sabato 9 luglio 2011

Camelot, telefilm nato e già finito

Di Camelot ho visto un paio di episodi. La serie arriverà in Italia fra non molto, ma solo per chi ha la TV a pagamento (Mediaset Premium, se non sbaglio).
Tuttavia, non ci sarà un seguito: vuoi perché gli attori che hanno preso parte alla prima (e ultima) stagione faticano a conciliare e coordinare i loro impegni, vuoi perché, a quel che sembra, la serie non ha avuto quel successo che si sperava nonostante un inizio promettente.

Devo ammettere che un po' mi dispiace, per quel che ho visto non prometteva male. La guida narrativa affidata a un solido sceneggiatore, Michael Hirst, e alcuni validi attori nel cast: uno che a me è piaciuto, ma che non dura molto, è James Purefoy (Solomon Kane) nel ruolo di re Lot, uno dei primi avversari di Artù; Eva Green nell'ambiguo ruolo di Morgana è assai azzeccata, viste le sue interpretazioni in The Dreamers e Kingdom of Heaven (il primo dei due non posso dire che sia un bel film, ma lei mi era piaciuta). Bravo anche Joseph Fiennes nel ruolo di Merlino, anche se non ha l'aspetto che immagino debba avere il celebre mago... e discreto Jamie Cambpell Bower come giovane Artù.

Le atmosfere qualche volta mi sono parse ben ricostruite e qualche volta assolutamente no. Se fosse stato un mondo secondario (come quello di Game of Thrones) tutto poteva andare, qui invece certe scene di feste con musica orientaleggiante o ritmata ossessivamente dai tamburi, con ballerine che si muovono come odalische fa a pugni con il mio personale immaginario riguardo alla storia di Re Artù, e anche con il periodo storico della Britannia post-romana. La scena di Artù che chiede a Ginevra di uscire dalla sala per poter parlare, quando li si vede all'esterno entrambi con il boccale in mano, mi ha fatto ridere perché trasporta di peso atmosfere da pub o discoteca (o da locale sui navigli, per i meneghini...) nell'ambiente della leggenda arturiana.

Invece non mi dispiace come sono stati intrecciati gli elementi del ciclo arturiano (la spada nella roccia, per esempio) al fine di creare una nuova storia che abbia la possibilità di camminare anche sulle proprie gambe. Intendiamoci, non ho idea di come proseguirà (e forse non vedrò nemmeno i successivi episodi). Tutto potrebbe scivolare in una telenovela bolsa come Game of Thrones (mi perdoneranno quelli che hanno apprezzato i libri di Martin e la serie TV) ma ho avuto l'impressione che ci fosse una mente più creativa all'opera.

La magia in Camelot è (per quanto ho visto io) appena accennata. Merlino ha evidentemente i suoi piani a lungo termine, costruiti intorno a delle visioni, ma non si capisce quanto possa e voglia fare di concreto e immediato. E' evidente che in lui vi sono capacità enormi (ad esempio, sembra non invecchiare, come il Merlino delle leggende) ma egli è riluttante a fare uso dei suoi poteri e invita alla prudenza anche Morgana, che invece vediamo incontrare nella notte delle strane entità (pagane? malvage?) cui chiede aiuto e con cui stringe alleanza. Intrigante, mi incuriosisce.

Sulle serie TV fantasy ho sinceramente dei dubbi (preferisco i film, quando ne esce uno valido) ma per quel che ho visto di Camelot mi è rimasta la voglia di andare avanti. Vi consiglio di dare un'occhiata a questa serie. Per quanto mi riguarda non ho voglia di fare il pirata e scaricarmeli da internet (impresa comunque piuttosto impegnativa oltre che illegale), né di comprare un abbonamento alle TV a pagamento: chissà se non sia il caso di prendermi i DVD?

domenica 3 luglio 2011

365 modi diversi per far finire il mondo

Dopo il grosso successo dell'antologia di 365 racconti horror pubblicata dalla Delos (io sono al 12 gennaio...) da settembre inizieranno le selezioni per la prossima, la raccolta di 365 racconti sulla fine del mondo.

Certo, se i Maya si fossero preoccupati di dire che alla fine del ciclo del loro calendario ne poteva benissimo iniziare un altro, non saremmo qui a raccontarcela sul mondo che finisce nel 2012, ma ormai è andata così...

Per chi volesse partecipare, qui saranno postati i dettagli.
Quanto a me, ho già una mezza idea su come andremo... a finire.

venerdì 1 luglio 2011

I diritti di chi?

Non ho sentito molta eco nella blogosfera (e su facebook, dove c'è un mio profilo vivacchia) riguardo alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, secondo cui non si può vietare la vendita dei videogiochi violenti ai minori.

Tale divieto sarebbe addirittura anticostituzionale, in quanto violerebbe il Primo Emendamento (quella norma statunitense per cui uno può dire quello che gli pare, roba molto lontana dal nostro sentire visto che in Italia siamo di nuovo in ballo con l'ennesima sentenza ammazza-internet).

La pronuncia è stata resa necessaria da una legge del 2005 emanata dal governatore della California (ebbene sì, proprio lui, Arnold) che puniva la vendita ad adolescenti e bambini di giochi dal contenuto sanguinario. Contro questo provvedimento, e con una giustificazione becera (anche nelle favole c'è il sangue!), hanno fatto passare l'idea che si tratta di contenuti protetti dal Primo Emendamento e quindi che rientrano nella libera espressione.

Hanno difeso la libera espressione e i diritti, ma i diritti di chi? Personalmente credo che una volta raggiunta la maggiore età a nessuno debba essere proibito niente, ho però idee assai meno larghe su quello che è lecito proporre alle persone in età evolutiva (be', credo che anche la religione sarebbe da far rientrare tra le scelte che uno compie da solo, in autonomia, e una volta adulto). Non mi piacciono le libertà di altri da cui l'utente, una volta solleticato nei suoi istinti e aggirata la sua razionalità, viene condizionato, così come non mi piace ad esempio l'imposizione unilaterale del palinsesto della televisione (ma per fortuna oggi in tanti ne fanno allegramente a meno).
Qui gli unici soggetti ad aver visto difesi i propri diritti sono gli imprenditori dei videogiochi.

Un link a un mio articolo sul tema della violenza e della censura

Un buon articolo in merito alla decisione della Corte Suprema, dal Corriere

Un articolo secondo me grossolanamente superficiale che invece giustifica il provvedimento.

giovedì 30 giugno 2011

Segnalazioni

Un paio di letture su internet, se non v'ha ancora ammazzato il caldo.
Su Fantasy Magazine, un bellissimo articolo su Robert Howard e i suoi eroi (Conan, Solomon Kane, ecc...)

Sul sito/blog La Torre di Tanabrus l'introduzione alla Guida alle case più stregate del mondo di Francesco Dimitri.

martedì 28 giugno 2011

Telefilm per tutti

A Milano, al cinema Apollo, si svolge (anche quest'anno) il Telefilm Festival, con possibilità di ingresso gratuito (fino a che c'è posto).
Per gli amanti del fantastico segnalo:

il 29 giugno alle 19 Wonder Woman, e due episodi di Game of Thrones, dalle 21 alle 23;
il 30 giugno Teen Wolf alle 21;
il 2 luglio Vampire Diaries alle 12, Camelot alle 20, Falling Skies alle 21 (è una creazione di Spielberg); in serata (e nottata) maratona di telefilm di fantascienza (Battlestar Galactica, Stargate, Star Trek...).


Il cinema è posizionato in Galleria De Cristoforis, a due passi dal Duomo e a pochi metri dal mio ufficio, peccato per gli orari che non sono da... dopolavoro. Comunque una occasione interessante per quelli come me che non hanno TV a pagamento e "padelle" satellitari di nessun genere.

Ovviamente i birbaccioni hanno già scaricato più o meno tutto quanto da internet, sottotitoli in italiano inclusi.

domenica 26 giugno 2011

Urbe

Torniamo alle vicende di Jean Autier, manager francese fin troppo affermato e impegnato che, dopo la morte per infarto, scopre un aldilà bizzarro e imprevedibile. Nel precedente Caverne, libro di esordio di Stefano Bianchi, il nostro dirigente non fa in tempo ad ambientarsi veramene in questo mondo che si trova già coinvolto in una lotta serrata con una specie di usurpatore.

Questo si spiega con la peculiare struttura di Panta Rei, ovvero l'aldilà immaginato in questa ambientazione. Esiste un direttorio, una struttura chiamata Corpus, particolarmente enigmatica e avara di spiegazioni per il povero Jean, ma anche ben poveramente organizzata. Vlad Tepes, ovvero il conte Dracula, sembra avere vita facile nel sobillare l'organizzazione di Caverne, nel primo libro: torna ancora nel seguito, intitolato Urbe: un nuovo livello di questo purgatorio (o inferno?) dove Jean ha accesso proprio perché si è dimostrato abile nel contrastare l'avanzata di Vlad.
I personaggi all'inizio sono tutti già conosciuti: Jean, il cavernicolo Deepak con cui ha fatto amicizia, Il supervisore del Corpus Morgan, e la bella Giada, un interesse sentimentale per Jean che non dimentica tuttavia di aver abbandonato sulla terra la sua amata Caroline e le figlie. Caroline, rimasta vedova, viene mostrata in alcune scene dove un nuovo pretendente si fa avanti nella speranza di prendere il posto del marito scomparso.

Allo stesso tempo, per Jean continuano a sorgere i dubbi sulla natura del luogo in cui è capitato. Ad esempio, che senso ha la vita in Panta Rei? cosa succede a chi muore una seconda volta? Tuttavia le risposte tarderanno ad arrivare, e i colpi di scena sono destinati a provenire, più che altro, dalla guerra di Vlad Tepes contro il Corpus. Guerra in cui Jean cerca alleati e trova personaggi quanto mai assortiti: il senatore Quinto Fabio Massimo (il temporaggiatore che non voleva affrontare direttamente Annibale), il Maresciallo Emmanuel de Grouchy (quello che non si presentò sul campo di battaglia di Waterloo privando Napoleone di buona parte delle truppe), il terribile Solimano (che portò l'impero turco all'apogeo).
Diversamente dal primo libro, Vlad Tepes trova il modo di contattare il protagonista e di cercare di instillargli dei dubbi. Si dimostra un cattivo meno stereotipato di come sembrava in Caverne.
Lo stile di Bianchi è migliorato rispetto all'esordio, e le schermaglie diplomatiche e personali di Jean tengono il campo tra battute umoristiche, irruzione di personaggi stravaganti e situazioni un po' surreali, il tutto accompagnato da qualche momento drammatico.
D'altra parte, tutte le domande che il lettore si è posto fin dall'inizio del primo libro restano fondamentalmente ancora senza risposta. Su questo punto, probabilmente avremo dei progressi... nel libro successivo della serie.

lunedì 20 giugno 2011

Intervista a Rothfuss

E' roba vecchia di qualche mese e certo non l'ho intervistato io (sarebbe interessante, eh?).
La trovate qui, ed è in inglese (ovviamente).
Aspetti interessanti: la quinta domanda, ad esempio. Cosa ha inserito (o evitato di inserire) in modo da rendere il suo lavoro differente rispetto ai cliché del genere fantasy? Nella risposta di Rothfuss alcune cose mi hanno fatto sorridere e mi trovano molto d'accordo: non ci ha messo il nano con l'ascia e l'elfo con l'arco, l'eroe che deve salvare il mondo perché così ha detto una profezia, il "bene" contro il "male."
Un altro aspetto è quello del denaro. Il protagonista Kvothe (almeno nel primo libro) è poverissimo e deve fare continuamente i conti con il denaro, mentre non vedresti mai un personaggio di Tolkien parlare di soldi. Nel blog in cui appare l'intervista la cosa è attribuita al fatto che Tolkien era "alta società" e avrebbe trovato sconveniente la cosa. E' un po' ambiguo però se l'opinione è del blogger che ha intervistato Rothfuss o dello scrittore stesso. Però devo dire una cosa: pur amando Rothfuss, personalmente non è che voglia fargliene una colpa al buon Tolkien se, mentre vuol scrivere un poema epico, non ha l'estro di parlar di quattrini.

domenica 19 giugno 2011

La madre di tutte le librerie

Mentre dibattevo tra me sull'opportunità o meno di andare a vedere L'Ultimo dei Templari (questione delicata, perché si tratta di sorbire un'ulteriore dose di Nicolas Cage, che ahimé peraltro ho scoperto attizzare mica poco nella cerchia delle mie colleghe) ho cercato sollievo con una visita alla Hoepli, libreria gigantesca che si trova a due passi dal mio ufficio.
Se c'è un posto che possa rassicurare coloro che, terrorizzati dagli ebook, invocano la vita eterna per la libreria come luogo fisico, deve certamente essere questo. Poiché molto di quanto esposto riguarda l'aspetto visivo, artistico e decorativo (design, moda, libri fotografici di tutti i tipi) chi visita si trova di fronte a un impatto di immagini stuzzicanti, sontuose, meravigliose.
Libri sulle mode, lo stile del vestire nei vari decenni (se parliamo di tempi moderni) o nelle varie epoche. Palazzi, costruzioni di ogni tipo. Lo stile dei giardini. Il design degli oggetti di uso comune. Armi e armature di tutte le epoche. Fregi ed elementi decorativi... insomma ce n'è per tutti i gusti.

E poi ci sono reparti dedicati alle scienze di tutti i tipi, alla narrativa in italiano e in lingue straniere (c'è anche il fantasy, ma vale sempre la regola che ciò che più è banale occupa il maggior spazio).
Guardando i manuali di disegno o quelli di informatica sentivo una gran nostalgia per il tempo perduto: ovvero per le passioni che ho dovuto abbandonare, e che ora è troppo tardi per riprendere, a causa del poco tempo libero e dei troppi interessi. Ma la visita è stata comunque piacevolissima e ho finito per prendere un libro anche se mi ero tassativamente proibito di comprarne altri.

La maggior parte dei libri li compro sulla rete, forse molti di voi fanno lo stesso. Ma se ha ancora un senso fare un salto in libreria, dev'essere questa: non ho niente contro Feltrinelli e Mondadori, ma non reggono il confronto. Se siete di queste parti, e non ci siete mai stati, vi consiglio di fare immediatamente un salto alla Hoepli. Dove si trova? Be', in via Hoepli, no?

domenica 12 giugno 2011

Kick-Ass, il fumetto

Ho comprato il fumetto di Kick-Ass, in italiano, il numero uno, scoprendo che il successivo numero non è al momento reperibile (dovrà ancora uscire, immagino). Sulla qualtà del disegno non c'è niente da ridire, il tratto è fumettistico quanto basta e realistico quanto si deve: per i miei gusti è un fumetto gradevole.
Commenti sulla storia nel suo insieme forse sono prematuri, dovrei finire di leggere i successivi numeri (quanti? non mi sono informato, ma penso che si arrivi solo al numero due o al massimo tre); per quello che posso vedere finora si tratta di una trama con atmosfere molto diverse da quelle del film. Intendiamoci, ci sono anche delle differenze vere e proprie negli eventi, ma non è quello il punto.

Se il film prendeva la "pazza idea" di un ragazzo che vuol fare il supereroe nel mondo reale, e faceva vedere le spiacevoli conseguenze della decisione, prendendole a spunto per farci fare delle risate condite di humour nero, il fumetto è decisamente più "dark". Più intimo, perché accompagnato continuamente dalle riflessioni del protagonista; più realistico ancora, infatti non fa sconti sulle scene di tristezza o squallore. Concede la risata, ma meno allegra e meno liberatoria. Insomma un fumetto piuttosto serio, tutto sommato, mentre il film aveva un taglio molto più accattivante e puntato sul divertimento.
Devo dire che mi piacciono entrambi, anche se forse l'oretta di gran divertimento passata al cinema m'ha fatto più effetto della striscia disegnata. Per una volta, sto sul "leggero."

giovedì 9 giugno 2011

Addio Luciano

Non ho conosciuto personalmente lo scrittore triestino Luciano Comida, ero semplicemente uno che seguiva il suo blog intervenendo raramente, e ho avuto il piacere di uno o due suoi interventi qui.
Ho appreso perciò in maniera del tutto fortuita che, purtroppo, è prematuramente scomparso a causa di un male incurabile.
Addio Luciano...

mercoledì 8 giugno 2011

Salviamo i mostri di Runequest!

Purtroppo l'edizione italiana di Runequest II (riedizione di un antico, glorioso gioco di ruolo) sta andando kaputt. Come si può vedere da questo articolo anche l'arrivo del volume dedicato alle creature è in forse: se non si raggiunge un certo numero di prenotazioni non se ne fa niente.
Del resto mi pare che anche in lingua originale non vada meglio, ed è un peccato per questo grande gioco.

domenica 5 giugno 2011

Delos Days, conclusione

Ahimé, la pesante e lunga preparazione al panel di Giovanni Agnoloni (vedi foto) non è servita a nulla perché, complice l'orario e la pioggia torrenziale, non c'era quasi nessuno e l'incontro si è tenuto in via del tutto informale tra 5 o 6 persone. Però vi segnalo l'autore che, salvo il vizio di fare gli accostamenti più funambolici e arditi fra Tolkien e altri scrittori, possiede grande competenza e sconfinata cultura in materia.

Un po' più gente anche alla presentazione dell'Hogwart's Game tenutosi su Fantasy Magazine e prossimo alla conclusione. Si è accennato anche al progeto di un gioco di carte della rivista che avevo lanciato tempo fa; in effetti vorrei portarlo avanti nei prossimi mesi.

Nel pomeriggio ho assistito alla presentazione di due antologie a cura di Franco Forte: 365 racconti Horror per un anno e Il Magazzino dei Mondi. Due mie creaturine sono pubblicate in queste raccolte, e devo dire che la cosa mi fa piacere.

Quasi affollato l'incontro su "Fantasy e Gioco, narratività a confronto" condotto da me e Luca Volpino della Wildboar.it, in realtà la discussione è andata più sulla possibilità di costruire o meno una trama con lo strumento ludico. Interessante, anche se devo dire che Volpino, essendo un vero professionista del mestiere, certamente era più ferrato di me.

sabato 4 giugno 2011

Il Dune di Jodorowsky

Una notizia un po' malinconica, di quelle che mi fanno pensare a tutta l'acqua che è passata sotto i ponti da quando bazzicavo tra le librerie in cerca dei fantasmagorici fumetti dell'ultima grande stagione europea (ora schiacciata dal tratto stereotipato del manga).

Jodorowsky, un regista, ma che io conosco per i fumetti della serie dell'Incal, avrebbe potuto dirigere una versione cinematografica di Dune negli anni '70. E se lo avesse fatto avrebbe portato con sé scenografie pazzesche e personaggi molto interessanti, sebbene non necessariamente tra i miei preferiti. Ci sarebbe stato Salvador Dalì. Mick Jagger. I disegni di Moebius e Giger. A me non è dispiaciuto il Dune di De Laurentiis, ma avrei proprio voluto sapere come sarebbe venuto fuori questo.
Invece niente, non si è fatto. Il progetto è naufragato per motivi non ben chiariti, e molta della grafica dedicata è rimasta nascosta. Finora.
Finalmente se ne può sapere di più: è stato girato un documentario con la voce di Jodorowsky e di altri protagonisti sul "Dune che non è mai stato". Spero che sia possibile vederlo interamente (qualche spezzone di intervista è già disponibile qua e là in rete), e almeno con i sottotitoli in inglese.
Nel frattempo gli anglofoni che volessero saperne di più possono fare un salto qui...

venerdì 3 giugno 2011

Delos Days

Oggi ho fatto un salto breve breve ai Delos Days in via Sant'Uguzzone, inconrando per la prima volta "dal vivo" molti membri della redazione di Fantasy Magazine. Farò il bis domenica.
Per chi voglia qualche informazione sulla manifestazione il link da seguire è questo.

domenica 29 maggio 2011

The Wise Man's Fear

Dopo aver letto in lingua originale The Wise Man's Fear, ovvero il seguito de Il Nome del Vento, concludo di aver senz'altro gradito il libro, ma di essere adesso un po' incerto su Patrick Rothfuss e sulla sua trilogia (o n-logia) in fieri. Dal momento che questi due sono dei gran libroni in cui, spesso e volentieri, per centinaia di pagine non succede nulla o succedono minuzie che un Moorcock abbrevierebbe in due frasi, mi viene da pensare a volte che alla fine ho trovato anche io la mia monnezza in stile contemporaneo, un bestseller prolisso e fuffoso da sfogliare facendosi cullare da una storia che non finisce mai.

Eppure no, vi trovo della qualità, e a volte tantissima, sebbene i temi trattati sembrino spesso terribilmente banali. L'Università con i giovincelli che studiano magia sa tanto di Harry Potter, i nemici sbruffoni e spocchiosi che vogliono rovinare il protagonista ragazzino prodigio sono ormai una noia tremenda, ma Rothfuss tratta qualsiasi tema in maniera completamente originale e sa fartelo vedere (quasi sempre) come se fosse nuovo. Ha personalità, doti enormi da narratore, e sa creare aspettativa e mistero. Credo che per quanto mi riguarda questo scrittore si giocherà tutto nel come saprà portare a termine le promesse che la sua storia ha fin qui acceso. Lo aspetto al varco, perché ha creato sempre più interrogativi e misteri.

Mentre il primo libro mi aveva lasciato del tutto a bocca aperta, con poche osservazioni da muovere (salvo il fatto che la faccenda del draccus comune, o come si chiamava, era veramente un po' noiosa e tirata troppo in lungo), adesso mi trovo a farmi qualche domanda in più. Chi non volesse anticipazioni, è pregato di saltare il resto di questo post.

Innanzitutto, il libro parte con gli studi di Kvothe, l'inimicizia di Ambrose, i debiti e i problemi con i soldi, l'amore disperato per Denna. Tutte tematiche che apparivano già nel Nome del Vento. Vi sono alcuni avvenimenti, tra cui uno che sembra non banale (la litigata alla morte con Devi, l'usuraia) ma che poi finirà a tarallucci e vino. Facendo i conti e tirando le somme, sono oltre trecento pagine in cui non succede nulla. Di solito una cosa simile non la perdono, a Rothfuss posso perdonare anche questo. Non in eterno.

Poi Kvothe parte in cerca di un ricco patrono, e fa addirittura naufragio. Ma la cosa viene scavalcata e non descritta, come se fosse poco rilevante. Il suo compito presso il nuovo datore di lavoro, che è un ricco nobile che potrebbe risolvere i problemi di Kvothe diventando suo patrono, sarebbe di aiutarlo (con le sue doti di cantore e suonatore) a corteggiare una nobildonna. Kvothe, diciassettenne che non è ancora stato con una donna, nondimeno gli dà saggi consigli e lo aiuta con successo, sapendo fornire indicazioni sul da farsi e componendo ballate struggenti per mezzo della sua esperienza di trovatore. Ok, così sia. Nel frattempo, scopre che un alchimista e farmacista di corte sta avvelenando il suo nuovo signore, e riesce a bloccare questo complotto (ma non si scopre il motivo del tradimento: materia che verrà ripresa un domani, o no?).

Per tutto ringraziamento il protagonista viene mandato con quattro fessi a combattere contro una banda di malfattori che ha intercettato più volte gli esattori delle tasse lungo una certa strada, causando al signore una grave perdita economica. Notare che Kvothe non ha esperienza militare e viene nominato capo della spedizione... a discolpa di Rothfuss va detto che il protagonista sospetta che ci sia un motivo per cui il suo patrono semplicemente non lo vuole tra i piedi per un certo tempo e lo manda in una missione dove (crede) non troverà nulla, tuttavia anche questa motivazione mi zoppica un po'.

La realtà è che all'autore serve un motivo per mandare Kvothe a spasso per le foreste dove ammazzerà un po' di banditi facendo sfoggio di feroce magia, conoscerà un mercenario che viene da uno strano popolo e incontrerà Felurian, una specie di mitologica sirena (di terra) che ammalia gli uomini e li porta alla perdizione. Ovviamente Kvothe cede alla tentazione ma non è dominato, pertanto si salva, e anzi apprende i misteri dell'amore senza che per questo sia necessario portare a felice conclusione la sua storia con Denna.


 Dal blog di Rothfuss, la scintigrafia del suo emisfero sinistro...

Visto che accennavo a uno strano mercenario, si tratta di un personaggio così insolito che Kvothe vuole imparare usi e costumi del suo popolo, e alla fine per una catena di eventi deve seguire quest'uomo nella sua patria. Segue pertanto l'intermezzo piuttosto lungo con gli Adem, popolo guerriero delle montagne, mercenari un po' come gli svizzeri, ma con una serie di orpelli in più: una filosofia di vita severa e austera, scuole dove si insegna il combattimento, una quantità di mosse di arti marziali, una particolare ginnastica per il corpo e per la mente, tutte conoscenze che i bellicosi montanari accettano a malincuore di condividere con l'ospite. Così Kvothe, ragazzo prodigio della musica e studente brillantissimo dell'Università, comincia ad andarsene in giro con la spada diventando anche una specie di guerriero e, soprattutto, sconfinando decisamente in territorio Mary Sue con tutte le sue ineffabili capacità.

Della storia d'amore con Denna direi solo che si è prolungata oltre il ridicolo. Dei Chandrian, creature mitologiche che hanno massacrato la famiglia di Kvothe bambino, dico invece che dopo 1.700/1.800 pagine sarebbe ora di saperne qualche cosa... Ci sono ormai troppi misteri aperti e nessuna soluzione.

Tirando le somme delle mie critiche: mi è piaciuto moltissimo The Wise Man's Fear, ma non è all'altezza del precedente, gli avvenimenti che fanno muovere la trama (quando si muove!) hanno una logica molto fragile, ci sono punti in cui la storia fa acqua.
Come sarà il terzo libro? Spero che il buon Rothfuss non mi deluda e mantenga le sue promesse...

mercoledì 25 maggio 2011

Talisman

Un gioco estremamente longevo nonostante sia insulso e insensato. O forse proprio per questo. Cos'è Talisman? Semplicemente una specie di gioco dell'oca, in versione fantasy o stile D&D se vogliamo; ci sono personaggi dagli svariati poteri che si muovono (con la libertà della direzione) su un tabellone. A seconda della casella e degli incontri acquisisicono poteri, armi, seguaci e amici, tesori, oggetti magici e via dicendo... oppure subiscono danni.

Dopo aver girato un po' a vanvera, tra vari incontri e qualche dado da tirare, con un po' di fortuna il personaggio si è evoluto e potenziato (se invece ci ha lasciato la pelle se ne può prendere un altro e ricominciare!) e inizia a muovere avventurosamente verso il centro del tabellone, dove le cose si fanno più dure. Gli incontri sono molto più dannosi e non si acquisiscono più premi a vagonate come prima! C'è da mettere in preventivo qualche pesante battuta d'arresto, nel proprio progresso verso la vittoria finale, vittoria che consiste nel superare qualche prova decisiva o roba simile... non ricordo nemmeno a dire la verità.

Molta fortuna, qualcosa di gestione, parecchie cromature, senz'altro il vantaggio della semplicità. Ci si giocava ai tempi, nei lunghi pomeriggi azzurri e sprecati, tra studenti svogliati, universitari falliti, specialisti del cazzeggio, ragazzini malguidati. La prima versione è della Games Workshop e risale agli anni '80, e devo proprio averla giocata (ai tempi). Non so proprio perché mi è dovuto toccare di nuovo, due lunedì fa, di giocarlo in una versione assai modernizzata e migliorata nella grafica. Piuttosto di malavoglia, la mia parte l'ho fatta, un po' di impegno ce l'ho messo e mi sono spinto più avanti di tutti, fino al momento in cui il mio personaggio è schiattato alla penultima casella. Sfortuna volle così; ne ho approfittato per andarmene a dormire (era passata mezzanotte, e se la partita abbia poi avuto un vincitore lo ignoro).
Volete un consiglio? non giocate a Talisman.

domenica 22 maggio 2011

Lo scrittore inesistente

Non so se è vera questa storia, ma se lo è mi pare molto divertente. Un bello spaccato dei meccanismi con cui si creano i fenomeni mediatici, i successi a tavolino, la "visibilità" pubblica.
Mi riferisco al personaggio immaginario dello scrittore dell'anno, che (secondo questo articolo) avrebbe funzionato alla grande al Salone del Libro di Torino come bufala in grado di abbacinare tutti quanti, al punto che dicevano di averlo letto.

Qualcuno ne sa di più?

sabato 21 maggio 2011

Troyes

Gioco gestionale di ambientazione medievale, Troyes è una creazione di disegnatori francesi. I giocatori se la vedono attorno a una città, cercando di giostrare le loro risorse nei tre elementi chiave della società medievale: l'economico (che comprende una certa quantità di attività liberali ma anche il puro e semplice zappare la terra), il militare e il religioso.
Come molti giochi di questo genere bisogna "piazzare" i propri omini (che possiamo immaginare come lavoratori, guerrieri, o tante altre cose) negli edifici che generano attività, magari contendendosi il posto. Come si può vedere dall'immagine (presa dal sito boardgamegeek) c'è anche una gran quantità di dadi, che si tirano all'inizio del turno e poi si spendono per effettuare le azioni possibili.

Da notare che ciascun giocatore in teoria ha i "suoi" dadi (generati dagli uomini che ha piazzato nelle varie attività) divisi in gialli (economico) rossi (militare) e bianchi (religioso), ma al proprio turno può, pagando, usare anche quelli degli altri. Ciascuna attività, tipica dell'epoca, permette di ottenere una certa varietà di risultati partendo dal punteggio di questi dadi colorati. Alcune possono far meritare fama, la fama può far guadagnare quattrini, i quattrini si possono convertire in punti di vittoria... e così via con varie opportunità. E come in molti giochi del genere, c'è anche una cattedrale da costruire (fama e punti di vittoria a fiumi per chi fa avanzare i lavori, penalità per i poco volonterosi).

Oltre al lato costruttivo c'è anche una serie di problemi da affrontare, tra invasori, eretici, briganti e così via. Questi problemi sono rappresentati da un certo numero di carte che continuano ad avere effetto finché non si pone rimedio. Gli omini che si occupano di attività militare sono quindi molto sollecitati nel respingere questi attacchi. Ma, diversamente da un altro gioco che ho sperimentato recentemente (Rio de la Plata), i cattivi si limitano a creare degli svantaggi senza entrare in città a spaccare tutto.

I punti di vittoria si guadagnano attraverso una serie di diverse attività e ogni giocatore ha la "sua" carta personale con una formula che dà ulteriori bonus (validi per tutti), e ovviamente non conosce la carta degli altri. Troyes è un gioco dove si tirano un sacco di dadi ma la fortuna alla fine conta poco. La durata è calibrata per non andare a dormire troppo tardi e anche questa è una buona cosa.
Le attività disponibili possono cambiare a ogni partita ed è facile immaginare che azzeccando una giusta strategia e approfittando delle sinergie tra le varie possibilità che si aprono, un giocatore possa trovare la formula vincente, ma la variabilità delle attività disponibili garantisce la longevità del gioco. L'interazione tra i giocatori è "non violenta" ma importante, perché Troyes (tipicamente, come in molti gestionali) è tutto uno sgomitare per fregarsi a vicenda opportunità e risorse.

Insomma Troyes ricalca vie che di questi tempi sono molto comuni nei boardgames, ma lo fa in maniera interessante, rivelandosi, a mio parere, uno dei migliori giochi usciti di recente (è del 2010).
Me la sento di consigliarlo: tra l'altro è uscito anche nella nostra lingua.

lunedì 16 maggio 2011

Elric nel ventunesimo secolo - 2

Mentre la prima delle due classiche raccolte della saga di Elric narra del suo rapporto con la patria melniboneana e con la sua infelicità personale, e sfocia nella distruzione di Imrryr e nel vagare di Elric per il mondo, il secondo (Elric il Negromante) narra della lotta tra legge e caos e del coinvolgimento di Elric come pedina obbligata dal fato, una pedina in effetti estremamente importante per la soluzione di questa lotta.
Attenzione: le descrizioni che appaiono qui hanno senso per rinfrescare la memoria a chi ha già letto i libri: gli altri troveranno solo anticipazioni che rovineranno loro il piacere di leggere queste storie.

La Torre che Svaniva

Il libro narra della lotta di Theleb K'aarna, stregone di Pan Tang, contro Elric. A essere minacciata è l'eroina della legge Myshella, poiché i Kelmain, creature del caos, si sono messi al servizio di Theleb K'aarna. In questa lotta Elric, con l'amico Maldiluna che sarà da ora in poi spessissimo con lui, viene catturato, ma riesce a liberarsi e a tornare a fianco di Myshella.
Con una magia terribile la dama elimina tutti gli avversari: anche Theleb K'aarna, apparentemente, muore. Sembra che la paladina della legge voglia ricompensare gli sforzi di Elric concedendogli il suo amore, ma l'albino si schernisce dicendo che "non può avere quello che desidera, perché non esiste ed è morto," riferendosi al suo amore perduto, e dice che l'unica cosa che possiede è "rimorso, malvagità, odio." Una tonnellata di autocommiserazione per una scena decisamente sopra le rgihe.

In seguito Elric cerca la pace a Tanelorn, la misteriosa città che si trova in tutti i piani di esistenza e che offre un rifugio sicuro a quelli che si sono rifiutati di servire il caos. La sua pace dura poco, con un sotterfugio gli viene rubato l'anello Actorios, simbolo degli imperatori di Melniboné e significativo aiuto alla sua magia. Elric ha guidato i Regni Giovani alla distruzione di Imrryr, ma non vuole abbandonare questa vestigia di un impero che non esiste più.
E' re Urish, sovrano di Nadsokor (la ripugnante città dei mendicanti) ad aver portato a termine il colpo con l'aiuto di Theleb K'aarna, suo ospite.
Elric si ficca nei guai, viene ancora catturato e imprigionato, ma anche stavolta riesce a salvarsi, a recuperare la sua diabolica spada, ad affrontare ed eliminare addirittura una divinità (prigioniera di un labirinto come lui). Il mago di Pan Tang è sconfitto una volta di più, ma torna alla carica, ancora contro Tanelorn.
Dopo un'altra incursione in un diverso piano di esistenza, Elric riesce a salvare la città, ma Dama Myshella muore.
Il mio segnalibro, che ho ritrovato tra le pagine, era un biglietto del tram di un formato che avevo completamente dimenticato







La Maledizione della Spada Nera
In maniera molto poco caratteristica questo libro si apre con un Elric completamente diverso dal triste solitario che passa il tempo ad autocommiserarsi: qui è addirittura un predatore allegro e feroce, pronto a sfruttare un gruppo di mercanti che vuole assoldarlo per proteggere i loro affari eliminando un mercante (Nikorn) più in gamba di loro nella città di Bakshaan. Elric accetta perché il ricchissimo Nikorn ha al proprio servizio Theleb K'aarna. Cerca alleati e trova assistenza imprevedibilmente dai mercenari melniboneani di un gruppo formato da Dyvim Tvar, ex signore dei draghi e ora condottiero dopo la distruzione di Imrryr. Elric spiega i suoi motivi (la lotta contro il cugino usurpatore) e miracolosamente i melniboneani accettano di aiutarlo e mostrano addirittura rispetto per l'ex imperatore.
Nella lotta che segue Dyvim Tvar muore, come anche il mercante Nikorn: il secondo muore decisamente con rabbia poiché aveva misericordiosamente risparmiato Elric quando avrebbe potuto eliminarlo. Esce di scena finalmente anche Theleb K'aarna. Altro aborto di antagonista, se mi si permette il termine. Sarebbe stato uno stregone di discreta capacità, diventa un personaggio competente ma debole, anche se in maniera diversa da Elric: è geloso di una donna (Yishana, che lo manipola apertamente e ammira invece Elric, perfino quando la passione dell'albino verso di lei si è raffreddata) e motivato da questo odio patologico e dalla consueta sete di potere. La debolezza dello stregone non è ridicolizzata da Moorcock, ma viene vista tutto sommato con poca simpatia. Poiché l'azione è generalmente centrata su Elric, questo antagonista non ha comunque moltissime occasioni per esprimersi. Quelle poche le usa solo marginalmente meglio di Yyrkoon, il cugino di Elric abbozzato in maniera ancor più rudimentale.

Dopo questo conflitto Elric incontra la bella Zarozinia, una giovanissima in cerca di scorta e protezione per intraprendere un viaggio. Elric se ne innamora, vive altre avventure non eccessivamente memorabili e infine la sposa, vivendo finalmente in pace per qualche tempo e rinunciando all'aiuto della spada demoniaca.
La lotta torna a reclamare la presenza di Elric quando un'immensa orda, guidata da un condottiero (Terarn Gashtek) travolge Eshmir, la patria di Maldiluna, che aveva lasciato Elric per cercar fortuna da solo. E' proprio l'amico a sollecitare l'intervento dell'albino, che usa ancora i draghi di Melniboné (ora comandati da Dyvim Slorm, figlio di Dyvim Tvar) per sconfiggere l'orda. Elric cerca nuovamente di abbandonare la spada dopo un terrificante massacro.
Segue a completare questo libro un'avventura di Rackhir, dove Elric non compare.

Tempestosa
A Karlaak, dove Elric vive con la giovane moglie, sei demoni del caos riescono a infiltrarsi con mezzi magici. Sorprendono l'albino, non lo uccidono (potrebbero) ma rapiscono sua moglie. Elric risuscita con un rito negromantico uno dei demoni e ne ottiene una oscura profezia, che guiderà molte delle successive mosse.
Un nuovo mago, sempre di Pan Tang, ha assunto il comando di nuove forze, sempre del caos, e ha un alleato nei Regni Giovani, ma questa volta si tratta dello stato di Dharijor. L'avversario si chiama Jagreen Lern ed è tanto potente quanto insignificante. E' cattivo e arrogante, un classico cattivo insomma. Si muove con forze terrificanti, ora che il caos ha stravolto ogni equilibrio: sta cominciando a pervertirsi e corrompersi la stessa natura e c'è un'enorme moria di esseri viventi. Ma in realtà Jagreen Lern è solo la marionetta di queste forze che stanno completando un fato preordinato.

Una delle battaglie descritte in questo libro (quella in cui partecipano le forze della regina Yishana) è in verità molto bella. Dopo tutto scivola nella distruzione e nella corruzione. Elric diventa una marionetta non meno del suo avversario; è soccorso e consigliato da esseri prodigiosi chiamati Nihrain (e tirati fuori giusto per l'occasione, anche se sono descritti come antichi alleati dei Melniboneani), il cui capo Sepiriz ripetutamente interviene a dire quello che bisogna fare. Tra un alleato che sa tutto e un'oscura profezia da fare avverare, Elric vive alcune avventure strabilianti, talvolta anche ben scritte, ma il tema della storia è il fato, e lo si avverte molto nella narrazione. In pratica la storia procede su rotaie verso l'inevitabile finale, che Elric fondamentalmente accetta: evitare il trionfo del caos, far finire l'epoca attuale (e tutti gli uomini che vi vivono) per avere un nuovo inizio sotto il segno dell'equilibrio tra le forze (caos e legge).
Nella lotta Elric finisce anche per essere catturato. Questo è il pretesto per una brutta scena, in cui Jagreen Lern, come ogni buon cattivo da fumetto di serie B, fa legare Elric all'albero di una nave perché veda la disfatta dei suoi alleati, ma viene beffato quando l'albino chiama la spada e Tempestosa "vola" a liberarlo. Il mago di Pan Tang, che ha addirittura dato a Elric il beneficio di un incantesimo di protezione perché non venga ferito nella battaglia che sta per iniziare, non può bloccarlo mentre si libera. Questa poteva esserci risparmiata.

I personaggi muoiono a poco a poco nella terribile lotta: Dyvim Slorm, Yishana, Rackhir l'Arciere Rosso, la povera Zarozinia, e infine l'amico Maldiluna. Diversi di questi sono uccisi da Tempestosa, a volte sacrificandosi di propria volontà nella consapevolezza che il mondo sta terminando.
Alla fine Elric suonerà il Corno del fato, bandirà i duchi del caos e si prenderà un po' di sano divertimento torturando a morte Jagreen Lern. Infine suggellerà il passaggio alla nuova era, dove non ci sarà posto nemmeno per lui. Sepiriz gli ha spiegato che questi cicli si ripercorrono nel tempo e nelle varie dimensioni, e che Elric avrà di nuovo lo stesso ruolo nel futuro e in altri mondi, ma non c'è un perché, una spiegazione razionale a tutto questo. E per Elric è il momento di uscire di scena.
A farla finita con l'eroe albino ci penserà, come saprete, la sua stessa spada demoniaca.

Passiamo quindi a fare alcune riflessioni:

Il personaggio di Elric
Nelle parole di Moorcock, Elric assomiglia molto al suo autore in un certo periodo della sua vita, sotto l'influsso di una "tragica storia d'amore" che lo aveva reso irascibile, cinico e vendicativo. Aspetti come ad esempio quel suo essere incapace di prendere decisioni come si vede soprattutto all'inizio della saga, per la scarsa fede in se stesso e negli altri che gli impedisce di attribuire la ragione o il torto a qualsiasi cosa, per quel cercare il motivo del proprio esistere e uno scopo nella vita (domande che tutti noi, quando siamo a posto, sappiamo essere i tormentoni inutili dei depressi, dei morti in piedi, di chi si lambicca in dilemmi insensati). Elric è personaggio dalla spiccata umanità e dalle umane debolezze, ma non è "buono," è capace di feroci vendette e di passioni pericolose, e di grandi stupidaggini. Moorcock ha creato l'antieroe, l'antitesi ai classici personaggi tolkieniani e ai miti della sword and sorcery (alla seconda in realtà la saga finisce per pagare omaggio, mentre di Tolkien Moorcock è critico feroce). Dobbiamo tener presente che Moorcock aveva influenze molto "anni sessanta" ed era molto antiautoritario e iconoclasta. Da qui vengono le sue opinioni apertamente offensive nei confronti di autori che a mio parere non se le meritano, come Tolkien o Lovecraft.

Questo può spingerci a farci delle domande però anche sul suo personaggio. Elric nella seconda metà della saga è un eroe che accetta stoicamente un destino infame, ma inizia la storia come "uno che ha dei problemi," aspetto che forse poteva suscitare solidarietà in una certa epoca, mentre ne suscita assai meno oggi. E' un aspetto del "superamento" di questo personaggio, diventato oggi (prendendo la frase di Viviani) un "minorato mentale?"
O forse è uno stimolo a non chiuderci nei cortocircuiti mentali dei nostri anni cupi e difficili? Non ho una risposta certa e non voglio spostare troppo il discorso su temi che esulano eccessivamente dal contenuto della saga.

Posso dire che leggendo la saga oggi, non faccio sconti su certi aspetti del personaggio (aspetti che in realtà avevo generalmente notato anche da ragazzo). Elric ha continue contraddizioni, qualcuna giustificabile altre meno, e fra queste le più fastidiose sono quando tira fuori il lignaggio imperiale e la fierezza melniboneana mentre è stato lui a distruggere tutto questo. Elric fa quel cavolo che vuole come se fosse una rockstar, e Moorcock gli fa fare delle idiozie (mettere Yyrkoon a fare il reggente) per mandare la storia nella direzione che vuole. Gli mette in bocca discorsi impegnati per sostanziare la pretesa di saper parlare di temi profondi, virtù che concederei allo scrittore britannico in misura piuttosto limitata. Lo fa finire sopra le righe con frasi un po' ridicole come: "Muoio. Bene, credo che non m'importi." Elric in effetti è una Mary Sue tremenda, una scommessa azzardatissima da parte del suo autore. Imperatore di una razza arrogante, superiore a quella umana, capace di mettersi in contatto con diverse divinità e di chiamarle in aiuto, bello ma separato anche dalla sua razza per via di un ulteriore marchio di distinzione, quello dell'albinismo, sconcertante per gli occhi rossi e per la ferocia che può improvvisamente scatenare, portatore di una spada che beve le anime. E allo stesso tempo debole nel corpo (costretto a usare le pozioni o la spada per potersi reggere in piedi) e fragile nello spirito, tutto il contrario dei classici eroi fantasy. E' il contrario di un eroe classico, ma nello stesso modo è privilegiato da una montagna di trati che lo separano dal comune mortale.

In effetti Elric cammina su un filo, in bilico tra l'affascinare il lettore e l'essere liquidato con una risata. Me ne rendo conto oggi, non me ne ero reso conto da ragazzo; ma questo rende anche più significativo il suo successo. Inoltre l'albino è l'unico "pezzo" veramente forte della saga, dove il palcoscenico è solo per lui: questo deve dare la misura di come sia stato un parto brillante del suo autore.
Anche ammettendo che Elric sarebbe stato poco adatto a "sfondare" ai giorni nostri, ipotesi che non si può verificare, è comunque divenuto un classico che riesce a interessare anche i giovani e non solo un culto di nostalgici. Si può odiare questo personaggio ma non negare che abbia strappato un posto nell'immaginario, da cui non scomparirà facilmente.

Cosa c'è oltre a Elric in questa saga?
Non sono un grande ammiratore di Moorcock pur ammettendo che ha scritto alcune cose egregie, anche oltre la saga di Elric. Ha un bel mestiere, ma è discontinuo, ed essendo un autore focalizzato sulla trama, cura le ambientazioni in ottica strettamente utilitaristica. Il mondo dei Regni Giovani è cresciuto in maniera da risultare vivo e affascinante, tuttavia in molti punti del percorso il lettore sarà sconcertato dal vedere riassumere tutta una nazione con descrizioni di poche righe estremamente generiche. Si salvano un po', ovviamente, i luoghi dove si svolge qualche azione particolarmente importante. Quando Elric fa un salto in un altro piano per una delle sue missioni, l'impressione a mio parere è spiacevole, come se il mondo fantastico ideato dall'autore sia come una carta velina tirata fin quasi al punto di stracciarsi.

I personaggi del resto non sono meglio curati, in linea di massima. Ho già espresso la mia insoddisfazione per il personaggio di Yyrkoon, e implicitamente già fatto notare che i due cattivi Theleb K'aarna e Jagreen Lern sono poco ispirati e simili fra loro. Moorcock sembra non volere un cattivo di un certo spessore, e credo di indovinare ipotizzando che non desideri alcuna ombra sul suo eroe che regge tutta la scena. Il dio Arioch, con la sua ambiguità e pericolosità, è un personaggio superbo, ma come divinità non può scendere direttamente in campo contro il suo prediletto che lo ha tradito. Forse è per questo che Moorcock gli ha concesso tanta attenzione nel disegnarne i tratti.
Quanto agli amici e ai... neutrali, non mi lamento di Maldiluna, personaggio che deve solo far da spalla e lo fa egregiamente, ma i vari melniboneani nobili e non (Dyvim Tvar, Magum Colim, Ossastorte...) avrebbero forse meritato qualche dettaglio in più. Purtroppo l'economia spietata di Moorcock dedica loro solo le pennellate minime per farli funzionare. Sono poco dettagliate, anche se già più appassionate e vibranti, le due donne amate, Cymoril e Zarozinia, ma io non posso fare a meno di pensare che siano una la fotocopia dell'altra. Interessantissime altre due donne, Myshella e Yishana, ma... i riflettori si posano su di loro abbastanza sporadicamente.

Quanto alla trama, in alcuni momenti riesce ad appassionare, in altri crolla pericolosamente sotto il livello di guardia. Ci sono senz'alro troppe occasioni in cui Elric deve semplicemente andare in un certo posto a fare una certa cosa, come recuperare un oggetto o ammazzare una certa persona, non per una vera connessione con la storia ma semplicemente perché è un passaggio indispensabile per qualche motivo oscuro. All'inizio la sfida tra l'usurpatore Yyrkoon ed Elric sarebbe appassionante ma ci sono alcune "tare comportamentali" dell'eroe albino a rovinare un po' le cose, come abbiamo visto.
Sui Mari del Fato contiene alcune rivelazioni importanti per lo svolgimento generale della trama ma è il libro meno riuscito dei sei. La rivincita di Elric contro la propria patria ovviamente è un picco d'interesse che risolleva la saga, con la distruzione di Imrryr, la morte di Cymoril e il protagonista costretto a voltare pagina.
La lotta di Theleb K'aarna contro Elric e contro i suoi vari alleati tra cui gli abitanti di Tanelorn è interessante, anche se presenta un'altra "falla" logica che non mi piace, i mercenari di Dyvim Tvar che accettano di collaborare con Elric.
Quando entra in scena Jagreen Lern la lotta diventa guidata dal fato e dalle mosse degli dei, con la profezia da avverare e l'arrivo di un personaggio totalmente deus ex machina come Sepiriz, che spiega a Elric a che punto siamo e cosa deve fare adesso, e gli dà a volte anche aiuti pratici e suggerimenti. Moorcock non aveva voglia, temo. Sapeva che doveva andare a terminare la saga in un'apocalisse, e come in certe altre parti tutto ciò che sta a lato è un contorno affrettato e semplicistico, forse salvato da un'abile mano in certe descrizioni. Si salva la solennità, l'aspetto "Heroic Fantasy" della lotta condannata di Elric, ma è un tramonto un po' in declino, anche se il finale mi ha sempre emozionato.

Conclusione
Di fatto la saga di Elric è un'enorme scommessa sul personaggio. Il resto non è di qualità sempre eccelsa e certe pretese intellettualistiche di Moorcock lasciano il tempo che trovano, adesso come allora. Va comunque concesso che nei contenuti vi è una dimensione letteraria e una qualità, quando c'è, che va ben oltre certi libri fantasy di oggi tanto osannati, e scritti seguendo le regolette. Certi aspetti sbrigativi dello scrivere di Moorcock ci prendono un po' in giro, ma nel complesso c'è sostanza e c'è arte: mica per niente pur avendo accarezzato l'idea di farlo, non riescono a cavarne fuori un film per la Hollywood di oggi.

La prima parte di questo articolo si trova qui.

sabato 7 maggio 2011

Elric nel ventunesimo secolo - 1

Provi a leggere oggi Michael Moorcock e se le succede come è capitato a me, si chiederà: “ma come poteva piacermi questo Elric di Melnibonè?” (Gianfranco Viviani)

Su Moorcock e sul suo più famoso ciclo di storie la pulce nell'orecchio me l'ha messa la risposta che Gianfranco Viviani (ex patron dell'Editrice Nord) diede alla mia domanda su Fantasy Magazine nell'intervista del 2009: a parte alcune affermazioni di valore puramente commerciale, come quella sui nuovi autori che sarebbero interessanti oggi, Viviani lanciava più di una frecciata ai grandi miti del fantasy di una volta. "E' passata un'epoca e quello che una volta affascinava, oggi fa solo sorridere."
Viviani non risparmiava critiche anche forti a Elric di Melniboné, il grande eroe di Moorcock, dandogli appellativi non proprio lusinghieri. Elric non sa chi è, non sa cosa deve fare, sembra un minorato mentale.

Non ho certo intenzione di ribattere (dopo anni!) alle affermazioni di questo celebre personaggio del fantastico (ci fu comunque un po' di maretta intorno all'intervista, anche sul forum di FM). Ovviamente non sono d'accordo con qualsiasi affermazione che liquidi questa saga così facilmente, ma ho colto la provocazione per rileggere Elric, perché anche io mi ero chiesto se avrei giudicato quel ciclo così interessante, oggi come oggi, e se era tutta gloria quella del buon Moorcock.

Quindi ho riletto i libri, i sei classici, per intenderci quelli raccolti dalla Nord nei volumi Elric di Melniboné e Elric il Negromante. Lasciamo un velo pietoso sulla ripresa successiva di Elric da parte dell'autore.
Non ho potuto fare a meno di notare per prima cosa lo stile. L'uso del narratore onnisciente, frequenti eccezioni alla regola dello show don't tell (che non è un dogma, ma resta preferibile secondo me in una storia come questa) uno stile talvolta descrittivo e ridondante ma più spesso asciutto o addirittura scarno, sbrigativo. Dove Moorcock è nella vena migliore, è molto bravo. Ma credo che nella sua vasta produzione (di cui qualcosa ho letto) ci siano lavori accurati e altri, oserei dire, piuttosto tirati via.
Esaminiamo quindi la saga di Elric percorrendone le tappe (le descrizioni che appaiono qui hanno senso per rinfrescare la memoria a chi ha già letto i libri: gli altri troveranno solo anticipazioni che rovineranno loro il piacere di leggere queste storie).

Nella foto: la mia copia di Elric di Melniboné, acquistata per 5.000 lire nel 1985. Mi procurai anche Elric il Negromante in quel periodo, ma mi fu in seguito sottratto da un disgraziato che non restituì né il libro né del denaro che gli avevo dato, pertanto dovetti ricomprarlo nella versione a copertina morbida degli anni '90.


Elric di Melniboné
La storia comincia da Elric. Fin dalla prima parte (intitolata Elric di Melniboné come il libro, che in effetti è una raccolta) il riflettore è puntato sul protagonista, sui suoi dubbi morali e filosofici riguardo all'uso del potere, sul suo essere "troppo umano" e soprattutto diverso da quella razza sovrannaturale da cui proviene, i Melniboneani. Il contrasto viene mostrato con forza perché Yyrkoon, il cugino arrogante e prepotente, affronta subito rozzamente Elric senza far mistero di voler usurpare il trono. L'imperatore albino sa di essere di fronte a una minaccia mortale ma ritiene di essere più "forte" non seguendo la logica del suo popolo (che sistemerebbe subito tutto uccidendo il rivale). Concederebbe una vittoria a Yyrkoon, in un certo senso, se lo uccidesse, perché diventerebbe come lui.


Peraltro Elric non si illude di cambiare il mondo: "non desiderava riformare Melniboné, ma se stesso."
La prima scena di azione giunge abbastanza presto, prima però abbiamo la cavalcata del protagonista con la promessa sposa Cymoril (sorella di Yyrkoon) e l'interrogatorio delle spie, che dovrebbero guidare un'incursione dei nemici provenienti dai Regni Giovani. Il dottor Scherzo, torturatore, è un personaggio certamente di una certa efficacia.
L'incursione sposta l'attenzione sul porto dei Melniboneani a Imrryr: è difeso da un labirinto attraverso cui i visitatori vengono guidati da un equipaggio del posto e tenuti bendati, a mio modesto parere un'idea molto poco pratica. Da ragazzo mi era piaciuta già poco, rileggendo oggi mi sembra una fantasia piuttosto grossolana e tutto sommato un po' infantile.

Come chiunque abbia letto la serie sa già, nella battaglia con i barbari dei Regni Giovani Yyrkoon crede di risolvere i problemi a suo modo approfittando della debolezza di Elric per buttarlo in acqua. Ma Elric si salva per intervento di Straasha, il dio del mare, e prende a sua volta prigioniero Yyrkoon. Annuncia una nuova era: si vendicherà come si deve su Yyrkoon e sul capitano delle guardie che ha collaborato con lui, ma nel diventare crudele si sente prigioniero del trono di rubino su cui siede. Yyrkoon se la cava: usa la magia della nebbia gemente (incantesimo descritto molto bene) per fuggire, e rapisce Cymoril.
Elric si maledice per non essersi preoccupato della sicurezza di lei: sembra rinsavito, ma in futuro lo farà ancora. Con l'aiuto di Arioch, duca del caos, insegue l'avversario nel paese di Oin e Yu, dove un'altra potente magia, lo Specchio della Memoria, impedisce che la presenza del traditore sia rivelata. Usando la nave di Straasha che può viaggiare sulla terra Elric aggira lo specchio e costringe Yyrkoon a fuggire ancora (nella Porta d'Ombra) lasciando Cymoril addormentata in un sonno drogato. Elric ottiene da Arioch di poter inseguire il cugino e lottare con lui, facendo uso delle spade maledette (Tempestosa e la sua gemella): il fato comincia a prendere forma, perché da qui non si tornerà indietro. Elric ha messo in moto delle forze che cambieranno gli equilibri del mondo e lo condanneranno a diventare "campione di una causa ignota," spinto dal fato e dagli dei.

Qui Elric incontra anche per la prima volta Rackhir l'Arciere Rosso, eroe esiliato che ha rifiutato di servire il caos. Dopo varie peripezie, Yyrkoon alla fine è sconfitto, alla mercé di Elric, e si accontenterebbe di essere ucciso con un'arma diversa da Tempestosa, perché la lama stregata beve le anime. Ma Elric gli chiede: "Se avessi tutto ciò che desideri, smetteresti di essere un verme?"
L'imperatore albino scioccamente crede che Yyrkoon possa migliorare. E desidera viaggiare, conoscere i Regni Giovani e il mondo fuori da Melniboné. Poiché Cymoril non vuole regnare, Elric non la fa regina: rimanda il matrimonio e parte lo stesso, in cerca di una nuova patria che sia più in sintonia con il suo spirito. Si prende il suo "anno sabbatico" e parte, avendo la bella idea di lasciare la reggenza proprio a Yyrkoon.

Questa l'ho giudicata una debolezza della trama quando ho letto il libro da ragazzo e la giudico ancora più severamente adesso, qualsiasi cosa si possa dire della natura del personaggio di Elric per giustificarne le azioni. C'è di mezzo la felicità e la vita della donna che ama, non solo il trono di rubino verso cui Elric esprime spesso un distacco sprezzante (pur senza lasciarlo!). Non esser capace di vendicarsi su Yyrkoon è un conto, ma lasciare Cymoril in pericolo è una mossa esageratamente idiota.

Sui Mari Del Fato
Il secondo libro, Sui Mari del Fato, ci porta nei Regni Giovani dove Elric, albino e melniboneano, non riesce a fare amicizia con nessuno e a superare il muro della diffidenza (che strano, eh?). Addio all'idea di trovare una nuova patria e gente con cui convivere. Finisce per ritrovarsi a bordo di una nave che attraverso gli oceani naviga misteriosamente su altri mondi, e compie una delle sue missioni come "Campione Eterno" ponendo fine alle ambizioni di due strani stregoni, Agak e Gagak, fratello e sorella, che stanno per assorbire nientemeno che la forza vitale dell'universo.

In questo libro ci sono dei bei personaggi come il Conte Smiorgan, e belle storie come quella della leggenda di Saxif d'Aan, ma l'insieme non si salva.
Provo a spiegare il mio punto di vista. E' sempre problematico quando in una storia il protagonista deve fare un salto "in un'altra dimensione." Il lettore ha familiarizzato con l'ambientazione di un libro, ma improvvisamente viene strappato e portato via, verso un nuovo luogo con nuove regole, nuove atmosfere, ma non c'è lo spazio per approfondire. L'autore quando sceglie questa via non può che pescare qualche particolare e descriverlo alla meglio, e di solito il risultato è una bruttura che sa di posticcio e raffazzonato. I due stregoni che sembrano edifici senzienti mi hanno fatto poca impressione all'epoca della prima lettura, adesso mi fanno decisamente cascare le braccia. Per me qui non c'è "sense of wonder" ma solo ridicolo.
Moorcock aveva ideato il concetto di Campione Eterno come espediente per portare i suoi eroi in qualsiasi avventura e in qualsiasi luogo, con la massima libertà, facendo incontrare tra loro personaggi provenienti da storie e mondi diversi. Un comodo espediente che fa abbastanza a pugni con il fantasy di oggi, dove è abbastanza uniforme l'uso di radicare bene la trama in un'ambientazione. L'autore britannico ha affermato di essere più interessato alle storie che non alle ambientazioni, e questo si vede anche nella saga di Elric, in cui il mondo è tutto sommato vivo e ben riuscito, ma spesso delineato con pochi dettagli. Sui Mari del Fato contiene molta avventura fine a sé stessa e l'ho trovato una parte assai debole della saga di Elric.

Continuiamo. L'esplorazione della mitica città di R'lin K'ren A'a da cui sarebbero provenuti i Melniboneani attira Elric, che vorrebbe spiegarsi la propria identità. Il viaggio non porta il risultato sperato, ma ha un'altra conseguenza grave. Arioch ha avvertito Elric che l'Uomo di Giada, simulacro del dio rimasto nella città, vi deve rimanere. Eppure farlo andar via è l'unico sistema per permettere a un individuo trovato là, l'uomo condannato a vivere, di terminare la propria esistenza. L'antichissima città è stata sede dell'accordo tra gli dei che ha permesso al mondo di restare in equilibrio fra legge e caos, e l'uomo condannato a vivere è praticamente l'unico antenato dei Melniboneani che rifiutò i premi concessi allora al suo popolo per abbandonare il luogo.
Ormai egli desidera solo la morte, avendo vissuto in solitudine per diecimila anni.
Elric deciderà di concedere la morte a quel disgraziato forzando Arioch a lasciare la città, pur sapendo che con questo inizierà la lotta dei mondi superiori e non vi sarà più pace. Elric fa qui un'altra delle sue scelte disastrose, tuttavia in parte è giustificato: l'uscita dell'Uomo di Giada dalla città serve a creare un diversivo per permettere la fuga a lui e Smiorgan, che sono assediati da creature ostili.
Per invocare Arioch l'albino ha scatenato un'altro imprevisto che si ripeterà spesso, uccidendo un marinaio e Avan (che aveva condotto la spedizione) a causa di un movimento spontaneo di Tempestosa.

Il Fato del Lupo Bianco
Il terzo libro inizia con un episodio che presenta un'eroina della legge, Myshella la Dama Tenebrosa, e un antico eroe, il Conte Aubec, in lotta per espandere il dominio della sua signora. Dopo questo episodio, che cito perché è ben scritto (e perché il personaggio di Myshella tornerà), l'azione si sposta su Elric, che raduna una flotta tra i potenti dei Regni Giovani allo scopo di sconfiggere Yyrkoon l'usurpatore, e soprattutto di liberare Cymoril dormiente, ancora stregata dal malvagio fratello.
L'imperatore albino compie una ricognizione prima dell'attacco e ha uno scontro con le guardie. Non uccide Yyrkoon anche se dalla scena sembra che potrebbe farlo (l'usurpatore è alle prese nientemeno che con Arioch), ma stavolta la renitenza di Elric si spiega con l'incantesimo su Cymoril, che sarà difficile da sciogliere senza l'aiuto dello stesso Yyrkoon.

Segue la maestosa scena del sacco di Imrryr e l'ultimo duello con Yyrkoon. Elric è furioso nella lotta quanto era stato impulsivo, debole e sciocco lasciando il cugino sul trono. Non riesce a salvare la sua donna anche se non ne causa volutamente la morte: Cymoril viene spinta da Yyrkoon sulla lama di Tempestosa e muore.

Yyrkoon nell'ultimo scontro è praticamente un pazzoide, non parla, lascia totalmente la scena a Elric e alla tragedia che sta per avere luogo. E' un personaggio che ha sempre avuto poco da dire, Moorcock lo ha presentato come il classico arrogante melniboneano e non lo ha mai sviluppato. Ha sicuramente perso un'occasione, ma vedremo che sarà sempre così: Elric non ha mai degli avversari epici o degni di questo nome, se non contiamo le divinità che comunque non lo attaccano direttamente. L'unica forza contro cui si scontra veramente è la propria debolezza, e ovviamente il suo nemico è il fato, più che un personaggio in particolare.

I draghi guidati dai melniboneani inseguono la flotta dei Regni Giovani carica di bottino, in fuga da Imrryr devastata. Le navi sembrano condannate ed Elric se la cava con un atto vigliacco che giustifica (malamente) con la volontà di non morire per mano di quelli della sua stessa razza, anche se non ama la vita. La sua magia salva una sola nave, quella che porta in salvo lui stesso. Tutti gli altri pirati e incursori dei Regni Giovani sono sterminati dai draghi.

Uscito vivo ma senza la sua amata da quest'avventura, Elric si imbarca in un'altra cerca (il Libro degli Dei Morti). Qui prende maggior forma il discorso su legge e caos, due forze fondamentalmente aliene nelle loro motivazioni ma che più tardi nella saga prendono una coloritura più manichea (e il caos viene definito esplicitamente malvagio). In realtà queste forze devono coesistere perché via sia una realtà con qualche significato (e che sia vivibile per l'uomo). Come parere personale, non ho mai amato legge e caos né nei libri né nel gioco di ruolo dove purtroppo hanno pesantemente sconfinato. Però il manicheismo di tanto fantasy, con tutta la sua alluvione di male assoluto, lo amo anche meno. Nella saga di Elric tuttavia va detto che l'insensatezza del destino è uno dei cardini della trama, quindi legge e caos vanno benissimo.

In questa ultima avventura Elric mette mano sul Libro con la verità assoluta e, ovviamente, il tomo non è più leggibile. Conosce anche la potente Yishana di Jharkor verso cui nutre una lussuria poco colorata d'amore, e il mago Theleb K'aarna che invece ama Yishana fino a esserne succube, e quindi odierà Elric. Infine, l'eroe riceve una rivelazione da parte di Arioch: la lotta per il controllo del mondo sta iniziando, e il fato di Elric è di diventare una pedina in una battaglia eterna.

Qui finisce la prima parte di questo articolo, che continua in una seconda parte con la conclusione.


Nota: trovate qui l'elenco dei libri che costituiscono la saga di Elric.

domenica 1 maggio 2011

La Minaccia di Taytos

Questa non è una vera e propria recensione, perché non ho letto tutto il libro. Mi sembra una premessa doverosa. Arrivato a circa una novantina di pagine ho ritenuto di essermi fatto una mia opinione e non ho voluto proseguire, limitandomi a scorrere velocemente il resto. Pertanto non posso sapere se esiste qualche colpo di scena o evoluzione della trama nel finale, tali da modificare in parte il mio giudizio. Per la critica che rivolgerò, e che resta comunque un'opinione personale, basta quanto ho letto.

Si tratta di La Minaccia di Taytos, libro d'esordio di Paolo Danese, edito da Montag. E' un libro fantasy che non presenta, fin dove l'ho letto, alcuna particolare sorpresa per quanto riguarda la trama. Un ragazzo, figlio di un nobile, sfugge alla strage della sua famiglia e viene protetto da diversi personaggi che si sforzano di portarlo al sicuro, attraversando l'isola di Siskail che è diventata piena di insidie. Tra le forze in campo abbiamo un ordine religioso, i Giusti, e una congrega di usurpatori, malfattori e seguaci delle Arti Arcane, nemici dei Giusti per via di una contesa che risale a parecchio tempo addietro. Ma dietro ai pericoli del giovane Boren (il protagonista) si cela un'identità da scoprire, e dietro ai nemici che lo insidiano una minaccia ben più pericolosa: Taytos, nome che compare nel titolo, è un luogo dove si trova una voragine o crepa da cui può scaturire qualcosa di molto più micidiale di una cospirazione di usurpatori e di assassini.

Il fatto che la trama non brilli per originalità almeno fin dove ho letto io non è di per sé un problema, visto che spesso in un libro conta più il "come" si racconta che non il "cosa" si racconta.
Purtroppo qui abbiamo i problemi più seri, perché non ci sono personaggi memorabili o situazioni che riescano veramente a calamitare l'attenzione; e nonostante il testo sia fondamentalmente corretto dal punto di vista formale la prosa di questo libro è spesso ostica, poco scorrevole, e qualche volta confonde il lettore. Inoltre capitano situazioni in cui dialoghi e scene sono descritti in maniera indiretta, perdendo vivacità e immediatezza. Sia ben chiaro che non sono un dogmatico dello Show don't Tell, ma qui mi son trovato a  pensare più di una volta che il "mostralo con una scena!" non sia comunque un consiglio da sottovalutare.

Per fare un brevissimo esempio di quello che a mio parere funziona poco, guardiamo una frase: Col sole alto in cielo, X continuava a provare a seguire le tracce di Boren, ma erano pronti a desistere.

(X l'ho messo io al posto del nome vero di un personaggio che sta cercando il protagonista Boren).
Qui non c'è un vero e proprio errore, nel cambiare repentinamente la persona del verbo, perché il lettore sa già che X non è da solo ma fa parte di un gruppo. Usare un narratore onnisciente che cambia a piacere punto di vista non è reato, peraltro, purché fatto bene. Ma questo repentino cambiamento impone una fatica in più al lettore per seguire quello che succede, anche perché il soggetto di "erano pronti a desistere" resta implicito. Notare che la frase seguente è ancora al plurale, poi si torna al singolare, di nuovo senza mettere i soggetti. Nulla di micidiale, ma tante piccole cose come questa mi hanno reso la lettura poco piacevole, pesante e noiosa, e infine mi hanno fatto desistere.

La mia conclusione è che non sia stato svolto un lavoro di editing appropriato. La casa editrice opera a doppio binario, quindi è possibile che questa sia una pubblicazione a pagamento in cui tale servizio non è stato offerto. Pubblicare a pagamento, contrariamente a quanto qualcuno sembra credere, non è un pecato mortale.
Ma è sbagliato non provvedere come si deve (di chiunque sia la responsabilità o la decisione) a questo passaggio, fondamentale per produrre un buon testo. L'ambiente è affollatissimo e le possibilità di emergere tremendamente scarse, anche per chi si presenta con un lavoro impeccabile. Un esordio affrettato e prematuro, per quanto io comunque auguri all'autore il meglio possibile, rischia quindi di avere ben poche possibilità.

mercoledì 27 aprile 2011

Thor

La mia paura riguardo a questo film era che un tipo vestito da vichingo col martellone in mano risultasse inguardabile, un po' come i forzuti energumeni in gonnellino dei film peplum.
Ma per fortuna nella sua incursione nel mondo moderno Thor avrà in mano l'attrezzo abbastanza di rado e sarà quasi sempre vestito in stile più o meno grunge. Comunque l'effetto visivo non è poi così tremendo, alla fine. Questo fumettone Marvel realizzato dal regista Kenneth Branagh è rapido, facile da seguire e tutto sommato divertente. Il 3D c'è ma aggiunge poco, se ne può fare tranquillamente a meno (discorso che farei praticamente per tutti i film tranne Avatar).

La storia ci presenta un giovane e impulsivo Thor (già, può un semidio essere giovane?) che provoca i Giganti di Ghiaccio (esseri superpotenti che vivono in un mondo di tenebra e ghiaccio, rivali degli eroi vichinghi che abitano il fatato mondo di Asgard) con un'incursione inutile e pericolosa, e viene esiliato da Odino, il padre degli dei. Interpretato da Chris Hemsworth, Thor riesce ad essere se non altro simpatico in alcune scene che ce lo presentano smarrito sulla terra. Viene in suo aiuto un gruppo di studiosi capitanato da Jane Foster (ovvero Natalie Portman); costoro sono curiosi riguardo a Thor anche se lo temono, finiscono per collaborare con lui e se lo fanno amico. Nel mentre, gli uomini in nero della SHIELD sequestrano i documenti e i computer di Jane Foster per ficcare il naso nei suoi bizzarri studi, ma non riescono a capire nulla del martello di Thor, né di Thor stesso.

Quello che invece ha capito tutto è suo fratello Loki (interpretato da Tom Hiddleston, attore britannico a me ignoto prima di oggi), che è molto bravo a far credere di essere sempre bene intenzionato mentre in realtà... ci fermiamo qui.

In parole povere, un film con effetti speciali di ottima qualità, realizzato bene, nato per essere facile da seguire e divertente; spesso riesce pure ad essere simpatico. I due Iron Man però mi sono piaciuti di più, per fare raffronti nel medesimo universo immaginario. Consiglierei di vederlo? Come divertimento non impegnativo, senz'altro.

Game of Thrones: la serie TV

Ho avuto il piacere di vedere il primo episodio. Girato con mezzi più che adeguati, non c'è la sensazione che sia tutto di cartapesta, costumi e arredi mi piacciono. Fa la sua figura ma non mi ha dato un gran che, come i libri a cui è ispirato.
Come nel libro, abbiamo la presentazione dei (troppi) personaggi e delle loro (fin troppo) complesse interazioni. Mi ha fatto ricordare perché non mi sono mai pentito di aver abbandonato questa soap opera fantasy. Soap opera di carta, ovviamente, ma l'impressione era quella fin dall'inizio, tanto che temo stia facendo una fatica terribile anche l'autore, ormai, a prenderla sul serio.

C'è un altro problema del primo episodio di Game of Thrones che in parte si può addebitare al libro, in parte sembra esasperato apposta. Il sensazionalismo delle scene cruente e il continuo abuso della volgarità, l'uso estesissimo della nudità femminile, la voglia continua di sbatterti in faccia situazioni scabrose e ripugnanti. Poco capaci di sollevare emozioni con la storia, ti buttano in faccia continuamente cose che dovrebbero sorprenderti.
Guarda! Parliamo di incesto! Viene ucciso spensieratamente un bambino! Budella che svolazzano, corpi decapitati...
Raramente ho avuto la sensazione così netta che violenza, sangue e sesso venissero usati consapevolmente per combattere... la noia?

sabato 23 aprile 2011

Rio de la Plata

Mezza partita non basta per fare una recensione vera e propria, ma questo Rio de la Plata mi ha stuzzicato e ho voglia di parlarne. Il gioco è pubblicato dalla Giochix.it e ideato dalla fervida mente dell'eccelso Michele Quondam già visto in One More Barrel: mescola le caratteristiche dell'eurogame con momenti di violentissima azione militare in quanto simula l'espansione di una colonia europea (se ho capito bene, la base di ciò che sarà Buenos Aires) con gli aspetti economici e gestionali tipici delle situazioni di questo tipo ma anche con la feroce opposizione degli indigeni e gli attacchi dei pirati.

La mappa contiene gli edifici costruiti dai giocatori rappresentati dai consueti tassellini di cartone, detti generalmente counters dall'inglese. Vedete la mappa divisa in zone: è importante creare dei quartieri con certi tipi di servizi, e non troppo imbruttiti da una concentrazione di bieche attività economiche! Ci sono anche i cilindretti di legno che rappresentano i "lavoratori" mossi dai giocatori, ossia fondamentalmente le azioni che si possono fare. Il materiale è completato dai classici cubetti di legno che rappresentano le risorse: pietra e legno, materiali pregiati. C'è anche da costruire strade e mura per difendere il perimetro.

Alcuni degli edifici hanno funzione economica, ad esempio il mercato (classicamente) trasforma in denaro le materie prime. I riquadri che vedete a lato della mappa sono altre attività che i giocatori intraprendono fuori dalle mura, collocando i propri lavoratori per portare a termine l'impresa che può talvolta durare diversi turni, e anche questo è un classico.

Ci sono anche dei "personaggi" (cariche pubbliche e specialisti) i cui servigi si possono comprare per avere diversi tipi di aiuto. Attorno alla mappa si snoda il classicissimo tracciato dei punti vittoria. Tutto sommato i componenti fanno la loro porca figura ma purtroppo alcuni degli edifici sono assolutamente indistinguibili dagli altri e anche le tabelline che dovrebbero essere di aiuto confondono le idee. Rispetto alla prima foto che ho scattato io da ben strana angolazione, la seconda immagine rubata (presa a prestito?) dal sito boardgamgeek permette di dare un'occhiata migliore ai pezzi.

Nella partita si costruiscono varie strutture con diversi effetti sul gioco, si raggranellano risorse e punti vittoria, si spediscono per profitto le merci e le risorse, per mezzo di una "nave" che viene e va dall'Europa mancando per alcuni turni quando è in transito. Anche qui niente di nuovissimo, e la lotta per essere primi nel turno e accaparrarsi le posizioni più redditizie dove porre i propri lavoratori non stupirà chi ha giocato questo genere di giochi. La diversità si ha con un tracciato in cui si registra, diciamo, il "perdere la pazienza" degli indigeni e l'accumulo di forza dei corsari. Con un tiro di dado da risolvere alla fine di ogni turno si verifica se questi avversari vengono all'attacco. Li terrà l'ultimo giocatore di turno, che cercherà di distruggere tutto quello che può sulla mappa, nonché di ammazzare i difensori (che sono i lavoratori visti prima, con un piccolo aiuto aggiuntivo). Ovviamente l'ultimo giocatore può evitare di nuocere alle proprie costruzioni, mentre raccoglierà dei punti vittoria (a raffica!) devastando il resto della città. Con un effetto perverso ma se vogliamo anche divertente, tutti cercheranno di far ammazzare qualcuno dei propri difensori, perché chi versa il sangue nella difesa del bene comune si becca dei punti vittoria.

Il mio commento. Questa faccenda della guerra si diparte radicalmente da quel tipo di giochi a cui Rio de la Plata assomiglia tanto per tutto il resto dei suoi componenti. Ben venga, è pure piuttosto divertente. La cosa che mi ha lasciato perplesso è che in guerra si raccolgono veramente una gran quantità di punti vittoria, all'inizio del gioco quello che uno può fare col suo duro lavoro è poca cosa confrontato con i risultati di una sanguinosa battaglia.
Inoltre (e questo l'ho constatato di persona) si può essere abbastanza sfortunati da essere nel posto sbagliato al momento sbagliato (o di essere antipatici al giocatore che muove gli aggressori?) e subire una vera devastazione dei propri edifici.

Le regole stabiliscono che nessuno può fare l'attaccante due volte prima che tutti lo abbiano fatto almeno una, e questo supera la regola dell'ultimo giocatore di turno che di solito tiene gli indigeni o i pirati: qualora egli lo abbia già fatto, si verifica se il penultimo invece non ha ancora tenuto gli attaccanti, e così via. Implicitamente con questo si riconosce che l'aggressore è un ruolo molto redditizio, quindi. Anzi mi viene da ipotizzare che un giocatore possa, anziché battersi per essere il primo e avere il miglior uso di strutture e risorse, lasciarsi "scivolare" in ultima posizione apposta: il che è una scelta strategica come un'altra ma pone presumibilmente qualche problema di bilanciamento. Ripeto che ho fatto solo mezza partita (partendo troppo tardi per concluderla: spiegare le regole di questo gioco è un po' lungo) e alcuni aspetti (ad esempio la costruzione del perimetro difensivo che limita i movimenti degli attaccanti) ho solo cominciato a percepirli prima che si dovesse concludere perché era tardi; non posso dire nulla di certo ma il mio timore è che questo aspetto bellico venga a sbilanciare il gioco.

Un altro aspetto che ha intimorito alcuni commentatori che ho letto in rete è l'enorme varietà di scelte aperte ai giocatori: a me non ha infastidito, anche se confermo l'impressione.

Potete vedere qui una recensione molto completa, del blog Giochi sul nostro Tavolo.

domenica 17 aprile 2011

Ripescaggio

L'iniziativa di Writer's Magazine per l'antologia di 50 racconti di fantascienza ha visto una mia partecipazione, non vittoriosa. Il mio racconto breve era imperniato su un argomento di cui ho parlato qui qualche tempo fa, ovvero la futura inutilità del genere maschile nel caso che il mondo continui a evolversi nella tecnologia e meccanizzazione.

Nel frattempo sul forum della WMI era uscita una proposta di ampliare il discorso. Poiché la qualità dei racconti era elevata, si poteva pubblicare tutti quelli che avevano partecipato (trecento e passa, se non erro) in un altro volume più massiccio che dovrebbe avere un nome tipo "Magazzini di Mondi" o simile.
Io mi ero perso il thread e alla fine mi hanno dato uno scossone per chiedermi se aderivo e volevo essere pubblicato, oppure no; sono andato a vedere: c'erano diversi dubbiosi nel dibattito, e magari avevano delle ragioni.

Apparire nell'antologia dei ripescati? (Orrore! Disonore!).
Ottenere la pubblicazione di una ciofeca inizalmente scartata, di cui ci dovremo un domani vergognare?
I racconti sono tutti buoni, ma è davvero possibile che non ci fosse nessuna vaccata da gridar vendetta al cielo?

Non ci ho riflettuto molto per la verità, ho deciso che se ci avevo creduto abbastanza da mandarlo avanti la prima volta, non aveva senso rifiutare per il mio raccontino una qualsiasi possibilità di pubblicazione cartacea, bella o brutta, anche se non mi son tolto la sensazione di essere riuscito sì a scendere ancora una volta in campo, ma stavolta "in serie B."

In fondo sono stupidaggini, qualche decina o centinaio di persone mi leggerà, bene o male. Quando ho ospitato sulla mia "vetrina" i Racconti Perduti di Sanctuary, ovvero quelli non selezionati per il libro Asengard (e il mio era fra essi) mi sono preso la soddisfazione di leggere qualche opinione per cui alcuni degli scartati erano migliori di quelli che erano stati selezionati, quindi non si sa mai che non si riesca a piacere a qualcuno.

domenica 10 aprile 2011

Rango

Un cartone animato per tutte le età (alcuni dei concetti espressi non sono proprio comprensibilissimi ai bambini, ma siccome non è un'opera filosofica si può vederlo per il semplice divertimento) con la particolarità dell'animazione più impeccabile, precisa e realistica che abbia mai visto. In Rango si ha qualche volta addirittura l'impressione che il cartone animato sia fatto di oggetti reali filmati con una vera telecamera.
Il film è ricco di citazioni musicali e cinematografiche: ad esempio la sigla finale, peraltro abbellita con animazioni che voltano al surreale, è certamente ispirata a certe canzoni da surfisti che sono state usate da Quentin Tarantino per Pulp Fiction. Ci sono citazioni che mi hanno ricordato Dune ("voi avete un problema di acqua") e una colonna sonora da spaghetti western, che viene a sottolineare scene alla Sergio Leone.
Gore Verbinski ha voluto creare un film che avesse allo stesso tempo un sapore classico e dei richiami bizzarri, tra cui il fatto che questa strana città western, abitata da animali antropomorfizzati e situata in un deserto bollente, è contigua al mondo "vero." Ne è influenzata da un problema molto concreto, l'acqua che è scomparsa per via di un losco traffico; e dal mondo reale viene il camaleonte protagonista, che vive solitario in un terrario, una scatola di vetro, creandosi un mondo immaginario da attore che recita con un pezzo di bambola rotta e un giocattolo a forma di pesce.

[Se non volete anticipazioni della trama saltate al prossimo paragrafo] Il mondo di "Polvere", la città in cui Rango capita dopo che un banale incidente lo ha sottratto al suo proprietario (e il mondo immaginario del terrario è andato perso), impone al camaleonte di confrontarsi con la "realtà" (per modo di dire...) inventandosi eroe spietato dopo aver avuto la meglio su un terribile falco, grazie a un colpo di fortuna. Riesce barcamenandosi a imporsi per un po', guadagna l'ammirazione di una lucertola-figlia di contadino, ma si comporta da sciocco con una banda di rapinatori-talpe a cui facilita il crimine, e non sa cavarsela con un sindaco-tartaruga più furbo di lui, e con uno spietato serpente a sonagli in veste di pistolero chiamato per toglierlo dai piedi quando ficca il naso dove non dovrebbe.
Scacciato e sbugiardato, tornerà all'autostrada in cui è iniziata la sua avventura (quando il terrario è caduto dal veicolo che lo trasportava) a meditare il da farsi, lasciando che le auto lo sfiorino e rischino di ucciderlo.
La crisi di identità del camaleonte-sceriffo non sarà grande cinema, ma va a colpire nel segno, mostrando l'esistenza vuota di un animale domestico che viveva tranquillo e inutile come giocattolo degli uomini, e all'improvviso deve cavarsela in una realtà spietata. Persa la falsa identità di eroe capisce che deve scegliere di essere qualcosa nella vita, e decide di diventare un eroe sul serio. Da qui, vendetta e giustizia per tutti.


Dopo aver parlato della grafica stupenda, della musica e delle svolte stravaganti della trama, va detto che il film ha qualche momento più lento e meno divertente. Tuttavia credo che abbia meritato il primato di film che ha incassato di più nel 2011. Finora.

venerdì 8 aprile 2011

436

Ok, decisamente il rosa non è il mio genere e anche se lo si chiama romance e si aggiunge un tocco di fantastico le cose non cambiano.
Tuttavia questo 436 di Anna Giraldo (Casini Editore), che ho letto e recensito per fantasy magazine (cliccare per la recensione su FM) è ben scritto e ha qualche buona idea (attenzione: comunque se non siete della fascia abitualmente destinataria di questo tipo di libri non è che ve lo consiglio), l'unica perplessità me la pone il cattivo che pur essendo presentato come pericoloso si presenta in maniera assai poco carismatica, un tipo smunto e smorto che emette energia negativa, una specie di super-sfigato insomma. Quando c'è la mega battaglia finale diventa pericoloso, tira mazzate e tutto il resto ma mi sembra poco congruo, non ce la faccio molto a vedercelo.
Comunque in questi casi l'importante non è il cattivo, è la storiazza d'ammmore, no?