lunedì 21 settembre 2009

Meno male che ci sono i Francesi



Come mai questa affermazione favorevole ai mangiarane? Perché ormai sono rimasti da soli a mantenere in vita il fumetto occidentale di qualità (e disegnato senza i tratti tipici dei manga). Certo, ci sono anche gli USA, ma più che supereroi da lì non arrivano. Il fumetto di qualità in Italia è moribondo (ricordo i bei tempi in cui potevi trovare facilmente in edicola ottime riviste, c'è da mettersi a piangere), certo io non disprezzo il fumetto popolare bonelliano tipo Dylan Dog, Tex e compagnia, ma è un'altra storia.
Esaurito questo piagnisteo, la mia ultima lettura a fumetti è Lanfeust di Troy, disegnato da Didier Tarquin e scritto da Cristophe Arleston, un fantasy accattivante e dal bel tratto che esordisce con questa premessa:
Troy è un mondo fantastico e sorprendente: grazie ai savi di Eckmul che fanno giungere la forza della magia sin nei villaggi più remoti, ciscun individuo possiede un solo potere, che può essere utile quanto inutile, ridicolo quanto temibile.

La memoria m'è corsa a Graceling di Kristin Cashore:
Tutti i Graceling hanno gli occhi di due colori diversi. Tutti i Graceling hanno un Dono. Difficile è però sapere quale Dono possiedono:a volte anche per loro stessi è duro capirlo e controllarlo.
Ci sono Doni quasi inutili, come ripetere le parole al contrario o di ricordare certi dettagli. Katje ha diciotto anni e il suo Dono è un'arma terribile...

Senza andare a pensare che per forza uno debba aver copiato dall'altro, temevo che la storia fosse identica. Per fortuna non è così, i punti di contatto sono davvero minimi. C'è anche qui l'eroe che dispone di un enorme potere, ed è Lanfeust, il protagonista. Ma è un eroe piuttosto ingenuo che necessita della guida di un saggio (il vecchio savio Nikoledo) e in tante situazioni non potrebbe cavarsela senza la forza bruta di un assistente, il troll Hebus. E' la magia di Nikoledo che ha trasformato Hebus da selvaggio massacratore pronto a divorare chiunque a forzuto ma simpatico alleato della combriccola: a volte però l'effetto di questa magia si esaurisce (per effetto di eventi traumatici, ad esempio) e gli esiti sono tragicomici e truculenti (di sangue versato in questa storia ce n'è parecchio, ma con allegria).
Si aggiungono alla comitiva le due figlie di Nikoledo: una è la guaritrice C'ian fidanzata di Lanfeust, l'altra la capricciosa e seduttrice Cixi, che più di una volta cerca di carpire le attenzioni di Lanfeust, provocando l'ira di C'ian. Cixi ha il dono di far evaporare oppure trasformare in ghiaccio l'acqua. Questi due personaggi femminili mi sono sembrati, almeno in parte, riempitivi che fanno da spalla per creare situazioni comiche e piccanti, e permettono al disegnatore di sfoggiare qualche nudo qua e là.
La storia è abbastanza semplice ma non brevissima. I due volumi di Lanfeust usciti in Italia accorpano ciascuno diverse storie, tutte entro la struttura di una trama più ampia. Basterà dire che i poteri di Lanfeust gli procurano più grattacapi che benefici, e ovviamente attirano degli avversari contro cui dovrà vedersela.
Bel tratto nei disegni , sufficientemente virtuosi e realistici per i miei gusti, ma ancora graziosamente fumettistici. Lanfeust mi ricorda per caratteristiche grafiche e storia (entrambe un po' in peggio) la saga di Velissa di Le Tendre e Loisel, per chi sa di cosa sto parlando (c'è un post che la riguarda in questo blog, comunque).
Direi che ho detto abbastanza. Per l'appassionato di fantasy questa lettura dovrebbe essere piacevolissima, quasi a colpo sicuro.

giovedì 17 settembre 2009

Manuali di scrittura



Ho terminato di leggere l'ennesimo manuale: Scrivere un Romanzo di Donna Levin (Dino Audino Editore).
Sono uno di quei poveretti che li trovano interessanti: anzi molto stimolanti, per giunta. Ne ho letti parecchi, oltre ad aver partecipato a due corsi di scrittura creativa. I titoli non li ricordo nemmeno tutti... di sicuro una lettura importante è stata quella dei manuali di Orson Scott Card editi a suo tempo per la Nord: illuminante e piacevole, devo dire che forse mettendo insieme i manuali verrebbe un numero di pagine eccessivo ma anche che, almeno a spizzichi e bocconi, me li sono anche riletti volentieri.
Il Manuale di Scrittura Creativa di Franco Forte ha il pregio di essere invece estremamente sintetico, di avere una quantità di indicazioni interessanti anche dal punto di vista formale e grammaticale; possiede un ulteriore vantaggio verso qualsiasi manuale scritto da autori stranieri che vivono una situazione diversa: ha degli utili cenni su come porsi, e proporsi, di fronte al potenziale editore.
Anche quest'ultimo manuale che ho appena terminato ha i suoi vantaggi: innanzitutto è generalmente molto sintetico e dritto al punto, pur non mancando di riflessioni generali che in questo tipo di testi sono indispensabili e non comprimibili più di tanto. Contiene molti suggerimenti sulla forma del paragrafo e della frase, che non ho trovato altrove, e delle esercitazioni anche abbastanza interessanti, per quanto abbia fatto ben poco e quasi solo a mente. Un manuale dinamico e compatto, se siete in certa di una lettura di questo genere ve lo consiglio.

Io questo tipo di manualistica la apprezzo e devo dire che mi ha aiutato molto a dipanare le matasse inconcludenti di quando avevo 18, 19 anni, volevo dire tutto e non riuscivo a scrivere niente di sensato. Resta però il problema di quelle persone che leggono questi manuali e non sanno più liberarsene. Di quelli che seguono pedissequamente, di quelli che, anche nelle case editrici, usano lo show don't tell come una regola sacra in nome della quale infliggere un giudizio negativo alla prima infrazione, senza possibilità di appello.

C'era una volta il blog di Simone Navarra (c'è ancora, ma è un altro, quello vecchio non è più aggiornato) dove l'autore faceva delle operazioni molto divertenti, spiegando perché i capolavori della letteratura oggi sarebbero bocciati senza speranza, e quelle sacre regole c'erano sempre di mezzo.
Ecco, io credo che bisognerebbe chiedersi se un libro è bello e funziona, e non se segue a dovere le sacrosante regole. Detto questo, per chi sa capire che uso farne, sono sempre pronto a elogiare i manuali di scrittura creativa.

Perché intendiamoci, le regole del mercato sono ancora più spietate, e più dannose per la creatività. Del resto, se vuoi scrivere per avere un pubblico...

sabato 12 settembre 2009

Pan



Libri italiani di argomento fantastico che abbiano avuto successo ce n'è decisamente pochi, e di solito sono libri per bambini o creati per assecondare i gusti di un pubblico di massa (beato chi sa farlo, per carità, ma a me non piacciono). L'unica eccezione alla regola in tempi recenti penso sia stato Pan, romanzo urban fantasy di Francesco Dimitri. Autore che con i miti, il paganesimo e il sovrannaturale bazzica parecchio, a giudicare dalla sua precedente produzione. Autore già affermato e uno dei pochissimi, o forse il solo, che gioca in "Serie A" nell'asfittico panorama del fantasy italiano per adulti.

Perciò non potevo esimermi dal leggerlo, anche se mi sono preso il mio tempo. Il libro è ambientato fondamentalmente in Italia (a Roma e dintorni), e riprende con originalità la storia del dio Pan contaminando elementi diversi quali la religiosità pagana (con le due facce di Apollo e Dioniso, razionalità e giocosità istintiva), lo sciamanesimo, il giocoso Peter Pan di James Barrie (da cui trae l'antagonista della storia, Capitan Uncino). Il tutto fa irruzione nella Roma contemporanea: Pan è tornato! E complimenti per aver creato questa atmosfera in una città che col suo cinismo solidificato nella pietra millenaria, reputo (nonostante tutti i suoi miti e misteri) l'ultimo dei luoghi dove riuscirei a immaginarmi l'arrivo del fantastico.
L'autore ha tenuto in buon equilibrio questi elementi diversi, e anche se (come è il mio pallino) si potrebbero trovare delle debolezze nelle giunture tra il fantastico e il quotidiano, non ci si fa assolutamente caso durante la lettura. Azzeccato (forse anche perché non c'è la pretesa di spiegarlo troppo) lo stratagemma di introdurre diversi aspetti della realtà (Carne, Incanto, Sogno), che introducono la possibilità di parecchi elementi indispensabili per lo sviluppo della storia (ad esempio, l'Isolachenonc'è). Ben congegnata la trama che introduce una famiglia all'inizio apparentemente normale ma che sarà in futuro al centro della disputa tra Pan e il suo rivale di sempre, Capitan Uncino. Rivale che prende le sembianze, all'inizio, di un noioso e fastidioso benestante romano, presentato subito come un personaggio influente.

Le nefandezze vengono compiute sia dai buoni che dai cattivi e se Pan in un dato momento si presenta con una lista di nemici da combattere (non molto dionisiaco, questo) generalmente rimane in carattere come un essere potente ma imprevedibile e caotico; è l'unica speranza di salvezza dalla minaccia di un mondo rigidamente regolato e controllato ma fa paura anche a quelli che si battono con lui. L'autore, va detto, si intromette continuamente nella storia con le sue opinioni e la sua morale. Scelta che dal mio punto di vista non funziona benissimo, per due motivi: innanzitutto perché si sovrappone a delle belle scene e a bei dialoghi sottraendo un po' di visibilità ai suoi personaggi, in secondo luogo perché trascina nella storia un punto di vista eccessivamente giudicante e intriso di ideologia, peraltro anche già abbastanza sentita e risentita.
Se posso muovere una critica alla trama, trovo (spoiler!) davvero poco credibile la scarsa attenzione e reazione dei ragazzi alla morte di Silvia: so benissimo che questo fatto è motivato nel libro, ma non mi convince lo stesso.

Il finale non lo dico, diciamo che si capisce solo in parte il mondo che ci sarà dopo, perché tra due aspetti estremi uno ha vinto, ma sono gli umani che infine hanno deciso e posto le loro condizioni.
Dopo tutta la carne che è stata messa al fuoco, è difficile mettere la parola fine in modo davvero soddisfacente, ma non importa. Questo libro sa trascinare e avvincere, e allo stesso tempo dimostra preparazione culturale, e una capacità nel gestire la complessità della trama davvero non comune. Vorrei vederlo sbarcare anche all'estero, lo meriterebbe.

domenica 6 settembre 2009

Off Topic: le straordinarie imprese del pilota Aichner



Ho interrotto le mie letture fantastiche a favore di un libro di guerra: Il Gruppo Buscaglia di Martino Aichner.
L'autore (un pilota) tratta delle imprese dell'aviazione italiana nella Seconda Guerra Mondiale e in particolare di una specialità che, si può dire, è nata e morta allora: quella degli aerosiluranti. In un'epoca in cui i missili intelligenti non esistevano (salvo qualche esperimento tedesco, come la bomba teleguidata che affondò la corazzata Roma), l'aviazione aveva due metodi per arrecare danno alle navi nemiche: il bombardamento in picchiata e appunto il siluramento (infatti le navi erano bersagli troppo piccoli per il bombardamento da alta quota). Entrambi i sistemi erano decisamente nocivi alla salute di chi li praticava, tanto che dei piloti italiani che si sono dedicati a questo tipo di specialità parecchi sono caduti dopo poche missioni.

Il libro è stato scritto da uno che ha avuto la fortuna di farcela: il sottotenente Martino Aichner, che fece parte dell'unità comandata da Buscaglia, comandante che coi suoi ripetuti successi divenne un eroe per la propaganda fascista. L'autore fu abbattuto due volte e si salvò in entrambe le occasioni; alla seconda rimase ferito e questo probabilmente lo ha molto aiutato ad arrivare vivo alla fine della guerra.

A vantaggio di quest'opera: scene di combattimento da mozzare il fiato, la sensazione della morte sempre più vicina, qualche scorcio di vita dell'epoca: un passato strano, con un'Italietta arretrata che cercava di fare la superpotenza.

A svantaggio: una certa retorica (che pure l'autore cerca di evitare) filtra necessariamente dalle citazioni e dai documenti che vengono riportati. Il fatto che si tratta della tipica memorialistica italiana di guerra, sovente imprecisa, carente di fonti oltre ai ricordi di chi scrive (e quindi incapace di darti un quadro completo della situazione), e incagliata nelle beghe personali dell'autore.
Aichner ha dovuto litigare con la Marina Militare per il riconoscimento di un affondamento effettuato col siluro (se lo era attribuito una squadra navale), e sebbene sia ben comprensibile questa voglia di verità, dal momento che fu un'azione in cui quasi ci lasciò la pelle, queste beghe fanno uno strano contrasto con le azioni mozzafiato in cui la vita e la morte sono questioni di un attimo.

Quello che mi mette malinconia è come la memoria della guerra sia sospesa tra l'oblio verso tutto ciò che fu fatto quando eravamo dalla "parte sbagliata" e l'insistenza rivendicativa, talvolta condita di retorica più che di conoscenza dei fatti, di chi rivendica la memoria per i combattenti sacrificati.
Vale anche per gli eroi degli aerosiluranti, i cui successi spesso non sono stati riconosciuti da parte nemica, e il cui eroismo quindi in molti casi va inteso come sacrificio senza risultato.
Ma indipendentemente da questo sarebbe ora che riuscissimo a ricucire lo strappo che il ventennio e la guerra civile hanno recato alla memoria della nazione, e a riconoscere come nostri quei poveri cristi, eroi e non, guerrieri arruffati e spesso straccioni che si sono trovati alle prese con una tragedia terribile.

domenica 30 agosto 2009

La Foresta dei Pugnali Volanti


Questo film m'ha presentato, praticamente, un repertorio di quello che non mi piace (e purtroppo frequentemente trovo) nello stile orientale di fare cinema. E in particolare di affrontare il wuxia, il genere fantastico tradizionale. Per me è stata un po' la prova del nove, dopo che avevo guardato con meravigliato orrore La Tigre e il Dragone di Ang Lee, che si è perfino beccato quattro premi Oscar riuscendo peraltro a non piacermi per niente.

La storia, molto semplice, si svolge attorno a un misterioso gruppo di ribelli (elemento molto comune nella letteratura popolare cinese) e nel tentativo di Jin, un capitano della polizia, di indagare per annientarli. In una serie di inganni e controinganni che esporrò qui rovinando la sorpresa a chi volesse vedere il film (ma può sempre rinunciare a leggere questa pagina!) Jin va nel locale bordello ad assaggiare la nuova ragazza di cui ha sentito parlare, una ballerina cieca di nome Mei (l'attrice è Zhang Ziyi, che è stata anche tra le star di Hero).
In effetti Mei è sospettata di essere un'agente dei Pugnali Volanti e Jin si è accordato con Leo, altro capitano della polizia e suo amico, per ingannarla. Dopo averla vista danzare ed esserle zompato addosso con furia assatanata Jin viene arrestato (per finta) dalla polizia di Leo che porta via anche la ballerina, proprio perché venga liberata in un (finto) combattimento da Jin, che ne guadagnerà così la fiducia.

Scenografie e ballo sono curatissimi quanto noiosi. L'atteggiamento sorridente e lezioso di Jin (Takeshi Kaneshiro) mentre si atteggia da cliente del bordello è quanto mai fastidioso. E le scene di combattimento cominciano a mostrare un aspetto che durante il film peggiorerà: il ricorso esagerato, irrealistico alle arti marziali, con cui ovviamente tutti i contendenti riescono a ottenere risultati incredibili, tranne i poliziotti di basso rango che vengono subissati di botte.

Jin sta quindi portando la ragazza alla sede segreta dei Pugnali Volanti, proprio il luogo che vuole scoprire. Ma in realtà la ragazza non è cieca e Leo, che è stato il suo amante, ha organizzato tutto contro di lui.
Pertanto il nostro coraggioso poliziotto è del tutto all'oscuro di come stiano le cose. L'intervento di altre forze imperiali (non controllate da Leo) rende però impossibile continuare la manfrina con i combattimenti fasulli e Jin si vede costretto a uccidere dei poliziotti che non sono al corrente della messa in scena. Più avanti, saranno i membri dei Pugnali Volanti a salvarlo dalla morte ma solo per svelargli l'inganno in cui è caduto, e catturarlo.

In tutto questo abbiamo grandi scenari naturali e combattimenti organizzati secondo una complicata coreografia. Non dico che siano elementi da disprezzare: purtroppo me ne stanco molto rapidamente.
D'altra parte nelle scene d'amore (dove la passione fra i due abbozza ma non sboccia) gli attori dimostrano che la capacità di recitare bene, volendo, ce l'hanno.

L'elemento fantastico delle scene di combattimento è una delle cose che mi annoia di più. Sebbene ci sia di peggio (le scene alla "ti spezzo in due" di certi film di arti marziali) non sopporto le esagerazioni tipo camminare sugli alberi saltando di ramoscello in ramoscello, i salti che permettono al combattente di restare in aria una buona decina di secondi mentre combatte, la precisione millimetrica delle frecce, e così via.

Per tornare alla storia, il nostro Jin sembra tradito e buggerato da tutti. Mei si è rivelata spietata e fredda come una guerrigliera vietcong, e il suo amico Leo lo ha ingannato. Ma non è così. La ragazza non ha potuto fare a meno di innamorarsi veramente di lui. E lo libera. Questo non va bene a Leo, che è dovuto rimanere lontano dal suo amore per anni, e ora è preda di una furia omicida. Le premesse per un melodrammone finale ci sono tutte, ma non rivelo come andrà a finire (però preparatevi a grande sfoggio di arti marziali, e a gente che sebbene trafitta e affettata non ne vuole davvero sapere di morire).

Morale: preferisco il cinema orientale moderno (Coreano e Giapponese, soprattutto). L'elemento fantastico dei wuxia non va bene per me.

martedì 18 agosto 2009

Gli Inganni di Locke Lamora


Una delle rivelazioni di cui ho sentito parlare tra 2007 e 2008 è Scott Lynch con il suo libro di esordio, autoconclusivo ma primo di una serie che si preannuncia piuttosto lunga, anche se per adesso è ferma a due libri. Imminente (?) l'uscita in inglese del terzo.
Il titolo in italiano del primo, pubblicato dall'Editrice Nord, è Gli Inganni di Locke Lamora; la traduzione letterale dall'inglese suona più come "le bugie" di Locke Lamora: differenza minima, ma la scelta della casa editrice effettivamente è fedele al contenuto.
Il fatto che io sia riuscito a finire questo libro soltanto adesso testimonia il mio incredibile ritardo rispetto alle letture che vorrei completare.

Punti salienti di questo libro sono l'ambientazione molto viva e interessante in cui si muovono i personaggi (dei simpatici delinquenti), l'ambientazione che ricorda la città di Venezia; il duro realismo di tante situazioni alternato a parti leggere e umoristiche; ma anche un distacco del narratore verso la materia narrata, per cui le emozioni (molto forti!) dei personaggi arrivano attutite alla mente che pur vorrebbe come sempre essere sorpresa e travolta. Gli Inganni di Locke Lamora procede alternando scorci del passato del protagonista (che vediamo in tenera età come scugnizzo solo e abbandonato, e poi diventare un professionista del crimine da adulto) ai capitoli che narrano la vicenda attuale. Tecnica che non è molto frequente e interrompe il flusso narrativo, ma che qui ha dato anche dei frutti, forse anzi l'autore l'ha saputa usare in maniera brillante.

La storia comincia in maniera in verità noiosetta, narrando delle sfortunate vicende di Locke, bambino abbandonato ridotto a ogni espediente per sopravvivere, e di come riesce a entrare nelle grazie di un maestro d'eccezione (maestro del crimine, ovviamente). Storia che potrà spiazzare (forse) chi ha letto solo fantasy, o sembrare insolita, ma che ricalca direi diverse trame del romanzo popolare anglosassone, da Dickens in poi. Quando Locke è adulto e comincia a mettere in atto i suoi ingegnosissimi crimini la trama prende vita e coinvolge: senza dubbio gli Inganni di Locke Lamora è un libro sostenuto dalla suspense e dalla capacità di Lynch nel creare una narrazione avvincente, sia pure con qualche parte meno credibile e peggio riuscita di altre.

Tornando all'altro punto forte del libro, l'ambientazione, dobbiamo notare innanzitutto che tutta la storia si svolge nella città di Camorr, nome dalla bruttissima assonanza per me, una città dalla geografia a isolotti memore della nostra Venezia ma che nelle grandi dimensioni, nell'assolutismo del potere, nella miseria e sporcizia di tanti e nell'ostentazione di opulenza da parte di chi può, mi ricorda forse qualche località mediorientale filtrata dall'immaginazione occidentale. La tecnologia sa di epoca rinascimentale anche se ad un certo punto viene citata una cella frigorifera che vorrei tanto sapere come è finita laggiù.
Camorr vive di molte influenze. Ci sono nomi decisamente italiani, ma nel miscuglio puoi trovarvi tutto il mondo mediterraneo. Scott Lynch riesce a creare il feeling di questa grande città, spendendo molti dei suoi interludi narrativi a questo scopo. A mio parere riesce a far davvero respirare la sua Camorr, diversamente dalla New Crobuzon di Miéville che invece non decolla mai a vita propria.
Camorr ha una sua religione, dodici culti più il dio dei ladri, segreto tredicesimo. Vi si fa riferimento spesso, è uno dei tratti che ancorano al fantasy questo libro che inizia in maniera tutto sommato fin troppo concreta e terrena; molto divertenti alcuni controsensi legati al culto di Aza Guilla, la temibile divinità della morte. Esiste inoltre una potente scienza alchemica, e una misteriosa materia di cui è fatta parte della città, rovine costruite da misteriosi Avi e ora riutilizzate dagli umani, e infine una magia potentissima, che entra in azione nella seconda parte della storia portando l'elemento fantastico più in primo piano.

Quindi ci troviamo di fronte a una bella ambientazione, a un paio di personaggi simpatici, a una storia avvincente. Cosa c'è invece che non va?
A mio parere Lynch scrive bene ma, per vari motivi (credo per poter comprimere tanta informazione sull'ambientazione e sulle storie dei personaggi) fa una scelta stilistica da narratore onnisciente che distacca il lettore dalle emozioni dei protagonisti. A volte non sembra che sia così, pare di essere nella testa di questo o quel personaggio, salvo poi incontrare di nuovo questa intromissione dell'autore.
Abbiamo alcuni personaggi che dovrebbero essere vivaci comprimari di Locke Lamora e invece restano poco caratterizzati (Calo e Galdo), e anche certi momenti di grande sofferenza (preferisco non anticiparveli) che non arrivano al lettore con la dovuta intensità.

Apriamo quindi un breve discorso stilistico su questo libro, con la doverosa premessa che chi scrive non si trova su nessun pulpito e nessuna cattedra, perciò potreste trovare qui alcune opinioni espresse male e, perché no, qualche castroneria.
Innanzitutto, parliamo degli infodump, ovvero delle improvvise intrusioni dell'autore che vuol dare per forza una certa informazione al lettore . Errore clamoroso da evitare a ogni costo, per chi conosce le cosiddette "regole" dello scrivere, ma se leggete questo libro e pensate al successo che ha avuto, rimarrete perplessi. Di infodump ce ne sono troppi, secondo me, a volte sono inseriti con una strana grazia che li rende più digeribili, a volte no.
Un esempio:
... in quella piccola stalla puzzolente abitava una capra Ammansita. "Non ha nome" disse Catena, mettendo a sedere Locke in groppa all'animale. "Non sono riuscito a decidermi a dargliene uno, visto che non mi risponderebbe comunque."
Locke non aveva sviluppato l'istintiva repulsione che molti ragazzi provavano per gli animali ammansiti; aveva già visto troppe brutture nella sua vita, per far caso allo sguardo vacuo di una creatura docile dagli occhi lattiginosi.
C'è una sostanza chiamata Spettropietra...

Mi interrompo qui per evitare di rivelare troppo; vi dirò che segue una pagina abbondante di spiegazione su questo elemento fantastico che avrà un ruolo importante nel libro. Ma vedete come, da una scena in cui stiamo seguendo l'agire di Catena e di Locke siamo passati a un intervento dell'autore che ci sottopone delle informazioni. Stessa cosa più avanti quando spiega chi sono i salassacani, tanto per fare un altro esempio che per me stride parecchio.

Gli interludi con cui Lynch salta al passato di Locke vanno a volte via lisci come dei flashback ben riusciti, ma a volte hanno questo stesso effetto di interrompere l'immedesimazione del lettore. Per questo dico, molta ambientazione, molta storia, ma a scapito dell'intensità.
Altro esempio (e questo consiglio di saltarlo a chi vuol leggere il libro: si vada semmai all'ultimo paragrafo): quando Capa Barsavi in una orrenda vendetta rinchiude Locke dentro un barile pieno di piscio di cavallo (azione che ha un motivo ben preciso, come sa chi ha già terminato il libro) leggiamo:
E poi sollevò Locke per il mantello, grugnendo. I suoi uomini si unirono a lui, e insieme lo issarono oltre il bordo, e lo tuffarono a testa in giù in quella porcheria densa e tiepida che cancellò il rumore del mondo intorno a lui, giù nel buio che gli bruciò gli occhi...

Abbiamo le azioni di Barsavi e dei suoi uomini, poi improvvisamente (ma nella parte precedente del brano era già successo) si passa al punto di vista di Locke che viene immerso. Poco oltre, dopo la parte che ho riportato, Barsavi chiude il barile e l'azione torna su di lui mentre Locke è rinchiuso nella micidiale e disgustosa trappola mortale. Trattandosi di una traduzione e non dell'originale in inglese devo andare con cautela, ma direi che l'autore qui sceglie di descrivere quello che vuole con un punto di vista onnisciente, e però decide di approfondire qua e là anche le sensazioni dei personaggi (l'esperienza soggettiva di Locke che viene immerso nel disgustoso liquido e non sente più i suoni della stanza in cui si trova). In questa maniera riesce a dire molto, ma l'effetto per il lettore può essere disorientante: di sicuro non sa se sentirsi partecipe delle sofferenze di Locke o della soddisfazione di Barsavi che compie la sua vendetta.

Queste le mie opinioni sullo stile di Lynch in questo esordio e sulle conseguenze che ha sul libro. Sperando di non avervi tediato troppo.
Si tratta comunque di una lettura decisamente al di sopra di quello che offre il fantasy, in media, in questo periodo. Dal mio punto di vista, chiaramente.
Chiudo indirizzandovi a una bella mappa a colori di Camorr (coi nomi delle località in inglese, purtroppo).