Vi propongo un paio di blog che seguo da un certo tempo, e che trovo molto interessanti. Il primo dei due non è diversissimo da questo, ma è incentrato più fermamente sui libri del fantastico (mentre io ho una maggiore ampiezza di argomenti, il che può essere un bene o un male, da un punto di vista di audience). Si tratta di Neth Space, ed è in inglese, purtroppo. Ci sono parecchie novità e notiziole, ve lo consiglio decisamente, anche per la ricchezza di link che propone.
Il secondo blog è in italiano e l'argomento di cui tratta è un po' la cenerentola del mio blog: i giochi da tavolo, che sono una mia passione (ne sto pure pubblicando uno). L'elemento ludico è fin dall'inizio presente come scopo di questo blog, ma finora ho attirato molti più bibliofili e cinefili che non giocatori. C'è da dire comunque che l'argomento giochi è più popolare nel resto del mondo civile, tipo Nord Europa (dove hanno inverni freddi e lunghe serate da far passare, e probabilmente la TV fa schifo come da noi) e USA. Noi siamo mediterranei e ci divertiamo sempre fuori casa, a spasso; leggiamo pochi libri (chi ne legge!), e per quanto riguarda i giochi al massimo abbiamo fatto una partita a Monopoli e due a Risiko. Al limite sono popolari i videogame. Tuttavia qualche appassionato esiste anche da noi.
Il blog che propongo è Giochi sul nostro tavolo, dove gli interessati potranno trovare una ricchezza di informazioni incredibile. Recensioni approfondite, incontri con i gruppi di giocatori, interviste con i disegnatori di giochi, commenti sulle manifestazioni nazionali e internazionali, e anche qui un sacco di link. Per chi ama il genere, un blog pazzesco, da perdercisi dentro. Complimenti a Fabio, l'autore.
domenica 27 giugno 2010
sabato 19 giugno 2010
Fahrenheit 451
La distopia mi ha sempre interessato, quindi sono molto in ritardo nella lettura di questo libro. Qui scriverò qualche riflessione, invitando coloro che non conoscono il libro a leggerlo prima di tornare eventualmente a questo articolo, perché anticiperò elementi della trama.
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury è un libro importante, che ancora oggi può stimolare la riflessione, nonostante la metafora che veicola la storia mi abbia sempre lasciato perplesso: tutta la questione del bruciare i libri, dei pompieri che vanno in giro con il cherosene, e così via. Probabilmente ci voleva, nel senso che se voglio fare un discorso serio spesso devo annunciarlo in maniera stravagante o semiseria, così almeno qualcuno si incuriosisce e mi sta a sentire. Ma non mi piace. No, davvero: questo aspetto di Fahrenheit 451 mi è sempre sembrato inverosimile, troppo irrealistico, fin da quando (ero bambino) vidi una scena del film ispirato a questo libro: mi è rimasta come l'impressione di una storia bizzarra e impossibile. Innanzitutto perché l'autore deve poi inventarsi delle altre trovate irrealistiche per giustificare il fatto che i pompieri hanno cambiato mestiere (appiccano incendi e non li spengono): così le case sono state ricoperte di un intonaco che impedisce qualsiasi incendio e i pompieri nel vecchio ruolo non servono più (be'... non prende mai fuoco nemmeno una foresta?). D'altra parte se l'autore, come ha dichiarato, era più preoccupato di parlarci dei pericoli della televisione (ai suoi tempi una novità) non è chiaro come mai c'è tanta enfasi su questioni che sanno più di un monito sul ritorno della censura. Infine, nella stessa narrazione è evidente che la lettura prima di essere vietata è stata "stesa al tappeto" dalla televisione perciò non c'è alcun senso, nel mondo immaginato da Bradbury, di vietarla. Perciò la storiella dei roghi di libri e della caccia alle persone "eccentriche" mi pare poco azzeccata, tanto più che oggi ci troviamo più o meno nel mondo immaginato da Bradbury ed è evidente che non vi è alcun bisogno di dar la caccia ai letterati o ai professori universitari. Viviamo in un mondo che è satira di sé stesso, dove il teleschermo detta legge (e, per adesso, con buona pace di chi spera che internet cambi le regole del gioco) e l'uomo che lo controlla [edit: qui parlo ovviamente di Berlusconi] controlla il potere, anzi controllando pure la carta stampata può perfino guadagnare sulla produzione dei libri che criticano proprio lui, li lascia pubblicare senza la minima difficoltà, tanto chi legge libri è ininfluente. Pertanto, anche sulla scorta del nostro Fahrenheit all'italiana, mi permetto di criticare la distopia di Bradbury, per quanto delle previsioni interessanti in questo libro ci siano. E quindi passiamo a queste.
Innanzitutto, tornando proprio alla politica: le elezioni del mondo di Fahrenheit 451 (dove si presenta un candidato bello e sorridente e uno brutto, antipatico e vestito male) sono evidentemente una farsa, degna di riflessione nel mondo di oggi dove essere rappresentati è diventato ormai impossibile. Ma ancora di più viene puntato il dito contro l'idiozia dell'elettorato, il fatto che vive di slogan, di immagine, il fatto che prende decisioni importanti per il futuro ascoltando spesso solo qualche frase a effetto e impegnandosi in ragionamenti non più lunghi di dieci secondi, perché di più non è capace. L'elettorato di Fahrenheit 451 è come la maggior parte di noi, inutile nascondersi dietro un dito. E il bipolarismo politico rischia di trasformarsi nella stessa farsa del libro, visto che le decisioni ormai non si prendono più nei parlamenti.
Altre riflessioni sulla democrazia di Bradbury non mi sono sfuggite. Innanzitutto la critica ante litteram al politicamente corretto, là dove dice che ogni minoranza ha il diritto di sentirsi offesa per qualcosa che va contro il suo modo di pensare e di invocare il cherosene e il fiammifero per dar fuoco a queste idee. Ma Bradbury critica anche la tirannide della maggioranza, idea che mi trova d'accordo (e peraltro problema di non facile soluzione).
Probabilmente non era una vera e propria "predizione" perché certe cose Bradbury le poteva già vedere in embrione, ma è acuta la critica del consumismo e del micidiale corto circuito in cui le persone scoprono di aver desiderio di piaceri, di titillazioni immediate ai propri sensi, e trovano una società commerciale che non desidera altro che di fornire questi piaceri, e poi magari di indurre nuovi bisogni, contribuendo a creare una collettività di menti immature, deviate. Dove senza alcuna razionalità e lucidità si mettono in atto in nome del piacere anche comportamenti pericolosi (il flagello delle corse in auto di cui parla Bradbury) e criminali: qui l'autore identifica la violenza come piacere, come soddisfazione immediata degli istinti. Uno spiraglio di intuizione verso la pornografia della violenza che oggi è effettivamente venuta a solleticare gli istinti di tutti noi.
Quanto all'obiettivo principale di Bradbury, quello di fornire un monito contro i pericoli della televisione, oggi possiamo chiederci se sia ancora un messaggio attuale. Apparentemente lo è. La televisione non è più l'unico strumento di comunicazione, ma rimane senz'altro il principale. C'è chi ha gridato al miracolo quando la comparsa dgli SMS ha riportato i giovani a "leggere e scrivere". Salvo poi scoprire tutto un mondo di superficialità legato al cellulare e all'uso che se ne fa. E se possiamo dire che internet sta a poco a poco cambiando le regole del gioco (maggiore interattività, pluralità dei soggetti che hanno diritto di parola) dobbiamo però temere che la televisione, intesa sia come canali di comunicazione che come maniera di intendere la fruizione di contenuti, sta a sua volta colonizzando anche internet, che diventa sempre più un ricettacolo di filmati e messaggi istantanei. (Da notare che, sia pure in una maniera ben poco stimolante, anche la TV di Fahrenheit 451 è interattiva).
Ma in verità la prospettiva va cambiata, non ha senso prendersela con la "televisione". Non ci sono media buoni o cattivi, anche se gli usi possibili di alcuni sono forse potenzialmente più pericolosi di altri. Esistono possibilità tecnologiche una volta impensabili, che permettono anche alle schifezze degli ignoranti e degli imbecilli di prendere prepotentemente la ribalta lasciando con una piva di mezzo metro chi pensava di avere il diritto di sedersi in cattedra con la propria istruzione e autorevolezza. E questo non risparmia i libri. I romanzetti da quattro soldi di tutti i tempi (più o meno sono sempre esistiti!) e la maggior parte di quello che viene stampato oggi meritano proprio il trattamento che i pompieri di Bradbury riservavano ai libri che riuscivano a trovare (chissà come mai i titoli che vanno al rogo, citati da Bradbury, sono solo opere immortali, mai una schifezza che sia una).
Il punto è che una volta la gente viveva e moriva senza fruire di altri contenuti di comunicazione se non qualche canzone, qualche dipinto visto in una chiesa e i sermoni del prete la domenica. Le eccezioni riguardavano una percentuale minima della popolazione. La stessa che poi ha visto con orrore il "popolo" diventare fruitore, protagonista e produttore di contenuti adatti al proprio livello culturale. Con l'aggravante che se una volta esisteva una saggezza popolare oggi abbiamo una società destrutturata, senza capacità di riflessione, dove la famiglia è diventata latitante senza niente che la sostituisca, dove alla gente manca la minima voglia di migliorarsi.
Piuttosto, se vogliamo dare un significato alla lamentela sulla tirannide della maggioranza cui fa menzione l'autore, nei media questa si esercita con le leggi del marketing e della televisione o dell'editoria commerciale, per cui se la maggior parte della gente chiede programmi escrementizi, questi saranno imposti a tutti, con un sorriso e un augurio di buon appetito.
Il mio giudizio sul valore della "profezia" distopica di Bradbury è quindi ambivalente. Per quanto riguarda il valore letterario, sono invece molto più soddisfatto. Bradbury procede con una prosa a volte rapida ed energica, intervallata a momenti descrittivi e intimi. Fa largo uso di similitiudini, di immagini evocative. Il suo scrivere è potente, fa subito presa. Scava nell'alienazione del suo protagonista e delle persone che gli stanno intorno. Coglie alla perfezione il vuoto, la tristezza sorda di chi sente che qualcosa non va ma non riesce a guardarsi dentro e a capire la propria insoddisfazione.
I personaggi di Fahrenheit 451 sono in buona parte belli, ben riusciti. Il protagonista con il suo viaggio di scoperta ma anche i suoi errori e le sue titubanze. Molto azzeccato il fatto che Montag sappia leggere ma non capisce veramente quello che legge: in un mondo di interruttori e manopole, la lettura in effetti non è dimenticata ma ridotta al minimo (ad esempio, i pompieri ricevono con una telescrivente l'indirizzo del luogo in cui devono intervenire) perciò il significato di un testo letterario è loro impervio perché vivono in un mondo di messaggi brevi, immediati e semplici. Montag deve cercare un vecchio con un'educazione all'antica, e lo trova in Faber, che alterna momenti di timore per sé e il suo nuovo amico a momenti in cui scopre un coraggio che non aveva mai avuto.
Mi ha interessato di meno Clarissa, la ragazza rimasta "viva e vitale" e che svolge all'inizio del libro un ruolo di catalizzatore dell'insofferenza di Montag per il suo mondo. Per me è un personaggio che ricopre in modo abbreviato e abbastanza utilitaristico il ruolo di Julia, in 1984, la bella ragazza ribelle che dà coraggio all'eroe e lo sprona alla presa di coscienza. Beatty (capo della squadra di pompieri) sa troppe cose del mondo di prima per essere davvero credibile come difensore del sistema, anche se in effetti la dice lunga il suo farsi ammazzare da Montag, quando lo ha scoperto e incastrato.
Mildred è un personaggio praticamente nullo eppure Montag pensa a lei e si preoccupa per lei. Questa donna schiava della sua mega - televisione che ha preso ormai tre pareti del soggiorno in qualche modo comunica una pena al lettore che la rende meno odiosa e insignificante di quello che potrebbe sembrare. Granger col suo gruppo di saggi intellettuali nomadi invece è un personaggio un po' ridicolo (tutto il suo gruppo lo è). Come un po' debole è il finale apparentemente catastrofico ma in realtà ottimistico della guerra atomica, che distrugge il mondo distopico di Fahrenheit 451 e prelude alla rinascita dell'uomo:
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury è un libro importante, che ancora oggi può stimolare la riflessione, nonostante la metafora che veicola la storia mi abbia sempre lasciato perplesso: tutta la questione del bruciare i libri, dei pompieri che vanno in giro con il cherosene, e così via. Probabilmente ci voleva, nel senso che se voglio fare un discorso serio spesso devo annunciarlo in maniera stravagante o semiseria, così almeno qualcuno si incuriosisce e mi sta a sentire. Ma non mi piace. No, davvero: questo aspetto di Fahrenheit 451 mi è sempre sembrato inverosimile, troppo irrealistico, fin da quando (ero bambino) vidi una scena del film ispirato a questo libro: mi è rimasta come l'impressione di una storia bizzarra e impossibile. Innanzitutto perché l'autore deve poi inventarsi delle altre trovate irrealistiche per giustificare il fatto che i pompieri hanno cambiato mestiere (appiccano incendi e non li spengono): così le case sono state ricoperte di un intonaco che impedisce qualsiasi incendio e i pompieri nel vecchio ruolo non servono più (be'... non prende mai fuoco nemmeno una foresta?). D'altra parte se l'autore, come ha dichiarato, era più preoccupato di parlarci dei pericoli della televisione (ai suoi tempi una novità) non è chiaro come mai c'è tanta enfasi su questioni che sanno più di un monito sul ritorno della censura. Infine, nella stessa narrazione è evidente che la lettura prima di essere vietata è stata "stesa al tappeto" dalla televisione perciò non c'è alcun senso, nel mondo immaginato da Bradbury, di vietarla. Perciò la storiella dei roghi di libri e della caccia alle persone "eccentriche" mi pare poco azzeccata, tanto più che oggi ci troviamo più o meno nel mondo immaginato da Bradbury ed è evidente che non vi è alcun bisogno di dar la caccia ai letterati o ai professori universitari. Viviamo in un mondo che è satira di sé stesso, dove il teleschermo detta legge (e, per adesso, con buona pace di chi spera che internet cambi le regole del gioco) e l'uomo che lo controlla [edit: qui parlo ovviamente di Berlusconi] controlla il potere, anzi controllando pure la carta stampata può perfino guadagnare sulla produzione dei libri che criticano proprio lui, li lascia pubblicare senza la minima difficoltà, tanto chi legge libri è ininfluente. Pertanto, anche sulla scorta del nostro Fahrenheit all'italiana, mi permetto di criticare la distopia di Bradbury, per quanto delle previsioni interessanti in questo libro ci siano. E quindi passiamo a queste.
Innanzitutto, tornando proprio alla politica: le elezioni del mondo di Fahrenheit 451 (dove si presenta un candidato bello e sorridente e uno brutto, antipatico e vestito male) sono evidentemente una farsa, degna di riflessione nel mondo di oggi dove essere rappresentati è diventato ormai impossibile. Ma ancora di più viene puntato il dito contro l'idiozia dell'elettorato, il fatto che vive di slogan, di immagine, il fatto che prende decisioni importanti per il futuro ascoltando spesso solo qualche frase a effetto e impegnandosi in ragionamenti non più lunghi di dieci secondi, perché di più non è capace. L'elettorato di Fahrenheit 451 è come la maggior parte di noi, inutile nascondersi dietro un dito. E il bipolarismo politico rischia di trasformarsi nella stessa farsa del libro, visto che le decisioni ormai non si prendono più nei parlamenti.
Altre riflessioni sulla democrazia di Bradbury non mi sono sfuggite. Innanzitutto la critica ante litteram al politicamente corretto, là dove dice che ogni minoranza ha il diritto di sentirsi offesa per qualcosa che va contro il suo modo di pensare e di invocare il cherosene e il fiammifero per dar fuoco a queste idee. Ma Bradbury critica anche la tirannide della maggioranza, idea che mi trova d'accordo (e peraltro problema di non facile soluzione).
Probabilmente non era una vera e propria "predizione" perché certe cose Bradbury le poteva già vedere in embrione, ma è acuta la critica del consumismo e del micidiale corto circuito in cui le persone scoprono di aver desiderio di piaceri, di titillazioni immediate ai propri sensi, e trovano una società commerciale che non desidera altro che di fornire questi piaceri, e poi magari di indurre nuovi bisogni, contribuendo a creare una collettività di menti immature, deviate. Dove senza alcuna razionalità e lucidità si mettono in atto in nome del piacere anche comportamenti pericolosi (il flagello delle corse in auto di cui parla Bradbury) e criminali: qui l'autore identifica la violenza come piacere, come soddisfazione immediata degli istinti. Uno spiraglio di intuizione verso la pornografia della violenza che oggi è effettivamente venuta a solleticare gli istinti di tutti noi.
Quanto all'obiettivo principale di Bradbury, quello di fornire un monito contro i pericoli della televisione, oggi possiamo chiederci se sia ancora un messaggio attuale. Apparentemente lo è. La televisione non è più l'unico strumento di comunicazione, ma rimane senz'altro il principale. C'è chi ha gridato al miracolo quando la comparsa dgli SMS ha riportato i giovani a "leggere e scrivere". Salvo poi scoprire tutto un mondo di superficialità legato al cellulare e all'uso che se ne fa. E se possiamo dire che internet sta a poco a poco cambiando le regole del gioco (maggiore interattività, pluralità dei soggetti che hanno diritto di parola) dobbiamo però temere che la televisione, intesa sia come canali di comunicazione che come maniera di intendere la fruizione di contenuti, sta a sua volta colonizzando anche internet, che diventa sempre più un ricettacolo di filmati e messaggi istantanei. (Da notare che, sia pure in una maniera ben poco stimolante, anche la TV di Fahrenheit 451 è interattiva).
Ma in verità la prospettiva va cambiata, non ha senso prendersela con la "televisione". Non ci sono media buoni o cattivi, anche se gli usi possibili di alcuni sono forse potenzialmente più pericolosi di altri. Esistono possibilità tecnologiche una volta impensabili, che permettono anche alle schifezze degli ignoranti e degli imbecilli di prendere prepotentemente la ribalta lasciando con una piva di mezzo metro chi pensava di avere il diritto di sedersi in cattedra con la propria istruzione e autorevolezza. E questo non risparmia i libri. I romanzetti da quattro soldi di tutti i tempi (più o meno sono sempre esistiti!) e la maggior parte di quello che viene stampato oggi meritano proprio il trattamento che i pompieri di Bradbury riservavano ai libri che riuscivano a trovare (chissà come mai i titoli che vanno al rogo, citati da Bradbury, sono solo opere immortali, mai una schifezza che sia una).
Il punto è che una volta la gente viveva e moriva senza fruire di altri contenuti di comunicazione se non qualche canzone, qualche dipinto visto in una chiesa e i sermoni del prete la domenica. Le eccezioni riguardavano una percentuale minima della popolazione. La stessa che poi ha visto con orrore il "popolo" diventare fruitore, protagonista e produttore di contenuti adatti al proprio livello culturale. Con l'aggravante che se una volta esisteva una saggezza popolare oggi abbiamo una società destrutturata, senza capacità di riflessione, dove la famiglia è diventata latitante senza niente che la sostituisca, dove alla gente manca la minima voglia di migliorarsi.
Piuttosto, se vogliamo dare un significato alla lamentela sulla tirannide della maggioranza cui fa menzione l'autore, nei media questa si esercita con le leggi del marketing e della televisione o dell'editoria commerciale, per cui se la maggior parte della gente chiede programmi escrementizi, questi saranno imposti a tutti, con un sorriso e un augurio di buon appetito.
Il mio giudizio sul valore della "profezia" distopica di Bradbury è quindi ambivalente. Per quanto riguarda il valore letterario, sono invece molto più soddisfatto. Bradbury procede con una prosa a volte rapida ed energica, intervallata a momenti descrittivi e intimi. Fa largo uso di similitiudini, di immagini evocative. Il suo scrivere è potente, fa subito presa. Scava nell'alienazione del suo protagonista e delle persone che gli stanno intorno. Coglie alla perfezione il vuoto, la tristezza sorda di chi sente che qualcosa non va ma non riesce a guardarsi dentro e a capire la propria insoddisfazione.
I personaggi di Fahrenheit 451 sono in buona parte belli, ben riusciti. Il protagonista con il suo viaggio di scoperta ma anche i suoi errori e le sue titubanze. Molto azzeccato il fatto che Montag sappia leggere ma non capisce veramente quello che legge: in un mondo di interruttori e manopole, la lettura in effetti non è dimenticata ma ridotta al minimo (ad esempio, i pompieri ricevono con una telescrivente l'indirizzo del luogo in cui devono intervenire) perciò il significato di un testo letterario è loro impervio perché vivono in un mondo di messaggi brevi, immediati e semplici. Montag deve cercare un vecchio con un'educazione all'antica, e lo trova in Faber, che alterna momenti di timore per sé e il suo nuovo amico a momenti in cui scopre un coraggio che non aveva mai avuto.
Mi ha interessato di meno Clarissa, la ragazza rimasta "viva e vitale" e che svolge all'inizio del libro un ruolo di catalizzatore dell'insofferenza di Montag per il suo mondo. Per me è un personaggio che ricopre in modo abbreviato e abbastanza utilitaristico il ruolo di Julia, in 1984, la bella ragazza ribelle che dà coraggio all'eroe e lo sprona alla presa di coscienza. Beatty (capo della squadra di pompieri) sa troppe cose del mondo di prima per essere davvero credibile come difensore del sistema, anche se in effetti la dice lunga il suo farsi ammazzare da Montag, quando lo ha scoperto e incastrato.
Mildred è un personaggio praticamente nullo eppure Montag pensa a lei e si preoccupa per lei. Questa donna schiava della sua mega - televisione che ha preso ormai tre pareti del soggiorno in qualche modo comunica una pena al lettore che la rende meno odiosa e insignificante di quello che potrebbe sembrare. Granger col suo gruppo di saggi intellettuali nomadi invece è un personaggio un po' ridicolo (tutto il suo gruppo lo è). Come un po' debole è il finale apparentemente catastrofico ma in realtà ottimistico della guerra atomica, che distrugge il mondo distopico di Fahrenheit 451 e prelude alla rinascita dell'uomo:
Conosceremo una grande quantità di persone sole e dolenti, nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: "Noi ricordiamo." Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.Bisogna proprio dire che qui Bradbury sembra proprio un inguaribile ottimista.
domenica 13 giugno 2010
Il nuovo Conan
Io non perdo la speranza ma mi aspetto tutto il peggio possibile. Conan non è così semplice da portare sullo schermo: ai tempi di Schwarzenegger c'erano riusciti al primo colpo, valendosi di un grande regista, John Milius, e rendendo tutto sommato credibile l'eroe palestrato che, ricordiamolo, non corrispondeva al Conan agilissimo dei racconti di Robert Howard. Aggiungiamoci pure che alla sceneggiatura ha partecipato Oliver Stone e che per la musica fu scelta una vera orchestra, e infine che anche l'interpretazione di Sandahl Bergman (nel ruolo di Valeria) fu più che accettabile nonostante l'inesperienza e la sua incapacità, in seguito, di costruirsi una carriera di rilievo nel mondo dello spettacolo. Risultato finale (secondo me): uno dei più bei film fantasy di tutti i tempi e sicuramente eccezionale per quei tempi. Il seguito, Conan il Distruttore, fu meno violento e più umoristico per piacere a un più vasto pubblico, ebbe una trama meno intensa e finì nelle mani di un regista non all'altezza: insomma, mediocre per non dire un mezzo disastro. Personalmente lo salverei con una sufficienza, dopo però non trovai il coraggio di vedere Red Sonja (e per la verità non l'ho visto ancora adesso!).
Per una serie di motivi i film di Conan finirono lì e solo adesso si parla di ricominciare con una nuova serie. Il regista, Marcus Nispel, non sono in grado di valutarlo, l'attore che impersonerà Conan, Jason Momoa, non mi ispira per niente, purtroppo.
A dire il vero non mi interessano le critiche di coloro che vorrebbero un Conan per forza bianco (mentre Momoa è mezzo hawaiano, nativo americano, tedesco e non so cos'altro): forse sceglierei anche io un attore bianco per coerenza con i racconti ma alla fine dipende tutto dall'interpretazione. Il guaio è che il muscoloso Schwarzenegger, pur non essendo mai stato un attore fenomenale (ed era quasi sconosciuto ai tempi del primo Conan) riusciva a interpretare bene il suo personaggio semplice, bellicoso e iracondo. Insomma, come barbaro funzionava.
Momoa, in tutta sincerità, non mi sembra avere nemmeno il non eccelso potenziale del bodybuilder austriaco. Riuscirà questo bisteccone (diretto da un regista che deve ancora sfondare per qualcosa di diverso dagli spot pubblicitari) a non farci rimpiangere la coppia Milius-Schwarzenegger? La speranza è l'ultima a morire, ma per essere sincero se fossi costretto a scommetterci punterei tutto sul NO.
Per una serie di motivi i film di Conan finirono lì e solo adesso si parla di ricominciare con una nuova serie. Il regista, Marcus Nispel, non sono in grado di valutarlo, l'attore che impersonerà Conan, Jason Momoa, non mi ispira per niente, purtroppo.
A dire il vero non mi interessano le critiche di coloro che vorrebbero un Conan per forza bianco (mentre Momoa è mezzo hawaiano, nativo americano, tedesco e non so cos'altro): forse sceglierei anche io un attore bianco per coerenza con i racconti ma alla fine dipende tutto dall'interpretazione. Il guaio è che il muscoloso Schwarzenegger, pur non essendo mai stato un attore fenomenale (ed era quasi sconosciuto ai tempi del primo Conan) riusciva a interpretare bene il suo personaggio semplice, bellicoso e iracondo. Insomma, come barbaro funzionava.
Momoa, in tutta sincerità, non mi sembra avere nemmeno il non eccelso potenziale del bodybuilder austriaco. Riuscirà questo bisteccone (diretto da un regista che deve ancora sfondare per qualcosa di diverso dagli spot pubblicitari) a non farci rimpiangere la coppia Milius-Schwarzenegger? La speranza è l'ultima a morire, ma per essere sincero se fossi costretto a scommetterci punterei tutto sul NO.
sabato 12 giugno 2010
Rileggere Edgar Allan Poe
Questo autore americano era stato uno dei miei preferiti, da ragazzino. Ma ho letto, in verità, solo i suoi racconti del mistero e dell'orrore. In effetti Poe è stato uno dei precursori in questo campo: nonostante fosse un autore di notevole cultura, quello che ha prodotto in realtà è stato per lo più rivolto a un mercato popolare. Gli si deve riconoscere tuttavia l'originalità e la creatività che hanno lasciato il segno nella letteratura di genere polizesco e horror, e la forza del suo romanticismo gotico. Lo stile barocco, eccessivamente poetico e pesante di Poe sono però a volte un ostacolo serio al godimento delle sue opere. Rileggere Poe, almeno per me, non ha avuto molto senso: persa la novità delle idee, non l'ho trovato così piacevole. Così mi sono trovato a saltare a pié pari o a leggere di corsa storie celebri come Il pozzo e il pendolo, il Cuore rivelatore o Il seppellimento prematuro che tanto brivido m'avevan dato a suo tempo. Ho trovato interessanti (sebbene non leggere da affrontare) le storie di eteree donne morenti (Morella, Ligeia, ecc...) che ricordano così da vicino la biografia di quest'uomo sfortunato. Molto più potente di quanto ricordassi (forse a suo tempo lo avevo letto con superficialità) La botte di Amontillado, che ci mette alle prese con le motivazioni poco simpatiche di un narratore odioso. La verità sul caso di mister Waldemar mi richiama in qualche modo il posteriore Aria Fredda di Lovecraft (che amava molto le opere di Poe).
Comunque sia, anche se ho trovato lo stile meno digeribile di come lo ricordavo, Poe ha un posto così rilevante nella storia e nell'evoluzione del fantastico che, se non lo avete letto, dovreste affrettarvi a colmare la lacuna.
Comunque sia, anche se ho trovato lo stile meno digeribile di come lo ricordavo, Poe ha un posto così rilevante nella storia e nell'evoluzione del fantastico che, se non lo avete letto, dovreste affrettarvi a colmare la lacuna.
sabato 5 giugno 2010
La Quinta Testa di Cerbero
Era lì, un po' sciupato, in vendita per quattro soldi su una bancarella, un libro vecchio ormai di venticinque anni circa (nell'edizione italiana, perché la prima edizione in lingua inglese sarebbe addirittura del 1972). Sto parlando de La Quinta Testa di Cerbero, di Gene Wolfe (Editrice Nord).
La cosa incredibile è che per tre o quattro euro si può comprare un piccolo capolavoro del fantastico mentre certe robette leggerine leggerine che oggi fanno furore vengono talvolta addirittura sdoppiate dalla casa editrice (da un testo in inglese ne vengono ricavati due in edizione cartonata italiana) in modo da far sborsare al lettore cifre veramente interessanti per un solo libro magari banale e brutto. Finisco questa osservazione noiosa e fuori programma limitandomi a dire che i lettori devono sapersi assumere la responsabilità per le scelte che fanno.
Del resto questo è un libro complesso, magari non adatto a tutti. Va letto con attenzione, con la prontezza di cogliere gli indizi che si trovano qua e là (apparentemente privi di importanza, magari) e capire come stanno veramente le cose al di là delle parole della voce narrante. E' un "vizio" di questo scrittore: Gene Wolfe è un narratore dall'inventiva inesauribile, un maestro dell'immaginario e senza dubbio una delle voci più interessanti della fantascienza (e del fantasy) contemporaneo. L'ultimo grande nome ancora in circolazione, forse (ma è malato...).
Questo, praticamente, fu il suo primo grande successo, un libro che si spezza in tre racconti, diversi punti di vista che ci portano su un sistema di due pianeti gemelli (Sainte Anne e Sainte Croix) colonizzato dai Francesi, poi sconfitti in una guerra che non viene descritta nel dettaglio, ma un tempo abitato da misteriosi aborigeni. Un'ambientazione che, senza nasconderlo troppo, richiama certe situazioni del nordamerica (New Orleans, Luisiana, Quebec) dove la presenza francese oggi indebolita o minoritaria ha lasciato delle tracce che sbiadiscono lentamente.
Ma nel mondo di Wolfe c'è altro. Una misteriosa razza di esseri simili agli umani, che avrebbe addirittura preso il posto dei primi coloni, eliminandoli e poi acquisendone l'aspetto e la mentalità grazie a una incredibile capacità di mimesi e metamorfosi. Una società dura e insensibile, dove è in voga la schiavitù e si pratica con grande leggerezza la chirurgia plastica, la clonazione e l'ingegneria genetica. Dove molte persone sono ridotte a lavori infimi o alla prostituzione. Dove gli indigeni, ridotti a leggenda, si nascondono per timore degli umani che sanno solo incontrarli dietro la canna di un fucile.
Le storie narrate sono tre, e si intrecciano. Abbiamo il figlio di un ricco proprietario di bordello, apparentemente rispettabile (quanto può essere rispettabile una simile professione) che scopre le mire torbide del padre nei suoi confronti; una storia posta nel passato, all'epoca dell'arrivo dell'uomo, dove vediamo finalmente questi famosi aborigeni, e infine l'investigazione di un antropologo che li va a cercare: ma la sua esperienza la conosciamo dai verbali degli interrogatori, poiché si trova in prigione, destinato forse a non essere mai scarcerato. E forse l'antropologo non è chi dice di essere.
Tematiche predominanti in questi racconti sono l'identità, sia personale che dei popoli (travolti dall'espansione coloniale dei più forti); la società (qui vista come oppressiva, in maniera sia esplicita ed evidente che subdola e condizionante) e la libertà personale. Bella l'ambientazione, usi e costumi, vizi e virtù sociali espressi con una mano sapiente che crea un affresco fatto di tanti dettagli la cui importanza il lettore magari non coglie sul momento.
E tutto questo in sole 206 pagine.
La cosa incredibile è che per tre o quattro euro si può comprare un piccolo capolavoro del fantastico mentre certe robette leggerine leggerine che oggi fanno furore vengono talvolta addirittura sdoppiate dalla casa editrice (da un testo in inglese ne vengono ricavati due in edizione cartonata italiana) in modo da far sborsare al lettore cifre veramente interessanti per un solo libro magari banale e brutto. Finisco questa osservazione noiosa e fuori programma limitandomi a dire che i lettori devono sapersi assumere la responsabilità per le scelte che fanno.
Del resto questo è un libro complesso, magari non adatto a tutti. Va letto con attenzione, con la prontezza di cogliere gli indizi che si trovano qua e là (apparentemente privi di importanza, magari) e capire come stanno veramente le cose al di là delle parole della voce narrante. E' un "vizio" di questo scrittore: Gene Wolfe è un narratore dall'inventiva inesauribile, un maestro dell'immaginario e senza dubbio una delle voci più interessanti della fantascienza (e del fantasy) contemporaneo. L'ultimo grande nome ancora in circolazione, forse (ma è malato...).
Questo, praticamente, fu il suo primo grande successo, un libro che si spezza in tre racconti, diversi punti di vista che ci portano su un sistema di due pianeti gemelli (Sainte Anne e Sainte Croix) colonizzato dai Francesi, poi sconfitti in una guerra che non viene descritta nel dettaglio, ma un tempo abitato da misteriosi aborigeni. Un'ambientazione che, senza nasconderlo troppo, richiama certe situazioni del nordamerica (New Orleans, Luisiana, Quebec) dove la presenza francese oggi indebolita o minoritaria ha lasciato delle tracce che sbiadiscono lentamente.
Ma nel mondo di Wolfe c'è altro. Una misteriosa razza di esseri simili agli umani, che avrebbe addirittura preso il posto dei primi coloni, eliminandoli e poi acquisendone l'aspetto e la mentalità grazie a una incredibile capacità di mimesi e metamorfosi. Una società dura e insensibile, dove è in voga la schiavitù e si pratica con grande leggerezza la chirurgia plastica, la clonazione e l'ingegneria genetica. Dove molte persone sono ridotte a lavori infimi o alla prostituzione. Dove gli indigeni, ridotti a leggenda, si nascondono per timore degli umani che sanno solo incontrarli dietro la canna di un fucile.
Le storie narrate sono tre, e si intrecciano. Abbiamo il figlio di un ricco proprietario di bordello, apparentemente rispettabile (quanto può essere rispettabile una simile professione) che scopre le mire torbide del padre nei suoi confronti; una storia posta nel passato, all'epoca dell'arrivo dell'uomo, dove vediamo finalmente questi famosi aborigeni, e infine l'investigazione di un antropologo che li va a cercare: ma la sua esperienza la conosciamo dai verbali degli interrogatori, poiché si trova in prigione, destinato forse a non essere mai scarcerato. E forse l'antropologo non è chi dice di essere.
Tematiche predominanti in questi racconti sono l'identità, sia personale che dei popoli (travolti dall'espansione coloniale dei più forti); la società (qui vista come oppressiva, in maniera sia esplicita ed evidente che subdola e condizionante) e la libertà personale. Bella l'ambientazione, usi e costumi, vizi e virtù sociali espressi con una mano sapiente che crea un affresco fatto di tanti dettagli la cui importanza il lettore magari non coglie sul momento.
E tutto questo in sole 206 pagine.
domenica 30 maggio 2010
Alice nel Paese della Vaporità
Ecco una nuova Alice, una piccola gladiatrice senza futuro prigioniera e sfruttata in un posto sordido: salvata da bambina da un professore in gamba e avventuroso, portata nella civiltà. Un fast-forward precipitoso, e la nostra Alice è grande, vive a Londra, ma è insoddisfatta. Vuole assaporare di nuovo i bassifondi da cui è stata salvata: perché Londra è una fortezza di sanità mentale attorniata dal mondo dello Steamland, un deserto invaso da cumuli di spazzatura tecnologica (i tecnorifiuti) e da una nebbia che provoca allucinazioni, la Vaporità. Nebbia che, a saperla usare, può servire anche a sostenersi in volo, a far funzionare delle apparecchiature, ecc...
Questo perché siamo in un romanzo "steampunk" o "steamfantasy" e si paga pegno ai suoi cliché, né più né meno che quando compare il nano con la lunga barba e la grande ascia in un romanzo tolkieniano. Questa è la moda, questa l'ambientazione "nuova" anche se lo steam ha i suoi venti o trent'anni. A me piace Francesco Dimitri, però non mi piacciono le mode. Nemmeno quella che ha voluto l'imitiazione continua di Tolkien, comunque.
Oso però immaginare che l'autore questo omaggio al gusto dominante lo abbia fatto un po' controvoglia, perché la storia acquista senso e significato, e diventa interessante, quando Dimitri torna al suo discorso (l'Incanto, la Carne, il Sogno) e alla sua visione della realtà. Lo steam rimane a far da contorno.
Contorno già visto in effetti: non c'è nulla di nuovo in una tecnologia da retro-futuro (dove tutto funziona a vapore, ovviamente) in un mondo pieno di rottami, monitor, copertoni ecc... di un passato da apocalisse dove una civiltà tecnologica ha incontrato il suo declino. Questa l'ambientazione, che ci porta in un lontano futuro. Anche se i segni del tecno-passato sono lì, evidenti, non sepolti dal passare dei secoli. Insomma, come in un film di quelli a zero budget ci sono le rocce di cartapesta, qui i personaggi si muovono tra prop prese dallo sfasciacarrozze. L'autore gigioneggia facendoci riscoprire in un rifugio antichissime copie del Signore degli Anelli e del suo Pan... del resto Dimitri non è nuovo ad intromissioni anche forti nelle storie che scrive.
L'apparizione di un personaggio da manga, monaco ammazzasette con la katana, non mi ha reso migliore la partenza in questa lettura. Ma poiché bisogna sempre passare oltre la superficie e guardare al valore della storia, ammetterò che le idee in effetti ci sono, anche se non è il caso di anticipare troppo qui. In Alice nel Paese della Vaporità (editore: Salani) abbiamo un viaggio iniziatico che porta la protagonista alla comprensione, alla partecipazione ad una crociata contro un potere oppressivo (la Regina), alla necessità di una rifondazione della realtà. E abbiamo detto fin troppo.
Dalla metà del libro in poi, più o meno, Dimitri padroneggia la situazione con grande stile e riesce a creare un senso di credibilità che sfida qualunque scetticismo del lettore, nonostante sia una realtà sconvolta e drogata. Tutti gli elementi presi a prestito dal tecno-fantasy a vapore e dai cartoni animati giapponesi vengono piegati a quello che è il suo mondo. E la storia, che inizialmente sembrava molto lineare e intuibile in anticipo, si è fatta interessante: potevo ancora vedere dove voleva andare a parare, ero spiazzato dal come.
Una sola anticipazione (se non la volete, saltate questo paragrafo): quando sembra che la missione di Alice si compia piantando il fiore di cristallo che contiene la realtà "unificata" da donare al mondo dello Steamland, scopre che la Regina cattiva non aspetta altro che lo faccia! Perché versando il proprio sangue sul fiore e narrando la "favola" che vuol fare avverare, è la Regina che minaccia di definire il mondo che deve venire a crearsi, dando ad esso la propria storia, il proprio logos. Bella trovata, ben raccontata in un finale serrato, direi la migliore del libro.
Per concludere: se amate il vapore questo libro probabilmente vi piacerà moltissimo, se questa nuova (?) moda vi ha già stancato la partenza sarà piuttosto difficile, ma il libro è breve e prende abbastanza presto forma e direzione. Per alcuni versi ovviamene ricorda Pan, che andrebbe letto prima di questo (se non lo avete ancora letto). Anche perché, pur riconoscendo ad Alice i suoi meriti, Pan è un opera di un ordine di grandezza superiore.
Questo perché siamo in un romanzo "steampunk" o "steamfantasy" e si paga pegno ai suoi cliché, né più né meno che quando compare il nano con la lunga barba e la grande ascia in un romanzo tolkieniano. Questa è la moda, questa l'ambientazione "nuova" anche se lo steam ha i suoi venti o trent'anni. A me piace Francesco Dimitri, però non mi piacciono le mode. Nemmeno quella che ha voluto l'imitiazione continua di Tolkien, comunque.
Oso però immaginare che l'autore questo omaggio al gusto dominante lo abbia fatto un po' controvoglia, perché la storia acquista senso e significato, e diventa interessante, quando Dimitri torna al suo discorso (l'Incanto, la Carne, il Sogno) e alla sua visione della realtà. Lo steam rimane a far da contorno.
Contorno già visto in effetti: non c'è nulla di nuovo in una tecnologia da retro-futuro (dove tutto funziona a vapore, ovviamente) in un mondo pieno di rottami, monitor, copertoni ecc... di un passato da apocalisse dove una civiltà tecnologica ha incontrato il suo declino. Questa l'ambientazione, che ci porta in un lontano futuro. Anche se i segni del tecno-passato sono lì, evidenti, non sepolti dal passare dei secoli. Insomma, come in un film di quelli a zero budget ci sono le rocce di cartapesta, qui i personaggi si muovono tra prop prese dallo sfasciacarrozze. L'autore gigioneggia facendoci riscoprire in un rifugio antichissime copie del Signore degli Anelli e del suo Pan... del resto Dimitri non è nuovo ad intromissioni anche forti nelle storie che scrive.
L'apparizione di un personaggio da manga, monaco ammazzasette con la katana, non mi ha reso migliore la partenza in questa lettura. Ma poiché bisogna sempre passare oltre la superficie e guardare al valore della storia, ammetterò che le idee in effetti ci sono, anche se non è il caso di anticipare troppo qui. In Alice nel Paese della Vaporità (editore: Salani) abbiamo un viaggio iniziatico che porta la protagonista alla comprensione, alla partecipazione ad una crociata contro un potere oppressivo (la Regina), alla necessità di una rifondazione della realtà. E abbiamo detto fin troppo.
Dalla metà del libro in poi, più o meno, Dimitri padroneggia la situazione con grande stile e riesce a creare un senso di credibilità che sfida qualunque scetticismo del lettore, nonostante sia una realtà sconvolta e drogata. Tutti gli elementi presi a prestito dal tecno-fantasy a vapore e dai cartoni animati giapponesi vengono piegati a quello che è il suo mondo. E la storia, che inizialmente sembrava molto lineare e intuibile in anticipo, si è fatta interessante: potevo ancora vedere dove voleva andare a parare, ero spiazzato dal come.
Una sola anticipazione (se non la volete, saltate questo paragrafo): quando sembra che la missione di Alice si compia piantando il fiore di cristallo che contiene la realtà "unificata" da donare al mondo dello Steamland, scopre che la Regina cattiva non aspetta altro che lo faccia! Perché versando il proprio sangue sul fiore e narrando la "favola" che vuol fare avverare, è la Regina che minaccia di definire il mondo che deve venire a crearsi, dando ad esso la propria storia, il proprio logos. Bella trovata, ben raccontata in un finale serrato, direi la migliore del libro.
Per concludere: se amate il vapore questo libro probabilmente vi piacerà moltissimo, se questa nuova (?) moda vi ha già stancato la partenza sarà piuttosto difficile, ma il libro è breve e prende abbastanza presto forma e direzione. Per alcuni versi ovviamene ricorda Pan, che andrebbe letto prima di questo (se non lo avete ancora letto). Anche perché, pur riconoscendo ad Alice i suoi meriti, Pan è un opera di un ordine di grandezza superiore.
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