Un post su Repubblica mi ha lasciato molto perplesso. Si tratta del blog del matematico italiano Oddifreddi, che stavolta se la prende sulla letteratura che parla di cose leggendarie, magiche o "non vere" e sulle conseguenze che ciò avrebbe sulla gente. Per il rigoroso Oddifreddi un uso massiccio di finzioni ha un effetto deleterio sulla realtà, e nel mucchio di finzioni che vengono inculcate fin dalla scuola mette insieme la religione (che ci dà fin da bambini una visione del mondo distorta, magica, popolata di angeli e demoni), l'epica (Iliade e Odissea), la Divina Commedia, la filosofia con le sue visioni più deliranti, a detta dell'autore Platone, Hegel, Croce. Aggiunge poi il contributo devastante del mondo culturale e dell'intrattenimento, di libri e spettacoli cinematografici o televisivi. E qui ci troviamo il Signore degli Anelli, Guerre Stellari e Harry Potter.
Conseguenza di questo martellamento è che la gente non sa più distinguere la panzana da quello che ha una base scientifica o che comunque è oggettivamente vero. E non gli interessa nemmeno conoscere la realtà.
A parte il fatto che vorrei capire se è mai esistita per Oddifreddi un'epoca in cui la gente non era gonza, e cosa avrebbe creato tale età dell'oro (ammesso che vi sia stata), a parte il fatto che mi pare che il nostro scienziato abbia messo insieme un grande guazzabuglio, a me sembra che il caldo gli abbia fatto un brutto scherzo. Mi piacerebbe confrontarmi con i miei scarsi lettori, se c'è qualcuno che non si trova in vacanza e ha voglia di fare delle considerazioni in merito alle affermazioni del blogger di Repubblica.
mercoledì 17 agosto 2011
sabato 13 agosto 2011
Red Sonja
Se esiste un abisso tra il primo film di John Milius su Conan e il seguito, ovvero Conan il Distruttore diretto da Richard Fleischer nel 1984, mi sentirei di dire che il terzo film della produzione De Laurentiis, ovvero Red Sonja (dalle nostre parti lo hanno intitolato Yado), scende così in basso da non farcela nemmeno a guadagnarsi la categoria del "B-Movie," scivolando nel kitsch in una maniera orrenda. I motivi di questo suicidio? non saprei. forse, visto che Fleischer aveva portato comunque un certo successo economico con Conan il Distruttore, si è pensato che si potesse convincere lo spettatore a parcheggiare direttamente il cervello fuori dal cinema e godersi qualsiasi porcheria. Be', il pubblico è bue e bestia, ma fino a un certo punto: questo film non ebbe un buon risultato economico.
La protagonista di questo brutto film girato tra Lazio e Abruzzo è la statuaria Brigitte Nielsen che sembra falsa in qualsiasi scena appaia; le cose verranno peggiorate notevolmente dal classico bambino insopportabile, nella parte di un principe il cui regno è stato devastato da Gedren la Regina Cattiva; peggio ancora, il principino viene accompagnato da una specie di servitore e guardia del corpo, che fa a sua volta da macchietta. Notoriamente, nel film partecipa Arnold Schwarzenegger ma non come Conan bensì nei panni di Lord Kalidor (Yado in Italia); parla poco, salva la situazione quando occorre, ammazza un po' di cattivi, compare misteriosamente quando c'è bisogno di lui e partecipa al gran finale. Il naufragio del film è così totale che la presenza di Schwarzy non cambia le cose. Curiosità: avrebbe dovuto tornare nei panni del Cimmero in una successiva pellicola, che però non si fece (pare che Schwarzenegger avesse terminato i suoi obblighi verso De Laurentiis).
Spezzerei una lancia per Sandahl Bergman, la ladra Valeria del primo Conan, che aveva rifiutato il ruolo di Red Sonja per interpretare Gedren, la regina malvagia. Non che sia un grande ruolo ma almeno non è ridicola come la Nielsen, che vinse il Razzie Award (l'Oscar "al contrario") come peggiore nuova attrice protagonista.
La trama è semplice e lineare: un talismano dai grandi poteri, ma pericolosissimo, sta pre essere eliminato dalle sacerdotesse che lo custodiscono (solo le donne possono toccarlo senza morire). Interviene la perfida Gedren e se ne impadronisce per i suoi piani di dominio. Kalidor/Yado soccorre l'unica sacerdotessa rimasta in vita e riesce a farla incontrare con la sorella (Red Sonja, appunto) prima che muoia. Red Sonja, che ha subito la sua buona dose di torti dalla regina, intraprende una spedizione vendicatrice: da lì prende il via una serie di scene di combattimento, d'avventura e di viaggio, per lo più senza né capo né coda. La presenza della musica di Morricone non salva le cose, anzi direi che l'accompagnamento in qualche caso è fastidioso.
Mentre in Conan il Barbaro di effetti speciali non c'era moltissimo, e questo aiutava perché quel poco è spesso di scarso livello, qui purtroppo si fa grande uso di scenari fatti male, trucchi di telecamera da far venire il latte alle ginocchia, mostri di plasticone che fanno pietà e grandi statue di polistirolo.
La cosa peggiore sono i dialoghi, che fanno davvero rabbrividire. E il tono generale del film, che vuol essere una buffonata ridicola e ci riesce benissimo. Anche il primo Conan aveva un paio di momenti di autoironia (merce da usare con cutela nel fantasy, perché il confine tra il solenne e la vaccata è sempre labile), qui ci si prende in giro praticamente dall'inizio alla fine, come se (nonostante la gran quantità di denaro speso) il cast e le maestranze non riuscissero mai a decidere di prendersi sul serio.
Così brutto non me lo immaginavo. Una schifezza inqualificabile.
La protagonista di questo brutto film girato tra Lazio e Abruzzo è la statuaria Brigitte Nielsen che sembra falsa in qualsiasi scena appaia; le cose verranno peggiorate notevolmente dal classico bambino insopportabile, nella parte di un principe il cui regno è stato devastato da Gedren la Regina Cattiva; peggio ancora, il principino viene accompagnato da una specie di servitore e guardia del corpo, che fa a sua volta da macchietta. Notoriamente, nel film partecipa Arnold Schwarzenegger ma non come Conan bensì nei panni di Lord Kalidor (Yado in Italia); parla poco, salva la situazione quando occorre, ammazza un po' di cattivi, compare misteriosamente quando c'è bisogno di lui e partecipa al gran finale. Il naufragio del film è così totale che la presenza di Schwarzy non cambia le cose. Curiosità: avrebbe dovuto tornare nei panni del Cimmero in una successiva pellicola, che però non si fece (pare che Schwarzenegger avesse terminato i suoi obblighi verso De Laurentiis).
Spezzerei una lancia per Sandahl Bergman, la ladra Valeria del primo Conan, che aveva rifiutato il ruolo di Red Sonja per interpretare Gedren, la regina malvagia. Non che sia un grande ruolo ma almeno non è ridicola come la Nielsen, che vinse il Razzie Award (l'Oscar "al contrario") come peggiore nuova attrice protagonista.
La trama è semplice e lineare: un talismano dai grandi poteri, ma pericolosissimo, sta pre essere eliminato dalle sacerdotesse che lo custodiscono (solo le donne possono toccarlo senza morire). Interviene la perfida Gedren e se ne impadronisce per i suoi piani di dominio. Kalidor/Yado soccorre l'unica sacerdotessa rimasta in vita e riesce a farla incontrare con la sorella (Red Sonja, appunto) prima che muoia. Red Sonja, che ha subito la sua buona dose di torti dalla regina, intraprende una spedizione vendicatrice: da lì prende il via una serie di scene di combattimento, d'avventura e di viaggio, per lo più senza né capo né coda. La presenza della musica di Morricone non salva le cose, anzi direi che l'accompagnamento in qualche caso è fastidioso.
Mentre in Conan il Barbaro di effetti speciali non c'era moltissimo, e questo aiutava perché quel poco è spesso di scarso livello, qui purtroppo si fa grande uso di scenari fatti male, trucchi di telecamera da far venire il latte alle ginocchia, mostri di plasticone che fanno pietà e grandi statue di polistirolo.
La cosa peggiore sono i dialoghi, che fanno davvero rabbrividire. E il tono generale del film, che vuol essere una buffonata ridicola e ci riesce benissimo. Anche il primo Conan aveva un paio di momenti di autoironia (merce da usare con cutela nel fantasy, perché il confine tra il solenne e la vaccata è sempre labile), qui ci si prende in giro praticamente dall'inizio alla fine, come se (nonostante la gran quantità di denaro speso) il cast e le maestranze non riuscissero mai a decidere di prendersi sul serio.
Così brutto non me lo immaginavo. Una schifezza inqualificabile.
sabato 6 agosto 2011
The Cell
Ok, lo ammetto, questo film mi è piaciuto la prima volta che l'ho visto, e dopo un altro paio di visioni mi piace ancora di più. Non sono amante dei film di serial killer, e non sono ammiratore di Jennifer Lopez (che comunque qui offre un'interpretazione decente), ma The Cell sprigiona un lato onirico e fantastico che tiene la scena e sfrutta al meglio le qualità di Tarsem Singh, regista di videoclip di nazionalità indiana.
(Da qui in poi, anticipazioni sulla trama). L'eroina del film è Catherine Deane (la Lopez), psicologa nonché pioniera in una tecnologia futuristica dove il terapeuta cerca di "entrare nel subconscio" del paziente in maniera molto letterale, con un collegamento tra le menti non privo di rischi (è un po' la stessa storia che si è vista anche in film come Matrix o recentemente in Inception: se muori o vai fuori di senno nel "mondo virtuale" sei nei guai anche in quello reale). All'inizio della storia la si vede, senza troppo successo, alle prese con un bambino autistico.
Vince Vaughn (che ha partecipato a un sacco di film che non ho visto) fa la parte di Novak, un intelligente poliziotto che si trova alle prese con un serial killer, e ha compreso che costui uccide le donne che rapisce con un rituale molto preciso, un certo numero di ore dopo il sequestro. L'assassino infatti usa un complicato meccanismo automatico per annegarle. Vaughn in questa trama dovrebbe fare il poliziotto triste e tormentato, nonché ossessionato dal dovercela fare a risolvere il caso prima che ci sia una nuova vittima: però la sua prestazione è modesta, del trio di protagonisti mi pare la parte debole e questo è abbastanza dannoso per il film. Quanto al killer, di nome Stargher, è ben interpretato da Vincent d'Onofrio, l'attore che anni fa (ingrassando apposta per la parte) fu il soldato "palla di lardo" in Full Metal Jacket. Lo si vede in azione fin dalle prime scene, chiaramente disturbato e dissociato in un suo mondo di fantasie perverse. Gli altri personaggi (medici, vittime del killer, poliziotti) non sono particolarmente importanti.
Non c'è una lunga caccia al cattivo in verità: Novak riesce a scoprire chi è l'omicida (che ha appena rapito un'altra vittima) e si reca alla casa di Stargher con gran spiegamento di uomini e mezzi: segue la solita irruzione da manuale ma la vittima non è lì. Il killer non fa alcuna resistenza ma non sarà disponibile a un interrogatorio, perché è già andato in coma per i fatti suoi a causa della degenerazione cerebrale cui lo espone la schizofrenia di cui soffre (si tratta di una "licenza medica" del film).
Poiché Stargher non potrà mai più riprendere conoscenza, la polizia si rivolge all'ospedale dove lavora Catherine: nonostante i rischi di un'operazione mai tentata, si decide che la psicologa dovrà creare un contatto con il killer e convincere la sua parte "buona" a rivelare il luogo in cui la ragazza rapita è nascosta: come da rituale, la vittima infatti è prigioniera di una cella sigillata, dove verrà pompata acqua a un'ora prestabilita.
Il viaggio nella mente del killer coinvolgerà a un certo punto anche Novak, che avrà l'intuzione decisiva e correrà verso la località dove la vittima è prigioniera.
Tra immagini tratte da una gran varietà di fonti (scenografie religiose e orientali, paesaggi onirici sconfinati, strani marchingegni, suggestioni feticiste) si vedono scene di Stargher bambino (maltrattato dal padre), della sua parte "buona" che parla tranquillamente con Catherine e di quella cattiva, demoniaca, che cerca di ucciderla. La corsa contro il tempo avrà (ovviamente) successo, e mentre Novak corre a salvare la ragazza rapita, Catherine offre (nella "realtà virtuale" ma anche nel mondo reale) un compassionevole "colpo di grazia" a Stargher.
Si potrebbe domandare: tutto qui? Sì, tutto qui, non voglio far sembrare The Cell più di quello che è. Tuttavia il film unisce la spettacolarità a qualche idea nuova che dà un guizzo di vita a un genere ritritissimo (poliziesco con serial killer), è insolito nella ricerca del bambino buono dentro la mente del serial killer, nella scena di un colloquio pacifico (per quanto "immaginario") di Catherine con Stargher adulto. Questo film non è un capolavoro ma ha un che di inconsueto, riesce a mettersi a cavallo fra diversi generi, pur non avendo una grandissima trama. E' un po' fantascienza, un po' horror poliziesco con il classico serial killer, ma anche thriller psicologico. Con attori di primo piano poteva essere un successo tremendo.
Ho letto in giro un po' di critiche (made in USA). Alcuni apprezzano i contenuti e lo stile, molti condannano
The Cell per motivi bacchettoni che non mi piacciono: non gradiscono ad esempio un battesimo che si trasforma in una scena sinistra (Stargher bambino che viene tenuto troppo tempo sott'acqua, e l'acqua è in effetti un fattore importante della sua malattia mentale), sempre lui bambino che viene picchiato dal padre, le varie scene di follia e pratiche sadomasochiste. Nella Wikipedia in inglese c'è una recensione che è uno spettacolo, di un giornalista che scrive: "Se vado a vedere un film con un serial killer, non voglio vedere che qualcuno lo compatisce e lo perdona. Voglio vedere che gli si spara, lo si pugnala, lo si sbudella e infine lo si getta urlante fra le fiamme."
Ora, io non sono uno di quelli sempre politicamente corretti secondo cui se uno fa del male bisogna perdonarlo perché è "colpa della società." Però è anche vero che chi fa del male di frequente è proprio colui che il male ha subito. La vittima per cui nessuno è intervenuto in tempo. La società non può far altro che difendersi, tuttavia mi è piaciuto lo sguardo obiettivo e compassionevole di questo film, per quanto sia molto più forte l'aspetto puramente estetico e grafico. The Cell va controcorrente su temi piuttosto scabrosi:
la produzione ha accettato l'inevitabile e magari anche giusta botta della censura (Rating R negli USA e un sacco di VM18 in giro per il mondo), e innervosito un certo tipo di benpensanti: questo non può che farmi piacere.
(Da qui in poi, anticipazioni sulla trama). L'eroina del film è Catherine Deane (la Lopez), psicologa nonché pioniera in una tecnologia futuristica dove il terapeuta cerca di "entrare nel subconscio" del paziente in maniera molto letterale, con un collegamento tra le menti non privo di rischi (è un po' la stessa storia che si è vista anche in film come Matrix o recentemente in Inception: se muori o vai fuori di senno nel "mondo virtuale" sei nei guai anche in quello reale). All'inizio della storia la si vede, senza troppo successo, alle prese con un bambino autistico.
Vince Vaughn (che ha partecipato a un sacco di film che non ho visto) fa la parte di Novak, un intelligente poliziotto che si trova alle prese con un serial killer, e ha compreso che costui uccide le donne che rapisce con un rituale molto preciso, un certo numero di ore dopo il sequestro. L'assassino infatti usa un complicato meccanismo automatico per annegarle. Vaughn in questa trama dovrebbe fare il poliziotto triste e tormentato, nonché ossessionato dal dovercela fare a risolvere il caso prima che ci sia una nuova vittima: però la sua prestazione è modesta, del trio di protagonisti mi pare la parte debole e questo è abbastanza dannoso per il film. Quanto al killer, di nome Stargher, è ben interpretato da Vincent d'Onofrio, l'attore che anni fa (ingrassando apposta per la parte) fu il soldato "palla di lardo" in Full Metal Jacket. Lo si vede in azione fin dalle prime scene, chiaramente disturbato e dissociato in un suo mondo di fantasie perverse. Gli altri personaggi (medici, vittime del killer, poliziotti) non sono particolarmente importanti.
Non c'è una lunga caccia al cattivo in verità: Novak riesce a scoprire chi è l'omicida (che ha appena rapito un'altra vittima) e si reca alla casa di Stargher con gran spiegamento di uomini e mezzi: segue la solita irruzione da manuale ma la vittima non è lì. Il killer non fa alcuna resistenza ma non sarà disponibile a un interrogatorio, perché è già andato in coma per i fatti suoi a causa della degenerazione cerebrale cui lo espone la schizofrenia di cui soffre (si tratta di una "licenza medica" del film).
Poiché Stargher non potrà mai più riprendere conoscenza, la polizia si rivolge all'ospedale dove lavora Catherine: nonostante i rischi di un'operazione mai tentata, si decide che la psicologa dovrà creare un contatto con il killer e convincere la sua parte "buona" a rivelare il luogo in cui la ragazza rapita è nascosta: come da rituale, la vittima infatti è prigioniera di una cella sigillata, dove verrà pompata acqua a un'ora prestabilita.
Il viaggio nella mente del killer coinvolgerà a un certo punto anche Novak, che avrà l'intuzione decisiva e correrà verso la località dove la vittima è prigioniera.
Tra immagini tratte da una gran varietà di fonti (scenografie religiose e orientali, paesaggi onirici sconfinati, strani marchingegni, suggestioni feticiste) si vedono scene di Stargher bambino (maltrattato dal padre), della sua parte "buona" che parla tranquillamente con Catherine e di quella cattiva, demoniaca, che cerca di ucciderla. La corsa contro il tempo avrà (ovviamente) successo, e mentre Novak corre a salvare la ragazza rapita, Catherine offre (nella "realtà virtuale" ma anche nel mondo reale) un compassionevole "colpo di grazia" a Stargher.
Si potrebbe domandare: tutto qui? Sì, tutto qui, non voglio far sembrare The Cell più di quello che è. Tuttavia il film unisce la spettacolarità a qualche idea nuova che dà un guizzo di vita a un genere ritritissimo (poliziesco con serial killer), è insolito nella ricerca del bambino buono dentro la mente del serial killer, nella scena di un colloquio pacifico (per quanto "immaginario") di Catherine con Stargher adulto. Questo film non è un capolavoro ma ha un che di inconsueto, riesce a mettersi a cavallo fra diversi generi, pur non avendo una grandissima trama. E' un po' fantascienza, un po' horror poliziesco con il classico serial killer, ma anche thriller psicologico. Con attori di primo piano poteva essere un successo tremendo.
Ho letto in giro un po' di critiche (made in USA). Alcuni apprezzano i contenuti e lo stile, molti condannano
The Cell per motivi bacchettoni che non mi piacciono: non gradiscono ad esempio un battesimo che si trasforma in una scena sinistra (Stargher bambino che viene tenuto troppo tempo sott'acqua, e l'acqua è in effetti un fattore importante della sua malattia mentale), sempre lui bambino che viene picchiato dal padre, le varie scene di follia e pratiche sadomasochiste. Nella Wikipedia in inglese c'è una recensione che è uno spettacolo, di un giornalista che scrive: "Se vado a vedere un film con un serial killer, non voglio vedere che qualcuno lo compatisce e lo perdona. Voglio vedere che gli si spara, lo si pugnala, lo si sbudella e infine lo si getta urlante fra le fiamme."
Ora, io non sono uno di quelli sempre politicamente corretti secondo cui se uno fa del male bisogna perdonarlo perché è "colpa della società." Però è anche vero che chi fa del male di frequente è proprio colui che il male ha subito. La vittima per cui nessuno è intervenuto in tempo. La società non può far altro che difendersi, tuttavia mi è piaciuto lo sguardo obiettivo e compassionevole di questo film, per quanto sia molto più forte l'aspetto puramente estetico e grafico. The Cell va controcorrente su temi piuttosto scabrosi:
la produzione ha accettato l'inevitabile e magari anche giusta botta della censura (Rating R negli USA e un sacco di VM18 in giro per il mondo), e innervosito un certo tipo di benpensanti: questo non può che farmi piacere.
venerdì 29 luglio 2011
La battaglia di Bangkok
Paolo Bacigalupi, la cui foto si trova verso la fine di questo articolo, ha un cognome ligure (chissà se ne è al corrente lui stesso?) perciò dovrebbe essere italoamericano, ma nell'intervista che ho letto scherza sul fatto del cognome "impronunciabile" senza fare accenno alle proprie origini: comunque fa piacere vedere un nome "nostrano" tra i vincitori dei più grandi premi di fantascienza. Il libro che lo ha consacrato al successo, The Windup Girl (che potremmo tradurre approssimativamente come "la ragazza a molla") ha vinto il premio Nebula nel 2009 e lo Hugo Award l'anno seguente. Ero troppo curioso per aspettare di vedere se una casa editrice nostrana si decidesse a tradurlo, così l'ho preso in inglese in una libreria del centro di Milano.
Il mondo ha subito una serie di disastri che lo hanno ripiombato in un'era di bassa tecnologia, almeno per la maggior parte della gente. Le tecnologie sofisticate esistono, ma sono per pochi, così veder viaggiare un veicolo come quelli che girano per le nostre strade di oggi è un evento eccezionale da osservare con meraviglia. I vecchi tempi dell'Espansione sono terminati, le epoche facili in cui il cibo era accessibile in grandi quantità e l'energia disponibile a tutti. I grattacieli sono rimasti per lo più deserti, perché non più in grado di far funzionare i propri organi vitali: ascensori e condizionatori d'aria. Tutto è tornato all'antico, ma non completamente. Molti congegni, veicoli e scooter funzionano per mezzo di sofisticati strumenti meccanici che accumulano e rilasciano energia (l'autore usa termini come kink-spring, non so se dovrei tradurre come "molla attorcigliata"), energia che può essere ottenuta anche semplicemente pedalando o usando animali. Quella che mi è sembrata strana è l'assenza dei pannelli fotovoltaici, vorrei capire perché l'autore non li fa apparire nella sua Bangkok del futuro. Ho scritto una email all'autore, ma ovviamente la spiegazione non è arrivata: uno che vince il Premio Nebula non è che ha il tempo per stare lì a rispondere a un blog sperduto nel cyberspazio... O magari la domanda era cretina per qualche motivo ovvio cui io non arrivo, chi lo sa?
A proposito di animali, esistono enormi bestie ricavate geneticamente dagli elefanti, i megodonti, che danno energia alle fabbriche, e altri animali, nocivi, prodotti dall'ingegneria genetica: esperimenti falliti, indesiderati ma sfuggiti al controllo. Ed esiste poco cibo, ricavato da sementi sterili vendute dalle "compagnie delle calorie," che ricattano interi popoli con pestilenze geneticamente prodotte e sementi valide per un solo raccolto.
L'orrore della fame e delle malattie ha annientato interi popoli e ne ha messi altri in ginocchio. Ma la Tailandia fiera e combattiva si è difesa, mantenendo una banca di sementi nascoste per preservare la ricchezza e la varietà genetica delle piante che producono il proprio cibo, e ospitando la tecnologia e i geni ribelli del mondo delle compagnie, al fine di combattere mossa dopo mossa questa spietata partita.
Jaidee, la "Tigre di Bangkok," è un capitano delle "camicie bianche" al servizio del Ministero dell'Ambiente e lotta contro i farang, i "diavoli bianchi" che vogliono inserirsi nel paese, e contro il Ministero del Commercio che li appoggia. Le camicie bianche sono corrotte alla tipica maniera orientale, si fanno dare qualche banconota per guardare dall'altra parte quando un venditore di cibo per strada usa metano non autorizzato (fiamma blu) o un mercante porta col suo dirigibile merce proibita; tuttavia quando vogliono dare un segnale diventano inflessibili.
Anderson è un falso imprenditore che usa come copertura una fabbrica, installata a Bangkok da un inventore che sognava di produrre un modello più efficiente di molla per dare un nuovo sviluppo al mondo. Il progetto è fallimentare ma Anderson vi spreca denaro per potersi muovere nel paese: vuole accordi politici per impadronirsi della ricchezza genetica che ancora la Tailandia custodisce; vuole anche rintracciare Gibbons, un genio della genetica che, per il piacere della sfida, è corso in aiuto del piccolo paese asiatico e lo aiuta nella lotta contro le compagnie delle calorie.
Alleato di Anderson è Carlyle, l'uomo che comanda una flotta di dirigibili (sostituti dei grandi aerei da trasporto di oggi). I re tailandesi hanno deciso di proteggere Bangkok dalle acque marine che sono salite a dismisura per colpa dell'effetto serra, hanno costruito immense dighe, ma le pompe devono continuamente lavorare per impedire che la capitale venga sommersa dal mare che comunque filtra implacabile, e dalle piogge monsoniche. Le pompe hanno bisogno di riparazioni, ma il materiale deve viaggiare sui dirigibili di Carlyle, il farang che ha subito tanti oltraggi dalle camicie bianche di Jaidee e ora aspetta il momento della dolce rivincita.
Anderson lascia l'amministrazione della fabbrica a Hock Seng, manager cinese rifugiato dalla Malesia. Quelli come lui, accolti con misericordia dalla monarchia tailandese, vengono chiamati "carte gialle" dal colore dei loro documenti di profughi. Hock Seng era benestante ma non ha saputo vedere la tempesta che arrivava. Gli estremisti islamici malesi, le "fasce verdi," hanno spazzato via il suo ricco clan, ucciso i suoi figli e le sue mogli coi loro machete rossi di sangue, lo hanno costretto a una fuga ignominiosa. Hock Seng vive nel terrore, disprezzato dai tailandesi e sempre in pericolo di perdere il lavoro, sempre timoroso che un'altra tempesta lo travolga, ma è anche in cerca una via (onesta o non proprio onesta) per ritornare l'uomo florido che era prima e per ridar vita al suo clan.
E infine c'è Emiko, la ragazza a molla. I suoi movimenti sono strani (io non sono riuscito a figurarmeli bene) e questa particolarità, che la rende ben riconoscibile come creatura dell'ingegneria genetica assieme al fatto che non può avere figli, è voluta dai suoi creatori per impedire altre spiacevoli disgrazie nate con gli esperimenti genetici. Costruita per un Giappone dove nascono troppo pochi figli, Emiko è un abominio per la mentalità tailandese: senza karma, senza anima da reincarnare, fuori dal ciclo dell'esistenza. Abbandonata come un oggetto da un manager giapponese che tornava in patria, costretta dal proprio condizionamento a servire e obbedire, trasformata in una prostituta esotica da sfruttatori senza scrupoli, sogna di raggiungere luoghi lontani dove le "nuove persone" come lei vivono libere. Ma di questi luoghi ha solo sentito parlare: esistono veramente?
E poi c'è Kanya, vice di Jaidee, la ragazza che non sorride mai, una delle camicie bianche più fedeli: ma di lei non posso che accennare per non tradire parti essenziali della trama.
La storia porterà questi personaggi a interagire e a compiere azioni inaspettate e imprevedibili, mentre il destino del paese si realizza fra eventi drammatici. Un grandissimo libro di fantascienza, che ha continuato a frullarmi in mente per vari giorni dopo averlo terminato: bella ambientazione, personaggi credibili e ben caratterizzati, e uno squarcio su un futuro orrendo ma tutt'altro che impossibile. Un'opera che tocca i principali temi della triste ma realistica fantascienza di oggi: il disastro ambientale, il postumanesimo e l'ingegneria genetica, la tirannia delle grandi corporazioni in una globalizzazione che sa portare solo sfruttamento, l'esaurirsi delle risorse e la devastazione sociale che risulta da tutto questo. Ho trovato piacevole, nonostante l'uso frequente di termini sconosciuti, anche l'immersione nel contesto di un paese come la Tailandia e la volontà di farci leggere il significato degli eventi sia nella nostra mentalità che in quella orientale.
Punti forti, oltre ai colpi di scena e alle rivelazioni inaspettate ma del tutto credibili, il fatto che le azioni dei personaggi appaiono spiegabili e motivate anche quando estreme, e la coralità della storia: d'altra parte questo libro ovviamente non piacerà a chi vuole sempre e comunque il duello tra un buono e un cattivo.
Un'altra recensione, questa in inglese.
Il mondo ha subito una serie di disastri che lo hanno ripiombato in un'era di bassa tecnologia, almeno per la maggior parte della gente. Le tecnologie sofisticate esistono, ma sono per pochi, così veder viaggiare un veicolo come quelli che girano per le nostre strade di oggi è un evento eccezionale da osservare con meraviglia. I vecchi tempi dell'Espansione sono terminati, le epoche facili in cui il cibo era accessibile in grandi quantità e l'energia disponibile a tutti. I grattacieli sono rimasti per lo più deserti, perché non più in grado di far funzionare i propri organi vitali: ascensori e condizionatori d'aria. Tutto è tornato all'antico, ma non completamente. Molti congegni, veicoli e scooter funzionano per mezzo di sofisticati strumenti meccanici che accumulano e rilasciano energia (l'autore usa termini come kink-spring, non so se dovrei tradurre come "molla attorcigliata"), energia che può essere ottenuta anche semplicemente pedalando o usando animali. Quella che mi è sembrata strana è l'assenza dei pannelli fotovoltaici, vorrei capire perché l'autore non li fa apparire nella sua Bangkok del futuro. Ho scritto una email all'autore, ma ovviamente la spiegazione non è arrivata: uno che vince il Premio Nebula non è che ha il tempo per stare lì a rispondere a un blog sperduto nel cyberspazio... O magari la domanda era cretina per qualche motivo ovvio cui io non arrivo, chi lo sa?
A proposito di animali, esistono enormi bestie ricavate geneticamente dagli elefanti, i megodonti, che danno energia alle fabbriche, e altri animali, nocivi, prodotti dall'ingegneria genetica: esperimenti falliti, indesiderati ma sfuggiti al controllo. Ed esiste poco cibo, ricavato da sementi sterili vendute dalle "compagnie delle calorie," che ricattano interi popoli con pestilenze geneticamente prodotte e sementi valide per un solo raccolto.
L'orrore della fame e delle malattie ha annientato interi popoli e ne ha messi altri in ginocchio. Ma la Tailandia fiera e combattiva si è difesa, mantenendo una banca di sementi nascoste per preservare la ricchezza e la varietà genetica delle piante che producono il proprio cibo, e ospitando la tecnologia e i geni ribelli del mondo delle compagnie, al fine di combattere mossa dopo mossa questa spietata partita.
Jaidee, la "Tigre di Bangkok," è un capitano delle "camicie bianche" al servizio del Ministero dell'Ambiente e lotta contro i farang, i "diavoli bianchi" che vogliono inserirsi nel paese, e contro il Ministero del Commercio che li appoggia. Le camicie bianche sono corrotte alla tipica maniera orientale, si fanno dare qualche banconota per guardare dall'altra parte quando un venditore di cibo per strada usa metano non autorizzato (fiamma blu) o un mercante porta col suo dirigibile merce proibita; tuttavia quando vogliono dare un segnale diventano inflessibili.
Anderson è un falso imprenditore che usa come copertura una fabbrica, installata a Bangkok da un inventore che sognava di produrre un modello più efficiente di molla per dare un nuovo sviluppo al mondo. Il progetto è fallimentare ma Anderson vi spreca denaro per potersi muovere nel paese: vuole accordi politici per impadronirsi della ricchezza genetica che ancora la Tailandia custodisce; vuole anche rintracciare Gibbons, un genio della genetica che, per il piacere della sfida, è corso in aiuto del piccolo paese asiatico e lo aiuta nella lotta contro le compagnie delle calorie.
Alleato di Anderson è Carlyle, l'uomo che comanda una flotta di dirigibili (sostituti dei grandi aerei da trasporto di oggi). I re tailandesi hanno deciso di proteggere Bangkok dalle acque marine che sono salite a dismisura per colpa dell'effetto serra, hanno costruito immense dighe, ma le pompe devono continuamente lavorare per impedire che la capitale venga sommersa dal mare che comunque filtra implacabile, e dalle piogge monsoniche. Le pompe hanno bisogno di riparazioni, ma il materiale deve viaggiare sui dirigibili di Carlyle, il farang che ha subito tanti oltraggi dalle camicie bianche di Jaidee e ora aspetta il momento della dolce rivincita.
Anderson lascia l'amministrazione della fabbrica a Hock Seng, manager cinese rifugiato dalla Malesia. Quelli come lui, accolti con misericordia dalla monarchia tailandese, vengono chiamati "carte gialle" dal colore dei loro documenti di profughi. Hock Seng era benestante ma non ha saputo vedere la tempesta che arrivava. Gli estremisti islamici malesi, le "fasce verdi," hanno spazzato via il suo ricco clan, ucciso i suoi figli e le sue mogli coi loro machete rossi di sangue, lo hanno costretto a una fuga ignominiosa. Hock Seng vive nel terrore, disprezzato dai tailandesi e sempre in pericolo di perdere il lavoro, sempre timoroso che un'altra tempesta lo travolga, ma è anche in cerca una via (onesta o non proprio onesta) per ritornare l'uomo florido che era prima e per ridar vita al suo clan.
E infine c'è Emiko, la ragazza a molla. I suoi movimenti sono strani (io non sono riuscito a figurarmeli bene) e questa particolarità, che la rende ben riconoscibile come creatura dell'ingegneria genetica assieme al fatto che non può avere figli, è voluta dai suoi creatori per impedire altre spiacevoli disgrazie nate con gli esperimenti genetici. Costruita per un Giappone dove nascono troppo pochi figli, Emiko è un abominio per la mentalità tailandese: senza karma, senza anima da reincarnare, fuori dal ciclo dell'esistenza. Abbandonata come un oggetto da un manager giapponese che tornava in patria, costretta dal proprio condizionamento a servire e obbedire, trasformata in una prostituta esotica da sfruttatori senza scrupoli, sogna di raggiungere luoghi lontani dove le "nuove persone" come lei vivono libere. Ma di questi luoghi ha solo sentito parlare: esistono veramente?
E poi c'è Kanya, vice di Jaidee, la ragazza che non sorride mai, una delle camicie bianche più fedeli: ma di lei non posso che accennare per non tradire parti essenziali della trama.
La storia porterà questi personaggi a interagire e a compiere azioni inaspettate e imprevedibili, mentre il destino del paese si realizza fra eventi drammatici. Un grandissimo libro di fantascienza, che ha continuato a frullarmi in mente per vari giorni dopo averlo terminato: bella ambientazione, personaggi credibili e ben caratterizzati, e uno squarcio su un futuro orrendo ma tutt'altro che impossibile. Un'opera che tocca i principali temi della triste ma realistica fantascienza di oggi: il disastro ambientale, il postumanesimo e l'ingegneria genetica, la tirannia delle grandi corporazioni in una globalizzazione che sa portare solo sfruttamento, l'esaurirsi delle risorse e la devastazione sociale che risulta da tutto questo. Ho trovato piacevole, nonostante l'uso frequente di termini sconosciuti, anche l'immersione nel contesto di un paese come la Tailandia e la volontà di farci leggere il significato degli eventi sia nella nostra mentalità che in quella orientale.
Punti forti, oltre ai colpi di scena e alle rivelazioni inaspettate ma del tutto credibili, il fatto che le azioni dei personaggi appaiono spiegabili e motivate anche quando estreme, e la coralità della storia: d'altra parte questo libro ovviamente non piacerà a chi vuole sempre e comunque il duello tra un buono e un cattivo.
Un'altra recensione, questa in inglese.
giovedì 28 luglio 2011
Aspettando Godot, anzi Conan...
Cosa dice Jason Momoa del nuovo Conan che è in arrivo?
Spero che ai fan piaccia. Ci saranno degli imbecilli che diranno che non è come il film degli anni ’80, ma è normale: quelli erano i fottuti anni ’80 e oggi possiamo fare molte più cose al cinema
Momoa fa un po' di fatica, penso, a capire che la difficoltà sarà quella di fare un film bello, e non di assomigliare o meno ai "fottuti anni '80." Quando si perde poi in dichiarazioni sul fatto che non teme il confronto con Schwarzenegger mostra anche di non capire che il problema non è quello dell'attore protagonista (per quanto se lui non funzionasse sarebbe già un disastro).
Schwarzenegger era andato alla grande, diretto da John Milius (regista del primo Conan il Barbaro), ma non ha risollevato con la sua sola presenza il secondo film della serie (Conan il Distruttore), diretto da Richard Fleischer nel 1984.
Semplicemente, Fleischer non era John Milius. E nemmeno Marcus Nispel è Milius, aggiungerei. Penso che il principale problema sarà questo, oltre a tutto il contorno (dalla epica colonna sonora del film di Milius si passerà a un accompagnamento a suon di rock, che magari piacerà agli sbarbati ma continua a entrarci pochino con il fantasy di un certo tipo...).
Detto questo, sicuramente andrò a vedere il nuovo Conan sperando per il meglio nonostante i trailer siano scoraggianti. Conan il Barbaro (rifacimento) esce il 18 agosto, sempre che ci sia una sala cinematografica aperta dalle vostre parti.
giovedì 21 luglio 2011
World Invasion
Proprio un pessimo film, purtroppo. Non so nemmeno dove cominciare a fare l'elenco delle assurdità che ci sono, anzi, ci rinuncio perché la maggior parte mi dev'esser già sfuggita di mente.
Mi fa specie perfino il titolo: nella versione italiana hanno deciso di metterne uno differente da quello originale che è Battle: Los Angeles, ma hanno scelto sempre un titolo in inglese!
Comunque sia (da qui in poi spoiler a valanga), gli alieni arrivano sulla Terra, scambiati per uno sciame di asteroidi, e si scoprirà che sono in cerca di... acqua. I terricoli decidono di rispondere con un bombardamento e una pattuglia di soldati è inviata a evacuare una zona di Los Angeles (già l'idea di effettuare l'evacuazione di una metropoli sotto il fuoco nemico mi dà qualche perplessità). Un sergente (interpretato da Aaron Eckhart, che era Harvey Dent/Due Facce nel Cavaliere Oscuro) conduce una frazione dell'operazione assieme a un ufficiale che schiatterà a metà della storia, ma c'è una particolarità: il nostro sergente porta dentro di sé una grave colpa (che ovviamente riscatterà alla grande nel film): ha responsabilità nella morte della sua squadra in Iraq, e per questo in squadra non lo vuole nessuno, tantomeno il fratello di uno dei soldati morti sotto il suo comando.
L'evacuazione dei civili avrà le sue fasi drammatiche e un bel po' di combattimenti girati con lo stile di Black Hawk Down. Altre particolarità del film fanno pensare anche a pesanti ispirazioni tratte da District 9. Del primo dei due film ho un'ottima opinione, del secondo molto meno, comunque è enormemente migliore di questo.
Dopo aver portato i civili in salvo (non tutti) la nostra pattuglia scoprirà la presenza di una mega astronave aliena che si è infrattata sotto terra (come diavolo c'è andata?) e troverà anche la maniera di farla fuori. Bum! Fatto fuori il centro di comando tutti i meccanismi alieni cadono come pere cotte. Scoperto l'inghippo, si potrà replicare la tattica in tutte le città del mondo che sono sotto attacco. Mi chiederete: è davvero così scemo 'sto film? Risposta: anche di più, solo che non ho voglia di addentrarmi troppo.
Mi fa piangere che una quantità di quattrini e di effetti speciali sia stata spesa così male. In realtà dal punto di vista commerciale è stata spesa bene perché nonostante le critiche, negative anche in terra yankee, con un investimento di 70/100 milioni di dollari se ne sono guadagnati circa 200.
Morti eroiche, bambini insopportabili, coraggio e patriottismo allappanti, scene che sono dei veri spot pubblicitari per le forze armate, sceneggiatura cretina e dettagli strampalati a ogni pié sospinto, World Invasion può far passare un paio di ore felici a chi vuol vedere combattimenti ed esplosioni, ma non offre proprio nient'altro, ed è pure troppo lungo.
Aaron Eckhart però ha detto che non gli dispiacerebbe girare un seguito del film.
Speriamo di no.
Mi fa specie perfino il titolo: nella versione italiana hanno deciso di metterne uno differente da quello originale che è Battle: Los Angeles, ma hanno scelto sempre un titolo in inglese!
Comunque sia (da qui in poi spoiler a valanga), gli alieni arrivano sulla Terra, scambiati per uno sciame di asteroidi, e si scoprirà che sono in cerca di... acqua. I terricoli decidono di rispondere con un bombardamento e una pattuglia di soldati è inviata a evacuare una zona di Los Angeles (già l'idea di effettuare l'evacuazione di una metropoli sotto il fuoco nemico mi dà qualche perplessità). Un sergente (interpretato da Aaron Eckhart, che era Harvey Dent/Due Facce nel Cavaliere Oscuro) conduce una frazione dell'operazione assieme a un ufficiale che schiatterà a metà della storia, ma c'è una particolarità: il nostro sergente porta dentro di sé una grave colpa (che ovviamente riscatterà alla grande nel film): ha responsabilità nella morte della sua squadra in Iraq, e per questo in squadra non lo vuole nessuno, tantomeno il fratello di uno dei soldati morti sotto il suo comando.
L'evacuazione dei civili avrà le sue fasi drammatiche e un bel po' di combattimenti girati con lo stile di Black Hawk Down. Altre particolarità del film fanno pensare anche a pesanti ispirazioni tratte da District 9. Del primo dei due film ho un'ottima opinione, del secondo molto meno, comunque è enormemente migliore di questo.
Dopo aver portato i civili in salvo (non tutti) la nostra pattuglia scoprirà la presenza di una mega astronave aliena che si è infrattata sotto terra (come diavolo c'è andata?) e troverà anche la maniera di farla fuori. Bum! Fatto fuori il centro di comando tutti i meccanismi alieni cadono come pere cotte. Scoperto l'inghippo, si potrà replicare la tattica in tutte le città del mondo che sono sotto attacco. Mi chiederete: è davvero così scemo 'sto film? Risposta: anche di più, solo che non ho voglia di addentrarmi troppo.
Mi fa piangere che una quantità di quattrini e di effetti speciali sia stata spesa così male. In realtà dal punto di vista commerciale è stata spesa bene perché nonostante le critiche, negative anche in terra yankee, con un investimento di 70/100 milioni di dollari se ne sono guadagnati circa 200.
Morti eroiche, bambini insopportabili, coraggio e patriottismo allappanti, scene che sono dei veri spot pubblicitari per le forze armate, sceneggiatura cretina e dettagli strampalati a ogni pié sospinto, World Invasion può far passare un paio di ore felici a chi vuol vedere combattimenti ed esplosioni, ma non offre proprio nient'altro, ed è pure troppo lungo.
Aaron Eckhart però ha detto che non gli dispiacerebbe girare un seguito del film.
Speriamo di no.
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