sabato 1 gennaio 2011

Warbreaker

Di Brandon Sanderson non avevo letto niente, sapevo che era stato scelto per continuare l'opera di Robert Jordan (che è morto senza poter terminare la sua serie La Ruota del Tempo, come saprete). Dagli appunti e dalle istruzioni che Jordan aveva lasciato per far sì che la serie potesse avere fine, per mezzo della penna di un altro scrittore, è saltato fuori che si possono fare due volumi, non un solo volume finale. Poi, anzi, sono diventati tre. Io su questa proliferazione da fabbrica di bestseller penso tutto il male possibile, e ciò non mi rende particolarmente incline ad apprezzare Sanderson, ma avendo letto che il nostro scrittore si era fatto già comunque una fama per conto proprio, ero curioso di leggere qualcosa di suo.

Fatta questa premessa non potevo perdermi Warbreaker, un libro autoconclusivo (per ora non uscito in italiano) che poteva permettermi di assaggiare l'opera di Sanderson senza beccarmi una trilogia. A dire il vero ci sarebbe già la voce di un secondo libro, se non il seguito quantomeno ambientato nello stesso mondo, ma questo non toglie che Warbreaker sia una storia con un inizio e una fine. Ed era anche disponibile gratuitamente in formato digitale: ma l'ho scoperto dopo aver acquistato il cartaceo.

Ho trovato interessante il sistema magico basato sul Respiro (Breath) e sul Colore. Il Respiro (che è un po' anima, un po' forza vitale, un po' energia magica) ha una strana caratteristica: le persone nel mondo di Warbreaker possono venderlo o accumularlo. Chi se ne priva vive un'esistenza meno piena e felice, ma non muore (per le divinità il discorso è diverso). Chi ne accumula in grande quantità percepisce meglio il mondo, vive meglio e più a lungo, e soprattutto può sfruttare il Respiro (e il Colore) per animare (Awakening) certe categorie di oggetti e anche animali o persone morte, in modo da far loro compiere azioni (piuttosto semplici). Il sistema magico è estremamente dettagliato (vi è dedicata anche un'appendice), a livello di regolamento di gioco di ruolo. Riferimenti molto tecnici anche nei dialoghi, ecc... in fondo anche un po' noiosi. Io ho sempre pensato che possedere la formazione e la mentalità da arbitro di GDR possa aiutare ad essere rigorosi nel far funzionare le proprie invenzioni fantastiche, ma ritengo anche che si dovrebbe mimetizzare un po' queste strutture e mantenere il "sende of wonder" del magico e del fantastico. A ciascuno il suo punto di vista, comunque.

Quanto all'ambientazione, abbiamo due potenze rivali. Idris è un debole regno sulle montagne, rifugio di una casa regnante decaduta a causa di una guerra civile; i membri di questa casata hanno dei poteri misteriosi, ma rifiutano la magia del Colore e del Respiro, infatti tutti gli abitanti si vestono di grigio, bianco e nero, e vivono un'esistenza spartana. Hallandren al contrario è un diluvio di colore e anche di pacchianeria, e ospita una magia così potente che alcuni individui (i Returned, morti che resuscitano in virtù di un fenomeno misterioso) la comandano in funzione di divinità: pubbliche, accessibili al popolo, avide del Respiro che si fanno donare dal popolo stesso, ma controllate a loro volta da una casta di preti il cui ruolo appare subito ambiguo. E' una città al centro di un dominio potentissimo, in una pianura torrida dove cresce la giungla.
Insomma è l'antitesi di Idris. Il peggio è che la casa regnante di Idris fuggì proprio da qui. Idris tuttora rivendica la sovranità su Hallandren, e viceversa.
Scoppiasse una guerra non ci sarebbe storia, perché l'esercito di Hallandren, composto di Lifeless (morti rianimati con il Respiro, trasformati in soldati fortissimi che non hanno bisogno di mangiare e dormire) non ha rivali. Hallandren vuole che il figlio del proprio Dio-Re (il più forte dei Returned) torni ad avere il sangue della casa reale e ha preteso dalla casata di Idris l'invio di una principessa come sposa. Ciò darà l'avvio ai fatti raccontati nel libro.

Non so cosa avrete capito dalla mia esposizione, diciamo, in parole povere, che l'ambientazione è ricca, il sistema magico interessante, e c'è un sacco di politica e di intrigo. Ci sono diversi personaggi che arricchiscono il proprio eloquio con capolavori di raffinata ironia. Magari anche troppa? A volte stucchevole, sì, ma il dio Lightsong è uno spettacolo ogni volta che compare nelle pagine.Viste queste premesse avevo cominciato a leggere il primo centinaio di pagine con entusiasmo, proseguendo purtroppo ho incontrato delle incongruenze a mio parere vistose, delle debolezze nella storia, un'eccessiva prolissità: difetti che sprecano molto di quello che Warbreaker avrebbe potuto essere.

Qui ci fermiamo se non avete letto il libro; infatti nel prosieguo del post rivelo parte della trama e faccio delle considerazioni che non potete valutare senza aver letto Warbreaker, a cui dò una valutazione finale di sufficienza; ma se siete di gusti meno difficili dei miei, potrebbe piacervi, e magari anche parecchio. In inglese, non ho trovato una recensione negativa che sia una, anzi l'entusiasmo è dilagante.

Innanzitutto mi spiace che ci siano delle incongruenze e che i personaggi siano, spesso, poco delineati. E qualcuno non funziona proprio. La parte che ho trovato meno digeribile è quella di Vivenna, la sorella "prescelta" per il matrimonio col Dio, e poi delusa perché è stata lasciata a casa. Dovrebbe essere seria, studiosa, intelligente, virtuosa, preparata. Ovviamente il contatto con la società di Hallandren è uno shock, ma non giustifica il comportamento superficiale e stupido della donna, che si lascia traviare dai mercenari (falsi amici) dell'agente segreto Lemex di cui lei si fidava (a proposito, non si capisce nemmeno come Denth e compagni abbiano infinocchiato Lemex...). La principessa non prende il controllo delle operazioni e si limita a diventare un pupazzo (ben vestito) di Denth. Perde di vista i due obiettivi strettamente connessi con cui è arrivata alla capitale avversaria, salvare la sorella Siri ed evitare la guerra. Diventa preponderante quello che era l'obiettivo in subordine, danneggiare l'apparato militare di Hallandren. L'autore cerca di motivare queste irrazionalità ma di fatto contrastano con la logica, il personaggio e l'estrema gravità della missione (ad es. Sanderson cerca di spiegarci che Vivenna ritiene la guerra inevitabile ma in effetti la principessa non ha modo di verificarlo e si fida di quello che le viene imbandito, senza cercare verifiche). Quanto a salvare Siri, Vivenna riesce solo a vederla una volta da lontano e poi anziché agire per salvarla, la mette in pericolo con le sue azioni.
Quando Denth porta Vivenna in giro a cospirare per seminare malcontento fra gli abitanti di Idris espatriati in Hallandren, lei presto apprende che la presenza di una "principessa di Idris" che congiura contro il potere è ormai nota. Eppure prosegue: anzi cominciano dei sabotaggi contro la città di Hallandren. Vivenna non si preoccupa più delle conseguenze che le sue azioni possono avere su Siri. Non cerca di capire se potrebbe mantenere la pace. Insomma Sanderson ce la presenta come una persona intelligente e di rigidi principi (magari un po' bacchettona) e poi la fa comportare come una sciocca isterica, travolta dall'odio, avventata, ingenua e facilmente manipolabile.
Quando poi passa dalla parte di Vasher, Vivenna fa una specie di tour propagandistico "al contrario" per cercare di calmare gli animi ed evitare il conflitto, e rimangiarsi le prediche bellicose di prima. Qui si va un po' sul ridicolo: per via delle sue esortazioni alla guerra erano intervenuti i soldati, diversa gente ci ha già lasciato la pelle! Quale credibilità potrebbe avere Vivenna a questo punto? Dopo una figura del genere perfino un politico italiano deve eclissarsi per qualche tempo. Sarebbe realistico che Vivenna se ne stesse zitta, tornasse a casa o comunque si rendesse meno visibile.
Incredibile anche il fatto che, sporcandosi un po' i capelli e i vestiti, Vivenna viva da senzatetto per alcune settimane, e solo un uomo la riconosce nel quartiere dei suoi connazionali.
Insomma, negli intrighi politici di Warbreaker non manca l'ingenuità e per quanto riguarda la coerenza logica di certi avvenimenti non sono convinto al cento per cento.
Il finale invece è abbastanza bello ma parecchio tirato via su diversi aspetti (ad es. non ricompare il re di Idris) ed è un peccato, in un libro che non ha certo lesinato sulle pagine e sulle parti superflue.

giovedì 30 dicembre 2010

Buon 2011 da Mondi Immaginari

A parte alcune disavventure personali che non è il caso di menzionare qui, il 2010 di Mondi Immaginari si è segnalato per una novità, se così la possiamo chiamare.
Non ho assegnato il "Premio Immaginario" per il miglior esordiente italiano, e penso che non lo farò nemmeno negli anni seguenti. Per fare una valutazione avrei dovuto leggerne diversi, e non l'ho fatto. Perché?
Perché, al di là di qualche sorpresa positiva, il livello generale degli esordienti è piuttosto basso (mi espongo ovviamente alla medesima critica, se riuscissi a farmi finalmente pubblicare...) e non ci sono forti particolarità che spingano a seguire uno scrittore italiano piuttosto che uno straniero. Non che debba esistere per forza una "scuola italiana" del fantasy, ovviamente, anzi forse è meglio che non esista. Ma stabilito questo non c'è allora alcun motivo (salvo qualche saltuario brivido di entusiasmo patriottico) per leggere un italiano piuttosto che un anglosassone o uno scrittore di altra nazionalità.

O meglio un motivo di scelta c'è, quello della qualità: e in tal caso è più sicuro preferire autori già noti agli esordienti, salvo quelli che abbiano veramente "fatto il botto," e anche lì bisogna stare molto attenti. E se proprio si vuol leggere un esordiente, meglio correre il rischio con un anglosassone piuttosto che con un italiano. Come mai? I motivi sono parecchi, le colpe (se così vogliamo chiamarle) probabilmente se le devono spartire gli autori con le case editrici e anche (non ultimi) con i lettori.

Una mancanza a cui sto cercando di rimediare è lo scarso uso (pigrizia!) del sito associato al blog, la Vetrina di Mondi Immaginari. Oltre al fantastico talvolta vorrei parlare di storia, qualche volta di politica (ma poi mi viene la nausea). Spero di proporre qualcosa per l'anno prossimo...
Una cosa che finalmente ho fatto, è aggiornare i link (di lato sulla destra) che permettono di andare agli elenchi di recensioni divise per libri italiani, libri stranieri, giochi ecc...).
Meglio tardi che mai.

Buon 2011 a tutti.

domenica 26 dicembre 2010

I Racconti di Sanctuary, e gli Ebook

Novità nella "Vetrina di Mondi Immaginari" (ovvero il sito collegato al blog).
I Racconti Perduti di Sanctuary, che avevo ospitato per un annetto, hanno avuto permanenza più lunga (avrei douto toglierli quest'estate) ma adesso sono definitivamente rimossi. Non è stata una cattiva iniziativa: è arrivata qualche decina di lettori per i volonterosi non-selezionati (tra questi, il sottoscritto) dell'antologia Asengard. Da ringraziare anche Fantasy Magazine che ha dato pubblicità alla mia iniziativa.

Un nuovo articolo raccoglie due delle mie elucubrazioni riguardo al futuro dell'editoria nell'era del libro digitale. Se avete già letto i miei post, di nuovo c'è solo un pugno di righe iniziali dove faccio un paio di conti su quello che sta succedendo e su come si collochino rispetto alla realtà le mie passate ipotesi. Visto che il DRM più o meno la sta facendo da padrone non c'è da essere troppo ottimisti, per il momento.

Se non avevate letto i miei articoli (un annetto e rotti fa) c'è abbondante pane per i vostri denti. Se c'è qualche commento, per favore postatelo qui.
Pubblico volentieri articoli in materia, sempre che qualcuno abbia voglia di scriverne e propormeli.

giovedì 23 dicembre 2010

Fatti di Sangue

Fatti di Sangue è una raccolta di tre racconti di Angelo Cavallaro (ovvero sommobuta, blogger in quel di Napoli o dintorni) distribuita gratuitamente formato ebook e reperibile a questo indirizzo:
http://www.lulu.com/product/ebook/fatti-di-sangue/11716272
Dei tre il migliore è il primo: Game Over, che rappresenta bene il rimbecillimento da videogame nella furia omicida del videogiocatore frustrato per essersi visto sottrarre lo scettro di più bravo del reame da un misterioso nuovo arrivato. Divertente la comparsa dell'autore (potremmo chiamarlo un cameo?) col nickname di blogger nelle schermate del gioco, dove viene massacrato. Anche la forma e i dialoghi sono resi più che adeguatamente.
Il Presepe è un po' più debole, anche formalmente, l'idea di fondo su cui si basa mi è parsa un po' gratuita e il finale piuttosto scontato.
Il Vampiro mi è piaciuto perché appare un po' come presa in giro della mania del momento, con questi vampiri così affascinanti che i loro svantaggi passano decisamente in secondo piano. Il protagonista lo capisce e vuole essere vampirizzato. Qualcosa di non molto diverso avevo scritto io nel mio commento a Twilight.
Nel complesso la raccolta è una lettura piacevole, rapida e per giunta gratuita, perciò posso sentirmi di consigliarvela.

sabato 18 dicembre 2010

Le distopie di 35 anni fa

Rollerball è un film di fantascienza che mi rimase molto impresso per un semplice motivo: lo vidi da ragazzino e il livello di violenza era molto insolito per l'epoca. Parlo ovviamente del primo, quello del 1975, e non del remake osceno fatto oltre 20 anni dopo.
Il film si avvale della regia di Norman Jewison (quello del primo Jesus Christ Superstar, e pure qui bisogna distinguere, perché anche di quel film è stato fatto un goffo remake), e di una buona performance di James Caan, nei suoi anni migliori. Ottimo uso di musica classica per la colonna sonora. Pessimo uso di un dialogo iniziale (dopo la prima partita) dove vediamo Caan parlare con un dirigente che sarà il suo antagonista principale: uno degli infodump più pesanti e palesi della storia del cinema, pessimo modo di iniziare un film. Forse era meglio mettere delle scritte in sovraimpressione all'inizio, come si fa tanto spesso (senza che nessuno si scandalizzi).

In un mondo dove non ci sono più i poveri ma governa un potere anonimo che crea una inconsapevole insoddisfazione nella gente (che assume psicofarmaci in continuazione), Caan interpreta Jonathan, stella di uno sport violentissimo diventata "troppo" importante in un mondo dove, bandite le guerre, la violenza è confinata in passatempi cretini. Peccato che il passatempo cretino per eccellenza, il Rollerball che consumava i suoi campioni velocemente, ora ha creato un personaggio che per la gente è un eroe. Non un eroe scomodo, all'inizio. A Jonathan hanno portato via la moglie perché il dirigente di una Corporazione se n'era invaghito, senza che lui protestasse (le Corporazioni governano tutto, non ci sono più gli stati, ed è stata fatta un'operazione di riscrittura del passato in stile orwelliano), e all'inizio sembra solo insoddisfatto e confuso, ma non ribelle di fronte all'intimazione di lasciare il Rollerball. (Da qui in poi: SPOILER). Caan è molto bravo a interpretare questo stato d'animo di Jonathan che comincia a "prendere coscienza" e a cercare di indagare il mondo attorno a sé: egli non ha, visto il mondo da cui proviene, gli strumenti culturali per sviluppare più di tanto questa consapevolezza (per dirla in maniera raffinata), e del resto non trova nessuno che lo aiuti (sembrano tutti ignoranti e superficiali, un po' come in Fahrenheit 451). Tuttavia saprà andare dritto al sodo, vincendo l'ultima partita che è stata trasformata in un gioco al massacro manipolando le regole allo scopo di sconfiggerlo.

Così, mentre Jonathan sembrava un personaggio accomodante e facilmente manipolabile, che accettava le amanti inviategli dalla corporazione limitandosi a rivedere le immagini filmate della moglie che gli è stata tolta, e sfogava tutto nel gioco, ora diventa cocciuto, cerca ostinatamente la verità e si oppone alla volontà dei padroni del mondo.

Fermo restando che per il contenuto di violenza questo film dovrebbe essere vietato ai minori, io l'ho trovato bello; allo stesso tempo molto valido per alcuni aspetti, e molto curioso per come sia, da altri punti di vista, così datato e ingenuo. Innanzitutto c'è la ricerca della verità storica da parte di Jonathan, e la scoperta che il passato oltre che manipolato a piacere è praticamente ormai dimenticato, depositato nelle memorie di un'intelligenza artificiale che lo nasconde; il tema del libero arbitrio, dell'impossibilità di essere felici anche quando, superficialmente, si vive in una società che soddisfa tutti i bisogni; la rivincita dell'individualità incarnata dal campione di Rollerball è allo stesso tempo sinistra, dal momento che si tratta di un eroe che uccide in uno sport sanguinario. Le stesse riflessioni di Jonathan mentre osserva un compagno di squadra ridotto a un vegetale in coma sono esplicite, quando sospetta che quella sia l'unica felicità possibile, vivere come una pianta senza pensieri. Non sempre queste tematiche sono portate avanti in maniera avvincente o convincente, a volte sono troppo semplificate, ma il film non è affatto superficiale, pur con questo curioso miscelare ragionamenti e scene di azione brutali.

Rollerball peraltro offre tanti paradossi, visto adesso. In parte era una contestazione al welfare state "dalla culla alla tomba" che poteva esser visto, ai tempi, come un probabile futuro dell'umanità. Comodo ma spersonalizzante, soffocante.
Oggi che stiamo finendo nella palta così velocemente dal punto di vista economico, un mondo di super aziende che ti assicurano un decente benessere (purché non rompi troppo le scatole e le lasci comandare) potrebbe sembrare quasi un paradiso. Guarda un po' che preoccupazioni si facevano, trentacinque anni fa.

Buffa anche l'importanza che vien data allo spettacolo televisivo "tutto per Jonathan" come se uno show dovesse avere chissà quale influenza, e curioso il fatto che un personaggio tutto sommato accomodante venga visto come un pericolo. Oggi vediamo il mondo "corporate" fare i salti mortali per aggiudicarsi un personaggio celebre come testimonial. Ammettiamo che in un mondo in cui l'individualismo è stato volutamente smorzato ci si comporterebbe in modo diverso, ammettiamo anche che le Corporazioni del film (che hanno in passato avuto delle guerre fra loro) debbano stare attente a rispettare una delicata etichetta nei loro rapporti. E Jonathan è simbolo di una sola di esse, (la Corporazione dell'Energia con sede a Huston, stesso posto da cui prende il nome la squadra) quindi creerebbe un problema di equilibri con le altre. Ma comunque resta la sensazione che sarebbe più conveniente aspettare che diventi vecchio e debba ritirarsi comunque, piuttosto che volerlo eliminare a tutti i costi.
Quanto meno, il film fallisce nel creare l'idea di un mondo dove l'individualismo sia stato messo ai margini. Anzi viene messa in evidenza l'ammirazione per i giocatori di Rollerball. Sono visti come dei superuomini, l'importante è che non stiano in circolazione troppo a lungo da diventare una specie di supereroi.

Esiste una sola donna dirigente nel gruppo dei capi di alto livello (si vede in una teleconferenza), per il resto le donne sono lavoratrici (alcune infermiere che si vedono nel film, una massaggiatrice...) oppure bellissime donne con sorrisi stereotipati (mogli, amanti...) che danno un'idea di donne oggetto di lusso. Non poi molto diverso dalla realtà di oggi, forse.

La scena in cui i festaioli (donne in prima fila!) bruciano gli alberi per divertimento poteva esser fatta meglio, resta importante per creare il tono di una società alienata. Anche la scena dello scienziato che dovrebbe svelare la realtà storica a Jonathan e va in crisi di nervi di fronte al computer che nega le notizie è un momento che va dritto allo scopo, sebbene la scena sia ridicola con gli occhi di oggi. Un altro paio di tocchi di questo genere, magari più azzeccati, e avremmo avuto un ritratto della società meglio comprensibile, il che avrebbe conferito maggior realtà e spessore al film.

Al coperto della loro soffice dittatura, i dirigenti della corporazione fanno i loro porci comodi: lo si vede da come hanno spezzato il matrimonio di Jonathan che pure è un privilegiato (tener presente comunque che la ex moglie ha una differente spiegazione). Ma i loro comodi li fanno dopo aver provveduto ai bisogni essenziali di tutti. Non sembrano neanche un po' i pazzi criminali di oggi, che si giocano in borsa, con i derivati, il diritto a una scodella di riso per milioni di persone. Sono antipatici, non si riesce però a odiarli davvero.

Curioso anche il fatto che, nonostante in qualche scena la Corporazione tolga i guanti bianchi e digrigni i denti nei confronti di Jonathan, dimostrando che in fin dei conti il potere non perde mai la propria brutalità, nella riunione (telematica) fra grandi dirigenti si preferisca togliere le regole alla finale del campionato, e sperare che il campione ci rimanga secco, piuttosto che sporcarsi le mani con un omicidio politico.

Da questo punto di vista il film visto oggi è indebolito in uno degli aspetti principali di allora, la "lotta contro il sistema," ma questo offre ancor più grande risalto a un'altra riflessione: al fatto che l'uomo resta sempre una bestia che ha bisogno di affrontare problemi, di combattere, di distruggere o autodistruggersi, e la sua violenza difficilmente può essere esorcizzata (un simile discorso lo faceva anche l'Agente Smith in Matrix, ricordate? Quando diceva che era stato sperimentato un mondo paradisiaco per la Matrice, ma agli uomini che dovevano esserne prigionieri non piaceva). Jonathan il ribelle che "riafferma l'uomo" in un mondo che cercava di vivere una vita forse noiosa ma libera della violenza che lo ha devastato nel passato, potrebbe essere la causa di nuove stragi e nuove sofferenze.
Curioso come oggi Rollerball sia un film ancora interessante, ma un altro film rispetto al giorno in cui uscì nei cinema.

venerdì 17 dicembre 2010