sabato 30 maggio 2015

Il servizio militare

Mi è capitato due volte, nel giro di pochi giorni: osservazioni, da parte di colleghe con figli, sulla gioventù (maschile) rimbecillita di oggi, e sul fatto che una volta almeno c'era il servizio militare a dare un'inquadrata a questi poveri ragazzotti rincretiniti. Così ho ripensato a quella che è stata la mia esperienza, e al fatto che dovrei condividerla, per quanto posso. Già, è proprio così, sono ormai un rottame di un'epoca passata per molti aspetti e anche per questo: ho fatto il militare, da qualche parte in casa ci sono un paio di foto con me in divisa, foto che non guardo mai.

Oggi come oggi il servizio militare è per i volontari ed è ambito in quanto uno dei pochi mestieri disponibili in un paese in cui di lavoro ce n'è pochino; i soldati sono però molto meno di un tempo, perciò l'Italia sta diventando uno dei tanti paesi in cui l'esercito è un'organizzazione misteriosa e molto lontana. Delle forze armate professionali non saprei cosa dire, ma, per chi pensa che il servizio militare di leva facesse un gran bene alla gioventù, parliamone un momentino.


Premessa: è possibile che l'essere tuffati in un'esperienza piuttosto dura, brusca e drastica possa aiutare una persona a maturare. Io rispetto (fino a un certo punto limite) i nerd di tutte le età persi dentro i loro sogni fantastici, visto che faccio parte della categoria, ma rispetto anche la realtà e chi è capace di farci i conti. Però c'è modo e modo di maturare con una dura esperienza. Un conto è passare un certo tempo in attività faticose e formative, rispettando una disciplina, senza la mamma che ti porta la colazione a letto la mattina. Un altro è venire buttati in un quartiere malfamato senza nessuna preparazione ed essere costretti a cavarsela, imparando i brutti compromessi che ti portano a cavartela. Il militare per certi aspetti somigliava alla seconda cosa, quasi mai la prima, con buona pace delle mamme di tutta Italia e delle loro speranze di vedere i propri pulcini trasformati in galletti da un'organizzazione burbera ma tutto sommato benevola.

Io sono stato un soldato di fanteria (lo sfigatissimo incarico 30a) e facevo parte di una tipica grande unità da guerra fredda, imperniata su dei sistemi missilistici mobili che sarebbero serviti (in caso di guerra) al lancio delle testate nucleari tattiche. Essendo l'Italia un paese ufficialmente non dotato della bomba atomica, una simile cosa poteva esistere solo per via di un escamotage con il nostro grande alleato e fornitore, ma esisteva eccome, e se era un segreto era un segreto di pulcinella. Comunque io ero solo un volgarissimo soldato di fanteria: la mia compagnia era una (di quattro) che aveva il compito di proteggere la parte missilistica e l'artiglieria (pesante e semovente) dell'unità.

Ma ero veramente un soldato? Ho avuto le armi in mano spesso, e ho imparato a smontarle, pulirle e rimontarle, ma penso che verso la fine del servizio militare avessi già dimenticato come si fa. Sono andato a sparare due volte (al centro addestramento reclute e una volta assegnato alla mia unità) con il fucile Garand, che è quello che vedete nei film USA sulla seconda guerra mondiale, insomma un vero ferrovecchio con un caricatore da otto colpi. Quando ho sparato con la mia compagnia ho avuto anche la possibilità di usare il FAL, un fucile mitragliatore con caricatore da 20 proiettili, arma scomoda perché piuttosto pesante e priva della possibilità della raffica breve da tre colpi, o sparavi a colpo singolo o il caricatore lo svuotavi in un attimo. Ho sempre sparato senza mirare ma anche se lo avessi fatto non c'era nessuno che verificasse i centri sui bersagli. Non ho mai toccato la mitragliatrice, che poi era quella tedesca della seconda guerra mondiale con una leggera modifica. Ho tirato qualche bomba a mano da addestramento. Ho messo per qualche secondo la maschera antigas e l'ho subito tolta perché mi stava venendo un attacco di claustrofobia. Sui vari aspetti della guerra ho avuto un po' di addestramento, ma decisamente poca roba. La mia esperienza relativa all'aspetto militare propriamente detto della faccenda si sarebbe potuta condensare in meno di un mese, a parte quelle buffonate delle marce con il passo da parata.

Per il resto il mio servizio militare è stato una noia organizzata. Toccava ogni tanto qualche servizio piuttosto faticoso dove si era impegnati a fare le pulizie o tenere in ordine (piantone, corvée in mensa) e qualche servizio armato che era praticamente l'unica occasione in cui avevo i proiettili (facevo la guardia, che sembra una cosa da niente, ma provate a passare 24 ore in intervalli di 4 di riposo e due sulla torretta, poi me lo raccontate). Presto mi sono imboscato negli uffici. Senza nemmeno averlo chiesto, ma in quel mondo di analfabeti chi sapeva scrivere e fare di conto era una potenza. Ho svolto dei "lavori" amministrativi, poca cosa. L'inferno era il mondo della caserma.

Di nonnismo non ce n'era nemmeno un gran che, ma è comunque una cosa che non educa nessuno. E ci sono state alcune occasioni di fare a botte o scambiarsi delle dure minacce, e sebbene mi sia successo anche nella vita normale, la maggior parte delle volte è stato lì. A volte ho subito, a volte mi sono difeso, un paio di volte ho difeso chi veniva subissato, ma ho anche fatto delle cose di cui non posso andare orgoglioso. Non c'era nessuno che veramente cercasse di organizzare ordine e disciplina, agli ufficiali importava solo che non arrivassero troppe rotture di coglioni. Per inciso, due volte hanno forzato il mio armadietto per rubare il poco che avevo, e so anche chi è stato, ma non c'è stato modo di avere giustizia.

Quando infilavi il pacchetto caricatore nel Garand dovevi stare attento a non lasciarci il pollice...

Uno del mio "ska" (scaglione, ovvero uno reclutato nello stesso mese) dopo i primi sei mesi è salito su un capannone e ha minacciato di buttarsi di sotto. Lo hanno mandato a casa con "l'articolo" ovvero l'hanno dichiarato instabile di mente, una cosina molto simpatica poi se devi cercare lavoro da dipendente. Era il 1986, l'anno dei suicidi, in cui un po' di gente ha deciso di farla finita usando le armi durante i servizi di guardia, quando hai i proiettili, sei solo e non ti può fermare nessuno. Come cazzo si fa, quando hai vent'anni e sai che possono tenerti dentro solo dodici mesi? Eppure alle quattro del mattino e a dieci gradi sotto zero si possono pensare anche certe cose. Per le forze armate le statistiche di quell'anno erano perfettamente normali e la storia dei suicidi era una montatura della stampa. Però si cominciò a parlare di sostituire le guardie nelle torrette e nei bunker con pattuglie mobili, e sospetto che fosse per non lasciare nessuno da solo.

Dopo il tizio del capannone ci fu un gran fermento e un parlamentare passò a visitare la caserma. Da allora per miracolo il rancio cambiò completamente. Prima era immangiabile, ti sforzavi di mandare giù qualcosa perché non potevi andare sempre a mangiare fuori, visto che quasi nessuno poteva permetterselo e la paga era ridicola, anche se a un certo punto raddoppiò per una proposta sostenuta fortemente, se ricordo bene, dal PCI (grazie, compagni!). La carne era quasi sempre da buttare direttamente via. Dopo l'ispezione invece il cibo diventò apprezzabile e qualche volta arrivava perfino il gelato. Eppure i soldi erano gli stessi, il che vuol dire che, volendo, le cose si potevano fare meglio.

Uno dei problemi era l'acqua. Nella maledetta caserma di Portogruaro (prov. di Venezia) l'acqua non era potabile, dovevi cercare di portarti via una bottiglia dalla mensa o comprarla nei negozi del paese. Ma potevi entrare solo in certi orari, nella mensa. Una sera che crepavo di sete ho cercato di farmi dare una bottiglia, pensando che avere l'acqua fosse un mio diritto. Fui mandato sonoramente affanculo dal sergente che faceva il cerbero della mensa. Molte volte, quindi, ho dovuto bere dal rubinetto. Dopo il servizio militare in un esame del sangue risultai positivo all'epatite C. Per fortuna non ho contratto la malattia ma ho dovuto fare prelievi, biopsie per anni. Non so per certo chi devo ringraziare ma ho il forte sospetto di dover rivolgere la mia riconoscenza all'esercito italiano. Aggiungiamoci pure la varicella, la rosolia e il piede d'atleta (per via delle docce sudicie).

Per inciso le nostre forze armate avevano tre diversi sistemi di vettovagliamento. Mense separate per soldati di truppa, sottufficiali e ufficiali. Non so se oggi sia ancora così, non è che mi freghi molto di tenermi aggiornato sulle nostre forze armate. So che durante la seconda guerra mondiale gli ufficiali tedeschi, di cui si può pensare ciò che si vuole ma non che non sapessero far funzionare un esercito, disprezzavano questo sistema castale del loro alleato straccione, e mangiavano assieme ai propri uomini.

Durante il mio anno a Portogruaro ho visto ragazzi che non avevano mai avuto a che fare con la droga iniziare a consumarla. Tre del mio ska si sono fatti beccare con la canna in mano da un ufficiale d'ispezione e si sono beccati una denuncia, altra cosa molto simpatica per il tuo futuro, una volta che sei uscito dal mondo in uniforme. Pochi giorni dopo un colonnello ci fece un discorso durante l'adunata: il succo era che i provvedimenti erano un atto dovuto, inevitabile, e che dovevamo evitare di farci vedere a fare certe cose. A mio parere questo discorso era (molto) ipocrita. Se credi in quello che stai facendo lo fai, ma se ti dispiace di creare un guaio a dei ragazzi non dici che hai dovuto farlo per forza, eviti di crearlo.

Per quanto mi riguarda io, che non ero un vero e proprio fumatore e potevo farmi durare un pacchetto di sigarette per un mese iniziai a consumare il classico pacchetto al giorno per contrastare in qualche modo la noia mortale, e sono riuscito a liberarmi del fumo solo a 38 anni (ingrassando dopo aver smesso, però). Grazie, esercito italiano.

Non ho niente contro la pornografia se usata da adulti, però, per chi è contrario e allo stesso tempo pensa che il servizio militare di leva creasse i veri uomini, mi sembra giusto ricordare che la presenza del materiale pornografico era pervasiva, e tantissimi ragazzi che non ne avevano mai fatto uso la conobbero proprio lì. Certo, oggi iniziano con gli smartphone a dieci anni, però mi sembra giusto fare presente anche questo. Per inciso a Portoguraro c'erano due cinema, e quello che non teneva in programmazione i film porno chiuse i battenti proprio quell'anno. Nel cinema porno c'eravamo noi militari in fondo e nelle prime file spesso le ragazzine del posto che se la ridevano. Perché entravano e perché le lasciavano entrare non lo so, la cosa era surreale, ma nessuno dei miei commilitoni comunque le molestava. Verso la fine del mio anno di naja uno dei soldati però aggredì una ragazza per strada minacciando: ─ Dammi un bacio o ti uccido.
Una cosina che migliorò i rapporti già idilliaci con la gioventù del posto, che usciva di casa per andare in vita alle 11:30 visto che noi dovevamo rientrare. Molti maschi portavano i capelli lunghi almeno alle spalle, per distinguersi da noi che dovevamo portarli corti.

Dal momento che, come ho detto, per lungo tempo il rancio fu immangiabile e comunque eravamo in cerca di distrazioni, eravamo bisognosi di soldi. Anziché essere tolti per un anno dal bilancio delle famiglie, ricevevamo quasi tutti dei vaglia da casa; dei sottufficiali ci anticipavano i soldi e li incassavano poi alle poste. Ma chi era povero era nei guai dal momento che la paga, come ho spiegato, era ridicola. Alcuni ragazzi, poveri e spesso del sud, ragazzi che non si sarebbero mai sognati di fare sesso gay, cedevano quindi alle lusinghe degli omosessuali che li aspettavano fuori dalla caserma e gli offrivano del denaro, pagavano la pizzeria ecc...
La mia prassi, quando questi si avvicinavano in macchina e "offrivano un passaggio," era di mandarli a quel paese (finii così, per sbaglio, per mandarci anche un amico che era automunito...). Ovvio che nel mondo di oggi, in cui se qualcuno non parla bene dei gay è automaticamente un figlio di puttana, ciò che ho scritto non suona molto bello o molto politicamente corretto... ma anche se nessuno era obbligato a prostituirsi quella situazione era forzata e per me spregevole.

La mia caserma vista dall'alto! Con una X rossa sull'edifico dove ho passato 11 mesi

Mi ricordo la messa seguita per forza, noi portati nella cappella inquadrati in ordine chiuso. La domenica dopo invece hanno fatto i democratici, chiedendo nell'adunata d'appello: ─ Chi non crede in dio?
Alzai la mano io solo, tra le risatine dei compagni d'arme. Evidentemente il coraggio civile non è una cosa che impari a militare. Ed era proprio la domanda trabocchetto, perché subito dopo l'ufficiale ha chiesto ─ Chi è che crede, ma non vuole andare a messa? ─ permettendo a quelli che avevano ridacchiato di andarsene per i fatti loro senza scomodarsi con concetti che richiedessero prese di posizione.

Queste alcune delle meraviglie della vita nell'esercito di leva. Un anno della tua vita buttato via, un anno di gioventù, il che è molto più grave. È tantissimo.

Mi meraviglio ogni volta che sento quelli che parlano bene del loro servizio militare; forse diventa bello una volta che invecchi, perché è comunque un ricordo della giovinezza.
Meglio fermarmi, potrei allungare un articolo che ormai è già fin troppo esteso, ma nonostante i molti anni trascorsi l'argomento minaccia ancora oggi di rovinarmi la giornata. Se qualcuno vi racconta che il servizio militare di leva era un'istituzione positiva, mandatelo qui.

16 commenti:

Antonio Mele ha detto...

Post estremamente interessante. Anche io ho fatto la naja, nel 2003\04 a Firenze ma devo dire che per fortuna è stata praticamente una passeggiata. Innanzitutto per lo stipendio, che si aggirava sui 500 euro. Camerate, docce e bagni erano piu' che decenti, e una volta a settimana veniva addirittura la ditta di pulizie a lavare tutto. Io avevo il ruolo di magazziniere, e il mio unico compito era cambiare federe e lenzuola una volta la settimana. Il nonnismo era piu' una leggenda metropolitana raccontata che altro, e gli ufficiali seguivano il motto "voi non rompete le scatole a noi, e non non le rompiamo a voi". La mensa era unificata, e ricordo che il cibo pur non essendo roba da chef non era comunque da buttar via. Insomma un anno buttato, su questo concordo perfettamente con te, ma almeno senza grossi traumi.

In ogni caso non lo rifarei assolutamente, e non credo che abbia nulla di "formativo" come esperienza.

Bruno ha detto...

Be' puoi stare certo che ai miei tempi la ditta di pulizia... eri tu con uno scopettone in mano. Non ho parlato dello schifo di pulire certe situazioni con materiale pressoché inesistente, del resto non potevo scrivere un post ancora più lungo di quello che è. Sarei favorevole a una specie di campo d'addestramento di qualche settimana. Spari, impari a fare il soldato sul serio, impari la disciplina e la fatica nell'ambito di una situazione in cui i diritti e la dignità delle persone (e la loro salute) siano rispettati. Alla fine devi imparare il combattimento o a lavare i cessi? Un soldato americano o israeliano messo contro tutto il personale della mia caserma avrebbe ammazzato tranquillamente tutti, almeno finché gli duravano le munizioni.

Ivano Landi ha detto...

Io nonostante sia poco più giovane di te ho fatto il servizio civile, per undici mesi. Sono stato uno dei primi 1000 obiettori di coscienza italiani. Allora ero un pacifista convinto, oggi lo sono molto meno, e se dovessi ripetere la scelta credo che nonostante tutto (sapendo cioè che sarebbe comunque un anno buttato) farei il servizio militare.

Bruno ha detto...

Io non sono mai stato un pacifista. Non credo che abbia senso, questo non è un mondo in cui tu possa avere la pace solo per il fatto che la desideri. Per molti anni siamo stati senza guerre, senza nemmeno fare le missioni all'estero, ma è solo perché l'europa si era adagiata nel fare il protettorato degli USA, e quelli che avevano marcato male nella precedente guerra (Italia, Germania, Giappone) erano esentati da tutto. La pace si ottiene solo stando pronti alla guerra, e oggi come oggi nemmeno così.

Ma negli anni '80 se non andavi nei corpi scelti (parà o simili) non diventavi un soldato in quella schifezza di esercito che avevamo. Io non ero un soldato, ero un tizio che sapeva come si fa partire un colpo da un fucile, e forse in caso di guerra il colpo lo avrei piantato (se ci riuscivo!) nella schiena di uno di quei personaggi che rendevano la mia vita un inferno.

Bruno ha detto...

Faccio comunque presente che la mia caserma era un posto "normale." Nessuno è morto, nel mio anno là.

Ce n'erano ovviamente di meglio (ad es. Verona, vista coi miei occhi) ma anche molto peggio. C'erano posti che avevano la fama di veri e propri gironi dell'inferno. A me non è andata bene, ma poteva andare molto peggio...

M.T. ha detto...

Parlare adesso ai giovani di servizio militare e soprattutto dire che lo si è fatto è qualcosa di anacronistico: ti guardano come se fossimo un dinosauro, un alieno o qualcosa di estinto. Cresciuti dopo il cambiamento, non capiscono di quando non c'era scelta e si era obbligati a perdere un anno, con una paga simbolica (quando l'ho fatto c'erano ancora le lire).
Formativo come la pensano in tanti non lo è stato, ci aveva pensato la vita prima a insegnarmi delle cose; forse, le persone che criticano i giovani d'oggi perché a parte smanettare smartphone non sanno fare altro (fortunatamente ci sono ancora giovani validi, anche se in minoranza), pensano che facendo il militare almeno potrebbero imparare a spazzare per terra e a lavare i piatti, quindi di più di quel che sanno attualmente. Ho marciato, ho sparato, ho pulito camerate, cucine, bagni, fatto lavori di manutenzione, ho lavorato in ufficio, al centralino, tutte cose che già sapevo prima di fare il militare (a parte lo sparare). Ma il servizio militare non ha fatto di me un soldato, se ci fosse stato un conflitto non mi sarebbe servito a niente. Quello che ho visto è stato lo spreco che veniva fatto del cibo, cibo buono buttato via in quantità industriali, ma anche il vestiario, che una volta restituito (bisognava farlo) veniva anch'esso poi buttato via. Oltre a quello, s'è visto l'assurdità di certi ordini, una rigidità ottusa di certi persone perché avevano un minimo di potere e cose di cui è meglio non parlare. E poi gente che quando usciva, per dimenticare la noia si ubriacava (a livelli alti), il girare della droga.
In quell'ambiente si è visto un po' di tutto, come nella vita, però ho avuto anche la fortuna di conoscere persone che sono diventate amiche e con le quali ci si sente ancora. Questo è stato un aspetto positivo di qualcosa che non ho e non avrei ricercato se non fossi stato obbligato.

Bruno ha detto...

Dei superiori che si divertivano a fare gli stronzi ho appena accennato, ma ci sarebbe da scrivere molto anche su quello... Quanto alla minaccia di far pagare i pezzi di divisa che non restituivi, quando si è congedato il mio ska non se ne è fatto niente... evidentemente organizzare una cosa del genere era troppo una seccatura per i signori marescialli.

M.T. ha detto...

C'è da aggiungere che le condizioni igieniche non sempre venivano rispettate: nelle cucine si vedevano passare dei bei scarafaggi (per non parlare di muffa sui muri). E non solo: il ripiano dove veniva tagliata l'insalata veniva pulita con la scopa con la quale si era spazzato per terra (per questo ho sempre e solo mangiato cibi cotti).

Bruno ha detto...

Nelle cucine della caserma di Portogruaro gli scarafaggi la facevano da padroni. Ho passato un certo periodo nella contabilità della mensa (m'è toccato anche servire i piatti e quando fai quello la curiosa conseguenza è... che tu non mangi quasi di sicuro). Una bella mattina avvio la calcolatrice e schiaccio il tasto che fa scorrere avanti la carta. Lo scarafaggio che evidentemente aveva cercato il tepore della macchina è fuggito via, correndo sulla carta. Uno schifo...
I contenitori del latte, dei grossi vasconi di ferro, venivano posti su un davanzale prima di iniziare a scaldarli. Passavano i gatti a leccarne un po'. Nello schifo generale non mi faceva nemmeno effetto.

M.T. ha detto...

Mi sovviene un discorso fatto da un capitano mentre ero in servizio. Secondo l'ufficiale i giovani non avevano più valori perché non sentivano più i sacri confini della patria, non erano disposti a sacrificarsi e morire per la nazione, a dare la vita per le istituzioni: bisognava essere orgogliosi di questo, perché era questo che il servizio militare preparava. E si rammaricava, schifato, che i giovani non provassero attaccamento alle istituzioni.
A parte il fatto che discorsi simili potevano funzionare un secolo fa, i nazionalismi si è visto a che cosa hanno portato. Posso comprendere lottare per salvare i propri amici, i propri cari (per questo trovo fatto molto bene il film Flag of our brothers di Eastwood), ma è assurdo fare certi discorsi e stupirsi che la gente si allontani dalle istituzioni quando esse non fanno nulla per la popolazione, tranne prendere soldi, pretenderne sempre di più, speculare e sollazzarsi con essi, oltre a prendere in giro. Invece di essere un aiuto sono un peso, un parassita che succhia sempre più energie.

Bruno ha detto...

È un discorso un po' complesso per discuterne dentro questo tema specifico. Sentire la propria nazione non è sbagliato. Ma non puoi trattare a calci la gente e pretendere che ami le forze armate.

Salomon Xeno ha detto...

La tua mi sembra una descrizione lucida e disincantata. Molto più spesso si sente dire da chi l'ha fatto che il servizio "raddrizzava" i giovani... e in alcuni casi è anche credibile, visto che si sente, tra una generazione e l'altra, una diversa capacità di affrontare i problemi quotidiani. Io per inciso non ho dovuto scegliere, essendo del primo anno in cui non era più obbligatorio. Di contro, il servizio civile non ha mai avuto fama di essere altrettanto efficace. Lì la percezione che fosse una perdita di tempo era diffusa: mio cugino, per quanto ne so, faceva fotocopie tutto il giorno. Io non so cosa avrei scelto, tuttavia, in tutta onestà, nonostante pensi che un anno ben speso (non come accaduto in molti casi) al servizio della collettività sia anche ragionevole, sono contento di non averlo "perso".

Bruno ha detto...

Ciao Salomon. Ho volutamente posto l'accento sul fatto che molte delle cose che accadevano non erano educative per niente, proprio per negare l'utilità della leva come era svolta in Italia. I "rammolliti" di oggi li ho conosciuti sul lavoro e certo fanno impressione; però credo che per migliorarli proprio il lavoro possa essere formativo (come fu per me), molto più del militare, e in effetti sarebbe ora che ci fosse più opportunità di trovare lavoro perché è inconcepibile che ci sia gente che arriva ai 30 senza aver mai lavorato.

Ho avuto una conversazione su Facebook con un lettore che ipotizzava io avessi semplicemente visto cose che comunque succedevano in altri contesti civili anche se non le vedevo, che i giovani affrontavano problemi che comunque prima o poi avrebbero affrontato... insomma che la leva era uno specchio della realtà di allora. Questo mi sembra indimostrabile e penso che vi fosse invece un enorme scollamento tra la società civile e l'andazzo dell'esercito di allora. Certo io non posso essere sicuro che chi ha finito per suicidarsi durante la leva non sarebbe comunque crollato nella vita civile. Non so tuttavia se questo possa però essere una consolazione per quelle famiglie che consegnavano un figlio vivo all'esercito e lo rivedevano da morto.

A volte, poi, chi moriva era vittima di omicidi mascherati, di incidenti evitabilissimi, ecc...
Quanto era formativo essere costretti a vivere senza acqua potabile? E vedersela negare se la chiedevi? Ammalarsi di continuo per le condizioni sanitarie oscene? La necessità della vita dura era la foglia di fico di un esercito straccione dove la corruzione la faceva da padrona. Chissà come mai i soldati che le guerre le sanno vincere (io vedevo spesso gli statunitensi, visto che la mia brigata maneggiava dei gingilli molto pericolosi, sotto controllo yankee) fanno in caserma una vita normale.

M.T. ha detto...

Un'osservazione partendo dall'inizio del tuo post, dove le colleghe si lamentano dei figli maschi: ma loro non hanno provato a dargli un'educazione, a insegnargli qualcosa? Perché mi sembra tanto il "ci devono pensare gli altri" che tanto va di moda nelle ultime generazioni, dove nessuno vuole responsabilità. Non dovrebbe essere il ruolo di un genitore? E' vero che c'è chi ci prova e il figlio non lo segue, ma è anche vero che tanti pensano per sé e il figlio deve cavarsela da solo; o anche c'è chi segue le teorie di Spook, dove al figlio deve essere concesso di tutto, senza essere mai ripreso (e si vedono i danni di questo insegnamento).

Sull'abuso di potere, tu hai citato il negare di avere l'acqua da bere, io mi ricordo alla visita dei due giorni che mi fu negato di andare in bagno, perché l'esame delle urine era al pomeriggio e l'ho dovuta tenere dalle otto di mattina: sono arrivato alla fine che stavo male, ma male davvero.

Bruno ha detto...

@ M.T. Si tratte di persone con figli piccoli, la preoccupazione per i bimbi poco cresciuti era un problema generale...
Sul fatto che nel mondo di oggi uno possa dare un'educazione ai suoi figli comunque ci sarebbe da farsi qualche domanda.

Quanto al far tenere le urine per tutto il santo giorno, è la solita storia. Mica gli costa niente organizzarsi per fare il prelievo la mattina, ma tanto il disagio è degli altri, quindi chi se ne frega.

M.T. ha detto...

Oltre che fregarsene e non organizzarsi, c'era pure il carabiniere che sfotteva "non sono buoni nemmeno di tenerla per un po' questi giovani d'oggi".

Sulla questione educazione ci sarebbe da dire, ma è un altro argomento. Tuttavia qualche domanda ce la si pone, se durante il servizio militare degli ufficiali si meravigliavano se sapevo (e anche altri, non ero l'unico) spazzare e pulire bagni: si vede che a tanti queste cose in famiglia non sono state insegnate.