Partiva tutto dall'esordio dell'Acchiapparatti, pubblicato da Baldini e Castoldi Dalai (io avevo letto la primissima versione edita da Campanila, titolata L'Acchiapparatti di Tilos). Ora è arrivato il Burattinaio, sempre per il medesimo editore, a confermare Francesco Barbi.
Quello che speravo dopo la lettura del primo libro era di vedere l'autore alle prese con una storia dal sapore più epico, e in parte sono stato accontentato. I toni da "Armata Brancaleone" si riducono anche se rimaniamo in un low fantasy particolarmente ruvido, tra sofferenze, malattie, sangue ed escrementi. Le storie dei poveracci e le loro peripezie continuano a occupare parecchie pagine, e secondo me troppe (ci sono delle parti un po' troppo... verghiane, come avevo osservato per Zeferina di Coltri) e c'è forse una moltiplicazione di personaggi che rende la storia un po' indigesta e a tratti lenta nel progredire. Anche qui, come spesso dico per i libri voluminosi, probabilmente si poteva far tutto con un buon centinaio di pagine in meno.
La trama quindi si sviluppa lentamente, poi finalmente cattura l'interesse. Le premesse vengono rispettate e piano piano si prepara un finale spettacolare.
Da una parte abbiamo un "culto della Luce" decisamente ossessivo e oppressivo, intento a indagare su una profezia che coinvolge i fatti e i personaggi che abbiamo conosciuto con l'Acchiapparatti. Dall'altra il cacciatore di taglie del primo libro, Gamara, intento in una vendetta personale. La famiglia allargata dell'Acchiapparatti Zaccaria rimane in mezzo a tutte queste peripezie, e c'è un personaggio... senza corpo ma molto presente, Ar-Gular, il mago che aveva creato il Boia di Giloc, l'orrendo mostro che aveva trovato la morte ed era finito in fondo a un fosso.
I Guardiani dell'Equilibrio, una specie di inquisizione non priva di capacità militari, inviano una nutrita pattuglia per indagare chi mette in pericolo la religione della Luce: la loro storia, tra successi e insuccessi, infamie perpetrate e perdite subite, per me è una parte piuttosto interessante del Burattinaio, nuova rispetto al precedente Barbi, e indispensabile comunque sia per lo svolgersi della vicenda che per la comprensione della posta in gioco.
Gamara, freddo, carismatico, una vera potenza militare nonostante il continuo martirio di ferite e torture, si rivela una forza del destino per conto proprio, sebbene la sua storia lo porti a essere una risorsa al servizio di quelli che, in definitiva, sono "i buoni."
Il povero Zaccaria questa volta soffrirà molto e non sarà protagonista. Molti personaggi già noti verranno scartati senza rimorso dall'autore e incontreranno una fine più o meno aspra. Nel finale tutti i fili si congiungono e abbiamo una resa dei conti spettacolare.
A mio parere qualche caduta di tono e un paio citazioni che, sempre a mio avviso, era meglio evitare (una riconosciuta dall'autore e un'altra, clamorosamente, no: lascio ai lettori il compito di cercarla), parte della confusione iniziale è invece colpa mia perché la storia e complessa e il lettore non deve essere pigro nell'affrontarla, se vuol capire tutto quello che c'è da capire. Il finale è piacevole, riporta le varie tessere del mosaico a posto e ripaga l'attesa. I personaggi sono rappresentati bene, e in generale c'è un'aria di originalità e creatività. Non grido al miracolo, ma Francesco Barbi si riconferma autore maturo e in grado di gestire una storia molto più complessa della precedente. Dal momento che il fantasy italiano per adulti non conta molti protagonisti, questa riconferma è decisamente positiva.
Invito anche a leggere la recensione su Fantasy Magazine scritta da Emanuele Manco che questa volta mi ha... battuto sul tempo.
domenica 13 novembre 2011
giovedì 10 novembre 2011
Ma guarda come parli...
Non disprezzo i libri e i corsi di scrittura creativa, ma tra le regole che si sentono spesso ribadire ce ne sono alcune che, col tempo, ho cominciato a mettere decisamente in dubbio.
Per citarne una: mi sono sentito a volte rimproverare dai miei lettori che i miei personaggi "parlano tutti nello stesso modo" ovvero che bisognerebbe caratterizzarli con un linguaggio ben diverso.
Per me, questo porta spesso e volentieri a risultati ridicoli. Non sto dicendo che non si debba provarci, però è necessaria prudenza, cose tipo avere un tizio che dice sempre "perbacco!" fanno ridere. Nella realtà, qualcuno ha un vocabolario più limitato di altri, qualcuno ama dire certe frasi che diventano particolarmente sue, ma le differenze sono spesso e volentieri modeste.
Anche mettere modi di parlare diversi quando ci sono personaggi che provengono da estrazioni sociali differenti, andrebbe fatto con attenzione, questa grande disparità, nella vita quotidiana, non la si vede sempre.
Tra i miei colleghi di lavoro, tra i miei amici, le differenze spesso sono difficili da mettere su... carta. Intonazioni, sfumature. Bisogna cercare di coglierle, di riprodurle, senza sprecarci troppe parole in descrizioni. Il tono, l'espressione del volto con cui una cosa viene detta è importante, e spesso nello scrivere ce ne si dimentica.
Va detto anche che non è nemmeno scontato che si debba inseguire il realismo al cento per cento. Il modo in cui la gente parla veramente è brutto, pieno di errori, spesso sgradevole; posso capire che uno scrittore voglia usare uno stile che non punti a un realismo completo nel modo di parlare.
Per citarne una: mi sono sentito a volte rimproverare dai miei lettori che i miei personaggi "parlano tutti nello stesso modo" ovvero che bisognerebbe caratterizzarli con un linguaggio ben diverso.
Per me, questo porta spesso e volentieri a risultati ridicoli. Non sto dicendo che non si debba provarci, però è necessaria prudenza, cose tipo avere un tizio che dice sempre "perbacco!" fanno ridere. Nella realtà, qualcuno ha un vocabolario più limitato di altri, qualcuno ama dire certe frasi che diventano particolarmente sue, ma le differenze sono spesso e volentieri modeste.
Anche mettere modi di parlare diversi quando ci sono personaggi che provengono da estrazioni sociali differenti, andrebbe fatto con attenzione, questa grande disparità, nella vita quotidiana, non la si vede sempre.
Tra i miei colleghi di lavoro, tra i miei amici, le differenze spesso sono difficili da mettere su... carta. Intonazioni, sfumature. Bisogna cercare di coglierle, di riprodurle, senza sprecarci troppe parole in descrizioni. Il tono, l'espressione del volto con cui una cosa viene detta è importante, e spesso nello scrivere ce ne si dimentica.
Va detto anche che non è nemmeno scontato che si debba inseguire il realismo al cento per cento. Il modo in cui la gente parla veramente è brutto, pieno di errori, spesso sgradevole; posso capire che uno scrittore voglia usare uno stile che non punti a un realismo completo nel modo di parlare.
mercoledì 9 novembre 2011
Tempo di concorsi
Il Premio Stella Doppia di Urania e Fantascienza.com è una opportunità pazzesca per gli amanti della fantascienza. Pazzesca perché farsi pubblicare su Urania non è proprio cosa da tutti i giorni, per quanto ci siano delle polemiche a non finire sulla qualità della testata (che comunque c'è, esce da una vita ed è una delle pochissime iniziative di fantascienza e/o fantasy ad avere grande diffusione, e scusate se è poco...).
E' da un paio di settimane che cerco di farmi venire una buona idea, ma non arriva... si accettano suggerimenti.
E' da un paio di settimane che cerco di farmi venire una buona idea, ma non arriva... si accettano suggerimenti.
domenica 6 novembre 2011
1984, il film
Mi fece un po' male, ammetto, sentire i commenti annoiati delle persone che uscivano dal cinema. Era il lontano 1984 ed ero andato a vedere questo film con molta curiosità, immaginando però che la reazione del grande pubblico sarebbe stata quella. Sto parlando della trasposizione cinematografica di 1984, il libro di George Orwell, operata da Michael Radford.
Va detto che il trailer del film giocava sporco, come spesso accade con questo tipo di produzioni che cercano un aggancio a tipi di pubblico cui dovrebbero rinunciare in partenza, Il trailer ovviamente non me lo ricordo, ma rammento che cercava di darsi un taglio da film d'azione. Cosa che non poteva essere perché si era giurata l'aderenza alla storia. La vedova di Orwell non voleva gli effetti speciali, e del resto nel mondo di 1984 non c'è molto più di qualche elicottero (e le "fortezze galleggianti," che però non entrano nella storia). Il regista voleva addirittura fare un film in bianco e nero, cosa che secondo me sarebbe stata un'esagerazione. Insomma, nonostante all'epoca io fossi appassionato della storia narrata da 1984, e volessi pensare che dovesse pur esistere un modo di "portare il messaggio al volgo," in effetti si tratta di un libro che non si presta bene a una trasposizione cinematografica.
A peggiorare le cose, il fatto che il regista si sforzasse di riportare tutti gli elementi della trama e del mondo immaginato da Orwell, creando un film assai poco "cinematografico" e facendo dei riferimenti che, per uno che non avesse letto il libro, sarebbero per forza risultati sibillini e incomprensibili.
[SPOILER! in questo paragrafo] Comunque va detto che il film non è poi male, fatte ovviamente le dovute premesse. Grigio, cupo e polveroso come una città sovietica nell'epoca staliniana, trasmette il senso di oppressione che dev'esserci, e il protagonista è decisamente azzeccato: John Hurt, che crea un perfetto Winston, triste, mingherlino e malaticcio. Nella parte di Julia Suzanna Hamilton, attrice britannica che in effetti ha avuto l'apice della sua carriera proprio con questo film. La fiamma ribelle del personaggio del libro, che risveglia i sensi e la voglia di reagire del demoralizzato Winston, a mio parere non è stata ben rappresentata da questa attrice: ci sarebbe voluta un'interprete che sapesse trasmettere il ribollire sotto l'aspetto conformista, e la Hamilton non ce l'ha fatta. Richard Burton, grande attore del tempo che fu (nonché alcolizzato a livelli suicidi e qui prossimo alla morte), interpretò assai bene O'Brien, il membro del partito intelligente ma cinico che tende la trappola ai due ribelli. Qualche abbozzo di "complicità omoerotica" tra Winston e O'Brien è stato aggiunto nel film, creando una delle poche licenze che si è concesso il regista; ma c'entra come i cavoli a merenda e se ne poteva fare a meno.
Ambienti e tecnologia sono vecchi, squallidi, e scassati quasi sempre, e comunque sempre pesantemente sovietici nello stile, creando un'atmosfera consonante con il mondo totalitario del libro. Il risultato finale è verboso e noioso, inevitabilmente. Se 1984 dovesse essere portato al cinema in una nuova versione, mi auguro che si trovi un regista disposto a osare, a staccarsi dalla trama originale per cercare di fare cinema ma senza tradire lo spirito della storia orwelliana... anche se per me questo resta il classico libro che non si presta a farne un film.
Va detto che il trailer del film giocava sporco, come spesso accade con questo tipo di produzioni che cercano un aggancio a tipi di pubblico cui dovrebbero rinunciare in partenza, Il trailer ovviamente non me lo ricordo, ma rammento che cercava di darsi un taglio da film d'azione. Cosa che non poteva essere perché si era giurata l'aderenza alla storia. La vedova di Orwell non voleva gli effetti speciali, e del resto nel mondo di 1984 non c'è molto più di qualche elicottero (e le "fortezze galleggianti," che però non entrano nella storia). Il regista voleva addirittura fare un film in bianco e nero, cosa che secondo me sarebbe stata un'esagerazione. Insomma, nonostante all'epoca io fossi appassionato della storia narrata da 1984, e volessi pensare che dovesse pur esistere un modo di "portare il messaggio al volgo," in effetti si tratta di un libro che non si presta bene a una trasposizione cinematografica.
A peggiorare le cose, il fatto che il regista si sforzasse di riportare tutti gli elementi della trama e del mondo immaginato da Orwell, creando un film assai poco "cinematografico" e facendo dei riferimenti che, per uno che non avesse letto il libro, sarebbero per forza risultati sibillini e incomprensibili.
[SPOILER! in questo paragrafo] Comunque va detto che il film non è poi male, fatte ovviamente le dovute premesse. Grigio, cupo e polveroso come una città sovietica nell'epoca staliniana, trasmette il senso di oppressione che dev'esserci, e il protagonista è decisamente azzeccato: John Hurt, che crea un perfetto Winston, triste, mingherlino e malaticcio. Nella parte di Julia Suzanna Hamilton, attrice britannica che in effetti ha avuto l'apice della sua carriera proprio con questo film. La fiamma ribelle del personaggio del libro, che risveglia i sensi e la voglia di reagire del demoralizzato Winston, a mio parere non è stata ben rappresentata da questa attrice: ci sarebbe voluta un'interprete che sapesse trasmettere il ribollire sotto l'aspetto conformista, e la Hamilton non ce l'ha fatta. Richard Burton, grande attore del tempo che fu (nonché alcolizzato a livelli suicidi e qui prossimo alla morte), interpretò assai bene O'Brien, il membro del partito intelligente ma cinico che tende la trappola ai due ribelli. Qualche abbozzo di "complicità omoerotica" tra Winston e O'Brien è stato aggiunto nel film, creando una delle poche licenze che si è concesso il regista; ma c'entra come i cavoli a merenda e se ne poteva fare a meno.
Ambienti e tecnologia sono vecchi, squallidi, e scassati quasi sempre, e comunque sempre pesantemente sovietici nello stile, creando un'atmosfera consonante con il mondo totalitario del libro. Il risultato finale è verboso e noioso, inevitabilmente. Se 1984 dovesse essere portato al cinema in una nuova versione, mi auguro che si trovi un regista disposto a osare, a staccarsi dalla trama originale per cercare di fare cinema ma senza tradire lo spirito della storia orwelliana... anche se per me questo resta il classico libro che non si presta a farne un film.
martedì 1 novembre 2011
1984, il libro
Una delle mie distopie preferite, decisamente, vuoi per la bella prosa con cui è scritto, vuoi perché Orwell è uno degli scrittori che amo di più, e 1984 è l'opera che volle completare a tutti i costi prima di morire di tubercolosi.
Due parole sull'autore: Orwell, vero nome Eric Arthur Blair, ha vissuto la vita dell'attivista squattrinato, stentando ad affermarsi sia come giornalista che come scrittore; passò qualche tempo nell'amministrazione coloniale inglese, visse poveramente a Parigi, e si recò in Spagna ai tempi della guerra civile per combattere a favore dei Repubblicani tra il 1936 e il '37. Nella complessa situazione della guerra civile, dove i comunisti erano i soli ad avere la forza di reggere la coalizione democratica perché ricevevano aiuti militari (dall'URSS), Orwell si ritrovò nelle file di un movimento minore che assunse presto un ruolo scomodo. Si trattava del POUM, movimento marxista e anarco-sindacalista della Catalogna. Per la troppo vivace foga rivoluzionaria il POUM si ritrovò nei guai paradossalmente proprio con i comunisti, che subivano diverse pressioni per non esagerare con le riforme: gli alleati moderati erano allarmati dallo stato dell'economia, gli stati democratici (Francia e Gran Bretagna) anziché intervenire supportavano poco o niente la repubblica, non sapendo cosa fosse peggio per i loro interessi tra i comunisti e le milizie filofasciste di Franco, e spingeva sul freno perfino il buon vecchio Stalin, che non voleva far precipitare le cose: appoggiava i Repubblicani per non dare un regalo a Hitler e Mussolini, ma non voleva in Spagna un governo spagnolo a egemonia comunista, che avrebbe creato contrasti a livello politico e internazionale in un momento in cui Stalin non desiderava guerre.
Quando il POUM venne fatto fuori a tradimento, in uno scontro fratricida con sparatorie, incarcerazioni, persone torturate a morte ecc... Orwell aprì gli occhi sul comunismo di marca sovietica e sui rischi del totalitarismo, e se queste esperienze sono molto ben espresse in Omaggio alla Catalogna, certamente hanno influito sulle convinzioni da lui espresse in altri libri come La Fattoria degli Animali e lo stesso 1984. Orwell tornò in Inghilterra dopo essersi preso una brutta ferita sul fronte; si rirprese ma la sua salute era instabile, e sopravvisse pochissimi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: 1984 è praticamente il suo testamento.
La trama di 1984 (che immagino sia nota a tutti, ma se lo considerate uno "spoiler" allora c'è da saltare questo paragrafo) ci porta in un mondo dominato da tre totalitarismi diversi soltanto per il nome e in perenne guerra fra loro: il protagonista Winston Smith vive in Oceania (che è uno di questi tre mega stati) e lavora per il "Ministero della Verità" ovvero confeziona bugie per il partito al potere (il Partito Socialista Inglese o INGSOC, che diventa SOCING nella traduzione italiana). Come tutti i membri del partito Winston è sorvegliato dalle telecamere (lo schermo gigante che gli spara propaganda in casa e che allo stesso tempo lo riprende) ma tiene un diario dove esprime i suoi pensieri di dissenso.
Winston conduce questa noiosa esistenza senza prospettive e da solo, dal momento che il suo matrimonio senza amore è presto naufragato.
Del resto c'è poco da ribellarsi. Il Grande Fratello (un leader che potrebbe anche essere ormai morto, e trasformato in simbolo) tiene in pugno il paese con un potente apparato repressivo. I "prolet" (proletari) sono mantenuti in uno stato di ignoranza bestiale, la psicopolizia (che tradurrei meglio in polizia del pensiero) vigila su ogni manifestazione di dissenso (ovvero lo psicoreato), e anche il modo di parlare è alterato attraverso una neolingua per rendere impossibile il dissenso.
Ma nonostante questo mondo di disperazione consolidata, Winston incontra una ragazza, Julia, con cui instaura una relazione. Si illude di poter capire qualcosa di più sul suo mondo e sul sistema di potere che controlla tutti, si illude di poter far parte di una resistenza, ma in realtà un membro della psicopolizia lo ha tenuto d'occhio. E' O'Brien, membro del partito interno, ovvero la ristretta cerchia dei veramente privilegiati. Provvederà a distruggere la personalità e il sentimento di Winston, e a rieducarlo.
Tematiche sorpassate? A dire il vero sono stato sempre del parere che il mondo si diriga in tutt'altra direzione e non verso il totalitarismo orwelliano, e ho visto che l'opinione è diventata diffusa (tra chi si fila i libri ovviamente) dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Forse, adesso che ci dirigiamo verso un futuro apparentemente meno democratico e assai più povero potremmo riscoprire le delize di questa distopia ma continuo ad avere i miei dubbi: il totalitarismo duro e militarista del libro è una faccenda costosa e come sistema per poter controllare la gente lo ritengo piuttosto sorpassato, e messo in crisi dalla tecnologia moderna in vari paesi, perciò sotto questo aspetto 1984 non lo ritengo profetico.
Invece un aspetto del mondo orwelliano che in parte si è verificato è quello delle telecamere di sorveglianza, per quanto il loro corrente uso di controllare i delinquenti non mi veda molto contrario. La degenerazione del linguaggio, l'uso furbo di certe parole per far passare le peggiori porcherie mi ha fatto anche ricordare la "neolingua" di Orwell, e certe facce che parlano di valori e virtù mentre fanno discorsi che coprono le peggiori porcherie di certi governi possono farci davvero pensare al bispensiero, ovvero alla possibilità di sostenere con gli altri e perfino con sé stessi opinioni contrastanti e in contraddizione (e di deformare la visione della realtà). Il condizionamento del mondo dei media, la povertà di linguaggio e di pensiero del cinema dove si fanno per lo più remake di storie famose, tante cose del mondo di oggi fanno pensare alla distopia orwelliana.
Anche il programma televisivo atroce che prende il nome dal Grande Fratello orwelliano ha molto a che vedere con il controllo del pensiero e della personalità, ma il gioco è praticamente scoperto, perché la gente oggi fa un gioco di consapevole complicità con quelli che la condizionano.
Di fatto l'influenza culturale di 1984 è stata immensa, che la "profezia" sia azzeccata o no.
Winston. Il protagonista e la sua disperazione sono quello che fa grande questo libro. L'odio di Winston per il Grande Fratello e la sua ostinata speranza di potersi opporre, la relazione con Julia che gli permette di uscire dalla repressione sessuale del mondo che lo circonda, la volontà di capire e combattere. Per quanto sia un protagonista tutt'altro che eroico, Winston è capace di coinvolgere profondamente il lettore. Con la scomparsa finale della sua personalità, la storia finisce.
Curiosità. Le mie consuete preoccupazioni sulla credibilità e il funzionamento dei meccanismi nei mondi immaginari mi hanno portato a chiedermi se sia veramente possibile andare a riesaminare tutta la produzione culturale (giornali, libri ecc...) per far sparire i riferimenti a una persona quando cade in disgrazia, che è uno dei lavori svolti da Winston al Ministero della Verità. Credo che sia impossibile in un mondo come il nostro, per quanto fin dai tempi degli antichi Romani la pratica sia esistita (damnatio memoriae).
Il mondo di 1984 perciò dovrebbe avere una produzione di libri, riviste, film ecc... relativamente limitata. La guerra vista come mezzo per distruggere il surplus industriale e mantenere "stabile" il mondo potrebbe sembrare un artificio meno realistico, perché una situazione di stallo ininterrotto tra stati moderni è piuttosto improbabile e non si è mai vista in una guerra "calda." Sarebbe bello poter sapere come Orwell avrebbe interpretato questo equilibrio dei blocchi se avesse visto nascere il mondo della guerra fredda e i suoi giochi di spie, frontiere fortificate stile "cortina di ferro," incidenti di confine ecc... uno scenario che era solo agli inizi quando lui morì
Non sono uno che fa la lista dei cento libri che dovete leggere assolutamente (o che portereste con voi sull'isola deserta) però1984, che per me è un libro di fantascienza a tutti gli effetti pur avendo ovviamente tutte le altre implicazione che abbiamo esaminato, è un classico che qualsiasi lettore dovrebbe conoscere.
Due parole sull'autore: Orwell, vero nome Eric Arthur Blair, ha vissuto la vita dell'attivista squattrinato, stentando ad affermarsi sia come giornalista che come scrittore; passò qualche tempo nell'amministrazione coloniale inglese, visse poveramente a Parigi, e si recò in Spagna ai tempi della guerra civile per combattere a favore dei Repubblicani tra il 1936 e il '37. Nella complessa situazione della guerra civile, dove i comunisti erano i soli ad avere la forza di reggere la coalizione democratica perché ricevevano aiuti militari (dall'URSS), Orwell si ritrovò nelle file di un movimento minore che assunse presto un ruolo scomodo. Si trattava del POUM, movimento marxista e anarco-sindacalista della Catalogna. Per la troppo vivace foga rivoluzionaria il POUM si ritrovò nei guai paradossalmente proprio con i comunisti, che subivano diverse pressioni per non esagerare con le riforme: gli alleati moderati erano allarmati dallo stato dell'economia, gli stati democratici (Francia e Gran Bretagna) anziché intervenire supportavano poco o niente la repubblica, non sapendo cosa fosse peggio per i loro interessi tra i comunisti e le milizie filofasciste di Franco, e spingeva sul freno perfino il buon vecchio Stalin, che non voleva far precipitare le cose: appoggiava i Repubblicani per non dare un regalo a Hitler e Mussolini, ma non voleva in Spagna un governo spagnolo a egemonia comunista, che avrebbe creato contrasti a livello politico e internazionale in un momento in cui Stalin non desiderava guerre.
Quando il POUM venne fatto fuori a tradimento, in uno scontro fratricida con sparatorie, incarcerazioni, persone torturate a morte ecc... Orwell aprì gli occhi sul comunismo di marca sovietica e sui rischi del totalitarismo, e se queste esperienze sono molto ben espresse in Omaggio alla Catalogna, certamente hanno influito sulle convinzioni da lui espresse in altri libri come La Fattoria degli Animali e lo stesso 1984. Orwell tornò in Inghilterra dopo essersi preso una brutta ferita sul fronte; si rirprese ma la sua salute era instabile, e sopravvisse pochissimi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: 1984 è praticamente il suo testamento.
La trama di 1984 (che immagino sia nota a tutti, ma se lo considerate uno "spoiler" allora c'è da saltare questo paragrafo) ci porta in un mondo dominato da tre totalitarismi diversi soltanto per il nome e in perenne guerra fra loro: il protagonista Winston Smith vive in Oceania (che è uno di questi tre mega stati) e lavora per il "Ministero della Verità" ovvero confeziona bugie per il partito al potere (il Partito Socialista Inglese o INGSOC, che diventa SOCING nella traduzione italiana). Come tutti i membri del partito Winston è sorvegliato dalle telecamere (lo schermo gigante che gli spara propaganda in casa e che allo stesso tempo lo riprende) ma tiene un diario dove esprime i suoi pensieri di dissenso.
Winston conduce questa noiosa esistenza senza prospettive e da solo, dal momento che il suo matrimonio senza amore è presto naufragato.
Del resto c'è poco da ribellarsi. Il Grande Fratello (un leader che potrebbe anche essere ormai morto, e trasformato in simbolo) tiene in pugno il paese con un potente apparato repressivo. I "prolet" (proletari) sono mantenuti in uno stato di ignoranza bestiale, la psicopolizia (che tradurrei meglio in polizia del pensiero) vigila su ogni manifestazione di dissenso (ovvero lo psicoreato), e anche il modo di parlare è alterato attraverso una neolingua per rendere impossibile il dissenso.
Ma nonostante questo mondo di disperazione consolidata, Winston incontra una ragazza, Julia, con cui instaura una relazione. Si illude di poter capire qualcosa di più sul suo mondo e sul sistema di potere che controlla tutti, si illude di poter far parte di una resistenza, ma in realtà un membro della psicopolizia lo ha tenuto d'occhio. E' O'Brien, membro del partito interno, ovvero la ristretta cerchia dei veramente privilegiati. Provvederà a distruggere la personalità e il sentimento di Winston, e a rieducarlo.
Tematiche sorpassate? A dire il vero sono stato sempre del parere che il mondo si diriga in tutt'altra direzione e non verso il totalitarismo orwelliano, e ho visto che l'opinione è diventata diffusa (tra chi si fila i libri ovviamente) dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Forse, adesso che ci dirigiamo verso un futuro apparentemente meno democratico e assai più povero potremmo riscoprire le delize di questa distopia ma continuo ad avere i miei dubbi: il totalitarismo duro e militarista del libro è una faccenda costosa e come sistema per poter controllare la gente lo ritengo piuttosto sorpassato, e messo in crisi dalla tecnologia moderna in vari paesi, perciò sotto questo aspetto 1984 non lo ritengo profetico.
Invece un aspetto del mondo orwelliano che in parte si è verificato è quello delle telecamere di sorveglianza, per quanto il loro corrente uso di controllare i delinquenti non mi veda molto contrario. La degenerazione del linguaggio, l'uso furbo di certe parole per far passare le peggiori porcherie mi ha fatto anche ricordare la "neolingua" di Orwell, e certe facce che parlano di valori e virtù mentre fanno discorsi che coprono le peggiori porcherie di certi governi possono farci davvero pensare al bispensiero, ovvero alla possibilità di sostenere con gli altri e perfino con sé stessi opinioni contrastanti e in contraddizione (e di deformare la visione della realtà). Il condizionamento del mondo dei media, la povertà di linguaggio e di pensiero del cinema dove si fanno per lo più remake di storie famose, tante cose del mondo di oggi fanno pensare alla distopia orwelliana.
Anche il programma televisivo atroce che prende il nome dal Grande Fratello orwelliano ha molto a che vedere con il controllo del pensiero e della personalità, ma il gioco è praticamente scoperto, perché la gente oggi fa un gioco di consapevole complicità con quelli che la condizionano.
Di fatto l'influenza culturale di 1984 è stata immensa, che la "profezia" sia azzeccata o no.
Winston. Il protagonista e la sua disperazione sono quello che fa grande questo libro. L'odio di Winston per il Grande Fratello e la sua ostinata speranza di potersi opporre, la relazione con Julia che gli permette di uscire dalla repressione sessuale del mondo che lo circonda, la volontà di capire e combattere. Per quanto sia un protagonista tutt'altro che eroico, Winston è capace di coinvolgere profondamente il lettore. Con la scomparsa finale della sua personalità, la storia finisce.
Curiosità. Le mie consuete preoccupazioni sulla credibilità e il funzionamento dei meccanismi nei mondi immaginari mi hanno portato a chiedermi se sia veramente possibile andare a riesaminare tutta la produzione culturale (giornali, libri ecc...) per far sparire i riferimenti a una persona quando cade in disgrazia, che è uno dei lavori svolti da Winston al Ministero della Verità. Credo che sia impossibile in un mondo come il nostro, per quanto fin dai tempi degli antichi Romani la pratica sia esistita (damnatio memoriae).
Il mondo di 1984 perciò dovrebbe avere una produzione di libri, riviste, film ecc... relativamente limitata. La guerra vista come mezzo per distruggere il surplus industriale e mantenere "stabile" il mondo potrebbe sembrare un artificio meno realistico, perché una situazione di stallo ininterrotto tra stati moderni è piuttosto improbabile e non si è mai vista in una guerra "calda." Sarebbe bello poter sapere come Orwell avrebbe interpretato questo equilibrio dei blocchi se avesse visto nascere il mondo della guerra fredda e i suoi giochi di spie, frontiere fortificate stile "cortina di ferro," incidenti di confine ecc... uno scenario che era solo agli inizi quando lui morì
Non sono uno che fa la lista dei cento libri che dovete leggere assolutamente (o che portereste con voi sull'isola deserta) però1984, che per me è un libro di fantascienza a tutti gli effetti pur avendo ovviamente tutte le altre implicazione che abbiamo esaminato, è un classico che qualsiasi lettore dovrebbe conoscere.
venerdì 28 ottobre 2011
I diktat della SIAE
Lo sapevate? adesso se fate apparire il trailer di un film su un sito internet (immagino anche un blog) sia pure semplicemente linkandolo da youtube, dovete pagare i diritti d'autore. Quei mattacchioni della SIAE hanno deciso di partire all'offensiva e di raggranellare un po' di quattrini (bisogna comprare una licenza per usare i video, e non costa nemmeno pochissimo). Il problema si pone anche per qualsiasi video che contenga materiale "protetto" dalla SIAE.
Potete saperne di più leggendo qui.
Ora, io non sono uno di quei guerriglieri che considerano insensato il copyright, la tutela della proprietà intellettuale e così via, però credo che sia importante sapere come funziona questo ente, come prende il denaro e come lo distribuisce (e a chi).
Vi invito a consultare un vecchio ma interessante servizio di Report, che trovate in trascrizione e in audio (audio che purtroppo io non sono riuscito ad ascoltare). Report è una celebre trasmissione della Rai, non un delirio di qualche attivista arrabbiato o pesantemente schierato, quindi il materiale è senz'altro degno di una riflessione: anche perché non mi risulta che le regole del gioco siano cambiate un gran che dalla data di questa inchiesta.
Ci sono molte cose da cambiare in questo paese prima che ricominci a funzionare, penso proprio che la Siae sia una di queste.
Potete saperne di più leggendo qui.
Ora, io non sono uno di quei guerriglieri che considerano insensato il copyright, la tutela della proprietà intellettuale e così via, però credo che sia importante sapere come funziona questo ente, come prende il denaro e come lo distribuisce (e a chi).
Vi invito a consultare un vecchio ma interessante servizio di Report, che trovate in trascrizione e in audio (audio che purtroppo io non sono riuscito ad ascoltare). Report è una celebre trasmissione della Rai, non un delirio di qualche attivista arrabbiato o pesantemente schierato, quindi il materiale è senz'altro degno di una riflessione: anche perché non mi risulta che le regole del gioco siano cambiate un gran che dalla data di questa inchiesta.
Ci sono molte cose da cambiare in questo paese prima che ricominci a funzionare, penso proprio che la Siae sia una di queste.
giovedì 27 ottobre 2011
Novità Fantascienza
Nel prossimo futuro la fantascienza dovrebbe proporci delle novità interessanti. A parte il prequel di Alien (possibile titolo: Prometheus?) dovremmo avere il film di Battlestar Galactica, il che farà piacere a quanti hanno apprezzato la serie TV: come me per esempio. Non è certo però se l'influenza principale del film verrà dalla serie originale di fine anni '70 o se ci sarà una fedeltà stretta alla serie "reimmaginata". Se vogliono usare gli attori già conosciuti al pubblico, sarà la seconda. John Orloff, che sta scrivendo la sceneggiatura, non si sbilancia, sembra tuttavia che sia appassionato alla prima delle due serie e credo che portare sul grande schermo la vecchia abbia una sua logica, perché la serie più recente ha detto e stradetto tutto quel che aveva da dire, nonostante abbia "perso una stagione" che si sperava di poter fare. Il pochissimo successo del prequel Caprica potrebbe anche significare che il Galattica reimmaginato sia logoro. Fare adesso un film prendendo attori, scenari e così via dalla serie recente sarebbe una bella sfida: raccontare una nuova storia con un cast e un'ambientazione già viste, creando una linea narrativa diversa? O fare il semplice riassunto di quello che è stato già visto da tutti coloro che volevano vederlo? Senza contare che i set sarebbero da rifare daccapo perché a quanto ne so ormai è stato smontato e venduto tutto il materiale. Ovviamente c'è anche la possibilità che questo film prenda le premesse della guerra con i Cylon e vada per una strada del tutto nuova.
I fratelli Wachowski, autori del poco amato (da me) Matrix e più recentemente del floppissimo Speed Racer, sono all'opera assieme ad un altro regista su Cloud Atlas, trasposizione di un romanzo di David Mitchell dove abbiamo sei protagonisti e sei storie ambientate in periodi diversi, dal passato (diciannovesimo secolo) al futuro. Storie diverse ma concatenate, unite dal tema dell'avidità umana. I Wachowski sono in ballo anche con un altro progetto di fantascienza: Jupiter Ascending, che dovrebbe essere il loro nuovo grosso progetto.
Insomma se la fantascienza nei libri non vende gran che, mentre i libri fantasy vanno a pancali nelle librerie (e ora anche come ebook) bisogna dire che sul grande schermo la situazione è abbastanza equilibrata. E se non vi piace vedere storie di maghetti e vampiri, la fantascienza è praticamente l'unica che vi resta. A meno che non vi sia piaciuto il nuovo Conan...
Tra l'altro, si parlava di un remake per Excalibur, ma il progetto è naufragato. Peccato.
I fratelli Wachowski, autori del poco amato (da me) Matrix e più recentemente del floppissimo Speed Racer, sono all'opera assieme ad un altro regista su Cloud Atlas, trasposizione di un romanzo di David Mitchell dove abbiamo sei protagonisti e sei storie ambientate in periodi diversi, dal passato (diciannovesimo secolo) al futuro. Storie diverse ma concatenate, unite dal tema dell'avidità umana. I Wachowski sono in ballo anche con un altro progetto di fantascienza: Jupiter Ascending, che dovrebbe essere il loro nuovo grosso progetto.
Insomma se la fantascienza nei libri non vende gran che, mentre i libri fantasy vanno a pancali nelle librerie (e ora anche come ebook) bisogna dire che sul grande schermo la situazione è abbastanza equilibrata. E se non vi piace vedere storie di maghetti e vampiri, la fantascienza è praticamente l'unica che vi resta. A meno che non vi sia piaciuto il nuovo Conan...
Tra l'altro, si parlava di un remake per Excalibur, ma il progetto è naufragato. Peccato.
domenica 23 ottobre 2011
Il Colore della Magia
Confesso: non avevo letto nulla di Terry Pratchett a parte spizzichi e bocconi. Il prolifico autore inglese, noto per esser stato nominato cavaliere dalla corona e (purtroppo) per la battaglia contro l'Alzheimer che salvo miracoli lo vedrà presto soccombente (probabilmente con un'uscita di scena dignitosa e volontaria in anticipo sul decorso della malattia), sarebbe uno dei pochi a esser riuscito a coniugare comicità e fantasy, due ingredienti difficili da conciliare.
Sul successo di pubblico non c'è alcun dubbio, quanto a me volevo verificare se davvero è così divertente. Così ho letto (dall'inglese) il primo libro della serie del Mondo Disco. Un mondo piuttosto particolare, a forma di disco come dice il nome, sostenuto da quattro (mi sembra) elefanti che a loro volta poggiano sul dorso di una tartaruga gigantesca che nuota nel cosmo. Con questo immagino che l'autore abbia voluto ridicolizzare le leggende sull'origine o sulla natura del mondo dei popoli primitivi, ma qui il tutto è inteso in maniera concreta e letterale, tanto che l'acqua degli oceani cade giù dal bordo.
Il Colore della Magia ci porta, avrei potuto scommetterlo, in una metropoli decadente, fetida e corrotta dal nome di Ankh Morpork, dove si presenta uno strano turista ricchissimo, Twoflower, che nella versione italiana diventa Duefiori. Questo ingenuo personaggio, che mostra subito di possedere troppi soldi e di non aver compreso la pericolosità del posto, si fa seguire da un baule di bagagli, dotato di piedi e molto pugnace quando necessario. Si incaricherà di far da guida a Twoflower il cinico Rincewind (Scuotivento), mago incompetente e poco coraggioso.
Il problema è che l'umorismo di questo libro spesso è del tipo britannico. Più arguzia e ironia che risate vere e proprie. Lo stesso ho verificato nella Guida Galattica per gli Autostoppisti, che ho amato di più molto probabilmente per aver letto i primi tre libri nella traduzione italiana, truce e sguaiata al punto giusto, e che m'è scesa di tono quando ho letto Addio, e Grazie per Tutto il Pesce in lingua originale.
Ad esempio, quando Rincewind osserva dei pesci che vivono vicino al bordo del disco nutrendosi di tutto ciò di commestibile che viene trascinato verso il bordo per cadere, si chiede come dev'essere vivere nuotando faticosamente per restare sempre nello stesso posto (ed evitare di cadere nel nulla), e conclude che la vita di quei pesci è molto simile ai suoi travagli personali. Arguta, simpatica osservazione, ma non mi fa ridere.
Comunque la lettura è stata ugualmente piacevole e deliziosa in alcuni punti. Continuo a pensare che il fantasy sia nato per essere un po' più solenne, e se fa ridere lo fa soprattutto in modo involontario, ma Pratchett è riuscito in un'impresa difficile.
Sul successo di pubblico non c'è alcun dubbio, quanto a me volevo verificare se davvero è così divertente. Così ho letto (dall'inglese) il primo libro della serie del Mondo Disco. Un mondo piuttosto particolare, a forma di disco come dice il nome, sostenuto da quattro (mi sembra) elefanti che a loro volta poggiano sul dorso di una tartaruga gigantesca che nuota nel cosmo. Con questo immagino che l'autore abbia voluto ridicolizzare le leggende sull'origine o sulla natura del mondo dei popoli primitivi, ma qui il tutto è inteso in maniera concreta e letterale, tanto che l'acqua degli oceani cade giù dal bordo.
Il Colore della Magia ci porta, avrei potuto scommetterlo, in una metropoli decadente, fetida e corrotta dal nome di Ankh Morpork, dove si presenta uno strano turista ricchissimo, Twoflower, che nella versione italiana diventa Duefiori. Questo ingenuo personaggio, che mostra subito di possedere troppi soldi e di non aver compreso la pericolosità del posto, si fa seguire da un baule di bagagli, dotato di piedi e molto pugnace quando necessario. Si incaricherà di far da guida a Twoflower il cinico Rincewind (Scuotivento), mago incompetente e poco coraggioso.
Il problema è che l'umorismo di questo libro spesso è del tipo britannico. Più arguzia e ironia che risate vere e proprie. Lo stesso ho verificato nella Guida Galattica per gli Autostoppisti, che ho amato di più molto probabilmente per aver letto i primi tre libri nella traduzione italiana, truce e sguaiata al punto giusto, e che m'è scesa di tono quando ho letto Addio, e Grazie per Tutto il Pesce in lingua originale.
Ad esempio, quando Rincewind osserva dei pesci che vivono vicino al bordo del disco nutrendosi di tutto ciò di commestibile che viene trascinato verso il bordo per cadere, si chiede come dev'essere vivere nuotando faticosamente per restare sempre nello stesso posto (ed evitare di cadere nel nulla), e conclude che la vita di quei pesci è molto simile ai suoi travagli personali. Arguta, simpatica osservazione, ma non mi fa ridere.
Comunque la lettura è stata ugualmente piacevole e deliziosa in alcuni punti. Continuo a pensare che il fantasy sia nato per essere un po' più solenne, e se fa ridere lo fa soprattutto in modo involontario, ma Pratchett è riuscito in un'impresa difficile.
domenica 16 ottobre 2011
I Tre Moschettieri
Qualsiasi film che si rifaccia al piacevole romanzo di Dumas difficilmente potrà sorprenderci con una trama insolita, anche se in questo caso ci sono delle deviazioni abbastanza robuste rispetto al libro. Si può però riproporre una vecchia simpatica storia con un formato moderno e accattivante, facendo l'occhiolino alla moda steampunk che ha tornato a furoreggiare, e prendendo qualche scena a prestito dai film d'azione ispirati ai videogame, con Milla Jojovich che, nei panni di Milady, si cimenta in acrobazie da action chick. Stile cinematografico che a me può non piacere gran che, ma volevo comunque verificare il risultato.
Ho cercato di vedere questo I Tre Moschettieri in 2D ma c'era un guasto (?) al primo giorno di programmazione, per cui ho dovuto rimandare di un paio di giorni e ripiegare sul 3D, di cui farei a meno; in ogni caso, stavolta, penso che la tridimensionalità abbia contribuito a far scena.
Assolutamente da non perdere le scene di combattimento tra i vascelli-dirigibili, gli scenari favolosi, i costumi rutilanti. I personaggi sono interpretati passabilmente, ma i tre moschettieri del titolo non hanno abbastanza spazio e scompaiono di fronte a D'Artagnan (Logan Lerman) e ai due principali antagonisti maschili: Buckingham (Orlando Bloom) e il perfido cardinale Richelieu (Christoph Waltz).
I volti femminili: oltre alla già citata Milla Jojovich, abbiamo l'inglese Juno Temple (nei panni della regina), mentre una giovane damigella d'onore (di cui s'invaghirà D'Artagnan) è interpretata da un'attrice (e modella) britannica dai nobili natali e dal nome impossibile: Gabriella Zanna Vanessa Anstruther-Gough-Calthorpe (per gli amici e per il pubblico, Gabriella Wilde).
Ha diretto il tutto Paul Anderson, regista da videoclip.
Direi che non c'è molto altro da aggiungere. Giudizio finale: ho qualche dubbio sulla trama (che presenta scorciatoie logiche), ma il film si fa gradevolmente vedere.
Ho cercato di vedere questo I Tre Moschettieri in 2D ma c'era un guasto (?) al primo giorno di programmazione, per cui ho dovuto rimandare di un paio di giorni e ripiegare sul 3D, di cui farei a meno; in ogni caso, stavolta, penso che la tridimensionalità abbia contribuito a far scena.
Assolutamente da non perdere le scene di combattimento tra i vascelli-dirigibili, gli scenari favolosi, i costumi rutilanti. I personaggi sono interpretati passabilmente, ma i tre moschettieri del titolo non hanno abbastanza spazio e scompaiono di fronte a D'Artagnan (Logan Lerman) e ai due principali antagonisti maschili: Buckingham (Orlando Bloom) e il perfido cardinale Richelieu (Christoph Waltz).
I volti femminili: oltre alla già citata Milla Jojovich, abbiamo l'inglese Juno Temple (nei panni della regina), mentre una giovane damigella d'onore (di cui s'invaghirà D'Artagnan) è interpretata da un'attrice (e modella) britannica dai nobili natali e dal nome impossibile: Gabriella Zanna Vanessa Anstruther-Gough-Calthorpe (per gli amici e per il pubblico, Gabriella Wilde).
Ha diretto il tutto Paul Anderson, regista da videoclip.
Direi che non c'è molto altro da aggiungere. Giudizio finale: ho qualche dubbio sulla trama (che presenta scorciatoie logiche), ma il film si fa gradevolmente vedere.
martedì 11 ottobre 2011
Perdite numerose ed eccellenti
Nel recente periodo sono venuti a mancare diversi personaggi importanti. Non mi metterò a fare un off topic su Steve Jobs (anche se un po' la voglia l'avrei), desidero invece ricordare che l'ambiente della fantascienza ha perso Vittorio Curtoni, direttore di Robot. Un nome importante, noto anche a me che, pur essendo appassionato di fantascienza, non ho mai seguito particolarmente quella italiana.
Mi ha colpito enormemente anche la scomparsa di Sergio Bonelli, che probabilmente sarà ricordato come l'ultimo grande impresario del fumetto italiano (giudizio pessimista il mio, forse?).
Nonostante abbia bazzicato prodotti più sofisticati, i fumetti popolari e semplici di Bonelli non li ho disprezzati, magari di alcuni (Zagor?) non ho proprio un ottimo ricordo, ma sono stato sempre appassionato (e incostante compratore) di Tex e Dylan Dog. Di Bonelli ho sentito spesso parlare con ammirazione ma anche con una punta di risentimento, per il suo professato pessimismo sul futuro di quest'arte che io amo ancora moltissimo. Devo dire che il suo atteggiamento era piuttosto realista, e che lui comunque ha saputo innovare, tentare esperimenti, affrontare questo lento declino.
Ammetto che quasi non sapevo cosa scrivere, in fondo non ho nulla di particolare da riferire su di lui, nulla che non sia stato detto in cento luoghi della rete e non. Dico solo che mi spiace di avere perso questo personaggio: era un pezzo di storia.
Mi ha colpito enormemente anche la scomparsa di Sergio Bonelli, che probabilmente sarà ricordato come l'ultimo grande impresario del fumetto italiano (giudizio pessimista il mio, forse?).
Nonostante abbia bazzicato prodotti più sofisticati, i fumetti popolari e semplici di Bonelli non li ho disprezzati, magari di alcuni (Zagor?) non ho proprio un ottimo ricordo, ma sono stato sempre appassionato (e incostante compratore) di Tex e Dylan Dog. Di Bonelli ho sentito spesso parlare con ammirazione ma anche con una punta di risentimento, per il suo professato pessimismo sul futuro di quest'arte che io amo ancora moltissimo. Devo dire che il suo atteggiamento era piuttosto realista, e che lui comunque ha saputo innovare, tentare esperimenti, affrontare questo lento declino.
Ammetto che quasi non sapevo cosa scrivere, in fondo non ho nulla di particolare da riferire su di lui, nulla che non sia stato detto in cento luoghi della rete e non. Dico solo che mi spiace di avere perso questo personaggio: era un pezzo di storia.
martedì 4 ottobre 2011
Scrivere Fantasy e arte della guerra
Argomento fonte di tante polemiche: gli scrittori di fantasy non sanno descrivere una battaglia, non sanno nulla di questioni militari e le descrizioni che scrivono sono ridicole.
Forte di letture pluriennali sull'argomento, provo a dire la mia sulla Vetrina di Mondi Immaginari. Spero che i due articoli sull'argomento (uno sulle questioni più "strategiche" e uno che esamina alcune battaglie storiche) siano graditi: nel caso, fatemelo sapere commentando su questo post.
Sempre sperando che gli spammer mi lascino in pace.
Forte di letture pluriennali sull'argomento, provo a dire la mia sulla Vetrina di Mondi Immaginari. Spero che i due articoli sull'argomento (uno sulle questioni più "strategiche" e uno che esamina alcune battaglie storiche) siano graditi: nel caso, fatemelo sapere commentando su questo post.
Sempre sperando che gli spammer mi lascino in pace.
domenica 25 settembre 2011
Fantasy & Hobby
Sono stato alla mostra mercato (la definirei così) Fantasy & Hobby ad Assago (nella foto, l'orrendo palazzone del Forum): la manifestazione chiude oggi per cui non faccio in tempo a dare indicazioni pratiche ai Milanesi (e al popolo fantasy dei dintorni), ma siccome l'esposizione si ripete a Genova e a Roma nei prossimi mesi, già che ci sono vi avverto che il settore fantasy, che immaginavo molto ben rappresentato tra miniature, pupazzetti, armi medievali in copia di tolla e figurini vari, è invece piuttosto poco presente, a dispetto del nome della manifestazione.
Non è che sia stata una visita con pochi spunti, però. Quello che abbonda è il materiale (e anche i corsi pratici da fare lì, sul posto) relativo al bricolage e all'artigianato del tipo più creativo e sfizioso. Tutto ciò che ha a che fare con tessuti, bigiotteria fai da te, cere modellabili, candele e saponette strane, colori e pennelli di ogni tipo, decorazioni, decoupage, presepi e stranezze varie. In molti casi devo dire che il materiale era così bello che cercavo il pretesto per comprare qualcosa, ma le mie abilità artigianali sono assai modeste (praticamente se tocco una cosa la rompo).
Me la sono cavata acquistando per una modica cifra la statuetta di una vecchia strega prodotta da La Terra di Mezzo di Iseo (www.magicopopolo.it). C'era anche una stupenda fatina alata, protesa in un bacio a occhi chiusi, ma costava un botto. La potete trovare (in foto e, credo, disponibile per acquisto online) sul loro sito.
Non è che sia stata una visita con pochi spunti, però. Quello che abbonda è il materiale (e anche i corsi pratici da fare lì, sul posto) relativo al bricolage e all'artigianato del tipo più creativo e sfizioso. Tutto ciò che ha a che fare con tessuti, bigiotteria fai da te, cere modellabili, candele e saponette strane, colori e pennelli di ogni tipo, decorazioni, decoupage, presepi e stranezze varie. In molti casi devo dire che il materiale era così bello che cercavo il pretesto per comprare qualcosa, ma le mie abilità artigianali sono assai modeste (praticamente se tocco una cosa la rompo).
Me la sono cavata acquistando per una modica cifra la statuetta di una vecchia strega prodotta da La Terra di Mezzo di Iseo (www.magicopopolo.it). C'era anche una stupenda fatina alata, protesa in un bacio a occhi chiusi, ma costava un botto. La potete trovare (in foto e, credo, disponibile per acquisto online) sul loro sito.
lunedì 19 settembre 2011
Tolkien. La Luce e l'Ombra
Una raccolta di saggi a cura (e traduzione dove necessario) di Giovanni Agnoloni, Tolkien. La Luce e L'Ombra analizza in verità diversi aspetti dello scrivere di questo grande autore, ed è per questo che è molto interessante. Una lettura che consiglio, anche se non mi pare che sia disponibile nelle librerie online (purtroppo), quindi non saprei cosa dire a chi vuole trovarlo.
Agnoloni fa un discorso filosofico che parla del percorso umano, a partire dalla contrapposizione di Luce e Ombra, tra desideri, impulsi, conoscenza e realizzazione della verità, fino alla spiritualità e alla fede nel divino. Ho letto con interesse ma pur riconoscendo che in Tolkien c'è anche questo, non è l'aspetto che mi interessa di più dell'autore, né dal punto di vista dell'intrattenimento (quando leggo qualcosa di Tolkien come un romanzo fantasy "qualsiasi") né dal punto di vista dei contenuti, che a mio parere possono essere fruiti anche al di fuori di un discorso religioso in senso stretto (pur ammettendo che esso esiste, ovviamente). D'altra parte Tolkien stesso ha evitato qualsiasi contatto diretto del divino con la sua opera. Se ben ricordo le sue parole, ha creato una "religione naturale" che è evidentemente cristiana ma, forse anche per rispetto, ne ha tenuto fuori qualsiasi riferimento esplicito. E ha fatto bene, perché non penso che la gerarchia cattolica avrebbe apprezzato, nonostante le buone intenzioni.
Colin Duriez, scrittore inglese, parla del rapporto tra bene e male. La visione del male sarebbe agostiniana, in Tolkien: ovvero il male non avrebbe una ragion d'essere di per sé, ma esiste solo come cattivo uso del libero arbitrio (questa, molto abbreviata, la concezione di Sant'Agostino del male come assenza di bene). Fa anche un parallelo con Voldemort, il cattivo di Harry Potter; non posso commentare perché i libri del maghetto non li ho letti. Ci tengo a precisare una cosa: che quando parlo del manicheismo nel fantasy, ovvero della netta contrapposizione buoni-cattivi in personaggi archetipali tagliati con l'accetta, non sto a fare distinzioni così sofisticate. Pertanto, se anche Duriez avesse tutte le ragioni, per me l'opera di Tolkien resta a tutti gli effetti pratici il classico fantasy manicheo. Ma non intendo fare discorsi tagliati con l'accetta a mia volta: libri in cui predomina la fiaba, il manicheismo, l'uso degli archetipi (Gandalf Vecchio Saggio, Aragorn Cavaliere Senza Macchia ecc...) anche se non sono il mio modello di fantasy possono senz'altro essere belli, così come reputo Il Signore degli Anelli un libro bellissimo. Peccato che Tolkien, che di suo ha scritto dei bei libri, abbia dato il via a degli imitatori (finti imitatori, perché ne prendono solo gli aspetti più esteriori) che hanno dato al fantasy quell'impronta di scontro buoni contro cattivi che tocca la maggioranza delle uscite moderne.
John Garth (scrittore e giornalista) ha parlato delle scene di guerra e della precisa corrispondenza di certe visioni (ad esempio i cadaveri nella Paludi Morte) con le atrocità della Prima Guerra Mondiale che Tolkien vide con i suoi occhi: tanto per non dimenticare che Tolkien non è sempre stato in università a fare il dotto professore, ma se l'è giocata nelle trincee come i suoi contemporanei, sebbene forse non troppo volentieri.
Gino Scatasta (professore universitario e traduttore dall'inglese) espone una tesi che reputo molto azzeccata. Non espongo tutto il ragionamento e la prospettiva, ma solo la conclusione, peraltro abbastanza chiara: Tolkien con tutto il suo conservatorismo è comunque figlio del suo tempo e moderno a tutti gli effetti, e la contrapposizione Luce-Ombra (Bene e Male) in lui è vista con il filtro del '900 (il "Secolo delle Idee Assassine," aggiungo io) e ne risulta una lotta dove il male va completamente eliminato dentro e fuori di sé, e con l'avversario non può esserci nessun compromesso. Personalmente ritengo questo un aspetto sgradevole di quel manicheismo tanto imperante nel fantasy.
Michael Drout (studioso di letteratura medievale) parla del senso di perdita con un riferimento alla sua esperienza personale: quando da bambino lesse il Silmarillion in un periodo molto triste per lui e la famiglia. Il Silmarillion è l'opera in cui Tolkien lascia da parte o minimizza i suoi discorsi sul lieto fine (concetto su cui dovrò tornare) per mostrare una serie di lutti e distruzioni senza rimedio. Esprime la consapevolezza che tutti gli uomini, e tutte le loro opere, presto o tardi, dovranno morire. Nel saggio di Drout esaminiamo come l'arte possa dare una bellezza anche al dolore, alla nostalgia e al senso di perdita. Questa è la trattazione che ho preferito nella raccolta.
Colin Duriez, scrittore inglese, parla del rapporto tra bene e male. La visione del male sarebbe agostiniana, in Tolkien: ovvero il male non avrebbe una ragion d'essere di per sé, ma esiste solo come cattivo uso del libero arbitrio (questa, molto abbreviata, la concezione di Sant'Agostino del male come assenza di bene). Fa anche un parallelo con Voldemort, il cattivo di Harry Potter; non posso commentare perché i libri del maghetto non li ho letti. Ci tengo a precisare una cosa: che quando parlo del manicheismo nel fantasy, ovvero della netta contrapposizione buoni-cattivi in personaggi archetipali tagliati con l'accetta, non sto a fare distinzioni così sofisticate. Pertanto, se anche Duriez avesse tutte le ragioni, per me l'opera di Tolkien resta a tutti gli effetti pratici il classico fantasy manicheo. Ma non intendo fare discorsi tagliati con l'accetta a mia volta: libri in cui predomina la fiaba, il manicheismo, l'uso degli archetipi (Gandalf Vecchio Saggio, Aragorn Cavaliere Senza Macchia ecc...) anche se non sono il mio modello di fantasy possono senz'altro essere belli, così come reputo Il Signore degli Anelli un libro bellissimo. Peccato che Tolkien, che di suo ha scritto dei bei libri, abbia dato il via a degli imitatori (finti imitatori, perché ne prendono solo gli aspetti più esteriori) che hanno dato al fantasy quell'impronta di scontro buoni contro cattivi che tocca la maggioranza delle uscite moderne.
John Garth (scrittore e giornalista) ha parlato delle scene di guerra e della precisa corrispondenza di certe visioni (ad esempio i cadaveri nella Paludi Morte) con le atrocità della Prima Guerra Mondiale che Tolkien vide con i suoi occhi: tanto per non dimenticare che Tolkien non è sempre stato in università a fare il dotto professore, ma se l'è giocata nelle trincee come i suoi contemporanei, sebbene forse non troppo volentieri.
Gino Scatasta (professore universitario e traduttore dall'inglese) espone una tesi che reputo molto azzeccata. Non espongo tutto il ragionamento e la prospettiva, ma solo la conclusione, peraltro abbastanza chiara: Tolkien con tutto il suo conservatorismo è comunque figlio del suo tempo e moderno a tutti gli effetti, e la contrapposizione Luce-Ombra (Bene e Male) in lui è vista con il filtro del '900 (il "Secolo delle Idee Assassine," aggiungo io) e ne risulta una lotta dove il male va completamente eliminato dentro e fuori di sé, e con l'avversario non può esserci nessun compromesso. Personalmente ritengo questo un aspetto sgradevole di quel manicheismo tanto imperante nel fantasy.
Michael Drout (studioso di letteratura medievale) parla del senso di perdita con un riferimento alla sua esperienza personale: quando da bambino lesse il Silmarillion in un periodo molto triste per lui e la famiglia. Il Silmarillion è l'opera in cui Tolkien lascia da parte o minimizza i suoi discorsi sul lieto fine (concetto su cui dovrò tornare) per mostrare una serie di lutti e distruzioni senza rimedio. Esprime la consapevolezza che tutti gli uomini, e tutte le loro opere, presto o tardi, dovranno morire. Nel saggio di Drout esaminiamo come l'arte possa dare una bellezza anche al dolore, alla nostalgia e al senso di perdita. Questa è la trattazione che ho preferito nella raccolta.
sabato 17 settembre 2011
Civilization, speriamo nella prossima puntata
Ho seguito TUTTE le edizioni di Civilization (videogame del glorioso Sid Meier) tranne Civilization Revolution che era pensato principalmente per le console. Purtroppo il quinto Civilization l'ho lasciato lì perché si impallava spesso e mi piaceva assai poco. Ogni tanto studio per vedere se c'è qualche patch, qualche novità per rimettere le cose un po' a posto.
Nulla di buono. L'unica cosa che ho trovato stavolta è questo articolo che spiega (in inglese) quello che NON va con Civ V.
Che ci posso fare? Aspetterò il VI...
Nulla di buono. L'unica cosa che ho trovato stavolta è questo articolo che spiega (in inglese) quello che NON va con Civ V.
Che ci posso fare? Aspetterò il VI...
domenica 11 settembre 2011
Skyline
L'inizio di questo Skyline mi ha messo a dura prova. Diciamolo: un gruppo di cretini che fanno i festaioli, come modo di presentare i protagonisti, può generare qualche scena che dà sui nervi. Ad ogni modo, c'è questo gruppo di tizi con fidanzate più o meno incinte, amanti ecc... che dopo la notte brava si risveglia una mattina in un appartamento di lusso in quel di Los Angeles, in un grattacielo residenziale (a quanto pare sarebbe il posto in cui abita Greg Strause, che col fratello Colin firma la regia del film). Una luce blu accecante proveniente dall'esterno, luce che ipnotizza e lascia segni sulla pelle, e li spaventa. Presto vedono che sono arrivati gli alieni e stanno prendendo il controllo della città, uccidendo e portando via le persone. I nostri cercano di organizzarsi, litigano fra loro, discutono se lasciare il palazzo e tentare di arrivare al porto... senza fare troppe anticipazioni, c'è molto spettacolo compreso l'arrivo della cavalleria (per modo di dire).
Il film si è accavallato con Battle: Los Angeles per la tematica praticamente identica e le date di uscita molto vicine, tanto per dire quanto sia originale la tematica degli alieni cattivi che invadono gli USA (e/o il mondo). Ha anche avuto un'accoglienza fredda sia dal pubblico che dalla critica, fredda come la luce blu di questi extraterrestri nel paesaggio di vetro, acciaio e cemento della zona in cui si svolge la storia. Devo dire che gli alieni, per fattezze, movimenti e sensazione di... alienità, sono fatti molto bene, e questo è particolarmente lodevole visto che il budget del film è relativamente basso, fatto che ha permesso a Skyline di essere un piccolo successo economico nonostante l'incasso, in termini USA, non sia stato propriamente eccelso. Forse sarebbe stato meglio spendere del denaro in più per ingaggiare qualche attore valido, perché in un film ricco di tensione e dialoghi l'interpretazione senza infamia e senza lode di un gruppo di sconosciuti è un serio limite. Anche sulla qualità dei dialoghi e sulla scarsa caratterizzazione dei personaggi ci sarebbe da dire.
[Da qui in poi, anticipazioni sulla trama]. Tuttavia non mi viene da liquidare Skyline come la solita vaccata. Ci sono i soliti punti criticabili (se una razza aliena è riuscita a viaggiare nello spazio, dovrebbe far fuori qualsiasi opposizione senza colpo ferire e senza subire grossi danni a propria volta: ma in questo film come negli altri del genere l'esercito a stelle e strisce picchia di brutto) ma è interessante il fatto che qui vediamo tutto dal punto di vista di un gruppo di persone normali, che messe tutte insieme dispongono di una pistola come unica arma, e si ritrovano assediate in casa senza altre informazioni che quello che si vede dalla finestra o dal tetto, senza notiziari o contatto telefonico, e dopo un po' senza luce e acqua corrente.
Questo ovviamente fa sì che si venga a scoprire proprio poco sulla natura degli alieni, ma dà un tocco di verosimiglianza alla storia, assieme al fatto che non c'è alcun grande eroe nel gruppo e i personaggi, anche quelli che vengono stabiliti come evidenti protagonisti all'inizio del film, muoiono a uno a uno. L'umanità viene sconfitta (non solo a Los Angeles: ci sono scorci di altre città invase) e l'unica speranza è quella di una ragazza incinta che vede il fidanzato, trasformato in alieno, mantenere la propria identità e ribellarsi agli altri alieni per difenderla. Non c'è da gridare al capolavoro ma, nel piattume dei film di questo tipo, almeno Skyline dà una rimescolata alle carte. Comunque leggendo qualche critica in giro sembra che il punto di vista limitato "da poveri cristi" coinvolti in un gran casino sia molto dispiaciuto ad alcuni commentatori; io dico che il cinema può essere anche questo, sebbene in un film di fantascienza con i soliti alieni messi lì tanto per fare potrebbe magari sembrare una scusa per non dare un sacco di spiegazioni.
Il film si è accavallato con Battle: Los Angeles per la tematica praticamente identica e le date di uscita molto vicine, tanto per dire quanto sia originale la tematica degli alieni cattivi che invadono gli USA (e/o il mondo). Ha anche avuto un'accoglienza fredda sia dal pubblico che dalla critica, fredda come la luce blu di questi extraterrestri nel paesaggio di vetro, acciaio e cemento della zona in cui si svolge la storia. Devo dire che gli alieni, per fattezze, movimenti e sensazione di... alienità, sono fatti molto bene, e questo è particolarmente lodevole visto che il budget del film è relativamente basso, fatto che ha permesso a Skyline di essere un piccolo successo economico nonostante l'incasso, in termini USA, non sia stato propriamente eccelso. Forse sarebbe stato meglio spendere del denaro in più per ingaggiare qualche attore valido, perché in un film ricco di tensione e dialoghi l'interpretazione senza infamia e senza lode di un gruppo di sconosciuti è un serio limite. Anche sulla qualità dei dialoghi e sulla scarsa caratterizzazione dei personaggi ci sarebbe da dire.
[Da qui in poi, anticipazioni sulla trama]. Tuttavia non mi viene da liquidare Skyline come la solita vaccata. Ci sono i soliti punti criticabili (se una razza aliena è riuscita a viaggiare nello spazio, dovrebbe far fuori qualsiasi opposizione senza colpo ferire e senza subire grossi danni a propria volta: ma in questo film come negli altri del genere l'esercito a stelle e strisce picchia di brutto) ma è interessante il fatto che qui vediamo tutto dal punto di vista di un gruppo di persone normali, che messe tutte insieme dispongono di una pistola come unica arma, e si ritrovano assediate in casa senza altre informazioni che quello che si vede dalla finestra o dal tetto, senza notiziari o contatto telefonico, e dopo un po' senza luce e acqua corrente.
Questo ovviamente fa sì che si venga a scoprire proprio poco sulla natura degli alieni, ma dà un tocco di verosimiglianza alla storia, assieme al fatto che non c'è alcun grande eroe nel gruppo e i personaggi, anche quelli che vengono stabiliti come evidenti protagonisti all'inizio del film, muoiono a uno a uno. L'umanità viene sconfitta (non solo a Los Angeles: ci sono scorci di altre città invase) e l'unica speranza è quella di una ragazza incinta che vede il fidanzato, trasformato in alieno, mantenere la propria identità e ribellarsi agli altri alieni per difenderla. Non c'è da gridare al capolavoro ma, nel piattume dei film di questo tipo, almeno Skyline dà una rimescolata alle carte. Comunque leggendo qualche critica in giro sembra che il punto di vista limitato "da poveri cristi" coinvolti in un gran casino sia molto dispiaciuto ad alcuni commentatori; io dico che il cinema può essere anche questo, sebbene in un film di fantascienza con i soliti alieni messi lì tanto per fare potrebbe magari sembrare una scusa per non dare un sacco di spiegazioni.
sabato 10 settembre 2011
Un Galactica porno?
Sembra che abbiano realizzato un film di fantascienza porno, Horizon. Non è la prima volta (personalmente avevo visto Flesh Gordon, parecchio tempo fa) ma qui non sembra una satira, ci sono effetti speciali sia pure un po' modesti e gli attori cercano veramente di recitare; la trama per certi versi ricalca la situazione di fuga disperata di Battlestar Galactica, dopo la "classica" invasione aliena. Nel trailer comunque non ci sono scene piccanti. Sarà mica una bufala per fare pubblicità?
La Psicostoria di Asimov sta arrivando
Ebbene sì, c'è chi dice che i supercomputer stanno ottenendo tali successi da poter prevedere gli eventi, come nella psicostoria, la scienza immaginata da Asimov nella serie della Fondazione.
Per chi non avesse letto il libro, c'era questa grande mente scientifica, Hari Seldon, che aveva trovato un sistema per prevedere gli avvenimenti mescolando elaborazioni matematiche e statistiche a concetti di psicologia, sociologia e storia. Certe previsioni di Seldon erano, se ricordo bene, di assoluta precisione e secondo me poco credibili.
Oggi comunque si sta cercando di realizzare la psicostoria.
Secondo l'articolo (in inglese) dando informazioni a un computer dalla grande potenza di calcolo si è arrivati a prevedere la rivolta libica e a determinare approssimativamente dove fosse nascosto Bin Laden, anche se solo una volta (tra varie risposte) era stata nominata la località di Abbottabad.
Personalmente credo che saranno necessarie parecchie conferme prima che io ci creda.
Per chi non avesse letto il libro, c'era questa grande mente scientifica, Hari Seldon, che aveva trovato un sistema per prevedere gli avvenimenti mescolando elaborazioni matematiche e statistiche a concetti di psicologia, sociologia e storia. Certe previsioni di Seldon erano, se ricordo bene, di assoluta precisione e secondo me poco credibili.
Oggi comunque si sta cercando di realizzare la psicostoria.
Secondo l'articolo (in inglese) dando informazioni a un computer dalla grande potenza di calcolo si è arrivati a prevedere la rivolta libica e a determinare approssimativamente dove fosse nascosto Bin Laden, anche se solo una volta (tra varie risposte) era stata nominata la località di Abbottabad.
Personalmente credo che saranno necessarie parecchie conferme prima che io ci creda.
martedì 6 settembre 2011
Nirvana
Questo è uno dei film dove mi trovo ad esprimere un gradimento diametralmente opposto a quello della maggior parte delle opinioni che sento o leggo in giro. Di solito questa sensazione ce l'ho verso certe vaccate da popcorn o realizzazioni che io trovo semplicistiche o sceme mentre sono amate da tutti, ma nel caso di Nirvana si tratta di un film che molti hanno criticato, che non ha avuto successo commerciale, e su cui gli appassionati di fantascienza sono divisi, ma che io amo molto pur sapendo poco o niente del regista (Salvatores). Degli altri suoi film ho visto solo un pezzo di Mediterraneo, senza apprezzarlo particolarmente.
Cominciamo a dire che una delle premesse su cui si basa il film purtroppo è incredibilmente debole, cosa che i registi frequentemente si auto-perdonano senza però domandarsi se il pubblico sia altrettanto disposto a perdonar loro. Sto parlando del personaggio del videogame (interpretato da un grandissimo Abatantuomo) ideato dal protagonista Jimi Dini (Christopher Lambert). Prende vita per via di un virus e gliene succedono di tutti i colori. Mentre è su dischetto. Ok, vabbè. Facciamo finta che sia installato su un server e che Salvatores si sia sforzato di più (anziché prenderci in giro), se no basterebbe questa per non vedere il film.
[Da qui in avanti si va pesantemente ad anticipare la trama] Jimi e Solo (il protagonista del videogame) si trovano in una situazione per certi aspetti speculare. Solo è intrappolato in una realtà che ha capito essere fasulla, esplora continuamente nuovi modi di morire, rinasce ogni volta ripartendo dal "primo livello" senza riuscire a fare almeno comprendere a Maria, la prostituta che incontra all'inizio della sua "ambientazione" (Amanda Sandrelli, dotata di vestitino che cambia colore continuamente) che quella in cui si trovano è una realtà virtuale. Jimi procede nel suo lavoro senza convinzione: è terribilmente depresso da quando l'amata Lisa (Emanuelle Seigner) lo ha lasciato. Quando Solo lo contatta e lo prega di cancellarlo dal gioco, Jimi vorrebbe accontentare questo essere che nemmeno esiste realmente, ma per riuscirvi deve penetrare la banca dati della potentissima corporazione che produce il programma, la Okosama Star. Nella volontà di comprendere l'abbandono di Lisa e venire a patti con la sua scomparsa, accetta la pericolosissima avventura, anche perché la ragazza era sparita proprio nella stessa zona dove lui può trovare gli hacker in grado di aiutarlo.
Il destino comune di Solo e Jimi è quindi il Nirvana del titolo: pace ma anche annientamento, nel contesto buddista, perché per Jimi si tratta di un viaggio che conclude il senso del suo vivere. Arriverà a contatto con due personaggi ai confini della legge: Joystick (Sergio Rubini), spassoso hacker capellone dalla parlata meridionale e dagli occhi sostituiti con telecamere (se li è venduti), e Naima (Stefania Rocca) potentissima nell'uso di qualsiasi strumento tecnologico e dotata delle entrature giuste, e di un collegamento sulla fronte (una specie di... presa micro USB).
La ricerca del modo per attaccare la potente corporazione procede fra scene di caos, paesaggi urbani orientaleggianti o misteriosi, sparatorie. Il tutto inframmezzato dai ricordi ossessivi di Lisa nella mente di Jimi, e dalle ripetute morti di Solo imprigionato nel videogame. La "cavalcata nella rete," stile cyberpunk alla Gibson, può essere cliché, e criticabile da un punto di vista tecnologico: oggi la rete è una cosa vera e ha lasciato il cyberpunk indietro di anni luce. Tuttavia è estremamente suggestiva.
Il tema del Nirvana porta Jimi, fondamentalmente, a lasciarsi ammazzare dalle guardie alla fine del film, dopo che Solo è cancellato e Naima e Joystick hanno fatto fuori i soldi sporchi della Okosama Star. Si lascia andare perché ha distrutto la sua vita e la sua carriera con l'atto di ribellione ma è in pace con sé stesso, ha capito le sofferenze e le insoddisfazioni di Lisa, ha saputo che lei dopo la fuga ha incontrato il proprio Nirvana ed è morta. Un tema profondo e potente, difficile farlo entrare in mezzo a tutte le trame parallele del film (anche se riverbera dappertutto); obiettivamente Nirvana non è del tutto efficace nel raggiungere l'ambizioso obiettivo, anzi è stato anche accusato di pretenziosità. Resta comunque molto coinvolgente.
Vero che in questo film non tutto fila liscio, compresa la presenza di troppi elementi presi di peso da altri film simili e qualche ruolo minore recitato male, ma il discorso filosofico è suggestivo pure in mezzo a molti elementi autoironici, ed è quello che rende Nirvana originale. A mio parere questo film, tra quelli del genere, se la vede alla pari con Strange Days, ed è superiore a diversi altri come Johnny Mnemonic, Paycheck o anche Matrix, che secondo me ha tratto qualche ispirazione proprio da qui.
Purtroppo Nirvana, unico film italiano di fantascienza di buon livello da... forse da sempre? è piaciuto abbastanza al pubblico di casa nostra ma non ha sfondato altrove.
Cominciamo a dire che una delle premesse su cui si basa il film purtroppo è incredibilmente debole, cosa che i registi frequentemente si auto-perdonano senza però domandarsi se il pubblico sia altrettanto disposto a perdonar loro. Sto parlando del personaggio del videogame (interpretato da un grandissimo Abatantuomo) ideato dal protagonista Jimi Dini (Christopher Lambert). Prende vita per via di un virus e gliene succedono di tutti i colori. Mentre è su dischetto. Ok, vabbè. Facciamo finta che sia installato su un server e che Salvatores si sia sforzato di più (anziché prenderci in giro), se no basterebbe questa per non vedere il film.
[Da qui in avanti si va pesantemente ad anticipare la trama] Jimi e Solo (il protagonista del videogame) si trovano in una situazione per certi aspetti speculare. Solo è intrappolato in una realtà che ha capito essere fasulla, esplora continuamente nuovi modi di morire, rinasce ogni volta ripartendo dal "primo livello" senza riuscire a fare almeno comprendere a Maria, la prostituta che incontra all'inizio della sua "ambientazione" (Amanda Sandrelli, dotata di vestitino che cambia colore continuamente) che quella in cui si trovano è una realtà virtuale. Jimi procede nel suo lavoro senza convinzione: è terribilmente depresso da quando l'amata Lisa (Emanuelle Seigner) lo ha lasciato. Quando Solo lo contatta e lo prega di cancellarlo dal gioco, Jimi vorrebbe accontentare questo essere che nemmeno esiste realmente, ma per riuscirvi deve penetrare la banca dati della potentissima corporazione che produce il programma, la Okosama Star. Nella volontà di comprendere l'abbandono di Lisa e venire a patti con la sua scomparsa, accetta la pericolosissima avventura, anche perché la ragazza era sparita proprio nella stessa zona dove lui può trovare gli hacker in grado di aiutarlo.
Il destino comune di Solo e Jimi è quindi il Nirvana del titolo: pace ma anche annientamento, nel contesto buddista, perché per Jimi si tratta di un viaggio che conclude il senso del suo vivere. Arriverà a contatto con due personaggi ai confini della legge: Joystick (Sergio Rubini), spassoso hacker capellone dalla parlata meridionale e dagli occhi sostituiti con telecamere (se li è venduti), e Naima (Stefania Rocca) potentissima nell'uso di qualsiasi strumento tecnologico e dotata delle entrature giuste, e di un collegamento sulla fronte (una specie di... presa micro USB).
La ricerca del modo per attaccare la potente corporazione procede fra scene di caos, paesaggi urbani orientaleggianti o misteriosi, sparatorie. Il tutto inframmezzato dai ricordi ossessivi di Lisa nella mente di Jimi, e dalle ripetute morti di Solo imprigionato nel videogame. La "cavalcata nella rete," stile cyberpunk alla Gibson, può essere cliché, e criticabile da un punto di vista tecnologico: oggi la rete è una cosa vera e ha lasciato il cyberpunk indietro di anni luce. Tuttavia è estremamente suggestiva.
Il tema del Nirvana porta Jimi, fondamentalmente, a lasciarsi ammazzare dalle guardie alla fine del film, dopo che Solo è cancellato e Naima e Joystick hanno fatto fuori i soldi sporchi della Okosama Star. Si lascia andare perché ha distrutto la sua vita e la sua carriera con l'atto di ribellione ma è in pace con sé stesso, ha capito le sofferenze e le insoddisfazioni di Lisa, ha saputo che lei dopo la fuga ha incontrato il proprio Nirvana ed è morta. Un tema profondo e potente, difficile farlo entrare in mezzo a tutte le trame parallele del film (anche se riverbera dappertutto); obiettivamente Nirvana non è del tutto efficace nel raggiungere l'ambizioso obiettivo, anzi è stato anche accusato di pretenziosità. Resta comunque molto coinvolgente.
Vero che in questo film non tutto fila liscio, compresa la presenza di troppi elementi presi di peso da altri film simili e qualche ruolo minore recitato male, ma il discorso filosofico è suggestivo pure in mezzo a molti elementi autoironici, ed è quello che rende Nirvana originale. A mio parere questo film, tra quelli del genere, se la vede alla pari con Strange Days, ed è superiore a diversi altri come Johnny Mnemonic, Paycheck o anche Matrix, che secondo me ha tratto qualche ispirazione proprio da qui.
Purtroppo Nirvana, unico film italiano di fantascienza di buon livello da... forse da sempre? è piaciuto abbastanza al pubblico di casa nostra ma non ha sfondato altrove.
mercoledì 31 agosto 2011
Non Lasciarmi
Eccoci di nuovo al tema pericolosissimo della predazione di organi incrociato con la fantascienza. Pericolosissimo non perché vi sia il presagio che queste cose si verifichino: sono già realtà, c'è poco da presagire. Ma perché spesso è stato sviluppato male e in maniera banale, portando a flop di portata mostruosa (vedi The Island).
Non Lasciarmi, tratto dall'omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, ha un piglio originale rinunciando a qualsiasi pretesa di spettacolarità, quindi si tenga ben lontano chi lo avesse immaginato come una sorta di film di fantascienza ricco di effetti speciali. E comunque fantascienza non è, se vogliamo essere precisi: si tratta piuttosto di una ucronia dove l'ipotesi è che attorno agli anni '50 l'ingegneria genetica e la tecnica dei trapianti abbiano raggiunto uno sviluppo tale da permettere l'allevamento di cloni a scopo di fornire organi. Tali cloni, in una premessa difficile da digerire ma necessaria per lo svolgimento della storia, non sono considerati come delle vere persone ma come esseri senz'anima, di cui non è necessario preoccuparsi, proprio in quanto cloni. Non so se il libro cercasse di mantenere una suspence riguardo al destino dei "donatori," il film mette le cose in chiaro fin dall'inizio.
La storia parte da una specie di collegio dove i donatori vengono educati, e segue il percorso di tre ragazzini, la narratrice Kathy H, Ruth e Tommy. La scuola è piuttosto severa, i donatori non possono mai uscire, e non sanno niente del mondo; inoltre vengono sottoposti a esami e scoraggiati dal fumare o dal rovinare in alcun modo i loro preziosi corpi. La realtà si viene comunque a sapere, ma i donatori non si ribellano: crescono, vanno a vivere in dei cottage di campagna, si innamorano, conoscono anche un poco il mondo esterno. Ma attendono come bestiame al macello il momento di cominciare le donazioni.
Una due, forse si arriva fino a quattro, poi si "completa," si muore sul tavolo operatorio. I ragazzi cercano nelle persone che vedono in giro il loro "originale," ovvero la persona da cui sono stati clonati, vivono le loro gelosie e i loro affetti, e si illudono che almeno qualcuno di loro possa ottenere dei rinvii, raccontandosi delle pazze dicerie. Lo sperano perché nella scuola la loro creatività è stata sviluppata e una misteriosa madame ogni tanto prendeva i loro disegni per una sua galleria; pertanto ci deve essere qualche considerazione umana nei loro riguardi. Non anticipo se la questione verrà risolta.
Le mie considerazioni innanzitutto partono dalla coerenza della trama. Ci sono ovviamente delle premesse che non sono accettabili e secondo me rovinano il film in maniera non indifferente (cosa pensano i religiosi della questione dei cloni? come è arrivata la società ad accettare tutto questo?) anche se, a questo punto direi per fortuna, la storia procede senza cercare di dare spiegazioni impossibili.
Vi sono anche delle illogicità minori che ingrippano un po' la trama: c'è un accenno alla possibilità che i donatori siano clonati da barboni e prostitute, ma se invece ammettiamo che siano al servizio di una persona specifica, non si capisce perché Kathy H diventi "badante" ovvero assistente degli altri, e la sua donazione venga rinviata di diversi anni. Non dovrebbe essere disponibile quando necessario?
Anche il fatto che gli assistenti siano selezionati tra i donatori stessi mi pare piuttosto improbabile, e fra l'altro non si vede una lotta tra i ragazzi per diventare assistenti e vivere qualche anno in più, ma è un artificio probabilmente inevitabile, serve a separare la sorte di Kathy dagli altri due e a farla diventare la cronista di quello che succede.
Della credibilità come persone di questi miti vitelli portati al macello dubitavo molto, pensavo che il tutto fosse solo un pretesto non plausibile per raccontare delle storie strappalacrime. Dopo aver visto il film posso dire che la premessa è irrazionale, ma se la accettiamo la situazione non è irrealistica come si potrebbe pensare. Giovani senza esperienza indottirnati al sacrificio, che non potrebbero trovare un posto nel mondo moderno (sono privi di identità, il loro cognome è una sola lettera, sicuramente non hanno documenti, ecc...). Trattati gentilmente purché vadano al loro destino, in fondo non possono che rassegnarsi. Sotto certi aspetti mi hanno ricordato i soldati dei corpi di attacco speciale giapponese della seconda Guerra Mondiale (kamikaze e simili), gente che spesso era molto meno convinta di quello che si crede comunemente.
Sarebbe più credibile comunque se qualche donatore andasse ogni tanto fuori di testa, o rovinasse (con alcool o droga) il prezioso corpo destinato alla vita di un altro. L'unica scena di ribellione al sistema non ha come protagonista uno dei donatori, ma vi lascio il piacere, eventualmente, di trovarla nel film.
A parte queste perplessità Non Lasciarmi riesce a creare una situazione di normalità pazzesca che mi ha colpito.
Il rapporto tra Ruth, Kathy e Tommy è importante ai fini della storia e delle atmosfere, ma non faccio anticipazioni. La recitazione a mio parere è buona, soprattutto da parte dell'attrice (a me ignota) Carey Mulligan nella parte di Kathy; da menzionare in seconda battuta Keira Knightley, che ricordo da King Arthur e dai vari Pirati dei Caraibi, e Andrew Garfield, che dovrebbe essere il prossimo Uomo Ragno. La celeberrima Charlotte Rampling interpreta la preside della scuola. Quanto alla regia (di Mark Romanek), avendo parecchi temi da trattare tiene un passo narrativo talvolta affrettato, mentre per alcune scene intimiste si prende tutto il tempo necessario, forse anche qualcosina di più.
Lo stile riservato e "inglese" di questi poveri ragazzi destinati al macello può sembrare freddo, io credo tuttavia che le sensazioni arrivino. Film depressivo, dolcemente malinconico, disperato.
Non Lasciarmi, tratto dall'omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, ha un piglio originale rinunciando a qualsiasi pretesa di spettacolarità, quindi si tenga ben lontano chi lo avesse immaginato come una sorta di film di fantascienza ricco di effetti speciali. E comunque fantascienza non è, se vogliamo essere precisi: si tratta piuttosto di una ucronia dove l'ipotesi è che attorno agli anni '50 l'ingegneria genetica e la tecnica dei trapianti abbiano raggiunto uno sviluppo tale da permettere l'allevamento di cloni a scopo di fornire organi. Tali cloni, in una premessa difficile da digerire ma necessaria per lo svolgimento della storia, non sono considerati come delle vere persone ma come esseri senz'anima, di cui non è necessario preoccuparsi, proprio in quanto cloni. Non so se il libro cercasse di mantenere una suspence riguardo al destino dei "donatori," il film mette le cose in chiaro fin dall'inizio.
La storia parte da una specie di collegio dove i donatori vengono educati, e segue il percorso di tre ragazzini, la narratrice Kathy H, Ruth e Tommy. La scuola è piuttosto severa, i donatori non possono mai uscire, e non sanno niente del mondo; inoltre vengono sottoposti a esami e scoraggiati dal fumare o dal rovinare in alcun modo i loro preziosi corpi. La realtà si viene comunque a sapere, ma i donatori non si ribellano: crescono, vanno a vivere in dei cottage di campagna, si innamorano, conoscono anche un poco il mondo esterno. Ma attendono come bestiame al macello il momento di cominciare le donazioni.
Una due, forse si arriva fino a quattro, poi si "completa," si muore sul tavolo operatorio. I ragazzi cercano nelle persone che vedono in giro il loro "originale," ovvero la persona da cui sono stati clonati, vivono le loro gelosie e i loro affetti, e si illudono che almeno qualcuno di loro possa ottenere dei rinvii, raccontandosi delle pazze dicerie. Lo sperano perché nella scuola la loro creatività è stata sviluppata e una misteriosa madame ogni tanto prendeva i loro disegni per una sua galleria; pertanto ci deve essere qualche considerazione umana nei loro riguardi. Non anticipo se la questione verrà risolta.
Le mie considerazioni innanzitutto partono dalla coerenza della trama. Ci sono ovviamente delle premesse che non sono accettabili e secondo me rovinano il film in maniera non indifferente (cosa pensano i religiosi della questione dei cloni? come è arrivata la società ad accettare tutto questo?) anche se, a questo punto direi per fortuna, la storia procede senza cercare di dare spiegazioni impossibili.
Vi sono anche delle illogicità minori che ingrippano un po' la trama: c'è un accenno alla possibilità che i donatori siano clonati da barboni e prostitute, ma se invece ammettiamo che siano al servizio di una persona specifica, non si capisce perché Kathy H diventi "badante" ovvero assistente degli altri, e la sua donazione venga rinviata di diversi anni. Non dovrebbe essere disponibile quando necessario?
Anche il fatto che gli assistenti siano selezionati tra i donatori stessi mi pare piuttosto improbabile, e fra l'altro non si vede una lotta tra i ragazzi per diventare assistenti e vivere qualche anno in più, ma è un artificio probabilmente inevitabile, serve a separare la sorte di Kathy dagli altri due e a farla diventare la cronista di quello che succede.
Della credibilità come persone di questi miti vitelli portati al macello dubitavo molto, pensavo che il tutto fosse solo un pretesto non plausibile per raccontare delle storie strappalacrime. Dopo aver visto il film posso dire che la premessa è irrazionale, ma se la accettiamo la situazione non è irrealistica come si potrebbe pensare. Giovani senza esperienza indottirnati al sacrificio, che non potrebbero trovare un posto nel mondo moderno (sono privi di identità, il loro cognome è una sola lettera, sicuramente non hanno documenti, ecc...). Trattati gentilmente purché vadano al loro destino, in fondo non possono che rassegnarsi. Sotto certi aspetti mi hanno ricordato i soldati dei corpi di attacco speciale giapponese della seconda Guerra Mondiale (kamikaze e simili), gente che spesso era molto meno convinta di quello che si crede comunemente.
Sarebbe più credibile comunque se qualche donatore andasse ogni tanto fuori di testa, o rovinasse (con alcool o droga) il prezioso corpo destinato alla vita di un altro. L'unica scena di ribellione al sistema non ha come protagonista uno dei donatori, ma vi lascio il piacere, eventualmente, di trovarla nel film.
A parte queste perplessità Non Lasciarmi riesce a creare una situazione di normalità pazzesca che mi ha colpito.
Il rapporto tra Ruth, Kathy e Tommy è importante ai fini della storia e delle atmosfere, ma non faccio anticipazioni. La recitazione a mio parere è buona, soprattutto da parte dell'attrice (a me ignota) Carey Mulligan nella parte di Kathy; da menzionare in seconda battuta Keira Knightley, che ricordo da King Arthur e dai vari Pirati dei Caraibi, e Andrew Garfield, che dovrebbe essere il prossimo Uomo Ragno. La celeberrima Charlotte Rampling interpreta la preside della scuola. Quanto alla regia (di Mark Romanek), avendo parecchi temi da trattare tiene un passo narrativo talvolta affrettato, mentre per alcune scene intimiste si prende tutto il tempo necessario, forse anche qualcosina di più.
Lo stile riservato e "inglese" di questi poveri ragazzi destinati al macello può sembrare freddo, io credo tuttavia che le sensazioni arrivino. Film depressivo, dolcemente malinconico, disperato.
sabato 27 agosto 2011
Off Topic: Mentre tutto va in malora
Due anni e mezzo fa mi sono permesso uno svarione socio-politico-economico quando ho esaminato (con la curiosità del lettore di fantascienza e dell'analizzatore di mondi) la crisi che stava minacciando il mondo occidentale (questo l'articolo).
Oggi ho la sgradevole sensazione che si ha quando si è previsto che le cose si stiano mettendo male e si constata di aver avuto ragione. La crisi prosegue e la globalizzazione è in buona parte realizzata, anche se forse il peggio deve ancora venire, diciamo che le conseguenze sono ormai ovvie: ora bisogna pagare il conto. Bisogna pagarlo in termini di impoverimento che per qualcuno sarà relativo, per altri arriverà a livelli più o meno terzomondiali, e che dovrebbe spaventarvi tutti, a meno che non facciate parte della categoria di quelli che (sulla pelle degli altri?) riescono a stare a galla. Come dicono gli yankee, you know who you are.
Se pensate che sia esagerato quello che dico, riflettete sul fatto che dopo le ultime generazioni di 55-60enni che in questo periodo vanno in quiescenza col vecchio sistema, le pensioni saranno sempre più da fame (e del "secondo pilastro" che bisognava creare con le forme di previdenza private s'è visto poco o niente perché anche chi lavora ha a malapena il denaro per vivere e pagare il mutuo casa). Considerando la disoccupazione che non sarà facilmente riassorbita e la stretta ai pubblici servizi, oltre al fatto che il calo dei consumi può solo portare ancora altra disoccupazione, credo che se anche non ci fosse una nuova crisi nel giro di pochi anni il nostro paese presenterà un panorama che non avremmo sospettato all'inizio di questo sventurato millennio.
Del resto ora non si parla più di recessione, ma di contrazione, che ha un senso molto più definitivo.
Quindi di una cosa possiamo stare sicuri: avremo una società con molti meno quattrini in circolazione, che sarà anche una società dove gli sconfitti diventeranno probabilmente "invisibili," gente la cui realtà e i cui problemi non interesseranno a quelli che stanno ancora a galla. Perché, se continua così, un sacco di gente scivolerà pian piano nella merda in maniera definitiva, e questo non farà notizia. D'altra parte i media ormai sono controllati praticamente solo da miliardari.
Tanti poveri. Come quelli che a Londra e nelle altre città inglesi si sono concessi una vacanza rubando nei negozi, che tanto nella loro vita, fatta di sussidii minimi e zero prospettive, probabilmente rischiare la galera non cambia molto. Due anni fa nel mio post ipotizzavo un risorgere delle ideologie, di fronte all'egoismo immorale degli sfruttatori e alla violenza della crisi. Questo tipo di capitalismo in effetti è quello che ci vuole per fare una cura ringiovanente al buon vecchio Carlo Marx, che potrebbe tornare in gran voga, magari in qualche forma nuova (che non nascerà da noi perché escludo che i nostri politici di sinistra riescano ancora a pensare). O forse la novità verrà dall'ultradestra. O forse no, avremo solo la feccia rabbiosa stile ghetto degli Stati Uniti, che sa solo creare esplosioni di violenza per qualche giorno, feccia priva di idee, di programmi, e della forma mentis necessaria per entrambi.
Oppure qualche potere forte deciderà di bloccare questo processo da qualche parte, magari con una bella guerra.
Link per riflettere:
Recensione di un libro sull'eredità del marxismo. In italiano.
Un articolo in inglese, un po' sul satirico, riguardo alla necessità di fare una bella guerra per far finire la recessione (ma i paragoni con la Seconda Guerra Mondiale sono sballati, ora il contesto è ben diverso). In termini più seri si è espresso anche Paul Krugman, economista USA.
Nella foto, la prima portaerei cinese. Alla domanda (impertinente?) da parte degli USA sul perché sentissero di aver bisogno di una portaerei, i Cinesi (legittimamente?) hanno risposto slo che devono "fare addestramento ed esperimenti."
Oggi ho la sgradevole sensazione che si ha quando si è previsto che le cose si stiano mettendo male e si constata di aver avuto ragione. La crisi prosegue e la globalizzazione è in buona parte realizzata, anche se forse il peggio deve ancora venire, diciamo che le conseguenze sono ormai ovvie: ora bisogna pagare il conto. Bisogna pagarlo in termini di impoverimento che per qualcuno sarà relativo, per altri arriverà a livelli più o meno terzomondiali, e che dovrebbe spaventarvi tutti, a meno che non facciate parte della categoria di quelli che (sulla pelle degli altri?) riescono a stare a galla. Come dicono gli yankee, you know who you are.
Se pensate che sia esagerato quello che dico, riflettete sul fatto che dopo le ultime generazioni di 55-60enni che in questo periodo vanno in quiescenza col vecchio sistema, le pensioni saranno sempre più da fame (e del "secondo pilastro" che bisognava creare con le forme di previdenza private s'è visto poco o niente perché anche chi lavora ha a malapena il denaro per vivere e pagare il mutuo casa). Considerando la disoccupazione che non sarà facilmente riassorbita e la stretta ai pubblici servizi, oltre al fatto che il calo dei consumi può solo portare ancora altra disoccupazione, credo che se anche non ci fosse una nuova crisi nel giro di pochi anni il nostro paese presenterà un panorama che non avremmo sospettato all'inizio di questo sventurato millennio.
Del resto ora non si parla più di recessione, ma di contrazione, che ha un senso molto più definitivo.
Quindi di una cosa possiamo stare sicuri: avremo una società con molti meno quattrini in circolazione, che sarà anche una società dove gli sconfitti diventeranno probabilmente "invisibili," gente la cui realtà e i cui problemi non interesseranno a quelli che stanno ancora a galla. Perché, se continua così, un sacco di gente scivolerà pian piano nella merda in maniera definitiva, e questo non farà notizia. D'altra parte i media ormai sono controllati praticamente solo da miliardari.
Tanti poveri. Come quelli che a Londra e nelle altre città inglesi si sono concessi una vacanza rubando nei negozi, che tanto nella loro vita, fatta di sussidii minimi e zero prospettive, probabilmente rischiare la galera non cambia molto. Due anni fa nel mio post ipotizzavo un risorgere delle ideologie, di fronte all'egoismo immorale degli sfruttatori e alla violenza della crisi. Questo tipo di capitalismo in effetti è quello che ci vuole per fare una cura ringiovanente al buon vecchio Carlo Marx, che potrebbe tornare in gran voga, magari in qualche forma nuova (che non nascerà da noi perché escludo che i nostri politici di sinistra riescano ancora a pensare). O forse la novità verrà dall'ultradestra. O forse no, avremo solo la feccia rabbiosa stile ghetto degli Stati Uniti, che sa solo creare esplosioni di violenza per qualche giorno, feccia priva di idee, di programmi, e della forma mentis necessaria per entrambi.
Oppure qualche potere forte deciderà di bloccare questo processo da qualche parte, magari con una bella guerra.
Link per riflettere: Recensione di un libro sull'eredità del marxismo. In italiano.
Un articolo in inglese, un po' sul satirico, riguardo alla necessità di fare una bella guerra per far finire la recessione (ma i paragoni con la Seconda Guerra Mondiale sono sballati, ora il contesto è ben diverso). In termini più seri si è espresso anche Paul Krugman, economista USA.
Nella foto, la prima portaerei cinese. Alla domanda (impertinente?) da parte degli USA sul perché sentissero di aver bisogno di una portaerei, i Cinesi (legittimamente?) hanno risposto slo che devono "fare addestramento ed esperimenti."
giovedì 18 agosto 2011
Conan the Barbarian
Rantolando nel caldo mostruoso, mi sono trascinato a vedere il nuovo Conan the Barbarian. Che è un discreto film d'azione pur non avendo nulla dell'originale di cui sarebbe il remake, ovvero il Conan di John Milius. Non c'è l'ispirazione, la potenza, la solennità, il pathos. La banalità di certe situazioni e battute delude, e uccide il confronto fin dall'inizio. Con i paragoni quindi la finiamo qui, e anziché lamentarci per un miracolo che tanto non ci aspettavamo proviamo a dire cosa c'è di buono. (Con qualche piccolo anticipo sulla trama, ma nulla di micidiale).
Il film ha un passo abbastanza dinamico anche se talvolta visivamente è un po' troppo scuro e monocolore; forse ci sono troppe scene di combattimento. O forse sono troppo prolungate e banali, copia incolla di spezzoni già visti mille volte: talvolta però il regista ha dei guizzi di fantasia validi, anche se spesso si esagera col sanguinolento a tutti i costi. Bei costumi, belle scenografie, almeno la maggior parte di esse, anche se qualche volta l'effetto "blocco di polistirolo" l'ho percepito. Generalmente begli effetti speciali, qualche buona trovata nelle scene e nelle battute dei dialoghi. Jason Momoa (simpatico) non riesce a essere un grande protagonista, ma ce la mette tutta e nella parte del barbaro è quasi convincente, del resto ogni tanto spara battute howardiane proprio per farci vedere che è truzzo come da contratto: "Vivo, amo, uccido, questo mi basta," e il bello è che vince l'amore di una donna con questa perla di saggezza. Chi lo sa? Potrebbe anche starci...
Ci sono due personaggi femminili importanti, la strega Marique figlia del cattivo guerriero-mago Khalar che vuol dominare il mondo (è interpretata da Rose McGowan, quanto al mago cattivo sarà mica uno spoiler, no?) e la monaca Tamara (Rachel Nichols).
Più espressiva la seconda, molto "dark" la prima, brave tutt'e due. Di Tamara m'ha fatto star male, a metà film, la immediata (seppur temporanea) trasformazione da monaca a spadaccina, comunque. E le schermaglie tra lei e Conan, stile Prince of Persia.
La dinamica fra i cattivi ha qualche momento interessante: le motivazioni, i rapporti fra loro. C'è tutta una banda di personaggi alleati del mago che, per quel poco che si vede, sono abbastanza saporiti: ma non c'è tempo di approfondirli. Khalar, interpretato da Stephen Lang (che era il capo dei marines brutti e cattivi di Avatar), non è quel misero stereotipo che temevo all'inizio, ma nella posizione di antagonista avrei preferito un attore più navigato ed espressivo.
Alla fine però, pur mancando grandi nomi nel cast, oso dire che ci sono dei momenti di decente recitazione, per quel che c'è da recitare; direi invece che è troppo intermittente la regia, nelle mani di Marcus Nispel.
Vedere il film in 3D è abbastanza inutile, la tridimensionalità aggiunge poco, e qualche volta dà addirittura fastidio.
In conclusione, la spettacolarità e qualche guizzo interessante rende questo Conan un film da vedere per l'appassionato del fantasy, ma tutto sommato il risultato è così-così, come me lo aspettavo.
Il film ha un passo abbastanza dinamico anche se talvolta visivamente è un po' troppo scuro e monocolore; forse ci sono troppe scene di combattimento. O forse sono troppo prolungate e banali, copia incolla di spezzoni già visti mille volte: talvolta però il regista ha dei guizzi di fantasia validi, anche se spesso si esagera col sanguinolento a tutti i costi. Bei costumi, belle scenografie, almeno la maggior parte di esse, anche se qualche volta l'effetto "blocco di polistirolo" l'ho percepito. Generalmente begli effetti speciali, qualche buona trovata nelle scene e nelle battute dei dialoghi. Jason Momoa (simpatico) non riesce a essere un grande protagonista, ma ce la mette tutta e nella parte del barbaro è quasi convincente, del resto ogni tanto spara battute howardiane proprio per farci vedere che è truzzo come da contratto: "Vivo, amo, uccido, questo mi basta," e il bello è che vince l'amore di una donna con questa perla di saggezza. Chi lo sa? Potrebbe anche starci...
Ci sono due personaggi femminili importanti, la strega Marique figlia del cattivo guerriero-mago Khalar che vuol dominare il mondo (è interpretata da Rose McGowan, quanto al mago cattivo sarà mica uno spoiler, no?) e la monaca Tamara (Rachel Nichols).
Più espressiva la seconda, molto "dark" la prima, brave tutt'e due. Di Tamara m'ha fatto star male, a metà film, la immediata (seppur temporanea) trasformazione da monaca a spadaccina, comunque. E le schermaglie tra lei e Conan, stile Prince of Persia.
La dinamica fra i cattivi ha qualche momento interessante: le motivazioni, i rapporti fra loro. C'è tutta una banda di personaggi alleati del mago che, per quel poco che si vede, sono abbastanza saporiti: ma non c'è tempo di approfondirli. Khalar, interpretato da Stephen Lang (che era il capo dei marines brutti e cattivi di Avatar), non è quel misero stereotipo che temevo all'inizio, ma nella posizione di antagonista avrei preferito un attore più navigato ed espressivo.
Alla fine però, pur mancando grandi nomi nel cast, oso dire che ci sono dei momenti di decente recitazione, per quel che c'è da recitare; direi invece che è troppo intermittente la regia, nelle mani di Marcus Nispel.
Vedere il film in 3D è abbastanza inutile, la tridimensionalità aggiunge poco, e qualche volta dà addirittura fastidio.
In conclusione, la spettacolarità e qualche guizzo interessante rende questo Conan un film da vedere per l'appassionato del fantasy, ma tutto sommato il risultato è così-così, come me lo aspettavo.
mercoledì 17 agosto 2011
Il fantastico rincretinisce le persone?
Un post su Repubblica mi ha lasciato molto perplesso. Si tratta del blog del matematico italiano Oddifreddi, che stavolta se la prende sulla letteratura che parla di cose leggendarie, magiche o "non vere" e sulle conseguenze che ciò avrebbe sulla gente. Per il rigoroso Oddifreddi un uso massiccio di finzioni ha un effetto deleterio sulla realtà, e nel mucchio di finzioni che vengono inculcate fin dalla scuola mette insieme la religione (che ci dà fin da bambini una visione del mondo distorta, magica, popolata di angeli e demoni), l'epica (Iliade e Odissea), la Divina Commedia, la filosofia con le sue visioni più deliranti, a detta dell'autore Platone, Hegel, Croce. Aggiunge poi il contributo devastante del mondo culturale e dell'intrattenimento, di libri e spettacoli cinematografici o televisivi. E qui ci troviamo il Signore degli Anelli, Guerre Stellari e Harry Potter.
Conseguenza di questo martellamento è che la gente non sa più distinguere la panzana da quello che ha una base scientifica o che comunque è oggettivamente vero. E non gli interessa nemmeno conoscere la realtà.
A parte il fatto che vorrei capire se è mai esistita per Oddifreddi un'epoca in cui la gente non era gonza, e cosa avrebbe creato tale età dell'oro (ammesso che vi sia stata), a parte il fatto che mi pare che il nostro scienziato abbia messo insieme un grande guazzabuglio, a me sembra che il caldo gli abbia fatto un brutto scherzo. Mi piacerebbe confrontarmi con i miei scarsi lettori, se c'è qualcuno che non si trova in vacanza e ha voglia di fare delle considerazioni in merito alle affermazioni del blogger di Repubblica.
Conseguenza di questo martellamento è che la gente non sa più distinguere la panzana da quello che ha una base scientifica o che comunque è oggettivamente vero. E non gli interessa nemmeno conoscere la realtà.
A parte il fatto che vorrei capire se è mai esistita per Oddifreddi un'epoca in cui la gente non era gonza, e cosa avrebbe creato tale età dell'oro (ammesso che vi sia stata), a parte il fatto che mi pare che il nostro scienziato abbia messo insieme un grande guazzabuglio, a me sembra che il caldo gli abbia fatto un brutto scherzo. Mi piacerebbe confrontarmi con i miei scarsi lettori, se c'è qualcuno che non si trova in vacanza e ha voglia di fare delle considerazioni in merito alle affermazioni del blogger di Repubblica.
sabato 13 agosto 2011
Red Sonja
Se esiste un abisso tra il primo film di John Milius su Conan e il seguito, ovvero Conan il Distruttore diretto da Richard Fleischer nel 1984, mi sentirei di dire che il terzo film della produzione De Laurentiis, ovvero Red Sonja (dalle nostre parti lo hanno intitolato Yado), scende così in basso da non farcela nemmeno a guadagnarsi la categoria del "B-Movie," scivolando nel kitsch in una maniera orrenda. I motivi di questo suicidio? non saprei. forse, visto che Fleischer aveva portato comunque un certo successo economico con Conan il Distruttore, si è pensato che si potesse convincere lo spettatore a parcheggiare direttamente il cervello fuori dal cinema e godersi qualsiasi porcheria. Be', il pubblico è bue e bestia, ma fino a un certo punto: questo film non ebbe un buon risultato economico.
La protagonista di questo brutto film girato tra Lazio e Abruzzo è la statuaria Brigitte Nielsen che sembra falsa in qualsiasi scena appaia; le cose verranno peggiorate notevolmente dal classico bambino insopportabile, nella parte di un principe il cui regno è stato devastato da Gedren la Regina Cattiva; peggio ancora, il principino viene accompagnato da una specie di servitore e guardia del corpo, che fa a sua volta da macchietta. Notoriamente, nel film partecipa Arnold Schwarzenegger ma non come Conan bensì nei panni di Lord Kalidor (Yado in Italia); parla poco, salva la situazione quando occorre, ammazza un po' di cattivi, compare misteriosamente quando c'è bisogno di lui e partecipa al gran finale. Il naufragio del film è così totale che la presenza di Schwarzy non cambia le cose. Curiosità: avrebbe dovuto tornare nei panni del Cimmero in una successiva pellicola, che però non si fece (pare che Schwarzenegger avesse terminato i suoi obblighi verso De Laurentiis).
Spezzerei una lancia per Sandahl Bergman, la ladra Valeria del primo Conan, che aveva rifiutato il ruolo di Red Sonja per interpretare Gedren, la regina malvagia. Non che sia un grande ruolo ma almeno non è ridicola come la Nielsen, che vinse il Razzie Award (l'Oscar "al contrario") come peggiore nuova attrice protagonista.
La trama è semplice e lineare: un talismano dai grandi poteri, ma pericolosissimo, sta pre essere eliminato dalle sacerdotesse che lo custodiscono (solo le donne possono toccarlo senza morire). Interviene la perfida Gedren e se ne impadronisce per i suoi piani di dominio. Kalidor/Yado soccorre l'unica sacerdotessa rimasta in vita e riesce a farla incontrare con la sorella (Red Sonja, appunto) prima che muoia. Red Sonja, che ha subito la sua buona dose di torti dalla regina, intraprende una spedizione vendicatrice: da lì prende il via una serie di scene di combattimento, d'avventura e di viaggio, per lo più senza né capo né coda. La presenza della musica di Morricone non salva le cose, anzi direi che l'accompagnamento in qualche caso è fastidioso.
Mentre in Conan il Barbaro di effetti speciali non c'era moltissimo, e questo aiutava perché quel poco è spesso di scarso livello, qui purtroppo si fa grande uso di scenari fatti male, trucchi di telecamera da far venire il latte alle ginocchia, mostri di plasticone che fanno pietà e grandi statue di polistirolo.
La cosa peggiore sono i dialoghi, che fanno davvero rabbrividire. E il tono generale del film, che vuol essere una buffonata ridicola e ci riesce benissimo. Anche il primo Conan aveva un paio di momenti di autoironia (merce da usare con cutela nel fantasy, perché il confine tra il solenne e la vaccata è sempre labile), qui ci si prende in giro praticamente dall'inizio alla fine, come se (nonostante la gran quantità di denaro speso) il cast e le maestranze non riuscissero mai a decidere di prendersi sul serio.
Così brutto non me lo immaginavo. Una schifezza inqualificabile.
La protagonista di questo brutto film girato tra Lazio e Abruzzo è la statuaria Brigitte Nielsen che sembra falsa in qualsiasi scena appaia; le cose verranno peggiorate notevolmente dal classico bambino insopportabile, nella parte di un principe il cui regno è stato devastato da Gedren la Regina Cattiva; peggio ancora, il principino viene accompagnato da una specie di servitore e guardia del corpo, che fa a sua volta da macchietta. Notoriamente, nel film partecipa Arnold Schwarzenegger ma non come Conan bensì nei panni di Lord Kalidor (Yado in Italia); parla poco, salva la situazione quando occorre, ammazza un po' di cattivi, compare misteriosamente quando c'è bisogno di lui e partecipa al gran finale. Il naufragio del film è così totale che la presenza di Schwarzy non cambia le cose. Curiosità: avrebbe dovuto tornare nei panni del Cimmero in una successiva pellicola, che però non si fece (pare che Schwarzenegger avesse terminato i suoi obblighi verso De Laurentiis).
Spezzerei una lancia per Sandahl Bergman, la ladra Valeria del primo Conan, che aveva rifiutato il ruolo di Red Sonja per interpretare Gedren, la regina malvagia. Non che sia un grande ruolo ma almeno non è ridicola come la Nielsen, che vinse il Razzie Award (l'Oscar "al contrario") come peggiore nuova attrice protagonista.
La trama è semplice e lineare: un talismano dai grandi poteri, ma pericolosissimo, sta pre essere eliminato dalle sacerdotesse che lo custodiscono (solo le donne possono toccarlo senza morire). Interviene la perfida Gedren e se ne impadronisce per i suoi piani di dominio. Kalidor/Yado soccorre l'unica sacerdotessa rimasta in vita e riesce a farla incontrare con la sorella (Red Sonja, appunto) prima che muoia. Red Sonja, che ha subito la sua buona dose di torti dalla regina, intraprende una spedizione vendicatrice: da lì prende il via una serie di scene di combattimento, d'avventura e di viaggio, per lo più senza né capo né coda. La presenza della musica di Morricone non salva le cose, anzi direi che l'accompagnamento in qualche caso è fastidioso.
Mentre in Conan il Barbaro di effetti speciali non c'era moltissimo, e questo aiutava perché quel poco è spesso di scarso livello, qui purtroppo si fa grande uso di scenari fatti male, trucchi di telecamera da far venire il latte alle ginocchia, mostri di plasticone che fanno pietà e grandi statue di polistirolo.
La cosa peggiore sono i dialoghi, che fanno davvero rabbrividire. E il tono generale del film, che vuol essere una buffonata ridicola e ci riesce benissimo. Anche il primo Conan aveva un paio di momenti di autoironia (merce da usare con cutela nel fantasy, perché il confine tra il solenne e la vaccata è sempre labile), qui ci si prende in giro praticamente dall'inizio alla fine, come se (nonostante la gran quantità di denaro speso) il cast e le maestranze non riuscissero mai a decidere di prendersi sul serio.
Così brutto non me lo immaginavo. Una schifezza inqualificabile.
sabato 6 agosto 2011
The Cell
Ok, lo ammetto, questo film mi è piaciuto la prima volta che l'ho visto, e dopo un altro paio di visioni mi piace ancora di più. Non sono amante dei film di serial killer, e non sono ammiratore di Jennifer Lopez (che comunque qui offre un'interpretazione decente), ma The Cell sprigiona un lato onirico e fantastico che tiene la scena e sfrutta al meglio le qualità di Tarsem Singh, regista di videoclip di nazionalità indiana.
(Da qui in poi, anticipazioni sulla trama). L'eroina del film è Catherine Deane (la Lopez), psicologa nonché pioniera in una tecnologia futuristica dove il terapeuta cerca di "entrare nel subconscio" del paziente in maniera molto letterale, con un collegamento tra le menti non privo di rischi (è un po' la stessa storia che si è vista anche in film come Matrix o recentemente in Inception: se muori o vai fuori di senno nel "mondo virtuale" sei nei guai anche in quello reale). All'inizio della storia la si vede, senza troppo successo, alle prese con un bambino autistico.
Vince Vaughn (che ha partecipato a un sacco di film che non ho visto) fa la parte di Novak, un intelligente poliziotto che si trova alle prese con un serial killer, e ha compreso che costui uccide le donne che rapisce con un rituale molto preciso, un certo numero di ore dopo il sequestro. L'assassino infatti usa un complicato meccanismo automatico per annegarle. Vaughn in questa trama dovrebbe fare il poliziotto triste e tormentato, nonché ossessionato dal dovercela fare a risolvere il caso prima che ci sia una nuova vittima: però la sua prestazione è modesta, del trio di protagonisti mi pare la parte debole e questo è abbastanza dannoso per il film. Quanto al killer, di nome Stargher, è ben interpretato da Vincent d'Onofrio, l'attore che anni fa (ingrassando apposta per la parte) fu il soldato "palla di lardo" in Full Metal Jacket. Lo si vede in azione fin dalle prime scene, chiaramente disturbato e dissociato in un suo mondo di fantasie perverse. Gli altri personaggi (medici, vittime del killer, poliziotti) non sono particolarmente importanti.
Non c'è una lunga caccia al cattivo in verità: Novak riesce a scoprire chi è l'omicida (che ha appena rapito un'altra vittima) e si reca alla casa di Stargher con gran spiegamento di uomini e mezzi: segue la solita irruzione da manuale ma la vittima non è lì. Il killer non fa alcuna resistenza ma non sarà disponibile a un interrogatorio, perché è già andato in coma per i fatti suoi a causa della degenerazione cerebrale cui lo espone la schizofrenia di cui soffre (si tratta di una "licenza medica" del film).
Poiché Stargher non potrà mai più riprendere conoscenza, la polizia si rivolge all'ospedale dove lavora Catherine: nonostante i rischi di un'operazione mai tentata, si decide che la psicologa dovrà creare un contatto con il killer e convincere la sua parte "buona" a rivelare il luogo in cui la ragazza rapita è nascosta: come da rituale, la vittima infatti è prigioniera di una cella sigillata, dove verrà pompata acqua a un'ora prestabilita.
Il viaggio nella mente del killer coinvolgerà a un certo punto anche Novak, che avrà l'intuzione decisiva e correrà verso la località dove la vittima è prigioniera.
Tra immagini tratte da una gran varietà di fonti (scenografie religiose e orientali, paesaggi onirici sconfinati, strani marchingegni, suggestioni feticiste) si vedono scene di Stargher bambino (maltrattato dal padre), della sua parte "buona" che parla tranquillamente con Catherine e di quella cattiva, demoniaca, che cerca di ucciderla. La corsa contro il tempo avrà (ovviamente) successo, e mentre Novak corre a salvare la ragazza rapita, Catherine offre (nella "realtà virtuale" ma anche nel mondo reale) un compassionevole "colpo di grazia" a Stargher.
Si potrebbe domandare: tutto qui? Sì, tutto qui, non voglio far sembrare The Cell più di quello che è. Tuttavia il film unisce la spettacolarità a qualche idea nuova che dà un guizzo di vita a un genere ritritissimo (poliziesco con serial killer), è insolito nella ricerca del bambino buono dentro la mente del serial killer, nella scena di un colloquio pacifico (per quanto "immaginario") di Catherine con Stargher adulto. Questo film non è un capolavoro ma ha un che di inconsueto, riesce a mettersi a cavallo fra diversi generi, pur non avendo una grandissima trama. E' un po' fantascienza, un po' horror poliziesco con il classico serial killer, ma anche thriller psicologico. Con attori di primo piano poteva essere un successo tremendo.
Ho letto in giro un po' di critiche (made in USA). Alcuni apprezzano i contenuti e lo stile, molti condannano
The Cell per motivi bacchettoni che non mi piacciono: non gradiscono ad esempio un battesimo che si trasforma in una scena sinistra (Stargher bambino che viene tenuto troppo tempo sott'acqua, e l'acqua è in effetti un fattore importante della sua malattia mentale), sempre lui bambino che viene picchiato dal padre, le varie scene di follia e pratiche sadomasochiste. Nella Wikipedia in inglese c'è una recensione che è uno spettacolo, di un giornalista che scrive: "Se vado a vedere un film con un serial killer, non voglio vedere che qualcuno lo compatisce e lo perdona. Voglio vedere che gli si spara, lo si pugnala, lo si sbudella e infine lo si getta urlante fra le fiamme."
Ora, io non sono uno di quelli sempre politicamente corretti secondo cui se uno fa del male bisogna perdonarlo perché è "colpa della società." Però è anche vero che chi fa del male di frequente è proprio colui che il male ha subito. La vittima per cui nessuno è intervenuto in tempo. La società non può far altro che difendersi, tuttavia mi è piaciuto lo sguardo obiettivo e compassionevole di questo film, per quanto sia molto più forte l'aspetto puramente estetico e grafico. The Cell va controcorrente su temi piuttosto scabrosi:
la produzione ha accettato l'inevitabile e magari anche giusta botta della censura (Rating R negli USA e un sacco di VM18 in giro per il mondo), e innervosito un certo tipo di benpensanti: questo non può che farmi piacere.
(Da qui in poi, anticipazioni sulla trama). L'eroina del film è Catherine Deane (la Lopez), psicologa nonché pioniera in una tecnologia futuristica dove il terapeuta cerca di "entrare nel subconscio" del paziente in maniera molto letterale, con un collegamento tra le menti non privo di rischi (è un po' la stessa storia che si è vista anche in film come Matrix o recentemente in Inception: se muori o vai fuori di senno nel "mondo virtuale" sei nei guai anche in quello reale). All'inizio della storia la si vede, senza troppo successo, alle prese con un bambino autistico.
Vince Vaughn (che ha partecipato a un sacco di film che non ho visto) fa la parte di Novak, un intelligente poliziotto che si trova alle prese con un serial killer, e ha compreso che costui uccide le donne che rapisce con un rituale molto preciso, un certo numero di ore dopo il sequestro. L'assassino infatti usa un complicato meccanismo automatico per annegarle. Vaughn in questa trama dovrebbe fare il poliziotto triste e tormentato, nonché ossessionato dal dovercela fare a risolvere il caso prima che ci sia una nuova vittima: però la sua prestazione è modesta, del trio di protagonisti mi pare la parte debole e questo è abbastanza dannoso per il film. Quanto al killer, di nome Stargher, è ben interpretato da Vincent d'Onofrio, l'attore che anni fa (ingrassando apposta per la parte) fu il soldato "palla di lardo" in Full Metal Jacket. Lo si vede in azione fin dalle prime scene, chiaramente disturbato e dissociato in un suo mondo di fantasie perverse. Gli altri personaggi (medici, vittime del killer, poliziotti) non sono particolarmente importanti.
Non c'è una lunga caccia al cattivo in verità: Novak riesce a scoprire chi è l'omicida (che ha appena rapito un'altra vittima) e si reca alla casa di Stargher con gran spiegamento di uomini e mezzi: segue la solita irruzione da manuale ma la vittima non è lì. Il killer non fa alcuna resistenza ma non sarà disponibile a un interrogatorio, perché è già andato in coma per i fatti suoi a causa della degenerazione cerebrale cui lo espone la schizofrenia di cui soffre (si tratta di una "licenza medica" del film).
Poiché Stargher non potrà mai più riprendere conoscenza, la polizia si rivolge all'ospedale dove lavora Catherine: nonostante i rischi di un'operazione mai tentata, si decide che la psicologa dovrà creare un contatto con il killer e convincere la sua parte "buona" a rivelare il luogo in cui la ragazza rapita è nascosta: come da rituale, la vittima infatti è prigioniera di una cella sigillata, dove verrà pompata acqua a un'ora prestabilita.
Il viaggio nella mente del killer coinvolgerà a un certo punto anche Novak, che avrà l'intuzione decisiva e correrà verso la località dove la vittima è prigioniera.
Tra immagini tratte da una gran varietà di fonti (scenografie religiose e orientali, paesaggi onirici sconfinati, strani marchingegni, suggestioni feticiste) si vedono scene di Stargher bambino (maltrattato dal padre), della sua parte "buona" che parla tranquillamente con Catherine e di quella cattiva, demoniaca, che cerca di ucciderla. La corsa contro il tempo avrà (ovviamente) successo, e mentre Novak corre a salvare la ragazza rapita, Catherine offre (nella "realtà virtuale" ma anche nel mondo reale) un compassionevole "colpo di grazia" a Stargher.
Si potrebbe domandare: tutto qui? Sì, tutto qui, non voglio far sembrare The Cell più di quello che è. Tuttavia il film unisce la spettacolarità a qualche idea nuova che dà un guizzo di vita a un genere ritritissimo (poliziesco con serial killer), è insolito nella ricerca del bambino buono dentro la mente del serial killer, nella scena di un colloquio pacifico (per quanto "immaginario") di Catherine con Stargher adulto. Questo film non è un capolavoro ma ha un che di inconsueto, riesce a mettersi a cavallo fra diversi generi, pur non avendo una grandissima trama. E' un po' fantascienza, un po' horror poliziesco con il classico serial killer, ma anche thriller psicologico. Con attori di primo piano poteva essere un successo tremendo.
Ho letto in giro un po' di critiche (made in USA). Alcuni apprezzano i contenuti e lo stile, molti condannano
The Cell per motivi bacchettoni che non mi piacciono: non gradiscono ad esempio un battesimo che si trasforma in una scena sinistra (Stargher bambino che viene tenuto troppo tempo sott'acqua, e l'acqua è in effetti un fattore importante della sua malattia mentale), sempre lui bambino che viene picchiato dal padre, le varie scene di follia e pratiche sadomasochiste. Nella Wikipedia in inglese c'è una recensione che è uno spettacolo, di un giornalista che scrive: "Se vado a vedere un film con un serial killer, non voglio vedere che qualcuno lo compatisce e lo perdona. Voglio vedere che gli si spara, lo si pugnala, lo si sbudella e infine lo si getta urlante fra le fiamme."
Ora, io non sono uno di quelli sempre politicamente corretti secondo cui se uno fa del male bisogna perdonarlo perché è "colpa della società." Però è anche vero che chi fa del male di frequente è proprio colui che il male ha subito. La vittima per cui nessuno è intervenuto in tempo. La società non può far altro che difendersi, tuttavia mi è piaciuto lo sguardo obiettivo e compassionevole di questo film, per quanto sia molto più forte l'aspetto puramente estetico e grafico. The Cell va controcorrente su temi piuttosto scabrosi:
la produzione ha accettato l'inevitabile e magari anche giusta botta della censura (Rating R negli USA e un sacco di VM18 in giro per il mondo), e innervosito un certo tipo di benpensanti: questo non può che farmi piacere.
venerdì 29 luglio 2011
La battaglia di Bangkok
Paolo Bacigalupi, la cui foto si trova verso la fine di questo articolo, ha un cognome ligure (chissà se ne è al corrente lui stesso?) perciò dovrebbe essere italoamericano, ma nell'intervista che ho letto scherza sul fatto del cognome "impronunciabile" senza fare accenno alle proprie origini: comunque fa piacere vedere un nome "nostrano" tra i vincitori dei più grandi premi di fantascienza. Il libro che lo ha consacrato al successo, The Windup Girl (che potremmo tradurre approssimativamente come "la ragazza a molla") ha vinto il premio Nebula nel 2009 e lo Hugo Award l'anno seguente. Ero troppo curioso per aspettare di vedere se una casa editrice nostrana si decidesse a tradurlo, così l'ho preso in inglese in una libreria del centro di Milano.
Il mondo ha subito una serie di disastri che lo hanno ripiombato in un'era di bassa tecnologia, almeno per la maggior parte della gente. Le tecnologie sofisticate esistono, ma sono per pochi, così veder viaggiare un veicolo come quelli che girano per le nostre strade di oggi è un evento eccezionale da osservare con meraviglia. I vecchi tempi dell'Espansione sono terminati, le epoche facili in cui il cibo era accessibile in grandi quantità e l'energia disponibile a tutti. I grattacieli sono rimasti per lo più deserti, perché non più in grado di far funzionare i propri organi vitali: ascensori e condizionatori d'aria. Tutto è tornato all'antico, ma non completamente. Molti congegni, veicoli e scooter funzionano per mezzo di sofisticati strumenti meccanici che accumulano e rilasciano energia (l'autore usa termini come kink-spring, non so se dovrei tradurre come "molla attorcigliata"), energia che può essere ottenuta anche semplicemente pedalando o usando animali. Quella che mi è sembrata strana è l'assenza dei pannelli fotovoltaici, vorrei capire perché l'autore non li fa apparire nella sua Bangkok del futuro. Ho scritto una email all'autore, ma ovviamente la spiegazione non è arrivata: uno che vince il Premio Nebula non è che ha il tempo per stare lì a rispondere a un blog sperduto nel cyberspazio... O magari la domanda era cretina per qualche motivo ovvio cui io non arrivo, chi lo sa?
A proposito di animali, esistono enormi bestie ricavate geneticamente dagli elefanti, i megodonti, che danno energia alle fabbriche, e altri animali, nocivi, prodotti dall'ingegneria genetica: esperimenti falliti, indesiderati ma sfuggiti al controllo. Ed esiste poco cibo, ricavato da sementi sterili vendute dalle "compagnie delle calorie," che ricattano interi popoli con pestilenze geneticamente prodotte e sementi valide per un solo raccolto.
L'orrore della fame e delle malattie ha annientato interi popoli e ne ha messi altri in ginocchio. Ma la Tailandia fiera e combattiva si è difesa, mantenendo una banca di sementi nascoste per preservare la ricchezza e la varietà genetica delle piante che producono il proprio cibo, e ospitando la tecnologia e i geni ribelli del mondo delle compagnie, al fine di combattere mossa dopo mossa questa spietata partita.
Jaidee, la "Tigre di Bangkok," è un capitano delle "camicie bianche" al servizio del Ministero dell'Ambiente e lotta contro i farang, i "diavoli bianchi" che vogliono inserirsi nel paese, e contro il Ministero del Commercio che li appoggia. Le camicie bianche sono corrotte alla tipica maniera orientale, si fanno dare qualche banconota per guardare dall'altra parte quando un venditore di cibo per strada usa metano non autorizzato (fiamma blu) o un mercante porta col suo dirigibile merce proibita; tuttavia quando vogliono dare un segnale diventano inflessibili.
Anderson è un falso imprenditore che usa come copertura una fabbrica, installata a Bangkok da un inventore che sognava di produrre un modello più efficiente di molla per dare un nuovo sviluppo al mondo. Il progetto è fallimentare ma Anderson vi spreca denaro per potersi muovere nel paese: vuole accordi politici per impadronirsi della ricchezza genetica che ancora la Tailandia custodisce; vuole anche rintracciare Gibbons, un genio della genetica che, per il piacere della sfida, è corso in aiuto del piccolo paese asiatico e lo aiuta nella lotta contro le compagnie delle calorie.
Alleato di Anderson è Carlyle, l'uomo che comanda una flotta di dirigibili (sostituti dei grandi aerei da trasporto di oggi). I re tailandesi hanno deciso di proteggere Bangkok dalle acque marine che sono salite a dismisura per colpa dell'effetto serra, hanno costruito immense dighe, ma le pompe devono continuamente lavorare per impedire che la capitale venga sommersa dal mare che comunque filtra implacabile, e dalle piogge monsoniche. Le pompe hanno bisogno di riparazioni, ma il materiale deve viaggiare sui dirigibili di Carlyle, il farang che ha subito tanti oltraggi dalle camicie bianche di Jaidee e ora aspetta il momento della dolce rivincita.
Anderson lascia l'amministrazione della fabbrica a Hock Seng, manager cinese rifugiato dalla Malesia. Quelli come lui, accolti con misericordia dalla monarchia tailandese, vengono chiamati "carte gialle" dal colore dei loro documenti di profughi. Hock Seng era benestante ma non ha saputo vedere la tempesta che arrivava. Gli estremisti islamici malesi, le "fasce verdi," hanno spazzato via il suo ricco clan, ucciso i suoi figli e le sue mogli coi loro machete rossi di sangue, lo hanno costretto a una fuga ignominiosa. Hock Seng vive nel terrore, disprezzato dai tailandesi e sempre in pericolo di perdere il lavoro, sempre timoroso che un'altra tempesta lo travolga, ma è anche in cerca una via (onesta o non proprio onesta) per ritornare l'uomo florido che era prima e per ridar vita al suo clan.
E infine c'è Emiko, la ragazza a molla. I suoi movimenti sono strani (io non sono riuscito a figurarmeli bene) e questa particolarità, che la rende ben riconoscibile come creatura dell'ingegneria genetica assieme al fatto che non può avere figli, è voluta dai suoi creatori per impedire altre spiacevoli disgrazie nate con gli esperimenti genetici. Costruita per un Giappone dove nascono troppo pochi figli, Emiko è un abominio per la mentalità tailandese: senza karma, senza anima da reincarnare, fuori dal ciclo dell'esistenza. Abbandonata come un oggetto da un manager giapponese che tornava in patria, costretta dal proprio condizionamento a servire e obbedire, trasformata in una prostituta esotica da sfruttatori senza scrupoli, sogna di raggiungere luoghi lontani dove le "nuove persone" come lei vivono libere. Ma di questi luoghi ha solo sentito parlare: esistono veramente?
E poi c'è Kanya, vice di Jaidee, la ragazza che non sorride mai, una delle camicie bianche più fedeli: ma di lei non posso che accennare per non tradire parti essenziali della trama.
La storia porterà questi personaggi a interagire e a compiere azioni inaspettate e imprevedibili, mentre il destino del paese si realizza fra eventi drammatici. Un grandissimo libro di fantascienza, che ha continuato a frullarmi in mente per vari giorni dopo averlo terminato: bella ambientazione, personaggi credibili e ben caratterizzati, e uno squarcio su un futuro orrendo ma tutt'altro che impossibile. Un'opera che tocca i principali temi della triste ma realistica fantascienza di oggi: il disastro ambientale, il postumanesimo e l'ingegneria genetica, la tirannia delle grandi corporazioni in una globalizzazione che sa portare solo sfruttamento, l'esaurirsi delle risorse e la devastazione sociale che risulta da tutto questo. Ho trovato piacevole, nonostante l'uso frequente di termini sconosciuti, anche l'immersione nel contesto di un paese come la Tailandia e la volontà di farci leggere il significato degli eventi sia nella nostra mentalità che in quella orientale.
Punti forti, oltre ai colpi di scena e alle rivelazioni inaspettate ma del tutto credibili, il fatto che le azioni dei personaggi appaiono spiegabili e motivate anche quando estreme, e la coralità della storia: d'altra parte questo libro ovviamente non piacerà a chi vuole sempre e comunque il duello tra un buono e un cattivo.
Un'altra recensione, questa in inglese.
Il mondo ha subito una serie di disastri che lo hanno ripiombato in un'era di bassa tecnologia, almeno per la maggior parte della gente. Le tecnologie sofisticate esistono, ma sono per pochi, così veder viaggiare un veicolo come quelli che girano per le nostre strade di oggi è un evento eccezionale da osservare con meraviglia. I vecchi tempi dell'Espansione sono terminati, le epoche facili in cui il cibo era accessibile in grandi quantità e l'energia disponibile a tutti. I grattacieli sono rimasti per lo più deserti, perché non più in grado di far funzionare i propri organi vitali: ascensori e condizionatori d'aria. Tutto è tornato all'antico, ma non completamente. Molti congegni, veicoli e scooter funzionano per mezzo di sofisticati strumenti meccanici che accumulano e rilasciano energia (l'autore usa termini come kink-spring, non so se dovrei tradurre come "molla attorcigliata"), energia che può essere ottenuta anche semplicemente pedalando o usando animali. Quella che mi è sembrata strana è l'assenza dei pannelli fotovoltaici, vorrei capire perché l'autore non li fa apparire nella sua Bangkok del futuro. Ho scritto una email all'autore, ma ovviamente la spiegazione non è arrivata: uno che vince il Premio Nebula non è che ha il tempo per stare lì a rispondere a un blog sperduto nel cyberspazio... O magari la domanda era cretina per qualche motivo ovvio cui io non arrivo, chi lo sa?
A proposito di animali, esistono enormi bestie ricavate geneticamente dagli elefanti, i megodonti, che danno energia alle fabbriche, e altri animali, nocivi, prodotti dall'ingegneria genetica: esperimenti falliti, indesiderati ma sfuggiti al controllo. Ed esiste poco cibo, ricavato da sementi sterili vendute dalle "compagnie delle calorie," che ricattano interi popoli con pestilenze geneticamente prodotte e sementi valide per un solo raccolto.
L'orrore della fame e delle malattie ha annientato interi popoli e ne ha messi altri in ginocchio. Ma la Tailandia fiera e combattiva si è difesa, mantenendo una banca di sementi nascoste per preservare la ricchezza e la varietà genetica delle piante che producono il proprio cibo, e ospitando la tecnologia e i geni ribelli del mondo delle compagnie, al fine di combattere mossa dopo mossa questa spietata partita.
Jaidee, la "Tigre di Bangkok," è un capitano delle "camicie bianche" al servizio del Ministero dell'Ambiente e lotta contro i farang, i "diavoli bianchi" che vogliono inserirsi nel paese, e contro il Ministero del Commercio che li appoggia. Le camicie bianche sono corrotte alla tipica maniera orientale, si fanno dare qualche banconota per guardare dall'altra parte quando un venditore di cibo per strada usa metano non autorizzato (fiamma blu) o un mercante porta col suo dirigibile merce proibita; tuttavia quando vogliono dare un segnale diventano inflessibili.
Anderson è un falso imprenditore che usa come copertura una fabbrica, installata a Bangkok da un inventore che sognava di produrre un modello più efficiente di molla per dare un nuovo sviluppo al mondo. Il progetto è fallimentare ma Anderson vi spreca denaro per potersi muovere nel paese: vuole accordi politici per impadronirsi della ricchezza genetica che ancora la Tailandia custodisce; vuole anche rintracciare Gibbons, un genio della genetica che, per il piacere della sfida, è corso in aiuto del piccolo paese asiatico e lo aiuta nella lotta contro le compagnie delle calorie.
Alleato di Anderson è Carlyle, l'uomo che comanda una flotta di dirigibili (sostituti dei grandi aerei da trasporto di oggi). I re tailandesi hanno deciso di proteggere Bangkok dalle acque marine che sono salite a dismisura per colpa dell'effetto serra, hanno costruito immense dighe, ma le pompe devono continuamente lavorare per impedire che la capitale venga sommersa dal mare che comunque filtra implacabile, e dalle piogge monsoniche. Le pompe hanno bisogno di riparazioni, ma il materiale deve viaggiare sui dirigibili di Carlyle, il farang che ha subito tanti oltraggi dalle camicie bianche di Jaidee e ora aspetta il momento della dolce rivincita.
Anderson lascia l'amministrazione della fabbrica a Hock Seng, manager cinese rifugiato dalla Malesia. Quelli come lui, accolti con misericordia dalla monarchia tailandese, vengono chiamati "carte gialle" dal colore dei loro documenti di profughi. Hock Seng era benestante ma non ha saputo vedere la tempesta che arrivava. Gli estremisti islamici malesi, le "fasce verdi," hanno spazzato via il suo ricco clan, ucciso i suoi figli e le sue mogli coi loro machete rossi di sangue, lo hanno costretto a una fuga ignominiosa. Hock Seng vive nel terrore, disprezzato dai tailandesi e sempre in pericolo di perdere il lavoro, sempre timoroso che un'altra tempesta lo travolga, ma è anche in cerca una via (onesta o non proprio onesta) per ritornare l'uomo florido che era prima e per ridar vita al suo clan.
E infine c'è Emiko, la ragazza a molla. I suoi movimenti sono strani (io non sono riuscito a figurarmeli bene) e questa particolarità, che la rende ben riconoscibile come creatura dell'ingegneria genetica assieme al fatto che non può avere figli, è voluta dai suoi creatori per impedire altre spiacevoli disgrazie nate con gli esperimenti genetici. Costruita per un Giappone dove nascono troppo pochi figli, Emiko è un abominio per la mentalità tailandese: senza karma, senza anima da reincarnare, fuori dal ciclo dell'esistenza. Abbandonata come un oggetto da un manager giapponese che tornava in patria, costretta dal proprio condizionamento a servire e obbedire, trasformata in una prostituta esotica da sfruttatori senza scrupoli, sogna di raggiungere luoghi lontani dove le "nuove persone" come lei vivono libere. Ma di questi luoghi ha solo sentito parlare: esistono veramente?
E poi c'è Kanya, vice di Jaidee, la ragazza che non sorride mai, una delle camicie bianche più fedeli: ma di lei non posso che accennare per non tradire parti essenziali della trama.
La storia porterà questi personaggi a interagire e a compiere azioni inaspettate e imprevedibili, mentre il destino del paese si realizza fra eventi drammatici. Un grandissimo libro di fantascienza, che ha continuato a frullarmi in mente per vari giorni dopo averlo terminato: bella ambientazione, personaggi credibili e ben caratterizzati, e uno squarcio su un futuro orrendo ma tutt'altro che impossibile. Un'opera che tocca i principali temi della triste ma realistica fantascienza di oggi: il disastro ambientale, il postumanesimo e l'ingegneria genetica, la tirannia delle grandi corporazioni in una globalizzazione che sa portare solo sfruttamento, l'esaurirsi delle risorse e la devastazione sociale che risulta da tutto questo. Ho trovato piacevole, nonostante l'uso frequente di termini sconosciuti, anche l'immersione nel contesto di un paese come la Tailandia e la volontà di farci leggere il significato degli eventi sia nella nostra mentalità che in quella orientale.
Punti forti, oltre ai colpi di scena e alle rivelazioni inaspettate ma del tutto credibili, il fatto che le azioni dei personaggi appaiono spiegabili e motivate anche quando estreme, e la coralità della storia: d'altra parte questo libro ovviamente non piacerà a chi vuole sempre e comunque il duello tra un buono e un cattivo.
Un'altra recensione, questa in inglese.
giovedì 28 luglio 2011
Aspettando Godot, anzi Conan...
Cosa dice Jason Momoa del nuovo Conan che è in arrivo?
Spero che ai fan piaccia. Ci saranno degli imbecilli che diranno che non è come il film degli anni ’80, ma è normale: quelli erano i fottuti anni ’80 e oggi possiamo fare molte più cose al cinema
Momoa fa un po' di fatica, penso, a capire che la difficoltà sarà quella di fare un film bello, e non di assomigliare o meno ai "fottuti anni '80." Quando si perde poi in dichiarazioni sul fatto che non teme il confronto con Schwarzenegger mostra anche di non capire che il problema non è quello dell'attore protagonista (per quanto se lui non funzionasse sarebbe già un disastro).
Schwarzenegger era andato alla grande, diretto da John Milius (regista del primo Conan il Barbaro), ma non ha risollevato con la sua sola presenza il secondo film della serie (Conan il Distruttore), diretto da Richard Fleischer nel 1984.
Semplicemente, Fleischer non era John Milius. E nemmeno Marcus Nispel è Milius, aggiungerei. Penso che il principale problema sarà questo, oltre a tutto il contorno (dalla epica colonna sonora del film di Milius si passerà a un accompagnamento a suon di rock, che magari piacerà agli sbarbati ma continua a entrarci pochino con il fantasy di un certo tipo...).
Detto questo, sicuramente andrò a vedere il nuovo Conan sperando per il meglio nonostante i trailer siano scoraggianti. Conan il Barbaro (rifacimento) esce il 18 agosto, sempre che ci sia una sala cinematografica aperta dalle vostre parti.
giovedì 21 luglio 2011
World Invasion
Proprio un pessimo film, purtroppo. Non so nemmeno dove cominciare a fare l'elenco delle assurdità che ci sono, anzi, ci rinuncio perché la maggior parte mi dev'esser già sfuggita di mente.
Mi fa specie perfino il titolo: nella versione italiana hanno deciso di metterne uno differente da quello originale che è Battle: Los Angeles, ma hanno scelto sempre un titolo in inglese!
Comunque sia (da qui in poi spoiler a valanga), gli alieni arrivano sulla Terra, scambiati per uno sciame di asteroidi, e si scoprirà che sono in cerca di... acqua. I terricoli decidono di rispondere con un bombardamento e una pattuglia di soldati è inviata a evacuare una zona di Los Angeles (già l'idea di effettuare l'evacuazione di una metropoli sotto il fuoco nemico mi dà qualche perplessità). Un sergente (interpretato da Aaron Eckhart, che era Harvey Dent/Due Facce nel Cavaliere Oscuro) conduce una frazione dell'operazione assieme a un ufficiale che schiatterà a metà della storia, ma c'è una particolarità: il nostro sergente porta dentro di sé una grave colpa (che ovviamente riscatterà alla grande nel film): ha responsabilità nella morte della sua squadra in Iraq, e per questo in squadra non lo vuole nessuno, tantomeno il fratello di uno dei soldati morti sotto il suo comando.
L'evacuazione dei civili avrà le sue fasi drammatiche e un bel po' di combattimenti girati con lo stile di Black Hawk Down. Altre particolarità del film fanno pensare anche a pesanti ispirazioni tratte da District 9. Del primo dei due film ho un'ottima opinione, del secondo molto meno, comunque è enormemente migliore di questo.
Dopo aver portato i civili in salvo (non tutti) la nostra pattuglia scoprirà la presenza di una mega astronave aliena che si è infrattata sotto terra (come diavolo c'è andata?) e troverà anche la maniera di farla fuori. Bum! Fatto fuori il centro di comando tutti i meccanismi alieni cadono come pere cotte. Scoperto l'inghippo, si potrà replicare la tattica in tutte le città del mondo che sono sotto attacco. Mi chiederete: è davvero così scemo 'sto film? Risposta: anche di più, solo che non ho voglia di addentrarmi troppo.
Mi fa piangere che una quantità di quattrini e di effetti speciali sia stata spesa così male. In realtà dal punto di vista commerciale è stata spesa bene perché nonostante le critiche, negative anche in terra yankee, con un investimento di 70/100 milioni di dollari se ne sono guadagnati circa 200.
Morti eroiche, bambini insopportabili, coraggio e patriottismo allappanti, scene che sono dei veri spot pubblicitari per le forze armate, sceneggiatura cretina e dettagli strampalati a ogni pié sospinto, World Invasion può far passare un paio di ore felici a chi vuol vedere combattimenti ed esplosioni, ma non offre proprio nient'altro, ed è pure troppo lungo.
Aaron Eckhart però ha detto che non gli dispiacerebbe girare un seguito del film.
Speriamo di no.
Mi fa specie perfino il titolo: nella versione italiana hanno deciso di metterne uno differente da quello originale che è Battle: Los Angeles, ma hanno scelto sempre un titolo in inglese!
Comunque sia (da qui in poi spoiler a valanga), gli alieni arrivano sulla Terra, scambiati per uno sciame di asteroidi, e si scoprirà che sono in cerca di... acqua. I terricoli decidono di rispondere con un bombardamento e una pattuglia di soldati è inviata a evacuare una zona di Los Angeles (già l'idea di effettuare l'evacuazione di una metropoli sotto il fuoco nemico mi dà qualche perplessità). Un sergente (interpretato da Aaron Eckhart, che era Harvey Dent/Due Facce nel Cavaliere Oscuro) conduce una frazione dell'operazione assieme a un ufficiale che schiatterà a metà della storia, ma c'è una particolarità: il nostro sergente porta dentro di sé una grave colpa (che ovviamente riscatterà alla grande nel film): ha responsabilità nella morte della sua squadra in Iraq, e per questo in squadra non lo vuole nessuno, tantomeno il fratello di uno dei soldati morti sotto il suo comando.
L'evacuazione dei civili avrà le sue fasi drammatiche e un bel po' di combattimenti girati con lo stile di Black Hawk Down. Altre particolarità del film fanno pensare anche a pesanti ispirazioni tratte da District 9. Del primo dei due film ho un'ottima opinione, del secondo molto meno, comunque è enormemente migliore di questo.
Dopo aver portato i civili in salvo (non tutti) la nostra pattuglia scoprirà la presenza di una mega astronave aliena che si è infrattata sotto terra (come diavolo c'è andata?) e troverà anche la maniera di farla fuori. Bum! Fatto fuori il centro di comando tutti i meccanismi alieni cadono come pere cotte. Scoperto l'inghippo, si potrà replicare la tattica in tutte le città del mondo che sono sotto attacco. Mi chiederete: è davvero così scemo 'sto film? Risposta: anche di più, solo che non ho voglia di addentrarmi troppo.
Mi fa piangere che una quantità di quattrini e di effetti speciali sia stata spesa così male. In realtà dal punto di vista commerciale è stata spesa bene perché nonostante le critiche, negative anche in terra yankee, con un investimento di 70/100 milioni di dollari se ne sono guadagnati circa 200.
Morti eroiche, bambini insopportabili, coraggio e patriottismo allappanti, scene che sono dei veri spot pubblicitari per le forze armate, sceneggiatura cretina e dettagli strampalati a ogni pié sospinto, World Invasion può far passare un paio di ore felici a chi vuol vedere combattimenti ed esplosioni, ma non offre proprio nient'altro, ed è pure troppo lungo.
Aaron Eckhart però ha detto che non gli dispiacerebbe girare un seguito del film.
Speriamo di no.
lunedì 18 luglio 2011
Space Invaders
Potrebbe essere l'idea del secolo. A quanto pare la vuole realizzare Lorenzo di Bonaventura, il quale tra le altre cose è il produttore di Transformers, quello che ha fatto soldi a palate con dei film basati su dei giocattoli! Il che rende la cosa meno incredibile.
Sto parlando del film sugli Space Invaders, videogioco che la gioventù di oggi avrà trovato riprodotto in facsimile e disponibile gratuitamente su internet. Io ho avuto il piacere di giocarci su quei baracchini che si trovavano nei bar, al posto dei videopoker di oggi. Cento lire per una partita; per un anno tutta la moneta che mi capitava in mano è finita lì. Il gioco è notoriamente un po' scarso per gli standard di qualsiasi videogame si possa oggi giocare al computer (ed era pure in bianco e nero, con bande di plastica sovrapposte sullo schermo per dare l'impressione del colore!), ma per la sua epoca una cosa strabiliante.
Io al massimo ero capace, nonostante i quattrini spesi, di fare due o tre schermate (ovvero schiere di alieni sterminate) prima di crepare. C'era chi ci passava un'ora a partita e totalizzava punteggi incredibili, ma ogni nuova legione di mostri spaziali partiva da più vicino, e la fine a un certo punto era sicura. Nella sua semplicità, Space Invaders aveva un che di filosofico, vista la morte certa del giocatore, particolare che è stato poi ripreso da tantissimi videogame. L'eroe (potrebbe essere un gruppo di eroi, visto che il giocatore aveva diverse vite da "spendere," però la sensazione era di una faccenda individuale perché si manovrava un combattente per volta) è di fronte fin dall'inizio a una situazione impossibile, con un avversario che dispone di mezzi infiniti, e i bunker difensivi destinati a essere distrutti a poco a poco senza alcuna possibilità di ripristinarli. Il tutto accompagnato da una specie di jingle sempre più frenetico. Se il film sarà in grado di catturare queste sensazioni credo che possa avere un grande successo. Ovviamente ci vuole anche la bellona di turno, e visto che Megan Fox è stata allontanata dal set di Transformers per aver insultato il regista, chissà mai che venga riciclata, e in qualche modo la si veda massacrare mostri alieni tra un paio di anni?
(Ovviamente ne possiamo fare anche a meno. Però potrebbe essere un ottimo "pop-corn movie")
Sto parlando del film sugli Space Invaders, videogioco che la gioventù di oggi avrà trovato riprodotto in facsimile e disponibile gratuitamente su internet. Io ho avuto il piacere di giocarci su quei baracchini che si trovavano nei bar, al posto dei videopoker di oggi. Cento lire per una partita; per un anno tutta la moneta che mi capitava in mano è finita lì. Il gioco è notoriamente un po' scarso per gli standard di qualsiasi videogame si possa oggi giocare al computer (ed era pure in bianco e nero, con bande di plastica sovrapposte sullo schermo per dare l'impressione del colore!), ma per la sua epoca una cosa strabiliante.
Io al massimo ero capace, nonostante i quattrini spesi, di fare due o tre schermate (ovvero schiere di alieni sterminate) prima di crepare. C'era chi ci passava un'ora a partita e totalizzava punteggi incredibili, ma ogni nuova legione di mostri spaziali partiva da più vicino, e la fine a un certo punto era sicura. Nella sua semplicità, Space Invaders aveva un che di filosofico, vista la morte certa del giocatore, particolare che è stato poi ripreso da tantissimi videogame. L'eroe (potrebbe essere un gruppo di eroi, visto che il giocatore aveva diverse vite da "spendere," però la sensazione era di una faccenda individuale perché si manovrava un combattente per volta) è di fronte fin dall'inizio a una situazione impossibile, con un avversario che dispone di mezzi infiniti, e i bunker difensivi destinati a essere distrutti a poco a poco senza alcuna possibilità di ripristinarli. Il tutto accompagnato da una specie di jingle sempre più frenetico. Se il film sarà in grado di catturare queste sensazioni credo che possa avere un grande successo. Ovviamente ci vuole anche la bellona di turno, e visto che Megan Fox è stata allontanata dal set di Transformers per aver insultato il regista, chissà mai che venga riciclata, e in qualche modo la si veda massacrare mostri alieni tra un paio di anni?
(Ovviamente ne possiamo fare anche a meno. Però potrebbe essere un ottimo "pop-corn movie")
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