Tanti ne hanno parlato in blog e forum. Chi deve comprare un libro come fa, se non vuole andare a scatola chiusa? Può affidarsi alla fama dell'autore, a volte: al fatto che un certo titolo è conosciuto da tutti. Può sbirciare qualche pagina, se va in una libreria fisica e trova il libro che va cercando.
Se autore e titolo non sono estremamente conosciuti, non si può far altro che affidarsi ai pareri degli altri. Io ho imparato col tempo ad affinare la mia arte dell'annusare i pareri e le recensioni. Quando mi affidavo a un singolo parere o al massimo due mi sono comprato libri che magari vanno per la maggiore ma non vanno bene per me (ad esempio, quelli di George Martin e Robert Jordan). Allora ho imparato a usare meglio internet, questo strumento che ho sempre per le mani ma da cui forse non so trarre il massimo, e ho cominciato a vedere cosa ne pensano i lettori sui forum e nei siti dei venditori, oppure i blogger, o i siti come Anobii.
Una cosa un po' imbarazzante, ma devo dirla. I critici, quelli veri (e qui non parlo solo di fantasy, che è il genere che leggo di più, ma in generale), non sono sempre affidabili per un parere che mi faccia capire se un certo libro toccherà i miei gusti. Può succedere che, per motivi magari al di là della mia comprensione (ma non ultimo per motivi commerciali, beninteso!) giudichino celestiale roba che per me sarà incomprensibile, bruttissima o addirittura illeggibile.
I "giudizi dei lettori" che troviamo sui siti come IBS servono anche di meno. Spesso li ha scritti l'autore stesso (se parliamo di mercato nazionale e di moderata diffusione, ovviamente), oppure, temo, compaiono per volontà della casa editrice. Del resto tutti ormai hanno imparato a fare il marketing virale, no?
Anche tanti post del tipo: "secondo me questo libro è bellissimo" che compaiono sui forum, dove l'autore del post è comparso massimo una quindicina di volte e di solito per lanciare messaggi del genere, sono un po' sospetti.
Il singolo parere (che sia espresso da un amico in carne ed ossa o da personaggi virtuali ma con cui corrispondiamo da un po' e di cui ci fidiamo) può essere valido ma anche fuorviante. I gusti delle persone non coincidono al cento per cento. Un libro che può aver cambiato la vita al tuo amico che più o meno legge quello che leggi tu, per te può essere fastidioso e insignificante.
Non resta che annusare un po' in giro, avendo il tempo per farlo. E qui arriva l'utilità di posti come questo. Nel senso che così come io seguo i blog e imparo qualcosa sui gusti del blogger, viceversa il lettore che mi ha seguito per un po' saprà come la penso e una mia recensione potrà essere un indizio che lo metterà sulla strada giusta.
I pareri dei forum contengono un concentrato di opinioni, espresse da tanti accaniti lettori, di cui puoi cominciare a conoscere i gusti se sei uno che frequenta abitualmente.
In definitiva, su diversi libri la mia decisione di leggere o di rinunciare viene dal "consenso generale" delle opinioni che reputo autorevoli, o affini alla mia. Non esistendo un metodo oggettivo per dire che un libro è bello o brutto, è il massimo che si può fare.
La scoperta di Luk'janenko e Neil Gaiman, autori verso cui ero sospettoso per i temi trattati, la devo ai pareri raccolti in rete. A furia di leggere opinioni più o meno entusiaste, ma sempre improntate all'interesse e al rispetto verso l'autore, mi sono deciso a leggere Perdido Street Station di China Miéville.
L'opinione generalmente positiva o a volte entusiasta che ho raccolto in giro mi ha convinto a leggere Ursula LeGuin, un'autrice dei classici che avevo saltato a suo tempo, e probabilmente mi porterà a leggere Erikson.
E l'opinione che mi ero fatto sui libri di Licia Troisi me la sono voluta confermare leggendo Nihal della Terra del Vento, ma sapevo già che probabilmente non mi sarebbe piaciuto, e in effetti non mi ha detto un gran che.
Ringraziamo internet, quindi. E spero di poter confermare la fiducia in questo mezzo quando avrò trovato il tempo di leggere Pan di Francesco Dimitri...
lunedì 11 maggio 2009
lunedì 4 maggio 2009
Perdido Street Station

E' stata una lettura faticosa, non breve, nonostante il testo fosse interessante; il mio giudizio è positivo ma non entusiasta, puntualizzo però che un libro come Perdido Street Station, capace di inghiottire il lettore in un mondo parallelo assorbendo completamente la sua immaginazione e la sua fantasia, è in ogni caso opera notevole: perciò liquidarlo con un semplice "è bello" o "è brutto" non ha senso. Ma procediamo... Dal momento l'ho letto in inglese le mie traduzioni delle varie trovate (creature, nomi strani ecc...) a volte forse saranno diverse da come le ha lette chi l'ha comprato in italiano. E per quello che posso capire (di libri in inglese ne ho letti ma non sono certo un madrelingua) la prosa di China Miéville è decisamente difficile, arzigogolata e barocca, quindi chi si è lamentato di questi difetti avendo letto il testo in italiano non se la prenda con il traduttore.
Mi si perdonerà un certo numero di anticipazioni della trama (cercherò di non esagerare).
Procedendo con ordine, ci troviamo in una specie di Londra corrotta e impura, dal nome di New Crobuzon, abitata da umani e da diverse razze senzienti più o meno umanoidi. Si tratta di una città-stato governata da qualcosa di molto simile, nei modi, a una dittatura sudamericana di quelle davvero cattive. All'esterno sembra non esserci un gran che ma, attraverso i fiumi che la attraversano, la città è ben collegata al resto del mondo con un intenso traffico navale. Perdido Street Station è tra i libri che ho letto di genere fantasy (o se vogliamo fantastico, new weird eccetera...) il primo ad avere una piantina dettagliata di una città con tanto di tracciato della ferrovia sopraelevata. Mentre ci sono alcune belle trovate, e il senso di disordine e sudiciume della città è reso molto bene, l'autore fa un tentativo esagerato di immergere il lettore nelle vie dando frequenti dettagli di toponomastica, specificando quello che i personaggi vedono e così via, e questo risulta parecchio tedioso a mio modesto parere: è come spendere 100 (dell'impegno che ci deve mettere il lettore) per ottenere 10 (in dettaglio dell'ambientazione e atmosfera).
In questa città si muove e lavora Isaac, scienziato brillante e anticonformista, che frequenta gli ambienti universitari per razziare il materiale utile al suo personale laboratorio (spazio che divide con altri due ricercatori di belle speranze), s'intrattiene con artisti e contestatori (tra cui Derkhan, che collabora con un giornale clandestino: davvero una cattiva idea a New Crobuzon), e se la spassa con Lin, che appartiene alla razza dei khepri, donne insetto i cui maschi sono in effetti dei semplici scarrafoni privi del dono del pensiero, mentre il corpo femminile è praticamente umano, ma sormontato da una testa a forma di insetto con tanto di zampe, occhi composti, mascelle, antenne eccetera. Le khepri non emettono voce ma comunicano con l'alfabeto dei gesti (e, tra loro, con un complesso sistema di emissioni chimiche). Va da sé che lo schifo di questa pensata mi ha lasciato a bocca aperta e non sono riuscito a riprendermi fino alla fine del libro. La cosa incredibile è che Lin riesce ad essere perfino un personaggio interessante.
Del resto gli Xeniani, ovvero gli umanoidi senzienti pullulano in città. Dai cactacei (umanoidi-cactus con tanto di spine, piuttosto violenti e ignoranti) ai vodyanoi (uomini pesce che ovviamente troveremo a lavorare nei porti) ai garuda, uomini uccello dotati di grandi ali.
Proprio un garuda, Yagharek, viene a sollecitare l'aiuto di Isaac. Ha commesso un grave reato dalla stranissima definizione: per via delle differenze razziali Isaac non riesce a capire cosa ha combinato (ne saprete di più - SPOILER! - alla fine del libro e se vi aspettate chissà cosa, sarete delusi). Come punizione, secondo le dure leggi della sua razza, a Yagharek le ali sono state amputate e così egli si trascina miserabile al suolo; poiché Isaac è un brillante scienziato, potrebbe rimetterlo in condizione di volare?
Isaac non vorrebbe saperne (d'altra parte, non ha idea di come fare) ma il garuda può offrirgli una quantità d'oro rilevante per risarcirlo del disturbo, così il nostro scienziato si mette all'opera: per prima cosa si rivolge a un esimio collega universitario (che in realtà odia a morte perché fa parte del sistema).
L'incontro con questo professore, Vermishank, ci mostra nel dettaglio un'altra brutta abitudine del potere di New Crobuzon: la creazione dei rifatti, ovvero delinquenti il cui corpo viene malamente modificato in maniera che la punizione si adatti al crimine commesso. In effetti questa tecnologia viene adoperata anche a fini utilitari e non solo come punizione; la cosa scioccante è che viene applicata su larga scala e spesso compiendo esperimenti aberranti per affinarne le tecniche.
Esistono anche i rifatti che lottano contro il sistema (usano quella terribile tecnologia contro il governo): il loro nome usa il gioco di parole fra REMADE e FREEMADE (rifatti - fatti liberi).
Comunque sia, Vermishank fa capire a Isaac (che pone le domande in maniera obliqua) che questa tecnologia non può realizzare un miracolo così perfetto come ridare il volo al garuda.
Pertanto Isaac compie una scelta sfortunatissima: incarica un suo contatto malavitoso di procurargli esemplari di esseri volanti (insetti, animali ecc...); egli pagherà bene per chi gli porterà i campioni da studiare per risolvere il problema del volo. La sfortuna sta nel fatto che a Isaac arriverà un essere che doveva assolutamente rimanere in contenimento, ed egli non saprà capirne la pericolosità.
Attraverso una serie di sfortunati eventi il nostro scienziato (che non è il prototipo dell'eroe, anzi, è un tizio grasso, irsuto e decisamente fuori forma) dovrà vedersela con criminali, polizia e mostri allucinanti. Devo dire che la parte migliore del libro è quella iniziale, per me: ho letto in giro per la rete (forum di Fantasy Magazine ad esempio) che altri si sono tormentati nella noia aspettando che si arrivasse finalmente all'azione, io mi sono interessato maggiormente alla vita quotidiana di Isaac e Lin e dei loro vari amici, mentre certi dettagli esasperanti di preparativi, incursioni e battaglie li ho trovati un po' pesanti (mi sarei aspettato il contrario, ma forse lo stile iper-descrittivo di Miéville mi ha rovinato un po' le sequenze di azione).
Il grosso peccato di questo libro è la complessità e la pesantezza di molte parti. In Perdido Street Station c'è di tutto, di più. Come se in nome del new weird l'autore si fosse sentito obbligato a prendere ogni possibile elemento del fantastico, fantasy, horror ecc... e farci vedere che è capace di mescolare tutto insieme: però questa miscela secondo me è un po' esagerata qua e là, e sicuramente sprecata.
Da una parte mi trovo un po' scettico sul risultato, a volte: per carità non sono per la spiegazione razionale di ogni frattaglia dell'ambientazione, fino a lasciare contento (o annoiato a morte) il lettore, però mi pare troppo facile l'accatastamento di elementi fantastici operato da Miéville. Quartieri di donne dalla testa a scarafaggio. Uomini pesce, uomini uccello, uomini cactus, tecnologia steampunk (addirittura informatica! e qui evito di aprire un altro tema a mio parere discutibile come quello del Costrutto artificiale intelligente), un inventore (Isaac) che ti trova una fantomatica "Energia Crisi" e riesce a usarla, esseri transdimensionali, religioni e sette delle più bizzarre, politica e polizie segrete, magia stile gioco di ruolo, divinità impazzite, bande criminali, chirurgia che può far assumere le forme più incredibili agli esseri viventi... E non c'è una spiegazione di come tutto quanto sia lì, tutto nello stesso posto, a New Crobuzon. A parte qualche oscuro riferimento non c'è neanche un paragrafo sulla storia di questa città. Per carità, non ho trovato incoerenze fatali nella lettura, ma questa corsa all'eccesso mi sembra un po' fine a se stessa. Capisco che il new weird consista anche nel rilanciare su ogni contaminazione e ogni provocazione, ma se il libro ha validità non credo sia perché è new weird. Se Miéville avesse messo meno carne al fuoco limitandosi all'essenziale, la storia avrebbe funzionato lo stesso e in maniera più fluida, l'atmosfera della città alienata e disperata ci sarebbe stata lo stesso. L'effetto finale che ne traggo è di un barocco qua e là ridondante e inutile.
I grandi pregi di Perdido Street Station sono due, a mio parere. La capacità di creare un'atmosfera di disperato disincanto, di rassegnazione annoiata ma instabile, che si può trasformare da un momento all'altro in cieca violenza, l'aver tratteggiato le atmosfere di una città che in un intreccio di elementi irreali ripropone, superandola, l'inquietudine e l'alienazione della metropoli del mondo moderno. Anzi, potrei quasi dire che New Crobuzon a tratti sembra una finestra nel futuro pur contenendo elementi così irrealistici.
Il secondo grande elemento del libro è la potenza espressiva dei personaggi, anche quelli che, in un libro così lungo, hanno avuto la sorte di essere delineati con pochi tratti. Sia i protagonisti (che sono un numero ridotto) sia i comprimari sono vivi e vitali.
La trama (e qui iniziamo un paragrafo che chi non ha ancora letto il libro dovrebbe saltare) di per sé non è né brutta né bella, anche se mi piace la maniera in cui si crea la premessa e si nutrono le aspettative del lettore. Un grosso errore di logica lo ha riscontrato lo scrittore Andrea d'Angelo sulle pagine di Fantasy Magazine, quando accenna al fatto che la liberazione delle quattro micidiali Falene da parte del loro simile è resa con una scena poco credibile: in una situazione di estrema pericolosità e di grandi norme di sicurezza, una delle guardie che si fanno ammazzare nella scena dell'evasione entra nella stanza di contenimento portando con sé le chiavi che possono aprire l'apparato che incatena questi esseri micidiali. Questo è sembrato decisamente un errore a D'Angelo io leggendo non ci avevo pensato, ma concordo con lui, (e per una volta non faccio la figura di quello che cerca sempre il pelo nell'uovo); ma a ben pensarci potrei aggiungere anche che la maniera rocambolesca in cui Isaac si ritrova la larva di falena nello studio è altrettanto incredibile. Un trasporto eccezionale che dovrebbe essere condotto con tutta la paranoia di un trasferimento di armi atomiche è ridotto a pacchi e buste che vengono smistati in un grosso apparato burocratico, con il pacchetto contenente le larve che finisce nelle mani di un impiegato infedele: egli lo apre per sbaglio e decide di rubare uno degli esseri misteriosi per guadagnare qualche soldo dal misterioso scienziato che "compra le cose che volano". Se lo leggi prima di sapere il resto, al cosa passa inosservata. Quando sai di che si tratta, ti pare assurdo che si proceda in questo modo (in uno stato di polizia, per giunta). Poco sviluppata nella dinamica la cattura di Andrej, il vecchietto malato terminale che viene sacrificato per creare il segnale che attirerà le falene in una trappola che eliminerà alcune di loro. La tematica è piuttosto estrema, e Derkhan se la cava tutto sommato in maniera troppo facile. Ci sono molte descrizioni (noiose) di come questo prigioniero venga spostato e trascinato qua e là fino allo scontro dove è sacrificato (e dove tre falene vengono fatte fuori con una facilità sconcertante, segno che forse erano state rese troppo invincibili prima?), però alla fine Andrej è morto e dimenticato, e lo spaventoso compromesso morale che Isaac e compagni hanno accettato sacrificandolo sembra finire troppo facilmente nel dimenticatoio. Soprattutto in vista del finale in cui Isaac decide di non cercare più una soluzione per far tornare Yagharek al volo perché, in virtù di quello che è stato fatto a Lin, non ce la fa a perdonargli di essere uno stupratore (cosa che gli viene improvvisamente rivelata). Mi è sembrato ridicolo, tutto sommato, tanto moralismo che improvvisamente compare nel nostro scienziato. Considerando che il garuda ha sofferto già così tanto e ha dato un contributo inestimabile alla causa di Isaac... Il quale peraltro ha in precedenza accettato e speso (senza porsi lo scrupolo di chiedere ulteriori dettagli circa le malefatte di Yagharek) una consistente quantità di oro come pagamento per i suoi servigi, e c'è da chiedersi dove scompaia la sua nuova moralità di fronte al problema (che nel libro non viene minimamente affrontato) di risarcire il garuda mutilato del suo denaro, non avendo più Isaac intenzione di tener fede all'impegno di lavorare per riportarlo al volo. Senza contare che Isaac, che vede così sfavorevolmente l'operato di giudici e polizia nella sua città, non se la sente invece di entrare nel merito della dura giustizia dei garuda come se, con tutto quello che abbiamo visto sul suo operare (il cinico uso di Andrej per esempio), con tutte le regole e le leggi che ha violato, gli fosse impossibile trarre delle conclusioni proprie. Gran peccato, dopo un bel libro, un finale che stecca così malamente.
Una considerazione finale su The Alchemy of Stone di Ekaterina Sedia, che ho commentato prima di Perdido Street Station. Lo sapevo per averlo letto da qualche parte, ora posso fare la comparazione: il libro della Sedia è decisamente ispirato a Miéville. Le scoperte da perseguire per Mattie (collaborare con i rivoluzionari, salvare i gargoyle, prendere possesso della propria chiave) echeggiano molto con le tematiche di questo libro, e la voce narrante dei gargoyle che interviene a tratti ricorda fin troppo i brevi capitoli in cui la parola va a Yagharek in Perdido Street Station. Le atmosfere della città sono relativamente simili (molto meno complicata e bizantina quella della scrittrice russa). The Alchemy of Stone mi è decisamente piaciuto mentre Perdido Street Station lo trovo a tratti più criticabile, ma per non confondere le idee ci tengo a precisare che il maestro è Miéville e il suo libro si trova su tutto un altro livello... che io concordi o meno con certe sue scelte stilistiche.
venerdì 1 maggio 2009
Last Night on Earth

Un bel gioco da tavolo della Flying Frog Productions, ricco delle atmosfere dei più celebrati film sui morti viventi.
Last Night on Earth è congegnato in maniera intelligente. La mappa è componibile e può ricreare diversi aspetti della piccola cittadina in cui si svolge l'evento (diciamo che si tratta della classica città americana); questi elementi si collegano ad un corpo centrale che, avendo le caselle più grandi, è rapidamente navigabile: non sarà poi così realistico ma certamente è più giocabile.
I personaggi (ciascun giocatore ne interpreta uno) sono rappresentati dalle solite figure di cartoncino ma anziché disegnati, sono fotografati da modelli in carne ed ossa. In maniera molto semplice e schematica ciascuno di essi ha dei vantaggi o svantaggi legati alla sua professione, età ecc... In ogni partita c'è una missione da compiere (trovare certi oggetti, salvare i cittadini e condurli al sicuro ecc...) e ovviamente le regole fanno comparire un'enormità di zombi che si muovono per la mappa in cerca di carne vivente da degustare (la carne vivente, è ovvio, siete voi).

Questi simpatici non morti sono piuttosto tenaci e non così facili da distruggere. E' possibile cercare nei vari edifici delle armi, con esse è un po' meno pericoloso affrontare gli zombi; ma anche quando si è ben forniti spesso e volentieri le munizioni durano poco. Non saprei dare grandi consigli per le tattiche migliori, ma direi che cercare di non farsi arrivare gli zombi addosso è un'ottima idea (fosse facile...).
Il gioco è ulteriormente movimentato da una serie di eventi favorevoli o meno (uno tipico: si spegne la luce! bisogna uscire dall'edificio di corsa, perché rimanere al buio in compagnia degli zombi non è una buona idea).
Giudizio: nulla di che, però è un gioco divertente e non manca di qualche arguzia.
sabato 25 aprile 2009
The Spirit

Occasione persa per The Spirit. Il fumetto di Will Eisner mi è sempre piaciuto per cui avevo atteso questo film con trepidazione, salvo poi rimanere di sasso a sapere che veniva marchiato come una sòla terribile a unanime giudizio dei commentatori.
Alla fine l'ho guardato per farmene una ragione di persona. Cosa dire? L'anima scanzonata di questo giustiziere semiserio e donnaiolo è rimasta in qualche battuta e in un paio di scene, ma l'atmosfera generale del film non c'entra per niente. La particolare grafica ispirata all'acclamato Sin City è un'ulteriore stacco dall'atmosfera del fumetto originale, ma se anche volessimo giudicare il film senza alcuna relazione con l'opera a cui è ispirato l'effetto è troppo drammatico, poco efficace. The Spirit non ha i toni esasperati ed estremi di Sin City.
Quanto alla storia, direi senza infamia e senza lode. Tra le varie critiche, ho letto che la trama è inutilmente complessa per questo fumettone, unica accusa che mi sento di smentire: c'è un po' di mistero iniziale ma presto si sa a grandi linee cosa vuole il cattivo del film, e da lì in poi anche se non ci si sforza di seguire la trama (che ha un certo numero di stacchi surreali) la si può... riprendere più avanti con comodo.
Alla fine il film mi ha dato quel minimo di divertimento e di svago ma l'esordio di Frank Miller alla regia m'è parso tutto sommato fallimentare.
La recitazione di Gabriel Macht (quello che interpreta The Spirit) e di Scarlett Johansson (nei panni di Silken Floss, la complice del cattivo) mi è sembrata legnosa e poco convinta qua e là, non so se per demerito loro o per la parte che gli facevano recitare. Eccessivo ed effervescente Samuel L. Jackson (The Octopus, ovvero il cattivo del film), fa il suo dovere e la sua bella figura. Eva Mendes (nel ruolo della ladra Send Saref) è la più valida di uno stuolo di bellone di contorno.
Assente quasi ovunque l'atmosfera del fumetto originale, The Spirit resta un film di avventure di stile tra il poliziesco e il supereroistico, con una quantità di battute pessime e dialoghi che fanno venire il latte alle ginocchia. Eccessive (di durata) anche le sparatorie e scene di combattimento, e pessima la decisione di avere una squadra di cloni nel ruolo degli scagnozzi di Octopus, tutti interpretati da un solo attore che fa un ottimo lavoro nel pronunciare battute idiote esibendosi in un sorriso stupido.
Mi spiace dirlo, ma il risultato finale è da vedere solo se vi capita un paio d'ore in cui non avete nient'altro da fare.
sabato 18 aprile 2009
Oltre l'Umano senza accorgersi
L'Italia non è certo un gran mercato per la fantascienza, purtroppo. E nemmeno per la scienza, probabilmente, visto che le nostre produzioni di pregio, le nostre università e la nostra ricerca stanno scivolando verso l'oblio.
E' però patria di parecchi pensatori e scrittori che ci regalano riflessioni non banali sul futuro: leggetevi ad esempio il numero 108 di Delos Science Fiction che parla del Postumanesimo.
Il superamento dell'umano a opera dello sviluppo tecnologico. Questa è una tematica affascinante, e una con cui bisognerà fare i conti.
Oggi le tendenze della ricerca scientifica rendono la discussione sul Postumanesimo sempre meno immaginaria.
Con mille difficoltà si sperimentano le prime interfacce uomo-macchina e la medicina ha raggiunto risultati insperati nell'inseguimento di una sempre maggiore speranza di vita e nella lotta contro le disabilità. Protesi inserite nel corpo potranno permetterci di sopravvivere, di recuperare funzionalità perdute (ad esempio, i primi esperimenti di recupero della vista, o le protesi di ultima generazione).

La mappatura del genoma umano è la prima tappa di una comprensione sempre più completa del funzionamento del corpo, e le nanotecnologie permetteranno di intervenire su una scala non immaginata prima. Se da una parte la genetica ci ha rivelato che manipolare il vivente non è lavoro semplice (ad esempio può avere le conseguenze più disastrose sopprimere i geni che "comandano" la nostra morte), dall'altro la scoperta delle cellule staminali fa pensare a possibilità di rigenerazione del corpo mai immaginate prima.
Resta, oggi, un baluardo che resiste ancora alla nostra comprensione: si sa che nel cervello avvengono delle scariche elettriche, si disquisisce su quali aree sono addette a quali ruoli, ma gli scienziati non sanno ancora dire come emerge la consapevolezza. Forse un giorno anche pensiero, ricordi, personalità non avranno più misteri.
A parte creare le tanto temute intelligenze artificiali, potremmo essere in grado, in un tempo più o meno lungo, di fare qualsiasi cosa con i nostri corpi.
Ammettiamo che succeda.
Quali potrebbero essere le conseguenze?
La più temuta di tutte
Paralisi sociale dovuta all'immortalità selettiva di alcuni personaggi, ovvero i pochi abbastanza ricchi da potersela permettere.
Trent'anni di Andreotti, di Pippo Baudo, di Raffaella Carrà, Berlusconi. E poi ancora. E ancora, ancora. Intanto tu invecchi, ti ammali e crepi, e il panorama non è cambiato di un millimetro, manco le facce al telegiornale. Capito, no? Tutto occupato, qualsiasi buon posto di lavoro, tutte le carriere e tutto il potere, dagli immortali ed eventualmente dai loro figli e nipoti.
Io non temo molto un effetto del genere. In Italia ce l'abbiamo già, nel senso che le posizioni importanti sono infeudate ormai. Passano rigidamente ai figli o comunque restano nel giro degli amici. Il resto del mondo in parte è così, ma esiste un mondo libero che non accetterebbe una schifezza del genere. Non credo.
Del resto anche da noi, se improvvisamente uscisse la cura che ringiovanisce (costo, dai 500.000 in su), forse la gente che non se lo può permettere (i famosi have not detto in inglese...) si stancherebbe di avere sopra la testa il tappo sociale eterno di quelli che invece sì.
La fine delle malattie
Questa senz'altro potrebbe essere una conseguenza piacevole. Curare le malattie, comprese paralisi, amputazioni eccetera, potrebbe diventare sempre più facile. Per un po' magari applicando delle strane protesi (ma ci si abitua, siamo già pieni di occhiali, lenti a contatto, otturazioni, fratture rimesse insieme con i chiodi e le piastre metalliche, pace makers...).
Alla lunga, probabilmente non sarebbe impossibile ricostruire il corpo, ringiovanirlo, farne qualsiasi cosa. E poi perfino farne a meno, di un corpo.
Dilemma filosofico
L'uomo che può diventare altro da sé. E' davvero giusto che lo faccia? Delle cento paturnie che tormentano la Chiesa, questa almeno la capisco. Se potremo modificare il corpo a piacere allora potremo decidere di essere belli, di avere i figli biondi, o di diventarlo noi stessi se non lo siamo e lo vogliamo essere... Io penso che sia inutile porsi la questione. Se potremo farlo, lo faremo.
Evoluzione autodiretta!
Sarebbe infatti irragionevole decidere di essere limitati. C'è chi si lamenta che l'uomo sia ormai immune all'evoluzione naturale. Dovrebbe essere invece un minimo passo di dignità, non essere forgiati da caldo, freddo, disponibilità di questo o quel cibo, o dal pericolo rappresentato da una bestia che corre più veloce di noi o è più forte.
Però decidere dove e come evolversi (quando avremo una padronanza totale della genetica) può avere strane conseguenze. Se il mio vicino di casa è dotato di zanne come un animale feroce, se scatta da fermo ai cento chilometri orari in sette secondi netti, posso io decidere liberamente di rimanere semplicemente umano? O devo per forza diventare anch'io più potente per non essere schiacciato?
Se tutti diventano più intelligenti grazie a una biotecnologia, chi esercita il proprio diritto a non usarla deve rassegnarsi a rimanere indietro economicamente e socialmente? Insomma, che conseguenze ci possono essere se l'umanità si divide su strade diverse?
Perché rimanere umani?
Se potessimo cambiare radicalmente? Quale remora ce lo impedirebbe? Immaginiamo una biotecnologia che possa permetterci di sostituire il nostro corpo: poter diventare un androide con più memoria, capacità logiche, forza e capacità; senza il bisogno di mangiare tre o quattro volte al giorno, senza le stesse necessità fisiologiche. Be'? Chi me lo fa fare? E invece sì, riflettiamoci. Perché limitarsi ad essere giovani e belli? Perché limitarsi alla propria mente quando si può essere continuamente connessi a un computer? Mangiare può piacere ma è così bello esservi costretti di continuo? Magari con la fatica di dover digerire?
Siamo sicuri di preferire un corpo che suda, puzza, dà continui dolori (lombalgie, contusioni, mal di testa, mestruazioni...)? Siamo sicuri che potendo non ci libereremmo di un corpo che ci impone di far pipì, di defecare e pulirci il didietro? Fermo restando che altre funzioni fisiologiche più piacevoli magari ce le vorremmo tenere, non tutto ciò che è umano è davvero preferibile, al confronto con una vita da ibridi uomo-macchina.
Vita virtuale
Nel momento in cui il pensiero (capacità logiche, memoria ecc...) di una persona fosse completamente gestibile da strumenti artificiali o ibridi, probabilmente potremmo non voler essere nemmeno legati a un corpo, o almeno non sempre. Essere legati a un corpo potrebbe essere più pericoloso che condurre una vita virtuale in qualche sicuro macchinario nascosto in qualche bunker sottoterra.
C'è da chiedersi se questa sorte sarebbe desiderata o no. Forse in un primo momento essere ridotti al virtuale sarebbe una soluzione imposta ai meno abbienti (sempre che nel futuro di cui sto farneticando il denaro abbia ancora un significato). D'altra parte la realtà virtuale, e la possibilità di essere un po' dovunque condividendo i sensi di un'immensa rete-macchina estesa in tutto il mondo, potrebbero essere più gradevoli del muoversi nel mondo fisico. Se non sempre, almeno per una parte del tempo.
Una vita virtuale significherebbe anche una quasi immortalità. Dico quasi perché il nostro pianeta e l'universo stesso non sono eterni.
In conclusione, è possibile intravedere (e supporre che ci si possa arrivare) una tecnologia tale da trasformare definitivamente l'umanità. Non immagino una scomparsa dell'uomo per colpa delle macchine come in certi film di fantascienza. Penso semplicemente che l'uomo inteso come corpo a forma di scimmione spelacchiato, diventerebbe a un certo punto solo uno dei veicoli possibili per la mente, e sicuramente non il più attraente.
Cosa ne penso io?
D'altra parte la mia previsione per il futuro, se proprio devo farne una, è ben diversa. Io credo che la crescente pressione demografica, unita alla fame di risorse, al radicalizzarsi di fedi e credo religiosi, e al deterioramento del suolo (e quindi a un possibile arresto o declino della capacità di produrre cibo, che finora è cresciuta continuamente, a livelli impensabili un secolo fa) porteranno a una durissima contesa per la sopravvivenza. E alla guerra, per farla breve. Su una scala più vasta di quanto la si limiti oggi. Io non credo molto alla guerra atomica intesa nel senso che due stati si svegliano una mattina e cominciano a darsele di santa ragione (non c'è proprio niente da guadagnarci) ma temo molto la diffusione di queste armi in mano di anonimi terroristi e despoti pazzoidi (gli USA sono arroganti a dire che certi stati non devono avere tecnologia nucleare? Sì, ma certi stati è meglio che non ce l'abbiano). Potremmo perderci il paradiso delle biotecnologie e finire in un pessimo medioevo.
Ma spero tanto di sbagliarmi.
E' però patria di parecchi pensatori e scrittori che ci regalano riflessioni non banali sul futuro: leggetevi ad esempio il numero 108 di Delos Science Fiction che parla del Postumanesimo.
Il superamento dell'umano a opera dello sviluppo tecnologico. Questa è una tematica affascinante, e una con cui bisognerà fare i conti.
Oggi le tendenze della ricerca scientifica rendono la discussione sul Postumanesimo sempre meno immaginaria.
Con mille difficoltà si sperimentano le prime interfacce uomo-macchina e la medicina ha raggiunto risultati insperati nell'inseguimento di una sempre maggiore speranza di vita e nella lotta contro le disabilità. Protesi inserite nel corpo potranno permetterci di sopravvivere, di recuperare funzionalità perdute (ad esempio, i primi esperimenti di recupero della vista, o le protesi di ultima generazione).

La mappatura del genoma umano è la prima tappa di una comprensione sempre più completa del funzionamento del corpo, e le nanotecnologie permetteranno di intervenire su una scala non immaginata prima. Se da una parte la genetica ci ha rivelato che manipolare il vivente non è lavoro semplice (ad esempio può avere le conseguenze più disastrose sopprimere i geni che "comandano" la nostra morte), dall'altro la scoperta delle cellule staminali fa pensare a possibilità di rigenerazione del corpo mai immaginate prima.
Resta, oggi, un baluardo che resiste ancora alla nostra comprensione: si sa che nel cervello avvengono delle scariche elettriche, si disquisisce su quali aree sono addette a quali ruoli, ma gli scienziati non sanno ancora dire come emerge la consapevolezza. Forse un giorno anche pensiero, ricordi, personalità non avranno più misteri.
A parte creare le tanto temute intelligenze artificiali, potremmo essere in grado, in un tempo più o meno lungo, di fare qualsiasi cosa con i nostri corpi.
Ammettiamo che succeda.
Quali potrebbero essere le conseguenze?
La più temuta di tutte
Paralisi sociale dovuta all'immortalità selettiva di alcuni personaggi, ovvero i pochi abbastanza ricchi da potersela permettere.
Trent'anni di Andreotti, di Pippo Baudo, di Raffaella Carrà, Berlusconi. E poi ancora. E ancora, ancora. Intanto tu invecchi, ti ammali e crepi, e il panorama non è cambiato di un millimetro, manco le facce al telegiornale. Capito, no? Tutto occupato, qualsiasi buon posto di lavoro, tutte le carriere e tutto il potere, dagli immortali ed eventualmente dai loro figli e nipoti.
Io non temo molto un effetto del genere. In Italia ce l'abbiamo già, nel senso che le posizioni importanti sono infeudate ormai. Passano rigidamente ai figli o comunque restano nel giro degli amici. Il resto del mondo in parte è così, ma esiste un mondo libero che non accetterebbe una schifezza del genere. Non credo.
Del resto anche da noi, se improvvisamente uscisse la cura che ringiovanisce (costo, dai 500.000 in su), forse la gente che non se lo può permettere (i famosi have not detto in inglese...) si stancherebbe di avere sopra la testa il tappo sociale eterno di quelli che invece sì.
La fine delle malattie
Questa senz'altro potrebbe essere una conseguenza piacevole. Curare le malattie, comprese paralisi, amputazioni eccetera, potrebbe diventare sempre più facile. Per un po' magari applicando delle strane protesi (ma ci si abitua, siamo già pieni di occhiali, lenti a contatto, otturazioni, fratture rimesse insieme con i chiodi e le piastre metalliche, pace makers...).
Alla lunga, probabilmente non sarebbe impossibile ricostruire il corpo, ringiovanirlo, farne qualsiasi cosa. E poi perfino farne a meno, di un corpo.
Dilemma filosofico
L'uomo che può diventare altro da sé. E' davvero giusto che lo faccia? Delle cento paturnie che tormentano la Chiesa, questa almeno la capisco. Se potremo modificare il corpo a piacere allora potremo decidere di essere belli, di avere i figli biondi, o di diventarlo noi stessi se non lo siamo e lo vogliamo essere... Io penso che sia inutile porsi la questione. Se potremo farlo, lo faremo.
Evoluzione autodiretta!
Sarebbe infatti irragionevole decidere di essere limitati. C'è chi si lamenta che l'uomo sia ormai immune all'evoluzione naturale. Dovrebbe essere invece un minimo passo di dignità, non essere forgiati da caldo, freddo, disponibilità di questo o quel cibo, o dal pericolo rappresentato da una bestia che corre più veloce di noi o è più forte.
Però decidere dove e come evolversi (quando avremo una padronanza totale della genetica) può avere strane conseguenze. Se il mio vicino di casa è dotato di zanne come un animale feroce, se scatta da fermo ai cento chilometri orari in sette secondi netti, posso io decidere liberamente di rimanere semplicemente umano? O devo per forza diventare anch'io più potente per non essere schiacciato?
Se tutti diventano più intelligenti grazie a una biotecnologia, chi esercita il proprio diritto a non usarla deve rassegnarsi a rimanere indietro economicamente e socialmente? Insomma, che conseguenze ci possono essere se l'umanità si divide su strade diverse?
Perché rimanere umani?
Se potessimo cambiare radicalmente? Quale remora ce lo impedirebbe? Immaginiamo una biotecnologia che possa permetterci di sostituire il nostro corpo: poter diventare un androide con più memoria, capacità logiche, forza e capacità; senza il bisogno di mangiare tre o quattro volte al giorno, senza le stesse necessità fisiologiche. Be'? Chi me lo fa fare? E invece sì, riflettiamoci. Perché limitarsi ad essere giovani e belli? Perché limitarsi alla propria mente quando si può essere continuamente connessi a un computer? Mangiare può piacere ma è così bello esservi costretti di continuo? Magari con la fatica di dover digerire?
Siamo sicuri di preferire un corpo che suda, puzza, dà continui dolori (lombalgie, contusioni, mal di testa, mestruazioni...)? Siamo sicuri che potendo non ci libereremmo di un corpo che ci impone di far pipì, di defecare e pulirci il didietro? Fermo restando che altre funzioni fisiologiche più piacevoli magari ce le vorremmo tenere, non tutto ciò che è umano è davvero preferibile, al confronto con una vita da ibridi uomo-macchina.
Vita virtuale
Nel momento in cui il pensiero (capacità logiche, memoria ecc...) di una persona fosse completamente gestibile da strumenti artificiali o ibridi, probabilmente potremmo non voler essere nemmeno legati a un corpo, o almeno non sempre. Essere legati a un corpo potrebbe essere più pericoloso che condurre una vita virtuale in qualche sicuro macchinario nascosto in qualche bunker sottoterra.
C'è da chiedersi se questa sorte sarebbe desiderata o no. Forse in un primo momento essere ridotti al virtuale sarebbe una soluzione imposta ai meno abbienti (sempre che nel futuro di cui sto farneticando il denaro abbia ancora un significato). D'altra parte la realtà virtuale, e la possibilità di essere un po' dovunque condividendo i sensi di un'immensa rete-macchina estesa in tutto il mondo, potrebbero essere più gradevoli del muoversi nel mondo fisico. Se non sempre, almeno per una parte del tempo.
Una vita virtuale significherebbe anche una quasi immortalità. Dico quasi perché il nostro pianeta e l'universo stesso non sono eterni.
In conclusione, è possibile intravedere (e supporre che ci si possa arrivare) una tecnologia tale da trasformare definitivamente l'umanità. Non immagino una scomparsa dell'uomo per colpa delle macchine come in certi film di fantascienza. Penso semplicemente che l'uomo inteso come corpo a forma di scimmione spelacchiato, diventerebbe a un certo punto solo uno dei veicoli possibili per la mente, e sicuramente non il più attraente.
Cosa ne penso io?
D'altra parte la mia previsione per il futuro, se proprio devo farne una, è ben diversa. Io credo che la crescente pressione demografica, unita alla fame di risorse, al radicalizzarsi di fedi e credo religiosi, e al deterioramento del suolo (e quindi a un possibile arresto o declino della capacità di produrre cibo, che finora è cresciuta continuamente, a livelli impensabili un secolo fa) porteranno a una durissima contesa per la sopravvivenza. E alla guerra, per farla breve. Su una scala più vasta di quanto la si limiti oggi. Io non credo molto alla guerra atomica intesa nel senso che due stati si svegliano una mattina e cominciano a darsele di santa ragione (non c'è proprio niente da guadagnarci) ma temo molto la diffusione di queste armi in mano di anonimi terroristi e despoti pazzoidi (gli USA sono arroganti a dire che certi stati non devono avere tecnologia nucleare? Sì, ma certi stati è meglio che non ce l'abbiano). Potremmo perderci il paradiso delle biotecnologie e finire in un pessimo medioevo.
Ma spero tanto di sbagliarmi.
martedì 14 aprile 2009
Una riflessione su Katje
Katje è la protagonista di Graceling di Kristin Cashore. Ho letto il libro e spero che presto esca la mia recensione, magari in un secondo momento ne parlerò anche qui.
Tenuto conto che il genere non è proprio adattissimo a me (fantasy rosa, e per ragazzi) posso dire che si tratta di una lettura facile (scritta e tradotta con grande attenzione alla scorrevolezza) che dovrebbe piacere al pubblico a cui è destinata. Mi sembra che ci sia un certo clamore dietro a questo libro, insomma che venga lanciato con delle aspettative abbastanza forti: a mio modesto parere si dovrebbe puntare su un veicolo migliore perché non mi pare che Graceling abbia le qualità per sfondare e piacere a tutte le età. Intendiamoci, c'è un buon 50 % di probabilità che mi sbagli: pensavo la stessa cosa di Nihal della Terra del Vento, prima che un mio collega cinquantenne mi dicesse che ha letto tutta la Troisi-trilogia in un fiato! e per giunta contendendosi i libri con il fratello camionista. Da allora cerco di immaginare la scena.
Comunque Graceling mi sembra veramente troppo zuccheroso e ingenuo, sotto questo aspetto inferiore al libro della Troisi che pure non è al top della mia considerazione: vedremo chi ha ragione.
Nel frattempo per tornare all'argomento del post, ho sottoposto la protagonista Katje al Mary Sue Litmus Test per vedere quanto è esagerata sta ragazzina che spacca il c*** a tutti. Non ho voluto infierire, eppure sono arrivato senza fatica a un punteggio di 48 (teniamo conto che ai 50 la scala esplode). Forse nemmeno Elric di Melnibone.
Tenuto conto che il genere non è proprio adattissimo a me (fantasy rosa, e per ragazzi) posso dire che si tratta di una lettura facile (scritta e tradotta con grande attenzione alla scorrevolezza) che dovrebbe piacere al pubblico a cui è destinata. Mi sembra che ci sia un certo clamore dietro a questo libro, insomma che venga lanciato con delle aspettative abbastanza forti: a mio modesto parere si dovrebbe puntare su un veicolo migliore perché non mi pare che Graceling abbia le qualità per sfondare e piacere a tutte le età. Intendiamoci, c'è un buon 50 % di probabilità che mi sbagli: pensavo la stessa cosa di Nihal della Terra del Vento, prima che un mio collega cinquantenne mi dicesse che ha letto tutta la Troisi-trilogia in un fiato! e per giunta contendendosi i libri con il fratello camionista. Da allora cerco di immaginare la scena.
Comunque Graceling mi sembra veramente troppo zuccheroso e ingenuo, sotto questo aspetto inferiore al libro della Troisi che pure non è al top della mia considerazione: vedremo chi ha ragione.
Nel frattempo per tornare all'argomento del post, ho sottoposto la protagonista Katje al Mary Sue Litmus Test per vedere quanto è esagerata sta ragazzina che spacca il c*** a tutti. Non ho voluto infierire, eppure sono arrivato senza fatica a un punteggio di 48 (teniamo conto che ai 50 la scala esplode). Forse nemmeno Elric di Melnibone.
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