sabato 6 giugno 2015

Anche quando si può, il cinema italiano no

Già in passato ho parlato di quanto il cinema italiano mi deprima e mi deluda quasi costantemente. Qualche volta vado anche a indagare i motivi dello stato penoso di questo settore (che, è bene ricordarlo, si ciuccia la sua parte di denaro pubblico) e se trovo opinioni sensate o comunque stimolanti, prive di inutili intellettualismi, le condivido volentieri.
Oggi vorrei parlare di due articoli, entrambi in inglese, che affrontano il problema del declino del nostro cinema. Il primo dei due in realtà è scritto da un italiano (Antonio Monda) e inizia la sua analisi da uno sguardo ai film che qualche successo lo hanno avuto, citando La Dolce Vita e La Grande Bellezza come esempi di ritratti di una certa Italia da cartolina, elegante e decadente, che è quella che all'estero vogliono vedere. Indipendentemente dal valore dei film o dal fatto che quella visione dell'Italia mi fa abbastanza schifo, se funzionasse sempre potrebbe anche essere una colonna portante dell'industria cinematografica (in fondo anche di molti aspetti della vita negli USA ci viene spesso raccontata da Hollywood un'immagine che non risponde al vero, no?) ma questi successi avvengono una volta ogni morte di Papa, anzi anche più raramente.


Generalmente, afferma Monda, i film italiani recenti si lambiccano in qualche problema tipicamente nostro raccontandolo in una maniera che all'estero non comprendono. A parte i produttori dei film nazionalpopolari di stampo più pecoreccio, i cineasti italiani si cimentano in qualche trattazione di questo o quel tema morale ma spesso senza saper creare una storia coinvolgente.

Certo ci sono altri problemi rispetto al periodo in cui il cinema italiano faceva spettacolo per tutto il mondo: oggi per una produzione in grande stile ci vogliono i soldi veri. Lo sviluppo degli effetti speciali ci ha lasciati al palo. E se non si controlla la distribuzione o non si riescono a stipulare degli accordi le sale estere comunque non si possono raggiungere.

Parlavo un po' di tempo fa con un amico (ignorante di cinema come me) di questi problemi strutturali, facendo presente che però, ogni tanto, avviene l'imprevisto: qualche trovata permette a un film fatto con pochi soldi di catturare l'attenzione di un pubblico vasto superando le barriere che separano il cinema minore dal pubblico. Mi vennero in mente un paio di esempi: quel film low budget (Buried) imperniato tutto su un'idea estrema, un tizio che si sveglia in una bara, sepolto vivo, e deve cercare di cavarsela con un cellulare mezzo scarico, e un altro imperniato su una coppia di subacquei - fatto purtroppo vero - che morì, dimenticata in mezzo all'oceano dall'imbarcazione d'appoggio (il film si chiama Open Water ed è stato fatto anch'esso con quattro soldi). L'amico mi ribatté: ok, ma gli italiani non cercano nemmeno di realizzarle, delle idee originali.

Ed è proprio questo il problema, la mancanza quasi totale di fantasia e di coraggio. Ci sono dei cliché e il cinema italiano non se ne libera quasi mai. Realismo, problemi sociali, drammoni, il tutto raccontato spesso in maniera didascalica oppure con un cinico realismo che esclude lo spettatore da qualsiasi partecipazione emotiva. E di solito la mancanza di dinamismo nella recitazione e nelle inquadrature.
Un altro articolo già vecchio di qualche anno ma sempre attuale evidenzia bene a mio parere il confronto tristissimo fra il declino italiano e la vitalità del cinema spagnolo: quest'ultimo fresco, scanzonato, estremamente comunicativo. Ci sono in effetti idee che si possono portare sullo schermo anche con i pochi mezzi disponibili in Italia, ma non vi aspettate che un regista italiano vi si abbassi.

14 commenti:

Ivano Landi ha detto...

Il cinema riflette la società e una società spenta può produrre, con rare eccezioni individuali, solo film spenti. Non ho visto La grande bellezza, perché già il solo trailer mi ha disgustato. Per quel che mi riguarda sono un appassionato di cinema di genere, in particolare degli anni '70, e evito quasi completamente il cinema mainstream, soprattutto italiano o made in Hollywood.

Bruno ha detto...

È un paese spento anche quando cerca di fare protesta, di parlare di tematiche sociali, di analizzarsi. Non sappiamo proprio da dove ripartire nell'economia, nella società, nella destra e nella sinistra. E del resto per motivi che sarebbero lunghi a spiegare ma facili da intuire, non siamo interamente padroni del nostro destino.

La Grande Bellezza è un film che parla di gente che andrebbe messa in galera o sparata, la "classe intellettuale" e la classe dirigente di questo paese. Con quel tocco lieve di condanna, sì siamo un po' delle cacche, ma che bello stare sotto il ponentino stasera, e in fondo che 'cce voi fa. Qualche scena bella, ma roba da spararsi, ci ho messo tre sedute per vederlo tutto.

La mia più recente visione (Il Racconto dei Racconti) mi ha confermato comunque che anche la consapevolezza di come si gira una scena sta andando a farsi benedire, fin dalle prime inquadrature.

L'ultimo film italiano che mi ha davvero convinto è stato El Alamein di Monteleone ormai vecchio di una decina d'anni almeno; amo i film di guerra e quello è stato un ritratto tutto sommato giusto, salvo una scena o due sopra le righe, di come andarono le cose (comunque il film era assai povero, aveva delle carenze di comparse, di materiali, di competenza su come si gira una scena di combattimento realistica).

Ma non ho niente contro il mainstream, anzi piuttosto che un altro film di Peter Jackson (o di Garrone!)...

M.T. ha detto...

La grande bellezza è un buon film, non è una boiata, ma è qualcosa di troppo incensato e sopravvalutato, come se avesse mostrato chissà che, quando invece basta guardare un telegiornale per avere lo specchio di questa società. Si dà tanto risalto a certe pellicole, mentre non se ne dà (o se ne dà poco) a quelle per meritano davvero.
Per citarne alcune, L'uomo che verrà e Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti e Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati: belli, toccanti, senza essere didascalici o pesanti.

Bruno ha detto...

Grazie per le indicazioni ma per un altro buon paio di mesi basta film italiani...

Ivano Landi ha detto...

Forse ho usato la parola sbagliata, comunque volevo usare mainstream nel senso di un certo tipo di cinema. Per me Peter Jackson è puro mainstream nel senso del cinema posticcio che dilaga nelle sale.
Tornando al cinema italiano, l'anno scorso ho visto un film di quelli spacciati come d'arte di cui ho già dimenticato il titolo e tutta la trama. L'ho guardato perché ambientato nell'estate del '74, un periodo della mia vita per me molto importante. Ma è stata appunto un'esperienza disastrosa.

M.T. ha detto...

Premetto che non sono film "leggeri", ma nemmeno dei mattoni come La grande bellezza: sono film intelligenti che parlano di realtà attuali e passate.
Una sconfinata giovinezza tratta il tema dell'Alzheimer (la scena finale è qualcosa di veramente toccante, bella e triste allo stesso tempo).
Il vento fa il suo giro tratta il tema dell'integrazione e dell'intolleranza di certe comunità.
L'uomo che verrà, ambientato nel 1944, racconta gli eventi antecedenti la strage di Marzabotto visti attraverso gli occhi di una bambina di otto anni (è in dialetto bolognese, con sottotitoli italiani, dato che per fedeltà al periodo e all'ambientazione, si usa questo linguaggio, quello maggiormente usato nelle aree montane in cui si svolgono le vicende).

Mirko Sgarbossa ha detto...

Il racconto dei racconti mi è piaciuto molto: fiabesco, con un'atmosfera un po' onirica. Il folklore del nostro paese potrebbe dare tanto per creare questo genere di film. La grande bellezza ha vinto per lo stesso motivo per cui i Volo hanno vinto Sanremo: mostrano l'italia per com'è agli occhi dello straniero. Anche se il racconto dei racconti non mi fosse piaciuto, sarei stato contento di avergli lasciato i miei soldi... almeno Garrone ci prova e questi tentativi vanno premiati ;)

Mirko Sgarbossa ha detto...

Per il resto tutti i protagonisti del nostro cinema dovrebbe guardarsi negli occhi e capire dove vogliono andare e con che mezzi. I soldi degli americani non li avremo mai, quindi bisogna ritagliarsi qualcosa di tutto nostro.

Bruno ha detto...

@ Ivano Landi: La Bellissima Estate?

Bruno ha detto...

[nell'estate del '74 avevo 10 anni e la mia tragedia di quell'anno fu che il mondiale F1 sfuggì dalle mani di Regazzoni (Ferrari) all'ultima corsa, a vantaggio di quella faccia da pesce lesso di Emerson Fittipaldi...]

Bruno ha detto...

@ M.T. un film imperniato su un poveraccio con l'Alzheimer lo vedrei solo se mi pagasero bene. Però è un limite mio... come m'è capitato di scrivere di recente, vedi http://mondifantastici.blogspot.it/2015/05/maggie.html , io i film strappalacrime o troppo tristi li reggo malissimo...

Bruno ha detto...

@ Mirko Sgarbossa: Lo so che Garrone per molti non era poi così male, ma pur riconoscendo la bellezza visiva di diverse scene proprio mi ha annoiato tantissimo. La battaglia contro il drago, comunque, non era male.

M.T. ha detto...

Strappalacrime no, anche se la scena finale colpisce (così è stato per me). Certo è che non è un tema facile (purtroppo è una triste realtà, non c'è modo di abbellirla) e occorre essere preparati, ma non ha melensaggini, mostra com'è il percorso di questa malattia senza scene atte a impietosire (anzi, direi che è stato scelto di evitare certe scene atte a strappare la lacrima).

Ivano Landi ha detto...

No, "La bellissima estate" è davvero un film del 1974 e quindi del periodo del cinema italiano che più mi piace. Quello di cui parlavo io è un film del 2014.