mercoledì 13 aprile 2016

On Killing

Questo libro richiama gli argomenti di On Combat, di cui ho parlato qualche tempo fa. In effetti è stato scritto prima. Il titolo è On Killing e l'autore uno dei due che hanno scritto On Combat, Dave Grossman, e mentre ci sono in embrione tutti gli argomenti di cui il secondo libro parla, si concentra più sul fatto base dell'uccidere, com'è, come ci si riesce, quali sono i pensieri che si accompagnano all'azione e le conseguenze. Una questione piuttosto delicata perché, se è vero che ci sono ancora, pure in Italia, dei posti e delle situazioni dove è molto naturale "doversi battere" ed eventualmente farlo fino alle estreme conseguenze, la maggior parte della gente che è in grado di tenere in mano un libro e leggerlo è molto lontana da esigenze di questo tipo: ne siamo rimossi psicologicmanete e culturalmente.
D'altra parte, esiste una reticenza naturale, un istinto animale che spinge a non fare del male al proprio simile. E anche una tendenza a non prendere per buone le pretese dei comandanti militari che ti dicono di fare una cosa o l'altra. E così, prendendo il via dagli studi di un ufficiale statunitense, S.L.A. Marshall (le lettere stanno per Samuel Lyman Atwood), Grossman ci rivela che i soldati hanno sempre, in buona parte, evitato di ammazzare altri uomini, se potevano evitarlo. Gli studi di Marshall hanno rivelato che durante la Seconda Guerra Mondiale solo il 15 o 20 per cento dei soldati cercava di uccidere dei nemici. Si parla qui del soldato di fanteria col fucile in mano, che a quanto pare è spesso passivo, anche quando in pericolo di essere a sua volta ucciso. L'equipaggio di un bombardiere o quello di un carro armato esegue generalmente i propri compiti, le armi pesanti (cannoni) e le armi di squadra (mitragliatrici) di solito sparano, ma il soldato da solo con la sua arma individuale, a quanto sembra, spesso si limitava a sparare in aria o non sparava per niente, a meno che non ci fosse nelle vicinanze un ufficiale che lo esortava e controllava.


Questo, per Marshall, era vero di tutti gli eserciti. Lo studio di questo ufficiale è stato criticato aspramente perché, si è scoperto, egli non teneva accurata documentazione delle interviste che faceva ai combattenti e forse si inventava dei particolari, e mise in giro informazioni non veritiere riguardo a se stesso. Grossman ne è consapevole ma, usando altra documentazione, anche riferita a epoche precedenti, afferma che si può arrivare alla conclusione che, comunque abbia svolto le proprie ricerche, Marshall sia giunto a conclusioni corrette.

Ad ogni modo gli studi di Marshall hanno dato il via a una riforma nell'addestramento dei soldati, che (negli USA) è diventato molto più realistico, con l'aggiunta di una certa enfasi sulla parola uccidere e altri condizionamenti (parola molto usata in questo libro) che servono a scavalcare la naturale ritrosia a sparare al proprio simile. Qualcosina di questa riforma, che portò una percentuale di uomini che sparano del 95 % ai tempi della Guerra del Vietnam, scivolò anche nel sonnacchioso esercito italiano, se interpreto correttamente quello che ci disse un tenente nei primi giorni di naja descrivendo i doveri del soldato in guerra. Ero stato così scalognato da finire nella fanteria, e quindi ero in un'aula di pecoroni a sentire queste istruzioni (era il 1986). Il tenente affermò cose semplici tipo cercare di fare il possibile anche se feriti, non commettere atrocità su eventuali prigionieri e via dicendo, ma per prima cosa disse con una certa enfasi: "Dovrete sparare," e aggiunse "sparare per uccidere." All'epoca pensai qualcosa tipo, cosa cavolo ce lo dice a fare? Ma in effetti ammazzare qualcuno, anche in guerra, non è così facile. Lui che era un tenente sapeva, probabilmente, che tra i suoi compiti c'era spronare quelli come me, che credevano magari di poterlo fare ma che poi, al dunque, forse non lo avrebbero fatto.(*)






Gli elementi in ballo nella decisione di sparare o no sono molteplici. Innanzitutto il comando di un'autorità riconosciuta (dal governo al tenente che ti dice che devi sparare), e il fatto che questa autorità sia vicina, ovvero che venga a prenderti a pedate se non spari (tenenti e sottufficiali, in genere). Poi l'assoluzione e l'incoraggiamento del gruppo, dei tuoi compagni, della società eccetera. Le armi che vengono azionate da più di una persona di solito sparano perché uno non deve fare un grande sforzo per compiere il proprio ruolo di routine nell'equipaggio dell'arma, è certamente più difficile e pericoloso dire agli altri cose tipo "Chi ce lo fa fare?" Poi c'è la distanza fisica e psicologica della vittima. Il pilota che sgancia le bombe da cinquemila metri di quota non prova grandi emozioni, il soldato di fanteria che guarda in faccia il nemico può avere dei grossi problemi, anche se il nemico è una minaccia. Interfacce tecnologiche (cannocchiale di cecchini, visori a infrarossi eccetera) riducono questa naturale e "animale" riluttanza. La propaganda è uno strumento potente nel dipingere il nemico come qualcuno che merita di essere ucciso (ma non è detto che il singolo soldato si convinca che debba farlo lui). Infine c'è la natura del personaggio da cui ci si aspetta che spari. Un cacciatore è più facile che spari (ma non è detto). Uno psicopatico, o uno che in tempo di pace è un criminale, potrebbe essere un ottimo soldato, uno a cui i compagni di squadra passano le proprie munizioni perché fa tutto lui da solo.

Dopo aver ucciso, c'è una serie di conseguenze di cui tenere conto. Qualcuno sente poco o niente, altri provano una grandissima soddisfazione, ma prima o poi un sentimento di colpa viene a mordere duramente quelli che hanno ucciso (vale spesso anche per la polizia). La famosa sindrome post traumatica da stress. Io sospetto che ai tempi duri dell'antica Roma o delle guerre napoleoniche ce ne fosse molto meno, e per diversi motivi, ma è sempre esistito il problema di reinserire il veterano nella società. In tempi in cui c'era sempre una guerra da combattere magari il problema non si poneva neanche. Penso che oggi il soldato che torna dall'Afghanistan o dall'Iraq nelle nostre società anonime (dove in fin dei conti a nessuno frega di lui, delle sue sofferenze, dei suoi sforzi ecc...) debba sentire un pesante straniamento.
Nella guerra del Vietnam la tragedia maggiore fu che il soldato al termine del suo servizio, quel soldato che era stato condizionato a superare la sua avversione e a mettersi nella condizione di "sparare per uccidere" quasi nel cento per cento dei casi, si vide ritirata la solidarietà del gruppo (per usare i concetti di Grossman) quando tornò a casa. Proprio nel momento più difficile i veterani constatarono che i loro cittadini li chiamavano assassini e sputavano loro addosso, e non c'è da stupirsi se quella guerra ebbe conseguenze mentali così serie su chi la dovette combattere.
Giudizio finale: On Killing è molto più conciso, serio e "sul pezzo" dell'altro libro, On Combat. Con tutta la distanza che potete avere verso il personaggio che l'ha scritto, vi consiglio di darci un'occhiata se questi argomenti vi incuriosiscono.


(*) Nota: oggi l'addestramento dell'esercito italiano è, credo, molto ricalcato sul funzionamento degli eserciti alleati, visto che in alcuni casi i nostri soldati devono fare sul serio. Ai miei tempi era decisamente una buffonata.

2 commenti:

cartatraccia ha detto...

Molto interessante! Un aiuto enorme per scrivere contesti di guerra in modo realistico.

Bruno ha detto...

be', tutto quello che vedete nei film è più o meno falso...