domenica 30 settembre 2012

La fisica di Battlestar Galactica

Un articolo interessante in rete (è in inglese) parla da un punto di vista militare del "realismo" di Battlestar Galactica, la serie TV, e in generale dei concetti di guerra spaziale come si vedono in televisione o al cinema.

Già. Come l'intervistato (che è un esperto della marina militare USA) fa notare, il fatto stesso che la Galactica sia una portaerei nello spazio ha i suoi problemi. Nello spazio gli "aerei" non avrebbero bisogno di un ponte di lancio per uscire con grande accelerazione dalla "nave." E non sarebbero un mezzo diverso da quello in cui decollano perché l'ambiente è uno solo: lo spazio. La portaerei nel mondo reale si muove nell'acqua, ed è adatta a qeull'ambiente; lancia gli aerei che sono capaci di muoversi nell'aria, che pone altre possibilità e vantaggi (per esempio, si può andare molto più veloci nell'aria) ma è un mezzo differente che pone dei problemi da risolvere (per dirne uno: l'atterraggio dell'aereo, che è veloce, sulla portaerei, che è lenta) che non ci sarebbero nello spazio.
Quindi che senso ha la "portaerei spaziale?" Vediamo un po'.

Per quanto riguarda il tipo di combattimento, l'intervistato afferma giustamente che la premessa dello scrittore (o dello sceneggiatore) crea la tecnologia, che dovrebbe essere anche quella secondo cui uno scontro è combattuto. Se le astronavi viaggiano più veloci della luce e sparano con potenti cannoni laser, una battaglia sarebbe uno scambio di colpi poderosi, diretti là dove si pensa che il nemico potrebbe trovarsi fra qualche istante. Perciò, dice l'articolo, non ci sarebbe bisogno dei caccia spaziali: If you do a fairly simple extrapolation of current technology, what you end up with is space combat as sort of ponderous ballet with shots fired at long distance at fairly fragile targets where you have to predict where the target is going to be. You don't end up with space fighters. You don't end up with lots of armaments.
Traduzione alla buona: estrapolando semplicemente la tecnologia di oggi, arrivi al combattimento spaziale come una specie di balletto da pesi massimi con colpi sparati da lunga distanza a bersagli piuttosto fragili, e dovrai prevedere dove si troverà il tuo bersaglio. Non arrivi ai caccia, o a enormi quantità di armamenti.

Non sono un esperto militare ma la penso diversamente. Se armati in maniera decente (ovvero in grado di distruggere una nave "grossa" come potevano farlo, per dire, i bombardieri in picchiata o gli aerosiluranti della II Guerra Mondiale) gli "aerei imbarcati" moltiplicherebbero lo spazio "occupato" dalle tue armi e quindi saturato dal tuo fuoco, e si sacrificherebbero per tenere il nemico a distanza dalla "nave madre" così preziosa per la sopravvivenza di tutti). In Guerra Eterna di Haldeman c'è proprio uno scontro in cui i mezzi telecomandati o secondari (caccia, missili...) conducono il "balletto matematico" di spari, mosse e contromosse per cercare di eliminare il nemico e salvare l'incrociatore che li ha lanciati.

Inoltre: se accetti tutto il resto come ad esempio la velocità superiore a quella della luce, allora accetti che possano esistere gli "scudi" alla Star Trek, capaci di resistere ai colpi. Oppure le particelle che disturbano i radar come nel cartone animato Gundam, dove il combattimento torna ad essere regolato dai sensi del pilota nonostante l'elevata tecnologia. Un'osservazione forse ovvia dell'esperto militare, ovvia ma da tener presente, è che in un universo dove sia possibile il viaggio a velocità superiori a quella della luce sarebbero all'ordine del giorno gli attacchi di sorpresa. Ma è sempre vero che si può "immaginare" una tecnologia che corregga anche questo.

E' vero che scrittori e sceneggiatori si ispirano pesantemente al mondo reale per ideare una fantascienza che non sia totalmente aliena al loro pubblico. Ma poiché è sempre possibile inventare la tecnologia fantastica che si vuole, l'esperto intervistato può dire che certe cose sono mostrate male (movimento non vettoriale ad esempio) ma non può dire che un certo tipo di arma per forza non dovrebbe esserci. Ovviamente, le cose andrebbero spiegate. Invece, come ho già fatto notare, anche in una serie piuttosto evoluta come Battlestar Galactica le necessità della trama portano facilmente alle improvvisazioni più atroci.








mercoledì 26 settembre 2012

La trappola del punto di vista

Confesso che la mie orrende code di lettura (orrende perché ogni volta che ci penso scopro che parecchi libri, che mi ero impegnato a leggere al più presto, dopo un annetto sono ancora lì) c'è anche un bel po' di numeri di Writers Magazine, tra cui alcuni nemmeno aperti a mesi dall'arrivo.
Ho avuto una sorpresa interessante mentre cercavo di rimettermi al passo. Del numero 31, di agosto, sono riuscito a leggere il primo articolo, di Franco Forte.
L'autore, che ha all'attivo parecchi romanzi storici, si toglie un sassolino dalla scarpa e critica senza nominarlo apertamente un "collega" che ha scritto un tomo piuttosto corposo ambientato nell'antica Roma. La critica riguarda la gestione del punto di vista "ballerino" nel romanzo in questione, ovvero la scarsa chiarezza nell'azione e nei dialoghi che risulta quando non si capisce bene quale personaggio dice o fa una certa cosa.
Il punto di vista è sempre un argomento spinoso e confesso di avere talvolta le mie incertezze, e di scivolare spesso nel "narratore onnisciente" anche quando non voglio. La disamina che Forte compie su un passo preso in esame è molto interessante come promemoria sugli errori da evitare, e può essere illuminante per chi... vorrebbe scrivere ma quando sente nominare il punto di vista non sa bene di cosa si tratti. Un bell'articolo, che consiglio.

domenica 23 settembre 2012

La lenta morte della lingua italiana

Ok, gli errori li fanno tutti e li faccio anch'io. Ma è possibile che le pagine dei titoli dei quotidiani online debbano contenere sempre più spesso almeno un paio di strafalcioni terrificanti? Non controlla nessuno cosa mettono online?

giovedì 20 settembre 2012

La Piave

La Piave è un racconto (lungo) di Diego Bortolozzo di genere steampunk, pubblicato da Edizioni Scudo e ora presente su Amazon e altrove; è ambientato in una prima guerra mondiale che, per via di premesse tecnologiche che hanno cambiato il corso degli eventi, scoppia più o meno un secolo prima.
Gli orpelli della tecnologia a vapore sono quindi presenti in prima linea, tra tubature a cui agganciare le armi, caldaie che i soldati si portano dietro e così via, e non mancano gli aeroplani e le attrezzature individuali per il volo (jet pack e simili). Lo scontro si svolge in Italia: come nella Prima Guerra Mondiale, il nemico teutonico preme per oltrepassare il Piave e farla finita con gli Italiani.
L'azione segue l'offensiva nemica nelle esperienze di un umile fantaccino e di un aviatore della Squadriglia Serenissima cui toccherà il compito di svolgere una pericolosa ricognizione. Ci saranno armi terribili, mostri meccanici, eroici soldati che si sacrificheranno per affrontarli. Un solo appunto da rompiscatole che mi è venuto da fare leggendo una scena: se un meccanismo di volo per una persona è munito di ali, come fa costui a rotolare al suolo per attutire i danni della caduta? Per il resto i dettagli meccanico-tecnici aggiungono divertimento all'azione.
Bel racconto militaresco, patriottico e avvincente.

La pagina dell'autore.

martedì 18 settembre 2012

Off Topic: Belgio

Avrei senz'altro dovuto andarci prima, perché ci sono due attrattive che m'interessano particolarmente in questo paese: e non sto parlando della birra e della cioccolata (che pure ho assaggiato con piacere) ma delle opere dei pittori fiamminghi e dell'architettura Art Nouveau, che qui ha alcune delle più significative testimonianze (nonostante non ci sia stato alcun tentativo di conservazione fino agli anni '60-'70 e alcuni capolavori siano stati allegramente demoliti).

Peraltro il Belgio è anche il paese che vanta alcune stupende cittadine che conservano un ampio centro storico rinascimentale (Bruges, Gand, la stessa Bruxelles) e frequentemente canali navigabili che permettono visite suggestive.

Può interessare anche gli appassionati di militaria perché vi si sono svolti diversi scontri decisivi del passato (per esempio la battaglia di Waterloo che ha segnato il destino di Napoleone, e la controffensiva delle Ardenne che fu l'ultima zampata di Hitler).

Art Nouveau e storia del fumetto nello stesso posto!

Un altro interesse particolare qui è quello per i fumetti, ma l'offerta è talmente varia da caderci dentro e alla fine i miei acquisti sono stati limitati. Altro problema, ti tirano dietro Tin Tin e i Puffi a ogni pié sospinto, e sebbene io ami il fumetto "all'europea" di questi specifici personaggi non mi è mai importato molto.
Devo fare una confessione. Il Centre Belge de la Bande Dessinée a Bruxelles (ospitato da una stupenda struttura costruita da Horta, il papà dell'Art Nouveau belga) mi ha purtroppo dato l'impressione di una nostalgica memoria del passato glorioso più che testimonianza di un vibrante presente, per quanto i paesi francofoni (il Belgio lo è per metà) siano l'ultima roccaforte del fumetto occidentale.

A dire la verità in una settimana non ho visto tutto quello che avrei voluto, perché c'è veramente troppa offerta. Ho fatto gran camminate guardandomi attorno (approfittando anche di un ottimo sistema di mezzi pubblici quando possibile e opportuno), fatto puntate in diverse località e visitato alcuni musei, ma c'era veramente molto di più di quello che ho potuto raggiungere.

Alcune note negative di Bruxelles (dove ho dormito): l'albergo con la stanza così piccola che non si poteva fare il giro del letto ma bisognava scavalcarlo per aprire l'armadio; gente che chiede soldi insistentemente (e quelli che m'hanno preoccupato di più non erano extracomunitari, ma biondi e ariani), troppi ubriachi e strafatti in giro (però non più che in qualsiasi città del nordeuropa che si rispetti), prezzi altissimi e la presenza del quartiere EU, ovvero la prossima capitale europea, che nascerà proprio qui e sarà ospitata in orrende schifezze in vetrocemento.
Comunque se trovate tempo e quattrini, fate un salto in Belgio. Val la pena.


L'orrore: sui palazzi eleganti e tradizionali che circondano il delizioso stagno in piazza Marie-Louise incombe il mostro di cemento dell'Unione Europea


lunedì 17 settembre 2012

Il tramonto di Ridley Scott?

Prometheus è arrivato tardi in Italia e io l'ho visto ancor più tardi perché quest'anno mi son concesso ben una settimana di vacanze. Avevo già raccolto testimonianze assai perplesse, ma non ci credevo. Adesso avendo visto il film devo ricredermi. L'accostamento ad Alien, di cui dovrebbe essere addirittura il prequel, è sottile come carta velina sia per il legame tirato abbastanza per i piedi (salvo maggiori informazioni in un Prometheus 2 che mi auguro non facciano), sia per la differenza abissale tra l'originalità del primo e l'andare a rimorchio, in Prometheus, di idee già rimasticate sia dell'ambientazione di Alien sia della fantascienza recente in generale. Insomma Ridley Scott ha creato un film che si fa vedere, ma per tanti aspetti grida vendetta.

Per chi non l'avesse visto: le questioni filosofiche e le grandi teorie che dovrebbero essere discusse in questo film si riducono ad alcune domande che i personaggi si pongono, ma tutto resta superficiale e senza risposta, e (a mio parere) senza stimoli che restino nella mente dello spettatore. Al contrario, azioni di grande portata vengono intraprese senza che lo spettatore possa capire il perché, e ci sono dei momenti piuttosto pasticciati nella narrativa. Non abbiamo un personaggio carismatico come la Ripley di Alien, non abbiamo un mostro che faccia presa sull'immaginario, e quando sappiamo delle intenzioni degli "ingegneri" progenitori della razza umana, non vi è una spiegazione.

Invece alcune scene spettacolari, paesaggi ripresi ad ampio respiro e particolari tecnici di astronavi, o anatomici di creature, possono essere interessanti, per quanto l'uso del 3D mi sembri (una volta di più) superfluo. Detto questo il film si fa vedere e ha un buon ritmo tranne qualche momento un po' lungo all'inizio, ma penso che si faccia anche dimenticare rapidamente: non sarà una pietra miliare della fantascienza, questo no di sicuro. Decidete voi se spenderci i vostri soldi e il vostro tempo.

[Da qui fino alla fine ci saranno anticipazioni sulla trama]. Quello che nelle prime scene mi ha particolarmente colpito è che non sembra si sia molto pensato a come raffigurare l'equipaggio dell'astronave che parte per questa missione eccezionale. O meglio, che lo si sia fatto in maniera assai stereotipata.
La comandante Vickers (Charlize Theron) non ha nessuna vera leadership, è solo una prepotente donna da consiglio d'amministrazione con la tutina attillata al posto del tailleur. Non si capisce ad esempio perché due personaggi chiave (gli archeologi Elizabeth Shaw, interpretatata dall'attrice ispanico-svedese Noomi Rapace, e Holloway interpretato da Logan Marshal-Green) debbano essere informati dalla comandante, una volta arrivati su un lontanissimo pianeta per la missione storica, che il finanziatore è privato e quindi comanda lei, e certe indagini che a loro interessano da morire andranno in secondo piano. Non doveva esser chiarito già ben prima di partire? Brave comunque entrambe le attrici, mi piace anche il comandante Janek (Idris Elba) e alcuni degli elementi del gruppo, ma sono troppi per essere caratterizzati tutti a dovere.

Quanto agli altri personaggi, è chiaro che ognuno deve avere ha la propria personalità e ci debbano essere conflitti e incomprensioni e via dicendo, è quello che vediamo sviluppato in quasi tutti i film. Incredibile come siano male assortiti i poveretti che viaggiano sulla Prometheus, però.
Qui, in una missione che è agli inizi (dopo il lungo viaggio di avvicinamento ovviamente) e prima che succeda nulla di stressante o pericoloso, la gente bisticcia malamente e c'è chi dice che "siccome le sue capacità non sono necessarie qui," lui se ne ritorna alla sua cabina dentro l'astronave... insomma dopo pochi minuti di film ho già avuto l'impressione che il regista non ci avesse messo la buona volontà e andasse per stereotipi, a casaccio, a volte citando se stesso. Se aggiungiamo che questa misteriosa razza di creatori oggetto della missione ha deciso di distruggere l'umanità che aveva creato, e non si sa perché, se l'inevitabile uomo sintetico a bordo (Michael Fassbender) non ha un suo piano malefico, magari in sintonia con la solita mega corporazione di cattivi, ma fa cose strane le cui motivazioni non si comprendono, il pasticcio diventa difficilmente dipanabile.
E non è che la comandante abbia perso il controllo, solo che sembra fregarsene della vita altrui, non riesce a dominare l'androide e cerca solo di imporre la sua volontà fino a che il capitano Janek le fa capire che la sua permanenza a bordo ha ormai annoiato, ed è meglio che se la svigni sul lussuoso modulo di salvataggio privato visto che lui ha una missione suicida da compiere (la missione suicida è uno dei momenti interessanti del film).

Tornando all'androide, David: non obbedisce alla comandante Vickers ed è in evidente contrasto. Infetta il povero Holloway e non si sa bene perché. O meglio, le motivazioni immagino siano la fotocopia di quelle degi cattivi (androidi e no) di Alien e Alien scontro finale, no? Ma qui non si capisce, sembra solo la ripetizione gratuita del primo Alien, l'androide deve tradire perché tradisce, e basta. David ubbidisce invece con apparente fedeltà al suo padrone miliardario (quello che ha finanziato la missione prima di morire, e invece ricompare a bordo) ma sembra desiderare liberarsene. O meglio no, lui non può desiderare. Insomma che personalità ha, se ne ha una? In David e nelle sue battute ci sono alcuni dei temi interessanti e classici delle intelligenze artificiali e della robotica, ma manca la logica che dovrebbe muoverlo.

Quanto agli alieni (la razza di creatori che ha plasmato l'umanità per poi decidere, a quanto pare, che fosse stata una cattiva idea e la razza umana andrebbe eliminata) le loro vicende sono spiegate (e solo in parte) da degli ologrammi deus-ex-machina che toglierebbero allo spettatore il gusto di vedere un'indagine che procede verso dei risultati, e dico "toglierebbero" perché... il mistero è ristabilito dalla mancanza di spiegazioni finali, poiché anche il "prometeo" che viene risvegliato dalla criostasi non trova di meglio da fare che aggredire gli umani che hanno assistito al suo risveglio e prepararsi a decollare per commettere un genocidio, così, senza nemmeno aver fatto colazione.


Tutto sembra puntare a un messaggio del tipo: non vi abbiamo fatto capire niente, ma voi state pronti a pagare il biglietto per la seconda parte e magari vi spiegheremo qualcosina di più.
Ok, procedete pure... ma senza di me.






martedì 11 settembre 2012

Le Macchine Infernali

Lo scrittore USA K.W. Jeter ha avuto nella sua carriera il dubbio gusto di scrivere dei seguiti alla storia di Blade Runner. Questo tanto per citare una macchia difficile da perdonargli. Ma lasciamo perdere. Di suo ho letto una storia in bilico tra lo cthulhoide e lo steampunk, Le Macchine Infernali.
La storia è scritta in maniera scorrevole e si legge che è una meraviglia, il che segna senz'altro un punto a suo favore. L'ambientazione è vittoriana, con una Londra cosmopolita e caotica in cui seguiamo le avventure di un certo Downer, un ipocondriaco bottegaio represso, timoroso e di poche capacità, che per giunta non ha alcun talento nel seguire il lavoro ereditato dal padre, geniale costruttore di apparecchiature dotate di ingranaggi complessi, automi, orologi e macchinari di vario genere. Downer sa poco o niente di tutto ciò, è in grado di eseguire solo le più semplici riparazioni: perciò le sue prospettive sul lavoro non sono buone dopo la morte del genitore. Vive solo, con un servitore che gli è di modesto aiuto, e cerca di sbarcare il lunario. Quando gli si presentano individui bizzarri a fare domande o chiedere di intervenire su macchine prodotte dal padre, Downer si trova coinvolto in una faccenda poco chiara che lo porta, per prima cosa, a visitare un sobborgo di Londra dove vive strana gente dalla curiosa morfologia, una razza che sembra ibrida tra uomini e pesci. Il primo terzo del libro è tutto sommato abbastanza noioso e, per chi conosce Lovecraft, sembra quasi la trasposizione de La Maschera di Innsmouth pari pari sul vecchio continente.

Per fortuna si aprono altri elementi della trama e, sebbene ci si spinga assai al di là del credibile e del verosimile (cosa che peraltro lo steam fa quasi sempre con disinvoltura, senza andare a cercare giustificazioni e spiegazioni) si viene trascinati in una cavalcata stralunata e tutto sommato divertente. Oltre a una razza antica avremo avventurieri senza scrupoli, moralisti bigotti, lord eccentrici e vari ceffi da galera coinvolti in una lotta senza esclusione di colpi attorno a tutta una serie di invenzioni e marchingegni concepiti dall'ingegnoso padre di Downer. L'intreccio della storia è assai complesso e inizialmente tante cose appaiono inspiegabili. Il protagonista è troppo inetto per poter sbrogliare la matassa da solo, per cui si trova spesso a seguire istruzioni altrui, e ad avere da altri lunghe spiegazioni di ciò che è successo e su ciò che dovrà fare... questa passività del protagonista, che narra la storia in prima persona, non mi sembra veramente un buon sistema per far avanzare la trama, ma così è, e comunque il libro ha i suoi buoni momenti. Decisamente meglio del più famoso Paul Difilippo, ad ogni modo.

venerdì 7 settembre 2012

Brutte figure internazionali

A quanto pare la rete, con la possibilità che offre di assumere false identità, gioca brutti scherzi (anche) all'estero.
Ecco un link che mi è rimasto nel cassetto per qualche giorno: l'articolo del Corriere riguarda uno scrittore inglese che si faceva recensioni mirabolanti da solo.
Ma allora tutto il mondo è paese, anche nei paesi anglosassoni sono furbetti come da noi? No. Premesso che non è che gli anglo mi siano sempre così simpatici, devo riconoscere che da quelle parti i furbetti ogni tanto li beccano, e quando li beccano devono chiedere scusa.

lunedì 3 settembre 2012

Songs of the Dying Earth

Arriva in tre parti e in tre anni consecutivi in italiano con gli Urania, con grande scorno di qualche appassionato di fantascienza che vede invaso il proprio orticello (molto italiano questo schifo di certi puristi della fantascienza verso il fantasy, comunque quest'ambientazione in realtà è fantasy con una non piccola venatura di fantascienza, se solo se ne rendessero conto). Il titolo è "Storie dal Crepuscolo di un Mondo" e ho già letto e recensito il primo volume italiano. E' già uscito il secondo, ma non resistendo alla tentazione, quando l'ho visto in libreria in inglese ho comprato questo Songs of the Dying Earth che altro non è che la versione originale completa, senza aspettare... e costa anche poco.
Come già scrivevo oltre un anno fa (vedi link precedente), si tratta di un'antologia in onore del mondo della Terra Morente di Jack Vance e ovviamente dell'autore stesso ormai vecchissimo. La raccolta è curata da George Martin e Gardner Gozois.

Cosa dire di questi racconti? Io li trovo molto godibili e penso che piaceranno a tutti, non solo a quelli che conoscono Vance. In alcuni casi lo stile del grande autore è stato imitato abbastanza bene, anche se, come tutti affermano, è inimitabile. Altri racconti hanno seguito un taglio molto più personale. Le storie sono diverse fra loro e riprendono vari aspetti della Terra Morente. A volte sono stati approfonditi elementi appena accennati da Vance, in qualche caso con un risultato piacevole, ma anche talvolta in modi che a me sono risultati sgradevoli. Faccenda di gusti personali. Volete proprio sapere un paio di particolari che non mi sono piaciuti? Gli uomini-Twk che cavalcano minuscoli le libellule e scambiano informazioni per qualche grammo di sale sono stati banalizzati da alcuni degli autori, mentre avrei preferito il senso di meraviglia e mistero che Vance aveva costruito attorno alle loro scarse apparizioni. La fine del mondo che in Vance è sempre incombente in qualche caso diventa esplicita. Nient'altro.

Ogni autore è presentato con una breve bibliografia (alcuni sono molto famosi anche se non tutti li nominerò qui) e dopo il racconto narra nelle proprie parole come ha conosciuto l'opera di Vance e che effetto ha avuto su di lui: alcuni di questi ricordi sono particolarmente commoventi.
Nel dettaglio, qualche storia particolarmente interessante dei due terzi che non avevo già letto in italiano.
The Green Bird di Kage Baker: Cugel l'Astuto si intrufola nella casa di due bisbetiche sorelle che si odiano fra loro con lo scopo di realizzare un losco piano. Sarà più dura di quello che crede.
A Night at the Tarn House di George Martin: incontro di diversi personaggi in una taverna degli orrori. Incontro mortale, ovviamente.
Evillo the Uncunning di Tanith Lee: non la storia meglio riuscita di un'autrice che amo molto, ma ha dei momenti buoni.
The Collegeum of Mauge di Byron Tetrick: storia di un ragazzo che entra in una scuola di maghi. Un po' alla Harry Potter. Carino.
The Return of the Fire Witch di Elizabeth Hand: il migliore racconto dell'intero libro anche se non è molto "alla Vance" e ha una trama assai semplice e lineare. Saloona Morn, pacifica strega che produce funghi magici, viene coinvolta dalla strega del fuoco Paytim Noringal in una vendetta contro una malevola casa regnante. La nave volante (senziente) di Saloona ammonisce contro la minaccia della feroce e imprevedibile strega del fuoco, ma la mite coltivatrice di funghi non può ribellarsi ed è costretta a collaborare. Grande caratterizzazione dei personaggi e interazione.
Sylgarmo's Proclamation di Lucius Shepard si svolge intorno alle avventure di un paio di personaggi che devono ottenere vendetta contro Cugel l'Astuto.
The Lamentably Comical Tragedy (or The Laughably Tragic Comedy) of Lixal Laqavee di Tad Williams: un ciarlatano costringe un autentico mago a concedergli l'uso di alcuni incantesimi. Subirà una vendetta terribile per lui, ma esilarante sotto certi aspetti (per il lettore).
Guyal the Curator di John Wright: in una città decadente, ombra della potenza passata, un uomo mantiene l'ordine (o almeno ci prova) con l'uso di un potente artefatto. Aiuterà in una sorprendente avventura uno straniero che ha perso la memoria.
Di quest'ultimo è molto pregnante la postfazione, dove Wright rammenta i tempi in cui (prima di Tolkien!) il fantasy era raro e "ogni libro era diverso dagli altri." Sì, l'impronta del fantasy banalizzato non è sempre esistita.




sabato 1 settembre 2012

Fatto Quotidiano: Ebook e Batman

Sugli Ebook si sta formando una classica suddivisione tutta italiota in schieramenti contrapposti che si odiano a morte, spinta probabilmente da alcune persone del settore che cercano di chiudersi a riccio nel loro piccolo mondo antico anziché adeguarsi a un'evoluzione della diffusione del libro (e non solo di quello) ormai sicura, e che non aspetterà certo il permesso degli italiani per procedere. Io ho fatto le mie osservazioni sulle possibili conseguenze di questo sviluppo tecnologico già tempo fa, e non sento il bisogno di fare miei certi toni intransigenti della battaglia in corso.

Mi spiace però quando l'informazione, anche quella che pretende di essere libera, ci propina articoli evidentmente disinformati e faziosi, e reagisce malamente alle reazioni dei lettori. Parecchi commentatori hanno contestato questo articolo sul sito del Fatto Quotidiano, decisamente estremo e malamente documentato.
Ora, a volte i lettori che approfittano dello spazio offerto dai giornali online per discutere sugli articoli sono dei veri troll che attaccano tanto per fare. Ma ci sono anche quelli che fanno osservazioni motivate. Mi è quindi dispiaciuto che il Fatto Quotidiano abbia deciso di censurare un commento che era sì espresso in toni piuttosto aggressivi, ma anche circostanziato. E comunque una critica ragionata che andava a toccare certe parti dell'articolo che ragionate non erano di sicuro.
Solidarietà quindi a coloro che hanno potuto gustare la libertà di commento offerta dal Fatto Quotidiano.

Un'osservazione positiva la devo invece rivolgere alla versione... cartacea dello stesso giornale. Ho già accennato in un post di qualche giorno fa alla diatriba sul significato "politico" dell'ultimo Batman di Christopher Nolan. E' una di quelle beghe che piacciono moltissimo nel nostro paese, destra-sinistra, in fondo è lì che si va a parare quasi sempre, e stavolta ne parlano anche all'estero. Elisa Battistini sul Fatto Quotidiano del 23 agosto (l'ho letto su carta ma l'articolo è anche online) "il regista 42enne [Nolan] si è fatto notare nel 2000 con l'indipendente Memento, paranoica storia di un uomo con la memoria a breve termine danneggiata, dove la narrazione non procede in ordine cronologico... Da allora ha preso il patentino di autore di culto, patentino confermato proprio con il primo Batman, consolidato con il secondo e timbrato indelebilmente con Inception... Così, Nolan d'ora in poi potrebbe fare solo blockbuster ma ci sarà sempre chi si scervellerà nel trovare significati reconditi..."
Non so cosa Nolan farà in futuro, ma devo dire che la vedo allo stesso modo. Il terzo Batman non è uno di quei film cui Nolan ci ha abituati in effetti, il tema portante sulla morte e risurrezione dell'uomo pipistrello è portato a compimento non senza alcune scene a fortissimo effetto, ma per il resto il film ha diversi momenti trattati in modo superficiale e sottotono. L'accenno alle difficoltà economiche e ai movimenti di protesta americani ricade tra questi.

martedì 21 agosto 2012

Addio Sergio Toppi

Oggi è morto Sergio Toppi, fumettista italiano dal tratto personalissimo e inimitabile. Ma tanto tutti ora leggono i manga quindi la cosa passerà sotto silenzio...

Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno

Termina la trilogia dei Batman diretti da Christopher Nolan e lo fa con una pellicola che per un po' sembra essere la logica continuazione del precedente Il Cavaliere Oscuro, anche con un po' troppe idee prese a prestito. Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno ha in realtà un po' di colpi di scena finali che potrebbero movimentare la scena. E anche lasciare un po' l'amaro in bocca, nel mio caso, perché qualche sorpresa nella sorpresa mi è parsa un po' loffia.

Avevamo lasciato Batman (Christian Bale) come eroe disilluso, che ha perso tragicamente la sua donna e la fiducia della gente. Lo ha fatto per salvare le apparenze della fine eroica di Harvey Dent, che aveva promesso la liberazione dal crimine. Lo ritroviamo isolato da tutto e da tutti, per la disperazione del suo maggiordomo Alfred (Michael Caine) che avrebbe voluto vederlo felice con una donna. Lo ritroviamo anche impoverito, perché ha puntato tutto su una generosa invenzione per creare energia, ma la deve mantenere segreta in quanto può diventare un'arma micidiale (ovviamente questo innesca gli avvenimenti del film).
Il maggiordomo invece ha uno scheletro nell'armadio, non avendo rivelato a Bruce Wayne la verità sui sentimenti della sua ragazza... La morte degli ideali è di nuovo una tematica portante nella trama, perché anche il commissario Gordon (Gary Oldman) ha il suo bravo scheletro nell'armadio, avendo taciuto la vera natura di Harvey Dent, e troverà un giovane poliziotto, John Blake (Joseph Gordon-Lewitt) che gli ricorderà amaramente i valori del vecchio idealismo.
Ma per il momento sembra che vada tutto bene. Se non che il furto di una collana dalla cassaforte di Bruce Wayne, compiuto da una ladra spregiudicata (ovviamente Catwoman interpretata da Anne Hathaway, carina ma poco credibile nei ruoli da forzuta). La felina rapinatrice in effetti ha rubato la collana solo come bonus: deve vendere un'altra informazione riguardante il buon Wayne/Batman, e da qui parte tutto un sinistro complotto.
Complotto che inizia come misteriosa operazione criminal-finanziaria con collegamenti terroristici, ad opera di uno spietato criminale (Bane, ovvero Tom Hardy) e di un magnate della finanza. Con i nomi la smettiamo qui perché, altra caratteristica dei film di Christopher Nolan, la trama è molto articolata e giostra coi destini di molte persone, inutile e troppo complesso inoltrarsi in una descrizione.

Di Bane va detto che, contrariamente alle contraddizioni morali dei buoni, è "puro" nel suo odio e nelle sue motivazioni. Il suo è un voler far del male sia giustificato da vendette personali che da ispirazioni "filosofiche," il che dà una certa complessità a un personaggio che in realtà nelle scene di lotta è fisicità allo stato puro, scambia coi suoi avversari (tra cui ovviamente Batman) mazzate incredibili senza alcuna sottigliezza. Bane, che prenderà l'intera Gotham praticamente in ostaggio e farneticherà di ideali rivoluzionari, in realtà è però completamente nichilistico nella sua anima più profonda. Invece di Catwoman, vile traditrice ma sempre capace di manipolare le situazioni a proprio favore, possiamo sospettare che verrà prima o poi fuori la natura "buona."

Difficile dire molto di più senza tradire troppi dettagli della trama. A mio parere: potente pellicola d'azione, bel finale della trilogia, storia con qualche colpo di scena, ma che difficilmente poteva stare alla pari con il secondo film (Il Cavaliere Oscuro) e infatti non ce la fa, perché i cattivi, nonostante il particolare intrigante del complotto finanziario all'inizio, sono piuttosto lontani dal livello raggiunto dal Joker interpretato da Heath Ledger.
Inoltre la faccenda della Gotham conquistata dai cattivi mi ha fatto sollevare il sopracciglio. Fine della recensione per chi non vuole (troppe) anticipazioni sulla trama...

Alzare il sopracciglio? E vediamo perché, però qui entriamo nel territorio degli spoiler. Se avete letto l'articolo di Repubblica dove si parla di America posmoderna, con le paure sui terroristi post-11 settembre, e sulle implicazioni politiche del film, potreste esservi un po' confusi le idee. Il film parla senz'altro di terrore e ricatto ma va a toccare delle tematiche molto attuali, ovvero fa satira sui vampiri della finanza che dominano il mondo (con tanto di raffiche di mitra sugli schermi dei monitor di una specie di Wall Street affollata di operatori di borsa) e cercano di truccare il gioco con speculazioni sui derivati e aggressioni finanziarie (al controllo della società di Bruce Wayne). Tocca i nervi scoperti del capitalismo in crisi di oggi quando Bane promette giustizia, e gioca con tematiche che raramente si vedono in un film americano, con una Gotham "occupata," i poliziotti prigionieri dei furfanti, il governo centrale sotto ricatto, una repubblica popolare che dura mesi: con tanto di code ai negozi, borghesi stanati dalle loro case lussuose, privati delle pellicce e buttati in mezzo alla strada, e perfino tribunali del popolo, presieduti da un tipo vagamente intellettuale con occhialini tondi da bolscevico sofisticato e crudele (si tratta in effetti di Cillian Murphy, mi ha sorpreso come ha reso bene il tipo...), tribunali che infliggono invariabilmente condanne a morte e che vengono usati da Bane per liberarsi dei nemici e anche dei complici di alta finanza che avevano pensato inizialmente di poter manipolare lui, poveretti. L'articolo di Repubblica cita tutta una serie di polemiche su queste tematiche politiche, ma io credo di più al regista che ha detto di voler solo raccontare una storia. In Time con tutta la sua ingenuità è veramente un film politico, questo Batman se volessimo cercare di prenderlo sul serio da quel punto di vista sarebbe solo un film idiota. Questo almeno il mio parere.



domenica 12 agosto 2012

La Bussola d'Oro

La Bussola d'Oro: quando uscì, fu uno dei pochi film fantasy che saltai senza troppi rimpianti, perché aveva l'aria di roba per ragazzini. Ovviamente almeno in parte lo è. Però mi sono finalmente deciso a procurarmi il DVD e finalmente, in una torrida serata estiva, ho verificato se e quanto fossero giustificati i miei sospetti. In effetti, pur non avendo letto il libro di Philip Pullman, ho avuto l'impressione che si tratti dell'adattamento di materiale di una densità maggiore di quanto sospettassi. Adattamento un po' annacquato, per evitare troppe polemiche, come vedremo fra poco. In effetti il combustibile per dar fuoco alle controversie abbonda, nell'opera originale: Pullman è uno scrittore molto politico e nel suo libro esiste un'organizzazione, il Magisterium, assai simile a una chiesa falsa e oscurantista, una specie di male incarnato. Diciamo la verità, il Magisterium fa pensare moltissimo al clero cattolico.
Non posso entrare più di tanto nella polemica avendo solo visto il film, mi limito a un paio di osservazioni. La critica alle religioni organizzate mi va benissimo, soprattutto quando viene fatta senza distinzioni di comodo e colpisce i dogmi idioti e l'opportunismo del clero. Mi va un po' meno bene se si tinge di assolutismo, e non si vuol concedere nemmeno qualche aspetto o ruolo positivo (quando veramente ci sono, ovviamente) all'organizzazione che si critica. Non mi fa affatto piacere quando diventa un osanna alla scienza e alla tecnologia, al razionalismo visto come nuova religione. Mi sbaglio, o c'è un po' di questo ne La Bussola d'Oro, per quanto sia espresso più come magia che come scienza?
Comunque, quando la polemica del mondo reale balza in primo piano e ti prende per il collo, evidente e pesante, ti toglie un po' del divertimento di guardare un film fantasy. Nulla in contrario agli elementi "maturi" e "profondi," per carità, tutt'altro. Però in un film del genere preferisco che li si amalgami meglio nello spettacolo.

Comunque mi è piaciuto, nonostane gli aspetti fanciulleschi, questo mondo dove tutti hanno un animale familiare (il daimon) e dove ci sono orsi guerrieri muniti di corazza. La Bussola d'Oro salvo qualche momento tetro e pesante è un film di facile avventura, dalle splendide immagini, con bravi attori. La bambina protagonista della storia, interpretata da Dakota Blue Richards, mi è piaciuta. Nicole Kidman forse un po' meno: può darsi che mi sia piaciuta poco la parte abbastanza odiosa che interpretava. C'è anche Daniel Craig nella parte di un misterioso ed eroico zio della piccola protagonista, e sono riusciti a ficcarci dentro pure Eva Green. Viaggio, avventura, a volte catastrofi, toni abbastanza cupi ma nulla di veramente triste. Troppa grafica computerizzata, ma anche molte inquadrature favolose.
Con tutti i limiti di questo tipo di film, lo spettacolo è garantito. Niente di memorabile ma temevo peggio, perciò metto La Bussola d'Oro nella categoria dei film fantasy guardabili. Per gli amanti delle cospirazioni: pare che l'ostilità della chiesa sia uno dei motivi per cui il seguito del film (nonostante sia stata scritta una sceneggiatura) è tuttora sospeso. La casa cinematografica, che è la stessa che ha prodotto il Signore degli Anelli, ha citato la recessione e le difficoltà finanziarie. Dal momento che si sono spesi 180 milioni di dollari per il primo film, e che difficilmente il seguito potrebbe costare meno, mica hanno tutti i torti.





sabato 11 agosto 2012

Quando gli effetti speciali erano artigianato

La morte di Carlo Rambaldi (tre oscar!) non è solo la scomparsa di uno degli italiani che si sono fatti un nome nel cinema internazionale, categoria che in buona parte ormai è fatta di vecchie glorie non più in attività. Per me è anche il sigillo finale dell'epoca in cui gli effetti speciali nascevano con l'uso sapiente della telecamera, dei modellini, delle maschere e di tutta una serie di artifici e manufatti artigianali. Ormai, a dire la verità, l'uso di modellini animati è marginale o scomparso nel cinema, anche se le miniature si usano eccome (basta pensare alla Minas Tirith del Signore degli Anelli). Gli effetti speciali si fanno quasi tutti con il computer, e sebbene non sempre sembrino poi così realistici, generalmente sono meglio di quello che si può fare con i sobri sistemi di Rambaldi.
Eppure, i meccanismi della testa del primo Alien li aveva creati lui.

venerdì 3 agosto 2012

Intervista a Stefano Bianchi

Ho conosciuto Stefano Bianchi a un corso di scrittura creativa tenuto da Franco Forte presso la Delos Books, non molto tempo prima che Caverne, primo libro della sua trilogia, arrivasse alle stampe.
Dopo parecchio tempo eccoci qui, a trilogia finalmente terminata.
Ho deciso di fare qualche domanda a Stefano:
La pubblicazione di Caverne, primo libro della trilogia di Panta Rei, è stato il tuo esordio assoluto? O ci sono dei lavori giovanili che ti sono rimasti nel cassetto?
Nel cassetto avevo un centinaio di poesie e qualche racconto breve, oltre a qualche tentativo di romanzo. Nel 2010 ho deciso di autopubblicare una raccolta di poesie, in un'operazione in pieno stile revival.

Cosa rappresenta la scrittura per te? Era un tarlo che ti rodeva, un'esigenza da esprimere rimasta repressa a lungo? O è venuta fuori solo di recente?
La scrittura per me è sempre stata un'esigenza quasi fisica. L'ho sacrificata per un lungo periodo, dedicandomi ad altro. Dopo aver compiuto i 50 anni e senza peccare di presunzione posso affermare che scrivere è il mio talento. Da questo a mantenersi scrivendo il passo è assai lungo.

Ci sono degli autori cui devi molto, nella tua formazione e ispirazione?
Sono un lettore abbastanza disordinato: alterno i romanzi di fantascienza ai classici della letteratura europea, alla saggistica. Come nella musica, spazio volentieri.

Difficoltà con gli editori? Dubbi e pentimenti post pubblicazione? Perché una trilogia?
Difficoltà con gli editori, tante. Scrivere un romanzo è diverso da scrivere poesie o racconti, nel senso che è più impegnativo, in termini di tempo e di concentrazione. Ma è nulla se confrontato alle difficoltà di trovare un editore. Nel mio caso, dopo diversi tentativi, all'ennesimo concorso ho avuto la fortuna che il mio romanzo finisse tra le opere segnalate. All'editore è piaciuto e mi ha proposto di pubblicarlo. Da allora con Edizioni Montag è cominciato un rapporto amichevole e di stima reciproca.

Come ti è venuta l'ispirazione per lo strano mondo di Panta Rei e per i misteri che nasconde? L'hai elaborata a lungo? Hai tratto spunti da qualche libro o film?
L'ispirazione mi è venuta in un viaggio in treno da Roma a Milano. Sentivo l'esigenza di scrivere qualcosa che esorcizzasse la morte, e dal mio punto di vista credo di esserci riuscito. Prima di cominciare a scrivere il primo capitolo ho trascorso quasi sei mesi a pensare alla trama e ai personaggi, avendo deciso fin da subito che sarebbe stata una trilogia.

Il finale e la segreta natura di quest'ambientazione li hai elaborati strada facendo, o avevi una scaletta già pronta?
Avevo in mente più o meno tutto, a grandi linee, ma strada facendo si sono aggiunte alcune modifiche, soprattutto nell'intreccio "giallistico".

C'è molto di te nel protagonista Jean Autier?
A questa domanda rispondo sempre dicendo che in un romanzo c'è sempre parecchio di autobiografico. Non necessariamente nel protagonista o nella trama, ma piuttosto qua e là nei personaggi, nei luoghi, negli stati d'animo.

Altri tuoi lavori?
Lo scorso anno ho pubblicato con un altro editore, Loft Media Publishing, un libro di genere completamente diverso e inerente la mia professione d'ingegnere. E' il primo volume di una collana che si chiama "Guide di sopravvivenza professionale". Il titolo del libro è "Migliorare il magazzino sopravvivendo per raccontarlo". La scommessa è stata quella di rendere divertente una materia non propriamente leggera.

E domani? Quali sono i progetti per il futuro?
Sono alle prese con un thriller ambientato a Parigi, nei giorni nostri. La protagonista è una donna piuttosto in gamba. Sarà un thriller psicologico con una profonda caratterizzazione dei personaggi. Conto di terminarlo per la fine del 2012.

I miei migliori auguri a Stefano. Qui potete leggere la mia recensione di Tokyattan, terzo libro di Panta Rei, dove troverete anche i link alle recensioni che feci sugli altri due libri.

martedì 31 luglio 2012

L'Apocalisse Milanese

Chissà se qualcuno ricorda il racconto che scrissi per l'antologia Sanctuary edita dalla Asengard. Certamente pochi, perché il racconto non venne scelto per la pubblicazione. Ebbe però il suo breve momento di gloria perché assieme ad altri "non selezionati" venne da me raccolto in una specie di "pagina degli esclusi" sulla Vetrina di Mondi Immaginari e lì rimase per un anno.
Il mio racconto, Khaibit, voleva indagare sui "super problemi" che possono angosciare una persona che percepisca sempre gli stati d'animo del prossimo, che fin dalla tenera età non sia schermata dalla beata ignoranza. Frasi come "il mondo è tutto uno schifo" le diciamo tutti, siamo tutti cinici e con poche speranze verso gli altri, ma non siamo tormentati dal vedere la falsità, la perfidia e l'aggressività che ci circondano (e anche, perché no, la semplice infelicità o l'occasionale bontà).
In realtà abbiamo bisogno di non sapere, soprattutto riguardo a quelli che ci sono più vicini. Il mio protagonista, Ivan, "vede" le anime e non ha mai avuto questa possibilità di ignorare. Ma il suo potere, pur avendolo trasformato in un disadattato, lo conduce sotto la protezione di un maestro. Che purtroppo viene ucciso da dei rivali: così si crea una situazione in cui il buon Ivan accetta di farsi ospite del suo mentore assassinato, accogliendo la sua anima.

E qui il racconto terminava. Sanctuary era un'ambientazione urban fantasy, un'immensa megalopoli di un futuro non ben definito, in cui esiste un potere piuttosto dispotico e impaziente e degli emarginati del tutto speciali: esseri mitici, persone o creature con poteri sovrannaturali, studiosi di magia e via discorrendo. Tutti costretti a nascondersi.
Pensando di espandere il mio racconto, ho deciso di calarlo in un'ambientazione realistica e ne ho fatto una storia apocalittica, un confronto mortale dove il povero Ivan e i suoi compagni dovranno affrontare una minaccia terribile senza contare sull'aiuto di nessuno, sullo sfondo della Milano di oggi: quasi completamente indifferente a loro, prona a cadere preda del male; talvolta ricca e corrotta, talvolta povera e devastata, a seconda dei luoghi e delle persone.
Ho mantenuto molti elementi accennati nel racconto, tra cui i vampiri. Però non sono quelli della "tradizione" e nemmeno quelli tanto cool alla Twilight. Diciamo che sono un elemento adattato alle esigenze della storia. Decisamente la mia trama ha poco glamour, ed è (ovvio) volutamente così.

E' una buona idea? C'è già chi mi ha detto che ci sono elementi scopiazzati da questo o quel manga, ma io i manga li leggo poco o niente, perciò fermo restando il fatto che l'originalità assoluta non è di questo mondo posso affermare di averne fatto un lavoro molto personale e con qualcosa di insolito. Se qualcuno ha un parere da darmi, può scrivere direttamente al mio indirizzo email o commentare qui.
Nota: per colmo di scalogna, sta per uscire The Demon Catchers of Milan, scritto Kat Beyer, un'autrice anglosassone che è stata ospite della città per motivi di studio, se ho capito bene. Quindi anche riuscendo a pubblicare arriverei secondo nello sfruttare l'ambientazione meneghina (e se mi si consente, dalla sinossi pare la storiella della famigliola di ammazzavampiri nella città della moda: non venderò un bottone ma spero di essere più originale di così).
Sto meditando l'autopubblicazione, comunque. Si accettano idee per un'immagine di copertina che incorpori il concetto di Khaibit, ovvero l'Ombra dell'anima nella mitologia e religione dell'antico Egitto.

sabato 28 luglio 2012

Tokyattan


E così sono arrivato alla fine della trilogia di Panta Rei di Stefano Bianchi. Un cammino iniziato qualche anno fa in compagnia di uno scrittore che ho conosciuto personalmente (sia pure di sfuggita, al corso di scrittura creativa di Franco Forte) e quindi ancora più interessante. Seguiamo brevemente le tappe.

(Nota: chi non vuole anticipazioni sui libri precedenti salti subito al paragrafo che inizia con Tokyattan).

La storia iniziava con Caverne, dove il manager francese Jean moriva nelle prime pagine e si ritrovava in un mondo misterioso con una sua burocrazia e una specie di guerra in corso. Un mondo dove non si era certo in paradiso e dove una nuova morte sarebbe stata definitiva. Esisteva un nemico insidioso, Vlad Tepes, ovvero il conte Dracula, e il Corpus, organizzazione che sembrava animata da buona volontà, ma che stentava a mettere assieme una difesa degna di questo nome.
Poiché il mondo di Panta Rei è diviso in tre settori, il secondo libro prende il nome dal nuovo luogo, Urbe (sempre non ben collocato nella carta geografica), dove Jean svolge ancora un’attività di consulente per il Corpus. Attività non esente da pericoli, e sempre poco gratificante perché il Corpus non è generoso con le spiegazioni mentre il nemico sa essere pericoloso. Qui Jean fa la conoscenza di nuovi personaggi ma perde Deepak il cavernicolo, uno dei primi amici. Intrighi più complicati, tribolazioni e travagli da parte di Jean per organizzare una linea di difesa (ne scaturiscono spesso scene divertenti), l’inizio di qualche dubbio da parte del nostro manager (il cattivo non sembra così cattivo?) e soprattutto uno stile più maturo e valido da parte dell’autore.

Tokyattan: terzo settore di questo strano paradiso. Non è stato semplicissimo rimediare il libro, ma alla fine ho tormentato la Edizioni Montag a un punto tale che me lo hanno mandato direttamente a casa e non hanno voluto i soldi. Continua la lotta di Jean, che si trova in una situazione delicata con le proprie convinzioni fin dall’inizio. Non è molto facile parlare del libro senza tradire qualcosa della trama. Diciamo che Jean non sa bene a chi credere ma non è più rassegnato a farsi manovrare. Anche alla moglie Caroline e alle bambine, ancora vivissime a Parigi, succederà qualcosa. E finalmente scopriremo cos’è Panta Rei e come vi giungono i suoi ospiti. Le mie considerazioni, che ovviamente non vorrete leggere prima di aver terminato il libro, sono in fondo (paragrafo che inizia con Attenzione Spoiler).
La storia ha finalmente una conclusione ed soddisfacente, di questa trilogia posso dire che a tratti mi sembrava potesse migliorare con qualche sforbiciata, ma anche i momenti inconcludenti, le parti dove Jean si rompe le scatole ed è esasperato, hanno il loro perché nel creare personaggio e atmosfera. Avrei magari alleggerito qualche scena d'azione, qua e là mi pare che ci sia qualche battaglia o colpo di scena superflui. Nel complesso, una storia che porta un soffio di novità: so bene che l'originalità assoluta è praticamente impossibile (bisognava nascere ai tempi dei caratteri cuneiformi...), immagino che qualcuno dei miei lettori conosca qualcos'altro di simile o non tanto diverso, ma nel complesso l'autore è riuscito a instillarmi la curiosità, è stato inizialmente molto avaro di risposte ma ha mantenuto sveglia l'attezione con le avventure di Jean e anche con la sua vita in questo strano posto, compresi momenti di nostalgia, noia, indecisione, e le occasionali passioni. Alla fine ha saputo tirare le fila, spiegare l'origine e la natura di Panta Rei e creare un buon epilogo. Stile e capacità in crescendo, il che non vuol dire che Caverne fosse brutto. Insomma, bella idea e buona realizzazione: complimenti.

Attenzione Spoiler (da non leggere prima del libro!): era evidente dopo un po' che Panta Rei non esisteva per "evento divino" ma che doveva esserci qualche sofisticata tecnologia in atto. Quindi la serie scivola senz'altro in territorio fantascientifico e arriva verso la fine lo svelamento: Panta Rei esiste in un'altra era, non in un luogo diverso: i viaggi nel tempo hanno permesso di creare questa strana popolazione che è nata in diverse epoche. Mi sono domandato che necessità ci fosse di portare su questo mondo persone ormai morte (come Jean che ha un infarto all'inizio della vicenda) o uccise appositamente; se non fosse più semplice trasportare i personaggi ancora viventi dal momento che, con l'uso della macchina del tempo, è senz'altro possibile andarli a pescare ancor vivi. Tutto sommato, l'idea dei cloni toglie il problema della scomparsa di queste persone dal mondo reale nelle relative epoche, e del cambiamento che avrebbe subito la storia: pensiamo se, per esempio, Quinto Fabio Massimo fosse stato prelevato misteriosamente nel corso della lotta contro Annibale. E ovviamente non si possono prelevare personaggi viventi se si vuole che poi "credano" di essere in un aldilà. Resta trascurato il problema delle menti (come fanno a ricordare la loro vita precedente ecc...) ma se esiste la possibilità di viaggiare nel tempo si può immaginare una tecnologia che risolva anche questo problema; però se è così resta irrisolto, mi pare, il problema dei cloni di primo livello e i successivi: se posso fare un Bugsy Siegel con i suoi esatti ricordi, perché non ne posso fare tanti, visto che la memoria gliela devo impiantare comunque con qualche sistema artificiale? Non mi addentro oltre, forse mi sono perso io qualche pezzo per strada, come si suol dire; ma alla fine questa ambientazione, pur strutturata in maniera sufficientemente solida e ingegnosa, necessiterebbe di qualche spiegazione in più. La scoperta della verità resta una delle parti migliori del finale, ad ogni modo.








venerdì 27 luglio 2012

Profezia Involontaria

Ogni primo aprile Fantasy Magazine fa i "pesci d'aprile," ovvero degli articoli scherzosi che annunciano qualche notizia falsa, e nonostante siano paradossali e appaiano regolarmente nella stessa prevedibile ricorrenza quasi sempre un lettore o due ci casca e commenta prima che tutti si rendano conto dello scherzo.
Non sono bravo coi pesci d'aprile ma quest'anno ne ho fatto uno carino, quando ho annunciato che Ursula LeGuin, la grande scrittrice americana, avrebbe collaborato con Licia Troisi per svecchiare il suo repertorio. Ho aggiunto commenti di critici del tutto inventati, le solite frasi ciniche: la gloria del passato non fa mercato oggi, e via dicendo. Questa la pagina del pesce d'aprile.

Era un'assurdità. Se anche la LeGuin avesse deciso di puntare su un fantasy più giovanile o elementare non avrebbe avuto bisogno di trovare esempi in Italia. Però in verità non mi aspettavo comunque che succedesse nulla del genere. E invece sono stato involontariamente profeta, almeno in parte. Oggi ho visto questo articolo in inglese in cui si annuncia che Ursula LeGuin sarebbe sotto pressione per produrre materiale più "alla Harry Pottter."
Collaboro con dei buoni editor come sempre ha dichiarato la scrittrice parlando delle sue ultime pubblicazioni, ma ho subito sempre più pressioni per andare nella direzione di Harry Potter. E siccome scrivo un tipo di fantasy estremamente diverso da quello, non c'è stato verso, ho dovuto resistere. Ma vedete, è successo solo ultimamente, quando le pubblicazioni hanno cominciato a perdere il proprio senso d'orientamento e si sono fatte sempre più forti le pressioni delle grande imprese.

Fantasy che scende tutta al minimo comune denominatore, quindi. Per l'Italia non è una novità. Quando qualche editor italico si lamenta che Amazon e gli ebook rovineranno la "letteratura di qualità" (prendendosela magari anche con gli autopubblicati, già che c'è) non può certo parlare della situazione del fantasy in Italia: possiamo solo migliorare e il merito di questa situazione è anche delle grandi case italiane.

La situazione italiana però può farci dimenticare una cosa: come dice l'articolo, la morte del libro di carta e il passaggio agli ebook può voler dire un maggiore controllo della grande impresa su quello che viene pubblicato. Sarà vero? Forse non da noi? O forse sì? Si vedrà. Se è così potremmo avere un giorno la novità che la regina del fantastico americana non riesce più a pubblicare con le grandi case perché non ha voluto adattarsi allo stile della Rowling (autrice di Harry Potter). Certo che nessuno impedirebbe alla LeGuin, se volesse, di pubblicare per i fatti suoi, no?

domenica 22 luglio 2012

Lo scrittore dev'essere un piacione?

Mi impongo il termine piacione, che non amo, giusto per dare il tono a un argomento sgradevole. Ovvero come siamo messi in tema di rapporti tra chi scrive e il pubblico?

C'erano una volta quelli che dicevano che l'unico dovere dello scrittore è scrivere. Oddio, qui farei un'aggiunta. Tra i doveri c'è spesso quello di lavorare, se lo scrittore non si mantiene con i libri e se non vive di rendita. Comunque lo scrittore sarebbe uno che, essenzialmente, scrive. Limitarsi a scrivere vorrebbe dire non aver tempo nemmeno per intrattenere contatti, se non quelli indispensabili, con la casa editrice e con i lettori. Non aver tempo per le presentazioni in libreria, le promozioni e via dicendo.
Questo punto di vista mi sembra in declino e ben a ragione. Molti scrittori famosi sono continuamente in giro a promuovere sé stessi, e questo vorrà pur dire qualcosa. Certo, per chi è sconosciuto spesso è un calvario: penso alle presentazioni in libreria di fronte a dieci persone di cui nove sono amici che ha cooptato lo scrittore stesso e la decima passa di lì per caso, sbadiglia dopo cinque minuti e se ne va. E comunque un rapporto con il pubblico va cercato, al limite con i social network o i blog, forum e via dicendo. Dire che non si ha tempo di farlo, a mio parere, non è una scusa.
E' tutta una festa!

A questo punto sorge il quesito. Cosa vuol dire relazionarsi? Fino a che punto è opportuno e necessario? Ovvero, l'importanza di apparire rispetto all'importanza di quello che si scrive. Punti di riflessione: l'articolo su Fantasy Magazine scritto da Marina Lenti sul caso Lipperini - Manni. Solo un'ipotesi ma ancora non smentita dalle dirette interessate (ammesso che si debba usare il plurale, leggete l'articolo e capirete). Lascio a voi le conclusioni su quello che è successo, pregando di non andare sopra le righe in eventuali commenti a questo post. La mia opinione me la sono fatta, ma non ho voglia di entrare nella controversia, quindi facciamone un caso IPOTETICO generale.
Immaginiamo questo: lo scrittore X usa uno pseudonimo. Fin qui tutto bene, lo hanno fatto in centomila. Ma ad un certo punto X crea un'identità totalmente diversa e la fa interagire con altre persone sulla rete, imbastendo una "persona" che possa essere gradita a un certo tipo di ambiente e di pubblico. A parte il giusto e lo sbagliato, il legale e l'illegale (pare che si possa arrivare al punto in cui la cosa, oltre che poco simpatica, sia pure illegale), non dovrebbe venire prima la qualità di quello che si scrive?

Oppure. Leggiamo questo interessante post sul blog di Alessandro Girola, un post che in effetti parla di un argomento anche più ampio, ovvero sugli errori che può commettere chi cerca di diventare un "personaggio della rete." Citazione: I lettori vogliono interazione, vogliono partecipare alla fase creativa delle storie, desiderano dare del “tu” agli autori che seguono, ma anche dare consigli e fare richieste?
E’ giusto? E’ sbagliato? Chi lo sa. Però è così.
Lo scrittore deve anche sapersi vendere come "personaggio."

Insomma diventa una specie di attore, di divo, deve piacere: chi ha carisma ce la fa, gli altri non riescono a farsi notare.

Diamo un'occhiata al video di una presentazione in libreria di Isabella Santacroce.


E la domanda che mi pongo alla fine: ma in tutto questo, il valore di quello che uno scrive interessa ancora a qualcuno? Io sarò l'ipocondriaco misantropo rinchiuso in una grotta (con l'aria condizionata per fortuna), ma sono perplesso di fronte a questo predominio dell'apparire, allo sgomitare per la visibilità.
D'altra parte, non esiste, e me ne lamento ancora una volta, nessuna fonte autorevole che faccia da "termometro" per indicare la qualità di uno scrittore.















mercoledì 11 luglio 2012

Biancaneve e il Cacciatore

Che dire di questo film, dove si incontrano due regine, una pura e una malvagia? Innanzitutto che è un fantasy realizzato senza badare a spese e con una certa attenzione ad atmosfere e scenari (sia quelli naturali, con vari paesaggi suggestivi, che i villaggi, castelli e palazzi), e a costumi e personaggi. Diversi attori in forma: Chris Hemsworth nei panni del cacciatore (che ha un ruolo molto più importante rispettto alla favola) e Charlize Theron bravissima nel ruolo di Ravenna la regina cattiva. Bravo anche Sam Spruell nella parte del fratello di Ravenna, peccato che gli facciano fare delle idiozie (come vedremo dopo). Buona anche la musica. Detto questo, mi sbilancio e affermo che il film va visto, se siete amanti del fantasy. La favola, se uno ci pensa bene, si presta molto a essere drammatizzata. [Da qui in poi qualche piccola anticipazione] E Ravenna diventa un personaggio tragico, non una persona cattiva perché "è così nella favola," ma in seguito a una scelta, a causa delle sopraffazioni subite dalla sua famiglia. Tali da indurla ad accettare un incantesimo che la renda potentissima e immortale (ma solo finché è la "più bella del reame"). Così Ravenna si presta volentieri al ruolo della regina malvagia, e dà all'umanità "il governo che si merita." Non ha il minimo senso di colpa per le sofferenze che infligge, e dal suo punto di vista ha ragione. Grande interpretazione, da parte di una valida attrice che ha all'attivo anche l'Oscar: vale la pena di vedere il film per Charlize Theron. Ravenna è una cattiva che ci fa quasi parteggiare per lei.

Dicevamo grande antagonista, peccato che il contraltare sia Kristen Stewart, vedasi tabella delle espressioni possibili qua sopra. Scherzi a parte, l'eroina di Twilight non recita male ma non ha la presenza scenica, l'espressività e il carisma. L'ho trovata penosamente inadeguata per il ruolo che del resto chiedeva parecchio; non c'è niente da fare.
Qualche influenza tolkieniana, non mi ha dato fastidio.
Quanto alla storia tragica del cacciatore che ha perso la moglie che amava, non l'ha saputa proteggere ecc... e quindi decide di appoggiare la povera Biancaneve, il ruolo è piuttosto prevedibile ma recitato bene.
Bravo, come dicevo prima, Spruell nella parte del fratello che appoggia in tutto e per tutto la regina cattiva. Le sciocchezze cui accennavo prima: saltate il paragrafo se non volete anticipazioni: la prima, quando lascia sfuggire Biancaneve dalla cella (potrebbe raccontare una balla, invece le dice che la sta portando alla morte, e lei ovviamente si gioca il tutto per tutto e riesce nella fuga); la sceconda, quando con l'aiuto del cacciatore riprende facilmente Biancaneve nella Foresta Oscura, ma proprio quando deve farsela consegnare sceglie di rivelare all'uomo che Ravenna non può riportargli la moglie dal mondo dei morti. Autosabotaggio freudiano? O caduta di tono della sceneggiatura? Scegliete quello che volete, comunque il fratellino è uno che non sa decidere quando tenere la bocca chiusa.

Ultima notazione per il regista Rupert Sanders: a mio parere ha saputo creare una pellicola che si fa guardare molto volentieri, se poi la sceneggiatura aveva qualche problema non darei la colpa a lui. Critica piuttosto negativa, botteghino assai favorevole, questo film non ha bisogno dei vostri soldi, però difficilmente penserete di averli buttati via, se andrete a vederlo senza attendervi chissà che cosa.