martedì 23 settembre 2008

Come scrivere un romanzo fantasy di successo


Non sono riuscito a capire chi è l'autore di questo piccolo pezzo di satira che gira per la rete, ma poiché è troppo divertente ne abbozzo una traduzione (frettolosa, volutamente abbreviata e senz'altro piena di errori) in italiano. Ok, rischio di violare un principio sacrosanto: il copyright di chi ha scritto queste righe o, per lo meno, il riconoscimento e i ringraziamenti. Mea culpa.




Come scrivere un romanzo fantasy di successo

1. Create un protagonista.
La maggior parte dei vostri lettori saranno maschi privi di fiducia in se stessi. Perciò il protagonista dev'essere uno Sfigato. Senza scopo nella vita, timido, vigliacco, oppresso da sensi di colpa, malato, pigro, ignorante - va bene tutto.

2. Inventate una Cerca.
Improvvisamente lo Sfigato viene a sapere che il fato del mondo (o di qualche altro mondo lontano) è nelle sue poco capaci mani. Per salvare il mondo deve compiere un'impresa, sconfiggere un nemico, imparare qualche segreto misterioso.

3. Create un'Accozzaglia di Compagni di viaggio.
Lo Sfigato deve avere una Compagnia proveniente dalle specie più diverse (nani, elfi, tamarri, ecc...). Ciascuno dei Compagni ha qualche abilità che risulterà fondamentale prima o poi nella storia.

4. Create una Guida, saggia ma inutile.
La Guida è un saggio consigliere che sa tutto della Cerca, ma non la rivela mai completamente. Sembra avere anche immensi poteri, ma quando servono non li adopera mai (vedi parte 7: tirala in lungo)

5. Create la Terra.
La prima sfida per la nostra Accozzaglia è compiere un interminabile viaggio attraverso paesaggi e climi dei più disparati. Tutte le terre fantasy hanno ogni tipo di clima possibile, e ogni caratteristica fisica immaginabile (montagne, paludi, foreste, deserti...) disseminate a caso nel territorio senza alcun riguardo per la verosimiglianza geografica ed ecologica.
(Nota: i mondi fantasy sono quadrati: hanno all'incirca la forma di due pagine aperte di un libro tascabile).

6. Create il nemico.
Ogni terra Fantasy ha un Oscuro Nemico, un Cattivo quasi onnipotente che cerca di annientarla, anche se non sempre è chiaro che beneficio ne abbia facendolo.
Questo Cattivo ha a disposizione numerose armate che non hanno bisogno di cibo, paga o altro supporto logistico e possono viaggiare per distanze infinite e assalire gli avversari senza difficoltà. Eppure il potere Nemico dipende completamente da qualche oggetto insignificante, come un anello o una roccia.

7. Tiratela in lungo.
La cosa più importante di un romanzo di epic fantasy è che il lettore al termine dev'essere esausto. Si deve sentire come se avesse dovuto attraversare molti ostacoli per arrivare a finire il libro, così come gli eroi hanno dovuto faticare per portare a compimento la Cerca. Perciò il libro dev'essere al più possibile difficile da leggere. Pertanto:
a. Raccontate la storia con ogni dettaglio possibile. Descrivete ciascun giorno del viaggio, quanta distanza hanno percorso, cos'hanno mangiato, dove hanno dormito, il clima: specialmente nei giorni in cui non succede nient'altro.
b. Ogni situazione drammatica dev'essere piena di lunga introspezione. Ad ogni momento critico lo Sfigato deve ripensare ai suoi sentimenti, alla sua identità, se ha lasciato il gas aperto, e così via.
c. Non risolvete mai una crisi nella maniera più facile. Ad esempio, se il Mago che fa da personaggio Guida ha grandi poteri, non li userà mai per risolvere una situazione. Ad esempio:
SBAGLIATO: Groll sollevò il suo randello per colpire. "Non vi preoccupate" disse Gordian: il venerabile mago sollevò la sua Sfera di cristallo e pronunciò le oscure parole "Astalavista." Ci fu un accecante lampo di luce e il Re dei Troll si sciolse in un mucchio di fanghiglia verdastra.
GIUSTO: Groll sollevò il suo randello per colpire. "Se usiamo la Sfera aumenteremo soltanto il potere del Nemico" disse il Mago Gordian. Il randello colpì, e Gimlet il Nano cadde con la testa spaccata.

Se il Mago avesse veramente usato il suo potere, non avrebbe avuto bisogno dello Sfigato per salvare la Compagnia, e il libro finirebbe in un centinaio di pagine. Pertanto, sebbene i Maghi possano evocare spiriti e resuscitare morti, dovranno arrangiarsi come meglio possono per sconfiggere anche il più stupido dei Troll.

8. Saltate le parti difficili.
Nonostante la necessità di scrivere un libro più lungo possibile, ci sono alcune parti troppo difficili. Mentre un viaggio di mille miglia è lungo, ma facile da descrivere, le battaglie sono difficili perché richiedono conoscenza della strategia militare. Perciò se state descrivendo una battaglia ma diventa difficile, basterà che lo Sfigato subisca una ferita e perda i sensi. Ad esempio:
"Improvvisamente la sua testa scoppiò, e fu avvolto come da una nebbia mentre l'oscurità lo avvolgeva, eterea. La spada, ancora in movimento nell'aria, sembrava immobile, imprigionata nel tempo: il suono della battaglia sembrava all'improvviso provenire da molto lontano, mentre egli chiudeva gli occhi e sprofondava nella nuvola nera."
Ecco fatto! Subito dopo il nostro eroe si sveglia nella Sala di Guarigione su un giaciglio candido, e una Vergine Guerriera gli dice che la battaglia è finita ed essi hanno vinto! Così evitate molte pagine di complesse descrizioni militari.
Per altri punti difficili come l'attraversamento di montagne, vedi Caverne, più in basso.

9. Giungete ad una battaglia decisiva.
Sebbene dotato di poteri magici il Nemico, per qualche strana ragione, deve sempre sconfiggere i Buoni alla vecchia maniera, sul campo di battaglia. Per quanto potere il Cattivo abbia, finirà per galoppare alla carica sul campo di battaglia, mulinando una spada.

10. Fate morire quasi tutti.
Lo Sfigato deve raggiungere il suo obiettivo, scoprire la parola magica o quel che è sempre all'ultimo momento, quando tutto sembra perduto. Pertanto bisognerà che cada e si sloghi una caviglia, soffra una crisi d'identità, ecc... mentre cerca di avvicinarsi all'obiettivo. La maggior parte della raffazzonata Compagnia deve morire orribilmente, prima che lo Sfigato riesca finalmente a fare quello che gli compete. Così il lettore se la prenderà con il Nemico anche se è lo Sfigato ad essere lento o incompetente.

Altri punti chiave

I cattivi sacrificabili.
Sono indispensabili. Sono orchi, goblin, troll, draghi o qualsiasi altra creatura che ci piace massacrare a migliaia. Di solito sono scuri, pelosi, viscidi e sudati o comunque inaccettabili in un tradizionale ambiente borghese. Spesso sono anche deformi, seguendo l'antica credenza che un corpo brutto rifletta un'anima malvagia. Facciamo un'opera buona ricordando al lettore che chi è brutto e sfigurato è così perché è malvagio.
Nota: nelle terre Fantasy non esiste il concetto di riabilitazione. Tutti i servitori e i vassalli del Nemico devono essere sommariamente giustiziati, anche se hanno aiutato il Cattivo solo perché costretti con il terrore.

I vecchi veterani.
Tutte le storie fantasy devono avere un ordine di guerrieri di eccezionale capacità e lealtà, che si tramandano il ruolo di padre in figlio. Sono invariabilmente malconci, mutilati e pieni di cicatrici, ma anche se non vi sembra logico, più sono malconci e maggiore è la loro abilità di combattenti.

Pure Vergini Guerriere.
Gli Sfigati hanno paura della sessualità, perciò le donne nei romanzi fantasy sono così potenti e pure che al confronto Giovanna d'Arco è come Paris Hilton.
Sono forti, nobili d'animo e di nascita, leali, coraggiose, e di solito alla fine della storia muoiono. Cos'altro potreste fare di loro? Fanno troppa paura per sposarle, e nei romanzi fantasy nessuno ha mai rapporti sessuali.

Tipi fisici.
Gli smilzi sono sempre astuti e intelligenti, la gente robusta e grossa è invariabilmente cretina.

Nomi dei personaggi.
Per creare i nomi basta combinare sillabe senza senso finché non salta fuori qualcosa che assomiglia a un nome straniero. Sembrerà ancor più vero se è impronunciabile. Le Y, le H e gli apostrofi aggiungeranno un tocco esotico.
Perciò i vari "Dn’a’brht", "ynhazzmhn", "jbreheh’m" vanno benissimo. Potete anche mettere insieme a casaccio delle parole in inglese e usarle come nomi.

Tecnologia
i mondi fantasy hanno sempre delle inspiegabili mancanze tecnologiche. Sono retti da consigli di saggi venerabili, guardiani del sapere accumulato in millenni, eppure non riescono mai a inventare nulla che potrebbe servire contro troll e orchi, ad esempio una 44 Magnum.
Nota: i mondi fantasy non hanno mai economie che funzionino in modo sensato. Sono pochi quelli che lavorano, c'è poca agricoltura e non si sa bene da dove provenga il cibo.

Magia.
Quando i maghi si affrontano a lampi di energia che scagliano l'uno contro l'altro, il fuoco magico del buono è sempre azzurro, quello del cattivo è sempre rosso o verde.

Abitazioni.
Sono di tre tipi: Caverne, Capanne e Castelli.
Le Caverne sono il miglior alleato dello scrittore, sono ideali come nascondigli per armi, santuari dei saggi, tane dei mostri e così via. Richiedono poca descrizione e possono, unite insieme, formare un labirinto. Hanno sempre un pavimento piatto come nei film di Hollywood. Sono anche utili per superare ostacoli geografici intransitabili come montagne elevatissime ecc... basta che la Compagnia vada sottoterra, e quando ne emergerà sarà infallibilmente arrivata dall'altra parte, salvando anche allo scrittore tante pagine di descrizione complessa.

Le Capanne si trovano in luoghi remoti. Chiunque vi abiti è sempre semplice e buono.

I Castelli sono sempre "ricavati dalla roccia viva," quale che sia il significato della frase... le stanze nei castelli sono quasi completamente spoglie, con il minimo di arredi.

La Fortezza del Nemico.

Lo Sfigato deve penetrare prima o poi nella Fortezza del Nemico. Ma non è mai così difficile. Le sentinelle sono sbadate e lo Sfigato può sempre avvicinarsi senza essere visto.
Anche le Fortezze più difese avranno sempre un piccolo passaggio non sorvegliato, tipo una porticina per gettar fuori la spazzatura. Una volta dentro il castello del Nemico, c'è solo una manciata di persone che vanno in giro a casaccio. Lo Sfigato potrà penetrare nelle più recondite nicchie del potere Nemico senza essere fermato.
Nota: il difetto che porta il Nemico alla rovina è invariabilmente un'eccessiva fiducia nei propri mezzi.

E' tutto ciò di cui avete bisogno! Cominciate a scrivere il vostro romanzo fantasy oggi stesso!

sabato 20 settembre 2008

Citation not needed



Sempre contento di essere citato, linkato, ecc... ma quando ha senso è meglio. La frase "citata" non la stavo ripetendo, è mia. Se altri la pensano in maniera simile a me non posso farci niente, anzi direi meno male. E discutere (o non discutere, direi) su qualcosa basandosi su solide argomentazioni tipo: "è passata di moda" fa un po' ridere. Moda? Ma chi se la fila, la moda?
Fine del discorso, non è una polemica ma solo una necessaria precisazione. Se volete dare un occhiata a qualcuno che veramente ce l'ha con l'influenza orientale sul nostro immaginario, fatevi un giro qui. Ben altro blog, ben altra intensità di sentimento, una raffica di risposte entusiaste e ribelli. Cosa posso dire, sembra che il mio commento fuori moda prima ancora di uscire fosse già decisamente scavalcato!

mercoledì 17 settembre 2008

Wuxia, seconda parte

Francesca Angelinelli
(la prima parte la trovate qui)

WU-XIA Seconda parte


Il Jianghu
Jianghu è una parola comparsa durante il dinastia Ming ed usata descrivere il mondo del wu-xia. La parola originalmente si riferiva ai luoghi in cui gli eremiti vivevano, ma successivamente è venuta a indicare il mondo dei vagabondi e delle arti marziali. Si riferisce al mondo delle società segrete e dei banditi. Include tutti coloro che non avevano un residenza fissa e vivevano come in un mondo "sotterraneo" rispetto alla società tradizionale: i guerrieri, gli avventurieri, i monaci, i pirati, i ribelli, contadini e lavoratori disoccupati, venditori ambulanti, mendicanti, soldati dispersi ed altri esclusi della società. A questa gente, il Jianghu ha fornito un lignaggio sostitutivo, ha offerto loro l'assistenza e la protezione che non hanno ricevuto dalla società tradizionale.

Il Lulin
Il Lulin è il mondo della proscrizione. Il Lulin include i banditi, gli scassinatori, i pirati e altri criminali. Generalmente, i banditi ed i pirati si riunivano prima in piccoli gruppi che finivano per allargarsi nel tentativo di rinforzarsi per potersi opporre alle truppe di contadini o soldati dispersi che i signori reclutavano. Così, mentre aumentavano di numero, hanno dovuto sviluppare al loro interno gerarchie e regole, spesso ispirandosi in questo senso al mondo delle società segrete. Effettuavano giuramenti, creavano propri codici di leggi e sviluppavano una loro etica.
In tempi di relativa stabilità i banditi fornivano protezione ai contadini contro altri gruppi di predoni, dando vita a continue rivalità. Ciò conduceva ad un'escalation del conflitto e tale disordine avrebbe dovuto provocare spesso l'intervento del governo, ma spesso a chieder l'aiuto dei briganti erano proprio i funzionari incaricati di fermare le razzie, che, inoltre, trovavano nel Lulin una fonte da cui attingere mercenari per il loro esercito.
Una possibilità era che i contadini stessi si unissero contro i banditi e tali gruppi erano spesso simpatizzanti dei rivoluzionari anti-dinastici a causa di legami sotterranei tra i membri del villaggio e quelli delle società segrete. Così capitava che questi contadini alleatisi contro i banditi, divenivano in seguito banditi essi stessi per via del loro legame con le società segrete.
In tempi in cui le agitazioni contro il governo erano più frequenti, i banditi diventano veri e propri ribelli: conducono rivolte popolari contro i proprietari terrieri e requisiscono terreni da sfruttare in condivisione. Da ciò deriva la figura tipica del genere wuxia del bandito giusto e virtuoso che si è opposto al despota locale e ha protetto i debole.

Il Wulin
Il termine Wulin esiste soltanto nei romanzi ed è usato per descrivere il mondo delle arti marziali in generale, ovvero il mondo degli eroi wuxia creato da autori come Jin Yong e Gu Long o dai cineasti di Hong Kong. È un mondo in cui il guerriero dedica la sua vita a perfezionare le abilità marziali e combatte per la verità, la giustizia, ma anche per la fama e la ricchezza. Nella narrativa i membri del Wulin continuano l'eredità dei loro maestri, sono dediti a molte delle regole e sono guidati da un'elite di grandi guerrieri custodi di molti segreti.

Sette e società segrete
Diversi dai gruppi di banditi rurali del Lulin o dai guerrieri del Wulin, i membri delle società segrete appartengono soprattutto alle comunità urbane. Derivato dalle società del reciproco-beneficio, cioè ritrovi comunali in cui i membri di una comunità si riunivano per socializzare. Durante periodi di crisi fornivano sussidio finanziario aiuto, in altre circostanze offrivano anche protezione fisica di vita e della proprietà. Offrivano sicurezza e un senso della famiglia che i membri non avrebbero altrove. Il tutto regolato da codici di comportamento e da una disciplina rigida esercitata anche tramite riti e prove di iniziazione.
Le società segrete potrebbero essere classificate in due tipologie fondamentali: quelle influenzate dalla religione e quelli che erano di evidente natura politica. Le prime erano maggiormente diffuse nella Cina del Nord, in cui la maggior parte dei gruppi erano rami della Società del Loto Bianco. Le società segrete del Sud si sviluppano successivamente, soprattutto la dinastia Qing e in opposizione ad essa.
Tuttavia malgrado le differenze c'era un grande grado della sovrapposizione fra questi tipi di società segrete: l'organizzazione e gli obiettivi spesso convergevano, così come convergevano molte funzioni politiche con quelle di culto.
Le società segrete che facevano riferimento alla religione spesso si nascondevano sotto l'apparenza di semplici sette di monaci, così da sfuggir ealle persecuzioni del governo, visto che ai monaci Shaolin era stato concesso il privilegio di vendere e acquistare documenti come "ricompensa" per l'aiuto fornito in passato nelle lotte di confine. Così i monasteri divengono luoghi privilegiati di ritrovo dei ribelli e dei dissidenti politici che spesso si travestono da monaci per nascondere la loro identità.
È evidente che gli elementi religiosi hanno avuto un'influenza profonda sulle società segrete, influenzandole con l'ideologia di pace e uguaglianza che si scontrava con la società classista della Cina tradizionale. Inoltre, le società segrete hanno accolto favorevolmente le donne tra le loro fila, asserendo l'uguaglianza dei sessi e liberandole dal ruolo di madre/moglie che era imposto loro dalla tradizione. Nel loro sforzo proteggere gli interessi delle società hanno promosso il sussidio reciproco ed hanno insegnato ai membri le arti marziali, organizzando forze di difesa per villaggio contadini in modo che essi potessero resistere alle difficoltà e all'oppressione delle pesanti tasse imposte dai funzionari e dai proprietari corrotti. Sono stati fautori di una riforma morale e sociale, offrendo un posto tra le loro fila anche a tutti coloro che erano esclusi dalle classiche cariche dei funzionari imperiali, offrendo un percorso alternativo per migliorare le condizioni di vita. Da un punto di vista politico, le società segrete hanno funzionato in un modo simile alle casate dei clan gentilizi cercando di influenzare gli enti pubblici territoriali ed infiltrandosi tra le file dell'amministrazione locale (ehi, come ne La Foresta dei Pugnali Volanti!). Le milizie che venivano organizzate per sopprimere queste società infatti erano guidate solo nominalmente da generali appartenenti alla classi di governo, mentre l'addestramento e il mantenimento dell'ordine era affidato a sottoposti, i quali spesso erano membri delle società segrete che si chiedeva loro di eliminare. Durante i periodi di disordine, di invasione straniera e in cui il governo era più debole, le società segrete hanno istigato frequentemente le sommosse agricole ed si sono alleate con gruppi di banditi professionisti per sfidare l'ordine imperiale.

sabato 13 settembre 2008

Una occasione per gli anglofoni


Nonostante l'inglese lo legga, preferisco godermi anche i libri stranieri in italiano, se possibile. Per chi invece non ha problemi con la lingua, la casa editrice HarperCollins (si scrive proprio così, attaccato...) ha messo a disposizione gratuitamente in formato e-book il libro Neverwhere (Nessundove) di Neil Gaiman.
Scatenatevi a questo link...

giovedì 11 settembre 2008

Dall'Oriente: storie di guerrieri e cavalieri


Francesca Angelinelli

Sul valore reale e concreto dell'influenza culturale che viene dall'oriente sono sempre stato molto scettico, per usare un eufemismo. Sarà sempre un mistero per me il declino del fumetto occidentale presso le giovani generazioni, che hanno preferito i manga giapponesi, generalmente insulsi e disegnati male (le eccezioni ci sono di sicuro, ma non sollevano la media), con il tratto caratteristico di un infantilismo che trovo fastidioso.
E se siete tra quelli che si domandano perché mai abbiano dato quattro Oscar a un film come La Tigre e il Dragone, sappiate che mi pongo la stessa domanda.
D'altra parte nel cinema giapponese e coreano sta sicuramente ribollendo una speranza di novità, e mi sono trovato a seguirlo con interesse, dato anche il prevalere nel cinema americano di favole insulse infarcite con effetti speciali, e la consueta scarsa consistenza del cinema europeo (quasi sempre incapace di cogliere la formula per fare un bel film, quasi sempre perso in intellettualismi barocchi o in budget con cui non si va da nessuna parte).
Ho pertanto deciso di riavvicinarmi senza pregiudizio alla cultura orientale, con un particolare interesse (ovviamente) per il fantastico, e chiesto alla scrittrice Francesca Angelinelli, che di sicuro se ne intende (ha ambientato la sua opera in un oriente immaginario), di prepararmi alcuni articoli.
Pertanto le informazioni che seguono sono state scritte (o raccolte) da lei, ed è a lei che dovrete il vostro ringraziamento, se le troverete interessanti.



Una definizione di Wuxia e di Xia


È onesto nelle parole, efficace nell'azione, fedele nel mantenere le
promesse, impavido nell'offerta della sua propria vita per liberare i giusti
dalla schiavitù.

Sima Qian



La parola wuxia si compone di due caratteri: il primo carattere, wu, è usato per descrivere le cose che riguardano le arti marziali, la guerra, o i militari. Il secondo carattere, xia, si riferisce al tipo di protagonista trovato nei romanzo wuxia ed è inoltre un sinonimo per di cavaliere. Quindi, per romanzo wuxia si intende un tipo di narrazione riguardo i cavalieri esperti di arti marziali. Il modo più semplice descrivere questo genere a coloro che si avvicinano per la prima volta ad esso è definirlo come "storia cinese di spade e magia". La maggior parte delle persone conoscono il genere wuxia attraverso le pellicole quali A Chinese Ghost Story, Swordsman e Zu.

La parola xia nel relativo contesto narrativo descrive il protagonista di questo genere di storie, che include le definizioni di: eroe, spadaccino,avventuriero, soldato di fortuna, guerriero, cavaliere [errante].
Per alcuni rispetti, xia è tutte queste cose e tuttavia queste definizioni non sono completamente esatte. Il più delle volte le definizioni usate per il xia, sono cavaliere e cavaliere errante. Come per i cavalieri medievali europei, l'abilità nel combattimento è una delle caratteristiche principali, ma solo raramente i guerrieri xia sono soldati. Inoltre, diversamente dal cavaliere europeo che era esclusivamente un membro del aristocrazia, il xia può venire da qualsiasi ambito sociale.
Il xia era spesso un vagabondo in cerca d'avventura, ma l'ambizione e l'interesse personale non sono le sue motivazioni. Come la sua fantastica spada il guerriero xia risolve conflitti con l'uso della forza, ma le sue azioni sono temperate da un senso personale di giustizia e onore regolato da un'ideologia e un codice di comportamento.
Egli è una forza del bene, come espresso da Sima Qian. Il guerriero xia tradizionale dei romanzi è un anticonformista che combatte per la giustizia. Il suo senso dell'onore si spinge all'estremo, la sua parola è inviolabile e la sua reputazione è più importante della vita in se.
Inoltre, è padrone delle arti marziali che non esita ad usare nella difesa della sua credenza. Questo tipo di xia è la versione idealizzata del guerriero eroico che incontriamo nei romanzi moderni ed nei film. Meno romantica è la descrizione del guerriero xia disegnata dalla storia e dal romanzo tradizionale. Questo xia è uno spadaccino, ma più dogmatico che altruistico.
È un campione della propria causa (qualunque essa sia) per la quale impegna tutti suoi ideali, sia essa benevola o meno. Questa definizione considera la natura a volte dubbia delle azioni realizzate dal xia. Seguendo queste linee, in Once Upon a Time in China vediamo che gli spadaccini aderiscono ai principii di lealtà, di reciprocità e del dovere sono xia, ma non c'è nessuna distinzione tra quei guerrieri che combattono per un ideale altruistico e quelli le cui motivazioni sono di merito discutibile.


Il sistema di valori Xia


Apprezza il dichiarare, l'amicizia, il dovere, le promesse, la bontà, l'onore
e la rettitudine più della sua propria vita.

Liang Qichao



In The Chinese Knight-Errant, vengono elencati otto attributi comuni del guerriero: altruismo, giustizia, individualismo, lealtà, coraggio, veridicità, il rifiuto della ricchezza e del desiderio di gloria. Tranne l'individualismo, queste sono anche caratteristiche tipiche del junzi (signore) Confuciano che sono: ren (benevolenza), zhong (lealtà), yong (coraggio) e yi (rettitudine).
Quindi, per molti aspetti i valori dello xia sono soltanto un'estensione dei valori cinesi tradizionali.

In realtà pochissimi uomini possono raggiungere così alti livelli di purezza, perfino tra i guerrieri e perfino tra colo che sono sostenuti da un forte ideale. Quindi non tutti questi valori vengono sempre rispettati e lo stesso senso di giustizia frequentemente è soggettivo, così la lealtà è spesso basata su un principio di reciprocità e un guerriero che non è stato trattato con il rispetto dovuto non ha alcun obbligo di servire il suo patrone con zelo, il coraggio dello xia è quello tipico degli uomini di spada, ma il suo amore per la verità spesso non coincide con l'onestà. Gli uomini di spada sono troppo spesso più impegnati a crearsi una reputazione che a seguire i principi dello xia. Altri però seguivano un'ideale del tutto opposto, considerando sbagliato il desiderio di gloria e valorizzando i principi del wude (le virtù marziali) che predicava l'umiltà, più che la gloria.

Ciò che realmente regolava la vita dei guerrieri xia era l'individualismo e la compiacenza ad usare la forza per realizzare i loro obiettivi. Così malgrado il fatto che la maggior parte della loro credenza fosse legata a valori abbastanza tradizionali, vennero visti come parte di un mondo sovversivo e sono stati spesso criticati anche per la disposizione della lealtà personale sopra lealtà della famiglia. Spesso, un giuramento che legava un guerriero ad uno sconosciuto era considerato più importante di un l'obbligo con i membri della famiglia. E ciò è stato visto come un oltraggio alla convenzione sociale, tanto da far considerare tale comportamento come un atto di ribellione. In molti casi però si trattava semplicemente di un concetto di egualitarismo, secondo cui gli individui erano superiori alle etichette arbitrarie dettate della condizione sociale, sconosciuto alla società cinese.

sabato 6 settembre 2008

Stardust


Un libro scritto volutamente nei toni del fantastico inglese prima dell'arrivo di Tolkien, e un autore di cui era ora che leggessi qualcosa. In effetti Neil Gaiman lo sento nominare in giro tantissimo, la curiosità si è fatta inarrestabile. Così ho colto l'occasione di leggere questo libro. Stardust è una favola per adulti, e qui non mi ha deluso perché la lettura è piacevole. Il giovanotto che cerca la stella caduta è il classico eroe di poca esperienza ma coraggioso e tutto sommato ingegnoso. Certamente, simpatico. Tra gli altri personaggi abbiamo gli aspiranti Signori di Stormhold (fratelli coinvolti in una dura rivalità), streghe in cerca della Stella caduta, che è stata catturata dal protagonista Tristran, e varie creature bizzarre: tutti insieme compongono una storia vivace narrata con un ritmo che sa prenderti.
Quanto all'ispirarsi ai vecchi scrittori, il risultato m'è sembrato così così. Non posso fare paragoni con Lord Dunsany o simili, ma mi è sembrato che Gaiman abbia preparato abilmente una buona pietanza con ingredienti un po' vecchi.
Il risultato è comunque un libro leggero e divertente, non un capolavoro ma un valido intrattenimento.
Solo un problema di credibilità: al mondo fatato si accede tramite il varco in un muro, presso un villaggio che si trova a una giornata di viaggio dalla Londra ottocentesca... si poteva fare qualcosa di più complicato, no? Che mi dite? O magari poteva anche usare un'uscita della Tangenziale?

venerdì 5 settembre 2008

In finale...

Beh, sarà una bella soddisfazione vada come vada. Il mio Magia e Sangue (per alcuni che mi hanno letto è un titolo osceno, ma a me piace tantissimo...) è arrivato alla selezione finale del Premio Odissea della Delos Books. Ovvero: sette libri tra cui verrà scelto a breve il vincitore.
Facciamo i finti sportivi e diciamo: vinca il migliore.

lunedì 1 settembre 2008

Le parole immaginarie


Scrivendo fantasy, qual è il migliore linguaggio da usare?
Il quesito me lo sono già posto su questo blog, e ne hanno parlato altri, qui e altrove. Per me una pulce nell'orecchio.
Parto dal chiarire che: il sottoscritto ha una sua precisa idea in merito, ma non ritiene che sul tema si possano lanciare dottrine sostenute da qualche Verbo assoluto. In altre parole, per quanto si possa fervidamente desiderare altrimenti, bisogna rassegnarsi al fatto che questo è uno dei tanti campi in cui la soggettività e il gusto personale dominano.

La verbosità aulica discende da certe atmosfere tolkieniane e soprattutto dalla tendenza a preferire l'uso di parole difficili: particolarmente diffusa (almeno qui in Italia) tra quelli che scrivono male ma s'illudono diversamente. Uso che non significa saper scrivere in toni aulici, peraltro, né saper scrivere tout court. Credo che sia uno stile da lasciare ai pochi che veramente lo sanno usare: e a mio parere spesso genera solo noia anche in quel caso. Ovviamente non intendo sparare a zero su questo modo di esprimersi, Tolkien è comunque Tolkien e ad ogni modo non è sempre pesantemente aulico, ma non nego che anch'io qualche brano del grande maestro lo trovo un po' stancante, tutto sommato.

Il linguaggio moderno mi sconcerta, quando viene usato per il fantasy. Si può giustificare dicendo che la storia viene da un mondo immaginario, mettiamo dal Magico Mondo di X, ed è stato necessario tradurla, quindi non facciamoci menate e usiamo la nostra lingua. Ma mi domando, al di là di quello che si può dire per sostenere la legittimità di una simile scelta, dove vada l'immedesimazione del lettore, soprattutto nel caso in cui il lettore subisca una doppia violenza, quella di uno stile colloquiale attuale unita agli anacronismi, quando il mondo oggetto della narrazione è il classico mondo simil-medievale o comunque arcaico. In molti autori recenti si trova questo uso di termini che presuppongono una conoscenza di concetti moderni. Cosa ci si guadagna a spezzare ogni sospensione d'incredulità con un linguaggio incompatibile con la materia narrata? Chiaramente, possono esistere difficoltà che forse giustificano l'uso di termini poco appropriati, ma in linea di massima, se non sto leggendo un urban fantasy alla Luk'janenko, ambientato in tempi moderni, gli anacronismi non li voglio, grazie. Lo stesso valga per i colloqui resi in toni gergali che potrei sentire pari pari per strada oggi in Italia.

La coerenza ad ogni costo con l'ambientazione può dare buoni risultati nel creare un'immersione in un mondo fantastico, purché non imponga un eccessivo sforzo al lettore per immedesimarsi in quest'ambientazione.
A mio parere l'autore dovrebbe sempre inventarsi la propria ambientazione anziché prendere il mondo di D&D e rimaneggiarlo un po', o imitare malamente Tolkien, o ispirarsi (addirittura) ai videogame. Farebbe meglio a lavorare un po' di più per dar forma a un proprio mondo immaginario, almeno fino al punto da muoversi senza troppa fatica all'interno della propria creazione. Così potrà evitare di fare errori banali e avrà, implicitamente, un ambiente che lo circonda e che aspetta solo di essere descritto, quando necessario.
Il problema è che non sempre è giusto e opportuno ingozzare il lettore con l'ambientazione. L'iceberg ci deve essere tutto, ma di solito il lettore deve vederne solo la punta: perciò l'uso di una terminologia e di un linguaggio adatti all'ambientazione resta un obiettivo a cui si deve tendere, ma con la capacità di farlo con leggerezza, e rinunciare alle esagerazioni. Pochi tratti potrebbero essere sufficienti a far capire che ci troviamo in un ambiente alieno. Per passare a un esempio di fantascienza anziché fantasy, pensate a come Frank Herbert ha caratterizzato i Fremen di Dune, facendo girare i loro ragionamenti e i loro concetti intorno all'acqua (bene inestimabile per quel popolo). Non è indispensabile inventare parecchi termini nuovi o esprimersi in maniera oscura... Anche se ci sono autori a cui piace farlo. Soprattutto bisogna dare il giusto spazio alla storia, all'idea da raccontare.

Centomila casi controversi sulla modernità delle parole e dei mondi.
C'è una gran quantità di termini moderni nel Nome del Vento di Rothfuss. Si tratta di un libro in cui il protagonista diventa allievo in un'accademia di magia, dove di conoscenze scientifiche ne girano, e parecchie. Certi concetti evoluti ci possono stare. Mi ha comunque lasciato perplesso, ma non mi ha rovinato il godimento del libro.

Cosa fare se si desidera usare termini gergali? Ce li si inventa? E in tal caso come li si traduce per il lettore, si mette una nota a pié pagina? Oppure si usa il dialetto del proprio paese o città, o magari i modi di dire dei propri amici? Il mio modesto suggerimento: dare l'impressione usando una parlata non perfettamente corretta, rinunciando ad ardite creazioni linguistiche o ad anacronismi che gridano vendetta al cielo.

Termini che richiamano il nostro mondo in maniera inevitabile e non hanno semplici sostituti pongono sempre un grosso problema. Per esempio, un suolo carsico in un mondo immaginario stona perché il Carso è un luogo ben definito della nostra Terra. Meglio cambiar parola e far diventare il nostro terreno arido, anche se non ha lo stesso significato? O ce ne freghiamo e lo facciamo rimanere carsico, perché stiamo scrivendo per i nostri lettori terrestri? Un dilemma simile che ho trovato in giro per la rete: i termini sadismo e masochismo derivano entrambi da nomi di persone. Se racconto di un mostro (collocato in un mondo fantastico) che gode del dolore altrui, e mi sfugge una definizione di sadico ci può stare? O al contrario il richiamo al Marchese de Sade fa cascare il fondale di cartapesta e distrugge l'ambientazione? E se è così, che sostituto adopero? L'unica è fare un lungo giro di parole. Così poi, per chiudere il cerchio, magari il lettore commenta: ma non poteva semplicemente usare la parola sadico?

Nel mio mai pubblicato capolavoro Magia e Sangue, un gentile lettore che ha fatto la cortesia di sorbirselo mi ha rimproverato l'uso della parola sbirro. E' una storia dove parecchia gente ce l'ha con gli sbirri, perciò mi sono preoccupato: ho sbagliato termine? Da una parte le verifiche mi hanno rassicurato: la parola sbirro è di origine medievale e quindi in un mondo medievaleggiante ci può stare (la mia ambientazione non è proprio così, però non ha tecnologia evoluta, almeno non apparentemente). Ma ho scoperto di aver sbagliato qualcosa, comunque: il significato dispregiativo della parola è piuttosto moderno, perciò anacronistico, se vogliamo. Cosa devo fare? Per adesso, la parola non l'ho cambiata. Magari un giorno lo farò.
Ci si potrebbe porre un'altra domanda: se ai lettori sembra anacronistica una parola che non lo è, chi ha ragione? O meglio, all'autore a cosa serve in tal caso avere ragione?

Se mi avete seguito in queste riflessioni e scoprite di avere le idee meno chiare di prima, vuol dire che potete concordare con me su una cosa: l'uso del linguaggio nel fantastico è un problema complesso, e secondo me non riducibile a quattro regolette facili da usare.

sabato 23 agosto 2008

I Guardiani del Crepuscolo

Il terzo capitolo della saga di Sergej Luk'janenko l'ho letto d'un fiato. Come i due precedenti, questa è una storia divisa in tre racconti collegati fra loro, e come al solito si tratta di una nuova lotta che coinvolge le forze della Luce e delle Tenebre, nonché quell'Inquisizione che le controlla entrambe. Compare un po' un fattore che provoca spesso la stanchezza, tipico delle serie che si prolungano: l'eccesso di drammaticità, quel dover salvare il mondo ogni cinque minuti che alla fine fa sbadigliare il lettore (o lo spettatore, quando parliamo di serie televisive). Questo logorio comincia a disturbare la storia dei Guardiani del Crepuscolo, ma c'è, come al solito, tutta una ricchezza di elementi dei più disparati a tener desta l'attenzione (ma fate anche attenzione... a qualche SPOILER).

Innanzitutto, Luk'janenko fornisce ulteriori elementi fantastici che vanno a complicare la sua ambientazione, in particolare sulla natura degli Altri, i personaggi "speciali" che animano le sue trame muovendosi in mezzo a un mondo inconsapevole di persone normali. Lo fa in maniera non banale facendo trovare questi elementi nuovi in un curioso antico libro di streghe, inserendoli nella maniera giusta per suscitare ancora di più il dubbio e lo scoraggiamento di Anton (il protagonista) verso il suo ruolo di Guardiano della Luce, e per creare la sorpresa finale che farà fallire il piano eccezionale di un vampiro ribelle. In secondo luogo, viene ripreso e sviluppato il personaggio di questo giovane vampiro "vicino di casa" di Anton, quel Kostja che qui assume un ruolo di primo piano: anche per lui un bel tratteggio e una bella introspezione psicologica, ottimo lavoro da parte dell'autore.
A me personalmente interessano anche le riflessioni sulla Russia passata e presente che Luk'janenko trova modo di infilare qua e là nella storia.
Un altro degli elementi interessanti, la caccia a un libro magico e alla strega che lo custodisce, mi è molto piaciuto anche per la mescolanza di storia e fantastoria (il "vero significato" dell'esperimento comunista!) con il folklore russo.

D'altra parte la necessità della trama che impone a Luce e Tenebre di collaborare è sia una novità sia un aspetto un po' deludente, dopo le fiere lotte dei primi due libri. Ma fa parte del disvelamento di quel gioco degli equilibri tra le due Guardie, una realtà che sprofonda gli Altri in una luce di cinismo e che fa ripetutamente dire ai personaggi che in fondo Luce e Tenebre sono la stessa cosa. Peccato, mi divertivo più prima, ma che possiamo farci.

Anton sposato e padre lo vedo un po' in contrasto con il personaggio pessimista e moralmente combattuto che pur sempre rimane: anche qui riprende un po' le tematiche dei primi due libri, però proprio in questa storia il nostro protagonista crescerà sia come personalità che come forza.

In conclusione, la trama di questo libro lascia un'immagine molto offuscata degli Altri, e sminuisce le differenze fra le due Guardie. Anton viene convinto a rimanere ma solo nella speranza di una miracolosa occasione per combinare veramente qualcosa di buono, che faccia la differenza... Avrà questa occasione nel quarto libro?

sabato 16 agosto 2008

(Off topic) Volevo solo Vendere la Pizza


Questo libro fa parte di quel fortunato filone della denuncia all'italiana. Quel rumoroso e indignato puntare il dito che rimane un grande sport nazionale, una delle leve che portano in piazza migliaia di persone, rendono famosi i blog, fanno vendere i libri: basta strillare forte, insultare, credersi e farsi credere puri come Savonarola. E' un ottimo modo per passare il tempo, mettersi la coscienza a posto e sincerarsi che poi alla fine non cambi niente.

In questo caso si punta il dito contro il delirio della legge e della burocrazia italiana, che impediscono a un onesto povero cristo di trasformarsi in imprenditore. Sia detto per inciso, speravo di divertirmi anche se non apprezzo questo genere, e qualche risata in fondo l'ho fatta, ma questo libro vale ben poco.

In Volevo solo Vendere la Pizza (di Luigi Furini, edito da Garzanti) si racconta delle peripezie che toccano a chi cerca di avviare una piccola impresa, una pizzeria d'asporto: seguendo le regole e facendo i bravi. Come è facile prevedere, ci saranno enormi difficoltà a mettersi a posto con i vari uffici preposti a igiene e sicurezza, ad essere in regola con la legge 626 (quella che obbliga ad avere una formazione e qualche mezzo disponibile per emergenze sanitarie e antincendio), e presto cominceranno i guai con i sindacati, la legge e compagnia bella.

Certe difficoltà sono evidentemente una rottura di scatole gratuita dovuta ad una burocrazia disorganizzata che non ha saputo crescere ai ritmi di un paese moderno. Ma in altri casi, come nella scena in cui i poveri imprenditori che devono istruirsi sulla 626 si inferociscono di fronte alla tracotanza del docente che si è fatto pagare un pacco di soldi, o come quando il nostro imprenditore in erba si fa fregare dai suoi dipendenti che sfruttano ogni furbizia legale aiutati da sindacalisti pervertiti, il protagonista che da ex maoista ha voluto improvvisarsi commerciante mi sembra semplicemente quello che è: uno sprovveduto che ha cercato di mettere in piedi un qualcosa che in piedi semplicemente non può stare, un piccolo esercizio dove ti prendi il lusso di non esserci di persona. Stessa impressione me l'ha data un amico (imprenditore sul serio), a cui ho fatto leggere il libro. Così è: Volevo solo Vendere la Pizza è fondamentalmente un libro scorretto che adotta un punto di vista di comodo.

La prefazione di Marco Travaglio è illuminante:

Questo libro potrebbe intitolarsi tranquillamente, parafrasando Totò, "Poi dice che uno si butta a destra"


e in effetti il libro a destra ci si butta davvero parecchio, attaccando frontalmente welfare, diritti dei lavoratori, sindacato ecc... (non che siano senza peccato queste istituzioni, comunque). Il nostro Travaglio continua dicendo che:

E' capitato solo a lui oppure è così per tutti? Dall'INPS di Roma rispondono che nel 2003, su venti milioni di lavoratori assicurati, sono stati presentati dodici milioni di certificati medici per complessive sessanta milioni di giornate lavorative perdute. Non è sfiga, è il sistema.


Ricordiamoci che, nonostante abbia trovato il proprio pane quotidiano negli attacchi contro Berlusconi, Travaglio è di formazione liberista. Liberista spinta, sembrerebbe qui, con un disinvolto e scorretto uso della statistica.
Se a un tizio capita una normale influenza, di quelle che lo tengono a letto per una settimana, colleziona già cinque giornate di assenza, se ha la fortuna di non lavorare anche il sabato. Magari poi il datore di lavoro pretende che uno si presenti in ufficio con la febbre a 38, ma in una situazione in cui esistono dei diritti minimi è abbastanza normale che un lavoratore per nulla assenteista o cialtrone faccia 5 giorni di assenza in un anno, visto che l'influenza è un male stagionale che mette a letto la maggior parte delle persone. Senza contare che esistono anche altre malattie che portano a compilare questi milioni di certificati medici.
Pertanto se i dati statistici allegramente sbattuti in faccia così, contando sullo shock dei numeri grossi e tirando fuori una parolona come il sistema, fossero dati reali, bisognerebbe riconoscere che con sole tre giornate di assenza media a testa (60 milioni di giornate diviso 20 milioni di soggetti) i lavoratori italiani sono un popolo di coscienziosi stakanovisti. Altro che traditori figli di puttana come vengono raffigurati in questo libro.
Ve n'eravate accorti? Beh, quando siete alle prese con la denuncia all'italiana, imparate a verificare sempre e a passare i concetti che vi rifilano al vaglio della vostra razionalità: vedrete che perderete presto la voglia di appassionarvi a questo genere e magari vi risparmierete qualche V-day.
E con questo, prometto che non tornerò a parlare di politica su questo blog per un bel pezzo. Se qualcuno nella canicola d'agosto mi leggesse e avesse voglia di commentare questa mia uscita, lo prego di evitare i toni della denuncia all'italiana e della polemica offensiva, che impediscono inevitabilmente alla discussione di raggiungere qualsiasi utilità.

giovedì 14 agosto 2008

Batman Begins, rivisto

Mentre il Cavaliere Oscuro ha fatto gridare tutti al miracolo e al "nuovo standard di eccellenza" cui i film di supereroi dovranno guardare, non il medesimo successo aveva riscosso la precedente pellicola, Batman Begins: a dire la verità di successo ne ha avuto, ma non ha fatto gridare al capolavoro.
In questo film il regista è sempre Christopher Nolan, Batman è sempre interpretato da Christian Bale, e gli aspetti della rinnovata serie di Batman erano già presenti. Ad esempio, la complessità dei personaggi, i toni più cupi nonostante la città sia mostrata in maniera meno gotica e più moderna, il tormento interiore del Cavaliere Oscuro (che rimane però fedele alla propria via), il terrore come tema principe della trama. E c'era perfino una valida colonna sonora.
Non sono un seguace particolarmente accanito delle avventure dei supereroi, ma la domanda me la sono posta. Per quale motivo Batman Begins non ha avuto il medesimo successo?
Alcuni elementi che sono stati criticati da altri non mi vedono così deciso. Ad esempio il ruolo di Katie Holmes non lo vedo così male interpretato. Particolari magari troppo ingenuamente fumettosi come la ferrovia sopraelevata non mi sono sembrati così importanti.
La rabbia e la voglia di vendetta di Bruce Wayne, insomma la genesi di Batman, sono narrate bene. O meglio, lo sarebbero, purtroppo però tutta la parte dell'istruzione marziale e spirituale presso la scuola di ninja mi pare un po' una di quelle cavolate orientaleggianti la cui profondità è solo una facciata di cartapesta. E il personaggio interpretato da Liam Neeson come purificatore estremo non ha nemmeno una frazione dello spessore che ha il Joker nel Cavaliere Oscuro. Neeson qui non è all'altezza di Heath Ledger come capacità di recitazione, e il suo doppio ruolo come mentore di Bruce (nella parte di film dedicata alla Setta delle Ombre), e come cattivo con un piano omicida per motivi "morali" sta poco in piedi e ne fa, paradossalmente, un personaggio molto più da cartoon che non il folle Joker del film più recente, con le sue pazzie da psicopatico che, grazie a una grande interpretazione, si pongono quasi come una presa di posizione ironicamente filosofica.
Quindi un primo fattore che differenzia i due film è la validità dell'antagonista. Un altro, sicuramente a vantaggio del Cavaliere Oscuro, è il co-protagonista Harvey Dent, l'uomo che rappresenta il volto pulito della giustizia, e che a volte oscura Batman stesso. Il tema della paura sparsa su Gotham fa parte di entrambe le pellicole, ma reso ad un livello estremo (e difficilmente superabile) nella seconda.
Attori e ruoli, trama, spinta emotiva. Questi un po' gli svantaggi di Batman Begins nel confronto. Ma c'è da dire un'altra cosa: il Cavaliere Oscuro è un film superiore, ma è davvero un film sui supereroi al cento per cento? A volte sembra più un film d'azione. Se davvero sarà questa la pietra di paragone, vuol dire che i supereroi dovranno abbandonare i loro tratti più fantasiosi e/o ridicoli, e diventare più realistici.

mercoledì 6 agosto 2008

Il Mastino della Guerra

... i corpi dei monaci e delle suore erano stati appesi alle mura, come un contadino potrebbe appendere il corpo di uno sciacallo per fare allontanare gli altri. Avevo visto molti esempi di questo macabro umorismo durante la Guerra, ed io stesso mi ero reso colpevole di simili atti: era come se si cercasse così di sfidare la propria coscienza, di sfidare l'occhio stesso di Dio che qualche volta sentivamo guardare con orrore ai nostri misfatti, annotando i nomi di tutti i partecipanti.


Questo libro di Michael Moorcock sembrerebbe, ma possibilmente è, ispirato alla celebre incisione di Albrecht Durer, Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, però il suo cavaliere non è certo senza macchia. La storia del Mastino della Guerra parte dalla Guerra dei Trent'anni nel paesaggio di una Germania devastata, dove le stragi e l'odio insensato hanno svuotato di ogni forma di vita vaste parti del territorio. Il nobile Graf von Bek, Capitano di Fanteria, ha combattuto come mercenario, finendo per praticare l'arte della guerra come uno stile di vita fine a se stesso, perdendo ogni remora morale e arrivando a compiere qualsiasi atrocità con la medesima selvaggia indifferenza tipica di tutti gli eserciti che attraversavano, giungendo da tutta Europa, questo campo di battaglia insanguinato dalle guerre di religione.
Opportunista, ma non contento di se stesso, disonorato ma non privo di un barlume di aspirazione al riscatto, il nobile si trova in una situazione senza uscita e costretto ad accettare un patto con lo stesso Lucifero. Da qui comincerà una missione che lo porterà nella "marca di mezzo," un territorio al di fuori delle comuni mappe, alle prese con avversari misteriosi e aiutato da improbabili alleati.
Il nostro Von Bek completerà una pericolosa Ricerca, ma il successo non sarà quello che poteva immaginare.
Uscito per l'Editrice Nord negli anni ottanta, questo libro sembra già una testimonianza di una letteratura fantastica tramontata da tanto tempo, sebbene il suo autore fosse stato esponente di quella che si era chiamata la "new wave" del fantasy.
Un fantasy che passa dalla realtà al racconto gotico sconfinando nel viaggio picaresco, con protagonisti che discutono di morale e filosofia con arguzia e prendono le proprie tragedie con sinistro umorismo, questo libro è scritto con maestria: un affresco che pare un film in costume, sottile e piacevole ma nello stesso tempo impregnato della durezza di epoche spietate.
Di difficile reperibilità, è per me una lettura recentissima. Posso dire che è una storia tutta da leggere, e al confronto con parecchie delle produzioni odierne, a mio modesto parere le sovrasta.

sabato 2 agosto 2008

La Lama del Dolore


Ho terminato di leggere la Lama del Dolore, scritto da Marco Davide per la Armando Curcio Editore, e non posso dire di averlo pienamente apprezzato. Quello che mi ha più sconcertato è la scelta stilistica, sicuramente compiuta consapevolmente, di parlare con un linguaggio molto moderno. Ora, anche in un gran libro come Il Nome del Vento avevo riscontrato qua e là un disinvolto uso di termini tecnici piuttosto evoluti (unità di misura, ad esempio...) ma qui abbiamo addirittura, per fare degli esempi, "una ventina di minuti" in un mondo che non sembra conoscere orologi da polso, "epidemie virali" laddove dire epidemie sarebbe bastato (ricordiamo che i virus sono una scoperta della medicina moderna), il termine "sparare" o "far fuoco" per l'uso di armi come la balestra, addirittura suggestioni motoristiche in frasi come "percepiva tuttavia la testa ancora fuori fase" e nella parola "capolinea" che già avevo trovato, ahimé, in un libro fantasy italiano. Anche i dialoghi spesso suonano decisamente moderni. Insomma non si tratta del termine anacronistico che può anche scappare, ma di una scelta stilistica ben precisa. Peccato che questa scelta m'abbia un po' ammazzato la sensazione di leggere un mondo fantasy.
Non credo comunque di essere l'arbitro del giusto e dello sbagliato, valuto secondo i miei gusti personali e quindi un lettore di queste righe potrebbe, per questi aspetti che ho sottolineato, decidere che La Lama del Dolore è proprio il libro che fa per lui: sarò ben contento di averlo aiutato a scegliere.

Un secondo aspetto spiacevole l'ho notato già in apertura... Il nano collerico Rugni, che non vuol cedere la sua ascia all'ingresso di una città ed è pronto a fare un macello per non separarsi dall'arma. Potenza di quel fantasy semi-tolkieniano standardizzato dai videogiochi e da D&D, il personaggio è quasi identico al nano del Sigillo del Vento, altra mia recente lettura. C'è addirittura chi si rallegra per il fatto che esista un mondo comune che tutti conoscono e che quindi non c'è nemmeno bisogno di descrivere: per la gioia di costoro, nella storia c'è pure un mezz'orco... ma io resto dell'idea che siccome il genere si chiama fantasy sarebbe meglio esercitarla un po' di più, la benedetta fantasia. Sono comunque abituato a non considerare come aspetto necessariamente negativo il "mondo comune" del fantasy moderno, perciò andiamo oltre.

La Lama del Dolore è una storia gotica, cupa, dove seguiamo le avventure di un personaggio coraggioso ma umorale e tormentato da un terribile passato, Lothar Basler. Lothar è abbastanza ben riuscito e delineato abilmente, talvolta seguendo i suoi pensieri ma più spesso con brevi accenni al suo comportamento o agli atteggiamenti, o nella relazione degli altri con lui. Lothar e l'amico Mutio sono i due personaggi che ricevono una netta caratterizzazione, gli altri sono fondamentalmente dei cliché.
Quanto alla trama, che qui in parte anticipo (e chi non vuole sapere, non prosegua ma salti al paragrafo successivo, dopo lo spazio), è abbastanza lineare, una serie di sfide con tanto di donzella in pericolo da soccorrere (in realtà è una donna sposata: la moglie di Mutio), e un gruppo di avventurieri che si forma spinto dalla necessità, poiché i cattivi li hanno presi di mira. Molti combattimenti descritti con abilità, una scorrevolezza ammirevole tranne qualche passo esageratamente descrittivo, e si arriva alla fine senza che fondamentalmente nulla sia risolto. Si scopre il nome del nemico, si viene a sapere che Lothar è un predestinato, un personaggio estremamente speciale. La rivelazione avviene per magia, durante uno scontro con il supercattivo Kurt, ma la risoluzione del conflitto è rimandata alla puntata successiva: un risultato positivo in realtà c'è, la salvezza della moglie di Mutio che doveva essere sacrificata.
La rivelazione di tutti i retroscena e delle intenzioni dei nemici per mezzo di una epifania magica a favore di Lothar pone praticamente fine ai tentativi di investigazione che abbiamo all'inizio, e regala il quadro della situazione in una maniera che mi è sembrata estremamente forzosa, ma se prendete questo libro come svago leggero non ve ne renderete nemmeno conto, perché il pretesto per un altro viaggio o un ulteriore duello mortale si trova sempre.

I cattivi sono così cattivi che di più non si può, e per giunta fanno pure schifo, perché un altro aspetto di questo libro è la commistione del fantasy con elementi horror. Commistione che, a mio parere, non può riuscire facilmente: dal momento che nel fantasy abbiamo eroi senza paura che sfidano mostri orrendi già come base di partenza, la suggestione orrorifica è già banalizzata e disinnescata da subito, perciò i mostri (peraltro decisamente allucinanti) con cui Lothar e compagni devono vedersela mi hanno turbato assai meno della scena in cui un gatto viene cotto e mangiato, la vera vetta di orrore di tutto il libro.

Cosa mi è piaciuto di questa Lama del Dolore? Innanzitutto la gradevole scorrevolezza: si tratta di 700 pagine (con un carattere un po' grande, ma son sempre tantissime) eppure il libro è un buon intrattenimento, nonostante qualche descrizione un po' barocca che fa venir voglia di saltare al paragrafo successivo. Lothar è un personaggio caratterizzato bene con il suo dolore e i suoi problemi, chiuso in se stesso, non fa il capogruppo anzi rimane spesso sulle sue, nonostante sia evidentemente il più dotato del manipolo di compagni. Gli scontri armati abbondano, ad essi è dedicato parecchio spazio, ma devo dire che mi hanno preso molto.
Nonostante i problemi di scelte stilistiche e di trama che ho sottolineato, posso dire che il libro si fa leggere piacevolmente: peccato per il prezzo, che è decisamente elevato.

venerdì 25 luglio 2008

Il Cavaliere Oscuro

I Supereroi in qualsiasi media appaiano li considero fondamentalmente una delle peggiori americanate. Però molti quattrini, menti e risorse si spendono (generalmente oltreoceano) per dar vita a queste storie fantastiche e col tempo ho finito, in definitiva, per consumare una gran quantità di film e fumetti di questo genere. Alcuni gustati con piacere, altri meno, quindi il mio interesse verso i supereroi è sempre rimasto a singhiozzo.
Non mi ha deluso il film del regista Christopher Nolan: al di là dell'enfasi creata intorno al Cavaliere Oscuro dai media (soprattutto speculando sulla morte di quel povero Cristo di Heath Ledger che non potrà godere la giusta fama guadagnata con una grande performance) il film si è rivelato emozionante, cupo, a tratti profondo. Una delle osservazioni più scontate che si potrebbero fare è sulle somiglianze ai problemi di oggi: insicurezza e terrorismo prima di tutto, visti dalla prospettiva americana. Anche, bisogna dire, il problema morale che nelle varie guerre contro il "male" gli USA hanno dovuto porsi: fino a che punto ci si può spingere, dov'è che bisognerebbe tracciare la linea da non superare, cosa succede quando la si supera.
E' proprio il dilemma che il personaggio del Joker, un protagonista negativo di proporzioni colossali, vuol risolvere facendo cadere la facciata dell'ipocrisia, che lo infastidisce tanto.
La sua collaborazione con la mafia all'inizio del film genera il pretesto per sfidare le due figure che vuole abbattere: Batman (interpretato da Christian Bale), il nemico che gli assomiglia nell'essere a sua volta un fuorilegge e ricorrere a sistemi poco ortodossi, e Harvey Dent, un eroe senza macchia interpretato dall'attore Aaron Eckhart, ammirato da Bruce Wayne nonostante gli abbia... soffiato la fidanzata (interpretata da Maggie Gyllenhaal). Joker riuscirà a corrompere Dent, con Batman inizierà una lotta in cui l'uno sembra il contraltare dell'altro, ma non riuscirà a far saltare le regole che il Cavaliere Oscuro ha saputo imporsi; coinvolgerà però tutta la città in un gioco sanguinoso dove si sforzerà addirittura di far saltare le convenzioni della gente normale e di portarla al suo stesso livello.
Un mostro, ma con la pretesa di dimostrare che tutti sono come lui, anarchico e disinteressato al denaro (che brucia), desideroso di uccidere, ancora rabbioso per un passato che riaffiora da dei flashback che racconta lui stesso.
In conclusione, un film valido al di là del genere cui appartiene, e una bella interpretazione di Heath Ledger, il vero protagonista che purtroppo non reciterà mai più.

mercoledì 23 luglio 2008

Il film tratto dal libro

Ovvero, riflessioni su cosa succede quando si cerca di tradurre un libro di successo in un film di successo.
Mi sono chiesto: che scelte ha un regista, quando deve compiere questa operazione?
La prima considerazione da fare è sulla diversità dei due mezzi di comunicazione. Il libro è un enorme contenitore di concetti e descrizioni, può racchiudere trame complesse con moltissimi personaggi. Il mezzo cinematografico non può minimamente sperare di raggiungere tale mole di dati e complessità; d'altra parte ha altri vantaggi: la forza espressiva dell'immagine, il magnetismo degli attori.

Qualcuno non lo capisce oppure sfida questa realtà. I risultati a volte sono disastrosi, a volte controversi. Qualcuno sa inventare qualcosa di simile e allo stesso tempo diverso... altri cambiano proprio tutta la storia.

Nel 1984 di Radford la scelta è stata di contenere la durata nei limiti del ragionevole (dura un po' meno di due ore) ma senza rinunciare a toccare gli argomenti principali del libro, e a mantenersi fedeli alla trama. Risultato: troppo poche spiegazioni, quelli che hanno visto il film senza conoscere il libro non hanno apprezzato. Fare il film comprensibile solo per chi ha letto il libro è a mio parere peggio che fare un film troppo lungo e noioso per non volere "tradire" il libro.

Il Signore degli Anelli di Peter Jackson ha mantenuto una ragionevole aderenza alla trama del libro a costo di produrre un'enorme mole di materiale, da cui è nata una trilogia di film nessuno dei quali particolarmente breve (e in effetti per comprenderli bene bisogna prendere i DVD con la versione estesa!). Essendo le torme affamate di seguaci di Tolkien disposte a tutto pur di vedere il film del SdA, è andata bene. A me non è affatto dispiaciuta la serie (bello soprattutto il primo) ma penso che non passerà alla storia come un adattamento esemplare per il grande schermo.

Un altro che non ha rinunciato al film interminabile è sicuramente Terrence Malick. Un esempio lampante è La Sottile Linea Rossa. Completamente stravolto per poterlo effettivamente proiettare in sala. Molto bello, a mio modesto parere, la versione estesa non l'ho vista (non che fosse breve la visione cinematografica, comunque!) ma mi interesserebbe. Dal film tagliato si capisce che tanti personaggi del libro avevano in effetti una parte importante e poi sono diventati poco più di comparse per esigenza di brevità. Però non si capisce come mai il regista si sia inizialmente sforzato di essere fedele al libro quando poi ne ha completamente stravolto il senso, usando come protagonista una specie di soldato filosofo (Witt) completamente diverso dal pugile rissoso che era nella carta stampata.

Un bel film tratto da un bel libro è Il Tredicesimo Guerriero, film dalle pretese storiche ma che ritengo abbia il feeling di un (bellissimo) film fantasy. Purtroppo non ha incassato molto, ma sono certo che abbia lasciato il segno. L'autore del libro, Michael Crichton, partecipò alla regia: vorrà dire qualcosa?

Qual è il migliore modo di trasformare un libro in film, insomma? Penso che la risposta giusta, se c'è, sia rinunciare alla fedeltà assoluta alla trama, a meno che non si tratti di una storia semplice, che si possa veramente tramutare in una sceneggiatura.
Sarà bene salvare le idee forti del libro ma rinunciare a qualsiasi formulazione troppo complessa. Sarà meglio creare con il film qualche suggestione che richiami una sensazione simile (facile a dirsi, eh?).
Insomma il regista deve fare il suo mestiere e inventare la sua storia, ma senza arrivare al punto in cui lo spettatore-lettore si chieda: ma l'ispirazione al libro che fine ha fatto?

Quali esempi potrei portare di film che hanno saputo catturare il libro e andare oltre? A mio parere Arancia Meccanica di Kubrick perché ha rispettato la storia del libro però è anche "tutta un'altra cosa" come potenza espressiva (laddove il libro approfondiva soprattutto dei giochi linguistici e temi filosofici che nel film hanno peso minore), Blade Runner di Ridley Scott, che ha creato qualcosa di molto superiore al libro (i fan di Philip Dick non saranno d'accordo, immagino...). Lo stesso Ridley Scott è notevole a mio avviso in un altro film, Black Hawk Down, preso da un racconto-verità su un'azione militare realmente avvenuta, perché ne ha ricavato una rappresentazione cinematografica da mozzare il fiato. Ma su un film puramente di guerra è difficile fare ragionamenti.
Quanto alla lunghezza, in tempi recenti sono diventati comuni film di tre ore e anche più. A me va bene, come spettatore, se il film riesce a tenermi "incollato alla sedia," diventa però un difetto in più se non ci riesce.

mercoledì 16 luglio 2008

Diritto d'autore

Leggo che il diritto d'autore cambia. Si tratta di una estensione che riguarda non gli scritti (che, suppongo, ne avevano già goduto) ma la musica (artisti ed esecutori). In pratica i diritti vengono estesi da 50 a 95 anni.
La decisione della Commissione Europea segue in parte una tendenza che avevo notato (sia pur distrattamente, ammetto), di estensione del diritto a vantaggio, spesso, dell'editoria. Tendenza che esiste anche oltre oceano.
L'estensione dei diritti può avvantaggiare più che altro i discendenti degli autori (perché dopo 50 anni probabilmente l'autore è già nel mondo dei più, o in procinto di andarvi) oppure, più facilmente, l'industria dell'editoria e dell'intrattenimento. In effetti case come la Walt Disney sarebbero ben liete di allontanare, possibilmente in eterno, il momento in cui chiunque potrebbe riprodurre paperi e cenerentole varie, tanto per fare un esempio.

Per me l'importante è che la legge assicuri all'ideatore di un'opera (libro, canzone, ecc...) i giusti diritti: non ho una posizione sulla misura più opportuna dell'estensione di tali diritti ai discendenti o a un'azienda che ne abbia preso possesso. Però c'è l'altra metà della notizia: si spezzerebbe anche il monopolio delle società di gestione che assicurano il godimento dei diritti d'autore. Un artista potrebbe rivolgersi a chi gli offre le condizioni migliori. Insomma anche l'italiana Siae, su cui ho molte volte letto e sentito opinioni molto irritate (riguardo ai criteri con cui cura gli interessi dei musicisti, ad esempio) sarebbe attaccabile dalla concorrenza?
Forse questa è una liberalizzazione che ci voleva!

venerdì 11 luglio 2008

Il Prigioniero tornerà?


Sembra che questa serie misteriosa ed enigmatica avrà finalmente un remake. Il Prigioniero era un agente segreto dimissionario conosciuto soltanto come numero sei, segregato in un... villaggio turistico. La serie britannica aveva riscosso un certo successo ma il finale era stato molto criticato per essere inconcludente e incomprensibile. E poiché l'ho visto, direi che le critiche erano più che giustificate.
La serie in sé mi era comunque piaciuta e sono contento che venga riproposta. A quanto pare il numero sei sarà James Cazeviel, che ricordo dai tempi della Sottile Linea Rossa.
Il capo dei carcerieri, il numero due, sarà invece Ian McKellen, il Gandalf cinematografico. Ovviamente il numero due presuppone che esista anche un numero uno... chissà se sapremo chi è?
Ma soprattutto, ora che hanno avuto 40 anni per pensarci, speriamo che facciano un finale decente.

martedì 8 luglio 2008

Fesso chi legge?



Mi sono andato a ripescare quella statistica che rimbalza tra siti web e blog. Quella sulla scarsità dei lettori nel nostro paese, intendo.
Il dato non è il massimo della vita (il 62% degli italiani non legge nemmeno un libro all'anno) ed è triste ancor di più perché il trend sarebbe in peggioramento, qui però mi auguro che ci sia qualche imprecisione nella statistica. Se penso alla ridente caserma dove passai il servizio militare assieme a tanti ignoranti autocompiaciuti (nonché aggressivi verso chiunque cercasse di leggere qualcosa che non fosse una rivista porno), devo ammettere che pensavo anche peggio.

Mi son letto anche qualche fonte in giro (nessuna pretesa di aver azzeccato dati corretti, per carità: ma ci ho provato). Questo è un dato carino: il 55% degli Inglesi (o Britannici, più precisamente) non compra libri o li compra per decorare i mobili che ha in salotto. Quindi il confronto con una delle brillanti nazioni con cui andiamo a paragonarci quando vogliamo deprimerci ci vede perdenti, ma tutto sommato di stretta misura. Se poi andiamo a vedere dove vivono le persone che leggono (e quelle che non leggono) scopriamo che nel Nord Italia il 48% delle persone legge (ovvero: almeno un libro all'anno se lo compra o lo prende a prestito), mentre nel Sud sono solo il 24% (o poco più secondo altre statistiche), quindi lì i non lettori supererebbero uno spaventoso 70%. Ma allora nel Nord Italia ci sarebbero (in percentuale) meno non lettori che nella perfida Albione.

Insomma non siamo messi poi così male, è che amiamo piangerci addosso.
Ovviamente, nella lettura come in tante altre cose ci troviamo di fronte al solito "problema meridionale" con cui conviviamo serenamente da tanto tempo, tra politici che ragliano proclami e "tecnici" che escogitano sporadicamente soluzioni che non concludono un accidente.
La mia modesta opinione: per come si sta mettendo in generale nell'economia e nella società, tra non molto a queste statistiche non faremo più nemmeno caso, perché sta perdendo significato l'idea di una comunità nazionale di cui ci si debba preoccupare (se il cittadino legge, se si ammala, se fuma, se muore giovane o se vive a lungo). Ci sarà dappertutto un sacco di gente che avrà ben altro da pensare che leggere libri.
Ma non buttiamola in politica.

venerdì 4 luglio 2008

Dune


Capita che un libro rimanga per tanto tempo sullo scaffale a prendere polvere. Dune, pensando fosse una lettura "obbligata," l'ho comprato tanti anni fa: il giorno stesso scrissi a matita su un'orecchia del libro il mese e l'anno dell'acquisto. Una cosa che ogni tanto faccio, così, per ricordare. Non so più ovviamente perché non ho iniziato subito la lettura, di fatto è rimasto lì. Per caso mi è capitato in mano un mesetto fa. Ho riletto la data dell'acquisto: ottobre 1999!
Un peccato aver perso tanti anni prima di leggerlo. Questo libro ha una partenza un po' lenta ma è un esempio ammirevole di perfetto intreccio fra ambientazione esotica, temi fantastici, sviluppo dei personaggi e trama. Merita decisamente la fama che ha procurato al suo autore, Frank Herbert, di cui rimane l'opera più acclamata.
Senza rivelare troppo della trama (ma chi non la conosce?), dirò che l'ossessione che gli indigeni Fremen nutrono per l'acqua è resa molto bene, e peraltro la giustifica il clima estremamente ostile del pianeta Arrakis. Bella anche la descrizione dell'entourage del Duca Leto quando prende possesso del pianeta, in un clima vibrante tra i suoi fedelissimi uomini d'armi, la misteriosa consorte Jessica, l'erede Paul e quell'insospettabile traditore che rovinerà tutto.
La qualità del libro si rivela anche in altre due particolarità. La prima, la capacità dell'autore di cambiare continuamente punto di vista dei personaggi, anche in mezzo al dialogo, senza gettare il lettore in confusione. La seconda, l'introduzione dell'ambientazione non intrusiva: avviene in scene dove questi dettagli sono effettivamente parte della storia. Insomma, non c'è il compito in classe del cattivo scrittore che vuol far vedere a tutti i costi che bel mondo si è inventato. Maggiori dettagli sono riservati alle appendici in fondo al libro, ma questi non disturbano chi volesse leggere il romanzo senza caricarsi troppo di tali argomenti.

A parte certi temi "classici" della fantascienza che si occupa di questioni ecologiche e scientifiche, spicca nel libro il mistero dei poteri delle Bene Gesserit, la profezia su Paul, la manipolazione della religione: una serie di temi che scivolano dal fantascientifico al fantasy, potremmo quasi dire. Il mistero dei poteri posseduti dall'ordine delle Bene Gesserit viene maggiormente esplorato nei successivi libri della serie. A dire il vero vedo Dune come un bel libro autoconclusivo, ma un universo così ricco come quello disegnato da Herbert richiede in effetti un successivo sviluppo.
Dune è, a quanto pare, il libro di fantascienza più venduto: in effetti una trattazione così abile di politica, religione, temi fantascientifici e fantastici, argomenti scientifici come ecologia e genetica, crea senza dubbio un affresco potentissimo. Onore al più grande dei classici, dunque.

Il figlio dell'autore sta continuando la serie... ha trovato gli appunti del padre con le indicazioni per i seguiti che intendeva scrivere... dove l'ho già sentita questa cosa? ... ne varrà la pena? boh?

Piuttosto, c'è da visitare un ottimo sito italiano su Dune.

domenica 29 giugno 2008

Una letteratura di ragazzi per ragazzi

Almeno così pare dall'articolo del Corriere della Sera:
Sono arrivati i nipotini di Tolkien, ragazzi giovanissimi (sorpresa: anche italiani), dalle solide basi culturali, capaci di parlare ai loro coetanei al punto da far uscire dalle ombre della non-lettura gli adolescenti

In realtà lo stesso Corriere aggiunge: "nuovi casi editoriali premono, anche se a volte è legittimo il sospetto che siano creati nei laboratori degli editori"

Articolo non recentissimo, ma continuo a meditare sull'argomento e del resto in rete se n'è discusso parecchio.
Io sono per il fantasy per adulti. Non è un tifo calcistico, sono semplicemente i miei gusti. Mentre i libri che nascono da operazioni di questo tipo non li giudico a priori perché è da scemi sparare sentenze dopo due righe o addirittura dalla quarta di copertina, e purtroppo con l'arretrato di cose da fare che ho, non sarà semplice che trovi modo di leggerli tanto presto.

Il fantasy, qualunque cosa sia nel resto del mondo, in Italia è in una fase adolescenziale. Pochi scrittori esperti (senza voler offendere nessuno) e un pubblico molto giovane per il quale va montando sempre di più un fenomeno voluto, il lancio di nuovi giovanissimi autori. Una novità grossa è il successo di vendite che almeno in un caso (Licia Troisi) si è saputo creare. Ci mancherebbe che le case editrici non ne approfittassero.
E' un peccato però che ora sia il momento dell'esordiente giovanissimo e basta, visto che tante volte ho avuto il piacere di parlare su queste pagine di alcuni autori italiani veramente meritevoli. E non erano giovanissimi.

I mercati si evolvono, i gusti del pubblico anche. E anche le decisioni delle case editrici probabilmente si evolveranno (io lo spero).
Per adesso i migliori auguri a quelli che il Corriere della Sera chiama "I nipotini di Tolkien."
Ma mi auguro che cresca presto un mercato anche per il fantasy adulto, e che le case editrici lo prendano in considerazione.

martedì 24 giugno 2008

Oh Nuovo Mondo Mirabile!

Di Ridley Scott abbiamo letto un'intervista abbastanza recente in cui affermava che la fantascienza è morta e sepolta come il western: con buona pace di quanti si appassionano ancora oggi per le avventure nelle grandi praterie e per gli amanti dello spazio e delle astronavi.
Intervista sconvolgente, perché per il grande regista nella fantascienza tutto era stato già detto e già fatto: e non lo diceva uno qualunque ma l'autore di una pietra miliare come il film Blade Runner, opera ancora estremamente attuale e godibile.
Sono passati tanti anni e la fantascienza distopica e impegnata non sempre si è ripresentata in gran forma. Certi film peraltro godibili come ad esempio la serie di Matrix, Io Robot, Minority Report o Io Sono Leggenda non hanno raggiunto la profondità e la grandezza dell'opera di Scott, ma oggi il regista inglese ritorna e sembra interessato a un'altra delle distopie celebri: quel Mondo Nuovo (Brave New World), scritto da Aldous Huxley negli anni trenta dello scorso secolo, che raggiunse una certa fama ma rimase, nella memoria, in secondo piano rispetto al molto più celebre, epocale, violento 1984 di George Orwell.
Del Mondo Nuovo è stato già notato il carattere ben più fantascientifico: molte previsioni contenute nel libro hanno avuto qualche riscontro nella realtà e del resto si basavano su estrapolazioni logiche in linea con lo sviluppo tecnologico del tempo. L'autore si poté perfino permettere, anni dopo, di scrivere un Ritorno al Mondo Nuovo per discutere su cosa si era verificato e cosa non era avvenuto, e perché.

Il discorso politico, che è presente e che purtroppo è stato svolto in maniera un po' pedante, appesantendo il libro, non è privo di spunti interessanti. Non c'è la violenza totalitaria del Grande Fratello di Orwell ma tutta l'invadenza di un capitalismo avido e un'influenza delle menti sia palese che occulta, aiutata dagli slogan, dalle droghe e dalle tecnologie. Nel complesso non è un'opera che ci presenta un possibile futuro temibile, ma una che ci porta a farci serie domande sul nostro stesso mondo di oggi. Anzi sarebbe in effetti ben più azzeccata, profetica, intrigante del libro di Orwell. Purtroppo è stata scritta in uno stile che al confronto farebbe sembrare trascinante una seduta del parlamento europeo.
Trarne un buon film sarà il compito erculeo di Ridley Scott; sembra che la parte del protagonista spetterà a Leonardo di Caprio, mentre la sceneggiatura verrà curata da Andrew Nicholls.
Prepariamoci a scoprire il "Nuovo Mondo Mirabile" attraverso la cinepresa di un grande artista.

La pagina di Wikipedia su Il Mondo Nuovo.

sabato 21 giugno 2008

Faticaccia bestiale


Come avevo scritto molto, molto tempo fa, sto cercando di pubblicare un mio vecchio gioco di carte (ovvero, un gioco da tavolo il cui componente principale è uno o più mazzi di carte).
Questo tentativo procede, ma devo dire che ha le sue belle difficoltà, non inferiori a quelle del pubblicare un libro (non che qualcuno mi stia pubblicando, quindi il paragone è un po' inventato...). La fase di playtesting, ovvero le partite di prova, che portano a dover applicare modifiche e a correzioni, hanno richiesto molto tempo (e il gioco è molto cambiato in seguito a queste modifiche). Il paragone potrebbe essere quello con l'editing di un libro, anche perché si tratta di correzioni non sempre desiderabili per l'autore.
La parte che dovrebbe essere più importante, trovare chi intende pubblicare il gioco mettendo insieme le forze necessarie ad assicurarne la produzione e distribuzione, sarebbe fatta (incrociando le dita).
Tuttavia doversi coordinare fra diverse città con diverse persone che collaborano ad un progetto è tutt'altro che facile. In questi casi sembra valere la regola che tutto quello che può essere frainteso, lo sarà.
Scrivere e riscrivere regole, valori delle carte, come devono essere fatte eccetera mi ha preso un bel po' di tempo. Il resto del processo produttivo non lo vedo neanche (artisti, promotori, sviluppatori ecc...). Ma procede, a quanto pare. L'illustrazione che vedete qui viene proprio dal prototipo.

Riuscirà il vostro eroe a veder pubblicato il suo gioco? Lo sapremo entro il 2009, credo. Ovvio che, per scaramanzia, non ci credo fino a che non lo vedo...

venerdì 20 giugno 2008

Ehi! Finalmente ho vinto qualcosa anch'io!


Ringrazio Mirtilla per il premio (il Brillante Weblog 2008).
Personalmente però non so se riuscirò a scegliere altri blog cui concedere l'ambito trofeo perché sono davvero incapace di... giudicarli.

venerdì 13 giugno 2008

Delos e dintorni


Ho completato (ieri) il corso di scrittura creativa della Delos Books. Si parlava della possibilità di numerosi interventi ma alla fine il corso è stato un "one man show" tenuto da Franco Forte, autore che provenendo da molteplici e differenziate esperienze sul campo, ha delle cose ben precise da dire riguardo al mestiere di scrivere.
Visione orientata al mercato, innanzitutto. Hai qualcosa di interessante da dire se qualcuno è interessato a leggerla. Se scrivi qualcosa che sarebbe stato molto bello per i gusti di trent'anni fa... be', hai scritto qualcosa che andava scritto trent'anni fa. Ovviamente questo mi pizzica un tantinello, visto che il fantasy che vorrei scrivere io non è quello che va di moda adesso.
Poco spazio per l'arte fine a se stessa, insomma, molte informazioni interessanti, e spero anche utili, per uscire da quel terribile "Comma 22" che suona sempre nella mia testa in versione personalizzata:

se non hai già pubblicato nessuno ti da retta, ma se nessuno ti da retta non puoi riuscire a pubblicare


Ma c'era anche l'incoraggiamento ad avere "coraggio nel difendere le proprie idee." Non si sa mai, si potrebbe anche avere ragione!
Insomma, è stata un'esperienza interessante, e anche il confronto con certe realtà dei fatti può sì essere demoralizzante, ma è sempre meglio che tenere la testa sotto la sabbia. Un 8 e mezzo al corso della Delos Books!