sabato 13 ottobre 2012

Segnalazioni

Tornando per un momento al cinema italiano, segnalo due articoli interessanti da La Stampa.

Un impietoso panorama anche dal punto di vista economico, scritto da Fulvia Caprara.

Una disamina di Francesco Bonami sull'intellettualismo autoreferenziale dei nostri registi. Se avete letto il mio post precedente, capirete come m'abbia fatto piacere l'ultima frase: Good luck and good night …..possibilmente però non con i soldi pubblici.

giovedì 11 ottobre 2012

Off topic: Un Giorno Speciale

Ogni tanto mi faccio del male e vado a vedere un film italiano. Stavolta ho notato sul giornale le quattro stellette di critica date a questa pellicola sulle aspirazioni dei giovani e sul pegno che comunque bisogna pagare al politicante di turno per avere la spintarella. Regista impegnata, figlia d'arte. Ok, la classica formula per una cosa orripilante, mi son detto, e non ho resistito alla tentazione di andarlo a vedere per verificare se ci avevo azzeccato.

A onor del vero, il cinema si trovava a pochissima distanza dal mio luogo di lavoro e l'orario coincideva perfettamente alla bisogna, se no questa me la sarei risparmiata.

Quando i maledetti yankee parlano di tematiche serie a volte lo fanno all'europea (esempio: Michael Moore, che è comunque più interessante dei nostri), a volte sanno creare una metafora molto ben calzante mentre la storia principale finge di parlare d'altro, a volte te lo sanno esprimere con lo spettacolo puro. Sanno miscelare tutto con il vero cinema, in genere.
Il cinema italiano no. E' didascalico, è palloso, manda i messaggi che vuol trasmettere pesanti e insistenti come una lezione in cui il professore ti sottolinea tre volte il punto che vuole farti entrare nella capoccia (e proprio per questo, ovviamente, non ci riesce). Ma bando a queste banalità.

Un Giorno Speciale, di Francesca (figlia-di-Luigi) Comencini, tratto dal romanzo Il Cielo con un Dito di Claudio Bigagli, parla di due "poveri ma belli" nelle spire dell'Italia vecchia e corrotta dei politici e dei preti, da cui bisogna sempre passare per poter ottenere il lavoro e la carriera. Lei, attricetta, la vediamo al momento della sveglia mattutina in una qualcunque casa della periferia di Roma, deve uscire presto, incoraggiata dalla madre, per fare atto di autopromozione concedendosi alle voglie di un parlamentare (il tutto espresso tra madre e figlia girando intorno al concetto). Lui arriva a prenderla per portarla alla bisogna, in qualità di autista in giacca e cravatta e su macchinona nera, impacciato al primo giorno di lavoro (lavoro ottenuto non per merito, ma per spintarella, lui non ha grandi doti e lo ammette). Il politco però ha da fare e i due giovincelli vanno in giro e pranzano insieme, si conoscono e rompono il ghiaccio. Poi però la realtà ritornerà alla carica e... il seguito è perfettamente prevedibile.

Cosa dire? La solita storia: sguardo ideologico che travisa la realtà e la rende cartapesta anche quando ci si sforza di fare del realismo. La recitazione a volte faticosa. Il romanesco. Le situazioni scontate e più che classiche. Prodotto con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ma la smettete di far 'sta roba con i miei soldi?). Eccetera.

Pensiero malvagio: chissà se le maestranze e i giovani tecnici diretti da cotanta regista non abbian pensato di essere nella stessa situazione dei due ragazzi del film, quanto a carriere negate e opportunità bloccate.
Link malvagio: una recensione in toni meno accesi dei miei ma qua e là molto più aguzza e feroce (Il viaggio di Gina e Marco tradisce infatti l’esotismo che, agli occhi della Comencini, deve avere la vita dei giovani di periferia). Per inciso, condivido l'affermazione che la tipa che si concede al politico per averne un vantaggio metta in atto una scelta, e quindi non possa commuovere. M'è venuta in mente, mentre vedevo il film, Jennifer Connelly nel ruolo della tossica in Requiem for a Dream. Altro personaggio che non ha che da biasimare se stesso. Un po' come il cinema italiano.












mercoledì 10 ottobre 2012

La Cosa (2011)

Un remake? Era così impossibile pensare di affrontare un film valido come La Cosa e rifarlo, che per fortuna vi hanno rinunciato. Ma come vedremo, non hanno saputo rinunciarvi del tutto.
Il film del 1982, se vogliamo, invitava proprio a fare un prequel. All'inizio abbiamo la famosa scena del cane che scappa inseguito dai proiettili sparati dall'alto: ovvero da un elicottero che proviene dalla vicina base norvegese. Gli statunitensi ovviamente non capiscono perché si tenti di eliminare il cane, gli eventi consentono alla bestia di sopravvivere e così l'alieno si introdurrà nella base USA.
Così per non fare una copia del film di Carpenter i produttori hanno deciso di porsi l'ovvia domanda: cos'era successo alla base norvegese?

Alla regia è stato scelto l'olandese Matthijs van Heijningen con Eric Heisserer alla sceneggiatura (un americano), il cast comprende diversi attori norvegesi. Tra gli attori USA spicca nel ruolo della dottoressa Kate Lloyd Mary Elizabeth Winstead, che viene da precedenti ruoli dell'orrore (tutti film che io non ho visto e probabilmente non vedrò).

Il film di Carpenter è stato minuziosamente esaminato per creare una perfetta continuità con gli eventi del prequel. Il lavoro sarebbe anche encomiabile, se non che poi non abbiamo praticamente nessun lampo di fantasia nella storia di questo La Cosa del 2011.Va da sé che i prequel hanno già il finale noto, il che non è una buona cosa. Non aiuta se tutto il resto è un omaggio o una copia carta carbone del film che ha dato l'ispirazione. Pur con una diversa atmosfera e ben altri effetti speciali, il prequel è allo stesso tempo per molti aspetti un remake, un po' come Prometheus con Alien. Anzi, diciamo in maniera molto più ravvicinata, altrimenti il paragone sarebbe ingiusto verso Prometheus.
Prevedibilmente i norvegesi scoprono l'astronave, gli specialisti dagli Stati Uniti arrivano per studiare la creatura intrappolata nel ghiaccio, ma si crea subito qualche malumore tra le due nazionalità (presagio della paranoia che vedremo dopo, quando ci sarà l'alieno di mezzo: ma lo sappiamo già fin da subito). Ovviamente l'alieno si rianima e comincia a fare danni... e tutto il resto più o meno è come nel film di Carpenter.

Personaggi scialbi che prendono decisioni sceme, situazioni prevedibili (c'è anche il test per vedere chi è contaminato, anche se fatto in un altro modo), un film da dimenticare. Probabilmente se fosse uscito nel 1982 assieme al primo La Cosa avrebbe perso nel confronto nonostante gli effetti speciali migliori, che all'epoca sarebbero sembrati incredibili. Non consiglio di vederlo. Per quanto riguarda me, dal momento che la versione di Carpenter è uno dei miei film preferiti, sapevo che presto o tardi questo lo avrei visto "per forza," ma come prevedevo non merita di essere ricordato.











domenica 7 ottobre 2012

La Cosa (1982)

Purtroppo è quasi superfluo parlare del film La Cosa. Perché si tratta di un punto fermo (dell'horror o della fantascienza, vedete voi) ed è uno dei capolavori di John Carpenter, regista dallo stile molto intenso e personale (almeno nelle sue opere migliori). E anche per una grande interpretazione di Kurt Russel, attore icona di un'epoca.
La Cosa sarebbe un remake di un film di successo del 1951 (La Cosa da un altro Mondo) ispirato da un romanzo breve di John Campbell: Who Goes There? ...ma Carpenter si distaccò da quel film pur rimanendo abbastanza fedele al materiale originale del libro. Costruì una storia densa di azione, tensione, paranoia e orrore su questa creatura aliena che capita in mezzo al mondo piccolo e chiuso di una stazione di ricerca antartica.
Complice la colonna sonora di Ennio Morricone (che però s'ispira allo stile secco e cupo della musica elettronica che lo stesso Carpenter creava per i film), e gli effetti speciali particolarmente validi per l'epoca (Carpenter lavorava per la prima volta con una grossa casa cinematografica) La Cosa è uno dei film più potenti che io abbia mai visto.

[Attenzione: segue qualche anticipazione sulla trama].
Un paio di critiche, rivedendolo di recente. Innanzitutto lo scienziato Blair che, posseduto dall'alieno prima che gli altri se ne rendano conto, viene isolato in una baracca e poi si scopre che ha cercato di costruire dai rottami di un elicottero distrutto una macchina volante: piuttosto ridicolo, anche ammettendo che l'alieno in controllo di Blair abbia chissà quali capacità. Quanto agli effetti speciali erano eccellenti nel 1982, vedendoli adesso non reggono il confronto con le possibilità attuali.
Il punto di forza maggiore è che, un po' nello stile di Alien seppure con presupposti completamente diversi, l'alieno è un qualcosa di incredibilmente difficile da sconfiggere. Capace di impadronirsi della mente delle vittime, di assimilarle e mimetizzarsi tra le persone, di sopravvivere al livello cellulare anche quando viene ucciso, il nemico è qualcosa che si può sconfiggere solo uccidendo animali e persone, e sterilizzando l'intera zona a suon di fuoco ed esplosioni. E per di più in circostanze in cui gli umani non possono fidarsi l'uno dell'altro. Pur non avendo l'apparenza ben studiata di Alien, la "cosa" è forse un alieno ancora più spaventoso, e si manifesta in molte rivoltanti forme.

Coerente con questa premessa, il film termina (implicitamente anche se non letteralmente) con la morte di tutti. Anche i due che sopravvivono alla distruzione dell'intera base (il pilota MacReady, ovvero il personaggio di Kurt Russel, e il meccanico Childs, interpretato da Keith David) verranno presto uccisi dal gelo inclemente poiché ogni riparo è incendiato. Consapevoli che dopo lo spegnimento delle fiamme il freddo si farà sentire, ma sapendo di non aver mezzo di sopravvivenza alcuno, i due abbandonano il clima di diffidenza che aveva imperato su tutte le persone della base e si dividono una bottiglia in attesa della fine.

Il film coprì le spese di produzione ma non ebbe successo, anche se oggi viene considerato un capolavoro. Carpenter e Kurt Russel hanno dato la colpa in parte alla concorrenza di E.T. di Spielberg, che vedeva gli alieni come "buoni" interrompendo la tradizionale diffidenza che generalmente ha prevalso nella fantascienza; in parte a fenomeni come il diffondersi dell'AIDS che forse rendevano sgradevoli certi riferimenti del film agli esami del sangue per capire chi è contaminato e chi no. Ad ogni modo questa è la sorte di parecchi film validi, e ci fa comprendere meglio perché è piuttosto insolito vedere un finale duro, dove tutti i personaggi sono uccisi o condannati a morire: il grande pubblico non ama questo tipo di storie. Noioso, ma a quanto pare è così.





domenica 30 settembre 2012

Ore 12 e 25, Radio Popolare

"I blogger parlano di tutto e non sanno niente"

Ringrazio Radio Popolare per la perla di saggezza.
Una cosa la so: la domenica mattina posso ascoltare un'altra radio.

La fisica di Battlestar Galactica

Un articolo interessante in rete (è in inglese) parla da un punto di vista militare del "realismo" di Battlestar Galactica, la serie TV, e in generale dei concetti di guerra spaziale come si vedono in televisione o al cinema.

Già. Come l'intervistato (che è un esperto della marina militare USA) fa notare, il fatto stesso che la Galactica sia una portaerei nello spazio ha i suoi problemi. Nello spazio gli "aerei" non avrebbero bisogno di un ponte di lancio per uscire con grande accelerazione dalla "nave." E non sarebbero un mezzo diverso da quello in cui decollano perché l'ambiente è uno solo: lo spazio. La portaerei nel mondo reale si muove nell'acqua, ed è adatta a qeull'ambiente; lancia gli aerei che sono capaci di muoversi nell'aria, che pone altre possibilità e vantaggi (per esempio, si può andare molto più veloci nell'aria) ma è un mezzo differente che pone dei problemi da risolvere (per dirne uno: l'atterraggio dell'aereo, che è veloce, sulla portaerei, che è lenta) che non ci sarebbero nello spazio.
Quindi che senso ha la "portaerei spaziale?" Vediamo un po'.

Per quanto riguarda il tipo di combattimento, l'intervistato afferma giustamente che la premessa dello scrittore (o dello sceneggiatore) crea la tecnologia, che dovrebbe essere anche quella secondo cui uno scontro è combattuto. Se le astronavi viaggiano più veloci della luce e sparano con potenti cannoni laser, una battaglia sarebbe uno scambio di colpi poderosi, diretti là dove si pensa che il nemico potrebbe trovarsi fra qualche istante. Perciò, dice l'articolo, non ci sarebbe bisogno dei caccia spaziali: If you do a fairly simple extrapolation of current technology, what you end up with is space combat as sort of ponderous ballet with shots fired at long distance at fairly fragile targets where you have to predict where the target is going to be. You don't end up with space fighters. You don't end up with lots of armaments.
Traduzione alla buona: estrapolando semplicemente la tecnologia di oggi, arrivi al combattimento spaziale come una specie di balletto da pesi massimi con colpi sparati da lunga distanza a bersagli piuttosto fragili, e dovrai prevedere dove si troverà il tuo bersaglio. Non arrivi ai caccia, o a enormi quantità di armamenti.

Non sono un esperto militare ma la penso diversamente. Se armati in maniera decente (ovvero in grado di distruggere una nave "grossa" come potevano farlo, per dire, i bombardieri in picchiata o gli aerosiluranti della II Guerra Mondiale) gli "aerei imbarcati" moltiplicherebbero lo spazio "occupato" dalle tue armi e quindi saturato dal tuo fuoco, e si sacrificherebbero per tenere il nemico a distanza dalla "nave madre" così preziosa per la sopravvivenza di tutti). In Guerra Eterna di Haldeman c'è proprio uno scontro in cui i mezzi telecomandati o secondari (caccia, missili...) conducono il "balletto matematico" di spari, mosse e contromosse per cercare di eliminare il nemico e salvare l'incrociatore che li ha lanciati.

Inoltre: se accetti tutto il resto come ad esempio la velocità superiore a quella della luce, allora accetti che possano esistere gli "scudi" alla Star Trek, capaci di resistere ai colpi. Oppure le particelle che disturbano i radar come nel cartone animato Gundam, dove il combattimento torna ad essere regolato dai sensi del pilota nonostante l'elevata tecnologia. Un'osservazione forse ovvia dell'esperto militare, ovvia ma da tener presente, è che in un universo dove sia possibile il viaggio a velocità superiori a quella della luce sarebbero all'ordine del giorno gli attacchi di sorpresa. Ma è sempre vero che si può "immaginare" una tecnologia che corregga anche questo.

E' vero che scrittori e sceneggiatori si ispirano pesantemente al mondo reale per ideare una fantascienza che non sia totalmente aliena al loro pubblico. Ma poiché è sempre possibile inventare la tecnologia fantastica che si vuole, l'esperto intervistato può dire che certe cose sono mostrate male (movimento non vettoriale ad esempio) ma non può dire che un certo tipo di arma per forza non dovrebbe esserci. Ovviamente, le cose andrebbero spiegate. Invece, come ho già fatto notare, anche in una serie piuttosto evoluta come Battlestar Galactica le necessità della trama portano facilmente alle improvvisazioni più atroci.