sabato 3 marzo 2012

I Grandi Capi e il bisogno di una bussola

Ho letto con colpevole ritardo l'intervista che Gian Arturo Ferrari ha rilasciato a l'Unità. Il personaggio, ex direttore editoriale presso Mondadori, ha ricoperto una posizione che ne faceva forse l'uomo più potente dell'editoria italiana (la quale, oddio, proprio potentissima non è, anche se nell'intervista si afferma che siamo il settimo mercato mondiale e sarà certamente vero).
La cosa che mi stupisce è che si parta da un titolo assai altisonante (La fantascienza del libro è ora) e per buona parte dell'intervista si minimizzi quello che sta succedendo: i tempi saranno lunghi, e così via. Vero è che per il momento il mercato è ammazzato dai due grandi blocchi imposti dalle case editrici: prezzi più alti di quanto sarebbe possibile, al punto che per il lettore tanto vale alla fine prendersi il libro di carta a meno che non ne abbia già la casa stracolma (è il mio caso), e ovviamente il maledetto DRM ovvero i sistemi di protezione che rendono dubbio perfino il fatto di aver acquistato qualcosa (con il cambiare della tecnologia o la possibile chiusura della casa editrice, il tuo libro diventa una sorta di noleggio a tempo incerto).

Vero è anche che il mercato italiano del libro digitale ha per adesso limitatissimi volumi, ma non so quanto abbia ragione il Ferrari nel rassicurare (o rassicurarsi) sui tempi lunghi di questa evoluzione. Per adesso il sorpasso è soltanto statunitense ma nessuno ci assicura che tra pochi anni i dati ci presentino già un panorama assai diverso, anche se resterà sempre lo zoccolo duro degli amanti del libro cartaceo, e ci sono libri che poco si prestano al formato elettronico (basta pensare ai libri fotografici o di design). Quello che Ferrari afferma per la precisione: "La mia opinione è che, almeno in questa vita, i libri di carta non verranno rimpiazzati dagli ebook. Detto questo, negli Usa la vendita delle novità e dei blockbuster, i libri più commerciali, è più alta nel formato ebook che nel formato cartaceo."

Non so se leggere un velato disprezzo nella parola "commerciali" ma d'altra parte non vedo perché la saggistica non debba similmente scivolare nel digitale in tempi brevi (salvo casi in cui sia difficile per via di illustrazioni complesse e indispensabili o altre particolarità del testo), salvo per il fatto che, illazione mia, il pubblico di riferimento potrebbe essere più anziano e masticare meno tecnologia, almeno per adesso.

Cosa resterà da fare alle case editrici? io tre anni fa (in questo post) dicevo:
"Cosa faranno le grandi case per sopravvivere? [...] Forti della loro visibilità, avranno certamente ancora un ruolo di bussola per dare consigli per gli acquisti. Questa visibilità però sarà ben poca cosa riguardo all'avere la quasi assoluta padronanza del mercato del libro di carta. O no? Può darsi che diventeranno importanti i recensori o i siti che aggregheranno recensioni e pareri individuali per creare delle indicazioni mirate. [...] Sarà anche una lotta all'ultimo sangue per conquistare la visibilità come fornitori di opinioni qualificate?"
Ferrari dice:
"...una volta che un autore pubblica un ebook a costo zero, il pericolo è che nessuno o quasi venga a sapere della sua esistenza. E questa, probabilmente, sarà la ciambella di salvataggio a cui si aggrapperanno gli editori del futuro: esperti di marketing e comunicazione che aiuteranno gli autori a farsi conoscere, anche online."
Non è che io voglia dare a me stesso del genio per aver detto le stesse cose tre anni fa: semplicemente è ovvio e facile da profetizzare che, se dovessimo arrivare all'estremo (tutto o quasi tutto sul digitale) allora le grosse rendite di posizione saranno perdute, e sarà inutile chiamarsi Mondadori, Feltrinelli o altro nome prestigioso, se non ci si sarà adeguati.
Del resto, aggiungo, vediamo già sui giornali online dei vistosi articoli di presentazione (pubblicità mascherata?) per libri autoprodotti (ebook o meno), insomma ci si sta attrezzando alla "lotta per la visibilità" digitale. Ma quanto agli esperti, io direi che è più una questione di muscoli, cioè di soldi che devono essere investiti. Se un editore straniero, muscoloso come soltanto loro sanno essere, volesse colonizzare il "settimo mercato del mondo,"addio editoria dell'amata patria.

A parte fare gli esperti di comunicazione, gli editori del futuro digitalizzato potrebbero fare una cosa un po' più utile e cioè offrire il lavoro di editor esperti, ma qui cadiamo in un altro punto dolente, poiché è noto che la maggior parte dei libri in Italia vende pochissimo, guadagna ancor meno, quindi per moltissimi libri il lavoro di editing professionale non val nemmeno la pena di farlo. Nel senso che se dovesse essere pagato per quel che vale, mettendoci il tempo che serve, allora i margini di guadagno per autore e casa editrice verrebbero ancor più ridotti. Col digitale i libri in circolazione presumibilmente aumenteranno, quindi la probabilità che una nuova uscita sia tanto redditizia da meritare il lavoro di uno specialista è scarsa!
Sono tanti a dire che la qualità in questo campo si è già persa (o quantomeno rarefatta) e in effetti lo credo anch'io: escono lavori con strafalcioni pazzeschi o poca cura per la leggibilità, del resto anche sui vari giornali online la posizione di correttore di bozze è andata vacante da una vita, ci sono grossi errori di ortografia perfino nei titoli. Questo problema resta aperto.

Il futuro, se sarà svincolato dalla carta, avrà proprio bisogno di una bussola per il pubblico in cerca di qualcosa di leggibile nel marasma. E di strumenti per scrivere in maniera decente, per l'autore che ci tiene e non vuole limitarsi a farsi rileggere il testo dall'amico volenteroso.
Ma le case editrici se hanno ovviamente i mezzi per garantire al lettore (se lo vogliono!) un editing decente e un testo leggibile, con certe recensioni clamorosamente menzognere mi fanno dubitare invece che possano improvvisamente diventare affidabili come bussole da seguire con fiducia, visto che qualsiasi cosa che esce viene sempre propagandata come la fine del mondo.
Questa funzione potrebbe essere presa proprio dai lettori stessi prendendo la parola sui mezzi che la rete fornisce, come forum, blog ecc... a patto che tali strumenti siano "epurati" dalle influenze di amichetti, spammer, geniacci del marketing virale e via dicendo.








martedì 28 febbraio 2012

Le Avventure del Barone di Münchausen


Le Avventure del Barone di Münchausen è un altro film in cui la fantasia di Terry Gilliam si è sbizzarrita. Una cittadina non meglio definita assediata dai Turchi, un esercito piuttosto malconcio che la difende, una compagnia teatrale che recita in mezzo alla battaglia (la recita nella recita, e la confusione fra realtà e immaginario sono temi che ricorrono spesso nei film di Gilliam), il sedicente Barone e i suoi amici dagli strani poteri, impegnati in una serie di avventure strabilianti: insomma, una festa sfrenata dell’immaginario.
Questo film procede senza una direzione precisa: è un continuo riferirsi a personaggi del mito come Venere (Uma Thurman) e Vulcano (Oliver Reed), accenni biblici come l’imprigionamento nel ventre della creatura marina, assurdità come il viaggio in mongolfiera sulla Luna.
Non manca un episodio che riprende la satira di Gilliam contro la burocrazia, quando un ufficiale della città assediata fa giustiziare un soldato che ha compiuto un eroismo, perché la sua superiorità sui compagni finirebbe per scoraggiarli.
Dopo molte avventure, alla fine il nostro Barone torna al suo compito principale e riesce ad affrontare i Turchi e a metterli in rotta… ma, di nuovo, la storia in fin dei conti conta poco. Il protagonista, interpretato da John Neville (attore dal volto assai espressivo, oggi scomparso), è un mattacchione sfrenato che trasforma tutto in commedia, forse un’incarnazione di Gilliam stesso, che si fa beffe del diciottesimo secolo, “Età della Ragione.” Da ricordare anche (per la buona recitazione) Sarah Polley nella parte di Sally, bambina che accompagna il Barone nelle sue avventure, dimostrandosi spesso più assennata di lui, e Robin Williams nei panni del Re della Luna.
 
Da una parte il film è il trionfo della fantasia di Gilliam, dall’altra è anche un esempio delle difficoltà che l’autore incontra spesso: molte scene sono state tagliate o impoverite per questioni di bilancio, e la produzione aveva perfino minacciato di rimuovere Gilliam dalla regia. Un film che doveva essere spettacolare e favolosamente ricco di elementi fantastici, maestosi e costosi da realizzare è diventato qualcosa di molto più modesto, si è dovuto accontentare: eppure ha ancora tracce della maestà che voleva raggiungere, e rimane vivo e travolgente.
Per la cronaca, ha causato problemi anche il tentativo di realizzare a Cinecittà la produzione (fa male dirlo, per amor di patria, ma i nostri studi non si sono dimostrati abbastanza attrezzati per realizzare gli effetti speciali).

Il fatto che la casa di produzione (Columbia) stesse passando di mano nel periodo, con l’immaginabile marasma ai vertici che questi eventi provocano, ha causato infine il disastro commerciale del film (uscito a fine anni ’80).
Strano contrasto, da una parte una favola così scintillante e piena di dettagli, dall’altra i prosaici guai quotidiani di un uomo che nonostante certi grandissimi successi sembra debba ogni volta dimostrare nuovamente di poter girare un film.

venerdì 24 febbraio 2012

I giochi sparatutto

Personalmente ne ero sicuro, ma ho trovato la mia conferma in questo articolo (che vi consiglio di leggere se siete anglofoni). I giochi spara-spara con cui la maggior parte degli ometti si rinc... ehm, si diverte, non hanno niente a che vedere con il vero combattimento, e del resto non possono aver niente a che fare con una situazione reale. Situazione reale che è sempre molto meno cinematografica (l'avversario lo vedi relativamente poco, e anche tu stai parecchio al coperto). Inoltre, e anche questo è ovvio, non ci sono supersoldati, ma sempre squadre o piccoli gruppi che operano in stretta collaborazione.
I militari che hanno sperimentato sia la guerra che i videogame pensano che questi giochi non aiuterebbero una recluta a prepararsi a ciò che l'attende, anzi sarebbero controproducenti.

Insomma, tanto vale limitarsi ai giochi fantasy. O no? non saprei, io gioco poco, e quasi solo su scala strategica.
Buona lettura.

domenica 19 febbraio 2012

In Time

Dunque: come fare a limitare la sovrappopolazione in un mondo dove tutti potrebbero vivere in eterno? Semplice, il "denaro" scompare e il "tempo" che resta da vivere diventa la misura (paranoica assai) di tutte le cose. Misura ben visibile, con il conto alla rovescia espresso in numeri luminosi che compaiono sul braccio: forse voleva essere un accenno a memorie storiche concentrazionistiche, a me sembra una delle tante debolezze del film, che comunque è spettacolare e mi ha colpito parecchio.
Riferimenti piuttosto dolorosi e puntuali all'attuale situazione di crisi economica (e politica) mondiale non mancano, anzi, per essere questo In Time un film che non rinuncia all'intrattenimento e allo spettacolo, sono assai vistosi, fa riflettere.
Il tentativo di essere credibili e spiegare gli assunti dell'ambientazione c'è, ma sia per avere dei "plot device" (ovvero appigli da sfruttare per la trama) sia perché alla fine si scade un po' in (SPOILER!!) una specie di "Bonnie e Clyde svaligiano le banche e salvano il popolo dai capitalisti cattivi," si scade in un'ingenuità piuttosto grossolana.
Il film è stimolante, ma è un festival di buone idee espresse o sviluppate male, a dire la verità. Tuttavia l'ho trovato godibile, anche se richiede un... grosso sforzo di sospensione dell'incredulità. (La mia recensione completa è su Fantasy Magazine).
Nell'immagine: Cillian Murphy interpreta un superpoliziotto che, come da tradizione, difende un potere che frega pure lui.

mercoledì 15 febbraio 2012

Jabberwocky

Il film che segna l'inizio della carriera di Terry Gilliam fuori dall'eccezionale gruppo di comici inglesi (i Monthy Python) che lo avevano accompagnato agli inizi. E' ambientato in un medioevo fantastico dove ne succedono un po' di tutti i colori, e ogni luogo comune dell'epoca è distorto, sbeffeggiato o capovolto in maniera paradossale. C'è un mostro, anche se si vede poco: il riferimento è a uno scritto di Lewis Carrol (Jabberwocky, appunto), un esercizio di nonsense come del resto buona parte delle scene di questo film.
La storia è quella del poveraccio che riesce in maniera rocambolesca a sopravvivere a diverse avventure, e a sposare una principessa; la maniera in cui è racontata è comica, ribalda, satirica e (soprattutto) divertente.
Il protagonista (Michael Palin, uno dei Monthy Python) è un ragazzo semplice di nome Dennis, ma non del tutto uno sciocco, infatti avrebbe delle idee per migliorare gli affari del padre artigiano, che però non ne vuole sapere e in punto di morte rivela al figlio di disprezzarlo per questa sua vena commerciale.
Dennis si trova diseredato e decide di andare in città, lasciando la sua amata Griselda (Annette Badland), una ragazza brutta e sgraziata che non vuole peraltro sapere niente di lui e lo ignora completamente, sebbene per una serie di circostanze rocambolesche Dennis non se ne renda conto. In città però c'è una gran crisi, per via del mostro che devasta i dintorni. Il re, Bruno il Discutibile (Max Wall), ha deciso di scegliere un cavaliere per affrontare il mostro, e la selezione avviene per mezzo di un sanguinosissimo torneo, cui assite la popolazione e il re stesso con la figlia, che viene raffigurata in atteggiamenti infantili (a volte annoiata che si regge il mento con la mano, a volte che ride e si diverte per il massacro).

Dennis è braccato dalle guardie poiché è dovuto entrare illegalmente in città: infatti non poteva dimostrare di avere mezzi di sostentamento. Ha diverse avventure, in cui se la cava sempre per un pelo e spesso in maniera rocambolesca. Finisce casualmente negli appartamenti della principessa mentre fa il bagno. L'ingenua principessa lo scambia per il classico principe azzurro venuto per lei, e gli corre nuda tra le braccia mentre le ancelle e le suore corrono per coprirla. E' fin troppo desiderosa di sposare il suo eroe, ma Dennis vuole la sua Griselda, e non desidera diventare re, né è destinato all'impresa di uccidere il mostro.
Ma il destino ha in serbo altri paradossi...

Trama un po' spezzettata, a volte rischia di disgregarsi (come certi film dei Monthy Python) in un collage di gag; gusto per il bizzarro e il paradossale, un po' britannico, mischiato alla tipica ribalderia di Gilliam. Tra le tematiche del film la satira sulla burocrazia, tema che rivedremo in Brazil: negli atteggiamenti soffocanti dell'araldo del re, e nella scena in cui un maestro artigiano molto ammirato da Dennis, ma condannato a non poter praticare la sua arte per via del monopolio della gilda cittadina, vive di elemosina dopo essersi amputato un piede.
La principessa svampita (Deborah Fallender)

Il film mostra i suoi anni (è del 1977) ed è stato girato con un budget evidentemente modesto. Gilliam non è regista da farsi intimorire da questo aspetto: il suo uso degli effetti speciali seppur appariscente non punta nemmeno al realismo, del resto. E' un aspetto che gli è rimasto in comune con i Monthy Python anche se va notato che, in altre occasioni (L'Esercito delle Dodici Scimmie, ad esempio) Gilliam ha utilizzato i mezzi più cospicui messigli a disposizione per creare ambienti fantascientifici solidi e credibili. L'impatto visivo di Jabberwocky è un po' deprimente anche perché la città dove si svolge buona parte dell'azione è mostrata come misera e malridotta, e il castello del re è cadente, buio e pieno di ragnatele. Il mostro del titolo è decisamente realizzato con mezzi miseri; anche se in alcune scene lo stile rutilante di Gilliam ritorna, non si può dire che le immagini di questa pellicola siano appariscenti.

Detto questo, ho trovato piacevole questo film così bizzarro e divertente, sia pur privo dei lussuosi effetti speciali che spesso prendono il posto delle idee in tante pellicole più recenti. Jabberwocky si vede (o rivede) molto volentieri.

lunedì 13 febbraio 2012

Solo editoria a pagamento?

In una pagina web, la promessa di dimostrarci che l'editoria in Italia è tutta "vanity," tutta a pagamento. Si comincia a spiegare che lo spazio in libreria è praticamente in affitto senza alcuna questione di merito, si proseguirà prossimamente con un articolo sui blogger (sono proprio curioso).
Leggete qui... che ne pensate?

martedì 7 febbraio 2012

La Nave dei Folli

Seguito del Treno di Moebius di cui ho parlato in un precedente post, la Nave dei Folli (autore Alessandro Girola) riprende la medesima ambientazione e in un certo senso la stessa storia, approfondendola un po'. Abbiamo in effetti un altro aspirante cacciatore di scoop e sorprese, Enrico, fidanzato di quella Martina che scompare nel libro precedente: come la sventurata troupe del primo libro, Enrico andrà in cerca di verità e conferme nella dannata località toscana di Monteflauto. La prima parte dell'indagine è un po' scontata, ovviamente, perché si tratta della stessa faccenda. In verità i protagonisti ne sanno poco, perché la precedente spedizione non ha potuto raccontare molto di sé, ma il lettore sa parecchio di più di loro. Almeno all'inizio.

(Da qui in poi: allarme spoiler fino alla fine del paragrafo).
Il gruppo ha una guida d'eccezione, un vecchio ma arzillo esponente delle forze dell'ordine che ai tempi aveva seguito parte della faccenda, sapendo che altri organi del sistema erano al corrente di qualche segreto: ma con tutta la buona volontà ne aveva potuto capir ben poco. Anzi, la sua curiosità gli era costata un allontanamento, per mezzo di trasferimento a località lontana dal luogo del fattaccio. Altri personaggi si aggiungono a formare un nucleo eterogeneo e male assortito; non manca la bellona, stavolta bionda e un po' androgina, che prende molto spazio nei pensieri di Enrico. Se alcuni aspetti ripetono il libro precedente, l'ambientazione è ampiata, e si viene a sapere molto di più sui misteri che da parecchio tempo coinvolgono questa zona dell'Appennino. Il mondo misterioso che c'è dall'altra parte si rivelerà comunque piuttosto ostico e mortale, impedendo qualsiasi esplorazione in profondità. Ma il finale, sebbene veda qualcuno tornare indietro vivo, aprirà ben altri problemi.

Questo libro rispetto al precedente è più lungo e articolato, ha una maggior forza descrittiva, ci svela qualcosa di più, anche se ricalca in parte avvenimenti già raccontati e con dinamiche simili. I personaggi sono abbastanza ben fatti, nel senso che si tratta di tipi relativamente poco descritti o stereotipati, ma vanno bene per questo tipo di storia. La trama d'azione è ben sviluppata e sa prendere l'attenzione del lettore.
Quelli che a mio parere sono riusciti male sono alcuni dei dialoghi, degli stati d'animo e dei comportamenti, che rivelano un'ispirazione forse filmica, fatta di citazioni e rielaborazioni, quasi fosse il travasare su carta di un'immaginazione di tipo cinematografico. Ne derivano pensieri, dialoghi, soluzioni a volte troppo semplificati, e lo si vede nelle interazioni dei personaggi, in qualche decisione a mio parere poco spiegabile (e poco spiegata), o anche nei pensieri di Enrico, il cui punto di vista vediamo più spesso.

(Qui un altro paio di spoiler). Per fare un piccolo esempio, di lui vediamo che pensa alla povera Martina ma pensa anche, e soprattutto, all'incredibile successo che potrebbe schiudere le porte davanti a lui (se solo portasse qualche filmato indietro e si salvasse). Enrico viene accusato di egoismo dalla nuova protagonista femminile, e lui stesso si interroga sul proprio sentimento. E' un fatto su cui si indugia troppe volte senza peraltro farne un'evoluzione credibile: ovvero non vediamo Enrico dapprima preoccupato e interessato a capire la sorte di lei, e poi affascinato maggiormente dalla possibilità che vede concretizzarsi: lo vediamo tante volte, praticamente, nello stesso stato mentale, come se fin dal primo momento avesse già la conferma di poter fare lo scoop e della ragazza gliene fregasse relativamente poco.

Allo stesso modo il ragionamento dei nostri eroi è "zippato" in una maniera troppo sbrigativa quando si trovano a dover abbandonare uno di loro che è stato infettato da una specie di parassita (stile Alien, più o meno). Da gente normale ti aspetti che se lo tirino dietro in qualche modo, pensando che magari un chirurgo, se intervenisse in tempo, potrebbe ancora salvare il disgraziato. Invece tutti decidono che tanto non c'è nulla da fare e senza esitare lo abbandonano. Non vorrei andare a fare una spedizione di qualsiasi genere con questi signori! Scherzi a parte, ci vedo un po' la frettolosità dell'autore di infondere la sua convinzione che quel personaggio è ormai andato (l'autore lo sa, ma i compagni del malcapitato possono esserne sicuri?) e la sua precognizione sul fatto che non si potrà comunque portarlo da un medico (infatti di lì a poco avremo una ritirata piuttosto concitata).
Da questo punto di vista, direi che le mie osservazioni richiamano molto quelle che avevo scritto per il commento sul Treno di Moebius, sono del parere quindi che questo sia un aspetto su cui l'autore deve ancora migliorarsi.

venerdì 3 febbraio 2012

La Figlia della Ladra di Sogni

Ci ho messo un po' di anni a scavare nella mia lista di libri da leggere, anche perché spesso e volentieri facevo sì che qualcosa di nuovo e più moderno lo sorpassasse. Alla fine "per dovere" l'ho letto, ma con abbondanti preavvisi sulla tragica realtà: non è un bel libro. La Figlia della Ladra di Sogni è una delle continuazioni "post mortem" delle avventure di Elric di Melniboné, personaggio eccelso di Michael Moorcock: di entrambi ho parlato parecchio in questo blog.
Ceduta già la parte principale della suspence, dando al lettore la certezza che a me il libro non è piaciuto, ne parlerò anticipando la trama liberamente (il mio parere dev'essere particolarmente inutile in un caso come questo: se siete fanatici di Moorcock il libro lo leggerete ugualmente, anzi, lo avete probabilmente già letto; altrimenti non vi capiterà in mano se non per sbaglio).

In questo libro il protagonista è un nobile tedesco, un certo Ulric von Bek, membro di una famiglia nobile, che ha vantato nel tempo diversi personaggi eccentrici o misteriosi. Siamo negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale e il nostro nobile vede, con prevedibile sprezzo aristocratico, l'ascesa dei nazisti minacciare le sue stesse fortune. C'è infatti un suo cugino, Gaynor, finito nel partito nazista per opportunismo, che comincia a tormentarlo riguardo a un cimelio che tiene nella sua magione: guarda caso, si tratta di una spada (e guarda caso, Ulric è albino)...
Nella questione è coinvolto anche il Sacro Graal, che serve alla vittoria hitleriana: Gaynor lo chiede insistentemente ma von Bek pensa sinceramente che non abbia mai avuto a che fare con la sua famiglia. Comunque sia, i nazisti cominciano a braccare il nostro nobile tedesco, che si affida alla Rosa Bianca per fuggire (prima e non ultima forzatura storica: la Rosa Bianca viene presentata come una potente organizzazione che può organizzare la fuga di Bek all'estero: in effetti erano un gruppo di studenti che distribuivano volantini nella propria città).
Finalmente i soccorsi arrivano, salvano il nobile da un lager, e tra i resistenti si trova Oona, la figlia della ladra di sogni del titolo (la ladra di sogni è un personaggio di un precedente romanzo di Moorcock). La ragazza, che è figlia di Elric di Melniboné (quello vero), aiuta Ulric (un alter ego di Elric nel multiverso di Moorcock) a fuggire dai nazisti portandolo in una grotta da cui si accede a un mondo sotterraneo di acque luminose, stupende formazioni rocciose, e con un oceano. Eh già, il tutto sotto la Germania.

Ovviamente si tratta del multiverso di Moorcock, che in questo libro viene espresso in molti modi: a volte Elric è una specie di fantasma per Ulric, a volte sono la stessa persona, poi si separano, uno dei due è in uno stato semi onirico, ecc... Il multiverso stesso è come un intrico di sentieri e vie luminose, come un albero dai rami argentei che possono venir percorsi. Oona è una delle guide che sanno districarsi in queste dimensioni parallele. Io non ho mai trovato attraente questo espediente del multiverso, meno che mai in questo libro dove si entra nel dettaglio a spiegarne il perché e il percome. Sfiancante pretesto per permettere all'autore gli accostamenti più stridenti (ne La Figlia della Ladra di Sogni ce n'è diversi), tedioso quando il lettore percorre queste tappe sperando che finalmente si arrivi al dunque, debole come artificio letterario.

Tornando alla fuga di Ulric von Bek, il nazista Gaynor lo insegue anche sottoterra, assieme ai suoi bravacci in divisa (tra cui spicca l'assistente Klosterheim, che avrà l'onore di piantare due proiettili in corpo a Elric, prima di morire nel finale). Una razza di saggi, colti, equilibrati (ecc... ecc...) uomini sotterranei, gli Off-Moo, protegge i nostri fuggiaschi e Gaynor sembra fare la fine dello sciocco perché le sue armi vengono bloccate con facilità, e il drappello nazista non può né vincere la sfida né tornare indietro. In realtà non è così, perché Gaynor in realtà conosce la magia e si rivelerà un pericoloso avversario. Diciamo pure che è uno dei difetti del libro, descrivere i nazisti come deficienti e pavidi, e Gaynor in particolare come un illuso e un buffone, e poi renderli (quando fa comodo) avversari temibili e tenaci.

Per salvare il mondo gli eroi dovranno lottare parecchio: ricompare Tanelorn, la pacifica città che resiste sia alle divinità del Caos che a quelle della Legge, ritornano i draghi, che, ahimé, andranno ad abbattere gli Stukas nella battaglia d'Inghilterra, avremo duelli tra spade che divorano l'anima e nazisti con pistole mitragliatrici (roba da piangere). Compaiono anche divinità della Legge, il Duca infernale Arioch, gerarchi nazisti e via discorrendo. Il trio Oona, Ulric ed Elric qualche volta se la cava per un pelo, qualche volta si separa, spesso vince ma non riesce a chiudere la partita e deve zompare in un'altra dimensione per bloccare la prossima follia di Gaynor e Klosterheim, ma l'avventura non riesce a prendere il volo in nessun momento.
Io mi chiedo, dopo aver letto questo libro loffio e pesante, solo una cosa: Moorcock si è accorto che stava prendendo ormai per i fondelli se stesso e le cose buone che aveva fatto in passato?
Da non crederci. Per la miseria, che brutto libro.

(L'illustrazione si riferisce a una delle pubblicazioni del Gioco di Ruolo prodotto dalla Chaosium sul mondo di Elric)



mercoledì 1 febbraio 2012

The Innkeepers

Devo la visione di questo sconosciutissimo film dell'orrore ai commenti ammirati letti in rete. Dal momento che i film horror, con qualche eccezione, mi fanno ahimé pochissimo effetto, ero curioso di sperimentare se questo fosse veramente un bel film, e la controprova sarebbe stata ovviamente l'effetto che mi avrebbe fatto.

The Innkeepers parte in un prosaico e banale hotel, dove sono di turno due prosaici e annoiati impiegati che ricoprono alla bell'e meglio tutte le mansioni (dormendo in stanze dell'hotel medesimo) perché il posto è in via di chiusura e ci sono solo un paio di stanze occupate.
I due personaggi sono Luke (Pat Healy), un tipo un po' sciatto, cinico e con qualche tratto di carattere rognoso (ma non cattivo), il classico tizio che se ne frega di apparire perché coltiva "altri interessi" al di là del suo banale quotidiano, e Claire (Sara Paxton, imbruttita a tutti i costi per darle un'apparenza piuttosto scialba): di questa ragazza sapremo che è una grande ammiratrice dell'attrice in declino Leanne perché la incontra in quanto è una delle due ospiti presenti (la Leanne è interpretata da un'invecchiata Kelly McGillis, così bella ai tempi di Top Gun... sic transit gloria mundi). Entrambi i nostri impiegati d'albergo sono descritti, per farla breve, come persone modeste e non brillantissime, ma hanno un interesse in comune, quello dello spiritismo. Luke e Claire sono al corrente di una leggenda riguardante l'hotel, ovvero la morte di una ragazza, tanti anni prima, Madeline O'Malley. E se ne vanno in giro con un registratore per captare eventuali fenomeni elettromagnetici legati al fantasma. Luke dice di aver visto qualcosa in passato. L'attrice Leanne, con cui Claire riesce a stabilire un minimo di rapporto fino a scoprire che s'interessa di fenomeni medianici, conferma che c'è qualcosa che non va. Eppure per un bel pezzo non si vede niente, nulla che non possa essere interpretato come uno scherzo della suggestione.

Il regista, lo sconosciuto (semi-) arrembante Ti West, sfrutta tutto il repertorio, usando campi lunghi, primi piani claustrofobici, movimenti e pose ben studiati della telecamera... prendendosi sapientemente tempo, montando una tensione fortissima.
Usa magari anche qualche trucchetto vecchio e bolso, ma non ha paura di sviluppare la sua storia lentamente. Gioca a banalizzare abituando lo spettatore al fatto che non succeda niente, non ci sia veramente pericolo, ma lo cuoce nell'attesa e nel dubbio. Questo gioco riesce a fare effetto, mi stavo quasi chiedendo se non fosse meglio guardarmi il film in pieno giorno e non verso mezzanotte... ma a quel punto si è arrivati al dunque, e il dunque non centra nel segno.

Qui dovrò fare qualche anticipazione (pregando chi non volesse leggerla ad accomodarsi al prossimo paragrafo). Il primo fenomeno un po' concreto è in realtà un sogno, ma appare decisamente modesto: il classico lenzuolo, un po' come il fantasma formaggino delle barzellette, sotto cui c'è il volto putrefatto della povera Madeline. Poi arriva il primo personaggio veramente allucinante, un vecchio che vuole una determinata stanza, anche se detta stanza si trova nell'ala dell'hotel che è già chiusa: e capiamo che sta per succedere veramente qualcosa, che c'è un appuntamento con la morte. Ma il colpo finale non arriva. Qualche spruzzo di sangue, il volto putrefatto di Madeline, una scena madre finale in cui tutto viene intelligentemente lasciato nel dubbio: qualcuno muore, ma sono stati i fantasmi o è stata l'immaginazione? Alla fine la tensione evapora con un effetto deludente e anticlimatico.

The Innkeepers più che un film innovatore mi sembra un recupero delle solide e sperimentate tecniche del genere, ma si spinge al di là del solito abuso di sangue e budella, o della classica casa stregata da brivido: copre la minaccia con una patina di normalità (lo scetticismo, i prosaici ambienti dell'hotel un po' vecchiotto ma non cadente e sinistro). A volte fa effetto, dà veramente un brivido, a volte viene il latte alle ginocchia per riconoscere subito qualche tipico elemento classico dell'horror su cui ormai si scherza sopra (Claire, ma perché vai di nuovo giù per quelle scale?), quando si arriva al dunque manca però l'idea che faccia colpo, che sia orrida e sconcertante sul serio. Film che nonostante la lentezza con cui si sviluppa (o proprio grazie al fatto che si prende i suoi tempi) riesce a creare una forte atmosfera, ma privo di impatto. Per dare l'idea, The Ring, finché dura la forza d'urto dell'idea centrale, è cento volte più potente, al di là di quanto possa essere paradossale o sciocco, o anche organizzato male nella versione americana.
Giudizio finale: paradossalmente, Innkeeper è un bel film, ma non è particolarmente riuscito come film dell'orrore.



domenica 29 gennaio 2012

Tutto è già stato scritto?

Mentre guardavo un film non proprio eccelso, ho avuto una fortissima delusione. Per poterlo spiegare, partiamo dal film. Non un gran che in verità: I Guardiani del Destino, diretto da George Nolfi che ne firma anche la sceneggiatura, è tratto da un racconto di Philip Dick (che non ho letto); Matt Damon fa la parte di un uomo politico la cui carriera arranca, in bilico tra valide possibilità di successo e difficoltà non meno serie. Incontra per caso una donna (interpretata da Emily Blunt) che suscita il suo interesse, ma inizia una serie di contrattempi che impediscono o rendono difficili i contatti fra i due. Queste circostanze insospettiscono il nostro uomo politico che, per farla breve, scopre l'esistenza di una misteriosa organizzazione che sembra avercela proprio con lui, e in particolare vuol fargli rinunciare alla relazione (i Guardiani del titolo). Insomma ci sono dei custodi, non malevoli ma che all'occorrenza possono anche usare le maniere forti, che possono scegliere tra possibili corsi del futuro, e a quanto pare il mondo sarebbe un posto peggiore se il nostro eroe sposasse la sua bella.
La cosa non sarà certamente di una originalità pazzesca e nel film è svolta anche con una buona dose di sciocchezze e melensaggini, quello che mi dava fastidio è che i concetti e la maniera in cui erano svolti ricalcavano assai da vicino (in alcuni punti) un'idea che avevo avuto per i fatti miei, riguardo a una trama fantasy: il seguito del mai uscito Magia e Sangue. A dire il vero l'elemento che volevo introdurre non era quello dei "guardiani" onnipotenti ma quello di una scienza magica inesatta, che indica una persona o un luogo, o una circostanza come essenziali punti di svolta per lo sviluppo degli eventi futuri, lasciando agli specialisti (maghi, perché è una storia fantasy) l'onere di interpretare e di agire di conseguenza - o magari di astenersene.
Ero sempre stato convinto che qualsiasi materia uno la possa sempre riprendere in maniera originale, anche se non c'è storia che non sia stata già svolta (e a quanto pare tutto si riduce alle scarne e semplici funzioni di Propp). Pensavo addirittura che, svolta in questo modo, fosse una trattazione mai vista e assai fantasiosa delle tematiche di predestinazione e fato. E invece no. Anzi, stavolta ci sono proprio rimasto male perché se continuassi per la mia strada mi sentirei invariabilmente dire (dall'eventuale lettore): ok, hai guardato anche tu quel film, letto anche tu quel racconto?
Insomma, tutto è già stato scritto?

mercoledì 25 gennaio 2012

Non aver paura del buio

Remake di un film per la TV che aveva avuto successo nei lontani anni '70, questo Non aver paura del buio gode, per così dire, addirittura di una sceneggiatura di Guillermo del Toro. Probabilmente roba di quando non sapeva ancora fare i film, perché c'è una carrellata di luoghi comuni dell'horror, e di personaggi stereotipati, da far paura. Paura per modo dire, perché qui l'orrore fa più che altro sbadigliare, e i mostri in un paio di scene non si decidono se essere simpatici folletti o spaventose minacce.
Tutto ruota attorno a una casa dove la piccola Sally è portata controvoglia da papà (e dalla fidanzata di papà). Casa che ospita nelle cantine una presenza pericolosissima, ma il giardiniere che sa non dice. Mi fermo qui, che non c'è molto altro da aggiungere.

lunedì 23 gennaio 2012

Tideland

Continuando la carrellata su Terry Gilliam, è doveroso fare una fermata qui: presso una pellicola che il regista ha prodotto sicuramente come voleva, senza imposizioni, ma che non posso dire di aver apprezzato.
Tideland è una commedia macabra, uno scatenarsi della fantasia, con toni oscuri e minacciosi ma senza la piacevolezza estetica delle tematiche alla moda oggi (ovvero vampiresche, "gotiche", ecc...). E' la storia di una bambina (Jeliza-Rose, interpretata da Jodelle Ferland) che cresce in balia di genitori tossici (interpretati da Jennifer Tilly e Jeff Bridges) e resta presto orfana di entrambi, completamente abbandonata in mezzo a un panorama vuoto, abitando assieme al cadavere del padre in una casa che sta andando a pezzi. Come unica compagnia inizialmente ha le teste di alcune bambole, con cui fa conversazione; ma presto scoprirà una fattoria vicina, e farà la conoscenza di una coppia fratello e sorella (attori: Brendan Fletcher e Janet McTeer): lei inquietante almeno tanto quanto erano stati i suoi genitori, lui mentalmente ritardato.
La piccola sopravvive, in mezzo a situazioni di cui non si rende pienamente conto, così come non capisce davvero che il padre è morto, e sviluppa tutto un mondo di fantasticherie. Una specie di Alice che inventa le proprie meraviglie in una realtà troppo orrenda per essere vera.
C'è una metafora, qualcosa che dovremmo capire? L'infanzia innocente che permette di sopravvivere a tutto? Non so, direi soprattutto che c'è una sceneggiatura inesistente. Le immagini, le fantasticherie, i soliloqui creano alcuni momenti poetici, ma non posso dire che questo film mi sia piaciuto, e dopo un po' anche in mezzo a tutte le illogicità e follie ho perso anche la voglia di guardarlo, trascinandomi fino alla fine per sola volontà.
L'amicizia tra Jeliza-Rose e il ragazzo minorato diventa una specie di follia a due, poiché lui ha le sue fantasticherie di essere comandante di un sottomarino e di dover affrontare il temibile "squalo di terra" che in realtà è il treno della vicina ferrovia, che passa fragorosamente con regolarità. Poiché la ragazzina bacia il suo amico e se ne innamora, c'è chi ha gridato allo scandalo (pur avendo la mentalità di un bambino, lui è un adulto). Io non mi farei troppi problemi su questo aspetto, il vero problema del film è che non è abbastanza interessante.
Alcuni aspetti ovviamente riprendono tematiche care a Gilliam, e con la sua consueta autoindulgenza. Ma purtroppo senza l'impalcatura di una sceneggiatura valida (la fine non ve la racconto neanche) spezzoni di fantasia non reggono tutta la durata di un film.

venerdì 20 gennaio 2012

Underworld - Il Risveglio

Non so chi me lo ha fatto fare, visto che non avevo neanche i fidati occhiali 3D con me e ne ho dovuto pagare un altro paio (insomma, fra tutto 11 euro, che di questi tempi è una spesa). Un 3D che peraltro non si gode molto: fa la differenza in poche scene, insomma superfluo come al solito. In parole povere, sono andato a vedere la quarta puntata della serie di Underworld fra adolescenti starnazzanti e varia gioventù che non sa star zitta durante le proiezioni.
Con Underworld - Il Risveglio la serie si prende una rinfrescata e un nuovo inizio per l'ovvia ragione che più o meno la precedente trilogia aveva detto quello che c'era da dire. Quindi si riparte con una bella pandemia, la licantropia e il vampirismo che si diffondono tra gli umani, da sempre ignari (prima!) della lotta tra lycans e vampiri. Non c'è tempo però per fare il verso ai vari Resident Evil o 28 Giorni (Settimane, Mesi, ecc...) dopo. O meglio il tempo ci sarebbe perché il film non dura nemmeno un'ora e mezza. Comunque si arriva subito alla scena in cui Selene (ovvero Kate Beckinsale, la ragione ultima per cui tutto ciò esiste) cerca di salvare il suo amato Michael (vi ricordate Underworld Evolution?) ma viene coinvolta in un'esplosione.
Gli umani hanno fatto fuori tutti? No. Passa il tempo, e Selene riesce a sfuggire da una cella criogenica (?) di contenimento, ed evade dalla sinistra sede di una società chiamata Antigen. Si tratta di una società farmaceutica che ha qualche segreto da nascondere, e sembra che lo nasconda anche alla polizia. Vuole scoprire di più su vampiri, lycans e sui loro ibridi.
Selene scopre che è stata liberata da una misteriosa ragazzina che si rivela essere nientemeno che sua figlia... ma anche che la lotta tra vampiri e lycans non è affatto finita. Però adesso ci sono umani che manipolano la situazione... ma sono veramente umani?

Be', questo è un pezzo di trama, se ne valeva la pena. Come al solito abbiamo azione, botte da orbi, la protagonista con la sua solita tutina nera, mostri per tutti i gusti. Il film pone le premesse per un ulteriore seguito, ma stavolta credo che la prima visione me la risparmierò.

giovedì 19 gennaio 2012

La Trilogia Steampunk

Paul Di Filippo è un eclettico autore statunitense (nonostante il cognome) di fantascienza, che si è dilettato molto con lo steampunk. La sua Trilogia Steampunk, risalente a una quindicina di anni fa e ora pubblicata in italiano da Delos Books, è una raccolta di tre racconti corposi (o romanzi brevi, fate un po' voi) di ambientazione ottocentesca. Ucronie, se vogliamo: di macchinari strani non se ne vedono proprio moltissimi, e comunque non sono al centro dell'azione; comunque lascio ad altri il verdetto, le classificazioni nei sottogeneri non sono il mio mestiere.
Il primo racconto, Vittoria, ci presenta lo scienziato Cowperthwait alle prese con un terribile problema: un ministro lo avverte che la regina è scomparsa, ed è necessario il suo aiuto per nascondere l'accaduto. Il nostro eroe ha proprio quello che ci vuole per mantenere il segreto: almeno per un po'.
 In Ottentotti il naturalista Louis Agassiz (nella realtà un grande sconfitto della scienza, perché rifiutò le teorie darwiniane) si trova imbarcato in una pericolosa avventura per impedire che un prezioso feticcio vada nelle mani sbagliate. Mani sbagliate che appartengono a una serie di personaggi pittoreschi e stravaganti. In parte presi dalla storia, ma non mancano delle sorprese. Anche gli alleati del nostro eroe, che in realtà è dipinto in una maniera che lo rende piuttosto odioso, sono di varia e talvolta bizzarra provenienza. Non svelo se Agassiz uscirà vincitore da questa avventura, ma vi assicuro che probabilmente non farete il tifo per lui. Walt ed Emily, il terzo racconto, ci porta invece nel mondo dello spiritismo e in un viaggio transdimensionale alla ricerca di verità, contatto coi defunti e con l'aldilà, e del proprio destino. Per i due personaggi letterari cui è intitolato il racconto (Walt Whitman ed Emily Dickinson) il viaggio porta sviluppi inaspettati, distaccandosi anche dalla realtà storica.

Lo stile è scorrevole e piacevole, le citazioni culturali infinite e talvolta molto divertenti, anche se la risata sui costumi dell'800 a volte si spinge un po' sul becero: ma non si può negare all'autore una gran conoscenza della materia. Predominano arguzia e ironia, che marciano a ritmo spedito nei primi due racconti, dei quali mi sento in dovere però di criticare l'eccessivo uso di una grottesca comicità basata sul sesso: ciascun lettore giudichi fino a che punto fa ridere, ma l'eccesso sfocia nel pecoreccio, con qualche scena che sembra tratta dalle sceneggiature dei film con Alvaro Vitali.
Il terzo racconto è più riflessivo e profondo, anche poetico, sarebbe forse il migliore della trilogia ma purtroppo non ha la verve dei primi due. Giudizio finale: curioso, da leggere, anche se personalmente posso dire che "si fa leggere," ma non che mi abbia entusiasmato.


domenica 15 gennaio 2012

Parnassus - L'Uomo che voleva ingannare il Diavolo

Questo forse non è il miglior film di Terry Gilliam (che, ha raggiunto l'apice della carriera con Brazil, nell'opinione generale; personalmente considero l'Esercito delle 12 Scimmie a un livello paragonabile). Tuttavia ci sono molti aspetti di Parnassus che ne fanno uno spettacolo veramente piacevole e stimolante.
Nello stile immaginifico e imprevedibile di Gilliam, il discorso va sulle scelte che facciamo, e sulle conseguenze che hanno sulle nostre vite. Il Dottor Parnassus (Christopher Plummer) mette in opera una specie di teatro viaggiante su un carrozzone (la maniera pittoresca in cui è realizzato è già un motivo sufficiente per vedere il film) e offre uno spettacolo magico, l'Imaginarium: dà la possibilità al pubblico di entrare in un mondo alternativo dove possono scegliere tra la via di un miglioramento e le tentazioni del vizio. Parnassus è un uomo di età indefinita, dagli straordinari poteri; ha ottenuto una nuova giovinezza facendo una scommessa col diavolo: mettendo in palio una cosa molto preziosa, però. E' accompagnato dal nano Percy (Verne Troyer), dal giovane Anton (Andrew Garfield) e dalla figlia Valentina (la splendida Lily Cole).

Heath Ledger, che è morto durante le riprese del film, viene ad aggiungersi alla troupe nei panni di Tony, un personaggio dal passato piuttosto burrascoso, visto che viene salvato da un ponte dove è stato impiccato (il riferimento del regista è alla morte del banchiere Calvi). Le cose non vanno bene per Parnassus. Innanzitutto lo spettacolo e lo stesso concetto dell'Imaginarium non hanno più molta presa nel mondo di oggi, la gente non ascolta più il venerabile saggio (una figura in cui Gilliam raffigura se stesso, mentre invecchia in un mondo che non lo vuole più ascoltare). Inoltre il diavolo (interpretato da Tom Waits) sta per riscuotere il suo pegno: l'anima di Valentina.

Notoriamente, Gilliam ha dovuto fare di necessità virtù, sostituendo con le interpretazioni di tre attori (Johnny Depp, Colin Farrel, Jude Law) Heath Ledger deceduto durante la lavorazione. Dicono che non sia stato necessario cambiare la trama... non so. In definitiva (e qui prego chi non vuol rivelazioni sulla trama di saltare il paragrafo) il personaggio di Tony/Ledger sembra intorbidito da un passato disonorevole, ma desideroso di migliorarsi; una via di salvezza per lui sarebbe stata forse più sensata, almeno nel senso del cinema più convenzionale, della sua morte in una nuova impiccagione. Lieto fine invece per Valentina, anche se le regole della scommessa sulle anime da salvare vengono pasticciate, sembra che al diavolo non interessi vincere, ma continuare una specie di gioco delle parti che ha acceso da secoli con Parnassus (ma questo fa perdere importanza alla premessa del film). Il finale, con Percy (l'assistente nano) che impedisce a Parnassus di iniziare una nuova scommessa, potremmo intenderlo come una vittoria della saggezza o vederlo con l'amaro in bocca, come una rinuncia del Dottor Parnassus a giocare il proprio ruolo di alfiere di fantasia e creatività.

Insomma, qui Gilliam (come in altri film) gigioneggia e straborda con l'immaginazione, senza però centrare il bersaglio dal punto di vista della trama. Per la verità, questo non mi impedisce di amare il film (anche l'Esercito delle 12 Scimmie aveva qualche incongruenza del resto).
Come altre volte il regista fa un uso strano degli effetti speciali, delle inquadrature, delle scenografie e dei colori. Come altre volte, il senso del film è nello spettacolo, nella fantasia, nelle emozioni che suscita, più che nella storia che si rivela deboluccia.

domenica 8 gennaio 2012

Brazil, capolavoro di Terry Gilliam

Non ho visto tutti i film dello straordinario Terry Gilliam, ma ho deciso, per quello che posso, di scrivere sulla sua opera: lo ritengo infatti uno dei maggiori esponenti del fantastico nel cinema. Ho cominciato a parlarne già diverso tempo fa, commentando un film che non si poteva tralasciare, ovvero L'Esercito delle Dodici Scimmie. Doveroso, ora, parlare di Brazil. Un film uscito nel 1985, che voleva riprendere le tematiche del 1984 orvelliano ma voltandole in chiave comica, satirica, di commedia nera. Vi sono molte altre influenze, in realtà, dal cinema dell'anteguerra, da Fellini, Kafka, perfino una citazione dalla Corazzata Potemkin (per noi italiani, di fantozziana memoria).
La genialità del film è di aver creato una cupa distopia riuscendo a riderci sopra, a creare umorismo dalle circostanze più impossibili, riuscendoci.

Il protagonista Sam (Jonathan Pryce) conduce una modesta esistenza fatta di lavoro noioso e sogni insoddisfatti (i sogni e le fantasticherie sono un elemento cruciale del film). Nei sogni desidera salvare una bella ragazza, che poi si materializzerà in Jill, la vicina di un certo Buttle, una persona il cui destino si incrocia con quello di Sam perché, a causa di un banalissimo errore burocratico, Buttle è stato eliminato dalla polizia segreta e Sam dovrebbe indagare sull'evento. Buttle in effetti è quasi omonimo di Tuttle, un guerrigliero che si batte contro il governo (interpretato da Robert de Niro), e il problema verificatosi (una mosca incastrata nella stampante!) ha portato al suo arresto. Poiché Jill vuole risolvere il mistero di Buttle e aiutare sua moglie (vedova in effetti), Sam si fa promuovere dalla madre (maniaca degli interventi di chirurgia plastica e dotata delle necessarie relazioni) a una posizione in cui può accedere a informazioni riservate. Questa nuova posizione giunge a fagiolo, perché Sam è in grado di aiutare Jill prima che sia travolta dall'interessamento della burocrazia, la quale non potendo ammettere di aver fatto un errore con Buttle, potrebbe sopprimere sopprimere la ragazza a motivo delle sue proteste. Ma Sam ha esagerato nell'uso dei suoi poteri...
Ci fermiamo qui per non rivelare troppo della trama. Non c'è un lieto fine, anche se Gilliam ha dovuto lottare perché la produzione non ne imponesse uno (come è effettivamente avvenuto, ad esempio, per Blade Runner). La burocrazia asfissiante, disumana e omicida è il tema prevalente del film, ed è mostrata in molte personificazioni e metafore: dalla spietata indifferenza dei funzionari, da un onnipresente marchingegno fatto di intricate tubature che dovrebbe fornire aria condizionata o riscaldamento a seconda delle esigenze, e non funziona mai, dalle cartacce che assumono un ruolo assai sinistro in una certa scena, dalla generale sensazione di oppressione. Ma anche dalla terribile normalità di tanta gente, per prima la madre di Sam, che si preoccupa solo di sfruttare i suoi privilegi per condurre una vita privilegiata e cercare di sembrare una ragazzina per mezzo del bisturi.
L'eroe non ha una statura drammatica, e la sua ribellione è molto velleitaria, ben poco consapevole: la sua lotta è semmai più orientata a sconfiggere la propria intima repressione e ottenere il cuore di una ragazza. Questo permette di parlare di argomenti cupi con toni leggeri, almeno superficialmente: anche se in realtà l'effetto è estremamente disorientante. La visione cupa di un mondo in cui governano le macchine, e uomini che si comportano come macchine, non lascia certo col sorriso sulle labbra.
Questo è un film straordinario, nonostante la consueta caoticità di Gilliam lo renda in alcuni momenti un po' eccessivo o confuso. Purtroppo, parlarne non rende l'idea. Guardatelo, quindi.

giovedì 5 gennaio 2012

L'Ombra dei Sogni

L'Ombra dei Sogni è una raccolta di racconti molto esile (nemmeno cento pagine) di Fabio Musati, scrittore con già un paio di pubblicazioni alle spalle; l'esilità non impedisce alla casa editrice Edizioni Cento Autori di prezzarlo a ben 10 euro.
La brevità comunque non è un problema per me, e nemmeno la diversa natura dei racconti, che spaziano in diversi generi: anzi la varietà di questa raccolta è interessante. Abbiamo dei personaggi alla ricerca di misteri, situazioni kafkiane, drammi e tragedie, prospettive sulla natura umana.
A volte i misteri non si disvelano, e a volte il finale mi lascia perplesso anche quando la storia in sé ha risvegliato interesse.
Storie strane. Un capolinea del metrò di Milano, che conosco bene, diventa un posto misterioso (le persone scompaiono! O è il personaggio narrante a essere diventato pazzo?). Un tizio che fa strana vita da recluso, scrivendo manuali per elettrodomestici come lavoro, che ad un certo punto si ritrova un criceto in casa, che subdolamente interrompe la sua routine fossilizzata. Curiosità, storie dell'assurdo, indagini che finiscono nel nulla... i racconti di Musati mi ricordano un po' il grande Buzzati, e alcuni sarebbero molto carini... se fossero un po' meno ermetici.

sabato 31 dicembre 2011

Riflessioni sul 2011

Quest'anno lo ricorderemo come uno dei più difficili, anche se penso che il peggio (dal punto di vista della crisi economica) debba ancora arrivare. Ma a parte la situazione economica, sociale e politica del Paese, potrei dire di aver avuto qualche soddisfazione personale con la pubblicazione di due racconti, nei 365 Racconti Horror per un Anno e nel Magazzino dei Mondi. La cosa che invece mi spiace di più è che sto ancora lottando per vedere pubblicato il mio gioco (che davo per certo solo un annetto o due fa: stolto!) e non ho avuto tempo di procedere coi miei progetti librari.

A parte i fatti miei personali, il 2011 si segnla anche per lo "sdoganamento" dei lettori di ebook. Due anni fa avevo cercato di fare il profeta su quello che poteva comportare questa rivoluzione (in seguito il tema su come cambierà il mondo, l'editoria, l'intero universo con l'avvento del lettore digitale è diventato tormentone periodico di riviste e quotidiani, e non più solo sfizio di qualche blog). Anche qui, però, non c'è da essere troppo ottimisti. Salvo qualche decantato caso, non è nata una editoria "democratica," di qualità e diffusa dal basso per mezzo degli ebook, anzi si rischia un clamoroso monopolio fatto di macchine dedicate e autorizzazioni DRM quando di distributori sul mercato ne sarà rimasto solo uno.
Ma a parte le fosche previsioni, quello che si deve constatare adesso è un sostanziale cartello per non abbassare i prezzi (salvo la "guerriglia" delle piccole case editrici), decisamente una grossa delusione.

Letture del 2011: per il fantasy non ho dubbi, la lettura (mia) più interessante dell'anno è The Wise Man Fear di Rothfuss. Per la fantascienza, The Windup Girl di Bacigalupi. Entrambi letti in lingua originale. Italiani: senz'altro il Burattinaio di Barbi.
Quanto al 2012, ci riserva probabilmente molti dolori, ma almeno quando sarà finito avremo fatto una risata sulle profezie che lo indicano l'anno della fine del mondo. Facendo i debiti scongiuri, ovviamente.

martedì 20 dicembre 2011

Nel prequel di Alien non c'è Alien

Un rapido aggiornamento sulle fatiche di Ridley Scott intenzionato a tornare alla fantascienza con il prossimo film. Prometheus, il "prequel" di Alien, non avrà affatto un collegamento diretto con la storia che tutti conosciamo. Anzi, non ci sarà la creatura terrificante che amiamo così tanto. Che fregatura, eh? Comunque il legame c'è, nel senso che si tornerà a parlare dell'astronave dove Alien (o meglio, il suo bozzolo) viene incontrato per la prima volta. Chi era il personaggio (cadavere) che si vede nella scena? Da dove veniva la misteriosa astronave? dove era diretta? E se siamo di fronte alla civiltà che ha creato un'arma biologica così potente (perché questo è Alien, in fondo) cos'altro potrebbero fare questi stranieri?
Bene, aspetto con ansia il risultato, anche se il perfido mostriciattolo mi mancherà.

domenica 18 dicembre 2011

Segnalazioni

Un fine settimana privo di novità per Mondi Immaginari. Segnalo però un paio di cose in giro per la rete.
Innanzitutto, nel blog di Ferruccio Gianola abbiamo i consigli di scrittura di Neil Gaiman.
Per chi ha qualche soldo da spendere, nel blog di Patrick Rothfuss è segnalata una serie di iniziative di beneficienza (donazioni, aste, ecc...).
La Torre di Tanabrus invece ci porta al libro rivelazione (praticamente un evento prima ancora che qualcuno del comune pubblico lo avesse letto...) The Night Circus.
E qui chiudo. Buon Natale se non riesco ad aggiornare prima...

giovedì 15 dicembre 2011

Sangue straniero e letteratura fantasy

L'accaduto è doloroso, ma dedicherei un grandissimo "chi se ne frega" riguardo allo specifico fatto che l'assassino di Firenze fosse un amante del fantasy. Perché bisognerebbe sentire il bisogno di chiedere scusa di esistere? Perché allora non va Clint Eastwood a chiedere scusa per aver interpretato l'ispettore Callaghan, visto che l'uccisore di Firenze era "ossessionato" dalla figura del giustiziere cinematografico?
Perché la chiesa non chiede scusa per la strage di Oslo visto che l'aggressore (Anders Breivik) era un fanatico cristiano e si definiva un crociato? La verità è che questi personaggi sono semplicemente pazzi, e di fatto nel caso di Breivik la schizofrenia è stata diagnosticata.
Di qualsiasi cosa si parli, anche fosse del tutto paciosa e pacifica, si corre il rischio di essere associati a qualche azione brutta... così come tanti altri interessi, il fantastico può piacere a gente molto varia: che il mondo se ne faccia una ragione.

lunedì 12 dicembre 2011

Sangue, budella e messaggi politici

Non è che capiti spesso un film che riesca ad avere le parentesi nel titolo, ma Frontier(s) ce l'ha. L'originalità vorrebbe averla anche nell'accostare a una storia di orrore e follia neonazista gli episodi di violenza della periferia parigina, ma il tentativo fa ridere.
Il regista è Xavier Gens (francese, come del resto il film), che ha partecipato anche, più recentemente a La Horde, un'apocalisse zombie alla parigina. Gli attori a me sono sommamente sconosciuti. La trama parte da Parigi, nella tensione di un'elezione politica in cui l'ultradestra sta per andare democraticamente al potere, cosa che fa scoppiare dei disordini. Un gruppo di emarginati del ghetto, dai volti e dai nomi arabeggianti, approfitta del momento caotico per cercare di fare una rapina.
Il colpo va male e uno dei nostri poveri emarginati resta ferito, e con questo problema anche la lealtà reciproca dei membri del gruppo vacilla. Per farla breve, decidono di mollare il ferito in ospedale e di fuggire verso il confine in due gruppi separati.
Uno di questi gruppi, ovvero due dei rapinatori, si ferma in un posto fuori mano e va in un albergo. I nostri due fuggiaschi vengono accolti da due ragazze, una che si dimostra subito fin troppo ammiccante, accogliente e di facili costumi, l'altra che guarda con fissità e risponde a monosillabi. Inoltre il personaggio che va a preparare le stanze ha una faccia patibolare, e il posto è una schifezza.
A questo punto una persona con un po' di cervello, anche di fronte alla trappola sessuale, dovrebbe dire: "senta ci ho ripensato, preferisco fare altre 18 ore filate in autostrada" ma ovviamente nei film dell'orrore le vittime non capiscono mai le cose più ovvie...
E finalmente arriviamo a sangue, mutilazioni, violenze, gente fuori di testa e via dicendo, come nella premessa iniziale. Questo è quanto: valore del film? Poco. C'è una certa capacità di rappresentare personaggi inquietanti in un ambiente malato, ma avrebbe valore se ci fosse una tensione psicologica che arrivi nel finale all'esplosione di violenza, qui invece qualsiasi (eventuale) talento è sprecato in un tripudio di sbudellamenti. Buon divertimento.

sabato 10 dicembre 2011

Garage Ermetico (molto)

Dal momento che mi piacciono i fumetti ma sono scettico su quello che arriva dal Giappone, dovrò amare ovviamente qualcos'altro. Tra le mie preferenze trovano posto gli autori francesi (e giù di lì) e fra questi l'immaginifico Moebius (Jean Giraud) di cui ho ripescato un'opera di parecchi anni fa: Il Garage Ermetico. Un fumetto da anni settanta, quando un autore poteva uscir fuori di testa, mettere su carta quello che gli pareva ed essere pubblicato. Il nostro Moebius fece praticamente a meno di una storia e di una sceneggiatura, seguendo un filo conduttore che lasciava il lettore estremamente sul vago. Idea veramente azzeccata se dopo un po' le cose si fossero ricucite andando da qualche parte, purtroppo non è proprio così.
C'è un tizio in fuga, un altro che lo insegue, e... boh? Più che altro abbiamo un inseguirsi di situazioni, di scenografie, di esplorazioni nel tratto dell'autore, un insieme senza ordine definito che cerca di creare delle sensazioni ma non di comporre una storia.
Comunque è disegnato bene, e si fa leggere.

giovedì 8 dicembre 2011

Estrapolazioni

Condivido un articolo che ho letto in rete tempo fa, non è roba nuova ma merita qualche approfondimento. Scrivere sul futuro, quindi essenzialmente fantascienza, richiede una capacità di estrapolare dal presente (della tecnologia) il futuro (della medesima). Scrivere fantascienza non è necessariamente un tentativo di predirre tutto il futuro, ma direi che non vale la pena di chiamare fantascienza un libro, o un film, se non c'è un'analisi, una previsione, una scommessa su sviluppi tecnologici e sociali. Questo indipendentemente dal fatto che oggi l'etichetta fantascienza non la voglia praticamente nessuno.
Nel post alcuni autori di una certa fama (Larry Niven tra gli altri) sono stati invitati a dire la loro.
Alcune considerazioni sono molto interessanti.
Le previsioni non possono essere a lungo termine, oltre 10 o 15 anni (Nancy Kress). Questo perché intervengono sviluppi non ipotizzabili, basati su novità tecnologiche improvvise e imponderabili. Vero, dico io, ma solo se si cerca di azzeccarci anche nei dettagli. Non c'è niente di male nel fare del world-building a scadenze molto più lunghe (anche nell'articolo è una delle vie consigliate, ma per un altro motivo: nessuno ti potrà venire a dire che le tue previsioni non erano azzeccate).
L'economia detta legge (Robert Sawyer). Nel 1969, quando l'uomo sbarcò sulla Luna per la prima volta, forse nessuno avrebbe detto che tre anni dopo ci sarebbe stato l'ultimo episodio di questa esplorazione. Gli scienziati e i fanatici dell'eplorazione spaziale possono pensare quello che vogliono, ma se non c'è convenienza a fare una cosa, non si farà.
La mia opinione: ok, è un argomento potente. Se devi pensare che il futuro non sia dettato da considerazioni economiche devi anche immaginare e giustificare un importante cambiamento sociale che trasformi il contesto. Per esempio, per qualche plausibile motivo una superpotenza dovrebbe cadere sotto il dominio di un tiranno che voglia e possa spendere denaro a palate per andare a farsi una passeggiata su un satellite di Giove, fregandosene di problemi più urgenti. Difficile. Credo comunque che le difficoltà tecniche abbiano smorzato gli entusiasmi verso l'esplorazione dello spazio tanto quanto la mancanza di un ritorno economico immediato. Il costo per fare un passo significativo, ovvero trovare un luogo da cui sia sensato trarre materie prime o un pianeta vivibile per esportare popolazione in eccesso, non è nemmeno immaginabile, perché la tecnologia per fare queste cose non esiste e non è al momento ipotizzabile in maniera realistica.
Per Larry Niven gli obiettivi eterni dell'uomo dettano le scoperte, che è anche un po' come tornare a parlare di economia. Poter viaggiare lontano, vivere a lungo, sapere di più. Ma ogni scoperta avrà le sue controindicazioni (come il traffico per l'automobile) e le sue conseguenze inattese.
Una interessante idea sull'intelligenza artificiale applicata alla cura delle persone (Robert Sawyer): ci sono sviluppi che possono far pensare a delle applicazioni in tempi relativamente brevi. Fare le pulizie, accudire gli anziani o i disabili, occuparsi di piccoli compiti domestici: tutti vogliono qualcuno o qualcosa che li aiuti in queste incombenze. La maggior parte della gente non vuole però nulla che faccia ricordare o pensare alle ingiustizie storiche, sociali, di classe ecc... Ovvero, un extracomunitario che ti fa le pulizie, detto dal punto di vista nostrano. La risposta sono i robot e quindi i robot arriveranno, dice l'articolo. Sarà? Io credo di sì. Un paese che invecchia velocemente e non vuole stranieri fra i piedi (il Giappone) non a caso è all'avanguardia in queste tecnologie. Però da questo mi permetto di prevedere dell'altro: l'uscita dal mercato del lavoro di operai di tutti i tipi (non solo i generici o gli imbianchini, muratori e simili, ma anche i tecnici specializzati, almeno entro certi limiti), guidatori di veicoli, cassieri e commessi di negozio, barbieri e parrucchieri (tranne quelli più di moda), falegnami, fabbri e simili artigiani, e via dicendo. A questo punto o ci potrà essere una risposta sociale, ovvero la tanto decantata "fine del lavoro" con una vita più o meno scalcagnata per il 90% della popolazione o giù di lì, condannata a ridursi a inutili scimmie, o una risposta liberale, ovvero i giochi sono fatti, chi controlla questa rivoluzione conta i suoi soldi, chi viene messo fuori mercato può crepare, il tutto con le tensioni (a dir poco) forti che ne deriverebbero. Non vedo come riassorbire una simile massa di disoccupati. Insomma, il futuro è inquietante. Per questo ho messo un bell'incrociatore spaziale come illustrazione del post, non esisterà forse mai, ma almeno mette speranza.





martedì 29 novembre 2011

Spartaco Albertarelli sul boardgame design



Intervento al Politecnico del più grande progettista di giochi italiano (o per lo meno, quello con maggiore diffusione e successo commerciale).
Confesso che non l'ho ancora visto tutto, comunque molto interessante.



lunedì 28 novembre 2011

Hereafter

Film di storie parallele che si incrociano, con risultati talvolta positivi: l'argomento è lo spiritismo. Premessa molto interessante, per me. Questo perché ho avuto (come molti) quelle esperienze di "incontri" nei sogni o nel dormiveglia, e quelle sensazioni di deja vu, che sebbene spiegabili scientificamente fanno decisamente pensare a un'esistenza separata di anima e corpo.
Ma questo film qua e là è riuscito a rendermi noioso perfino un argomento che considero affascinante, nonostante i momenti spettacolari e un regista (Clint Eastwood) che non reputo dei peggiori. Forse non era adatto al ruolo del medium Matt Damon? Forse è noiosa la parte interpretata da Cécile de France, giornalista e scrittrice in crisi d'identità dopo un'esperienza di "quasi morte" in occasione dello Tsunami del 2004? A Hereafter riconosco un merito: una prospettiva abbastanza insolita sulla vita di una persona dotata della capacità di contattare i morti. Il protagonista George (Damon) non vuol più svolgere quel mestiere tanto redditizio e preferisce (nella prima parte del film) fare l'operaio, perché altrimenti avrebbe continuamente a che fare con i morti e con il dolore. Non sente alcun obbligo di usare il suo "dono" per aiutare il prossimo e ne ha avuto un sacco di problemi da ragazzo.
Mi pare credibile. Sono pienamente convinto che una capacità psichica del genere se esistesse davvero (con la potenza che vediamo nel film) non sarebbe molto benvenuta, e potrebbe rovinare la vita di una persona, pur pagando i conti della spesa.

Ma purtroppo la cosa non viene sviluppata abbastanza, e sebbene il personaggio di George sia solitario e piuttosto triste, nonché un accanito lettore di Dickens, l'attore che lo interpreta è un po' troppo il "classico" giovanottone americano (sia come fisico che come atteggiamento) per essere valido come personaggio schivo che si rifugia nella lettura. Personalmente non ho trovato molto coinvolgente il film, e nonostante il tema stimolante lo colloco tra le occasioni mancate.

sabato 26 novembre 2011

Il Treno di Moebius

Un altro esperimento di scrittura su web che ho letto in questo periodo, questo Il Treno di Moebius di Alessandro Girola è in effetti abbastanza breve: più un racconto lungo che un vero e proprio romanzo. La storia è semplice e va rapidamente al punto, portandoci in un viaggio inquietante assieme a una troupe televisiva impegnata, piuttosto stancamente, a indagare uno dei tanti misteri irrisolti della nostra Italia. Insomma, uno di quei programmi un po' sensazionalistici che hanno moderato successo in TV e generalmente fanno venire il latte alle ginocchia a chi vorrebbe una trattazione seria degli argomenti. Ma nel caso dei nostri protagonisti, in buona parte frustrati da precedenti carriere andate male o esperienze negative, c'è anche l'ambizione di fare tutto sommato un lavoro decente, un po' di giornalismo vero.
Qui non abbiamo una storia sciocca di allucinazioni o ciarlatanerie, però: ci troviamo di fronte a un fatto di una certa gravità (la scomparsa di un piccolo treno, tre persone incluse) in un passato recente ma già ingiallito dal tempo, con fonti non proprio autorevoli (un giornale scandalistico) che già avevano sollevato il problema in passato, ma senza seguito.
Il nostro gruppetto di protagonisti va a indagare sul posto con tanta buona volontà, scoprendo una storia sempre più bizzarra: la linea è stata abbandonata, addirittura un paese è rimasto deserto dopo lo spostamento della tratta ferroviaria, gli abitanti del posto sono piuttosto ostili. Tutto "quasi" tranquillo ma qualche segnale decisamente inquietante, e una sensazione piuttosto lovecraftiana instillata nel lettore.

Trama in parte ispirata a un film, in parte, mi par di capire, a un "vero" mistero di casa nostra, questo libro/racconto è disponibile gratuitamente (potete scaricarlo qui). Posso garantire che si fa leggere in un fiato, quindi consiglio di assaggiarlo se avete un attrezzo in grado di leggere il formato epub (io ce l'ho, anche se con qualche problema, perché come i miei affezionati lettori già sanno il mio ebook reader è una chiavica).

Detto questo, e volendo anticipare un bel po' di trama per gli improvvidi che non smettessero subito di leggere questo articolo per passare al racconto, mi è piaciuta la storia di questo gruppetto di persone, e tutto l'antefatto. Caratterizzazione quel tanto che ci vuole in un racconto di questo tipo, e fatta bene, per quanto abbia trovato ripetitivi i pensieri del capo, Maurizio, verso Martina, avvenente e volonterosa componente della squadra (squadra che si completa con un attore fallito che fa il Piero Angela della situazione, ovvero si fa riprendere dalla telecamera e spiega quello che c'è da spiegare non senza sfoggiare una certa buona volontà, e con un cameraman che vanta una passata esperienza militare).

Dalla storia mi aspettavo qualcosa di più, diciamo che viene costruita una buona suspense e poi viene un po' sprecata. I mostri, che a occhio direi tratti da qualche fonte medievale o rinascimentale, fanno la loro comparsa senza la dovuta presentazione.

Le scene in cui muoiono i membri del gruppo sono asciutte, nel senso che la morte arriva all'improvviso con un effetto che dovrebbe essere sconvolgente o straniante, ma che forse funzionerebbe meglio con il mezzo televisivo piuttosto che su carta. Anche qui ci sarebbe voluta qualche descrizione in più. Sul mondo misterioso scoperto e poi subito abbandonato, mi manca qualche appiglio, qualche approfondimento, che non è dato per scelta consapevole dell'autore (condivisibile o meno) nemmeno nel finale quando il protagonista chiede di sapere almeno cosa c'è dietro il mistero per cui è venuto a morire, e non viene accontentato.

Anche la scena in cui due uomini corrono in un tunnel di fronte a un avversario orrendo (avete presente una scolopendra? gigante, dico) sapendo che uno farà una fine atroce, con la logica che l'altro deve passare per "far sapere al mondo" cosa è successo, sarebbe stata da approfondire. Probabilmente non c'è alternativa, non c'è nemmeno un gran che di tempo per pensarci sopra... Ma anche se uno dei due è un ex militare si tratta comunque di correre incontro alla morte, non so se mi spiego.
Insomma abbiamo una storia dove poteva starci molto di più, raccontata con uno stile asciutto che funziona bene all'inizio, ma che avrebbe richiesto forse maggiore dettaglio andando avanti.

martedì 22 novembre 2011

Girlfriend From Hell

Cosa dire di questo ebook di "Germano M." ovvero nel nome d'arte HellGraeco? Innanzitutto che il formato mi ha un po' messo in difficoltà. Ormai ho capito che il mio lettore di ebook (quando alle prese col formato epub) con gli apostrofi e certi altri segni di interpunzione non va troppo d'accordo, mette un paio di spazi di distanza dalla lettera precedente, che ci vogliano o no. Non sono in grado di seguire link, e ce n'è parecchi: rimandi a note, traduzioni di frasi in inglese, immagini, citazioni. Il materiale mostra la sterminata conoscienza mitologica (moderna) e multimediale di HellGraeco, blogger assiduo e immenso.
Comunque va bene anche così o forse va meglio. Io considero un libro consistere nel contenuto. Ovvero nel pensiero espresso nel testo (non ce l'ho con quelli che dicono che senza la carta stanno male, ma per me un ebook va bene lo stesso). Quindi non posso che approvare le scelte del mio scassato lettore, mi interessano poco i rimandi anche se ovviamente non rinuncio alle sensazioni che citazioni alla musica o ammiccamenti cinematografici possono evocare. Pur non essendo amante della forma diaristica/blogghistica, devo dire che si adatta abbastanza bene a questa narrazione, un'avventura apocalittica in cui l'autore si ritrova a essere testimone (privilegiato, inizialmente) di un'epidemia. A creare il disastro è un prione che si diffonde nell'ambiente e nel cibo, e con il contatto tra le persone. L'effetto è un po' quello che si vede nei film di zombie, o in 28 Giorni Dopo: le persone si trasformano in rabbiosi cannibali, insidiosi e pericolosissimi. Il protagonista si rifugia in una zona protetta grazie all'interessamento dell'attrice Zooey (ossessione personale che l'autore trasporta anche in quest'opera) cui ha salvato la vita in quel dell'Inghilterra, e segue passo dopo passo il disgregamento della società, tra zone di coprifuoco, tentativi di contenere i focolai di infezione con le buone o con le cattive, disordini e sciacallaggio. Le informazioni arrivano più dalla rete per mezzo di smartphone e computer portatili che dalla televisione. La rete, almeno in parte, resta in piedi anche quando buona parte del mondo cade nel caos, tra governi che si fortificano in qualche ridotta, ordine civile che collassa e un generale si salvi chi può. Credibile, non credibile? Non saprei, per me in uno stadio iniziale potrebbe anche essere, dopo un po' decisamente no, non credo che senza alcuna manutenzione la rete elettrica andrebbe avanti più di tanto.

All'ultimo stadio, diventa tutti contro tutti: e chi può farcela pensa per sé ed eventualmente per poche persone care di cui riesce a occuparsi; la sola speranza di salvezza sta nel cercare rifugio in posti fuori mano e poco frequentati, nel cercare fonti di alimentazione non contaminate, nell'evitare il contatto con il prossimo, perché anche chi è rimasto sano diventa una minaccia mortale, in una situazione disperata dove si vive dei resti di un mondo ordinato e industriale che non esiste più, consumando risorse che si ha ben poca speranza di vedere reintegrate.

Tematiche a me abbastanza conosciute anche se non sono "specializzato" nel genere; penso di poter dire che la storia è abbastanza credibile, anche nel presentare una società che va in malora a poco a poco e non una notte "dei morti viventi" che improvvisamente travolge tutto. Magari è una mia deformazione professionale, ma penso che ci sarebbe da soffermarsi un po' di più sull'economia che va irrimediabilmente in malora, sarebbe divertente riflettere su quanto durerebbe il trading in borsa, o sulle parole degli economisti capaci di preoccuparsi del Prodotto Interno Lordo mentre gli infetti azzannano la polizia per le strade.
Molto pensare ma non molta vera introspezione, però il passaggio del protagonista da persona civilizzata a guardingo sopravvissuto pronto a tutto per salvaguardare la vita e gli scarsi beni c'è, ed è realistico. Finale aperto.

Con tutte le mie riserve verso la forma ibrida di questo lavoro, e senza alcuna smanceria verso l'autore, Girlfriend from Hell mi è piaciuto molto più di tante opere prime cartacee del fantastico italiano, sia detto senza voler male a nessuno (be', magari a qualcuno sì...). Potete scaricare questo libro qui.

sabato 19 novembre 2011

Melancholia

Il regista

Non è che i film girati da registi d'avanguardia o dalla particolare visione artistica siano brutti per forza, ma con Melancholia di Lars von Trier si tocca un livello bassissimo, una massa compatta di noia, con addirittura una scena di matrimonio (noiosa già per definizione) che dura metà del film. Il regista s'è ridotto a dichiarare di essere un ammiratore di Hitler tanto per attirare un po' di attenzione all'ultimo Festival di Cannes, ma non credo che Hitler avrebbe gradito.
Qui anticiperò liberamente la trama, perché tanto non vale niente.
La prima parte era meglio saltarla a pié pari. Dramma borghese pari pari a quelli di quarant'anni fa, da cineforum con dibattito alla fine: con false smancerie e buone maniere, discorsi di soldi e ipocrisie, tiratacce fuori luogo contro la falsità di tutto questo (messe in bocca a Charlotte Rampling nella parte della madre bisbetica). La solita parabola sui sentimenti falsi, sul materialismo e sulla falsa felicità di cui nessuno ha bisogno perché son cose che sanno tutti, senza bisogno di essere ricchi come i personaggi del film, e senza alcun bisogno di registi intellettualoidi a ricordarlo con scene scontate o insensate (la sposa a un certo punto sbrocca, lascia lo sposo ad aspettarla in mutande e va a fare diverse fesserie, tra cui consumare un rapporto con un altro tizio, mandare a quel paese l'imprenditore per cui lavora, ecc...).

L'appartenenza di Melancholia al fantastico si giustifica, almeno in teoria, nella seconda parte: inizia infatti la storia di questo pianeta malefico che si dirige verso la terra. Quando la noia ha raggiunto lo spasimo, fine del matrimonio; lo scenario, i personaggi e gli attori restano gli stessi ma adesso si parla di Melancholia, che sta per passare vicinissimo alla Terra. Sembra che non debba succedere niente, ma è chiaro che succederà tutto. Parabola: la vita in questo atomo oscuro del male è cattiva (come esposto nella prima parte del film) e merita di crepare (vedere seconda parte). Se c'è qualche altro significato, magari un po' più sensato di questo, non l'ho percepito. Ma perché il buon regista ha deciso anche che la telecamera dovesse essere fastidiosamente instabile e non stare mai ferma? Non lo so, pare sia nel suo stile, magari sono io che non capisco l'arte.
Ad ogni modo, nella possibilità della catastrofe imminente le due sorelle (la sposa Justine, interpretata da Kirsten Dunst, e la sorella Claire, ovvero Charlotte Gainsbourg) cominciano a comportarsi in maniera opposta: la razionale Claire diventa impaurita e disperata, la depressa e irrazionale Justine affronta la catastrofe con rassegnata calma. Il marito di Claire cerca di raccontare bugie pietose, ma dopo un primo passaggio in cui la Terra rimane incolume, Melancholia ha un apparente allontanamento che dura poco: torna indietro per l'effetto fionda gravitazionale, ed è la fine di tutto, anche di un film talmente brutto e pretenzioso da farmi rimpiangere quelli con Nicolas Cage.

mercoledì 16 novembre 2011

Tempi duri per gli autori di genere

Tempi duri. E anche uno che "ce l'aveva fatta" (a uscire bene, ovvero con Mondadori) finisce la sua trilogia pubblicato esclusivamente in ebook (nonostante le proteste di alcuni lettori). Che è un declassamento, non giriamoci intorno: qui non funziona come in quei paesi dove il digitale ha già sfondato, da noi gli ebook vanno ancora poco.
Ma almeno non rischiano di finire al macero, ed è ciò che preoccupa gli editori.
Sto parlando di G.L. D'Andrea con la sua serie Wunderkind (arrivata al terzo episodio; io avevo letto solo il primo).
Per saperne di più, linko il post sul blog di Loredana Lipperini. Tra i commenti, quello di Sandrone Dazieri (editor che ha lanciato anche la Troisi): "Wunderkind è stato il mio fallimento." Abbastanza inequivocabile, direi. C'è poco da commentare, l'ammissione è abbastanza esplicita (si parla di poche vendite, fin dal primo libro); soprattutto l'evento è tale da farmi pensare che, anche per via della crisi, il fantastico scritto in italiano avrà poco spazio con le grandi case editrici, almeno nel prossimo futuro.