Se il fantasy di oggi si divide davvero tra i cloni di Tolkien e gli scrittori che parlano di mondi brutti e cattivi (Martin, Abercrombie), allora può essere benvenuta una storia che non ha niente a che vedere con entrambi questi filoni. Beninteso, sto esagerando nel definire il fantasy odierno come diviso in due "fronti contrapposti" e non voglio anzi impantanarmi in una polemica del genere, però è piacevole trovare un libro che ti spinge a esplorare un mondo la cui logica non è un riassunto di cose già viste e la cui ispirazione non è così immediata da cogliere. Il libro in questione è Dragonfly e l'autore Raphael Ordoñez: bella la copertina, strano il titolo (in italiano: libellula) che richiama la capacità di volare dello straordinario protagonista, un uomo che si sposta con un apparecchio straordinariamente lieve e robusto che gli consente il volo come se fosse un ultraleggero. C'è molta meraviglia e stranezza in questo e altri manufatti che compaiono nella storia; ancora più straordinaria è Enoch, la gigantesca città in cui si svolge la vicenda.
A quanto dice la recensione di Black Gate (blackgate.com) questo libro, il primo di quattro, è un'autoproduzione e anche la piacevole copertina è opera dell'autore. Inizialmente m'ero incuriosito ma ero trattenuto dal fatto che non vi fosse un'edizione digitale (come lamentava anche questa recensione, in inglese ma scritta da Davide Mana, blogger italico); adesso è disponibile a pochi euro in formato kindle. Problemino: si tratta di un testo in lingua straniera, con una certa quantità di parole inglesi antiche e desuete e strani termini scientifici (questi ultimi vi metterebbero probabilmente in difficoltà anche se il libro fosse tradotto in italiano). Tutto sommato ho trovato Dragonfly abbastanza leggibile e scorrevole, anche se l'inizio, con una specie di viaggio iniziatico del protagonista Keftu terminato in un triste ritorno al villaggio dove tutti sono morti, m'aveva lasciato un po' perplesso. La storia ci mette un pochino a ingranare e, di fronte all'immensa città di Enoch, l'ingenuità di Keftu e la sua ambizione di scalare fino al vertice della enorme struttura che dal centro della metropoli arriva fino allo spazio sembra un po' infantile.
Facciamo un passo indietro e parliamo dell'ambientazione: il mondo si chiama "Counter Earth" e quindi non è la terra ma ha una relazione con essa, che non comprendo. Ci sono molti aspetti fantascientifici ma anche elementi decisamente fantasy (spiriti e creature immateriali, sempre che non ci sia in seguito la spiegazione scientifica che sbuca fuori a sorpresa), e molto nell'atteggiamento mentale del protagonista, intraprendente, ambizioso e terribilmente in gamba, ma allo stesso tempo riflessivo e saggio quando necessario, mi ricorda il Severian di Gene Wolfe (la saga del Torturatore). Del resto la tematica che si assaporta in Dragonfly ricorda parecchio gli scrittori che hanno parlato della "terra morente," Wolfe, Jack Vance e C.A. Smith.
Il mondo conosce la tecnologia ma è crollato in una decadente semi-barbarie. Esistono la luce elettrica, le ferrovie, gli ascensori, le aeronavi e molto altre cose essenzialmente moderne, e specialisti che hanno una qualche cognizione del loro uso, ma questi elementi convivono con popoli selvaggi, strane creature, magia e superstizione. La metropoli è piena di macerie e quartieri deserti. Questa grande città, che si chiama Enoch, è guidata da un'entità, che immagino sia una intelligenza artificiale ma fa molto di più di quanto ci aspetteremmo, chiamata Cheiropt, la (traduco dall'inglese) "semi divina macchina sociale senza testa che governa tutta Enoch. Il suo centro è ovunque e da nessuna parte." Il popolo è diviso in una caste di poveracci (gli Helots, ovvero Iloti, se conoscete la storia dell'antica Sparta) e i Philytes, cittadini più sofisticati divisi in classi che a malapena riconoscono l'esistenza l'una dell'altra, anche se le persone si incontrano comunemente per strada. Questo bizzarro (e decadente) meccanismo retto dal misterioso Cheiropt ha soppiantato la civiltà degli Eldenes, antichi costruttori della grande torre che regge la misteriosa struttura sovrastante tutta Enoch, la cittadella affacciata sullo spazio esterno. Tale meta, in un mondo assai stratificato socialmente, è virtualmente irraggiungibile per un poveraccio come Keftu. Ma lui, che viene dal popolo estinto degli Arras e vorrebbe conquistare il segreto dell'immortalità, è pieno di fiducia e si illude di trovare quello che cerca in cima a questa struttura straordinaria.
All'inizio l'avventura del povero Keftu (che è un giovane proveniente da una tribù del deserto ma non ignorante del mondo tecnologico che lo circonda in Enoch) finisce in una trappola di malintenzionati che fanno di lui uno schiavo e un gladiatore, in seguito il giovanotto saprà destreggiarsi tra amici e nemici, belle donne e profeti intriganti, leader rivoluzionari e alleati non troppo affidabili, in una serie di avventure che purtroppo... sono assolutamente monche di un finale degno di questo nome. Ci sarà da leggere il secondo libro, quindi.
Libro complesso e a volte di difficile comprensione, un fantasy da leggere con attenzione, a tratti un po' pesante per chi, come me, di fronte agli autori ostici (vedasi ad esempio Erikson) talvolta perde la voglia e la pazienza. Questo primo libro della serie, Dragonfly, mi è piaciuto e spero di avervi incuriosito, ma è una lettura non facile e disponibile solo in inglese.
giovedì 19 novembre 2015
sabato 14 novembre 2015
L'epoca che credeva di avere il diritto di giudicare tutto
Oggi è già una giornata di merda per i fatti suoi, visti i fatti sanguinosi di Parigi, così ci metto la ciliegina sulla torta decidendomi a parlare di una cosa di cui non avrei nemmeno voglia di parlare, tanto questo mondo mi sta facendo schifo.
È di pochi giorni fa la notizia che al World Fantasy Award hanno deciso di non usare più le fattezze di H.P. Lovecraft, il padre dell'horror moderno, nella statua del premio annuale. Motivo, Lovecraft era razzista. E lo era, sicuramente. Tra le sue ossessioni di Bianco Anglosassone Protestante l'assedio delle minoranze, questa gentaglia sordida, incomprensibile, infida, intenta a complottare contro la gente civile: in uno dei suoi racconti ne aveva anche per gli italiani, se vi fa piacere saperlo.
Ma negare il suo valore non ha senso. Condannare così, fuori contesto storico e senza alcun apprezzamento per i meriti dell'uomo e dell'artista, è tipico di quest'epoca in cui si commettono le peggiori atrocità contro l'umanità e il suo patrimonio culturale senza rendersene nemmeno conto, in nome di un falso concetto di democrazia e di un pensiero unico, un "politicamente corretto" modo di pensare che ormai è diventato asfissiante come il marxismo estremista che imperava quando ero ragazzo.
Uso una frase non mia per definire questo modo di vedere le cose: l'isteria tipica di chi non ha alcun controllo sulla propria vita, e sbraita contro qualunque cosa possa fungere da bersaglio comodo. Sì, questo è l'uomo comune della nostra era, che si illude di essere libero quando assume e ripete a pappagallo slogan, modi di essere, ideologie falsamente umanitarie, valori che gli vengono inculcati da altri.
La frase è del blogger (scrittore, editor, ecc...) Germano Greco ed è tratta da questo post sull'argomento, un valido articolo che vi consiglio di leggere in quanto 1) è meglio di quello che saprei scrivere io su un argomento che mi dà troppo sui nervi per discuterlo pacatamente e 2) lo condivido pienamente, perciò mi risparmio lo sforzo di continuare a provarci e vi invito a seguire il link.
È di pochi giorni fa la notizia che al World Fantasy Award hanno deciso di non usare più le fattezze di H.P. Lovecraft, il padre dell'horror moderno, nella statua del premio annuale. Motivo, Lovecraft era razzista. E lo era, sicuramente. Tra le sue ossessioni di Bianco Anglosassone Protestante l'assedio delle minoranze, questa gentaglia sordida, incomprensibile, infida, intenta a complottare contro la gente civile: in uno dei suoi racconti ne aveva anche per gli italiani, se vi fa piacere saperlo.
Ma negare il suo valore non ha senso. Condannare così, fuori contesto storico e senza alcun apprezzamento per i meriti dell'uomo e dell'artista, è tipico di quest'epoca in cui si commettono le peggiori atrocità contro l'umanità e il suo patrimonio culturale senza rendersene nemmeno conto, in nome di un falso concetto di democrazia e di un pensiero unico, un "politicamente corretto" modo di pensare che ormai è diventato asfissiante come il marxismo estremista che imperava quando ero ragazzo.
Uso una frase non mia per definire questo modo di vedere le cose: l'isteria tipica di chi non ha alcun controllo sulla propria vita, e sbraita contro qualunque cosa possa fungere da bersaglio comodo. Sì, questo è l'uomo comune della nostra era, che si illude di essere libero quando assume e ripete a pappagallo slogan, modi di essere, ideologie falsamente umanitarie, valori che gli vengono inculcati da altri.
La frase è del blogger (scrittore, editor, ecc...) Germano Greco ed è tratta da questo post sull'argomento, un valido articolo che vi consiglio di leggere in quanto 1) è meglio di quello che saprei scrivere io su un argomento che mi dà troppo sui nervi per discuterlo pacatamente e 2) lo condivido pienamente, perciò mi risparmio lo sforzo di continuare a provarci e vi invito a seguire il link.
giovedì 12 novembre 2015
Alcuni dei, e il resto di noi
Chi segue il mio blog anche distrattamente sa che una delle mie ossessioni catastrofiste per il futuro è l'esclusione di enormi masse di persone da ogni elementare forma di sostentamento, o se non altro la condanna a una vita in condizioni di estremo disagio. Grazie ai prodigi e alle meraviglie della globalizzazione, mi aspetto inoltre che questa catastrofe tocchi anche, e forse soprattutto, i paesi dove oggi come oggi ci si sente in qualche modo un minimo "garantiti." Corollario: l'estremo privilegio di quel ridotto ceto che possiede, controlla e fa funzionare tutto il meccanismo. Del corollario però me ne frega abbastanza poco, visto che sarei (non so voi) nella massa di quelli che si impoveriscono e non uno di quei pochi che si avvantaggerebbero di questa situazione.
giovedì 5 novembre 2015
L'horror come critica del capitalismo?
Un link per farsi due risate (tutto in lingua straniera purtroppo). Il sito è marxist.com, ma non è che voglia sparare sulla croce rossa, anzi ho sempre ritenuto che il filosofo di Treviri avesse creato un'analisi molto acuta dei problemi della società capitalista (avrebbe dovuto fermarsi lì, anziché proporre delle soluzioni). Quando però nell'anno di grazia 2015 si fa una citazione scrivendo "la società capitalista è ed è sempre stata un orrore senza fine" bisognerebbe avere il pudore di riconoscere che un ottimo esempio storico di come si possa fare di peggio ci sia venuto proprio dai paesi comunisti.
lunedì 2 novembre 2015
The Final Girls
Questo è un film horror che ai critici cinematografici piacerà un sacco perché, creando una situazione assurda, con dei personaggi che finiscono dentro un altro film (rendendosene conto), permette di usare per descriverlo i paroloni come metacinema. Ovvero cinema che parla di cinema, dove si prendono in giro i canoni di un certo genere, e perfino metacinema elevato al quadrato, visto che abbiamo un film (fittizio) in cui i protagonisti entrano e prendono un ruolo, e questo a sua volta ha un riferimento precedente, in un flahback in bianco e nero (la genesi del cattivo che poi andrà in giro ad ammazzare la gente). Sto parlando di The Final Girls, che è senz'altro una pellicola più attinente al fantastico che non al vero e proprio horror, anche se la base sarebbe quella. Dal momento che abbondano i momenti comici lo si potrebbe definire una commedia un po' macabra, ma in realtà c'è anche una certa dose di dramma e di dolceamaro... be' è un po' difficile da inquadrare. La doverosa premessa è che non bisogna cercare una logica o una rigorosa coerenza in quello che succede: pensate a divertirvi e non sarete delusi.
All'inizio, una delle protagoniste principali (Malin Åkerman nei panni di Amanda) attrice con scarso successo, nessun marito, bollette da pagare e una figlia a carico, schiatta malamente in un incidente stradale. Com'è possibile, se è una delle protagoniste? Ci arriveremo tra poco.
All'inizio, una delle protagoniste principali (Malin Åkerman nei panni di Amanda) attrice con scarso successo, nessun marito, bollette da pagare e una figlia a carico, schiatta malamente in un incidente stradale. Com'è possibile, se è una delle protagoniste? Ci arriveremo tra poco.
sabato 31 ottobre 2015
Sorti e Monaldi, chi sono costoro?
Solo una curiosità. Arriva a bomba un articolo del corriere che svelerebbe l'esistenza di due scrittori italici che, per misteriosa costrizione vaticana, sono ignoti al pubblico della penisola nonostante incredibili fasti in mezzo mondo. Avrebbero scoperto fatti clamorosi e assai scomodi che sono alla base dei loro romanzi storici. A me la storia interessa molto (quando è vera però, non romanzata) e mi meraviglia di non aver mai saputo nulla di questi due. Mi meraviglia anche che uno certe cose non le sveli in un saggio storico e invece ci faccia un romanzo, in verità... Ma allora di che si tratta? Di una mia amnesia (ovviamente del resto non sto tutto il giorno dietro ai libri, magari potessi...) o di una mossa di marketing assai spregiudicata?
Se sapete l'inglese potete anche leggere cosa pensa il Vaticano (e cosa dissero a Mondadori) su questa ipotesi del boicottaggio.
Se sapete l'inglese potete anche leggere cosa pensa il Vaticano (e cosa dissero a Mondadori) su questa ipotesi del boicottaggio.
martedì 27 ottobre 2015
Crimson Peak
Crimson Peak lo aspettavo da un po', memore del capolavoro creato da Guillermo del Toro con Il Labirinto del Fauno. Per certi aspetti non è affatto quello che mi aspettavo. La storia è essenzialmente un grande classico, un film in costume in bianco e nero come si facevano tanto tempo fa ricreato in magnifici colori; la trama e le atmosfere da sviluppare impongono anche un passo narrativo che all'inizio stanca un poco, e, peggio ancora, i mostri, che qui sono essenzialmente degli spettri, non fanno paura. Non è che siano fatti male, ma si comportano come si comportano tutti i bravi fantasmi di tutti i film da cento anni a questa parte: la fantasia nella creazione, e il comportamento inquietantissimo di certe creature orrende del Labirinto qui non li ho visti. Insomma, Del Toro ha voluto creare un film gotico, non un film dell'orrore, e non lo ha mica nascosto del resto, quindi tocca farsene una ragione.
martedì 20 ottobre 2015
It Follows
Una ragazza si apparta con un coetaneo, lui dopo il rapporto la rapisce e le spiega che le ha trasmesso una maledizione, da lui ricevuta nello stesso modo da parte di un'altra giovane. Poi la libera e si dilegua senza lasciare traccia. Adesso la nostra povera protagonista dovrà sfuggire a una minaccia mortale. Un po' la storia di The Ring con l'amplesso al posto della visione del filmato maledetto? Se così fosse, It Follows ("ti segue") potrebbe candidarsi al ruolo di peggiore boiata degli ultimi anni. Invece la storia pur non essendo molto complessa è carica di altri significati. Il regista David Robert Mitchell, che è anche lo sceneggiatore, ha creato la trama di It Follows traendo spunto da un ricorrente incubo da lui sperimentato, incubo in cui era seguito da qualcuno, un ricordo confuso dove predominava una sensazione di ansia. Il film riesce a catturare un'atmosfera onirica e a trasmetterla allo spettatore, almeno in alcune parti. Bisogna fare indubbiamente uno sforzo per dare un senso a quello che si sta vedendo; è una sensazione che con me può fare fiasco se il regista esagera, nel senso che posso facilmente stancarmi di cercare il significato, se sento che si sta giocando troppo a nascondermelo. Ma in questo film non c'è un messaggio del tutto preciso, e non c'è la pretesa che ci sia, lo spettatore deve fare i conti con le sensazioni che gli vengono trasmesse, partendo da alcuni indizi che sono però decisamente chiarificatori. A Mitchell, molto bravo a creare la tensione e scene enigmatiche, va anche riconosciuta la capacità di seguire apparentemente gli stereotipi del genere horror ma di rovesciarli completamente o farne un utilizzo insolito.
venerdì 16 ottobre 2015
New York
Quest'anno una curiosità repressa a lungo mi ha portato negli Stati Uniti. Non ho mai avuto una grossa simpatia per il paese più importante e forte del mondo e questo (oltre al costo, la scomodità e lunghezzza del viaggio ecc...) mi ha sempre indotto a rinviare questa esperienza. La convinzione che prima o poi un'occhiata ce la dovessi dare (e se per caso avessi avuto la conferma che gli USA mi stanno di traverso mi sarei messo il cuore in pace) mi ha alla fine condotto a prendere la decisione, prima di essere troppo acciaccato per farlo, visto che sono abbondantemente negli -anta.
Io non sono troppo interessato alle bellezze naturali: ovviamente le ammiro, ma non posso basare un viaggio solo su di quelle. Pertanto andare a visitare cascate, canyon e parchi l'ho escluso in partenza. Avevo il timore - probabilmente è uno stereotipo, ma chissà - che la maggior parte delle città yankee fosse fatta con lo stampino (palazzoni moderni e anonimi, macdonald, shopping mall) e pertanto ho deciso di puntare a un luogo di interesse sicuro: New York. Ho scelto male il periodo perché, sappiatelo, a settembre a New York si può ancora bollire di caldo, ma per fortuna non ha mai piovuto. Mi sono concesso otto giorni di visita e ne è valsa la pena.
Io non sono troppo interessato alle bellezze naturali: ovviamente le ammiro, ma non posso basare un viaggio solo su di quelle. Pertanto andare a visitare cascate, canyon e parchi l'ho escluso in partenza. Avevo il timore - probabilmente è uno stereotipo, ma chissà - che la maggior parte delle città yankee fosse fatta con lo stampino (palazzoni moderni e anonimi, macdonald, shopping mall) e pertanto ho deciso di puntare a un luogo di interesse sicuro: New York. Ho scelto male il periodo perché, sappiatelo, a settembre a New York si può ancora bollire di caldo, ma per fortuna non ha mai piovuto. Mi sono concesso otto giorni di visita e ne è valsa la pena.
mercoledì 7 ottobre 2015
EXPO Milano 2015
Non è durata moltissimo la mia visita a EXPO 2015. Dopo essere stato da poco a New York (non ne ho ancora parlato) era difficile trovare grandi attrattive in una manifestazione che in fin dei conti è una grossa fiera, con qualche filmato e attrattiva da vedere e merce in vendita, interessante quanto si vuole ma senza le meraviglie di un Metropolitan Museum (poi ovviamente ognuno ha il suo punto di vista). Considerando che la coda per entrare in tutti i padiglioni tranne i più miserelli era davvero notevole (nonostante io ci sia andato di mercoledì) il rapporto sbattimento/soddisfazione era veramente svantaggioso e dopo un po' me ne sono andato. Non è che voglia muovere chissà quale critica, semplicemente provengo da una overdose di lunghe giornate in piedi e non avevo troppa voglia di farmene un'altra: non ho ovviamente voluto mancare a una occasione forse irripetibile (Expo in Italia, per giunta nella città in cui vivo) ma appena mi sono stufato, nel primo pomeriggio, sono tornato alla fermata della metropolitana.
lunedì 5 ottobre 2015
Spettacoli a venire
Segnalo due articoli su Fantasy Magazine: il primo è sui prossimi sviluppi riguardanti l'opera di Patrick Rothfuss, il secondo riguarda la possibilità di avere una miniserie sul mondo di Watchmen, la serie grafica di Alan Moore, già portata sugli schermi alcuni anni fa.
Devo dire che enrambe le notizie mi incuriosiscono positivamente, per una volta tanto (a essere delusi si fa sempre in tempo ma speriamo di no). Una storia come quella di Watchmen a mio parere può prendersi tempo, più tempo di un film per quanto lungo, per essere sviluppata, e c'è senz'altro spazio per tante trame collaterali riguardante il "vecchio" mondo di supereroi che nella storia di Moore è appena accennato come prologo: difficile sarà se mai creare un finale originale allo stesso livello della serie grafica. Per quanto riguarda la creatura di Patrick Rothfuss, quella Kingkiller Chronicle che al primo libro mi aveva colpito così positivamente e magicamente, vorrei davvero che se ne facesse qualcosa (al secondo libro la magia devo ammettere era finita, ma sono ancora curioso di sapere come andrà a finire, purché non ci vogliano troppe pagine per arrivarci). Anche qui penso che una serie televisiva sarebbe molto più adatta di un film.
Devo dire che enrambe le notizie mi incuriosiscono positivamente, per una volta tanto (a essere delusi si fa sempre in tempo ma speriamo di no). Una storia come quella di Watchmen a mio parere può prendersi tempo, più tempo di un film per quanto lungo, per essere sviluppata, e c'è senz'altro spazio per tante trame collaterali riguardante il "vecchio" mondo di supereroi che nella storia di Moore è appena accennato come prologo: difficile sarà se mai creare un finale originale allo stesso livello della serie grafica. Per quanto riguarda la creatura di Patrick Rothfuss, quella Kingkiller Chronicle che al primo libro mi aveva colpito così positivamente e magicamente, vorrei davvero che se ne facesse qualcosa (al secondo libro la magia devo ammettere era finita, ma sono ancora curioso di sapere come andrà a finire, purché non ci vogliano troppe pagine per arrivarci). Anche qui penso che una serie televisiva sarebbe molto più adatta di un film.
sabato 3 ottobre 2015
Sopravvissuto - The Martian
Con Prometheus, Ridley Scott mi aveva fatto sospettare di aver perso il tocco magico per la fantascienza. Con Sopravvissuto - The Martian il grande vecchio che ci ha dato a suo tempo Alien e Blade Runner è tornato a degli ottimi livelli. Il film, con un grande Matt Damon come protagonista, è piuttosto lungo, ma riesce a tenere incollata l'attenzione. Matt Damon offre una robusta prestazione nei panni di un astronauta che deve affrontare una terribile incognita (rimanere isolato con pochi mezzi in un ambiente ostile) ma accetta la sfida con enorme determinazione, anche se non si fa grandi illusioni. Nello stesso tempo, la NASA si adopera per salvarlo, e il mondo rimane con il fiato sospeso.
Per curiosità, Matt Damon è proprio lo stesso attore che in Interstellar partecipava al lancio di esploratori nello spazio per trovare un pianeta che potesse dare speranza alla popolazione terrestre: finiva in un luogo inospitale e, pur di farsi raccattare dalla successiva spedizione spaziale, spediva un rapporto in cui raccontava balle sulla qualità del posto che aveva esplorato, sperando (umanamente comprensibile) di salvare la pelle, a scapito di tutti gli altri. Qui invece è un eroe. Dallo stesso Interstellar viene anche un'intrepida Jessica Chastain (qui nel ruolo della comandante dell'astronave, con tanto di sensi di colpa per aver perso un uomo). Meritano una menzione anche Sean Bean e Jeff Bridges.
Per curiosità, Matt Damon è proprio lo stesso attore che in Interstellar partecipava al lancio di esploratori nello spazio per trovare un pianeta che potesse dare speranza alla popolazione terrestre: finiva in un luogo inospitale e, pur di farsi raccattare dalla successiva spedizione spaziale, spediva un rapporto in cui raccontava balle sulla qualità del posto che aveva esplorato, sperando (umanamente comprensibile) di salvare la pelle, a scapito di tutti gli altri. Qui invece è un eroe. Dallo stesso Interstellar viene anche un'intrepida Jessica Chastain (qui nel ruolo della comandante dell'astronave, con tanto di sensi di colpa per aver perso un uomo). Meritano una menzione anche Sean Bean e Jeff Bridges.
giovedì 1 ottobre 2015
Libertà a rischio: il giornalismo.
Un recente articolo de La Stampa mi ha spinto a fare alcune riflessioni sul giornalismo e sui giornali come media (i giornali su carta, in rete, ma anche la loro versione televisiva). Jonathan Franzen, scrittore, il cui pensiero possiamo seguire anche qui (in inglese), dice in parole povere che internet è un nuovo totalitarismo. Chi urla più forte ha ragione, la verità non conta più niente. "Se pensate che io stia esagerando è perché non avete compreso la natura del totalitarismo. Non sono le parate, la polizia segreta, l'ideologia. È che abbiamo adesso qualcosa rispetto a cui non hai altra scelta se non relazionarti. Di continuo. In ogni aspetto della tua vita. È questa l'ambizione dei tecnocrati, che non ci sia mai un momento in cui non ti relazioni con la tecnologia." I professionisti del giornalismo, sostiene Franzen, non riescono più a farsi pagare. Le notizie vengono subito linkate e copiate, quindi il lavoro rubato. E poi abbiamo i blogger, i "citizen journalist" ovvero chiunque abbia uno smartphone e vada a dire la sua sui social network, i leakers, e via dicendo. La gente riceve solo opinioni contrapposte, e di solito contrapposte violentemente. Verità o presunte tali che si affermano perché la gente urla. Balle che diventano verità perché tanti le urlano.venerdì 25 settembre 2015
Red Country
A chiudere (forse) coi romanzi ambientati nel mondo della Prima Legge di Joe Abercrombie arriva questo Red Country, e va subito detto che è una chiusura in sordina. Il libro non ha certo la potenza di The Heroes, né la cruenta passione di Best Served Cold. Alcuni personaggi che conosciamo da molto tempo ricompaiono, e uno si congeda "definitivamente" nel senso che muore in maniera abbastanza convincente, al di là di ogni possibile escamotage per resuscitarlo in seguito - se mai all'autore venisse voglia. La storia finisce, se vogliamo, in gloria, con i buoni che riescono a cavarsela, e questo non posso dire che mi dispiaccia. Il problema è un altro. Abercrombie in questo libro opera una commistione (fa un cross over, se vogliamo dirla in maniera elegante) tra due generi, e lo fa in una maniera che non mi ha convinto affatto. Red Country non è in effetti un romanzo fantasy, ma un tipico western, per quanto manchino le Colt e i fucili Winchester. E non lo dico perché c'è qualche elemento che lo faccia pensare, ma perché tutto l'impianto della storia è tipico di una storia western. C'è anche il presagio di un mitico duello finale, roba da film di Sergio Leone, una resa dei conti tra due personaggi che hanno una partita in sospeso da molto tempo. Un duello che si farà aspettare parecchio. Se volete proprio sapere di che si tratta, lo scrivo più avanti in modo da non anticipare qui elementi fondamentali della trama.
venerdì 18 settembre 2015
Un protagonista sconosciuto
Tra le mie letture "non-fantastiche" di quest'anno c'è la biografia di un personaggio che ormai comincia a sbiadire tra le pieghe della storia, e anzi non è mai stato veramente alla ribalta (contro la sua volontà, direi), eppure ha avuto un'influenza non indifferente sulla cultura del XX secolo. Il libro è Fury on Earth di Myron Sharaf e il personaggio in questione è Wilhelm Reich (1897-1957), uno dei padri sconosciuti della psicanalisi (sconosciuto e misconosciuto in quanto ebbe con la Società Psicanalitica una separazione aspra per quanto del tutto consensuale). Si tratta di un personaggio senz'altro interessante, potendo vantare di aver avuto tra i propri nemici gli psicanalisti che lo hanno isolato, i nazisti della Germania di Hitler da cui è dovuto fuggire, i comunisti che lo hanno espulso dal partito e infine gli Stati Uniti che lo hanno messo in galera (per inciso, è anche riuscito a farsi odiare o quanto meno disprezzare dalla comunità scientifica).
Uno dei primi allievi di Freud, Reich iniziò ad esercitare la professione di psicanalista a Vienna subito dopo la Prima Guerra Mondiale a soli 22 anni, in un'epoca pionieristica in cui non erano fissati rigorosamente i requisiti per esercitarla - lui fu uno di coloro che iniziarono a delinearli - e si distinse per l'energia che era capace di spendere non solo nel lavoro, dove ebbe precoce fama e successo, ma anche nella ricerca teorica, nella diffusione delle idee e nel lavoro sociale connesso. Si distinse tra i colleghi per molti aspetti. Innanzitutto perché non si limitava a scrivere articoli o libri e a farsi pagare profumatamente dai pazienti che si accomodavano sul lettino, ma cercava di impegnarsi socialmente e politicamente sia nel portare aiuto terapeutico alla gente comune, non in grado di pagare la terapia psicanalitica, che nel propagandare la contraccezione e la libertà sessuale (due temi che potevano portare parecchi guai all'epoca).
Uno dei primi allievi di Freud, Reich iniziò ad esercitare la professione di psicanalista a Vienna subito dopo la Prima Guerra Mondiale a soli 22 anni, in un'epoca pionieristica in cui non erano fissati rigorosamente i requisiti per esercitarla - lui fu uno di coloro che iniziarono a delinearli - e si distinse per l'energia che era capace di spendere non solo nel lavoro, dove ebbe precoce fama e successo, ma anche nella ricerca teorica, nella diffusione delle idee e nel lavoro sociale connesso. Si distinse tra i colleghi per molti aspetti. Innanzitutto perché non si limitava a scrivere articoli o libri e a farsi pagare profumatamente dai pazienti che si accomodavano sul lettino, ma cercava di impegnarsi socialmente e politicamente sia nel portare aiuto terapeutico alla gente comune, non in grado di pagare la terapia psicanalitica, che nel propagandare la contraccezione e la libertà sessuale (due temi che potevano portare parecchi guai all'epoca).
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