martedì 15 dicembre 2015

On Combat, ovvero la sottile arte di ammazzare

Evidentemente nella mia vita ho scambiato con il prossimo meno mazzate di quanto avrei dovuto, visto che, giunto a un'età in cui la tranquillità dev'essere ormai obbligo, sono ancora curioso su questa tematica. Mi sono quindi letto On Combat, di Loren Christensen e Dave Grossman, quest'ultimo ufficiale statunitense. Gli autori hanno raccolto studi di altri, e ne hanno fatti di propri, sul combattimento. Diciamo subito che il libro è lungo ed è un tantino noioso perché ha a tratti lo stile del libro di self-help, e ripete più e più volte gli stessi concetti con le stesse parole. Tratta però di questioni interessanti, e di alcune tematiche che condivido (altre... no). Il fatto che chiami le persone che portano le armi "warriors" ovvero guerrieri, e che faccia bizzarri paragoni (coi paladini per esempio) non aiuta a seguirlo meglio. Ma andiamo al sodo.

Innanzitutto si trattano gli aspetti fisiologici del combattimento, argomento che può sorprendere molti profani (ovvero sia quelli che non si sono informati che quelli che non hanno mai combattuto). L'essere umano nello stimolo di situazioni estreme (in verità anche altre situazioni di emergenza e non soltanto il combattimento) viene tramutato dall'adrenalina in qualcosa di primordiale, con rapide pulsazioni, una diversa distribuzione delle "risorse" che il corpo ha a disposizione, e uno stato mentale che riduce di molto il coordinamento motorio e il pensiero razionale.

Insomma, chi non mantiene la calma si trasforma gradualmente fino a diventare una specie di animale inferocito o terrorizzato (magari entrambe le cose) che combatte a zampate e perde la capacità di fare i ragionamenti più semplici e i movimenti di precisione. Succedono così molte cose inaspettate. Dall'avere dopo i fatti una memoria errata di quello che è successo al farsela addosso in
maniera incontrollata (chi ha letto qualche testimonianza di soldati al fronte forse lo sa già...) al concentrare l'attenzione su alcuni particolari visivi o sonori a esclusione di altri, al diventare temporaneamente quasi sordi, ad evere strani pensieri che si introducono nella mente, e così via. A poliziotti e soldati può capitare che facciano fatica a ricaricare un'arma, o a mirare con precisione, che non riescano a usare la radio o, se riescono, che abbiano una voce che dall'altra parte risulta incomprensibile.

Da questo la necessità di un addestramento realistico per essere preparati sia a compiere i gesti che si devono compiere, che a compierli nel modo giusto. L'addestramento serve anche a condizionare i combattenti contro certe reazioni condizionate, in modo che si aspettino le relative sensazioni e sappiano come gestirle. In altre parole lo stress del combattimento danneggia le performance, o le adegua a un livello animale a cui un combattente dotato di armi moderne non deve ridursi, e può lasciare reazioni a lungo termine: aspetto che comprende sensi di colpa (tipico quello del "sopravvissuto" ma anche quello di chi ha ucciso il legittimo bersaglio) e la famosa "sindrome da stress post-traumatico," che a quanto pare non sarebbe così inguaribile come spesso si sente dire, purché affrontata nel modo giusto da parte di chi la subisce e di chi deve cercare di curarla.
Per inciso, mi intrometto io, alla luce di questo va valutata la terribile impreparazione delle nostre forze armate nella Seconda Guerra Mondiale, con soldati che arrivavano in prima linea senza ancora aver avuto la possibilità di sparare un proiettile vero.

Un'altra riflessione di questo libro riguarda i contenuti violenti di film, televisione e videogiochi. si ottiene invariabilmente un picco nella violenza, negli omicidi e nei reati, e che l'arrivo dei personaggi femminili capaci di combattere e di fare del male sullo schermo (le action chicks) è stato accompagnato dopo un certo numero di anni da uno spiccato aumento della delinquenza violenta femminile (parliamo ovviamente anche del bullismo, altro flagello della nostra epoca, e non solo di rapine, omicidi e ferimenti).
Praticamente i videogiochi sarebbero come un vero e proprio addestramento militare (non solo insegnano a prendere la mira, ma abituano almeno in parte al clima del combattimento e all'atto di uccidere), gli spettacoli sono intrisi di violenza e spesso hanno una morale ambigua (l'eroe ottiene la sua vendetta personalmente e non in un ambito di restaurazione della giustizia contro i cattivi). Insomma i media darebbero ai giovanissimi, che hanno pochi strumenti culturali per filtrare questi messaggi, stress, messaggi violenti e capacità di uccidere. Addirittura Grossman dice che dopo un certo numero di anni dall'arrivo della televisione in una certa zona, quei 15 anni sufficienti per un bambino piccolo a diventare adulto,

Può darsi che le affermazioni di questo libro siano esagerate in certi particolari, ma in effetti sono tematiche già studiate da molti altri. Io stesso in un post di otto anni fa giungevo alla conclusione che gli spettacoli violenti fossero da nascondere ai minori, per lo meno ai minori di 13-14 anni. È incredibile che si attacchino le sigarette o la pornografia e un problema del genere sia finito in un angolo cieco della società occidentale. Ma perché ci è finito? Perché i media fanno business sulla violenza (anzi la chiamerei "pornoviolenza," una forma di intrattenimento facile e contagioso) e quindi sono silenziosi su questi problemi.

Ad ogni modo lo sbraco generale della società, a mio parere, ha avuto un ruolo non marginale nell'aumento dei tassi di criminalità, oltre a un impoverimento (economico e culturale) della gente. Il
che non permette a mio parere di addebitare la questione completamente ai media e ai videogiochi. Se la televisione mostrasse soltanto i film di John Wayne o magari nemmeno quelli, solo cartoni animati e commedie, torneremmo tutti agnellini dopo 15 anni? Ho qualche dubbio. Sono (lo ripeto) il primo a dire che ci si debba dare una regolata ma non sono propenso a credere che il problema sia tutto qui. Ad ogni modo se tutto il contenuto violento fosse sempre e comunque a pagamento (con l'avvertenza di non mostrarlo ai minori) l'industria di cinema e televisione i soldi li farebbe lo stesso. Ma poi ci sono i videogiochi (consumati soprattutto da minori) e i divieti si aggirano con la rete...

Questo libro lo consiglio? Sì, ma leggetelo con senso critico. Ci sono delle affermazioni discutibili. A partire dal fatto che nonostante tutta la morale contro la TV non si appoggia in alcun modo una limitazione della vendita di armi, in questo libro, e mi pare ipocrita (il libro non è recentissimo ma parla già di parecchie stragi nelle scuole). Poi l'esaltazione del nuovo tipo di addestramento per impedire alla polizia di essere presa di sorpresa. Grossman non entra nel dettaglio di tattiche come il "reflexive shooting" ma i recenti avvenimenti di persone inermi ammazzate dalla polizia negli USA indicano che un problema esiste. Io sono, anzi ero, spesso propenso a pensare che se un poliziotto arriva ad ammazzare qualcuno debba esserci un motivo. Ma poi ho visto certi filmati incredibili, di gente che si è beccata un gran numero di proiettili, a valanga, mentre non stava facendo nulla, o scappava, si chinava per prendere i documenti per ordine dello stesso poliziotto ecc... e mi chiedo se anche ai poliziotti non siano state instillate idee sbagliate (per l'Italia esiste lo stesso problema anche se non è riferito particolarmente all'uso di armi da fuoco, quanto ad altri comportamenti).
Vi propongo infine questa perla: credo sinceramente che le generazioni future penseranno a questo periodo come a un rinascimento, un periodo di grande progresso in cui il pieno potenziale del fattore umano nel combattimento ha iniziato a essere realizzato. Se vogliamo chiamarlo un rinascimento...



5 commenti:

Mirko Sgarbossa ha detto...

Mah, sinceramente sono sempre stato a dir poco scettico sulla questione "violenza in tv/videogiochi... oh mio Dio i poveri bambini!!". Essendo un appassionato di animazione giapponese, capirai bene come le mie crociate contro le censure e certi preconcetti contro i "cartoni violenti" mi abbiano portato a mal sopportare le affermazioni di certi soggetti (vedi il MOIGE, tipo). Che poi, a dirla tutta, anche i cartoni apparentemente più innocui contengono violenza: quante volte Willy il coyote ha armeggiato con la dinamite? Quante volte Silvestro rincorre Titti con un' accetta?
Poi ogni contenuto deve essere adatto per l'età, ma non sarei così manicheo nel dire che un Ken il guerriero visto a 7 anni faccia male: dipende da come si presenta, dal carattere del bambino, dal suo background familiare.
Secondo me la violenza e le avventure che la contemplano attirano il pubblico se c'è qualcosa di avventuroso da contorno, se la violenza è in un contesto di onestà alla "noi siamo nemici, ci uccidiamo fra di noi... ma sostanzialmente siamo ad armi pari o comunque in un contesto che legittima ciò". Non a caso i film splatter, in cui tendenzialmente c'è violenza fine a se stessa, piacciono a una ristretta cerchia di persone. Non a caso la violenza sessuale, che è considerata giustamente odiosa a dir poco, è un tabù anche per i media più estremi (nel videogioco GTA, tu sei un criminale che ammazza e fa di tutto, ma non stupri le donne). Si fanno 10000 videogiochi in cui posso sparare con un AK, ma nessun videogioco in cui il protagonista è un violentatore seriale. Scusa per il commento lungo e spero di essermi spiegato ;)

Bruno ha detto...

Io credo che si debba fare qualche distinguo tra i bambini veri e propri (diciamo fino a 12 anni) e i ragazzi. Ma sono del parere che una desensibilizzazione alla violenza non giovi a nessuno. Io per primo ho una reazione anti-censura istintiva (io che ho, come tutti, visto ogni spettacolo - o quasi - fin dalla tenera età, e giocato ad ammazzare innumerevoli nemici con il computer) del tipo: proibire a me? ma scherziamo? Però le statistiche ci sono e parlano abbastanza chiaro, in studi fatti da veri studiosi, personaggi più seri di questo autore.

Personalmente non posso fare quei discorsi da vecchio che ha visto "com'erano le cose di una volta" perché la TV c'era già in quasi tutte le case quando sono nato. Posso dire che ricordo di episodi che mi hanno turbato molto, però. Di fatti narrati nei telegiornali, in cui non ero in grado di distinguere il fatto che accadeva molto lontano da quello che riguardava direttamente me, e mi facevano paura, mi turbavano. Insomma, becero o no, posso dire che talvolta m'è successo come dice questo libro. Ma sempre con rappresentazioni realistiche (TV, immagini ecc...). Per questo non capisco chi vorrebbe bandire le favole (che uno deve leggere) per i contenuti violenti.

Dei videogiochi posso dire che sono cresciuto quando non c'erano ancora (ricordo quando uscì space invaders, ci spendevo tutte le monete da 100 lire che riuscivo a trovare, ero sui 15 anni) ma non posso dire che da ragazzzo fossi del tutto con le rotelle a posto, pur crescendo senza di essi. Non posso però fare statistiche su me stesso...

Per quanto riguarda la pornografia che riguarda la violenza sessuale, chi la difende dice che "dà una valvola di sfogo" in un mondo di fantasia a chi potrebbe praticarla nella reatà, e quindi avrebbe una funzione positiva. Sarà vero? C'è da dire anche che va a suscitare sensazioni estreme in persone cui magari NON sarebbe passato per l'anticamera del cervello...

Angelo ha detto...

Il punto di base dell'addestramento militare avanzato, quello per intenderci riservato ai corpi d'elite o alle truppe speciali, è proprio quello di spingere i soldati a fare un passo oltre i propri limiti, a raggiungere uno stato che gli permetta di andare oltre alla reazione primordiale per mantenere organizzazione ed efficenza. Per citare un nostro incursore, "ti portano all'inferno, ti riportano indietro e poi ti ci risbattono per più tempo".
Si desensibilizza, un meccanismo simile a quello tramite il quale i chirurghi non sono più impressionati dall'avere in mano una vita umana quando lavorano. E sì, la continua esposizione ad aspetti ludico-violenti ha effetti simili anche se di magnitudo inferiore. Antidoti? Mantenere il contatto con la realtà e per i più giovani, mettelri in contatto con la sofferenza. Qualche ora in ospedale o presso qualche onlus a vedere gente che sta male o che fatica a rimettersi in piedi dopo un incidente fa miracoli.

Bruno ha detto...

Sulla desensibilizzazione alla violenza non ho messo collegamenti ma basta cercare un poco, direi che le accuse a carico di TV e cinema sono ben formalizzate, e con parecchie prove sperimentali, già da 20 anni almeno.
Quelli che assumono comportamenti violenti sono una minoranza (aggiungiamoci però una marea di bulli) ma è sufficiente a creare una vera ecatombe in paesi come gli USA. L'Italia assieme a qualche altro paese europeo non ha questo tasso di ammazzamenti, comunque, e ha la televisione con più o meno gli stessi spettacoli. Da noi, con buona pace del nostro autore amante delle armi da fuoco, probabilmente fa gioco il fatto che le armi in Italia circolano meno che negli USA; le hanno in mano i delinquenti della criminalità organizzata (che ammazzano sì, ma con una certa parsimonia) e una marea di cacciatori, che sono di solito sensibili ai temi della sicurezza e praticano l'uso delle armi in un contesto autodisciplinato.

Bruno ha detto...

@ Angelo: la "vaccinazione" contro le situazioni estreme è proprio uno dei punti fondamentali del libro...