesco e non so cos'altro): forse sceglierei anche io un attore bianco per coerenza con i racconti ma alla fine dipende tutto dall'interpretazione. Il guaio è che il muscoloso Schwarzenegger, pur non essendo mai stato un attore fenomenale (ed era quasi sconosciuto ai tempi del primo Conan) riusciva a interpretare bene il suo personaggio semplice, bellicoso e iracondo. Insomma, come barbaro funzionava.
Momoa, in tutta sincerità, non mi sembra avere nemmeno il non eccelso potenziale del bodybuilder austriaco. Riuscirà questo bisteccone (diretto da un regista che deve ancora sfondare per qualcosa di diverso dagli spot pubblicitari) a non farci rimpiangere la coppia Milius-Schwarzenegger? La speranza è l'ultima a morire, ma per essere sincero se fossi costretto a scommetterci punterei tutto sul NO.
sabato 12 giugno 2010
Rileggere Edgar Allan Poe
Questo autore americano era stato uno dei miei preferiti, da ragazzino. Ma ho letto, in verità, solo i suoi racconti del mistero e dell'orrore. In effetti Poe è stato uno dei precursori in questo campo: nonostante fosse un autore di notevole cultura, quello che ha prodotto in realtà è stato per lo più rivolto a un mercato popolare. Gli si deve riconoscere tuttavia l'originalità e la creatività che hanno lasciato il segno nella letteratura di genere polizesco e horror, e la forza del suo romanticismo gotico. Lo stile barocco, eccessivamente poetico e pesante di Poe sono però a volte un ostacolo serio al godimento delle sue opere. Rileggere Poe, almeno per me, non ha avuto molto senso: persa la novità delle idee, non l'ho trovato così piacevole. Così mi sono trovato a saltare a pié pari o a leggere di corsa storie celebri come Il pozzo e il pendolo, il Cuore rivelatore o Il seppellimento prematuro che tanto brivido m'avevan dato a suo tempo. Ho trovato interessanti (sebbene non leggere da affrontare) le storie di eteree donne morenti (Morella, Ligeia, ecc...) che ricordano così da vicino la biografia di quest'uomo sfortunato. Molto più potente di quanto ricordassi (forse a suo tempo lo avevo letto con superficialità) La botte di Amontillado, che ci mette alle prese con le motivazioni poco simpatiche di un narratore odioso. La verità sul caso di mister Waldemar mi richiama in qualche modo il posteriore Aria Fredda di Lovecraft (che amava molto le opere di Poe).
Comunque sia, anche se ho trovato lo stile meno digeribile di come lo ricordavo, Poe ha un posto così rilevante nella storia e nell'evoluzione del fantastico che, se non lo avete letto, dovreste affrettarvi a colmare la lacuna.
Comunque sia, anche se ho trovato lo stile meno digeribile di come lo ricordavo, Poe ha un posto così rilevante nella storia e nell'evoluzione del fantastico che, se non lo avete letto, dovreste affrettarvi a colmare la lacuna.
sabato 5 giugno 2010
La Quinta Testa di Cerbero
Era lì, un po' sciupato, in vendita per quattro soldi su una bancarella, un libro vecchio ormai di venticinque anni circa (nell'edizione italiana, perché la prima edizione in lingua inglese sarebbe addirittura del 1972). Sto parlando de La Quinta Testa di Cerbero, di Gene Wolfe (Editrice Nord).
La cosa incredibile è che per tre o quattro euro si può comprare un piccolo capolavoro del fantastico mentre certe robette leggerine leggerine che oggi fanno furore vengono talvolta addirittura sdoppiate dalla casa editrice (da un testo in inglese ne vengono ricavati due in edizione cartonata italiana) in modo da far sborsare al lettore cifre veramente interessanti per un solo libro magari banale e brutto. Finisco questa osservazione noiosa e fuori programma limitandomi a dire che i lettori devono sapersi assumere la responsabilità per le scelte che fanno.
Del resto questo è un libro complesso, magari non adatto a tutti. Va letto con attenzione, con la prontezza di cogliere gli indizi che si trovano qua e là (apparentemente privi di importanza, magari) e capire come stanno veramente le cose al di là delle parole della voce narrante. E' un "vizio" di questo scrittore: Gene Wolfe è un narratore dall'inventiva inesauribile, un maestro dell'immaginario e senza dubbio una delle voci più interessanti della fantascienza (e del fantasy) contemporaneo. L'ultimo grande nome ancora in circolazione, forse (ma è malato...).
Questo, praticamente, fu il suo primo grande successo, un libro che si spezza in tre racconti, diversi punti di vista che ci portano su un sistema di due pianeti gemelli (Sainte Anne e Sainte Croix) colonizzato dai Francesi, poi sconfitti in una guerra che non viene descritta nel dettaglio, ma un tempo abitato da misteriosi aborigeni. Un'ambientazione che, senza nasconderlo troppo, richiama certe situazioni del nordamerica (New Orleans, Luisiana, Quebec) dove la presenza francese oggi indebolita o minoritaria ha lasciato delle tracce che sbiadiscono lentamente.
Ma nel mondo di Wolfe c'è altro. Una misteriosa razza di esseri simili agli umani, che avrebbe addirittura preso il posto dei primi coloni, eliminandoli e poi acquisendone l'aspetto e la mentalità grazie a una incredibile capacità di mimesi e metamorfosi. Una società dura e insensibile, dove è in voga la schiavitù e si pratica con grande leggerezza la chirurgia plastica, la clonazione e l'ingegneria genetica. Dove molte persone sono ridotte a lavori infimi o alla prostituzione. Dove gli indigeni, ridotti a leggenda, si nascondono per timore degli umani che sanno solo incontrarli dietro la canna di un fucile.
Le storie narrate sono tre, e si intrecciano. Abbiamo il figlio di un ricco proprietario di bordello, apparentemente rispettabile (quanto può essere rispettabile una simile professione) che scopre le mire torbide del padre nei suoi confronti; una storia posta nel passato, all'epoca dell'arrivo dell'uomo, dove vediamo finalmente questi famosi aborigeni, e infine l'investigazione di un antropologo che li va a cercare: ma la sua esperienza la conosciamo dai verbali degli interrogatori, poiché si trova in prigione, destinato forse a non essere mai scarcerato. E forse l'antropologo non è chi dice di essere.
Tematiche predominanti in questi racconti sono l'identità, sia personale che dei popoli (travolti dall'espansione coloniale dei più forti); la società (qui vista come oppressiva, in maniera sia esplicita ed evidente che subdola e condizionante) e la libertà personale. Bella l'ambientazione, usi e costumi, vizi e virtù sociali espressi con una mano sapiente che crea un affresco fatto di tanti dettagli la cui importanza il lettore magari non coglie sul momento.
E tutto questo in sole 206 pagine.
La cosa incredibile è che per tre o quattro euro si può comprare un piccolo capolavoro del fantastico mentre certe robette leggerine leggerine che oggi fanno furore vengono talvolta addirittura sdoppiate dalla casa editrice (da un testo in inglese ne vengono ricavati due in edizione cartonata italiana) in modo da far sborsare al lettore cifre veramente interessanti per un solo libro magari banale e brutto. Finisco questa osservazione noiosa e fuori programma limitandomi a dire che i lettori devono sapersi assumere la responsabilità per le scelte che fanno.
Del resto questo è un libro complesso, magari non adatto a tutti. Va letto con attenzione, con la prontezza di cogliere gli indizi che si trovano qua e là (apparentemente privi di importanza, magari) e capire come stanno veramente le cose al di là delle parole della voce narrante. E' un "vizio" di questo scrittore: Gene Wolfe è un narratore dall'inventiva inesauribile, un maestro dell'immaginario e senza dubbio una delle voci più interessanti della fantascienza (e del fantasy) contemporaneo. L'ultimo grande nome ancora in circolazione, forse (ma è malato...).
Questo, praticamente, fu il suo primo grande successo, un libro che si spezza in tre racconti, diversi punti di vista che ci portano su un sistema di due pianeti gemelli (Sainte Anne e Sainte Croix) colonizzato dai Francesi, poi sconfitti in una guerra che non viene descritta nel dettaglio, ma un tempo abitato da misteriosi aborigeni. Un'ambientazione che, senza nasconderlo troppo, richiama certe situazioni del nordamerica (New Orleans, Luisiana, Quebec) dove la presenza francese oggi indebolita o minoritaria ha lasciato delle tracce che sbiadiscono lentamente.
Ma nel mondo di Wolfe c'è altro. Una misteriosa razza di esseri simili agli umani, che avrebbe addirittura preso il posto dei primi coloni, eliminandoli e poi acquisendone l'aspetto e la mentalità grazie a una incredibile capacità di mimesi e metamorfosi. Una società dura e insensibile, dove è in voga la schiavitù e si pratica con grande leggerezza la chirurgia plastica, la clonazione e l'ingegneria genetica. Dove molte persone sono ridotte a lavori infimi o alla prostituzione. Dove gli indigeni, ridotti a leggenda, si nascondono per timore degli umani che sanno solo incontrarli dietro la canna di un fucile.
Le storie narrate sono tre, e si intrecciano. Abbiamo il figlio di un ricco proprietario di bordello, apparentemente rispettabile (quanto può essere rispettabile una simile professione) che scopre le mire torbide del padre nei suoi confronti; una storia posta nel passato, all'epoca dell'arrivo dell'uomo, dove vediamo finalmente questi famosi aborigeni, e infine l'investigazione di un antropologo che li va a cercare: ma la sua esperienza la conosciamo dai verbali degli interrogatori, poiché si trova in prigione, destinato forse a non essere mai scarcerato. E forse l'antropologo non è chi dice di essere.
Tematiche predominanti in questi racconti sono l'identità, sia personale che dei popoli (travolti dall'espansione coloniale dei più forti); la società (qui vista come oppressiva, in maniera sia esplicita ed evidente che subdola e condizionante) e la libertà personale. Bella l'ambientazione, usi e costumi, vizi e virtù sociali espressi con una mano sapiente che crea un affresco fatto di tanti dettagli la cui importanza il lettore magari non coglie sul momento.
E tutto questo in sole 206 pagine.
domenica 30 maggio 2010
Alice nel Paese della Vaporità
Ecco una nuova Alice, una piccola gladiatrice senza futuro prigioniera e sfruttata in un posto sordido: salvata da bambina da un professore in gamba e avventuroso, portata nella civiltà. Un fast-forward precipitoso, e la nostra Alice è grande, vive a Londra, ma è insoddisfatta. Vuole assaporare di nuovo i bassifondi da cui è stata salvata: perché Londra è una fortezza di sanità mentale attorniata dal mondo dello Steamland, un deserto invaso da cumuli di spazzatura tecnologica (i tecnorifiuti) e da una nebbia che provoca allucinazioni, la Vaporità. Nebbia che, a saperla usare, può servire anche a sostenersi in volo, a far funzionare delle apparecchiature, ecc...
Questo perché siamo in un romanzo "steampunk" o "steamfantasy" e si paga pegno ai suoi cliché, né più né meno che quando compare il nano con la lunga barba e la grande ascia in un romanzo tolkieniano. Questa è la moda, questa l'ambientazione "nuova" anche se lo steam ha i suoi venti o trent'anni. A me piace Francesco Dimitri, però non mi piacciono le mode. Nemmeno quella che ha voluto l'imitiazione continua di Tolkien, comunque.
Oso però immaginare che l'autore questo omaggio al gusto dominante lo abbia fatto un po' controvoglia, perché la storia acquista senso e significato, e diventa interessante, quando Dimitri torna al suo discorso (l'Incanto, la Carne, il Sogno) e alla sua visione della realtà. Lo steam rimane a far da contorno.
Contorno già visto in effetti: non c'è nulla di nuovo in una tecnologia da retro-futuro (dove tutto funziona a vapore, ovviamente) in un mondo pieno di rottami, monitor, copertoni ecc... di un passato da apocalisse dove una civiltà tecnologica ha incontrato il suo declino. Questa l'ambientazione, che ci porta in un lontano futuro. Anche se i segni del tecno-passato sono lì, evidenti, non sepolti dal passare dei secoli. Insomma, come in un film di quelli a zero budget ci sono le rocce di cartapesta, qui i personaggi si muovono tra prop prese dallo sfasciacarrozze. L'autore gigioneggia facendoci riscoprire in un rifugio antichissime copie del Signore degli Anelli e del suo Pan... del resto Dimitri non è nuovo ad intromissioni anche forti nelle storie che scrive.
L'apparizione di un personaggio da manga, monaco ammazzasette con la katana, non mi ha reso migliore la partenza in questa lettura. Ma poiché bisogna sempre passare oltre la superficie e guardare al valore della storia, ammetterò che le idee in effetti ci sono, anche se non è il caso di anticipare troppo qui. In Alice nel Paese della Vaporità (editore: Salani) abbiamo un viaggio iniziatico che porta la protagonista alla comprensione, alla partecipazione ad una crociata contro un potere oppressivo (la Regina), alla necessità di una rifondazione della realtà. E abbiamo detto fin troppo.
Dalla metà del libro in poi, più o meno, Dimitri padroneggia la situazione con grande stile e riesce a creare un senso di credibilità che sfida qualunque scetticismo del lettore, nonostante sia una realtà sconvolta e drogata. Tutti gli elementi presi a prestito dal tecno-fantasy a vapore e dai cartoni animati giapponesi vengono piegati a quello che è il suo mondo. E la storia, che inizialmente sembrava molto lineare e intuibile in anticipo, si è fatta interessante: potevo ancora vedere dove voleva andare a parare, ero spiazzato dal come.
Una sola anticipazione (se non la volete, saltate questo paragrafo): quando sembra che la missione di Alice si compia piantando il fiore di cristallo che contiene la realtà "unificata" da donare al mondo dello Steamland, scopre che la Regina cattiva non aspetta altro che lo faccia! Perché versando il proprio sangue sul fiore e narrando la "favola" che vuol fare avverare, è la Regina che minaccia di definire il mondo che deve venire a crearsi, dando ad esso la propria storia, il proprio logos. Bella trovata, ben raccontata in un finale serrato, direi la migliore del libro.
Per concludere: se amate il vapore questo libro probabilmente vi piacerà moltissimo, se questa nuova (?) moda vi ha già stancato la partenza sarà piuttosto difficile, ma il libro è breve e prende abbastanza presto forma e direzione. Per alcuni versi ovviamene ricorda Pan, che andrebbe letto prima di questo (se non lo avete ancora letto). Anche perché, pur riconoscendo ad Alice i suoi meriti, Pan è un opera di un ordine di grandezza superiore.
Questo perché siamo in un romanzo "steampunk" o "steamfantasy" e si paga pegno ai suoi cliché, né più né meno che quando compare il nano con la lunga barba e la grande ascia in un romanzo tolkieniano. Questa è la moda, questa l'ambientazione "nuova" anche se lo steam ha i suoi venti o trent'anni. A me piace Francesco Dimitri, però non mi piacciono le mode. Nemmeno quella che ha voluto l'imitiazione continua di Tolkien, comunque.
Oso però immaginare che l'autore questo omaggio al gusto dominante lo abbia fatto un po' controvoglia, perché la storia acquista senso e significato, e diventa interessante, quando Dimitri torna al suo discorso (l'Incanto, la Carne, il Sogno) e alla sua visione della realtà. Lo steam rimane a far da contorno.
Contorno già visto in effetti: non c'è nulla di nuovo in una tecnologia da retro-futuro (dove tutto funziona a vapore, ovviamente) in un mondo pieno di rottami, monitor, copertoni ecc... di un passato da apocalisse dove una civiltà tecnologica ha incontrato il suo declino. Questa l'ambientazione, che ci porta in un lontano futuro. Anche se i segni del tecno-passato sono lì, evidenti, non sepolti dal passare dei secoli. Insomma, come in un film di quelli a zero budget ci sono le rocce di cartapesta, qui i personaggi si muovono tra prop prese dallo sfasciacarrozze. L'autore gigioneggia facendoci riscoprire in un rifugio antichissime copie del Signore degli Anelli e del suo Pan... del resto Dimitri non è nuovo ad intromissioni anche forti nelle storie che scrive.
L'apparizione di un personaggio da manga, monaco ammazzasette con la katana, non mi ha reso migliore la partenza in questa lettura. Ma poiché bisogna sempre passare oltre la superficie e guardare al valore della storia, ammetterò che le idee in effetti ci sono, anche se non è il caso di anticipare troppo qui. In Alice nel Paese della Vaporità (editore: Salani) abbiamo un viaggio iniziatico che porta la protagonista alla comprensione, alla partecipazione ad una crociata contro un potere oppressivo (la Regina), alla necessità di una rifondazione della realtà. E abbiamo detto fin troppo.
Dalla metà del libro in poi, più o meno, Dimitri padroneggia la situazione con grande stile e riesce a creare un senso di credibilità che sfida qualunque scetticismo del lettore, nonostante sia una realtà sconvolta e drogata. Tutti gli elementi presi a prestito dal tecno-fantasy a vapore e dai cartoni animati giapponesi vengono piegati a quello che è il suo mondo. E la storia, che inizialmente sembrava molto lineare e intuibile in anticipo, si è fatta interessante: potevo ancora vedere dove voleva andare a parare, ero spiazzato dal come.
Una sola anticipazione (se non la volete, saltate questo paragrafo): quando sembra che la missione di Alice si compia piantando il fiore di cristallo che contiene la realtà "unificata" da donare al mondo dello Steamland, scopre che la Regina cattiva non aspetta altro che lo faccia! Perché versando il proprio sangue sul fiore e narrando la "favola" che vuol fare avverare, è la Regina che minaccia di definire il mondo che deve venire a crearsi, dando ad esso la propria storia, il proprio logos. Bella trovata, ben raccontata in un finale serrato, direi la migliore del libro.
Per concludere: se amate il vapore questo libro probabilmente vi piacerà moltissimo, se questa nuova (?) moda vi ha già stancato la partenza sarà piuttosto difficile, ma il libro è breve e prende abbastanza presto forma e direzione. Per alcuni versi ovviamene ricorda Pan, che andrebbe letto prima di questo (se non lo avete ancora letto). Anche perché, pur riconoscendo ad Alice i suoi meriti, Pan è un opera di un ordine di grandezza superiore.
martedì 25 maggio 2010
Comunicazione di servizio
Dopo un periodo di malanno strisciante, m'è esplosa una febbre (39 nei momenti peggiori) più bronchite più tosse ecc... che mi lascerà fuori combatimento almeno fino a domenica.
Buona notizia invece: m'è arrivato finalmente Alice di Dimitri. Spero di finirlo a breve.
Buona notizia invece: m'è arrivato finalmente Alice di Dimitri. Spero di finirlo a breve.
giovedì 20 maggio 2010
Prince of Persia
Cosa dire di questo fumettone disneyano? Per certi aspetti è accattivante, sebbene si svolga in un oriente di cartapesta zeppo di anacronismi e perfino con riferimenti alla modernità. Non è nemmeno possibile giudicarlo troppo severamente per questo, a un aggancio vero con qualche realtà storica non ci prova neanche e non lo nasconde. Prince of Persia sono andato a vederlo praticamente per un solo motivo, perché mi piace Jake Gyllenhaal come attore (anche se qua, pur palestrato al massimo, nella parte dell'agile e forzuto ammazzasette riesce a entrare fino a un certo punto).
L'azione mozzafiato non manca, anche se mancano lo splatter e gli sbudellamenti (del resto è un film della Disney!). Freddina la Arterton, protagonista insieme a Gyllenhaal, ma Ben Kingsley ci fa una figura migliore che nell'ultima pellicola dove lo avevo visto (il penosissimo L'Ultima Legione). La trama, be', la trama è quella che è. In definitiva questo Prince of Persia è solo un film per passare un paio d'orette sgranocchiando i pop corn. D'altra parte vista la premessa (film ispirato a un videogame e realizzato dalla Disney) non c'era da aspettarsi di meglio. L'unica notizia davvero allarmante è che dovrebbe essere il primo di una lunga serie. Speriamo di no.
L'azione mozzafiato non manca, anche se mancano lo splatter e gli sbudellamenti (del resto è un film della Disney!). Freddina la Arterton, protagonista insieme a Gyllenhaal, ma Ben Kingsley ci fa una figura migliore che nell'ultima pellicola dove lo avevo visto (il penosissimo L'Ultima Legione). La trama, be', la trama è quella che è. In definitiva questo Prince of Persia è solo un film per passare un paio d'orette sgranocchiando i pop corn. D'altra parte vista la premessa (film ispirato a un videogame e realizzato dalla Disney) non c'era da aspettarsi di meglio. L'unica notizia davvero allarmante è che dovrebbe essere il primo di una lunga serie. Speriamo di no.
domenica 16 maggio 2010
Star Trek
Non sono mai stato un fan di Star Trek e non conosco tutti i vari spin-off e i film derivati da questa veneranda serie TV datata ormai dagli anni '60 dello scorso secolo (quando io ero in fasce...). So l'impressione generale che mi dà: anche quando c'è lo spettacolo, non mi ispira per niente. E spesso lo spettacolo non c'è, perché Star Trek è stato prodotto con un budget molto limitato, soprattutto agli inizi.
Se devo essere sincero, la fantascienza vista in TV e sul grande schermo mi ha deluso spesso. Penso che non abbia ricevuto un trattamento molto gentile, anche se di recente abbiamo avuto una discreta eccezione (la serie di Battlestar Galactica reimmaginata). Purtroppo per ogni film o serie televisiva di buona fattura ce ne sono almeno cinque o sei che sono veramente terribili.
Star Trek, con le sue invenzioni bislacche a ogni episodio (dicono sia fantascienza coerente, ma il risultato finale mi sembra un universo di cartapesta) e la sua etica imperniata su un moralismo yankee-centrico mi è sempre stato difficile da digerire (al confronto la saga di Guerre Stellari, che pure è fantascienza solo nel look, è una spanna superiore).
Dopo aver spremuto il cast originale con una serie di film (ma dopo il primo di essi Gene Roddenberry fu disarcionato dal comando della sua creatura: motivo, s'erano guadagnati dei bei quattrini ma non abbastanza viste le aspettative) Star Trek ha continuato a marciare con diversi attori e serie televisive, ambientate in un'epoca differente dello stesso universo narrativo. Ma alla fine il mondo di Star Trek era diventato noioso e ripetitivo anche per i fan più duri a morire. Così l'ultima serie TV ha avuto fine e c'è stata una pausa di riflessione.
Questo nuovo Star Trek (uscito l'anno scorso) ripropone i vecchi personaggi con facce nuove, anziché cercare di utilizzare quelli delle serie televisive più recenti. In pratica un nuovo inizio, un "reboot" della serie, come si suol dire. La formula che doveva ravvivare Star Trek è, secondo gli sceneggiatori e il regista, un cambio di "tempo", insomma un ritmo più moderno di quello che caratterizzava questa serie ai bei tempi andati. Queste le dichiarazioni negli extra del DVD che ho visto. Altra affermazione, con cui sono decisamente d'accordo, è che era ora di poter fare spettacolo avendo i mezzi per poterlo fare. Anche io che non amo la serie originale devo ammettere che i suoi creatori facevano miracoli con pochissimi quattrini a disposizione.
Il nuovo film quindi ha molta azione, un ritmo narrativo sostenuto, effetti speciali in abbondanza anche se si è cercato di limitare dove possibile l'uso degli effetti speciali e dello "schermo verde" proprio perché obbliga l'attore a recitare nel nulla dovendo interagire con qualcosa creato in seguito dalla computer grafica. Si è preferito un aspetto realistico, dove possibile.
Gli attori sono stati scelti anche per la somiglianza a quelli della serie originale, somiglianza che comunque non è poi così estrema. E' stata data loro la possibilità di adottare qualcuno a scelta dei manierismi e delle caratteristiche dei vecchi personaggi, e allo stesso tempo di sviluppare un proprio modo di interpretarli. Se devo essere sincero Chris Pine nel ruolo del Capitano Kirk mi è sembrato meglio di William Shatner. Migliore il personaggio (vivace e giovanile), migliore la prestanza dell'attore. Il vulcaniano Spock è interpretato da Zachary Quinto (attore mezzo italiano e mezzo irlandese) che pur con il vantaggio di avere la consulenza di Leonard Nimoy (l'originale, che compare anche nel film) non mi sembra un sostituto abbastanza efficace. Scott e McCoy sono stati sostituiti degnamente a mio parere (l'originale Dr McCoy mi era davvero antipatico e qui ogni cambiamento per me può essere solo un passo avanti). Lo stesso potrei dire di Sulu e Chekov (simpatico Anton Yelchin nel ruolo del giovanissimo navigatore russo). Dopo aver visto Zoe Saldana in Avatar ovviamente mi è sembrata poco sfruttata qui nel ruolo di Uhura; mi pare anche poco adatta, a dir la verità. Forse non ha la stessa presenza scenica. Non che Uhura facesse moltissimo nella serie originale, a dire il vero, ma in qualche modo la ricordo come un personaggio importante.
Il cattivo di turno è un Romulano, Nero, interpretato da Eric Bana. Un attore che mi piace e che ha dato al film una delle migliori performance. Nero vuole vendicarsi per qualcosa che è successo.... nel futuro. Il che potrebbe essere un buon metodo per creare il "reboot" di una serie, visto che alterando il passato si crea una linea di eventi alternativa. Qui però iniziano i problemi che il sottoscritto ha con la serie di Star Trek in generale: lasciando perdere la trama per non creare anticipazioni, abbiamo viaggi nel tempo (originati dal finire dentro un buco nero, come se fosse l'esito più probabile), la possibilità di distruggere interi pianeti usando buchi neri artificiali, personaggi che incontrano... sé stessi.
C'è chi dice che l'universo di Star Trek è coerente nel suo uso della tecnologia, pur inventando quello che gli serve (in fondo è fantascienza). Io penso che si inventino quello che vogliono a onta di qualsiasi verosimiglianza e ragionevolezza, per questo mi è sempre sembrato un universo di cartapesta. Al punto che non vale nemmeno la pena di ragionare sulla logica della trama, tanto al momento giusto viene sempre inventato qualcosa che risolve le situazioni. Di sicuro Star Trek non sarà mai la mia religione.
Detto questo, il film tutto sommato riesce a essere quello che i produttori volevano che fosse: sempre Star Trek, ma con più brio e in grande stile e spettacolarità. Il successo al botteghino non è mancato e anche io non posso dire che mi sia spiaciuto vederlo. Spero solo che adesso non ne facciano un'altra dozzina a scapito di qualche idea fresca.
Una divertente presa in giro (o forse dovrei dire una critica feroce) di Star Trek da parte di Ron Moore (Battlestar Galactica). Pagina in inglese purtroppo.
Se devo essere sincero, la fantascienza vista in TV e sul grande schermo mi ha deluso spesso. Penso che non abbia ricevuto un trattamento molto gentile, anche se di recente abbiamo avuto una discreta eccezione (la serie di Battlestar Galactica reimmaginata). Purtroppo per ogni film o serie televisiva di buona fattura ce ne sono almeno cinque o sei che sono veramente terribili.
Star Trek, con le sue invenzioni bislacche a ogni episodio (dicono sia fantascienza coerente, ma il risultato finale mi sembra un universo di cartapesta) e la sua etica imperniata su un moralismo yankee-centrico mi è sempre stato difficile da digerire (al confronto la saga di Guerre Stellari, che pure è fantascienza solo nel look, è una spanna superiore).
Dopo aver spremuto il cast originale con una serie di film (ma dopo il primo di essi Gene Roddenberry fu disarcionato dal comando della sua creatura: motivo, s'erano guadagnati dei bei quattrini ma non abbastanza viste le aspettative) Star Trek ha continuato a marciare con diversi attori e serie televisive, ambientate in un'epoca differente dello stesso universo narrativo. Ma alla fine il mondo di Star Trek era diventato noioso e ripetitivo anche per i fan più duri a morire. Così l'ultima serie TV ha avuto fine e c'è stata una pausa di riflessione.
Questo nuovo Star Trek (uscito l'anno scorso) ripropone i vecchi personaggi con facce nuove, anziché cercare di utilizzare quelli delle serie televisive più recenti. In pratica un nuovo inizio, un "reboot" della serie, come si suol dire. La formula che doveva ravvivare Star Trek è, secondo gli sceneggiatori e il regista, un cambio di "tempo", insomma un ritmo più moderno di quello che caratterizzava questa serie ai bei tempi andati. Queste le dichiarazioni negli extra del DVD che ho visto. Altra affermazione, con cui sono decisamente d'accordo, è che era ora di poter fare spettacolo avendo i mezzi per poterlo fare. Anche io che non amo la serie originale devo ammettere che i suoi creatori facevano miracoli con pochissimi quattrini a disposizione.
Il nuovo film quindi ha molta azione, un ritmo narrativo sostenuto, effetti speciali in abbondanza anche se si è cercato di limitare dove possibile l'uso degli effetti speciali e dello "schermo verde" proprio perché obbliga l'attore a recitare nel nulla dovendo interagire con qualcosa creato in seguito dalla computer grafica. Si è preferito un aspetto realistico, dove possibile.
Gli attori sono stati scelti anche per la somiglianza a quelli della serie originale, somiglianza che comunque non è poi così estrema. E' stata data loro la possibilità di adottare qualcuno a scelta dei manierismi e delle caratteristiche dei vecchi personaggi, e allo stesso tempo di sviluppare un proprio modo di interpretarli. Se devo essere sincero Chris Pine nel ruolo del Capitano Kirk mi è sembrato meglio di William Shatner. Migliore il personaggio (vivace e giovanile), migliore la prestanza dell'attore. Il vulcaniano Spock è interpretato da Zachary Quinto (attore mezzo italiano e mezzo irlandese) che pur con il vantaggio di avere la consulenza di Leonard Nimoy (l'originale, che compare anche nel film) non mi sembra un sostituto abbastanza efficace. Scott e McCoy sono stati sostituiti degnamente a mio parere (l'originale Dr McCoy mi era davvero antipatico e qui ogni cambiamento per me può essere solo un passo avanti). Lo stesso potrei dire di Sulu e Chekov (simpatico Anton Yelchin nel ruolo del giovanissimo navigatore russo). Dopo aver visto Zoe Saldana in Avatar ovviamente mi è sembrata poco sfruttata qui nel ruolo di Uhura; mi pare anche poco adatta, a dir la verità. Forse non ha la stessa presenza scenica. Non che Uhura facesse moltissimo nella serie originale, a dire il vero, ma in qualche modo la ricordo come un personaggio importante.
Il cattivo di turno è un Romulano, Nero, interpretato da Eric Bana. Un attore che mi piace e che ha dato al film una delle migliori performance. Nero vuole vendicarsi per qualcosa che è successo.... nel futuro. Il che potrebbe essere un buon metodo per creare il "reboot" di una serie, visto che alterando il passato si crea una linea di eventi alternativa. Qui però iniziano i problemi che il sottoscritto ha con la serie di Star Trek in generale: lasciando perdere la trama per non creare anticipazioni, abbiamo viaggi nel tempo (originati dal finire dentro un buco nero, come se fosse l'esito più probabile), la possibilità di distruggere interi pianeti usando buchi neri artificiali, personaggi che incontrano... sé stessi.
C'è chi dice che l'universo di Star Trek è coerente nel suo uso della tecnologia, pur inventando quello che gli serve (in fondo è fantascienza). Io penso che si inventino quello che vogliono a onta di qualsiasi verosimiglianza e ragionevolezza, per questo mi è sempre sembrato un universo di cartapesta. Al punto che non vale nemmeno la pena di ragionare sulla logica della trama, tanto al momento giusto viene sempre inventato qualcosa che risolve le situazioni. Di sicuro Star Trek non sarà mai la mia religione.
Detto questo, il film tutto sommato riesce a essere quello che i produttori volevano che fosse: sempre Star Trek, ma con più brio e in grande stile e spettacolarità. Il successo al botteghino non è mancato e anche io non posso dire che mi sia spiaciuto vederlo. Spero solo che adesso non ne facciano un'altra dozzina a scapito di qualche idea fresca.
Una divertente presa in giro (o forse dovrei dire una critica feroce) di Star Trek da parte di Ron Moore (Battlestar Galactica). Pagina in inglese purtroppo.
giovedì 13 maggio 2010
Miéville, Tolkien e il fantasy conservatore
La polemica (sterile?) sulla natura conservatrice del fantasy l'avevo affrontata in un post passato, giungendo fondamentalmente alla conclusione (abbastanza condivisa) che per quanto di fantasy conservatore ne esista parecchio, non tutto è così, e comunque il fantasy non è "vincolato" ad essere conservatore.
Lo nota anche, in una intervista che ho letto sul web in inglese, China Miéville, che parla proprio del legame tra fantastico e ideali rivoluzionari. Miéville, che parla di sé come di un attivista politico oltre che di uno scrittore, non pretende di essere un autore impegnato. O meglio... I significati si possono trovare, se si vuole, nelle sue opere. Ma non sono mai schiaffati in prima fila ad occupare tutto il palcoscenico. Atteggiamento lodevole e che qualche italiano dovrebbe imitare, forse.
Tra gli autori progressisti o rivoluzionari cita Gene Wolfe, Ursula LeGuin, Michael Moorcock; si chiede addirittura se il fantastico non si presti, anziché a far da portavoce a idee conservatrici, a creare un'estetica sovversiva o radicale.
Saltando le opinioni sul rapporto tra marxismo e fantastico (sono interessanti, anche se non avete una grande opinione del marxismo, ma non posso tradurre tutto quanto qui...) andiamo a leggere cosa pensa Miéville di Tolkien.
Il Signore degli Anelli di Tolkien è senza dubbio il libro fantasy più influente mai scritto... [Tolkien] più di quanto avessero fatto i precedenti scrittori ha inventato una storia complessa, una geografia, una lingua per il suo mondo immaginario, e ha adattato ad esso il suo stile narrativo... e fin qui sono tutti complimenti per l'autore del SdA almeno a mio modo di vedere, poi cominciano le critiche: la visione del mondo di Tolkien era decisamente campagnola, piccolo borghese, anti-modernista e conservatrice, settariamente cristiana e anti-intellettuale. Per citare Moorcock (...): "se la Contea è un giardino in un quartiere suburbano, Sauron (il malvagio signore oscuro) e i suoi seguaci sono quell'antico spauracchio dei borghesi, la folla: tifosi ignoranti che buttano le loro bottiglie di birra al di là della staccionata" insomma Tolkien spingerebbe in qualche modo il lettore verso la mentalità della classe più o meno privilegiata dei suoi tempi, che temeva il cambiamento e vedeva sempre il passato come un'età dell'oro.
Non sto a tradurre l'intera intervista dal momento che non sono un amante del plagio (il link è in fondo). E non so se Miéville, con il suo progressismo marxista sempre più simile a un ferrovecchio, in un mondo contemporaneo dove i cambiamenti non sono certo diretti verso il "sol dell'avvenire," sia davvero meno conservatore di Tolkien. Non posso dire di condividerlo, certi aspetti del suo punto di vista li ritengo proprio vecchiume. Salta all'occhio l'uso del termine "piccolo borghese," che nella società stravolta di oggi non vuol dire assolutamente nulla, ma ancora viene usato da una parte della sinistra come se fosse il peggiore degli insulti, la categoria umana più escrementizia che si possa trovare.
Però da parte mia devo ammettere una cosa: ritengo abbastanza inconcludente (per quanto ne so) la critica di Tolkien verso la modernità. Certi atteggiamenti anti-industriali e certe critiche contro il potere potrei anche condividerle. Ma mi danno l'idea di un rammarico senza alcuna indicazione di percorso alternativo (a questo punto la sinistra tradizionale in effetti ci fa una figura migliore, per quanto sia ormai improponibile).
Cosa dire della similitudine ideata da Michael Moorcock, nella citazione? Cattivella, senza dubbio. Bisognerebbe aver letto parecchio di Tolkien per poter dire se ha ragione, io mi astengo dal giudicare perché non lo conosco abbastanza.
Miéville ha da dire anche sul ruolo che il lieto fine avrebbe nello scrivere di Tolkien. Leggiamo:
Per lui la consolazione del lieto fine è fondamentale per il fantasy. Fa finta che avvenga per miracolo, che non ci si debba contare. Ma tale pretesa di casualità è un'idiozia, perché subito prima dice che "tutte le fiabe per essere complete devono avere il lieto fine, è la loro funzione primaria"(...) in Tolkien il lettore riceve l'idea consolatoria che i problemi di sistema sono dovuti ad agitatori esterni, e che la 'gente per bene,' contenta di come andavano le cose, alla fine avrà la meglio. Questo fantasy è come cibo di conforto letterario...
Trovo discutibile l'attribuzione di Miéville a Tolkien di una "necessità" del lieto fine. Miéville però cita proprio il saggio sulla fiaba di Tolkien, dove l'autore avrebbe sostenuto l'importanza della consolazione del lieto fine: personalmente non ho letto tutto il Tolkien narrativo e nemmeno il saggio citato (On Fairy Stories), ma non mi pare che Tolkien abbia razzolato esattamente come propone, per quanto non metta in dubbio che Miéville citi parole sue. Direi anzi che nemmeno il finale del SdA è veramente in tutto e per tutto un lieto fine. Intanto non dimentichiamo la tristezza per il sacrificio di Frodo; ma se c'è comunque la vittoria contro gli hooligans che buttano le bottiglie vuote nel giardino, vittoria importantissima perché altrimenti ogni ordine del mondo finirebbe (nella visione che Miéville attribuisce a T.), il mondo della Terra di Mezzo non ritorna certo quello di prima, con la contentezza della gente 'per bene'.
Mi piacerebbe sapere come la pensate. Vi ritrovate su questi punti della critica di Miéville?
Se poi volete leggere tutta l'intervista, eccola qui.
Lo nota anche, in una intervista che ho letto sul web in inglese, China Miéville, che parla proprio del legame tra fantastico e ideali rivoluzionari. Miéville, che parla di sé come di un attivista politico oltre che di uno scrittore, non pretende di essere un autore impegnato. O meglio... I significati si possono trovare, se si vuole, nelle sue opere. Ma non sono mai schiaffati in prima fila ad occupare tutto il palcoscenico. Atteggiamento lodevole e che qualche italiano dovrebbe imitare, forse.
Tra gli autori progressisti o rivoluzionari cita Gene Wolfe, Ursula LeGuin, Michael Moorcock; si chiede addirittura se il fantastico non si presti, anziché a far da portavoce a idee conservatrici, a creare un'estetica sovversiva o radicale.
Saltando le opinioni sul rapporto tra marxismo e fantastico (sono interessanti, anche se non avete una grande opinione del marxismo, ma non posso tradurre tutto quanto qui...) andiamo a leggere cosa pensa Miéville di Tolkien.
Il Signore degli Anelli di Tolkien è senza dubbio il libro fantasy più influente mai scritto... [Tolkien] più di quanto avessero fatto i precedenti scrittori ha inventato una storia complessa, una geografia, una lingua per il suo mondo immaginario, e ha adattato ad esso il suo stile narrativo... e fin qui sono tutti complimenti per l'autore del SdA almeno a mio modo di vedere, poi cominciano le critiche: la visione del mondo di Tolkien era decisamente campagnola, piccolo borghese, anti-modernista e conservatrice, settariamente cristiana e anti-intellettuale. Per citare Moorcock (...): "se la Contea è un giardino in un quartiere suburbano, Sauron (il malvagio signore oscuro) e i suoi seguaci sono quell'antico spauracchio dei borghesi, la folla: tifosi ignoranti che buttano le loro bottiglie di birra al di là della staccionata" insomma Tolkien spingerebbe in qualche modo il lettore verso la mentalità della classe più o meno privilegiata dei suoi tempi, che temeva il cambiamento e vedeva sempre il passato come un'età dell'oro.
Non sto a tradurre l'intera intervista dal momento che non sono un amante del plagio (il link è in fondo). E non so se Miéville, con il suo progressismo marxista sempre più simile a un ferrovecchio, in un mondo contemporaneo dove i cambiamenti non sono certo diretti verso il "sol dell'avvenire," sia davvero meno conservatore di Tolkien. Non posso dire di condividerlo, certi aspetti del suo punto di vista li ritengo proprio vecchiume. Salta all'occhio l'uso del termine "piccolo borghese," che nella società stravolta di oggi non vuol dire assolutamente nulla, ma ancora viene usato da una parte della sinistra come se fosse il peggiore degli insulti, la categoria umana più escrementizia che si possa trovare.
Però da parte mia devo ammettere una cosa: ritengo abbastanza inconcludente (per quanto ne so) la critica di Tolkien verso la modernità. Certi atteggiamenti anti-industriali e certe critiche contro il potere potrei anche condividerle. Ma mi danno l'idea di un rammarico senza alcuna indicazione di percorso alternativo (a questo punto la sinistra tradizionale in effetti ci fa una figura migliore, per quanto sia ormai improponibile).
Cosa dire della similitudine ideata da Michael Moorcock, nella citazione? Cattivella, senza dubbio. Bisognerebbe aver letto parecchio di Tolkien per poter dire se ha ragione, io mi astengo dal giudicare perché non lo conosco abbastanza.
Miéville ha da dire anche sul ruolo che il lieto fine avrebbe nello scrivere di Tolkien. Leggiamo:
Per lui la consolazione del lieto fine è fondamentale per il fantasy. Fa finta che avvenga per miracolo, che non ci si debba contare. Ma tale pretesa di casualità è un'idiozia, perché subito prima dice che "tutte le fiabe per essere complete devono avere il lieto fine, è la loro funzione primaria"(...) in Tolkien il lettore riceve l'idea consolatoria che i problemi di sistema sono dovuti ad agitatori esterni, e che la 'gente per bene,' contenta di come andavano le cose, alla fine avrà la meglio. Questo fantasy è come cibo di conforto letterario...
Trovo discutibile l'attribuzione di Miéville a Tolkien di una "necessità" del lieto fine. Miéville però cita proprio il saggio sulla fiaba di Tolkien, dove l'autore avrebbe sostenuto l'importanza della consolazione del lieto fine: personalmente non ho letto tutto il Tolkien narrativo e nemmeno il saggio citato (On Fairy Stories), ma non mi pare che Tolkien abbia razzolato esattamente come propone, per quanto non metta in dubbio che Miéville citi parole sue. Direi anzi che nemmeno il finale del SdA è veramente in tutto e per tutto un lieto fine. Intanto non dimentichiamo la tristezza per il sacrificio di Frodo; ma se c'è comunque la vittoria contro gli hooligans che buttano le bottiglie vuote nel giardino, vittoria importantissima perché altrimenti ogni ordine del mondo finirebbe (nella visione che Miéville attribuisce a T.), il mondo della Terra di Mezzo non ritorna certo quello di prima, con la contentezza della gente 'per bene'.
Mi piacerebbe sapere come la pensate. Vi ritrovate su questi punti della critica di Miéville?
Se poi volete leggere tutta l'intervista, eccola qui.
martedì 11 maggio 2010
Ricordiamo Frank Frazetta
Per un certo periodo se pensavo al fantasy pensavo alle sue immagini. E' stato tra i protagonisti di un'incredibile stagione creativa, dagli anni '60 agli '80. Eppure non ho mai saputo molto altro di questo artista.
In questi giorni lo perdiamo: il 10 maggio all'età di 82 anni Frank Frazetta, dopo aver purtroppo sofferto per molti problemi familiari e di salute, ci ha lasciato per un attacco cardiaco.
In questi giorni lo perdiamo: il 10 maggio all'età di 82 anni Frank Frazetta, dopo aver purtroppo sofferto per molti problemi familiari e di salute, ci ha lasciato per un attacco cardiaco.
venerdì 7 maggio 2010
Imperial 2030
Un gioco un po' diverso dal solito, dove viene rappresentata una situazione di conflitto abbastanza tradizionale ambientata in un prossimo futuro. Ci sono in ballo le grandi potenze, aggiornate al mondo globalizzato: India, Cina, Europa, Brasile, Russia, USA. La peculiarità è che in realtà si tratta di un gioco economico e le azioni militari, che consistono fondamentalmente nel prendere il controllo di mari e terre emerse non appartenenti alle grandi potenze, servono ad arricchire i giocatori che fanno la parte di investitori che agiscono dietro le quinte.
Le grandi potenze offrono i titoli del loro debito pubblico, che saranno più contesi ovviamente se il paese è prospero (ricco e capace di presidiare un vasto territorio). I giocatori muovono quelle potenze di cui sono i maggiori detentori del debito pubblico: pertanto il gioco si svolge prevalentemente nell'ambito del controllo finanziario di stati che vengono spietatamente spremuti per ricavarne ricchezza economica.
Anche gli eserciti, che costano e limitano la tassazione, vengono cinicamente mandati al macello se è arrivato il momento di mietere dopo quello di espandersi. E se un giocatore resta privo di nazioni da controllare non c'è alcun problema, diventa "banca svizzera" ed è molto più libero di muoversi a livello finanziario e speculativo (anzi, è una situazione preferibile, almeno per una parte del gioco, a quella di controllare una potenza: anche perché, contrariamente ai governanti argentini, qui il detentore del potere è obbligato a coprire l'interesse sul debito pubblico di tasca propria se il paese non ce la fa).
Un sistema molto semplice per far riflettere su come il denaro sia la forza che muove il mondo di oggi e sull'esistenza di interessi senza volto che si nascondono dietro lo schermo di leader mondiali e di nazioni. I fatti di questi giorni, ovvero la speculazione contro l'Euro che sta causando disordini e mietendo vittime umane negli scontri di Atene, possono del resto ben far riflettere su questo capitalismo senza patria.
Il gioco di cui sto parlando si chiama Imperial 2030 (basato sul precedente Imperial che non ho giocato) ed è stato pubblicato un anno fa. Progettista: Marc Gerdts. Non so nulla di lui, ma devo fargli i miei complimenti.
Le grandi potenze offrono i titoli del loro debito pubblico, che saranno più contesi ovviamente se il paese è prospero (ricco e capace di presidiare un vasto territorio). I giocatori muovono quelle potenze di cui sono i maggiori detentori del debito pubblico: pertanto il gioco si svolge prevalentemente nell'ambito del controllo finanziario di stati che vengono spietatamente spremuti per ricavarne ricchezza economica.
Anche gli eserciti, che costano e limitano la tassazione, vengono cinicamente mandati al macello se è arrivato il momento di mietere dopo quello di espandersi. E se un giocatore resta privo di nazioni da controllare non c'è alcun problema, diventa "banca svizzera" ed è molto più libero di muoversi a livello finanziario e speculativo (anzi, è una situazione preferibile, almeno per una parte del gioco, a quella di controllare una potenza: anche perché, contrariamente ai governanti argentini, qui il detentore del potere è obbligato a coprire l'interesse sul debito pubblico di tasca propria se il paese non ce la fa).
Un sistema molto semplice per far riflettere su come il denaro sia la forza che muove il mondo di oggi e sull'esistenza di interessi senza volto che si nascondono dietro lo schermo di leader mondiali e di nazioni. I fatti di questi giorni, ovvero la speculazione contro l'Euro che sta causando disordini e mietendo vittime umane negli scontri di Atene, possono del resto ben far riflettere su questo capitalismo senza patria.
Il gioco di cui sto parlando si chiama Imperial 2030 (basato sul precedente Imperial che non ho giocato) ed è stato pubblicato un anno fa. Progettista: Marc Gerdts. Non so nulla di lui, ma devo fargli i miei complimenti.
venerdì 30 aprile 2010
Iron Man 2
Visto il secondo Iron Man. Stesso regista, protagonisti in parte cambiati. Ovviamente resta Robert Downey Jr nei panni dell'eccentrico industriale Tony Stark, e prende maggiore importanza la segretaria tuttofare interpretata da Gwyneth Paltrow. James Rhodes, l'amico di Stark nell'esercito, rimane ma è cambiato l'attore che lo interpreta (subentra Don Cheadle) e intervengono addirittura due cattivi: Mickey Rourke nei panni di Ivan Vanko, scienziato russo con rancori personali verso Stark, e il concorrente Justin Hammer (attore: Sam Rockwell) che cercherà di usare Vanko contro Tony Stark per rivalità commerciali.
Rispettando la continuità dell'universo Marvel, come un po' pomposamente si usa dire parlando di supereroi, entrano in campo altri due personaggi che segnano la progressione della storia verso il gruppo di eroi chiamato The Avengers (ma è questione di un prossimo film): si tratta di Nick Fury e della Vedova Nera, interpretati rispettivamente da Samuel L. Jackson e Scarlett Johansson.
Il duetto tra Tony Stark e Pepper (la Paltrow) riesce piacevole come nel primo film. Vi è una alternanza di scene d'azione con momenti comici e semi seri, e intermezzi di riflessione o anche drammatici per quanto riguarda i guai del protagonista, tra problemi di salute (gravi) causati dall'elettromagnete innestato nel petto e la situazione in cui si trova ricoprendo il pesante ruolo di Iron Man. Entrambi i cattivi sono ben riusciti. Per quanto riguarda Scarlett Johansson, ha una indubbia presenza scenica ma anche qui, come nello sfortunatissimo The Spirit, ricopre un ruolo secondario e tutto sommato un po' decorativo.
Per chi ama la coerenza logica ci saranno dei momenti di orrore, perché anche qui c'è gente che (come nel primo Iron Man) con tre cacciaviti in una stamberga riesce a realizzare tecnologie e armi sofisticatissime. Però va detto che la progressione della storia, gli eventi relativi alla vita del padre di Tony Stark e alla nascita del complesso industriale di famiglia sono esplorati in maniera abbastanza interessante e nient'affatto noiosa.
Personalmente mi sono un po' stancato per le battaglie tra macchine volanti che si bersagliano di colpi a una velocità incredibile, ma magari sono io che ormai sono vecchio, chi lo sa.
In definitiva il film si regge bene in piedi, gode di uno straordinario attore protagonista, e riesce a esplorare maggiormente il mondo di Iron Man. Però, senza negare qualche novità, Iron Man 2 non pare così differente dal predecessore, e purtroppo non ne ha la freschezza (inevitabilmente).
Pertanto a mio parere questo film pur essendo piacevole ha i tradizionali limiti dei "sequel" che non riescono a reinventare la serie o a crearsi una propria autonomia, e non mi ha divertito come il primo.
Rispettando la continuità dell'universo Marvel, come un po' pomposamente si usa dire parlando di supereroi, entrano in campo altri due personaggi che segnano la progressione della storia verso il gruppo di eroi chiamato The Avengers (ma è questione di un prossimo film): si tratta di Nick Fury e della Vedova Nera, interpretati rispettivamente da Samuel L. Jackson e Scarlett Johansson.
Il duetto tra Tony Stark e Pepper (la Paltrow) riesce piacevole come nel primo film. Vi è una alternanza di scene d'azione con momenti comici e semi seri, e intermezzi di riflessione o anche drammatici per quanto riguarda i guai del protagonista, tra problemi di salute (gravi) causati dall'elettromagnete innestato nel petto e la situazione in cui si trova ricoprendo il pesante ruolo di Iron Man. Entrambi i cattivi sono ben riusciti. Per quanto riguarda Scarlett Johansson, ha una indubbia presenza scenica ma anche qui, come nello sfortunatissimo The Spirit, ricopre un ruolo secondario e tutto sommato un po' decorativo.
Per chi ama la coerenza logica ci saranno dei momenti di orrore, perché anche qui c'è gente che (come nel primo Iron Man) con tre cacciaviti in una stamberga riesce a realizzare tecnologie e armi sofisticatissime. Però va detto che la progressione della storia, gli eventi relativi alla vita del padre di Tony Stark e alla nascita del complesso industriale di famiglia sono esplorati in maniera abbastanza interessante e nient'affatto noiosa.
Personalmente mi sono un po' stancato per le battaglie tra macchine volanti che si bersagliano di colpi a una velocità incredibile, ma magari sono io che ormai sono vecchio, chi lo sa.
In definitiva il film si regge bene in piedi, gode di uno straordinario attore protagonista, e riesce a esplorare maggiormente il mondo di Iron Man. Però, senza negare qualche novità, Iron Man 2 non pare così differente dal predecessore, e purtroppo non ne ha la freschezza (inevitabilmente).
Pertanto a mio parere questo film pur essendo piacevole ha i tradizionali limiti dei "sequel" che non riescono a reinventare la serie o a crearsi una propria autonomia, e non mi ha divertito come il primo.
lunedì 26 aprile 2010
La Guerra nel Medioevo
Ci ho messo un bel po' a finire questo libro denso e massiccio di Philippe Contamine, professore alla Sorbona e autorità indiscussa in materia di storia medievale. Il medioevo mi interessa soprattutto perché mi interessa la storia: ma non lo ritengo off topic in questo blog perché il fantasy, nonostante si sia ormai ramificato in mille tematiche diverse, è pur sempre in buona parte ancorato ad ambientazioni medievaleggianti. Anche se, sia detto di sfuggita, chi crea un'ambientazione fantastica è tenuto a riflettere sulle sue peculiarità e sulle loro conseguenze nella società, e non dovrebbe semplicemente "infilarla" in un mondo medievale o di altro periodo storico.
Ne La Guerra nel Medioevo l'autore fa una carrellata sul fenomeno militare visto da tutte le angolazioni possibili e immaginabili, un'analisi inevitabile perché, come Contamine fa notare, nel periodo medievale la guerra è onnipresente e connaturata con la società e l'autorità in maniera indissolubile. Non solo il feudalesimo è una forma di governo (con la sua inevitabile frammentazione dell'autorità e del potere) che nasce dagli obblighi militari del feudatario in cambio del controllo su un certo territorio, ma per di più la Chiesa cattolica, che aveva vissuto una breve stagione di assoluto pacifismo ai tempi dell'Impero Romano, comincia a vivere in simbiosi con gli uomini d'arme cercando di influenzarne i comportamenti (codice cavalleresco, crociate) e legittimarne l'operato, pur essendo critica verso le guerre in cui al cristiano si oppone un cristiano.
Come tanti libri del genere, anche questo è piuttosto scarso di informazioni che riguardano l'alto medioevo e trae molte delle sue fonti dagli ultimi secoli, '300 e '400. Una visione distorta inevitabile, visto che l'alto medioevo e i tempi delle invasioni barbariche sono una specie di notte dei tempi di cui poco si sa perché poche testimonianze sono state scritte e non tutte ci sono arrivate. Tuttavia l'autore fa un onesto tentativo di comprendere anche quel periodo, in cui nascono i primi castelli e gli obblighi feudali, si verifica quel tracollo organizzativo che impedisce per tutta quest'epoca di mettere in campo armate numerose come si verificava ai tempi del mondo antico, si fanno i conti con le ultime grandi invasioni (Ungari) e il clero si qualifica come ultimo baluardo di civiltà e di sapere in un mondo dove l'esistenza è divenuta violenta e stentata.
Interessante l'attenzione agli obblighi feudali e al loro evolversi. Gli obblighi militari della società medievale potevano essere molto complessi e personalizzati: un feudatario poteva essere tenuto a fornire al suo sovrano determinati organici, con una descrizione molto precisa di quanti cavalieri, scudieri, arcieri, cavalli e armi era suo compito mettere a disposizione. Poteva essere tenuto a fornire un servizio gratuito per un certo periodo, essere pagato per una campagna più lunga, aver diritto alla sostituzione di cavalli o equipaggiamento perduti in battaglia, ecc... Il servizio militare di un cavaliere non corrispondeva necessariamente con l'assegnazione di un terreno per il proprio mantenimento: un altro (più ricco) poteva essere tenuto a provvedere per lui in tutto o in parte. Generalmente (salvo qualche eccezione verso la fine del medioevo) non c'era alcuna "fabbrica" che producesse armi e armature in serie o scuola militare che fornisse addestramento: il mestiere delle armi era una pratica quotidiana per moltissima gente, le armi si compravano come e quando possibile e non sempre la loro qualità era eccelsa.
Il risultato era un esercito poco disciplinato, dove spesso il combattente cercava la gloria individuale o la cattura di prigionieri che potessero fornire bottino, e dove il nobile desiderava vedersela con i suoi pari della parte opposta, indipendentemente da quelle che fossero le esigenze tattiche. Gli obblighi delle milizie feudali spesso erano limitati a un periodo di tempo modesto, il che rendeva le marmaglie di armati alla meno peggio utilizzabili solo sulla difensiva. Frequenti gli assedi, scarse e temute le battaglie. Possibili i comportamenti "cortesi" e umanitari sul campo di battaglia (incoraggiati dalla Chiesa), con richieste di riscatto per i prigionieri e trattamenti dignitosi, ma non infrequenti le atrocità che talvolta si estendevano alla popolazione civile in teoria estranea ai conflitti (e priva, almeno per una parte del medioevo, di un sentimento nazionale).
Il libro tratta anche di armi e armamenti, di strategia e tattica (Contamine cerca di dimostrare che i condottieri dell'epoca non erano poi così sprovveduti, ma implicitamente riconosce che rispetto all'epoca antica c'era ancor meno controllo su quanto accadeva nel campo di battaglia), delle compagnie di mercenari che saranno così importanti nelle epoche successive, dello sviluppo dell'artiglieria, della capacità finanziaria e organizzativa delle monarchie dell'epoca (assai scarse: e questo spiega come in una società dove un sacco di gente possedeva armi e armature gli eserciti fossero relativamente piccoli), del rapporto con gli infedeli e le realtà esistenti ai confini del mondo medievale.
Si tratta di un testo comprensibile anche a chi ha scarse conoscenze precedenti o solo rimembranze scolastiche, ma non è propriamente divulgativo. Ogni affermazione è corredata di note a pié pagina e citazioni, riferimenti ed esempi, nonché magari anche di menzione delle eccezioni alla regola. L'autore dice quello che sa, dà una interpretazione, ma allo stesso tempo sciorina argomenti che possono permettere al lettore di farsi un'idea e offre mille rimandi per chi vuole approfondire. Questo rende La Guerra nel Medioevo un testo dallo stile dotto, una miniera di informazioni e una guida per una conoscenza approfondita dell'argomento, ma non una lettura scorrevole. Chi volesse un rapido manualetto che riassuma in punti chiari ed essenziali gli aspetti peculiari della storia militare del medioevo dovrà cercare altrove.
Ne La Guerra nel Medioevo l'autore fa una carrellata sul fenomeno militare visto da tutte le angolazioni possibili e immaginabili, un'analisi inevitabile perché, come Contamine fa notare, nel periodo medievale la guerra è onnipresente e connaturata con la società e l'autorità in maniera indissolubile. Non solo il feudalesimo è una forma di governo (con la sua inevitabile frammentazione dell'autorità e del potere) che nasce dagli obblighi militari del feudatario in cambio del controllo su un certo territorio, ma per di più la Chiesa cattolica, che aveva vissuto una breve stagione di assoluto pacifismo ai tempi dell'Impero Romano, comincia a vivere in simbiosi con gli uomini d'arme cercando di influenzarne i comportamenti (codice cavalleresco, crociate) e legittimarne l'operato, pur essendo critica verso le guerre in cui al cristiano si oppone un cristiano.
Come tanti libri del genere, anche questo è piuttosto scarso di informazioni che riguardano l'alto medioevo e trae molte delle sue fonti dagli ultimi secoli, '300 e '400. Una visione distorta inevitabile, visto che l'alto medioevo e i tempi delle invasioni barbariche sono una specie di notte dei tempi di cui poco si sa perché poche testimonianze sono state scritte e non tutte ci sono arrivate. Tuttavia l'autore fa un onesto tentativo di comprendere anche quel periodo, in cui nascono i primi castelli e gli obblighi feudali, si verifica quel tracollo organizzativo che impedisce per tutta quest'epoca di mettere in campo armate numerose come si verificava ai tempi del mondo antico, si fanno i conti con le ultime grandi invasioni (Ungari) e il clero si qualifica come ultimo baluardo di civiltà e di sapere in un mondo dove l'esistenza è divenuta violenta e stentata.
Interessante l'attenzione agli obblighi feudali e al loro evolversi. Gli obblighi militari della società medievale potevano essere molto complessi e personalizzati: un feudatario poteva essere tenuto a fornire al suo sovrano determinati organici, con una descrizione molto precisa di quanti cavalieri, scudieri, arcieri, cavalli e armi era suo compito mettere a disposizione. Poteva essere tenuto a fornire un servizio gratuito per un certo periodo, essere pagato per una campagna più lunga, aver diritto alla sostituzione di cavalli o equipaggiamento perduti in battaglia, ecc... Il servizio militare di un cavaliere non corrispondeva necessariamente con l'assegnazione di un terreno per il proprio mantenimento: un altro (più ricco) poteva essere tenuto a provvedere per lui in tutto o in parte. Generalmente (salvo qualche eccezione verso la fine del medioevo) non c'era alcuna "fabbrica" che producesse armi e armature in serie o scuola militare che fornisse addestramento: il mestiere delle armi era una pratica quotidiana per moltissima gente, le armi si compravano come e quando possibile e non sempre la loro qualità era eccelsa.
Il risultato era un esercito poco disciplinato, dove spesso il combattente cercava la gloria individuale o la cattura di prigionieri che potessero fornire bottino, e dove il nobile desiderava vedersela con i suoi pari della parte opposta, indipendentemente da quelle che fossero le esigenze tattiche. Gli obblighi delle milizie feudali spesso erano limitati a un periodo di tempo modesto, il che rendeva le marmaglie di armati alla meno peggio utilizzabili solo sulla difensiva. Frequenti gli assedi, scarse e temute le battaglie. Possibili i comportamenti "cortesi" e umanitari sul campo di battaglia (incoraggiati dalla Chiesa), con richieste di riscatto per i prigionieri e trattamenti dignitosi, ma non infrequenti le atrocità che talvolta si estendevano alla popolazione civile in teoria estranea ai conflitti (e priva, almeno per una parte del medioevo, di un sentimento nazionale).
Il libro tratta anche di armi e armamenti, di strategia e tattica (Contamine cerca di dimostrare che i condottieri dell'epoca non erano poi così sprovveduti, ma implicitamente riconosce che rispetto all'epoca antica c'era ancor meno controllo su quanto accadeva nel campo di battaglia), delle compagnie di mercenari che saranno così importanti nelle epoche successive, dello sviluppo dell'artiglieria, della capacità finanziaria e organizzativa delle monarchie dell'epoca (assai scarse: e questo spiega come in una società dove un sacco di gente possedeva armi e armature gli eserciti fossero relativamente piccoli), del rapporto con gli infedeli e le realtà esistenti ai confini del mondo medievale.
Si tratta di un testo comprensibile anche a chi ha scarse conoscenze precedenti o solo rimembranze scolastiche, ma non è propriamente divulgativo. Ogni affermazione è corredata di note a pié pagina e citazioni, riferimenti ed esempi, nonché magari anche di menzione delle eccezioni alla regola. L'autore dice quello che sa, dà una interpretazione, ma allo stesso tempo sciorina argomenti che possono permettere al lettore di farsi un'idea e offre mille rimandi per chi vuole approfondire. Questo rende La Guerra nel Medioevo un testo dallo stile dotto, una miniera di informazioni e una guida per una conoscenza approfondita dell'argomento, ma non una lettura scorrevole. Chi volesse un rapido manualetto che riassuma in punti chiari ed essenziali gli aspetti peculiari della storia militare del medioevo dovrà cercare altrove.
mercoledì 21 aprile 2010
Un romanzo di genere
In questi giorni ho letto, riletto e rimuginato un articolo di Sandrone Dazieri (Qualche trucco per scrivere un romanzo di genere) sul blog che questo esponente di Mondadori tiene presso il sito del Sole24Ore.
Invito a dare un'occhiata. In parole povere Dazieri dice che se vuoi scrivere un romanzo di genere devi ideare una trama avvincente ed esserle fedele, senza infiocchettarla troppo. Il lettore deve rimanere avvinto dalla suspense e scoprire un mondo, un mistero, una storia a poco a poco dalle vostre pagine. Quello che non è utile alla trama va tolto. Insomma, essere fedeli al potere del come andrà a finire?
Uscire dal seminato non aiuta.
Per quanto mi riguarda sono abbastanza d'accordo. Nel senso che, più o meno, questa norma la usavo pur senza conoscerla, diciamo, o almeno non la conoscevo in questi termini. Il mio travagliato Magia e Sangue, e anche le altre cose di una certa lunghezza che ho scritto, puntano molto sulla trama e quando mi sono preso la licenza di accennare a qualcosa su cui vorrei dire la mia l'ho fatto in maniera molto leggera e lasciando la questione appena abbozzata, senza sermoni da parte mia. Anzi ho curato lo stile proprio in funzione della suspense, facendo del mio libro una storia che procede spedita sul seminato, e che dovrebbe (si spera) bloccare il lettore sulla classica domanda: come andrà a finire?
Quindi non ho motivo di critica, in quanto aspirante autore, su quello che scrive Dazieri. Tuttavia molti dei romanzi del fantastico che ho letto non seguivano affatto questa regola e qualcuno era estremamente arricchito proprio da quello che usciva dal seminato. Mi viene in mente Gene Wolfe, per esempio, con il suo ricchissimo ciclo del Nuovo Sole dove troviamo spesso una storia incastonata dentro un'altra e mille digressioni dalla trama principale.
Insomma, seppur valido, mi sembra che il consiglio di Dazieri sia più rivolto ai principianti. E beninteso, come appartenente alla categoria lo rispetto.
Invito a dare un'occhiata. In parole povere Dazieri dice che se vuoi scrivere un romanzo di genere devi ideare una trama avvincente ed esserle fedele, senza infiocchettarla troppo. Il lettore deve rimanere avvinto dalla suspense e scoprire un mondo, un mistero, una storia a poco a poco dalle vostre pagine. Quello che non è utile alla trama va tolto. Insomma, essere fedeli al potere del come andrà a finire?
Uscire dal seminato non aiuta.
Per quanto mi riguarda sono abbastanza d'accordo. Nel senso che, più o meno, questa norma la usavo pur senza conoscerla, diciamo, o almeno non la conoscevo in questi termini. Il mio travagliato Magia e Sangue, e anche le altre cose di una certa lunghezza che ho scritto, puntano molto sulla trama e quando mi sono preso la licenza di accennare a qualcosa su cui vorrei dire la mia l'ho fatto in maniera molto leggera e lasciando la questione appena abbozzata, senza sermoni da parte mia. Anzi ho curato lo stile proprio in funzione della suspense, facendo del mio libro una storia che procede spedita sul seminato, e che dovrebbe (si spera) bloccare il lettore sulla classica domanda: come andrà a finire?
Quindi non ho motivo di critica, in quanto aspirante autore, su quello che scrive Dazieri. Tuttavia molti dei romanzi del fantastico che ho letto non seguivano affatto questa regola e qualcuno era estremamente arricchito proprio da quello che usciva dal seminato. Mi viene in mente Gene Wolfe, per esempio, con il suo ricchissimo ciclo del Nuovo Sole dove troviamo spesso una storia incastonata dentro un'altra e mille digressioni dalla trama principale.
Insomma, seppur valido, mi sembra che il consiglio di Dazieri sia più rivolto ai principianti. E beninteso, come appartenente alla categoria lo rispetto.
venerdì 16 aprile 2010
Due Off topic al posto di uno!

Ho visto la versione estesa in DVD di Red Cliff, un film (prodotto e diretto da John Woo) che non ha molto a vedere con il fantastico (è basato su un fatto storico). Una mega produzione, con un certo uso di effetti speciali unito alla disponibilità di comparse in abbondanza, cosa che non capita spesso di questi tempi (in un film occidentale). Ci sono un po' tutti i pregi e i difetti della cinematografia cinese (e direi orientale in genere): coreografie eleganti e bei costumi, bei paesaggi e anche buona recitazione, ma gusti molto diversi dai nostri. Le scene di battaglia sfidano la logica. Spesso sono eleganti o drammatiche ma mostrano cose che non potrebbero mai accadere. Tra le più ridicole, una carica di cavalleria incanalata e intrappolata in una specie di labirinto di soldati che fanno muraglie di scudi. Un completo controsenso invece una formazione di fanteria che forma una testuggine di scudi da cui spuntano le lance: la fanteria avversaria attacca questa formazione ed è sterminata con una facilità poco credibile, allora i generali mandano una carica di cavalleria, come se fosse proprio quello che ci vuole! E infatti la cavalleria vince, mentre invece è una realtà tra le più banali della guerra prima delle armi da fuoco che una formazione di fanteria, compatta e irta di lance in tutte le direzioni, sia impervia proprio alle cariche a cavallo.
A parte le sottigliezze militari (potete ben immaginare la quantità di sotterfugi geniali che si trovano in film di questo tipo) mi annoiano parecchio le scene da ammazzasette, quando questo o quell'eroe si pavoneggiano prendendo a mazzate interi reparti nemici, scene purtroppo che abbondano in Red Cliff.
Un po' seccanti anche certe tirate filosofiche, ma con l'attenuante che ci sono dei bravi attori e della buona recitazione.
Manca, grazie al cielo, la classica macchietta che serve a far ridere gli spettatori asiatici (tra goffaggini e scene alla Alvaro Vitali). C'è invece una figura un po' ridicola ma in fin dei conti drammatica (SPOILER) di un sempliciotto che sta dalla parte sbagliata e aiuterà una spia senza saperlo: la spia è una nobildonna travestita da uomo, mandata dai "buoni" a raccogliere informazioni: il nostro soldato ingenuo non capisce che è una donna e fa amicizia con lei senza sospettare nulla: le salva la vita quando è scoperta, salvo incontrarla più tardi sul campo di battaglia.
Come dicevo non è un film fantasy. Tuttavia l'atmosfera esotica che trasuda da questa pellicola non può che attirare l'appassionato del fantastico. Consiglio una visione molto calma, magari in due o tre sedute, perché il film è assai lungo.

Ho invece pescato un fumetto dal bel mezzo di una serie perché mi interessa l'argomento: si tratta di La Noche Triste della serie Quetzalcoatl, autore Jean-Yves Mitton. La storia (un po' romanzata) riguarda le avventure di Cortez, conquistatore spagnolo, e della Malinche, la donna che gli fece da interprete e da aiutante nel rapportarsi con i popoli locali, e che almeno in parte lo guidò nello sfruttare le loro aspettative e le loro divisioni.
La storia della conquista delle Americhe è un incontro di mondi incredibilmente diversi, un dramma tristissimo ma che accende l'immaginazione. In questo senso è di sicuro interesse per chi ama il fantastico e per i creatori di mondi immaginari.
Cortez era un uomo pragmatico e spietato, pieno di irruenza e coraggio, e i suoi soldati generalmente non gli erano da meno. Sfruttando la leggenda di un dio che doveva tornare a manifestarsi, Quetzalcoatl il Serpente Piumato, trovò gli alleati che gli permisero di sfidare una città stato al centro di un impero: Tenochtitlan, capitale degli Aztechi. Portò avanti la missione pur essendo stato sconfessato dalle autorità, riuscendo a mettere il mondo di fronte al fatto compiuto. La Malinche, oltre a guidare Cortez e permettergli di dialogare con i nativi era anche sua amante e fu madre di suo figlio, il primo mestizo (mezzosangue). Amata come madre del Messico, odiata come traditrice, è simbolo di un mondo nato nel sangue e che rimane diviso tra due identità.
Ma la conquista del Messico non fu così semplice: la Noche Triste è il nome dato a uno scontro che fu per gli Spagnoli una sonora batosta. Ma la crudeltà degli Aztechi era tale che i popoli passati a Cortez non potevano sperare di trovare un facile accomodamento, perciò rimasero con lui e alla fine lo aiutarono a vincere.
Per tornare al fumetto: me lo sono goduto. Un tratto un po' convenzionale, ma ho la tentazione (se troverò il tempo) di leggere tutta la serie.
Vendesi!
Comunicazione di servizio:
Un annuncio che volevo mettere su ebay ma ho pensato magari che potrei fare un'offerta gradita a un lettore del blog, quindi per prima cosa provo a chiedere qui: chi fosse interessato ad acquistare i due volumi di Scott Lynch (Gli Inganni di Locke Lamora e i Pirati dell'Oceano Rosso) in blocco a prezzo ridotto (22 euro compresa la spedizione con raccomandata) mi scriva.
Ciascuno dei due libri, nuovo, costa 19,60 su IBS. Non tratto i libri come reliquie, ma le copie in mio possesso sono in condizioni decenti e perfettamente leggibili.
Accetto pagamenti a mezzo bonifico o paypal.
Un annuncio che volevo mettere su ebay ma ho pensato magari che potrei fare un'offerta gradita a un lettore del blog, quindi per prima cosa provo a chiedere qui: chi fosse interessato ad acquistare i due volumi di Scott Lynch (Gli Inganni di Locke Lamora e i Pirati dell'Oceano Rosso) in blocco a prezzo ridotto (22 euro compresa la spedizione con raccomandata) mi scriva.
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