sabato 7 luglio 2012

Kalevala

La grande opera di folklore e mitologia finlandese, il Kalevala, è particolarmente nota agli amanti di Tolkien, almeno a quelli che hanno approfondito la propria passione, perché fu di grande ispirazione all'autore del Signore degli Anelli. Egli definì il Kalevala "una completa enoteca, riempita con bottiglie di un vino straordinario di una varietà e di una fragranza mai gustata prima."
A dire il vero non ero molto sicuro che sarei stato soddisfatto di questa lettura. La mitologia nordica, così suggestiva alla nostra fantasia, in realtà mi ha dato qualche delusione, e fatto apprezzare maggiormente Iliade e Odissea. Non sono stato particolarmente convinto dalla saga di Cu Chulainn (troppi ammazzamenti "tanto per") e non ho trovato grande piacere nell'Artù di Malory (sebbene sia la maggior fonte in merito allo sfuggente mito britannico). Può darsi che ci sia qualcosa di positivo per il lettore nel fatto che il Kalevala sia stato raccolto e sistematizzato da uno studioso dell'ottocento, che ha messo per iscritto i canti della tradizione orale ancora viva all'epoca, salvandoli dall'oblio e allo stesso tempo confezionandoli secondo un gusto che è ancora, a tutt'oggi, gradevole al nostro palato. Questo studioso era Elias Lönnrot (1802-1884), uno dei padri culturali di un paese che ai suoi tempi non esisteva ancora (faceva parte della Russia governata dagli Zar). Devo dire che mi è piaciuta (quasi sempe) anche la resa della traduzione nella versione edita dalle Edizioni Mediterranee.
Lönnrot, personaggio provvidenziale, viaggiò per anni in Finlandia e in regioni che ora fanno parte della Russia ma di cultura affine, come la Carelia, trascrivendo le voci dei cantastorie e pubblicandole (in diversi volumi).
Il risultato è una raccolta di storie a volte indipendenti e a volte collegate, che vertono intorno a tre eroi semidivini (o divini del tutto, in alcune delle loro manifestazioni). Entriamo un attimo nel dettaglio (se volete leggere il Kalevala, vi avverto che ci sarà qualche anticipazione).

Il più importante di questi personaggi mitici è Väinämöinen (ebbene sì, ci sono tre dieresi sulle vocali). Cantore dall'abilità sovrumana, sciamano capace di compiere incantesimi dal potere sorprendente, ma di forme e appetiti terreni, sebbene nel primo runo vi sia una spiegazione mitologica della sua nascita. Nell'ultimo runo, il vecchio Väinämöinen se ne va in esilio, poiché contrariato a vedere il figlio di Marjatta elevato a sovrano della Carelia. Il figlio di Marjatta (Maria) altri non è che Cristo: il poema termina con il vecchio dio (semidio) che profetizza:

...Lasciate che il tempo trascorra,
passi un giorno, ne venga un altro,
ed avrete ancora bisogno di me,
mi cercherete, mi supplicherete...

Il lento dissolversi del paganesimo e la comparsa di concetti legati al cristianesimo si intuisce frequente nel Kalevala, e in questo brano caratterizzato dal forte sincretismo religioso vedremo l'eroe pagano andarsene in irato e malinconico esilio nel firmamento. Profetizzò che un giorno avremmo avuto di nuovo bisogno di lui. A tutt'oggi, non è ancora stato richiamato.

Il "fabbro sempiterno" Ilmarinen è nientemeno che il costruttore della volta celeste, però nel corso delle vicende narrate nel Kalevala le sue creazioni si rivelano a volte fallimentari, come quando cerca di produrre per sé stesso una moglie d'oro e argento, dopo essere rimasto vedovo. Ciò nonostante, è un uomo dalle grandissime capacità e sa produrre armi portentose e ogni genere di strumento, magico e non.

A questi possenti eroi si aggiunge Lemminkäinen, un donnaiolo impenitente non alieno da imprese incaute, ma pur sempre un coraggioso.


Il popolo di Kalevala è spesso raffigurato come antagonista della gente del nord, ovvero il popolo di Pohjola (non vi è certezza su cosa questo vorrebbe dire in termini storici). Questa rivalità nasce da una serie di ripicche e dispetti per questioni che si sarebbero potute risolvere... con un po' di calma, ma del resto nei poemi mitologici spesso le cose vanno così.
La regina di Pohjola, Louhi, possiede notevolissimi poteri magici. Vi sarà una lotta tra lei e gli altri eroi, verso il finale.
Va ricordato anche il valoroso ma sregolato eroe Kullervo, trovatello e schiavo, desideroso di vendetta per la propria famiglia che crede sterminata e anche di dimostrarsi un valido guerriero. Eroe tragico, finirà male, esempio di come un uomo che cresce senza una corretta educazione rimarrà disagiato per tutta la vita.


Il Kalevala raccoglie storie e miti di una varietà impressionante, come diceva Tolkien. Dagli incantesimi per resuscitare i morti alla descrizione di come si fa la birra ai miti sull'origine del fuoco alle invocazioni dei cacciatori. Ne risulta un paesaggio molto variegato e misterioso, impressione che io da prosaico viaggiatore non avevo quando, viaggiando per la Finlandia, osservavo interminabili foreste dal finestrino dell'auto, o incontravo le renne apparentemente allo stato brado, ma in realtà tutte catalogate e marchiate.
Vi sono anche brani di folklore popolare che ricalcano tematiche presenti in tutta Europa, ad esempio gli ammonimenti alla sposa su come dovrà comportarsi a casa del marito, o il rimpianto di lei per la fine della fanciullezza:

Com'era mai il viver tuo
nelle contrade del tuo babbo!
Crescesti per i viali come un fiore,
per le radure come una fragola.
Avevi il burro appena alzata dal letto,
il latte quando ti levavi dal giaciglio
...
Volteggiavi come una farfalla,
una bacca sulle terre della madre,
un lampone in mezzo ai campi.


Per cogliere le somiglianze, date un'occhiata al video di Cortège de Noce dei Malicorne.
Ecco invece il canto del cacciatore che chiede scusa all'orso, potente animale totemico, negando di averlo ucciso:


Orsetto, mio prediletto,
zampa-di-miele, bello mio!
Non sono stato io ad abbatterti:
tu stesso urtasti contro un ramo,
inciampasti in una fronda...


E ovviamente non mancano le armi, gli incantesimi, le guerre, e tutto quello che normalmente ci si aspetta in un poema mitologico. Se amate il fantastico, non posso che consigliarvi la lettura del Kalevala.








venerdì 6 luglio 2012

Comunicazione di servizio

Mi trovo in un momento nerissimo per via di un grave problema familiare.
Non ho intenzione di far morire questo blog e infatti nei prossimi giorni spero di pubblicare qualcosa di meno misero degli ultimi post che sono usciti. Tuttavia può darsi che ci saranno dei momenti di silenzio piuttosto lunghi. Mi scuso con la mia quindicina di lettori abituali, e... anche con quelli occasionali.

sabato 30 giugno 2012

Battlestar Galactica: The Plan

Un film rilasciato direttamente su DVD, The Plan racconta gli eventi delle prime due serie di Battlestar Galactica dal punto di vista dei Cylon. Il principale protagonista (in due versioni di sé stesso) è Cavil, interpretato da Dean Stockwell. E' il più intransigente dei Cylon, il più accanito odiatore dell'umanità, e lo rimarrà fino alla fine della serie. Gli altri "lavori in pelle" in effetti sono molto problematici, nient'affatto macchine insensibili, e si vedrà ripetutamente che è proprio per questo che non riescono a farla finita con gli umani fuggiaschi. Il contatto con i disperati che fuggono nelle astronavi li ha resi "troppo umani" a loro volta.
Purtroppo The Plan, oltre a essere incomprensibile a chi non abbia una fresca dimestichezza con la serie, è privo di un reale filo conduttore: questo benedetto piano, appunto, lo vediamo poco. Manca ritmo, coerenza narrativa, a tratti diventa perfino noioso, nonostante ci sia anche qualche rivelazione o qualche piccola toppa che rimette a posto delle lacune narrative della serie.
Se non siete entusiasti della serie televisiva, fate a meno di vedere The Plan: è un'aggiunta posticcia, inutile e anticlimatica.

domenica 24 giugno 2012

Dominion

Dominion è un gioco di carte (non collezionabili) ideato da Donald Vaccarino, gioco il cui eccezionale successo ha fatto nascere tutta una serie di espansioni. Si basa completamente sulle carte, che devono essere usate per ottenere diversi effetti tra cui, in ultima analisi, acquisire altre carte per migliorare la propria posizione e prendere un sufficiente numero di carte vittoria.

Sembra una cosa da poco, ma in realtà la presenza di un mazzo del giocatore da migliorare rende necessarie tutta una serie di strategie. Non si tratta di un mazzo come quello di giochi come Magic (le tue carte, comprate da te) ma del gruppetto di carte iniziali di ciascun giocatore, destinato a crescere man mano che il gioco procede. Poiché ogni mano del gioco richiede che il giocatore ripeschi un certo numero di carte dal mazzo, il fatto che sia composto in maniera equilibrata è fondamentale. Anche perché le azioni delle carte spesso sono concatenate, e vi è una sinergia fra di loro.
Facciamo un esempio: ci sono delle carte che rappresentano il denaro. Sono importanti, e hanno il vantaggio, a differenza del vero denaro, che potrebbero ritornare in mano a ogni pescata (quando il giocatore ricostituisce la propria mano). Poiché all'inizio il giocatore ha la possibilità di prendere solo le carte denaro più deboli, deve guardarsi bene dal diventare troppo avido e acquisirne molte. Perché? Perché con il procedere del gioco sono le carte denaro più sostanziose a contare, e il giocatore non sarà più così contento di pescare per creare la propria mano e ritrovarsi tra i piedi quelle che valgono poco.

Quindi la costruzione del proprio mazzo di carte è una fase importante tanto quanto il decidere come giocarle. Le carte che permettono di compiere determinate azioni (nell'edizione italiana si chiamano carte Regno) possono essere variate di comune accordo a ogni partita, perciò non sempre sarà possibile giocare con le stesse strategie (ci sono 25 tipi di carte Regno, in ogni partita se ne usano 10).
Gioco apparentemente semplice, in realtà complesso e accattivante. Consente però al giocatore fanatico la possibilità di fare analisi matematiche e logiche (anche giocandolo al computer) per studiare la strategia migliore: fattore che, da giocatore "puro" che gioca per divertirsi, mi mette un po' paura.

(l'immagine è presa dal sito boardgamegeek)

domenica 17 giugno 2012

Ci devo rinunciare?

E chi ha detto che acquistare online sia facile? Non voglio parlare dei pericoli delle spedizioni postali (in passato vi ho già accennato) ma delle difficoltà che a volte si incontrano negli ordini stessi.
La storia in breve: volevo comprare il libro che conclude la trilogia dell'ottimo Stefano Bianchi, Tokyattan, perciò avevo fatto l'ordine su Amazon.it.
Ora, con l'editoria minore il problema è questo: i colossi come Amazon non si rifiutano mica di tenere i libri in catalogo e di accettare gli ordini, solo che, se non vado errato, non hanno il libro in magazzino, o se ne prendono un certo numero di copie iniziali non si preoccupano di mantenere la scorta (perdonatemi ma non conosco bene questi dettagli tecnici): quando si accumulano un po' di ordini, cercano di evaderli, e se non hanno i libri se li procurano presso l'editore. Per questo esiste il preavviso del periodo di attesa e della necessità di pazientare, avviso che avevo ricevuto già all'invio dell'ordine. Purtroppo, temo, se di ordini ce ne sono pochi, o magari se c'è solo il mio, mi sa che la faccenda diventa antieconomica o poco pratica e non val la pena di procurarsi il libro presso l'editore. Perciò, il cliente (ovvero il sottoscritto) riceve un messaggio che avvisa che l'ordine non verrà evaso. Questa è solo la mia supposizione basata su qualche sentito dire, perché spiegazioni precise non ce ne sono state.
E va bene. Allora (su consiglio) mi sono rivolto direttamente alla fonte.
Però se desideri effettuare un acquisto sul sito della casa editrice (Montag) ti devi registrare. Dopo essermi iscritto al sito (con una procedura che chiede il codice fiscale e il telefono, oddio, ma sono proprio dati indispensabili?) e aver avuto la conferma di codice utente scelto da me e password, ho ricevuto l'email di rito e cliccato il link per confermare l'iscrizione.
Purtroppo, dopo un'istante, cercando di usare i codici appena confermati per convalidare il mio "carrello" e comprare Tokyattan, scopro che il sito non li accetta. Senza particolari spiegazioni.
Secondo insuccesso. A questo punto non si tratta più dell'acquisto di un libro, sta diventando un'odissea...

venerdì 15 giugno 2012

The Spirit, il fumetto

Un padre del fumetto moderno, Will Eisner. Eppure ormai di moderno c'è poco, nelle sensazioni che ti dà The Spirit. I tempi erano diversi (anni '40, i fumetti in pieno boom!) e le storie da raccontare erano quelle di allora: storie da film in bianco e nero, con eroi tutti d'un pezzo, vamp carismatiche, femmine dannate e peccaminose. I toni leggeri li portava quasi sempre il protagonista, The Spirit, il vendicatore uscito dalla tomba. Non un vendicatore maledetto, però: The Spirit agiva in collaborazione con il capo della polizia. Non era insomma uno degli eroi dei tempi moderni, quelli che devono nascondersi pure alle forze dell'ordine, anche se, al pari di molti colleghi moderni, qualche vendetta da compiere non gli mancava.

Oggi The Spirit suona classico, fin troppo. Le storie suonano spesso assai cliché, e magari lo erano anche all'epoca, anche se non si limitano al poliziesco e al noir ma toccano diversi generi, con qualche puntata perfino nell'horror e diverse storie d'amore condannate fin dall'inizio. A me piace lui, il protagonista, Denny Colt. In un'epoca di personaggi comici insulsi o volgari, o di eroi tragici che di più non si può, The Spirit sembrerebbe quasi una novità con la sua leggerezza che non manca di serietà dove occorre.
Non sarebbe stato male se il cinema o la TV gli avessero dato una seconda giovinezza. Invece, sappiamo tutti com'è finita. Frank Miller voleva provare a vedere se era capace di mettersi alla regia, e ora spero abbia capito che deve lasciare perdere. Il film, nonostante la presenza di parecchi volti celebri, è stato un vero disastro. Chissà se The Spirit tornerà fuori dalla tomba ancora una volta?

Recensioni del film, da Rottentomatoes

Pagina web dedicata a The Spirit



venerdì 8 giugno 2012

mercoledì 6 giugno 2012

E' venuto a mancare Ray Bradbury

... il quale aveva comunque la tenera età di 91 anni. Be', non ho moltissimo da commentare sulla sua opera in quanto ho letto soltanto Fahrenheit 451 e per alcuni aspetti mi aveva lasciato un po' perplesso. Questo mi dovrà essere da sprone a leggere qualcuno dei suoi racconti e cercare di capirlo meglio.
Riposi in pace.

La mia recensione su Fahrenheit 451

sabato 2 giugno 2012

Iron Sky

La cosa più interessante di questo film è che si tratta di un progetto nato da un'idea di belle speranze, lanciata sulla rete e con la presentazione di un trailer nei festival cinematografici, nella speranza di trovare sostenitori e finanziatori.
L'idea ha avuto successo, ed è stata prodotta per mezzo dello sforzo congiunto di varie case (finlandesi, australiane e tedesche). Iron Sky è un film demenziale pieno di gag più o meno esilaranti, basato sull'idea che i nazisti, sconfitti nella seconda guerra mondiale, abbiano trovato rifugio nientemeno che sul lato oscuro della Luna, dove per lunghi anni hanno preparato il ritorno (e la vendetta).
L'arrivo di una missione spaziale, che riporta l'uomo sulla Luna dopo tanti anni per reare supporto alla rielezione della presidentessa degli USA (una specie di Sarah Palin interpretata da Stephanie Paul), scatena gli eventi. I nazisti lunari uccidono uno degli astronauti e catturano l'altro, che è un nero. Poiché hanno bisogno di lui lo "rendono bianco" per mezzo di un siero e lo portano sulla Terra in una missione condotta da Klaus Adler, malvagio e ambizioso leader che vuole succedere al "legittimo" Fuhrer (l'attore che interpreta Adler è Gotz Otto, già visto in La Caduta; Christopher Kirby è l'attore che interpreta James Washington, l'astronauta nero). Assieme ai due verrà anche Renate Richter (interpretata da Julia Dietze), figlia di uno scienziato (più o meno pazzo) della base lunare nazista, promessa sposa di Adler nonché ingenua insegnante convinta che il nazismo sia un'ideologia improntata alla bontà. L'incontro con la leadership americana viene inteso da Adler come la possibilità di trovare un aiuto per guadagnare potere e scalzare il Fuhrer, e dalla presidentessa americana (assieme alla sua specialista per la propaganda) come un aiuto inaspettato per la rielezione. Washington verrà scaricato e lasciato in mezzo alla strada a raccontare della minaccia nazista lunare a gente che non gli dà retta.

L'occasione è ghiotta per una serie di battute e di situazioni comiche derivanti dall'inaspettata presa del leader nazista, dalle incomprensioni della povera Renate su come le cose vanno sulla Terra (compreso l'incontro con dei nazi-skin), dall'ipocrisia della presidentessa americana e della sua collaboratrice. Ma le cose non saranno così semplici...
Divertente e demenziale, salvo la morale finale che non vi rivelo, ricco di citazioni a valanga che appassioneranno i cinefili e i "nerd," Iron Sky non è ancora uscito in italiano (lo farà mai?). Per adesso è disponibile soltanto in rete con i sottotitoli creati dai fan, come al solito in questi casi. Tutto sommato godibile: sorprendentemente buona o passabile la quasi totalità degli effetti speciali, notevole il fatto che sia stato prodotto con un budget limitato (una casa cinematografica statunitense avrebbe fatto poco o niente con circa 10 milioni di dollari). Come tutte le parodie demenziali, magari è un po' troppo lungo.



giovedì 31 maggio 2012

Cosmopolis

Purtroppo ho letto da qualche parte che era fantascienza e ci sono cascato. Non ci credete, sono palle. Cosmopolis è un film basato su situazioni irreali e spesso sconnesse, condite da fiumi di dialogo, spesso molto più del necessario. E' ispirato a un romanzo che non ho il piacere di conoscere, e vanta la regia di David Cronenberg, regista immaginifico ma spinoso assai, e la partecipazione nel ruolo del protagonista di Robert Pattinson, ovvero il vampiro di Twilight in cerca di uno scopo nella vita ora che la serie di film vampireschi è terminata. Dei problemi che incontra Pattinson a fabbricarsi la carriera penso vi interessi fino a un certo punto, è più importante che la sua recitazione funzioni qui. Sorpresa: secondo me funziona abbastanza, perché il nostro eroe ricopre un ruolo adatto alla sua espressività carente. E' un miliardario anaffettivo, in cerca di significati e paranoico, che vorrebbe essere passionale ma è soltanto schizzato, sconnesso.

Nel suo stato disturbato il protagonista, che è una specie di Steve Jobs antipatico (non che a me quello vero fosse simpatico, però), attraversa la città per andare a... farsi tagliare i capelli, pur sapendo che a causa della visita del presidente ci sono enormi problemi di sicurezza e di traffico. Più tardi si scoprirà una minaccia specifica tutta per lui, ma ne sarà attirato anziché spaventato.
Nella sua limousine (da qui in poi allarme spoiler, ma tanto nel guazzabuglio generale non dovrebbe nemmeno interessarvi) il miliardario Packer (ovvero Pattinson) riceve i suoi collaboratori, segue nei monitor l'andamento delle sue operazioni finanziarie (si sta giocando l'osso del collo in una scommessa "sullo Yuan," vorrei proprio che mi spiegassero di più per farmi quattro risate) fa sesso, discute del più e del meno e riesce pure a trovare il tempo per farsi fare l'esame della prostata da un medico (ahimé sì, avete capito bene).

Tematiche: il capitalismo assassino e malvagio che crea disordini e proteste mentre distrugge la società è senz'altro uno dei temi primari. La cyber-economia che annienta le vite degli uomini con la propria perfezione inarrivabile, con la propria distruzione della realtà e creazione di un altro mondo, con un altro uso del tempo e delle risorse: lo si vede sia nei discorsi deliranti del protagonista che nelle proteste delle persone che, non essendo al comando di queste meraviglie tecnologiche, sanno semplicemente che vedranno il loro mondo distrutto; è anche il tema della persona che vuole uccidere il miliardario Packer/Pattinson.


Tra odio sociale, e tristezza e delusione della stessa persona che è bersaglio di tanto odio, lo scenario si prospetta maturo per la distruzione del protagonista quando nel finale incontra la persona che vuole ucciderlo. Qui non vi rivelo chi ci lascerà la pelle, ma del resto è una faccenda superflua perché i due smettono di sparare e cominciano a parlare, e chi ammazzerà chi diventa irrilevante. La scena peraltro avrebbe le potenzialità per essere interessante, ho spesso immaginato (ma non trovato il tempo per mettere in pratica) di scrivere di un aggressore che si rivolge con calma alla vittima ed espone con calma i perché e percome, ma questo momento di spiegazione e resa dei conti vien fuori fiacco per la mancanza di carisma dei due personaggi coinvolti.

Fine spoiler e commenti finali. Non mi è piaciuto. A chi potrei consigliare di vederlo? Ai fanatici di Cronenberg senz'altro (se ve li vedete tutti, vedrete anche questo). Alle ragazzine innamorate di Pattinson no, perché potrebbe essere una delusione fatale...



lunedì 28 maggio 2012

Segnalazione

Segnalo volentieri un articolo del blog di Alessandro Girola, che ha da dire alcune cosette interessanti sullo stato dell'arte dello scrivere nel Belpaese. Non sono d'accordo al 100% ma per molti aspetti è condivisibile.

domenica 27 maggio 2012

Effetto Valanga

Mack Reynolds: chi era costui? Un romanziere di fantascienza famoso negli anni '60 e sconosciuto oggi. Del resto non è l'unico a non poter vantare fama duratura, anche se Reynolds, in effetti, dovrebbe almeno mantenere un posticino nel cuore degli amanti di Star Trek, visto che è stato il primo a scrivere un romanzo ambientato nell'universo della serie televisiva.

La prefazione di Effetto Valanga, edito da Delos Books, ci spiega che pur avendo militato nel Partito Operaio Socialista degli USA (movimento di sinistra "alla europea" che si candidava alle elezioni raccogliendo qualche migliaio di voti, ma che oggi è praticamente dissolto) Reynolds non era il prototipo dello scrittore intellettualoide. "Troppo politico per alcuni, troppo poco incarnazione di ideali astratti di militanza per altri."
Il che può essere una spiegazione del perché non è ricordato pur avendo riscosso un grande successo ai suoi tempi. L'altra parte della spiegazione la si ricava leggendo questo libro.
Effetto Valanga (Depression or Bust) parte con la storia di un tizio che fa i suoi conti e scopre che non può permettersi il frigorifero che aveva ordinato. Quindi annulla l'ordine, e fa partire una serie di conseguenze con questo atto apparentemente insignificante. L'uomo che doveva vendergli il frigorifero ha un incasso in meno, e deve rinunciare a comprare la macchina: la fabbrica di automobili deve licenziare, e così via. L'economia crolla in un catastrofico avvitamento.
Allo stesso tempo seguiamo la carriera (breve) di un super ispettore che nell'URSS comunista deve comprendere perché le cose non vanno: si tratta di un "uomo medio" sovietico, che non vorrebbe un compito così carico di responsabilità, ma viene incoraggiato dalle alte sfere che gli danno carta bianca per correggere gli errori e fare ripartire l'economia. In una serie di episodi a passo serrato, Effetto Valanga ci porta in situazioni ridicole e rocambolesche che hanno lo stesso comune denominatore: la satira contro le forme ideologiche dell'economia e le considerazioni, da ridere ma non troppo, sulla debolezza del nostro sistema economico (Dove le paure e le insicurezze contano più dei dati basati sui fatti concreti). Questo aspetto, in effetti, è sempre attuale: la narrazione del libro però è estremamente legata al suo periodo, e ha fondamentalmente assai poco di fantascientifico: è satira politica, più che altro. Le tematiche possono essere universali e toccare un nervo scoperto con la crisi di oggi, ma il libro è piuttosto "datato."
Non anticipo la fine che farà il tentativo di riforma russo, e i bizzarri tentativi di riforma americani. Invito tutti a godersi questa scorrevole lettura, disponibile anche sotto forma di ebook.

mercoledì 23 maggio 2012

Il resto del mondo si muove, ma noi abbiamo Dracula 3D

Mentre da noi c'è chi dice che chi si autopubblica fa male alla cultura italiana, all'estero può capitare che un grande regista acquisti i diritti di una serie di libri che, prima di passare all'editoria tradizionale, era stata autopubblicata. Magari poi non arriverà sugli schermi. Però per una volta tanto preferisco il pragmatismo americano alle remore intellettuali nostrane (in qualche caso velate di pruriti censori? domanda accademica, visto che non possono!), anche se non ho la minima idea se quella serie mi piacerebbe. Del resto in Italia non fanno molto successo nemmeno i libri spinti alla grande, non credo sia facile che un autopubblicato venga notato dalle case editrici. Anche se chissà.

Comunque c'è un altro motivo per cui ciò che è accaduto alla serie Wool non accadrebbe facilmente in Italia. Negli Usa hanno Ridley Scott, in Italia abbiamo Dario Argento che ormai si fa ridere dietro continuando a produrre roba improponibile. Roba che, ebbene sì, gliela finanzia in parte lo stato, ché da noi non c'è da stupirsi di niente.

I link seguenti sono entrambi in inglese:
L'articolo sulla serie scelta da Ridley Scott, Wool.
Una recensione da scompisciarsi su Dracula 3D

domenica 20 maggio 2012

Off topic: Orbis

Giusto una rapida segnalazione per questa simpatica iniziativa: ORBIS è una specie di "Google Maps" per simulare un percorso nell'impero romano, facendo uso delle strade e delle rotte navali dell'epoca! Il sito simula anche i costi di trasporto correlati al viaggio da fare.
I prezzi sono espressi in... valuta romana.

venerdì 18 maggio 2012

C'era una volta Tank Girl

Per parlare del film Tank Girl bisogna partire dal fumetto, che era (ed è) sorprendente, nuovo, fresco e frizzante, surreale e "cool." Il tutto con uno spruzzo di controcultura, un'anima punk e non so bene cos'altro. Probabilmente una cosa molto divertente, anche se poco ne ho letto e pochissimo ne ricordo. So che l'idea della ragazza finto-scema sul carro armato mi sembrava una cretinata ridicola, ma la cosa era congegnata in maniera che questo in realtà non era importante.
Mi son voluto vedere il film, ormai una cosetta d'annata, in quanto è del 1995. La premessa non è proprio del tutto identica al fumetto, comunque le atmosfere ci sarebbero. Siamo in un mondo post-apocalittico, dove l'acqua è rara, anzi uno dei beni più preziosi: ci sono i cattivoni (la corporazione W&P) che la controllano quasi tutta e i guerriglieri (i Ripper) che la rubano. Nel mezzo piccole comunità come quella della protagonista, un gruppetto che viene massacrato dai cattivi all'inizio della storia. Superstite del massacro, Rebecca è prigioniera di questa spietata corporazione, ma riesce a cavarsela facendo andare in fumo un piano per usarla come esca contro i Ripper. Dopo essersi impadronita di un carro armato e arruolata l'amica Jet Girl, Rebecca inizia la sua guerra personale contro la W&P. Trama semplice, che potrebbe anche funzionare, tre attori indubbiamente validi: il capo dei cattivi è il mitico Malcolm McDowell (eroe maledetto di Arancia Meccanica), Rebecca è interpretata da Lori Petty (che ricordo da Point Break) e Jet Girl da Naomi Watts (di più recente successo con The Ring).

Chi si appassiona alle ambientazioni realistiche dovrà concedersi una vacanza con questo film, che parla di un mondo ridotto in estrema povertà ma dove le ragazze che vestono con stravaganza chic e hanno il trucco sempre a posto, e quando vedrete chi sono i Ripper... va be', non ve lo anticipo. Del resto l'immaginario da cui nasce Tank Girl è tutto stilizzato, assai particolare e bisogna tenerne conto. Fumettoso nella scelta dei colori e delle luci, nonché con l'inserimento di parti di cartone animato e tavole di fumetto nelle sequenze, volutamente assurdo, questo film va per una strada tutta sua. Dal punto di vista della storia, le cose sono abbastanza semplici [SPOILER fino alla fine del paragrafo!!]: Rebecca riuscirà a scoprire che una ragazzina appartenente alla sua comunità è ancora viva, riuscirà a salvarla, e il cattivo (che è penosamente cattivo) verrà sconfitto. Non c'è bisogno di dire molto di più.

A me l'estetica punk piace così così, il finto femminismo delle tipe che spaccano tutto ancora meno (direi che nel blog ne ho parlato abbastanza, no?), però non posso negare che l'insieme fa il suo effetto. Per me, non per il grande pubblico, perché Tank Girl ebbe un insuccesso clamoroso che, se devo credere a Wikipedia, contribuì a far chiudere il fumetto da cui era tratto il film. Del resto il grande pubblico punisce quasi sempre molto severamente le cose originali che si smarcano troppo dalle strade battute. Però, se non lo avete già visto, date un'occhiata a Tank Girl.




sabato 12 maggio 2012

Tutti gli editori italiani diventano guerriglieri del DRM?

Gli editori italiani sembrano voler rinunciare al DRM, e sto parlando di quelli grossi, che lo avevano difeso a spada tratta contro le piccolissime case editrice "guerrigliere" che avevano visto nell'ebook senza protezione una strada per poter strappare una nicchia di utenza.
Questo almeno ciò che leggo sui giornali riguardo alle novità al Salone del Libro di Torino. Le grandi case editrici non sono diventate improvvisamente generose, certamente si tratta di un calcolo tattico. Il problema è che la "rivoluzione digitale" ora come ora non sembra così aggressiva, il digitale ha in mano una percentuale ridicola del mercato, ma il cambiamento arriverà anche da noi e sembra tutto in mano a colossi dell'hardware stranieri. Apple, Amazon, Google, e tra un po' forse Microsoft. Le grandi case editrici italiane scoprono improvvisamente di non essere giganti ma nanerottoli. In bilico il mercato, persa la distribuzione, perso il ruolo di grandi decisori di chi dev'essere pubblicato e chi no: gli autori disintermediano e arrivano direttamente al pubblico (se, beninteso, riescono a farsi vedere). Quindi le case editrici italiane, che si credevano giganteschi Golia, diventano piccoli guerriglieri del DRM-free, dei Davide contro le macchine mostruose americane.
Le piccole case editrici, e lo dico con dispiacere, a questo punto sono formiche. Anche se mi auguro che le formiche nel loro piccolo siano in grado di fare cose sorprendenti.

venerdì 11 maggio 2012

Facendo i debiti scongiuri (off topic)

Una cosa che ogni tanto (per fortuna raramente) mi viene in mente. Cosa succede ai propri account di email, blog, siti internet, profili sui forum e sui social network il giorno in cui lasciamo questa valle di lacrime?
Per esempio. A quanto pare ogni anno, scrive il Corriere, mezzo milione di utenti di facebook statunitensi passano a miglior vita. Ci sono già iniziative per proteggere le chiavi di accesso, permettere agli "esecutori testamentari" di chiudere i rapporti, tramandare ai propri cari i documenti che si vuol fare avere loro.
Un po' macabro, ma in effetti bisogna pensarci. Fate i debiti scongiuri e preparate il vostro testamento digitale...

La mia recensione di Apocalypse Kebab (di J. Tangerine, edito da mamma Editori) è su Fantasy Magazine. Pregi e difetti li ho elencati là. Il rimpianto, per quanto riguarda questo libro, è la mancanza di una trama più forte. Per chi lo ha già letto (e per gli altri, occhio allo spoiler), intendo dire gli elementi mitici e storici che sembrano portare all'apocalisse promessa nel titolo, e il finale (quasi) alla volemose bene e frettoloso, che toglie efficacia a quello che era stato costruito. Credo che non vedremo facilmente una seconda parte di questa storia, che non prometteva neanche malaccio. Peraltro sono scelte, e nel bilancio generale del libro ci possono stare.
D'altra parte il tono leggero e scorrevole è una gradevole novità. Anche io sto cercando di scrivere un urban fantasy, ma il mio è tetro, triste e catastrofico sul serio. Non ho la penna allegra e leggera di J. Tangerine...

giovedì 10 maggio 2012

Ancora ebook e autopubblicazione

Segnalo questo articolo sul corriere, una serie di interviste con gli addetti ai lavori sull'autopubblicazione e sulle conseguenze che essa ha sull'editoria. Piuttosto lungo, ma interessante... anche se quando si parla di questi argomenti bisogna rassegnarsi al fatto che le stesse tematiche spesso siano ripetute e ripescate.

mercoledì 2 maggio 2012

The Hunger Games

Volevo vedere e rendermi conto. Capire come mai tanto successo negli USA. Non ho letto il libro: peraltro sapendo che vi è una pesante influenza dal film giapponese Battle Royale ero molto sospettoso anche sulla genuinità dell'ispirazione. Alla fine ho deciso che The Hunger Games dovevo vederlo e rendermi conto. La mia opinione finale è che si tratta di un film molto gonfiato, bruttarello, artificiale e furbastro, debole nella logica. Ma può piacere a coloro che amano spettacoli tipo i reality show. A me non può piacere, quindi, magari a voi sì: questione di gusti.

Uno spoilerone sulla trama (saltate al prossimo paragrafo se non volete anticipazioni).Siamo in un'America Post apocalisse o post catastrofe di qualche tipo, riunita in una confederazione (di nome Panem) composta da diversi distretti. Alcuni di questi distretti si sono ribellati in passato quindi sono condannati a fornire due "tributi" umani, un ragazzo e una ragazza, per dei giochi mortali che possono avere un solo sopravvissuto. Perché la faccenda continui a decenni dalla turpe ribellione, non si sa. E' evidente che Capitol, ovvero il distretto della capitale, è privilegiato, mentre gli altri sgobbano per produrre materie prime e prodotti vari, è altrettanto evidente che non sarebbe il caso di infierire troppo e sfregare il sale sulla ferita, ma secondo i presentatori televisivi, ormai questi giochi di morte sono qualcosa "che unisce." Da qui 1) notiamo la fesseria nell'ambientazione, su cui torneremo in seguito, e 2) veniamo a sapere che i poveretti destinati al sacrificio entrano in un perverso "show business," dove sono costretti a proporsi come "personaggi" simpatici al pubblico per poter avere dei piccoli favori dagli sponsor quando saranno coinvolti nella lotta mortale. Ci sono anche dei mèntori, una specie di allenatori che danno indicazioni pratiche e dritte cercando di favorire la sopravvivenza dei propri pupilli. L'azione si concentra su Katniss (la ragazza) e Peeta (il ragazzo) del distretto 12, che avendo il numero più alto veniamo a sapere essere il posto più scarognato della confederazione. Katniss è brava con arco e frecce e, oddio, si offre volontaria per salvare la sorellina giovanissima e imbelle che era stata sorteggiata.
Peeta è un panettiere e inizialmente sembra ancor più scalognato, anche perché dice in una presentazione televisiva che lui ha sempre avuto una cotta segreta per Katniss, e se uscisse vivo dagli Hunger Games sarebbe solo (non possono sopravvivere entrambi per via delle regole del gioco). Sembra che sia una bufala per creare il "personaggio" a beneficio del pubblico, poi quando inizierà il massacro vedremo Peeta allearsi con una banda di cattivoni (tra cui quelli forti e aggressivi dei distretti coi numeri bassi, i più ricchi) che danno la caccia a Katniss. Ma in realtà l'amore di Peeta è vero e quando avrà la possibilità di uccidere la ragazza, non lo farà.
Nel frattempo lo show causa problemi politici! la morte di tanti baldi giovani e le crudeltà fanno scoppiare dei disordini nel distretto 11. E grazie al cavolo, cosa doveva succedere? Dovrebbe essere la norma e non l'eccezione, e qui torniamo alla fesseria n. 1 accennata sopra. La regia del gioco (che interviene spesso e a volte anche pesantemente) allora cambia le regole e annuncia che le coppie possono sopravvivere, per deviare l'attenzione sulla storia d'amore di Katniss e Peeta, che ora sono insieme sul campo e si difendono a vicenda (anche se lui è ferito). Molto tenero, ma ho un altro dubbio. Se il gioco serve a solleticare i privilegiati, perché viene trasmesso anche agli svantaggiati, che possono solo andare in bestia? Viene accennato che certi combattenti (quelli dei distretti con il numero basso) sono volontari. Ci potrebbe stare: un gioco spietato di gladiatori moderni, anche se quelli dell'antica Roma non venivano sterminati a raffica come si vede nei film. Ma allora non ha senso imporre ai distretti più poveri di mandare carne da macello e costringerli pure a guardare lo spettacolo.
Per la cronaca, alla fine restano vivi proprio i due del distretto 12, ma la direzione tenta il colpo di scena di riportare le regole al "deve sopravvivere uno solo." Quando Katniss e Peeta scelgono di uccidersi entrambi piuttosto che scegliere chi dovrà vivere, la regia è forzata a mantenere la promessa precedente e li consacra entrambi vincitori. Al ritorno nel distretto 12, ricchi della gloria effimera degli Hunger Games, non capiamo se i due staranno insieme. Lei ha un precedente fidanzato, del resto. Fine della storia. Giusto una domandina per chi ha visto il film: quando i duri e cattivi concentrano tutte le risorse messe a disposizione dalla regia (e cadute in loro mano) in un perimetro minato, perché sistemano le cose in modo che poi a Katniss basti una freccia per fare rotolare un peso sulle mine e distruggere tutto il patrimonio? E' perché sono fessi loro? Perché è fessa la trama? O perché si dà per scontato che sia fesso il pubblico? Per me, un po' tutte e tre le risposte sono valide.

Fine dello spoilerone. Che dire del film? Ha tematiche sociali, politiche? No, sono inconsistenti, la trama è troppo modesta per darle credito: ha dei buchi clamorosi, è un baraccone di cartapesta fin dal primo momento. Del resto, sai che grande sociologia: i poveri sono buoni (e i neri sono sempre buoni), i ricchi sono cattivi. Ci sono accenni satirici negli atteggiamenti e costumi clowneschi dei personaggi televisivi e del pubblico "privilegiato," ma ci sarebbe voluto il tocco di un Terry Gilliam per farne un elemento significativo.
Unico personaggio memorabile del film è Jennifer Lawrence, che interpreta la protagonista della storia, mostrata come giovane e magari ingenuotta ma genuina e forte d'animo. L'attrice è brava e adatta alla parte. Non vedo altri aspetti positivi.
Sapevo che buttavo via i soldi, ma questo film è anche peggio di quello che mi aspettavo.



lunedì 30 aprile 2012

Infoguerra

Cory Doctorow è una specie di opinion maker (blogger, scrittore, giornalista e via dicendo) che si è distinto per le lotte a favore della libertà dell'informazione, ovvero a favore di filsharing e contro il copyright. O forse così la metto troppo dura, diciamo che ha discusso le molte alternative possibili per la gestione dei diritti digitali, da un punto di vista libertario che io personalmente non condivido; anche se è doveroso ammettere che non sono privo di peccato su questo aspetto.
Il suo romanzo breve Infoguerra (After the Siege) edito da Delos Books parla di libertà digitale, di una città dove si vive meravigliosamente con la produzione di tutti i beni possibili (qui si "stampano" vestiti, si produce ottimo cibo con macchine ecc...) in virtù della libertà di informazione.

Passiamo alla trama, che sto per spoilerare a morte (se non vi va, saltate al prossimo paragrafo, grazie). Valentina, la protagonista, vive con la madre, il padre e un fratellino in un appartamento, e gode di questa abbondanza (la vediamo assieme a un'amica approfittare di questo bengodi dei consumi). Però ci sono i cattivi, quelli che vogliono le royalties, e dichiarano guerra alla città della libera informazione. In breve tempo tutta l'abbondanza sparisce e la vita diventa grama. Ci sono bombardamenti, combattimenti, un autentico assedio e trincee da scavare. Nelle trincee il padre di Valentina muore, lei non ha più la bella vita di prima e deve fare dei lavori stancanti per la comunità: finisce per vedere raramente la madre (che è andata a combattere) e il fratello, perde le amicizie. Poi ci sono i razionamenti sempre più severi, i virus mandati dal nemico per trasformare la gente in zombi, e altri orrori. Valentina fa una vita durissima, ormai, la sua infanzia è finita in un incubo. La aiuta il Mago, personaggio ambiguo e ipocrita che le dà cibo e vestiti: Valentina sospetta che sia una spia ma in realtà rappresenta il mondo dell'informazione (documentaristi e reporter). Questo personaggio sembra al di sopra delle parti ma in realtà è piuttosto losco, e forse non neutrale come vorrebbe far sembrare, e la sua è una generosità pelosa. La madre di Valentina fraintende i doni ricevuti dalla ragazzina, pensa che si sia prostituita. Ma alla fine la ragazza farà in modo che la comunità prenda al Mago un segreto (una specie di "antivirus") che permetterà di sconfiggere le armi e le insidie del nemico e di far terminare la guerra con una vittoria.

Testo scorrevole e a volte suggestivo, ma finale irrealistico e melenso, anche illogico (se la metafora della storia deve rispettare i rapporti di forza e i ruoli esistenti). Morale: Infoguerra è una favoletta fortunatamente breve ma purtroppo sciocca, che banalizza un tema difficile, tema che sarebbe invece meritevole di approfondimento. Certamente le soluzioni non arriveranno da questo raccontino, e nemmeno una maggior consapevolezza sul problema. Se poi Doctorow abbia detto qualcosa di importante in altri contesti, non lo so, certamente dopo questa lettura le mie aspettative si sono abbassate di diversi gradini.

Sulla Biblioteca Galattica un'altra recensione più generosa ma che esprime più o meno le mie stesse perplessità.


mercoledì 25 aprile 2012

The Avengers

Come inevitabile, sono andato a vedere il film appena è uscito nelle sale. La cosa che mi incuriosiva di più era vedere come avrebbe fatto il regista Joss Whedon a gestire così tanti personaggi senza dimenticarsene... qualcuno per strada. E magari dando a ciascuno la giusta dose di protagonismo. In The Avengers, straordinariamente, questo equilibrio viene raggiunto, e anche i comprimari degli eroi hanno i loro momenti (SPOILER: per qualcuno è l'ultimo).

Il film è spettacolare, spumeggiante, anche se c'è una lunga serie di eventi che portano alla grande battaglia finale, dando spazio allo sviluppo di storia e personaggi. Le frizioni che portano discordia nel gruppo degli eroi (che hanno qualche difficoltà a collaborare, essendo tutti quanti dei tipi piuttosto fuori dall'ordinario) ci risparmiano generalmente le solite esagerazioni all'americana. Pertanto un buon equilibrio narrativo, grande spettacolo senza perdere il filo del discorso, e il tutto punteggiato da battute divertenti, ironia e autoironia da parte un po' di tutti i personaggi. Quindi, sia pure con l'ovvia avvertenza che i prodotti di questo tipo di cinema hanno un certo stile e struttura da cui non si sfugge, roba che può anche stancare alla lunga, non posso che consigliare questo film. Credo che il regista abbia fatto un gran bel lavoro, quasi il migliore possibile. Nota: dopo i titoli di coda c'è un accenno ad altri cattivoni di là da venire, quindi alla fine del film rimanete un altro minutino con il posteriore sulla poltrona.

Da qui in poi un paio di riflessioni che forse è meglio leggere dopo aver visto il film per non avere anticipazioni. Il personaggio di Loki, con le sue ambiguità e la sua "filosofia" condita di ironico disprezzo per tutto e tutti, parte alla grande, all'inizio. Dopo un po' purtroppo il cattivo viene smontato, sia perché tutti gli dicono che ha messo in piedi un pasticcio che non sa dove potrà finire (con il furto del cubo magico, il Tesseract). Alla fine diventa praticamente un povero idiota che ha iniziato un'invasione di forze che non controlla, e viene sbaragliato come un pagliaccio. Penso che Loki meritasse un trattamento migliore, anche per il bene della storia; sembra che il piano così ben congegnato all'inizio per sfogare i suoi rancori non portasse in realtà molto lontano.
Altri dettagli personali degli eroi (la nota rossa in "pagella" della Vedova Nera) vengono appena accennati, sembra che siano temi destinati a giocare un ruolo nella storia, e poi invece non ne segue niente. Vedremo forse in un prossimo episodio se questi accenni si svilupperanno?
Ultima osservazione: Thor alla fine del film dedicato a lui era rimasto imprigionato in Asgard o mi sbaglio? Se è così, o mi sono perso un pezzo, distraendomi durante The Avengers, o questo problema è stato semplicemente ignorato.


domenica 22 aprile 2012

Al Servizio del TBII

Speravo un po' meglio, quando ho iniziato questo Urania. Joe Haldeman è uno dei miei autori di fantascienza preferita, per via della lettura (giovanile) di Guerra Eterna. In questo Al Servizio del TB II che poi in inglese sarebbe All my sins remembered, Haldeman ci propone una serie di episodi legati da un solo filo conduttore: il protagonista, Otto, è un agente segreto che agisce sotto ipnosi agli ordini del TB II, una specie di servizio segreto della (consueta) Confederazione intergalattica. Il TB II è un ente che indaga sui crimini più pericolosi a tutela della libertà sui pianeti, e tutela (soprattutto) il proprio potere, ammazzando un sacco di gente se occorre.

[Da qui in poi qualche anticipazione di trama]. La particolarità è che gli agenti si devono infiltrare nelle file nemiche, impersonando comandanti o personaggi di spicco. Proprio quello che ci vuole per lasciarci la pelle, perché nonostante le tecniche avanzate di chirurgia plastica e ipnosi, non è semplice ingannare tutti. Inoltre l'inganno si basa sul prendere il posto di personaggi che vengono imprigionati o fatti sparire, o che comunque dovrebbero essere fuori dal gioco almeno per un po'. Guarda caso, al nostro Otto capita che i suoi "doppi" saltino fuori di nuovo, magari nel momento meno opportuno. Ne derivano situazioni rocambolesche, imprigionamenti e talvolta torture, ma Otto alla fine porta a termine (quasi) sempre la missione con successo.

Comunque il protagonista è a sua volta una vittima, un burattino, condizionato a fare cose che la sua morale non gli consentirebbe: faccenda che tornerà nel finale. Insomma: sporco lavoro al servizio dello sporco potere, il che non è una novità, ma il libro è del 1977 e bisogna magari anche "contestualizzare."
Qualche volta si sentono le atmosfere di Guerra Eterna, ma in fin dei conti questo romanzo è solo una serie di racconti d'azione in mezzo a situazioni strane, coloni dagli strani costumi che si trovano nei pianeti più strani, e alieni con un sacco di caratteristiche bizzarre e incredibili. Brutto? No, direi piuttosto che è fantascienza da ombrellone.

sabato 21 aprile 2012

Diaz - Non pulire questo sangue (off topic)

Se vi invito ad andare a vedere questo film, lo faccio per l'apprezzamento dell'intenzione più che del risultato, tuttavia Diaz - Non pulire questo sangue ha un suo fascino di film d'impegno civile che riesce a non essere noioso, almeno per una parte della sua durata, e a mantenere una certa tensione nei momenti topici. Il film è basato sugli atti giudiziari relativi ai fatti del G8 di Genova (irruzione nella scuola Diaz, fatti della caserma di Bolzaneto).
Punto che poteva esser forte del film, ma non lo è, è la coralità della storia. Diaz segue il punto di vista di poliziotti, giornalisti, operatori del Social Forum, anarchici dei black bloc, gente che finisce in mezzo ai guai per caso. Ci sono quindi molti punti di vista, che servono a raccontare la storia nelle sue varie sfaccettature (e anche quello che successe nei giorni precedenti). Alla fine però la maggior parte di questi personaggi avranno troppo poco tempo sullo schermo: sono davvero troppi.

Il film parte dai fatti che precedono l'incursione alla scuola Diaz, quando il G8 di Genova sta già terminando e il suo momento di sangue (con la morte di un manifestante) si è già verificato. Dopo l'inaspettata irruzione nella scuola vengono mostrati i fatti della caserma di Bolzaneto e le violenze ai danni degli arrestati. Segue la liberazione (e l'espulsione di molti di questi in quanto stranieri). Non posso dire io al regista di cosa si doveva occupare, ma un film che rappresentasse più in generale gli eventi e le ragioni del contendere mi sarebbe stato più gradito di due ore dove trionfano le manganellate della polizia. Manca un po' la storia, si dà troppo per scontato che tutti la sappiano.

Cosa dire della regia (di Daniele Vicari)? buone molte scene d'azione, restano i limiti che ho già espresso. La scarsità del tempo dedicato a ciascun personaggio fa sì che mi siano rimasti in mente pochi attori. Segnalerei una decente interpretazione di Claudio Santamaria nei panni di un ufficiale della polizia, e Jennifer Ulrich nei panni di una manifestante tedesca che viene percossa, denudata, umiliata e offesa nella caserma di Bolzaneto.

Curiosità: me ne sono andato a guardare un po' di recensioni in inglese per capire se questo film può avere un futuro fuori dall'ambito italiano (o al limite delle altre nazioni che hanno partecipato alla produzione, ma credo che la Romania sia dentro solo per questioni di taglio dei costi). Ecco quindi il riassunto in breve di alcune recensioni:
The Hollywood Reporter: un film per la TV molto gonfiato ma che mostra chiaramente i suoi limiti. Troppo lungo, male strutturato, con pochissime prospettive commerciali fuori dall'Italia. Dopo due ore di film non sappiamo esattamente di chi è la colpa per l'orrenda aggressione della polizia (interessante osservazione, dico io, ma forse era impossibile dare una risposta precisa, per un film che si basa su atti giudiziari). Troppe immagini sgranate e telecamera mossa. La scena della bottiglia che carambola e cade a terra mostrata come simbolo di un incidente che scatena la tragedia è davvero una disgrazia visto che il frantumarsi della bottiglia è mostrato con pessima computer grafica a buon mercato (ultimo tocco feroce, temo che ci possa stare).
Variety: (un altro recensore che prevede l'insuccesso). Vicari esagera nella sua ricostruzione fino a martellare lo spettatore nel tedio piuttosto che farlo sentire oltraggiato dagli eventi. Manca lo scenario, specialmente riguardo ai black bloc che vengono mostrati. Il film fa venir voglia di capire ma offre poche spiegazioni.
Screendaily: scarsa e isterica la regia. Tutta la violenza mostrata rischia di attirare il pubblico sbagliato e trasformare questa pellicola in un fenomeno da baraccone. Tutto il bene da una parte (i dimostranti sono buoni) e trutto il male dall'altra (con scarsissime eccezioni i poliziotti sono sadici sanguinari) in una generalizzazione fin troppo estrema. La storia seguendo vari punti di vista si muove in maniera non lineare e confusa.
Cineuropa: il regista è padrone del linguaggio cinematografico e mescola immagini di repertorio, ricostruzione storica e narrazione per raccontare l'incontro di diversi personaggi in quei momenti fatali. Riesce a narrare una storia che coinvolge lo spettatore e lo riempie di indignazione, senza alcuno sbilanciamento ideologico.

A parte una recensione decisamente positiva, vengono attribuiti molti difetti a questo film. In parte ci vedo del pregiudizio ideologico, in parte la consueta scarsa capacità del cinema italiano di farsi capire e apprezzare. Molte critiche le condivido.
Nel caso che passi di qui qualcuno che ha visto il film, la sua opinione è benvenuta.






venerdì 20 aprile 2012

Tentativi di rimonta del cinema italiano? (Off Topic)

Segnalo questa intervista all'attore Vinicio Marchioni, noto per aver ricoperto uno dei ruoli principali nella fiction Romanzo Criminale (noto per chi se l'è vista ovviamente), e per alcuni film. Le opinioni che esprime sul cinema risuonano un po' come tante cose che si sentono sull'editoria. La colpa della mala parata del cinema italiano di qualità è delle case distributrici o no, quali sono le responsabilità del pubblico e dei suoi gusti, e così via. Citando tre film (Diaz, Romanzo di una Strage e I Più Grandi di Tutti) l'attore dice che questa volta le copie della pellicole erano sufficienti per una robusta distribuzione, ma non c'è stato il successo. Perché dopo una sola settimana, se non "tirano," i film vengono tolti dalle sale: quindi il pubblico italiano ignora che, se non fa in fretta ad andarli a vedere, li perde (e ne decreta la scomparsa). Insomma una critica contro l'esterofilia del nostro pubblico, più una frecciata contro i produttori (certe cose che magari potrebbero anche fare successo i registi non le provano perché sanno che non gliele producono).
Mi trovo d'accordo con alcune delle affermazioni di Marchioni (che il cinema debba essere anche intrattenimento, ad esempio, per quanto la volgarità in cui spesso si va a cadere scoraggi Marchioni quanto il sottoscritto...). Anche sulla necessità di avere dei "bravi confezionatori," gente capace di lavorare con professionalità qualsiasi materiale, anche modesto.
Su altre non sono d'accordo. Ad esempio, l'affermazione che ci siano tanti attori e tutti bravi in Italia: io vedo spesso difficoltà recitative anche serie, quando mi prendo il disturbo di andare a vedere un film italiano. E la tendenza a buttare colpe (o meglio, corresponsabilità) sul pubblico. Io riconosco che qualche volta si senta aria nuova nel nostro cinema. Ma, non ce lo dimentichiamo, ci è stata rifilata della roba imbarazzante per troppo tempo.
Quanto alle nuove uscite che "purtroppo" non hanno sfondato, ho visto Diaz e cercherò di parlarne nei prossimi giorni...

domenica 15 aprile 2012

Terry Gilliam, l'artista

A gennaio scrivevo di non aver visto tutti i film di Terry Gilliam: alla lacuna ho rimediato, con piacere. Ammetto che l'idea di scriverne qui mi ha dato la spinta per fare una cosa che, seppur piacevole, rimandavo sempre.

Quello che amo di Gilliam, oltre ai momenti di divertimento di cui si può godere coi suoi film, è la volontà di dare uno sguardo diverso al mondo, filtrandolo attraverso l'immaginario, il magico e il surreale. Questo potrebbe essere il lavoro di qualsiasi cantastorie, ma in un mondo in cui si viene condizionati continuamente è quasi rivoluzionario.
La modernità non è fatta soltanto di tecnologie: così come si è realizzata nel nostro mondo (occidentale, e ormai globale) ha un corredo di idee che devono diventare le tue a ogni costo. A modo suo, Gilliam fa dell'arte una guerriglia contro questo stato di cose, anche quando superficialmente sembra che tutto sia solo per ridere. Amo la maniera in cui distorce il reale in fantasia, quando immerge lo spettatore in un mondo folle o irreale, eppure confinante con il quotidiano. E lo fa quasi sempre infallibilmente e senza difficoltà.
Amo il suo modo di sbeffeggiare i meccanicismi mostruosi del potere e della burocrazia, e amo il suo rimanere individuo con delle idee proprie in un mondo "artistico" dove ci si imita a vicenda così spesso.

Allo stesso tempo apprezzo il fatto che Gilliam non sia un intellettualoide, uno di quelli che girano film per un circolo ristretto di acculturati dei festival (o addirittura, come succede in Italia, semplicemente per prendere contributi statali): a parte qualche eccezione in cui si è permesso di partire per la tangente (Tideland?) Gilliam cerca di dire la sua stando sul mercato internazionale, litigando per raccattare i fondi e i consensi, con l'obiettivo di piacere al pubblico e il dovere di far contenti i produttori di Hollywood.
Non condivido necessariamente tutti i messaggi o tutto lo stile di questo regista, non sono un suo "fan," però lo ritengo uno dei più grandi registi viventi, e nell'ambito del fantastico non vedo nessuno che potrebbe essergli superiore. Difficilmente, se amate il fantsy o il fantastico in generale, vi troverete a sottovalutare il lavoro di questo artista. Probabilmente, se siete qui, lo rispettate quanto me.

Faccio qui un accenno a tutti i rimanenti film di Gilliam (esclusi quelli con il gruppo dei Monty Python) cui non ho dedicato un post in questo blog:


I Banditi del Tempo (1981) ha come protagonista un ragazzino (ahimé) che viene coinvolto da sei stravaganti personaggi in una serie di avventure che spaziano in diversi luoghi ed epoche. Questi "banditi del tempo" sono sei nani che si occupano di riparare i piccoli difetti del continuum spaziotemporale per conto dell'Essere Supremo (Dio, o qualcosa di molto simile); approfittano delle loro conoscenze, e della mappa del creato, per commettere dei furti e vivere alla grande. Ma c'è anche il Male che vuole la loro mappa...Tutto sommato un film abbastanza divertente, fantasioso e ingegnoso, sebbene realizzato con mezzi piuttosto scarsi.

La Leggenda del Re Pescatore (del 1991) con Robin Williams e Jeff Bridges, è un film ambientato a New York. Non carente di elementi fantastici, ma una ricerca del Sacro Graal in terra americana mi ha convinto poco (e vari elementi delal trama mi paiono deboli). Ha avuto successo e vinto dei bei premi, comunque. Gilliam non ha avuto alcuna influenza nella sceneggiatura, e questo secondo me spiega qualcosa (o per lo meno, spiega perché il film non sia particolarmente piaciuto a me).

I Fratelli Grimm e l'Incantevole Strega (del 2005) non è il miglior film di Gilliam, a mio parere non è nemmeno bruttissimo anche se il tocco magico del regista è piuttosto indebolito (vedi sotto). La storia, che ci porta in una Germania ottocentesca sotto l'occupazione napoleonica, ha come protagonisti i fratelli Will e Jacob Grimm, rispettivamente Matt Damon e Heath Ledger. Il loro mestiere è un po' quello di fare i "ghostbusters" dell'epoca, inscenando trucchi da prestigiatori e complicate pagliacciate per far credere alla gente di aver sconfitto spiriti o presenze demoniache. Will è perfettamente a suo agio in questo ruolo prosaico da imbroglione, il frattello invece crede che nelle leggende e nelle favole ci sia del vero. Avranno modo di sperimentarlo quando verranno catturati dai francesi: sono spediti a Marbaden, villaggio sperduto dove si trova una temibile foresta misteriosa (e nove ragazzine sono già scomparse). In un'antica torre una regina che si era rifugiata durante una pestilenza del passato esercita ancora un'influenza mefitica: sarà vero? Riferimenti a tante favole ed elementi di folklore, il sarcasmo di Gilliam sui dominatori francesi, alcune belle scene in costume: ma c'è qualcosa che ingrana poco. Gilliam, costretto a sopportare continue intrusioni da parte dei produttori, ha dichiarato che alla fine il film non è quello che volevano loro, ma nemmeno quello che voleva lui. Penso che sia proprio questo che ha creato un insieme non del tutto amalgamato. Accoglienza di critica e pubblico non entusiastica, bilancio economico tutto sommato in attivo, io da semplice spettatore dico che tutto sommato si può apprezzare.

Paura e Delirio a Las Vegas (1998) parla di un giornalista sportivo (interpretato da Johnny Depp) e il suo associato che vanno nella città dei divertimenti per coprire un evento. Ci vanno con un rifornimento di droghe abbondante e ben assortito, e passano tutto il tempo fuori di testa, tra allucinazioni psichedeliche e malinconie post sessantottine (un passatempo che a quanto pare non si pratica solo in Italia). E' la trasposizione di un libro che era ritenuto assai difficile da trasformare in film: Gilliam ci ha provato ma non ce l'ha fatta a cogliere il successo. Però il film ha i suoi momenti, nelle crisi dei due protagonisti (c'è anche Benicio del Toro a far da spalla a Johnny Depp, nei panni del suo "avvocato samoano," personaggio incline al delirio paranoide dopo l'uso di sostanze stupefacenti) che scivolano nella follia lasciando una scia di stanze d'albergo allagate e devastate, e coinvolgendo gli estranei nei loro discorsi assurdi.

Gli articoli su Gilliam in questo blog:
Le Avventure del Barone di Munchausen
Jabberwocky
Tideland
Parnassus - L'Uomo che voleva ingannare il Diavolo
Brazil
L'Esercito delle Dodici Scimmie

E per finire il link a una intervista che ho trovato sul web.


sabato 7 aprile 2012

365 Racconti sulla Fine del Mondo

Eccoci alla pubblicazione di un nuovo "365" da parte di Delos Books. Avevo partecipato (riuscendo a farmi pubblicare) alle 365 storie dell'orrore, non potevo non mancare a questa raccolta di miniracconti catastrofisti.
Trecentosessantacinque scrittori diversi hanno immaginato un modo per far finire questo amato pianeta, una botta finale più o meno fantasiosa. Per entrare nel progetto di questi 365 Racconti sulla Fine del Mondo questa volta mi ero preparato in anticipo, individuando una tematica che "non poteva mancare" in quanto oggetto di polemiche e risate, qualche tempo fa: ero sicuro che se avessi trattato il tema in maniera piacevole e ironica sarei riuscito a passare la selezione. Così, dopo aver mandato il mio racconto già all'apertura delle selezioni, eccomi infatti scelto per comparire al 3 gennaio...
Curatore dell'iniziativa, come al solito, Franco Forte.

Devo dire che questo formato dei 365 lo trovo... lunghissimo da leggere. Non ho ancora finito i 365 racconti horror per esempio. Cominciare una nuova storia ogni pagina non è fatica da poco, e sono sempre pagine dense, perché l'autore deve riuscire a dire tutto quello che ha da dire in una trentina di righe. E siccome tuti i gusti sono gusti, su 365 autori ce n'è sicuramente un certo numero che non ti piace.

Quanto alla raccolta sulla fine del mondo, sono certo che vi troverò parecchie idee pazzesche (come la mia). Resto dell'idea che far fuori l'umanità sia una faccenda difficile, ce ne vorrà di tempo e fatica... Fin troppo facile, invece, il vederla cadere in un nuovo medioevo di morte e superstizione, direi che sta già accadendo.

martedì 3 aprile 2012

Storia del Risiko

Segnalo un breve articolo (accessibile agli anglofoni) sul Risiko, gioco che mi ostino a considerare un interessante strategico. Nascita ed evoluzione di uno dei boardgame più famosi e classici, con in più un paio di ragionamenti sulle statistiche, ma questi ultimi a noi diranno poco perché in Italia (salvo alcune versioni recenti) vige la regola del famoso "trerzo dado" per il difensore.

sabato 31 marzo 2012

Tre Vampiri

Di Twilight avevo già parlato. Insipido ma nemmeno osceno come film, e già me lo sono quasi scordato: ma ora passiamo ad altri tre che sono molto meglio.
Nel lontano 1979 Werner Herzog, uno dei tanti registi tedeschi geniali, stravaganti e cervellotici di quell'epoca, decise di creare la sua versione sulla storia del vampiro. Girò Nosferatu, Principe della Notte, un capolavoro asciutto e stilisticamente impeccabile, con Klaus Kinski nei panni di un vampiro talmente alieno da sembrare una creatura senza niente di umano, un bravo (e giovane) Bruno Ganz nella parte di Jonathan Harker, un brava e bellissima Isabelle Adjani, nei panni di Lucy, moglie di Harker e vittima designata che non riesce ad avvisare i concittadini del pericolo incombente (nota: il nome nel libro originale sarebbe Mina). Tra pestilenze e invasioni di ratti Nosferaut miete vittime, ma l'amore per Lucy è il suo punto debole. Film veramente inquietante e ben recitato, con un protagonista orrendo e infelice interpretato magistralmente, i giusti momenti lenti: un autentico capolavoro.

Francis Ford Coppola nel 1992 creò un Dracula meno minaccioso, con una capigliatura quasi buffa, ma tutto sommato non meno inquietante. Il titolo, Dracula di Bram Stoker; il protagonista, Gary Oldman. Nel cast c'è Wynona Rider con il doppio ruolo di Mina e di Elisabeta, la moglie perduta dal Conte Vlad ai tempi in cui guerreggiava con i Turchi. Anthony Hopkins prende il ruolo di Van Helsing e Keanu Reeves quello di Jonathan Harker. Un cast di tutto rispetto, insomma, e una grande attenzione alle scenografie, ai costumi e alle atmosfere. Ne vien fuori un film un po' barocco e rutilante, anche un po' finto e fumettone se vogliamo, con l'elemento erotico sempre in primo piano: c'è anche Monica Bellucci, in un gruppo di tre attrici che impersonano le "mogli" di Dracula, in realtà tre lascive vampire che tengono prigioniero e ammaliato il povero Harker/Keanu Reeves mentre Dracula se ne va a Londra a insidiare la povera Mina. Eppure Mina saprà, più avanti nel film, provare pietà per lui. Per me quest'opera di Coppola non è un capolavoro, ma resta un bel film: onirico, spettacolare e ben recitato.

Intervista col Vampiro (1994), diretto da Neil Jordan, si rifà alle storie di Anne Rice più che all'originale. Il cast è di tutto rispetto: Tom Cruise nel ruolo di Lestat, che "dona" a Louis ovvero Brad Pitt la vita eterna sotto forma di vampirismo; Antonio Banderas nel ruolo di Armand, carismatico vampiro francese, Kirsten Dunst nei panni di Claudia, giovanissima vampira. L'enfasi è sulla relazione omosessuale tra Lestat e Louis, e sui sensi di colpa di quest'ultimo, che non può sopportare di essere costretto a togliere la vita al prossimo per mantenere la propria immortalità. Louis resta in cerca di una soluzione o almeno di sapere qualcosa di più sul perché della sua condizione, e finisce per liberarsi di Lestat e andarsene a Parigi. Ma il vampirismo lo condanna a macchiarsi di altre colpe, a compiere altre violenze, a subire altri lutti. Anche questo film, come quello di Coppola, è piuttosto barocco e ricco di costumi e orpelli, ma molto più incentrato sulla tensione esistenziale del protagonista. Intervista col Vampiro se vogliamo è il vero anti-Twilight, perché la condizione di vampiro è subita come un dramma irrimediabile, un'immortalità che si paga con un'esistenza vuota, mentre l'essere "maledetto" del protagonista di Twilight si riduce, come ha detto Anne Rice, a dover ripetere continuamente il liceo per non far accorgere la gente che non invecchia.

Tutti e tre questi film sono piacevolissimi da vedere. Consiglio di recuperare il primo, se possibile, poiché è davvero un gioiello. A seguire, se proprio non vi siete stancati di vampiri, gli altri due.






sabato 24 marzo 2012

Blood & Chrome

Evidentemente i produttori pensavano di rimediare qualche altra serie di successo, quando hanno deciso di smantellare il set di Battlestar Galactica e vendere come souvenir il materiale di scena. Il discorso Galactica doveva essere chiuso. Ma questa serie televisiva è dura a morire: tanto dura che viene adesso resuscitata per una nuova produzione: Battlestar Galactica: Blood & Chrome. Si tratta di un prequel, parla degli eventi della prima guerra contro i cylon: l'ammiraglio Adama (il "vecchio") è qui un giovane e arrembante pilota, interpretato da Luke Pasqualino. Verrà ricostruito il set dell'astronave e ci sarà molto altro materiale interessante (ovviamente i mezzi devono essere per lo più differenti, visto che si tratta di parecchi anni prima rispetto alla serie basata sulla nuova guerra).
Questo prequel sarà un film di un paio d'ore al massimo, che farà da pilota e "potrebbe" dare il via a qualcosa di più. L'ambientazione è bellica e militare: dopo lo scarso successo della "dinastia familiare" di Caprica, i produttori forse hanno capito che lo scontro era l'anima di quest'ambientazione.

Mi auguro di poterlo vedere presto. C'è un filmato di presentazione con una grande varietà di immagini e situazioni, davvero appetitoso. Se devo essere sincero, l'unica cosa che mi lascia in dubbio è il volto dell'attore scelto per interpretare il buon Adama. Pur vedendolo per pochi istanti, se posso arrischiare un giudizio direi che a mio modesto parere Nico Cortez, che aveva interpretato Adama in Razor, è più adatto.

giovedì 22 marzo 2012

Spazio 1999 e la fuga della Luna

Chi si ricorda Spazio 1999? A me era piaciuto parecchio, la prima serie almeno. Nelle successive diciamo che le idee erano venute meno.
Ma parliamo della clamorosa premessa di questa serie.
Il pezzo forte dell'ambientazione consisteva nella gigantesca esplosione che aveva scagliato la Luna al di fuori della propria orbita, portando i nostri eroi a compiere un viaggio che avrebbe comportato scoperte e sorprese di ogni genere.
Alcune molto ingenue, pur senza uccidere la nostalgia per la serie.
La domanda che mi ero posto ai tempi, certamente non da solo, era: ma come potrebbe avvenire che la Luna venga davvero scagliata fuori orbita? Così a occhio, considerando le forze che vincolano la Terra al proprio satellite, la risposta è: non si tratta di una eventualità molto credibile.
Ebbene, c'è chi si è preso la briga di fare i conti (ecco il link, per gli anglofoni) e il risultato semra più definitivo di quello che pensassi. Una forza in grado di spostare la Luna dalla propria orbita, agendo per mezzo di una esplosione, avrebbe semplicemente polverizzato il nostro satellite.
Poco credibile, quindi. Del resto, sono andato qualche giorno fa a vedere un film dove si raffigura il pianeta Marte abitato da diverse razze, quindi non è il caso di agitarsi troppo.

mercoledì 14 marzo 2012

John Carter

Un film di intensa avventura, costato un botto (e si vede). Non c'è da attendersi tematiche diverse da quelle classiche, perché John Carter (senza "di Marte" perché in Disney pensano che porta sfortuna) appartiene a un'epoca storica del fantastico: l'autore è Edgar Rice Burroughs, quello di Tarzan, per intenderci. Il regista Andrew Stanton invece è quello di Ratatouille, il che senz'altro è un punto a favore. Senza infamia e senza lode i due protagonisti (comunque piuttosto buoni nelle parti), si scoprono altri nomi celebri in parti secondarie, tra cui nientemeno che Willem Dafoe (nei panni di una creatura marziana, perciò non c'è da stupirsi se uno non lo riconosce...).

Nella storia, un soldato confederato, che si trova molto nei guai negli USA, finisce su Marte grazie a un incontro con strani individui, che in effetti padroneggiano delle tecnologie incredibili (e le usano per scopi sinistri). Su Marte, che non è il pianeta morto che abbiamo visto dalle foto dei robot (veri) che sono atterrati, bensì un mondo con diverse civiltà e razze senzienti, l'eroico John Carter finirà per essere impegolato nelle vicende locali. Dapprima riluttante, diventerà inevitabilmente un raddrizzatore di torti. Finalino a sorpresa, piuttosto arguto... ma dovete considerare che io non ho letto il libro. Notare comunque che sebbene ci siano dei toni che richiamano molto il fantasy, si tratta di un film di fantascienza.

Su questo film c'è chi ha sparato a zero prima ancora che uscisse. Una critica l'ho potuta verificare, e mi sembra proprio azzeccata: ci sono dei momenti, soprattutto all'inizio quando si stabiliscono le varie parti nella storia, ma anche in eventi successivi, dove non si capisce molto bene cosa sta succedendo. Sarà perché ci si aspetta che lo spettatore sia familiare col libro? Può darsi...
Poi ci sono un po' di mostri e creature che danno la sensazione di già visto... ma per lo più devo dire che il film è una spettacolare festa per gli occhi, tra navi che volano nell'aria, l'umano che zompella nella gravità rarefatta di Marte, creature senzienti e bestie aliene di ogni tipo, palazzi e strutture, paesaggi... certe scene di massa (cerimonie, battaglie, ecc...) in scenari mozzafiato sono proprio quello che mi aspetto da un bel film fantasy.
Il 3D a volte serve, più spesso è inutile. Nel complesso questo John Carter non sarà un capolavoro ma resta uno dei migliori spettacoli degli ultimi tempi.

sabato 10 marzo 2012

E morto Moebius

Forse il più grande fumettista vivente, vero nome Jean Giraud. Perdita incolmabile, ma immagino che a tanti appassionati di manga disegnati a capocchia non gliene fregherà nulla...

Il Circo della Notte

L'interesse per Il Circo della Notte (titolo originale: The Night Circus) di Erin Morgenstern m'è venuto leggendo la notizia che c'era già l'interesse dei produttori riguardo all'ipotesi di farne un film, prima ancora che uscisse il libro. Per una volta, non ho voluto tenere un atteggiamento disfattista, anche se sospettavo che la "macchina dei bestseller" si fosse già alleata con la "macchina dei blockbuster" al botteghino per imbastirci il solito prodotto infantile, melenso, imbottito di effetti speciali e francamente insopportabile.

Il fatto che non sia descritto come libro per bambini mi ha convinto a leggerlo (in inglese, per salvare qualche soldino). Ero anche un po' incuriosito dalla visione di questo circo dove tutto è rigorosamente in bianco e nero, che arriva non annunciato alle periferie delle città e apre soltanto al calare della notte. Il Circo (il cui vero nome è le Cirque des Rêves) ha la peculiarità di essere veramente magico, ospitando persone con reali poteri oltre ad artisti eccezionalmente talentuosi. Le persone ne vengono attratte al punto che si forma un club di appassionati che lo seguono nelle varie località in cui si ferma, entro i limiti delle proprie possibilità, scambiandosi informazioni sul tragitto, che non viene divulgato ai comuni mortali.

Alla base di tutto c'è una sfida mortale tra due maghi, che vincolano i propri allievi (Marco e Celia) a una lotta le cui regole non sono chiare fin dall'inizio, ma che lascia presagire un esito sinistro. Questa sfida però crea una difficoltà imprevista: tra i due allievi scocca la scintilla dell'amore, quindi non vogliono più essere vincolati alla sfida voluta dai maestri. Scopriremo a poco a poco, però, che non è facile tirarsi fuori dalla competizione.
Mi sconcerta che fino a metà del libro non succeda un gran che. La Morgenstern ci presenta alcuni personaggi, tra cui il solito antipatico bambino sognatore che avrà un ruolo importante nella vicenda, e continua a dirci quanto è splendido, fantastico, meraviglioso questo circo. Ma non riesce a creare l'atmosfera incantata che servirebbe.
Insomma, mi sono annoiato a morte, recuperando solo un po' nel finale per scoprire come va a finire la faccenda. Finale che ha un colpo di scena o due, ma non lo definirei travolgente. Magari potrà ispirare un gran bel film, chi lo sa, comunque questo Circo della Notte è molto al di sotto delle aspettative, e non sa suscitare alcun incanto o meraviglia. Almeno, questo vale per me.
Non mi sono peraltro nemmeno appassionato ai personaggi o al funzionamento della magia (che per una storia di questo genere è spiegata anche un po' troppo, togliendo quel po' di mistero che forse avrebbe dato un beneficio all'opera).

Il movente iniziale di tutta la storia, ovvero la rivalità dei maghi, non è esplorato in maniera esauriente, il che rende tutto quel che segue una situazione vagamente assurda. L'amore travolgente dei due ragazzi sembra a sua volta strano, visto che sono stati allevati da personaggi così crudeli e allucinanti: ci si aspetterebbe che ne siano rimasti affetti negativamente in qualche maniera, invece niente di tutto ciò. Infine il ruolo del circo come elemento essenziale in tutta la vicenda mi convince poco, ma forse comprenderei meglio questo aspetto se avessi il coraggio di rileggere il libro (non succederà).
Giudizio finale: non è stata una delle mie peggiori letture, ma mi sono pentito del tempo che vi ho dedicato. Mediocre, del tutto evitabile.