martedì 6 ottobre 2009

Libri come MP3?

Ho già scritto qui cosa ne penso dei lettori di ebook e dell'annunciata rivoluzione digitale che potrebbe portare il libro cartaceo a crollare da mezzo dominante della lettura a preferenza retrograda di uno zoccolo duro. L'argomento merita qualche aggiornamento.
A conferma che il processo di digitalizzazione della lettura non impiegherà poco tempo è venuto un articolo sui giornali di pochi giorni fa riguardo agli studenti che restituivano i lettori Kindle avuti in prova da Amazon, affermando che non è possibile usare il lettore di ebook come mezzo per studiare.
Posso ben crederci. Spesso i testi elettronici non hanno il numero di pagina e anche quando ce l'hanno il livello di zoom che stai usando può far sì che non sia sott'occhio. Il lettore ha le sue comodità: ti porta sempre all'ultima pagina che hai letto (e ti permette di mettere dei bookmark) ma la sensazione fisica del libro, che puoi guardare valutando "ad occhio" a che punto sei, che puoi sfogliare soffermandoti su qualche parola per vedere se hai trovato il riferimento che vai cercando, è ancora ben lontana dal mondo simulato dei lettori. I libri di studio si sfogliano velocemente avanti e indietro, non sono romanzi che si leggono dal principio alla fine.

Questo non vuol dire che consideri i lettori un fallimento, tutt'altro. Ci tengo a precisare che dopo averne comprato uno non l'ho chiuso in un cassetto. Sia pure in maniera non frenetica, lo uso e lo trovo piacevole, ma non è privo di difetti. Comunque, sembra che la tecnologia ci consegnerà a breve delle novità PAZZESCHE. Sarà vero? Aspettiamo e vedremo.

Quanto alle possibilità che la digitalizzazione aprirebbe all'editoria, sono sempre più convinto che siano almeno in parte positive. Questo perché, dopo essermi fatto un'idea di come le case editrici scelgono quello che pubblicheranno, ritengo che più possibilità ci sono di arrivare ai lettori, meglio è. Saltando i nodi della distribuzione alle librerie e del conquistarsi lo spazio fisico negli scaffali, la digitalizzazione è assolutamente uno sviluppo positivo e, diciamo, "democratico." Resta la minaccia di essere travolti da libri di pessima qualità che non hanno avuto il minimo controllo editoriale, che metta quantomeno la forma a posto, ma visto come questo lavoro viene svolto male (anche da case famose) non lo vedo più come quel grande problema.

Una tendenza di oggi, in cui lo scrittore deve "crearsi un'immagine" e diventare veicolo promozionale di quello che ha scritto, potrebbe essere accentuata con la digitalizzazione.
Non ne sono contento, sebbene ritenga che sia sacrosanto che uno scrittore vada a tenere presentazioni del suo libro, ecc... (vedi il mio vecchio post).

Ma trovo molto peggio la prospettiva che il mercato venga travolto dalla diffusione di testi pirata.
Ok, detto questo, facciamo dei distinguo.
Distinguo n.1 L'imperialismo editoriale che alcuni distributori stanno cercando di mettere in piedi è anche peggio. Mi riferisco alle chicche come Kindle, di cui ho già accennato con antipatia nel post linkato all'inizio di questo articolo. Il ragionamento di Amazon è odioso. Vendo il mio lettore, creo il mio formato proprietario, ti vendo i libri con un semplice click e ti faccio un piccolo sconto. E guadagno un'enormità in più rispetto alla versione cartacea, mettendomi in tasca la maggior parte del risparmio che ottengo dandoti un libro digitale e non cartaceo. Lo considero scorretto e sconveniente per il cliente come vendere i film da scaricare con il DRM e altre scocciature simili. Credo però che questi sistemi non bloccheranno la pirateria, sia perché quelli che li escogitano sono troppo avidi, sia perché storicamente si è trovata sempre la contromossa che permette di aggirare le difese di un certo tipo.
Distinguo n.2 Quando un libro non è più in vendita sul mercato non vedo cosa dovrebbe fare uno che vuole leggerlo, se non cercare una versione digitale, quando sia disponibile.

Quello che rischia di succedere intorno all'editoria potrebbe essere non diverso da ciò che è successo alla musica.
Praticamente la vendita dei dischi rende poco o niente e bisogna inventarsi qualcosa di diverso (megaconcerti, ad esempio) per realizzare dei guadagni. C'è chi applaudiva alla diffusione degli MP3 come un mezzo che dava possibilità ai giovani artisti e a quelli che cercavano di emergere, ma io ho letto più di una volta le lamentele proprio di quelli che cercavano di farsi un nome, che si trovavano a non avere nemmeno quel modesto guadagno che la vendita di poche migliaia di CD poteva dar loro. Il grosso artista spinto dalla casa musicale può galleggiare su altre fonti di guadagno meglio di quello piccolo (anche se ovviamente la perdita di reddito ai discografici brucia parecchio). Comunque la prova del nove, sia pure in forma del tutto opinabile, potrebbe essere questa: facciamoci la domanda: dopo anni che la musica si diffonde praticamente gratis per mezzo del peer to peer, l'offerta che trovi in giro è migliorata? So bene che per chi segue una piccola nicchia ben precisa e se ne frega del resto la domanda non ha senso. Ma per i tanti come me che non hanno (più) tempo né voglia di sofisticare sui gusti musicali, la risposta è evidente. Non siamo tornati a vera musica di veri artisti, quella che ormai da trent'anni non c'è quasi più. Siamo ancora e più che mai travolti dalle costruzioni a tavolino delle case discografiche.
Il peer to peer non ha guidato nessuna rivoluzione, e se ha fatto danni per la grande casa discografica probabilmente ha reso una vera impresa per gli autori minori il procurarsi da vivere con la musica (se parliamo degli stranieri: gli italiani tranne una manciata di nomi non ce l'hanno mai fatta).

Trasferendo il discorso all'editoria (che già non gode di ottima salute), e immaginando che i formati digitali diventino facilmente oggetto di diffusione peer to peer, il mio timore è che gli effetti siano di completa distruzione del mercato.
Paradossalmente, visto che pochi in Italia vivono scrivendo, il danno potrebbe essere relativo; all'estero molto più serio. Per i successi del largo consumo non mi metto a piangere: se la prossima fatica della Rowling (o anche di Licia Troisi, perché no) guadagnasse un decimo di quello che guadagna di solito, sarebbe meglio. Certi fenomeni a volte ridicoli verrebbero ricondotti a dimensioni normali (nel senso che girandoci attorno meno quattrini, converrebbe meno pomparli con il marketing e la creazione di miti di cartapesta). Ma non ritengo giusto che uno scrittore minore o un esordiente non ci guadagni nemmeno quei cento o mille euro (ho scritto mille? mi sa che sono ottimista).

Come andranno le cose? I piccoli editori spazzati completamente via? I grandi ridimensionati, e però ancora lì?
Chi lo sa. Sarebbe una buona cosa? Penso di no.
Ma in un mercato di libri digitalizzati, senza più librerie e senza più distribuzione fisica, cosa sarebbe un piccolo editore? Solo uno che, con più o meno autorevolezza mette "la propria faccia" a sostegno di un autore.
Quale differenza tra un autore che pubblica con un editore del genere e uno scrittore che disperde il suo lavoro nell'enorme nulla di mercati stile lulu.com?

Ultimissima considerazione: certe preoccupazioni magari sono solo inutili. Succederà quello che deve succedere, insomma, e qualche bel libro lo troveremo sempre.
Non è mica detto che ci debba essere un'industria che vende libri per raccogliere introiti. C'è stato un passato in cui le arti erano sostenute da pochi ricchi mecenati che sovvenzionavano generosamente gli artisti.
Vedo già nel mondo anglosassone tanti che, per il fatto di produrre materiale del genere più svariato (un sistema di GDR pubblicato su un sito internet, informazioni su questo o quell'argomento, un bel blog eccetera) provano a farsi ricompensare con un bel bottone "Donate" e un conto Paypal che riceve le offerte di chi vuole premiarli con qualche soldino.
Noi italiani siamo un po' pidocchiosi su queste cose, ma chi lo sa, questi sistemi potrebbero un bel giorno affermarsi anche da noi. Così gli autori pur non potendo imporre il pagamento dei loro libri potrebbero ricevere il contributo di tanti piccoli donatori, mecenati da qualche euro alla volta.
Ma ovviamente questo è il ragionamento di uno che, pur aspirando a pubblicare, si guadagna da vivere in un altro modo.

lunedì 5 ottobre 2009

District 9


Un film di fantascienza, questo District 9, che si è presentato con una campagna promozionale bizzarra (un po' come era avvenuto tanti anni fa per l'Esercito delle Dodici Scimmie). Vedendo gli autobus andare in giro per le vie con i cartelli "vietato ai non umani" sicuramente una certa curiosità rimane impressa. Il fatto che fosse prodotto da Peter Jackson, che non sarà magari un artista geniale ma è comunque un ottimo regista, mi ha definitivamente spinto ad andare a vederlo (il regista comunque è un certo Neill Blomkamp).

Argomento del film è l'arrivo sulla terra di una razza aliena che è costretta a rimanere ospite dell'umanità per un lungo periodo (un po' come in Alien Nation). Solo che questi alieni sono numerosi, violenti e stupidi e anziché insegnare all'umanità qualcosa della loro prodigiosa tecnologia finiscono in un ghetto. Mi è sembrata una forzatura sciocca, ma per spingere il pedale a fondo sull'idea, come se non avessimo capito, la scelta per questo ghetto è caduta sul Sudafrica (che la segregazione razziale ce la ricorda da vicino, visto il tipo di regime che ha avuto fino a qualche tempo fa). Giocando con il paradosso vediamo nei primi minuti del film (che sono stile documentario) le critiche seccate di molti neri che gli alieni non li vogliono, chiedono che vadano via ecc... anche se i cattivoni nel seguito del film, i soliti mercenari assassini che fanno i lavori sporchi (proprio come in The Island che ho appena visto), sono tutti bianchi (con una eccezione o due, se ho visto bene).

Non si capisce peraltro se il film vuole fare della satira sul razzismo o saltare il fosso e praticarlo in maniera (poco) camuffata, visto che altri cattivoni del ghetto sono una grossa banda di mafiosi nigeriani con tanto di prostitute al seguito: classici stereotipi di "negracci da ghetto" che fanno coppia con i "gamberoni" (ovvero gli alieni) nel ruolo della spazzatura da rinchiudere e isolare. Per inciso, la Nigeria ha protestato.
Sempre riguardo al razzismo, al protagonista del film accadrà qualcosa che sarà la classica giustizia poetica per il suo atteggiamento verso i "gamberoni".
Ma il vero problema di District 9 è che calpesta la logica ripetutamente e spietatamente. Non ha coerenza interna. Mi si dirà che qualche vaccata per rendere un film più spettacolare ci può stare, ma qui si supera la soglia critica.

Se mi posso permettere qualche spoiler, abbiamo un funzionario evidentemente mediocre (Wikus, interpretato da un attore praticamente sconosciuto) che gestisce il trasferimento del ghetto verso un luogo maggiormente isolato, messo in un ruolo importante solo perché è un raccomandato. E' un fessacchiotto, ma poi chissà perché si comporterà come un soldato dei commando e recupererà un oggetto che tutte le nazioni del mondo si sarebbero svenate per avere. E scappa per tornare nel District 9 senza essere beccato dai mercenari paramilitari o fermato dalla sorveglianza.
Wikus, che è stato ormai abbandonato da tutti per un motivo che non vi dico, usa un cellulare nel tentativo disperato di ricevere assistenza da amici e parenti: ma i cattivi useranno questa traccia per individuare il fuggitivo solo quando farà comodo alla trama del film.
Gli alieni hanno con sé un sacco di armi ma gli umani non possono usarle perché attivate biologicamente. Motivo per cui la possibilità di impadronirsi di questa tecnologia giocherà un ruolo importante nel film. Ma se queste sono le premesse il fatto che sembrino dei semplici fucili mitragliatori, giusto un po' strani, mi ha fatto sorridere. E poi, vi prego, qualcuno mi spieghi perché i "gamberoni" subiscono tante prepotenze senza reagire, se è vero che sono impulsivi e stupidi e hanno tutte queste armi così potenti.
Dal momento che Wikus stava notificando lo sfratto ai "gamberoni" c'è anche da chiedersi come mai nel seguito del film non succede nulla (il termine era 24 ore) e ci si ricordi del trasferimento a un altro distretto solo nel finale. Ok, questo in fondo è un dettaglio da niente, soprattutto se confrontato con altre illogicità.
Molto bizzarro il fatto che la coppia formata da Wikus e Christopher, l'alieno che è diventato suo alleato, non venga aiutata dagli altri alieni nel corso di una lunga battaglia con i paramilitari: dopo tutto si trovano in un ghetto che è strapieno di "gamberoni" e Christopher sta lottando per salvare tutti (già, perché lo fa senza aver l'aiuto di nessuno dei suoi?). Forse c'era bisogno di una scena madre con loro due contro tutti? Il bello è che gli alieni alla fine ricompaiono, per far fuori il cattivo e salvare Wikus in extremis. Dulcis in fundo, se la tecnologia e la biologia aliena sono così interessanti da indurre gli scienziati a fare atroci esperimenti sui gamberoni e addirittura sul povero Wikus, come mai l'astronave se ne rimane sospesa sopra Johannesburg per 20 anni senza che nessuno vada a studiarsela un attimino più a fondo? Mi fermo qui per non sparare troppo sulla Croce Rossa.
Fine Spoiler

Sinceramente la presa di posizione moralistica del film non mi è sembrata né particolarmente ben riuscita, né originale. Espressa con intensità ma superficiale, direi (già che ci siamo mi metto a fare il razzista anch'io: forse può sembrar profonda a un americano?). E' chiaro che la fantascienza offre la possibilità di fare delle riflessioni sui "diversi," lo ha fatto in tante altre opere, non credo che questa diventerà una delle più memorabili. E la storia è molto povera quanto a verosimiglianza.
Rimane valido lo stile documentaristico della prima mezz'ora, e un look realistico e crudo cercato insistentemente dalla regia: l'ho trovato coinvolgente. Il seguito è un film d'azione per nulla entusiasmante, con una certa dose di sciocchezze, nello stile caro ai registi di oggi. Effetti speciali più che sufficienti, nonostante il film non sia costato tantissimo (per un film straniero di questo genere: ma si tratta comunque di una cifra che in Italia non si riuscirebbe a raccogliere tanto facilmente). Da Peter Jackson però mi aspettavo di meglio. Ho letto parecchi commenti entusiasti ma il mio giudizio verso questo film non è molto lusinghiero, anche se all'inizio mi aveva preso parecchio.

domenica 4 ottobre 2009

Outlander



Devo dire la verità, mi aspettavo che fosse un pessimo film, invece si fa vedere. Ispirato in qualche modo al poema epico Beowulf, invece di troll o draghi Outlander ci presenta un mostro venuto dallo spazio (assieme al protagonista del film, nientemeno), perciò nonostante sia in qualche modo affine al fantasy come immaginario, è in realtà un film di fantascienza.

Effetti speciali più che sufficienti, un budget corposo ma non enorme se confrontato con i grandi film di cassetta di questo genere, un attore (James Caviezel) non di primissima fila ma abbastanza famoso da essere di richiamo: tutto mi fa pensare che Outlander sia stato un tentativo di strappare il successo con un'interpretazione un po' insolita delle solite avventure di vichinghi e mostri: un bel film di serie B, tanto per dire. A dire il vero quel tipo di ambientazione a me piace parecchio, ed è stata ricreata piuttosto bene. Mi è piaciuto anche l'attore protagonista, e trovo che sia stato bravo anche Jack Huston, nei panni dell'impulsivo guerriero Wulfric, che fa nei confronti del protagonista la parte un po' del rivale e un po' dell'amico. E in generale tutti gli attori hanno fatto il loro dovere.

Trovo però che Caviezel, attore energico ma con un preponderante atteggiamento riflessivo e pensoso, non sia stato sfruttato al meglio. La premessa del suo viaggio, della presenza del Moorwen (il mostro) nell'astronave, e del naufragio sulla terra è spiegata in maniera sbrigativa e un po' ridicola. Altri dettagli riguardo alla questione dell'astronave e della tecnologia in mano al protagonista Kainan (Caviezel) li lascio da parte per non anticipare troppo. Diciamo che l'idea che è servita a introdurre un mostro diverso dal solito poteva essere usata creativamente anche per tirar su in qualche modo le sorti del film, e invece purtroppo lo relega al rango di popcorn movie.
Il mostro stesso, che avrebbe potuto essere un punto di forza del film, è malriuscito. Ci sono tantissime opinioni in giro riguardo al Moorwen: ricorda Alien, ricorda Predator... per me ha anche un po' del Balrog del Signore degli Anelli. La cosa più importante è che sa di già visto, prendendo a prestito qua e là molte delle sue caratteristiche.
L'introduzione di un capo tribù di un altro villaggio, che ha una faida in corso contro Wulfric, m'è sembrata un classico caso di troppa carne al fuoco: potrebbe essere interessante ma non c'è tempo per svilupparla bene, e ritarda lo scontro con il Moorwen fino a un momento un po' troppo avanzato del film.
Di fatto Outlander oltre ad avere diverse debolezze è un po' stancante verso il finale: troppo lungo. Potrei aggiungere che tra le varie fonti di ispirazione di questa pellicola secondo me c'è anche Il Tredicesimo Guerriero, per sottolineare un altra mancanza: non riesce ad avere la potenza epica di quel film. Però in fondo Outlander si fa vedere, a mio parere. E visto che lo considero un onesto film di non troppe pretese, m'è spiaciuto leggere che si sta avviando a essere un grosso fiasco commerciale.

giovedì 1 ottobre 2009

Botte da orbi nella Foresta di Sherwood



Per gli appassionati della leggenda di Robin Hood la Rio Grande Games ha prodotto un gioco facile e divertente che permette di calarsi per qualche ora nei panni di eroi che... rubano ai ricchi per dare ai poveri. Il nome è Sherwood Forest.
La struttura del gioco è imperniata effettivamente sulla rapina e sul furto: esiste un percorso dove si possono aspettare viandanti e carovane (in realtà solo due strade che si incrociano a un quadrivio, e quindi quattro diverse destinazioni fuori mappa). I giocatori formano delle squadre che devono aggredire con successo i viandanti (che sono a volte assai debolucci, ma capitano pure delle carovane cariche d'oro e dotate di una forte scorta). Purtroppo passa anche lo sceriffo, a volte, e sono dolori.

Ciò che si ottiene predando i malaugurati che passano sono tre tipi di premio: la fama, che praticamente corrisponde ai punti vittoria, il denaro (rappresentato da sacchi pieni di monete, un po' come nel deposito di Zio Paperone) e talvolta nuovi compagni che si aggiungono al gruppo.
Poiché Robin Hood non è rappresentato nel gioco in realtà i giocatori rappresentano delle bande che hanno preso il suo posto e, sia rivaleggiando che collaborando fra loro, cercano di ripeterne le gesta.

Prima di attaccare le carovane (e vedersela con lo sceriffo) i giocatori affrontano una fase di preparazione logistica inviando i loro uomini a visitare diversi edifici di un villaggio rappresentato simbolicamente in un quadrante del tabellone.
Impegnare gli uomini in queste operazioni ovviamente va a scapito della forza che si può schierare in agguato, perché tornano disponibili solo al prossimo giro, perciò è necessario bilanciare adeguatamente i propri sforzi. Nel villaggio i giocatori possono visitare la chiesa e donare denaro (si guadagnano punti vittoria), acquistare armi per affrontare con maggior potenziale i combattimenti (spendendo denaro), arruolare nuovi uomini nella propria banda (anche questo costa denaro) e infine interrogare i bene informati per scoprire quali sono gli itinerari dei viaggiatori della Foresta di Sherwood. Questo in pratica significa poter sbirciare una o più delle carte che verranno girate più tardi nel turno. Ciascuna di esse indica un percorso da seguire, una forza da sconfiggere, e i premi per gli eventuali vincitori. Le bande preparano gli agguati in precisi tratti di strada perciò possono non essere a tiro di qualche bersaglio succulento, o essere precedute da bande concorrenti che sono meglio posizionate. Notare che chi si mette in agguato può chiamare rinforzi (uomini delle bande rivali) promettendo in cambio una parte del bottino.
Mentre una carovana troppo forte per essere sconfitta passa senza far scattare l'agguato, lo sceriffo è più aggressivo e attacca le bande che sorprende al limitare della strada. Il combattimento è obbligatorio e i giocatori possono perdere degli uomini, però nessuna banda può essere spazzata via del tutto, e lo sceriffo potrebbe essere anche sconfitto (azione che arreca una grande fama a chi la compie). Quando tutte le carte di viaggiatori sono rivelate ed hanno percorso con alterne vicende la Foresta di Sherwood, si passa al turno seguente (ma se le carte dei viaggiatori sono finite si calcola la fama dei giocatori e si vede chi è il vincitore).

Pertanto, se mi avete seguito fino a qui, vi sarà chiaro che si tratta di un gioco assai semplice dove vengono mescolati elementi gestionali con qualche sbiadito ricordo di giochi di guerra. Il meccanismo di gioco è ben oliato, il turno scorre veloce, la partita non si prolunga troppo. Purtroppo nonostante esista l'elemento di informazione (o spionaggio) che dovrebbe, se giocato bene, eliminare qualche brutta sorpresa, successo o sconfitta derivano per una parte un po' troppo grande da fattori casuali, pertanto è difficile impostare una vera e propria strategia in questo gioco.
Giudizio finale: giochino di poco spessore, forse più adatto a partite in famiglia con bambini, zii e nonni. Detto questo, le meccaniche di gioco sono pensate abbastanza bene e i componenti sono graficamente accattivanti.

sabato 26 settembre 2009

Presentazione mancata



Ieri non ce l'ho fatta ad andare alla presentazione di Caverne, esordio di Stefano Bianchi, edito da Montag. Semplicemente, ho avuto una giornata troppo devastante in ufficio (questa è la mia classica excusatio non petita però è andata proprio così).

Bella l'idea del luogo (fisico? metafisico?) in cui i morti di tutte le epoche si ritrovano, anche se non so nulla del resto. Spero di essere in grado di leggerlo a breve, comunque complimenti a Stefano, un altro del mio corso di scrittura creativa che poi "ce l'ha fatta." E' anche un naturale candidato per il Premio Immaginario 2009, se riuscirò a leggerlo in tempo.

Sono invidioso? Sì, un po'.

venerdì 25 settembre 2009

The Island


Mi sono tolto lo sfizio di vedere questo The Island noto per essere stato un clamoroso flop quattro anni fa. Beh, non del tutto: negli USA è andato malissimo, nel resto del mondo ha recuperato perciò le spese iniziali di questo costosissimo film di fantascienza sono state pareggiate e alla fine ha pure guadagnato qualcosa.
Un regista già sperimentato nel fare questi gran videoclip pieni di effetti speciali e poco altro (Michael Bay) e due attori belli e affermati (Ewan McGregor e Scarlett Johansson) non sono bastati a portare al successo un pasticcio di pellicola.

Il film sa troppo di già visto nella tematica (creazione di cloni da usare come riserva di organi per trapianti) e nell'estetica (alcune scene di inseguimento mi hanno ricordato parecchio Matrix, altre tematiche sanno di Blade Runner, e così via). Addirittura la casa cinematografica (DreamWorks) ha subito denunce e più di una segnalazione per plagio di sceneggiature o opere già esistenti: ha pure dovuto ricorrere ad accordi extragiudiziali (ovvero tirar fuori dei soldi) per placare una di queste controversie. Similitudini conclamate (quelle che ci sono nella Wikipedia, ma se volete ne potete trovare altre senza fatica): un romanzo di Marshall Smith intitolato Spares, ovvero "pezzi di ricambio," il racconto di Philip Dick La Penultima Verità, il film La Fuga di Logan, il film Parts: the Clonus Horror. Intendiamoci, l'originalità perfetta non esiste mai, e sulla predazione degli organi ci sarebbe bisogno di parlare eccome (ormai oggi vendersi un organo è legalizzato: dove? A Singapore). Ma il tema della vittima designata che scappa ricalca pesantemente cose già lette o già viste.

Poi c'è una quantità di debolezze nella trama, vere e proprie sciocchezze.
Alcune sono robetta, altre più serie (se non avete ancora visto il film, saltate all'ultimo paragrafo). Un camion su cui i nostri stanno fuggendo perde il carico (assali di ruote di treno, nientemeno) creando un gran caos in autostrada e rallentando gli inseguitori. Quando essi cominciano a bersagliare i fuggitivi da un elicottero, essi sono ancora sul camion, che procede come se l'autista possa non essersi accorto del gran disastro che (non per propria colpa) ha combinato!

Un'altra chicca, o meglio una serie di chicche: Tom Lincoln e il suo clone (personaggi interpretati entrambi da McGregor) hanno un incontro, il clone fuggitivo chiede di essere aiutato, il "vero" Lincoln invece avverte la compagnia di quello che sta succedendo in modo che una spietata pattuglia di paramilitari li blocchi mentre stanno andando agli studi televisivi per denunciare l'immenso crimine: ovviamente la storia della denuncia in TV è quello che crede il clone, il "vero" Tom Lincoln vuole solo che venga catturato.
In una scena ridicola ("Non sono io il clone, è lui!" - "No! E' lui!") il fuggitivo riesce ad essere più credibile (applica al polso del "vero" Lincoln il bracciale di riconoscimento che i paramilitari riconoscono) e così viene ucciso il committente della clonazione, e il clone se ne va tranquillo come se niente fosse. Questi spietati professionisti insomma agiscono d'impulso ammazzando un cliente da milioni di dollari per non prendersi la briga di controllare. Certo, non era facile (uno dei due era armato) ma se la prendono comoda anche a verificare in seguito: avrebbero potuto trattenere il clone, accertare in una decina di secondi di aver sbagliato, e quindi eliminarlo. Invece è il clone a tornare all'attacco sperando di liberare gli altri prigionieri della compagnia (ce ne sono a centinaia, si direbbe dalle scene: cloni che non sanno di esserlo): credendolo il vero Tom Lincoln gli offrono, in cambio del suo silenzio, di clonarlo una seconda volta, lui va e mentre si trova alla compagnia finalmente qualcuno esamina il cadavere del suo doppio e si scopre la verità: il clone è di nuovo braccato e il capo della compagnia in un dialogo gli dice: "Avresti potuto prendere il suo posto e hai deciso di tornare!"
Questa è una cosa che, nei film come più raramente nei libri, mi fa diventar matto. La somiglianza superficiale del clone (che non sa nulla della persona che sostituisce) non avrebbe ingannato nessuna delle persone che l'originale conosce nelle proprie relazioni sociali. Ma siccome la vita quotidiana nei film d'azione non la fanno vedere ci passano tranquillamente sopra. In un sacco di trame (film, serie TV, ecc...) fanno passare per possibile una cosa che non lo sarebbe affatto, pensateci e vi verrà facilmente in mente qualche altro esempio.
A parte questo, la scena è assurda perché lo stesso capo della compagnia è stato appena informato della sostituzione del vero Lincoln. Perciò il clone NON avrebbe potuto prenderne il posto e vivere tranquillo.

Facciamola breve e diciamone solo un'altra: la conversione del capo dei paramilitari, interpretato da Djimon Hounsou che diventa improvvisamente buono e aiuta i nostri eroi. Stiamo parlando di un tizio che ha condotto un'operazione in cui i suoi uomini hanno impersonato le forze di polizia, sparato sui poliziotti veri, sparato su innocenti eccetera: diventa un buono e generoso agnellino nel giro di un paio di scene.

La tematica fantascientifica di The Island a mio parere è ancora degna di essere esplorata anche perché... è sempre meno fantascientifica. La maniera in cui questo film lo fa è assolutamente censurabile perché ricalca, decisamente troppo, varie cose già viste. Per contrasto, ha saputo farne qualcosa che sa abbastanza di nuovo Kazuo Ishiguro con Never Let Me Go, romanzo intimista che vedremo (spero) trasformato in film fra un annetto.
Quanto a The Island, nonostante le scene d'azione spettacolari, penso che il mondo sarebbe un posto migliore se non avesse recuperato nemmeno i soldi dell'investimento iniziale.