giovedì 22 gennaio 2015

I distinguo che non si dovrebbero fare

Il "meme" Je Suis Charlie, nato subito dopo la recente strage di Parigi, si è subito diffuso a livello planetario e ha subito suscitato una quantità di reazioni negative, sia da parte di gente che non lo ha voluto capire, sia da parte di gente che lo ha capito benissimo, e da parte di qualche furbacchione che voleva mettersi in luce. "No mi spiace, io mi sento costretto a dire che 'non sono Charlie' " e simili. Nelle parole di chi ha inventato il meme e la sua grafica, "Je suis Charlie è un messaggio universale in difesa della libertà di stampa e di espressione. Era il mio modo di testimoniare la solidarietà con i giornalisti uccisi. Volevo anche dire che non dobbiamo avere paura."


Così penso che debba essere interpretato. Poi sono arrivati i vari distinguo, tra cui uno che mi ha disgustato parecchio, proveniendo dalla stampa USA: Il Financial Times affermava che la provocazione di Charlie Hebdo era "imprudente" e "stupida,"  (*) come può essere stupido uno che si espone a una probabile reazione dell'avversario. In effetti una reazione che era prevedibile perché era già stato effettuato un attacco contro il giornale satirico. State in campana, chi ve lo fa fare!
Questa è la presa di posizione più vigliacca che abbia visto da parte di un giornale da parecchio tempo a questa parte. A parte il fatto che Charlie Hebdo usava la stessa satira offensiva contro tutte le religioni in nome della laicità, il ruolo di chi resiste a certe imposizioni del terrore islamico è proprio quello di incoraggiare chi non vuole chinare la testa, la stampa libera non deve arrivare a pensare "chi te lo fa fare a pubblicare queste provocazioni." È chiaro che si tratta di una presa di posizione pericolosa, basti pensare alla brutta fine che gli islamici hanno fatto fare a Theo Van Gogh, regista olandese che con il film Submission aveva preso una posizione "scomoda" rispetto alle idee predicate dai benpensanti e dai politicamente corretti.




Se degli estremisti religiosi vanno in altri paesi ad applicare una informale condanna a morte contro chi critica il loro fanatismo, e la migliore risposta occidentale è che chi non tiene un profilo basso è soltanto uno stupido, abbiamo già fatto una rinuncia fondamentale alle nostre libertà. Questo indipendentemente dal fatto che il film di Van Gogh fosse di ben altro spessore rispetto alle battute volgari e aggressive di Charlie Hebdo, talvolta degne delle scritte che i ragazzini delle medie lasciano nei cessi. Ho letto il numero di questo giornale distribuito in Italia assieme al Fatto Quotidiano settimana scorsa, e mi è venuto automatico il paragone con certi esponenti della satira di casa nostra, che quando mancano le idee sparano a zero con la volgarità e l'attacco personale. Charlie Hebdo pur non mancando di battute azzeccate è spesso proprio su quei livelli, anzi li supera. Ma anche se spesso la volgarità e l'aggressione sostituiscono l'intelligenza, Charlie Hebdo resta una delle poche voci di quelli che difendono la libertà di espressione contro un nuovo oscurantismo religioso. Non è il momento di fare dei distinguo basati sulla qualità della sua satira! Per questo bisognava dire senza tentennamenti Je Suis Charlie.

 La redazione dopo l'attentato

Uno che non l'ha voluto dire è il Papa. Non mi stupisco, perché affermando che non si deve insultare, automaticamente vuole ammorbidire (per il poco che può) i contrasti con l'islam e anche difendere la chiesa cattolica da simili attacchi satirici. Papa Francesco però si è spinto addirittura un po' più in là, dicendo che se qualcuno offende sua madre è normale che si aspetti un pugno. Io ricordo un passo della Bibbia in cui si chiede al cristiano di porgere l'altra guancia, ma certamente il Papa ne sa più di me, e forse stiamo per assistere a un cambio di marcia da parte del mondo cattolico, non si sa mai.

Un'altra polemica è stata lanciata proprio nei giorni dei funerali delle vittime. L'ottantenne De Ton, uno dei fondatori di Charlie Hebdo, se l'è presa con veemenza contro Stéphane Charbonnier detto Charb, il caporedattore, di aver trascinato verso la morte l'equipe del giornale con la sua volontà di provocare l'islam. Fatti interni loro, da non tirare fuori mentre i cadaveri erano ancora caldi. A mio parere De Ton ha detto cose sbagliate in un momento molto sbagliato.

La mia conclusione è che non era e non è il momento di ripararsi dietro dei distinguo, anzi è il momento di dire tutti assieme (quelli a cui la libertà interessa!) che non si accetta di farsi zittire. Non ho nascosto i miei dubbi sul giornale satirico francese, eppure è importante comunque dire Je Suis Charlie.



Se ancora non vi basta potete leggere altri punti di vista qui (in inglese) e decidere se siete d'accordo o no (io non sono d'accordo).

(*) come giustamente mi viene fatto notare ho preso a esempio un giornale inglese e non USA. Il fatto in sé, che negli USA c'è stato un atteggiamento generalmente assai freddo e prudente, è vero.





4 commenti:

M.T. ha detto...

Sul Financial Times. Andrebbe fatto notare che per certi individui qualsiasi pretesto va bene per imporre con la forza e la violenza le sue idee. Che dire delle chiese bruciate e dei cristiani massacrati solo perché non erano islamici? Non avevano insultato nessuno, ma sono stati uccisi. E, se la notizia troverà conferme dato che sono in atto diatribe su di esse, che dire dei tredici ragazzini uccisi per aver visto una partita di calcio?
Di fronte alla follia, agli estremismi non si sta zitti, non si lascia correre.

Salomon Xeno ha detto...

Condivido in toto. Io ho provato un certo disagio quando ho letto tutti questi distinguo, così come ho letto i j'accuse di chi intende l'hashtag in senso restrittivo (se non apprezzi quel genere di satira sei ipocrita), tanto che mi sono chiesto che risposta siamo realmente in grado di dare, come società, a un attacco del genere. Forse l'unica reazione sincera è stata la manifestazione dei parigini, ed è a essi che ho pensato condividendo il logo "Je suis Charlie".

ItalianJam ha detto...

Non sono d’accordo.

In tutto il mondo si è parlato di libertà di stampa, ma Chiarlie Hebdo faceva satira: un luogo dove si parla liberamente di politica, religione, sesso e morte. Chi prova a valutare la satira e le sue conseguenze con i parametri previsti per tutte le altre forme di comunicazione (offesa a mia mamma=pugno) lo fa intenzionalmente (anche strumentalmente), perché la satira vuole che la persona ragioni, facendo leva sulla libertà di pensiero e questo, alla pari della curiosità, fa paura.

E allora, dove sta il limite? Il limite è dentro di noi; la satira deve per definizione colpire tutti: alti, bassi, magri e grassi: e se io sono interista, godo quanto si fa satira sulla Juve, ma poi m’incazzo quando la leggo sull’Inter. Pazienza.

Una precisazione, il Financial Times comes from Regno Unito, non è americano (http://it.wikipedia.org/wiki/Financial_Times) e pertanto non può rappresentare la stampa Usa. D’altronde, se abbiamo un pochino di libertà di stampa lo dobbiamo proprio agli Yankee, altrimenti qui ci sarebbero ancora i Savoia.

At salùt.

Bruno ha detto...

Precisazione 2: è vero, ci sono state molte prese di posizione freddine da parte della stampa USA e per stigmatizzarle ho preso l'esempio... sbagliato, però interessante lo stesso. (per inciso. Gli USA hanno a che fare con la nostra libertà? O con la nostra mancanza della medesima?).

Da notare comunque che la satira di CH colpisce tutti. Non so Juve e Inter, ma tutte le religioni senz'altro sì.
Per questo poteva e può essere preso a simbolo della laicità e della libertà di stampa, e fraintendere lo slogan, che in quanto tale non può essere perfetto, era quanto mai inopportuno.