martedì 14 dicembre 2010

Gabe Chouinard, chi è costui?

Colgo l'occasione di un articolo interessante (vecchio, ma l'argomento può essere attuale) per portare la vostra attenzione sulla rivista in inglese Locus (dove era stato pubblicato) e sull'ottima pagina Magrathea (valido portale sul fantastico, in italiano) dove l'ho trovato tradotto.
L'articolo, di Gabe Chouinard, opinionista a me sconosciuto, afferma praticamente che nessun autore di fantasy epico ha saputo far di meglio che: o imitare Tolkien, o cercare una via diversa, ma facendo peggio di Tolkien e fallendo nel tentativo di creare una comparabile grandiosità.

Ognuno può pensarla come vuole; io non sono d'accordo. Trovo anche che sia un buon esempio di come usare troppe categorie possa confondere una riflessione.
Ho avuto l'occasione di avere uno scambio di opinioni sulla questione. Segnalo il tutto a questo indirizzo.

venerdì 10 dicembre 2010

Un maiale che non vola è solo un maiale

Dopo un sacco di tempo, arriva sugli schermi italiani (e col contagocce) il film di Miyazaki, Porco Rosso, un'epopea d'avventura che si svolge nell'Adriatico con elementi di fantasia mescolati a un'ambientazione italiana non proprio precisa ma nemmeno così mal riuscita.
Questo anime mescola i toni epici di una grande storia di eroi hollywoodiani con la passione del disegnatore per gli idrovolanti e la loro epopea, i dolci paesaggi marini, un'umanità mista di canaglie, gente che se la cava come può, eroi non proprio immacolati e assi dell'aviazione (tra cui un altro "outsider," l'americano venuto a sfidare Porco Rosso). Numerosi omaggi a personaggi dell'aeronautica italiana (e non solo). Anche il nome della banda di pirati, i "Mamma Aiuto," è un riferimento a un modello di aereo italiano e a uno stormo che lo portava in volo.
Ovviamente l'immaginazione corre sfrenata, come accade spesso con gli artisti giapponesi: dopo aver visto tutti i suoi compagni italiani (e un bel po' di avversari) "ascendere in cielo" dopo una battaglia aerea della prima guerra mondiale, il nostro eroe è trasformato in maiale e non si sa bene cosa possa liberarlo da questa maledizione. Peraltro, nessuno sembra trovarci niente di così strano, lui si da delle arie da Humphrey Bogart senza problemi, e le donne non smettono di esserne terribilmente attratte, con molto dispiacere del rivale americano. (Peraltro, è l'unico elemento fantastico in una trama che non rispetta la realtà storica, ma è fatta di elementi realistici, il che del resto è raro per questo regista).

Con la fantasia di Miyazaki l'Adriatico diventa il set per grandi sfide e duelli di eroi romantici e indipendenti, nonché covo di pirati (pirati dell'aria, però), quasi una specie di far west dove però i cattivi non sono poi così cattivi, dove nessuno resta ucciso anche se si sparano raffiche a non finire, dove tutti sono cavalieri verso donne e ragazze, perfino i delinquenti.
Non sono molto per le animazioni nipponiche, ma questo è un capolavoro.

sabato 4 dicembre 2010

Finzioni

Il famoso Borges nella sua produzione ha scritto molti racconti inerenti il fantastico, talvolta con risultati esilaranti, ma chi cerca un facile intrattenimento deve fare attenzione, perché assieme all'elemento bizzarro e fantastico ci sono tutti i discorsi letterari e le tematiche intellettuali di un uomo colto e complesso, e la prosa di Borges, distaccata e fredda, potrebbe non piacere a tutti.

Dopo aver avvertito correttamente i naviganti, due parole sull'autore: uno dei massimi intellettuali sudamericani del '900, Jorge Luis Borges fu influenzato dalla cultura europea e anglosassone per via del padre (per metà inglese). Si segnalò per lo stile surrealista e fantastico con cui indagava la realtà, ma faticò a vivere dei suoi scritti, e riuscì a farsi un bel po' di nemici per l'abitudine di esprimere senza mezzi termini le sue idee politiche conservatrici. Fermamente anticomunista ma anche (e soprattutto) oppositore del populismo peronista, ebbe qualche simpatia di troppo per le giunte militari, il che gli costò probabilmente il premio Nobel. Non so cosa pensarne. Si sa che gli svedesi che assegnano il premio sono dei progressisti spocchiosi e un po' snob, e comunque spesso assegnano quei premi a vanvera perciò il nostro Borges non aveva in realtà motivo di crucciarsi più di tanto, ma gli era proprio necessario andare a una cerimonia con Pinochet?
Borges divenne cieco in età adulta ma proseguì nella produzione artistica fino alla morte. Delle sue opere dispone oggi la donna che sposò poco prima di morire.

In Finzioni le tematiche sono le sue classiche, le ambiguità dei significati che diamo alle cose, il rapporto tra parola (e letteratura) e realtà, la natura del tempo, i misteri e gli enigmi.

Fanno comparsa anche i mondi immaginari in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, racconto basato sull'indagine riguardo a una stranezza, un'enciclopedia "clandestina" creata da vari intellettuali, che immaginando un mondo lo rendono reale, influenzando il nostro. Assai piacevole e stimolante, ma in realtà è un ginepraio di idee filosofiche e politiche e anche un pretesto per lanciare invettive: difficile da comprendere al cento per cento senza conoscere bene tutti i riferimenti.
Nella Biblioteca di Babele si immagina una biblioteca infinita, assurda, e tutte le implicazioni della sua esistenza. In Tre Versioni di Giuda si esplora un'ipotesi teologica quantomeno... azzardata. Con La Morte e la Bussola abbiamo, oltre ai richiami cabbalistici, un altro dei temi più amati di Borges, ovvero l'identità tra carnefice e vittima, richiamata in maniera non evidente anche nel nome di due personaggi. La trama è di tipo poliziesco: parla di un investigatore che segue degli indizi molto sottili, che sembrano lasciati apposta da un assassino, delitto dopo delitto, per farsi prendere. Le cose, tuttavia, non stanno esattamente così. Il Miracolo Segreto parla di un ultimo desiderio, espresso da un condannato a morte (uno scrittore) che vuol terminare la propria opera. Come dice il titolo, il desiderio è esaudito, ma non lo saprà nessuno.

Non so se vi ho incuriosito, ma se volete conciliare la letteratura colta con la passione per il fantastico, questa raccolta è un'ottima occasione.

mercoledì 1 dicembre 2010

Un necrologio e una diatriba

La morte di Mario Monicelli val la pena di menzionarla anche se non si è appassionati di cinema italiano, almeno per due motivi: primo, per un film eccezionale (anche se magari di... scarse pretese culturali) come L'Armata Brancaleone; secondo, per la polemica che aveva portato avanti contro i tagli ai finanziamenti per la cultura.

Dal momento che quella polemica è infuriata recentemente per via di ulteriori decurtazioni, m'è capitato di riflettere sull'utilità dei finanziamenti al cinema italiano: di solito non ci penso un gran che, nel senso che quando leggo delle cifre che vengono sborsate, per poi avere pochissimi film guardabili prodotti nel nostro paese, mi viene in mente solo qualche parolaccia.

Ma se un tale gigante (un gigante del passato, e legato alla commedia all'italiana ormai declinata, ma pur sempre un gigante) ha protestato fino alla fine contro i tagli a questa spesa di denaro, forse è il caso di pensarci un po' di più.

La comparazione con il cinema australiano, che cominciò negli anni '70 a svilupparsi sotto gli auspici di un'agenzia governativa che lo finanziava, potrebbe essere illuminante.

Prima riflessione: è difficile avere un grande ritorno economico. Gli australiani hanno prodotto alcuni film di successo a livello internazionale, come noi non ci sogniamo nemmeno (magari sono aiutati dalla lingua inglese, però il divario rimane fortissimo), eppure nonostante tutto non hanno rotto l'egemonia di Hollywood. Mentre una cinquantina di anni fa negli USA il pubblico si metteva in fila per vedere i film del neorealismo italiano, oggi esiste un sistema di produzione e distribuzione che controlla il mercato in maniera tale da marginalizzare inevitabilmente la concorrenza. De Laurentiis, di recente scomparso, era l'unico italiano che aveva rapporti con quell'ambiente e poteva garantirsi una distribuzione decente. Pertanto oggi difficilmente sarebbe possibile produrre colossal con budget paragonabili ai vari Batman o Avatar e recuperare quei soldi (se anche qualcuno ce li mettesse!).

Seconda riflessione: è difficile creare una scuola locale. Nel mondo globalizzato chi ha delle capacità va a lavorare per chi gli permette di metterle a frutto. Sempre per fare un paragone con l'Australia, che investito nel proprio cinema e visto nascere dei talenti: nomi come Mel Gibson o Nicole Kidman sono legati più a un discorso mondiale che a uno locale. C'è da temere che se dai nostri schermi spuntasse fuori qualche attore davvero capace (qualcuno bravino ovviamente esiste ma la maggior parte sono ingessati in maniera impressionante, o eccedono nei propri atteggiamenti) troverebbe subito la strada di Hollywood.
Quando col denaro pubblico si è creata una "scuola" per la produzione di effetti speciali italiana qualcosa si è anche tirato fuori. Mi viene in mente la produzione spagnola di Donkey Xote con la grafica dell'italiana Lumiq: a parte il modesto successo del film (scarsa distribuzione o era brutto? non so, non l'ho visto) non mi pare che la cosa abbia avuto gran seguito, o che il nostro cinema finalmente cominci a sfoderare buoni effetti speciali ecc... Chissà se i tecnici che hanno imparato qualcosa hanno ancora voglia di lavorare in Italia o se sono all'estero da un pezzo.

Terza... ma con il cinema si finanzia l'espressione della cultura di un paese, o il cinema è un'industria qualsiasi? Se è un'industria qualsiasi, che lo si finanzi solo se c'è modo che presto stia in piedi con le proprie gambe, altrimenti potrebbe andare a finire come con la Fiat, ovvero sostegni statali immensi e di lungo periodo, per poi vedere che l'azienda scappa altrove e insulta il paese che l'ha fatta sopravvivere.
E se invece decidiamo che il cinema ci serve per consentire al paese di farsi sentire, di essere percepito nel discorso culturale mondiale? Io sono per questa seconda ipotesi.
Continuiamo con il paragone con gli Australiani.
Essi sono riusciti a produrre film che hanno guadagnato dei soldi, e anche a parlare al mondo di qualcosa che riguarda la loro storia (esempio: Gli Anni Spezzati), noi no.
Facciamo dei film che uno straniero difficilmente capirebbe come tematiche; e spesso l'uso di modi di fare troppo nostrani o del dialetto è parte irrinunciabile dello stile in cui sono girati. Oppure facciamo film volgari di serie B, e anche questi non so se riusciamo a esportarli (be', in verità spero di no...).
Ma a volte i film finanziati con il denaro pubblico non arrivano nemmeno nei nostri cinema perché non hanno la capacità di attrarre gli spettatori. A questo punto il loro valore diventa quasi impossibile da giudicare: diventa un discorso tra qualche politico che decide come spendere il denaro e tanti artisti che ne vogliono almeno un po'. Il risultato finale è un vivacchiare inutile, sia perché si disperdono le risorse in mille rivoli, sia per le ovvie implicazioni di corruzione, mercato delle vacche ecc... sia perché il risultato che (per me) sarebbe desiderabile, ovvero dire qualcosa di noi al mondo, non può certo essere raggiunto in questa maniera.

Quindi è così immorale o inutile spendere del denaro per finanziare il cinema? No, io credo che in linea di principio non lo sia e non è colpa degli artisti se l'Italia difficilmente potrà recuperare le posizioni che ha avuto in passato. Le circostanze sono diverse, e sfavorevoli. Però non credo che sia di interesse per la collettività produrre spettacoli che non abbiano la possibilità di toccare un pubblico abbastanza ampio. Le elucubrazioni degli intellettuali indecifrabili e i film che non vuol veder nessuno dovrebbero essere finanziati da privati (se ce n'è disposti a farlo) o scomparire. I criteri per sborsare denaro pubblico dovrebbero essere l'argomento almeno in parte attinente al nostro paese e alla sua storia o cultura (in senso lato, non sto parlando di intellettualismi), e la ricerca di un (almeno) decente successo di pubblico. Non penso che bisognerebbe insistere su attori, registi ecc... che non ottengono questi risultati.

Mi viene in mente almeno un film (El Alamein, la Linea del Fuoco di Monteleone) che, aiutato ma non abbastanza dal denaro pubblico, è rimasto pressoché sconosciuto a livello internazionale anche per la disastrosa mancanza di mezzi che è fin troppo evidente nella pellicola, e, immagino, per la debolezza della distribuzione. Idee e artisti ci sono, quello è solo un esempio.
Se si concentrassero i mezzi là dove ne vale la pena, mi sembra che i quattrini disponibili non sarebbero neanche pochissimi. Bene o male si tratta di centinaia di milioni di euro.
Mi sembra evidente, visti i risultati, che non si sa come spenderli.

lunedì 29 novembre 2010

Zombieland

Da un "pilota" per una serie TV che non è decollata è stato tratto un film che, sfruttando il classico filone degli zombie, gira l'horror in chiave comica riuscendo a trasformarsi in una commedia divertente. E anche scema, scema quanto volete, ma di una scemenza comica ricercata con intelligenza, mentre sempre di più sullo schermo (il cinema italiano docet) la risata si cerca di strapparla con la semplice volgarità. Che, beninteso, fa qualche bella comparsa anche qui.

Del regista, Ruben Fleischer, non c'è molto da dire, nel senso che qui ha fatto un discreto lavoro ma non ha alle spalle produzioni particolarmente interessanti.
La voce narrante è di Jesse Eisenberg (che potete vedere anche in The Social Network) nei panni di "Columbus", un ragazzo sociopatico che viveva chiuso nella sua stanza al college giocando a Warcraft col computer, e che grazie alla sua diffidenza e codardia di fondo è riuscito a salvarsi dall'epidemia zombie; il nostro si fa dare un passaggio sul veicolo condotto da "Tallahassee", personaggio fin troppo energico e pronto all'azione (interpretato da Woody Harrelson, che fu protagonista in Natural Born Killers). I due vivranno diverse avventure insieme in cerca dei Twinkie (una schifezza infarcita alla crema di cui Tallahassee va matto), incontrandosi e scontrandosi poi con due furbastre, la dura e astuta "Wichita" (Emma Stone, che ebbe una parte in Suxbad, non proprio un capolavoro di film) e la giovanissima ma implacabile "Little Rock" (Abigail Breslin, che è comparsa in Signs e in un sacco di altri film che... non ho visto). Tutti i personaggi si chiamano per soprannomi.

Nel cast fa la comparsa anche Bill Murray (Ghostbusters) interpretando sé stesso, e rapidamente esce di scena facendo una fine cretina. C'è anche Amber Heard, un'attrice emergente, nel ruolo di "406" (il protagonista la conosce solo per il numero di camera, visto che vivono entrambi nel dormitorio del college). 406 si rifugia nella stanza di Columbus per sfuggire a uno zombie ma... ci sarà un piccolo problema.

I punti forti del film sono (oltre alle scene di macelleria e violenza che ci si può ovviamente aspettare) una comicità spesso macabra (tra cui le regole d'oro per rimanere vivi di Columbus, che appaiono spesso sullo schermo come sovraimpressioni),  un cast ben assortito, il non prendersi sul serio e anzi fare satira sul genere degli "zombie-movie" e, direi, anche gli stessi zombie così come sono raffigurati: non sono quelli imbranati e lenti alla Romero, ma più simili agli "infetti" di 28 Giorni dopo (e in realtà effettivamente sono vittime di una malattia e non morti viventi, anche se non c'è quella gran differenza).
Se non siete tra quelli che evitano per principio questo genere di film, non perdetevi Zombieland.

venerdì 26 novembre 2010

Benvenuta Amazon?

Uno dei blog di Repubblica parla dell'imminente arrivo di Amazon in Italia. Comincia con una frase un po' fuorviante: "Con soli 15 anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti avremo anche noi la possibilità di comprare da Amazon." Lo stesso post, e il video sottostante, chiariscono che molti Italiani in verità conoscono già Amazon, e io sono uno di quelli. Staglianò (autore del post) parla poi di una politica dove il cliente ha sempre ragione, di una "religione della customer care," e questo mi preoccupa un poco di più. Non metto in dubbio l'esperienza personale, ma io ho la mia ed è stata molto diversa, e mi ha spinto a smettere di essere un consumatore presso Amazon.co.uk (e di conseguenza anche presso gli altri siti presso cui avevo preso qualcosa, ovvero quello americano e quello francese, perché ho cancellato il mio profilo).

Il problema lo ebbi quando comprai un libro usato (nel "mercatino dell'usato" che funziona tramite Amazon). Questo era il libro, tra parentesi. Mentre controllavo l'esito del mio ordine apparve una comunicazione che lo dava per annullato. Un messaggio nella pagina web, non un messaggio di posta elettronica: circostanza che rese difficile contestare quello che avvenne in seguito.
Acquistai il libro, sempre usato perché fuori commercio, da un secondo venditore e chissà perché la transazione che doveva essere annullata invece passò, e così mi ritrovai con due copie identiche. La circostanza di questi messaggi che talvolta creavano confusione mi fu confermata dalla stessa venditrice (quella il cui ordine sembrava annullato) e io provai a contestare con Amazon, ma la splendida religione della customer care li portò a non volermi dare retta (la sto facendo breve), nemmeno trattandosi di una questione di poche sterline. Notare che avevo comprato libri a pacchi da loro.
Con questo finii per passare ad Abebooks, che tra parentesi non ha aspettato 15 anni per farsi vedere in Italia. E non scordiamoci che esiste anche IBS.

Detto tutto questo, poiché non sono uno che tiene un rancore in eterno, ora che Amazon ha il sito italiano certamente vorrò provarlo, diciamo che sulla "religione della customer care" continuerò ad avere dei ben giustificati dubbi.
Va detto che Amazon ha un vantaggio fondamentale su tutti gli altri siti che vendono in rete dei libri: permette, con un sistema ben rodato e ben partecipato dal pubblico, lo scambio di opinioni e recensioni, in modo che l'acquirente ha elementi per valutare cosa sta comprando. C'è anche altrove (per esempio su IBS) ma non sviluppato allo stesso modo. Amazon permette anche di "dare una sbirciata" al contenuto. Molto meglio comprare su siti che offrono servizi di questo tipo che vagare in libreria guardando le copertine.

Da Amazon comunque mi aspetto un'altra cosa. Poiché (per la scarsa reattività dei concorrenti) sembra almeno al momento aver vinto a mani basse la gara per diffondere il proprio lettore di contenuti digitali (il Kindle), spero veramente che prendano due decisioni fondamentali:
- adottare una politica di prezzi più equa, ovvero spartire veramente con il lettore l'enorme risparmio di cui gli editori (e i distributori online) godono quando non devono distribuire libri di carta e pagare i librai per venderli.
- piantarla con il DRM. Non voglio che un domani spostare i miei libri da uno strumento a un altro diventi un rompicapo insolubile, e non voglio rischiare di non poter leggere libri che ho comprato per qualche problema coi server di autenticazione, con i formati e gli standard tecnologici, e così via. Il software che avevo 10 anni fa non mi interessa più, i floppy disk che avevo 15 anni fa li ho buttati via, per i libri potrebbe essere una cosa diversa.