lunedì 1 settembre 2008

Le parole immaginarie


Scrivendo fantasy, qual è il migliore linguaggio da usare?
Il quesito me lo sono già posto su questo blog, e ne hanno parlato altri, qui e altrove. Per me una pulce nell'orecchio.
Parto dal chiarire che: il sottoscritto ha una sua precisa idea in merito, ma non ritiene che sul tema si possano lanciare dottrine sostenute da qualche Verbo assoluto. In altre parole, per quanto si possa fervidamente desiderare altrimenti, bisogna rassegnarsi al fatto che questo è uno dei tanti campi in cui la soggettività e il gusto personale dominano.

La verbosità aulica discende da certe atmosfere tolkieniane e soprattutto dalla tendenza a preferire l'uso di parole difficili: particolarmente diffusa (almeno qui in Italia) tra quelli che scrivono male ma s'illudono diversamente. Uso che non significa saper scrivere in toni aulici, peraltro, né saper scrivere tout court. Credo che sia uno stile da lasciare ai pochi che veramente lo sanno usare: e a mio parere spesso genera solo noia anche in quel caso. Ovviamente non intendo sparare a zero su questo modo di esprimersi, Tolkien è comunque Tolkien e ad ogni modo non è sempre pesantemente aulico, ma non nego che anch'io qualche brano del grande maestro lo trovo un po' stancante, tutto sommato.

Il linguaggio moderno mi sconcerta, quando viene usato per il fantasy. Si può giustificare dicendo che la storia viene da un mondo immaginario, mettiamo dal Magico Mondo di X, ed è stato necessario tradurla, quindi non facciamoci menate e usiamo la nostra lingua. Ma mi domando, al di là di quello che si può dire per sostenere la legittimità di una simile scelta, dove vada l'immedesimazione del lettore, soprattutto nel caso in cui il lettore subisca una doppia violenza, quella di uno stile colloquiale attuale unita agli anacronismi, quando il mondo oggetto della narrazione è il classico mondo simil-medievale o comunque arcaico. In molti autori recenti si trova questo uso di termini che presuppongono una conoscenza di concetti moderni. Cosa ci si guadagna a spezzare ogni sospensione d'incredulità con un linguaggio incompatibile con la materia narrata? Chiaramente, possono esistere difficoltà che forse giustificano l'uso di termini poco appropriati, ma in linea di massima, se non sto leggendo un urban fantasy alla Luk'janenko, ambientato in tempi moderni, gli anacronismi non li voglio, grazie. Lo stesso valga per i colloqui resi in toni gergali che potrei sentire pari pari per strada oggi in Italia.

La coerenza ad ogni costo con l'ambientazione può dare buoni risultati nel creare un'immersione in un mondo fantastico, purché non imponga un eccessivo sforzo al lettore per immedesimarsi in quest'ambientazione.
A mio parere l'autore dovrebbe sempre inventarsi la propria ambientazione anziché prendere il mondo di D&D e rimaneggiarlo un po', o imitare malamente Tolkien, o ispirarsi (addirittura) ai videogame. Farebbe meglio a lavorare un po' di più per dar forma a un proprio mondo immaginario, almeno fino al punto da muoversi senza troppa fatica all'interno della propria creazione. Così potrà evitare di fare errori banali e avrà, implicitamente, un ambiente che lo circonda e che aspetta solo di essere descritto, quando necessario.
Il problema è che non sempre è giusto e opportuno ingozzare il lettore con l'ambientazione. L'iceberg ci deve essere tutto, ma di solito il lettore deve vederne solo la punta: perciò l'uso di una terminologia e di un linguaggio adatti all'ambientazione resta un obiettivo a cui si deve tendere, ma con la capacità di farlo con leggerezza, e rinunciare alle esagerazioni. Pochi tratti potrebbero essere sufficienti a far capire che ci troviamo in un ambiente alieno. Per passare a un esempio di fantascienza anziché fantasy, pensate a come Frank Herbert ha caratterizzato i Fremen di Dune, facendo girare i loro ragionamenti e i loro concetti intorno all'acqua (bene inestimabile per quel popolo). Non è indispensabile inventare parecchi termini nuovi o esprimersi in maniera oscura... Anche se ci sono autori a cui piace farlo. Soprattutto bisogna dare il giusto spazio alla storia, all'idea da raccontare.

Centomila casi controversi sulla modernità delle parole e dei mondi.
C'è una gran quantità di termini moderni nel Nome del Vento di Rothfuss. Si tratta di un libro in cui il protagonista diventa allievo in un'accademia di magia, dove di conoscenze scientifiche ne girano, e parecchie. Certi concetti evoluti ci possono stare. Mi ha comunque lasciato perplesso, ma non mi ha rovinato il godimento del libro.

Cosa fare se si desidera usare termini gergali? Ce li si inventa? E in tal caso come li si traduce per il lettore, si mette una nota a pié pagina? Oppure si usa il dialetto del proprio paese o città, o magari i modi di dire dei propri amici? Il mio modesto suggerimento: dare l'impressione usando una parlata non perfettamente corretta, rinunciando ad ardite creazioni linguistiche o ad anacronismi che gridano vendetta al cielo.

Termini che richiamano il nostro mondo in maniera inevitabile e non hanno semplici sostituti pongono sempre un grosso problema. Per esempio, un suolo carsico in un mondo immaginario stona perché il Carso è un luogo ben definito della nostra Terra. Meglio cambiar parola e far diventare il nostro terreno arido, anche se non ha lo stesso significato? O ce ne freghiamo e lo facciamo rimanere carsico, perché stiamo scrivendo per i nostri lettori terrestri? Un dilemma simile che ho trovato in giro per la rete: i termini sadismo e masochismo derivano entrambi da nomi di persone. Se racconto di un mostro (collocato in un mondo fantastico) che gode del dolore altrui, e mi sfugge una definizione di sadico ci può stare? O al contrario il richiamo al Marchese de Sade fa cascare il fondale di cartapesta e distrugge l'ambientazione? E se è così, che sostituto adopero? L'unica è fare un lungo giro di parole. Così poi, per chiudere il cerchio, magari il lettore commenta: ma non poteva semplicemente usare la parola sadico?

Nel mio mai pubblicato capolavoro Magia e Sangue, un gentile lettore che ha fatto la cortesia di sorbirselo mi ha rimproverato l'uso della parola sbirro. E' una storia dove parecchia gente ce l'ha con gli sbirri, perciò mi sono preoccupato: ho sbagliato termine? Da una parte le verifiche mi hanno rassicurato: la parola sbirro è di origine medievale e quindi in un mondo medievaleggiante ci può stare (la mia ambientazione non è proprio così, però non ha tecnologia evoluta, almeno non apparentemente). Ma ho scoperto di aver sbagliato qualcosa, comunque: il significato dispregiativo della parola è piuttosto moderno, perciò anacronistico, se vogliamo. Cosa devo fare? Per adesso, la parola non l'ho cambiata. Magari un giorno lo farò.
Ci si potrebbe porre un'altra domanda: se ai lettori sembra anacronistica una parola che non lo è, chi ha ragione? O meglio, all'autore a cosa serve in tal caso avere ragione?

Se mi avete seguito in queste riflessioni e scoprite di avere le idee meno chiare di prima, vuol dire che potete concordare con me su una cosa: l'uso del linguaggio nel fantastico è un problema complesso, e secondo me non riducibile a quattro regolette facili da usare.

16 commenti:

Nutza ha detto...

Già, quello del linguaggio è un problema enorme. E' una questione che mi frulla in testa già da tempo e sulla quale mi cruccio tutt'ora. Diciamo che, però, grazie alla lettura di opere valide e non, ho potuto raggiungere delle mie personali convinzioni in merito.
Innanzitutto occorre distinguere tra i due differenti livelli di linguaggio: quello dei personaggi e quello del narratore (considerando in questo caso un narratore che non sia uno dei personaggi, dunque qualcuno di esterno alla storia). I miei pareri in merito sono i seguenti:

- Linguaggio dei personaggi: qui si esercitano le maggiori limitazioni. In linea di massima un personaggio non può fare riferimento a qualcosa che non esiste nel suo mondo. Nel caso di un fantasy medievaleggiante si richiede di non citare nulla che appartenga al moderno.
Andiamo a questioni specifiche: i termini dialettali. Conviene lasciare i termini invariati? Per esempio: in un ipotetico mondo fantasy le donne vedove vengono chiamate "javai" (nome inventato), dal nome di una figura leggendaria, Javai, che perse il marito ecc. ecc. Io sono dell'idea che far pronunciare "javai" ai personaggi indicando una vedova possa conferire ulteriore profondità storica all'opera. E' ovvio, però, che in qualche modo si dovrà far capire al lettore che "javai" indica una vedova (e questo lo si può fare in molti modi, possibilmente evitando l'infodumping). Altra questione specifica: le parolacce. Usare le parolacce contemporanee può aiutare a rendere l'idea di una volgarità familiare al lettore, ma come giustificarle? Bisognerebbe sapere quali parolacce si pronunciavano nel medioevo... O, in alternativa, inventarne di nuove in coerenza con la lingua della propria ambientazione. Ma la faccenda è abbastanza incasinata.

Passiamo all'altro livello:

- Linguaggio del narratore: questo è relativamente libero. Certo, se per indicare la maestosità di un drago lo paragonerò a un grattacielo metropolitano questo striderà notevolmente con l'atmosfera medievaleggiante che si vuole ricreare. Ma andando al tuo esempio, "sadico": qui, secondo me, uno scrittore sarebbe libero di usarlo senza per questo compromettere l'ambientazione, in quanto se il personaggio non può dire "sadico" perchè il marchese De Sade non esiste nel suo mondo, lo scrittore invece (in quanto uomo reale e contemporaneo) può farlo e anzi, come hai sottolineato tu, usando il termine eviterà che il lettore si chieda: "ma non poteva semplicemente dire sadico?".

Per ora mi fermo qui. Magari aggiungerò qualcosa in seguito.

Bruno ha detto...

@Nutza: il linguaggio del narratore ha meno limiti perché ogni personaggio ha, per giunta, una visione limitata del mondo in cui si muove. Perciò l'orchetto che viene da un tugurio sperduto della Terra di Mezzo non potrà parlar bene come Aragorn, e nemmeno avvicinare lo stile delle parti descrittive del libro.
Il narratore è più libero, ma fino a un certo punto: deve collaborare a creare l'illusione, e pertanto difficilmente potrà usare impunemente un linguaggio o concetti moderni.

Capita a volte che, in maniera credibile, un personaggio del mondo moderno venga proiettato in un ambiente fantastico. Esempi possibili: Costruttori di Universi di Farmer, o anche Un americano alla corte di Re Artù, un libro di Mark Twain piuttosto ben congegnato, anche se in verità è roba per ragazzi.
Quindi nulla voglio togliere alla validità di certe eccezioni, ma resto convinto che i toni moderni non si confacciano né al narratore né ai personaggi.

Il problema del tuo Javai è il problema di ogni ambientazione, quando, come e quanto posso ingozzarla al lettore?
In questo contesto in linea di massima non mi farei scrupolo di usare qualche parolaccia nostrana, se necessario.
Se uno sente un bel cazzo! in un film americano doppiato, probabilmente nell'originale era fuck! oppure shit! che hanno un altro significato letterale. Io direi che ci si è capiti lo stesso, no? E se parliamo di mondi immaginari, non è indispensabile far ricorso alle parolacce del medioevo, che magari sono pure noiose. Però se mi capitasse l'occasione ghiotta per creare una parolaccia o imprecazione che si capisca facilmente e sia facilmente riferibile alla mia ambientazione, non me la farei scappare.
E quanto al sadico, sì, se proprio proprio non potessi evitarlo, lo userei anch'io.

alladr ha detto...

in realtà, cazzo è una parola abbastanza vecchia, l'opera del vocabolario italiano (http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/ricindex.html) ne attesta già nel 1300, con etimo incerto (un mio amico filologo -- il professor manuel barbera dell'unito di torino -- sostiene che si tratta di una forma breve per ocazzo (dispregiativo di oca): "ci ho la fava dritta come il collo di un'oca" o qualcosa di simile (immaginatelo in dialetto fiorentino, detto da lui suona bene).
culo arriva direttamente dal latino culus.
fica, nella forma fare le fiche (è un gesto osceno, ma, cazzo, sarà ben osceno per qualche motivo!) c'era già in padre dante, è attestatissimo. che poi con il dominio ispanico in norditalia sia diventato più à la page figa (come per cacare e cagare) non conta molto, anche se lacrima-lagrima-lacrima ha vissuto evidentemente una fase di ritorno, nell'uso.

insomma, le parole volgari, i coprolalismi e il lessico sessuale, hanno di solito una storia abbastanza lunga. direi che la loro presenza può non essere messa in discussione in qualsiasi opera. e chi sostiene diversamente non lo fa per filologia.

il punto, però, è che se vuoi davvero scrivere un italiano arcaico devi farti un culo così, e la maggior parte degli autori di fantasy non ha semplicemente i coglioni (già In una carta lucchese del 1155 è menzionato un certo Guiduccius Malcolion... poveraccio) e la preparazione necessario a farlo. andate su http://www.corpora.unito.it/italant/webmode/ a vedere come si scriveva nel trecento.
se vuoi scrivere un italiano che sembri arcaico, devi avere una preparazione ancora maggiore (sapevate che i testicoli si chiamano così perché sono i piccoli testimoni dell'atto sessuale? ah ah ah!).
quindi benvenga un linguaggio moderno.

anche se gli anacronismi non sono ammodernare il linguaggio (il linguaggio lo ammoderni togliendo subordinate), ma solo dimostrare la propria incompetenza.

hai visto che bravo bruno, non ho insultato neanche una volta quegli stronzi incapaci che mettono termini fuori contesto nei loro romanzi!

Bruno ha detto...

@ alladr: be', ma non c'era bisogno di insultare nessuno. E non ho mai pensato che il linguaggio dei libri fantasy (che siano italiani o no) emuli fedelmente quello di un certo periodo storico di una certa nazione. Se così fosse, probabilmente sarebbero romanzi storici (più che fantasy) e sarebbero anche noiosi per tutti coloro che volessero leggere una storia e non un trattato linguistico. Su questo credo che non si inganni nessuno, un po' di Dante lo abbiamo letto tutti e sappiamo come scriveva, non credo si possa dire che la miglior trovata possibile sia cercare di scrivere come lui!

Quindi si tratta di dare una suggestione con i mezzi migliori possibili: a mio parere tali mezzi non saranno mai né la rigida adesione a un modello di propria creazione, né fare dell'archeologia del linguaggio, né semplicemente il fregarsene e usare un vocabolario che sa di contemporaneo.

weirde ha detto...

Sto pubblicando su internet in un mio blog il mio romanzo fantasy proprio perchè credo non verrà mai pubblicato. Mi farebbe piacere provassi a leggerlo. Non aspettarti molto però.

Bruno ha detto...

@ Weirde: grazie per l'invito...
Troverò il tempo, spero, ma non immediatamente.

Anonimo ha detto...

good start

Anonimo ha detto...

leggere l'intero blog, pretty good

Anonimo ha detto...

molto intiresno, grazie

Anonimo ha detto...

molto intiresno, grazie

Anonimo ha detto...

Molto interessante questo post.
Personalmente ho cercato di evitare come la peste ogni termine che potesse rimandare alla cultura del nostro mondo, ma in un caso (che tra l'altro mi rimane ancora indigesto) ho dovuto cedere.
Sono caduta su "città natale", ma la scelta era tra questa e scegliere di ripetermi... magari tornando indietro mi ripeterei.

Giordana

Bruno ha detto...

Mi fa piacere che questo post attiri ancora qualche commento (e non solo gli spammer!).
Giordana: io non penso che suoni male "città natale", insomma, vuol dire "il posto in cui uno è nato" prima che aver riferimenti con la festa cristiana. Certo se il passaggio fosse quello in senso inverso, darebbe un po' fastidio.

Anonimo ha detto...

Sto spulciando il blog in maniera abbastanza certosina e sono partita praticamente dagli albori... quindi eccomi qui a commentare questo post.
Ovviamente intendevo "città natale" come "luogo di nascita", però il richiamo alla festa cristiana mi fa storcere comunque il naso.
Un'altra cosa che cerco di evitare nei limite del possibile è l'utilizzo di unità di misura standard, quali il metro, il chilometro, l'ora, etc... oppure lo scandire standard dei mesi dell'anno, o anche l'utilizzo di monete ridicole, come "la moneta d'oro"... a meno che non si stia giocando ai librigame di Lupo Solitario!

Giordana

Bruno ha detto...

@ Giordana: le unità di misura moderne spesso e volentieri stanno strabordando nel fantastico e questo mi dispiace molto anche perché il sistema metrico è molto razionalista, e imposto da una rivoluzione... in fondo non ci vuole niente a inventarsi qualcosa (o a usare le classiche unità di misura: piedi, braccia, miglia, libbre...).

Può essere pesante doversi inventare un anno di lunghezza molto diversa da 365 giorni e ancora più complicato buttare all'aria la divisione in mesi e settimane. Se uno non ha un motivo più che valido penso che dovrebbe guardarsene perché introdurre elementi di questo tipo può esser complicato, confondere il lettore, azzoppare il ritmo della narrazione.

Per le monete ci sono esempi molto versatili del passato: lo scudo, per esempio. Sa di antico e non ha un richiamo troppo ovvio al mondo reale. Io ho finito per usare il fiorino anche se il collegamento con la città di Firenze è evidente a pensarci un po'...

Anonimo ha detto...

Io ho cercato di usare qualcosa il quanto più possibile razionale e lineare.

Per i mesi:

- i mesi sono scanditi dai cicli lunari, che durano 20 giorni, e un anno è composto da 20 mesi (400 giorni)

- per la moneta invece ho usato un'unità base che è il "ramino". Venti ramini fanno un "argento", venti argenti fanno un "auro", però chiamato volgarmento "oro" (nella realtà usato solo per scambi molto costosti... l'ho dovuto inserire solo per la vendita di schiavi)

Forse anche troppo lineare e semplice...

Giordana

Bruno ha detto...

Uhm... io sono per l'anno di 360 giorni :)