sabato 10 marzo 2012

E morto Moebius

Forse il più grande fumettista vivente, vero nome Jean Giraud. Perdita incolmabile, ma immagino che a tanti appassionati di manga disegnati a capocchia non gliene fregherà nulla...

Il Circo della Notte

L'interesse per Il Circo della Notte (titolo originale: The Night Circus) di Erin Morgenstern m'è venuto leggendo la notizia che c'era già l'interesse dei produttori riguardo all'ipotesi di farne un film, prima ancora che uscisse il libro. Per una volta, non ho voluto tenere un atteggiamento disfattista, anche se sospettavo che la "macchina dei bestseller" si fosse già alleata con la "macchina dei blockbuster" al botteghino per imbastirci il solito prodotto infantile, melenso, imbottito di effetti speciali e francamente insopportabile.

Il fatto che non sia descritto come libro per bambini mi ha convinto a leggerlo (in inglese, per salvare qualche soldino). Ero anche un po' incuriosito dalla visione di questo circo dove tutto è rigorosamente in bianco e nero, che arriva non annunciato alle periferie delle città e apre soltanto al calare della notte. Il Circo (il cui vero nome è le Cirque des Rêves) ha la peculiarità di essere veramente magico, ospitando persone con reali poteri oltre ad artisti eccezionalmente talentuosi. Le persone ne vengono attratte al punto che si forma un club di appassionati che lo seguono nelle varie località in cui si ferma, entro i limiti delle proprie possibilità, scambiandosi informazioni sul tragitto, che non viene divulgato ai comuni mortali.

Alla base di tutto c'è una sfida mortale tra due maghi, che vincolano i propri allievi (Marco e Celia) a una lotta le cui regole non sono chiare fin dall'inizio, ma che lascia presagire un esito sinistro. Questa sfida però crea una difficoltà imprevista: tra i due allievi scocca la scintilla dell'amore, quindi non vogliono più essere vincolati alla sfida voluta dai maestri. Scopriremo a poco a poco, però, che non è facile tirarsi fuori dalla competizione.
Mi sconcerta che fino a metà del libro non succeda un gran che. La Morgenstern ci presenta alcuni personaggi, tra cui il solito antipatico bambino sognatore che avrà un ruolo importante nella vicenda, e continua a dirci quanto è splendido, fantastico, meraviglioso questo circo. Ma non riesce a creare l'atmosfera incantata che servirebbe.
Insomma, mi sono annoiato a morte, recuperando solo un po' nel finale per scoprire come va a finire la faccenda. Finale che ha un colpo di scena o due, ma non lo definirei travolgente. Magari potrà ispirare un gran bel film, chi lo sa, comunque questo Circo della Notte è molto al di sotto delle aspettative, e non sa suscitare alcun incanto o meraviglia. Almeno, questo vale per me.
Non mi sono peraltro nemmeno appassionato ai personaggi o al funzionamento della magia (che per una storia di questo genere è spiegata anche un po' troppo, togliendo quel po' di mistero che forse avrebbe dato un beneficio all'opera).

Il movente iniziale di tutta la storia, ovvero la rivalità dei maghi, non è esplorato in maniera esauriente, il che rende tutto quel che segue una situazione vagamente assurda. L'amore travolgente dei due ragazzi sembra a sua volta strano, visto che sono stati allevati da personaggi così crudeli e allucinanti: ci si aspetterebbe che ne siano rimasti affetti negativamente in qualche maniera, invece niente di tutto ciò. Infine il ruolo del circo come elemento essenziale in tutta la vicenda mi convince poco, ma forse comprenderei meglio questo aspetto se avessi il coraggio di rileggere il libro (non succederà).
Giudizio finale: non è stata una delle mie peggiori letture, ma mi sono pentito del tempo che vi ho dedicato. Mediocre, del tutto evitabile.

sabato 3 marzo 2012

I Grandi Capi e il bisogno di una bussola

Ho letto con colpevole ritardo l'intervista che Gian Arturo Ferrari ha rilasciato a l'Unità. Il personaggio, ex direttore editoriale presso Mondadori, ha ricoperto una posizione che ne faceva forse l'uomo più potente dell'editoria italiana (la quale, oddio, proprio potentissima non è, anche se nell'intervista si afferma che siamo il settimo mercato mondiale e sarà certamente vero).
La cosa che mi stupisce è che si parta da un titolo assai altisonante (La fantascienza del libro è ora) e per buona parte dell'intervista si minimizzi quello che sta succedendo: i tempi saranno lunghi, e così via. Vero è che per il momento il mercato è ammazzato dai due grandi blocchi imposti dalle case editrici: prezzi più alti di quanto sarebbe possibile, al punto che per il lettore tanto vale alla fine prendersi il libro di carta a meno che non ne abbia già la casa stracolma (è il mio caso), e ovviamente il maledetto DRM ovvero i sistemi di protezione che rendono dubbio perfino il fatto di aver acquistato qualcosa (con il cambiare della tecnologia o la possibile chiusura della casa editrice, il tuo libro diventa una sorta di noleggio a tempo incerto).

Vero è anche che il mercato italiano del libro digitale ha per adesso limitatissimi volumi, ma non so quanto abbia ragione il Ferrari nel rassicurare (o rassicurarsi) sui tempi lunghi di questa evoluzione. Per adesso il sorpasso è soltanto statunitense ma nessuno ci assicura che tra pochi anni i dati ci presentino già un panorama assai diverso, anche se resterà sempre lo zoccolo duro degli amanti del libro cartaceo, e ci sono libri che poco si prestano al formato elettronico (basta pensare ai libri fotografici o di design). Quello che Ferrari afferma per la precisione: "La mia opinione è che, almeno in questa vita, i libri di carta non verranno rimpiazzati dagli ebook. Detto questo, negli Usa la vendita delle novità e dei blockbuster, i libri più commerciali, è più alta nel formato ebook che nel formato cartaceo."

Non so se leggere un velato disprezzo nella parola "commerciali" ma d'altra parte non vedo perché la saggistica non debba similmente scivolare nel digitale in tempi brevi (salvo casi in cui sia difficile per via di illustrazioni complesse e indispensabili o altre particolarità del testo), salvo per il fatto che, illazione mia, il pubblico di riferimento potrebbe essere più anziano e masticare meno tecnologia, almeno per adesso.

Cosa resterà da fare alle case editrici? io tre anni fa (in questo post) dicevo:
"Cosa faranno le grandi case per sopravvivere? [...] Forti della loro visibilità, avranno certamente ancora un ruolo di bussola per dare consigli per gli acquisti. Questa visibilità però sarà ben poca cosa riguardo all'avere la quasi assoluta padronanza del mercato del libro di carta. O no? Può darsi che diventeranno importanti i recensori o i siti che aggregheranno recensioni e pareri individuali per creare delle indicazioni mirate. [...] Sarà anche una lotta all'ultimo sangue per conquistare la visibilità come fornitori di opinioni qualificate?"
Ferrari dice:
"...una volta che un autore pubblica un ebook a costo zero, il pericolo è che nessuno o quasi venga a sapere della sua esistenza. E questa, probabilmente, sarà la ciambella di salvataggio a cui si aggrapperanno gli editori del futuro: esperti di marketing e comunicazione che aiuteranno gli autori a farsi conoscere, anche online."
Non è che io voglia dare a me stesso del genio per aver detto le stesse cose tre anni fa: semplicemente è ovvio e facile da profetizzare che, se dovessimo arrivare all'estremo (tutto o quasi tutto sul digitale) allora le grosse rendite di posizione saranno perdute, e sarà inutile chiamarsi Mondadori, Feltrinelli o altro nome prestigioso, se non ci si sarà adeguati.
Del resto, aggiungo, vediamo già sui giornali online dei vistosi articoli di presentazione (pubblicità mascherata?) per libri autoprodotti (ebook o meno), insomma ci si sta attrezzando alla "lotta per la visibilità" digitale. Ma quanto agli esperti, io direi che è più una questione di muscoli, cioè di soldi che devono essere investiti. Se un editore straniero, muscoloso come soltanto loro sanno essere, volesse colonizzare il "settimo mercato del mondo,"addio editoria dell'amata patria.

A parte fare gli esperti di comunicazione, gli editori del futuro digitalizzato potrebbero fare una cosa un po' più utile e cioè offrire il lavoro di editor esperti, ma qui cadiamo in un altro punto dolente, poiché è noto che la maggior parte dei libri in Italia vende pochissimo, guadagna ancor meno, quindi per moltissimi libri il lavoro di editing professionale non val nemmeno la pena di farlo. Nel senso che se dovesse essere pagato per quel che vale, mettendoci il tempo che serve, allora i margini di guadagno per autore e casa editrice verrebbero ancor più ridotti. Col digitale i libri in circolazione presumibilmente aumenteranno, quindi la probabilità che una nuova uscita sia tanto redditizia da meritare il lavoro di uno specialista è scarsa!
Sono tanti a dire che la qualità in questo campo si è già persa (o quantomeno rarefatta) e in effetti lo credo anch'io: escono lavori con strafalcioni pazzeschi o poca cura per la leggibilità, del resto anche sui vari giornali online la posizione di correttore di bozze è andata vacante da una vita, ci sono grossi errori di ortografia perfino nei titoli. Questo problema resta aperto.

Il futuro, se sarà svincolato dalla carta, avrà proprio bisogno di una bussola per il pubblico in cerca di qualcosa di leggibile nel marasma. E di strumenti per scrivere in maniera decente, per l'autore che ci tiene e non vuole limitarsi a farsi rileggere il testo dall'amico volenteroso.
Ma le case editrici se hanno ovviamente i mezzi per garantire al lettore (se lo vogliono!) un editing decente e un testo leggibile, con certe recensioni clamorosamente menzognere mi fanno dubitare invece che possano improvvisamente diventare affidabili come bussole da seguire con fiducia, visto che qualsiasi cosa che esce viene sempre propagandata come la fine del mondo.
Questa funzione potrebbe essere presa proprio dai lettori stessi prendendo la parola sui mezzi che la rete fornisce, come forum, blog ecc... a patto che tali strumenti siano "epurati" dalle influenze di amichetti, spammer, geniacci del marketing virale e via dicendo.








martedì 28 febbraio 2012

Le Avventure del Barone di Münchausen


Le Avventure del Barone di Münchausen è un altro film in cui la fantasia di Terry Gilliam si è sbizzarrita. Una cittadina non meglio definita assediata dai Turchi, un esercito piuttosto malconcio che la difende, una compagnia teatrale che recita in mezzo alla battaglia (la recita nella recita, e la confusione fra realtà e immaginario sono temi che ricorrono spesso nei film di Gilliam), il sedicente Barone e i suoi amici dagli strani poteri, impegnati in una serie di avventure strabilianti: insomma, una festa sfrenata dell’immaginario.
Questo film procede senza una direzione precisa: è un continuo riferirsi a personaggi del mito come Venere (Uma Thurman) e Vulcano (Oliver Reed), accenni biblici come l’imprigionamento nel ventre della creatura marina, assurdità come il viaggio in mongolfiera sulla Luna.
Non manca un episodio che riprende la satira di Gilliam contro la burocrazia, quando un ufficiale della città assediata fa giustiziare un soldato che ha compiuto un eroismo, perché la sua superiorità sui compagni finirebbe per scoraggiarli.
Dopo molte avventure, alla fine il nostro Barone torna al suo compito principale e riesce ad affrontare i Turchi e a metterli in rotta… ma, di nuovo, la storia in fin dei conti conta poco. Il protagonista, interpretato da John Neville (attore dal volto assai espressivo, oggi scomparso), è un mattacchione sfrenato che trasforma tutto in commedia, forse un’incarnazione di Gilliam stesso, che si fa beffe del diciottesimo secolo, “Età della Ragione.” Da ricordare anche (per la buona recitazione) Sarah Polley nella parte di Sally, bambina che accompagna il Barone nelle sue avventure, dimostrandosi spesso più assennata di lui, e Robin Williams nei panni del Re della Luna.
 
Da una parte il film è il trionfo della fantasia di Gilliam, dall’altra è anche un esempio delle difficoltà che l’autore incontra spesso: molte scene sono state tagliate o impoverite per questioni di bilancio, e la produzione aveva perfino minacciato di rimuovere Gilliam dalla regia. Un film che doveva essere spettacolare e favolosamente ricco di elementi fantastici, maestosi e costosi da realizzare è diventato qualcosa di molto più modesto, si è dovuto accontentare: eppure ha ancora tracce della maestà che voleva raggiungere, e rimane vivo e travolgente.
Per la cronaca, ha causato problemi anche il tentativo di realizzare a Cinecittà la produzione (fa male dirlo, per amor di patria, ma i nostri studi non si sono dimostrati abbastanza attrezzati per realizzare gli effetti speciali).

Il fatto che la casa di produzione (Columbia) stesse passando di mano nel periodo, con l’immaginabile marasma ai vertici che questi eventi provocano, ha causato infine il disastro commerciale del film (uscito a fine anni ’80).
Strano contrasto, da una parte una favola così scintillante e piena di dettagli, dall’altra i prosaici guai quotidiani di un uomo che nonostante certi grandissimi successi sembra debba ogni volta dimostrare nuovamente di poter girare un film.

venerdì 24 febbraio 2012

I giochi sparatutto

Personalmente ne ero sicuro, ma ho trovato la mia conferma in questo articolo (che vi consiglio di leggere se siete anglofoni). I giochi spara-spara con cui la maggior parte degli ometti si rinc... ehm, si diverte, non hanno niente a che vedere con il vero combattimento, e del resto non possono aver niente a che fare con una situazione reale. Situazione reale che è sempre molto meno cinematografica (l'avversario lo vedi relativamente poco, e anche tu stai parecchio al coperto). Inoltre, e anche questo è ovvio, non ci sono supersoldati, ma sempre squadre o piccoli gruppi che operano in stretta collaborazione.
I militari che hanno sperimentato sia la guerra che i videogame pensano che questi giochi non aiuterebbero una recluta a prepararsi a ciò che l'attende, anzi sarebbero controproducenti.

Insomma, tanto vale limitarsi ai giochi fantasy. O no? non saprei, io gioco poco, e quasi solo su scala strategica.
Buona lettura.

domenica 19 febbraio 2012

In Time

Dunque: come fare a limitare la sovrappopolazione in un mondo dove tutti potrebbero vivere in eterno? Semplice, il "denaro" scompare e il "tempo" che resta da vivere diventa la misura (paranoica assai) di tutte le cose. Misura ben visibile, con il conto alla rovescia espresso in numeri luminosi che compaiono sul braccio: forse voleva essere un accenno a memorie storiche concentrazionistiche, a me sembra una delle tante debolezze del film, che comunque è spettacolare e mi ha colpito parecchio.
Riferimenti piuttosto dolorosi e puntuali all'attuale situazione di crisi economica (e politica) mondiale non mancano, anzi, per essere questo In Time un film che non rinuncia all'intrattenimento e allo spettacolo, sono assai vistosi, fa riflettere.
Il tentativo di essere credibili e spiegare gli assunti dell'ambientazione c'è, ma sia per avere dei "plot device" (ovvero appigli da sfruttare per la trama) sia perché alla fine si scade un po' in (SPOILER!!) una specie di "Bonnie e Clyde svaligiano le banche e salvano il popolo dai capitalisti cattivi," si scade in un'ingenuità piuttosto grossolana.
Il film è stimolante, ma è un festival di buone idee espresse o sviluppate male, a dire la verità. Tuttavia l'ho trovato godibile, anche se richiede un... grosso sforzo di sospensione dell'incredulità. (La mia recensione completa è su Fantasy Magazine).
Nell'immagine: Cillian Murphy interpreta un superpoliziotto che, come da tradizione, difende un potere che frega pure lui.