mercoledì 26 settembre 2012

La trappola del punto di vista

Confesso che la mie orrende code di lettura (orrende perché ogni volta che ci penso scopro che parecchi libri, che mi ero impegnato a leggere al più presto, dopo un annetto sono ancora lì) c'è anche un bel po' di numeri di Writers Magazine, tra cui alcuni nemmeno aperti a mesi dall'arrivo.
Ho avuto una sorpresa interessante mentre cercavo di rimettermi al passo. Del numero 31, di agosto, sono riuscito a leggere il primo articolo, di Franco Forte.
L'autore, che ha all'attivo parecchi romanzi storici, si toglie un sassolino dalla scarpa e critica senza nominarlo apertamente un "collega" che ha scritto un tomo piuttosto corposo ambientato nell'antica Roma. La critica riguarda la gestione del punto di vista "ballerino" nel romanzo in questione, ovvero la scarsa chiarezza nell'azione e nei dialoghi che risulta quando non si capisce bene quale personaggio dice o fa una certa cosa.
Il punto di vista è sempre un argomento spinoso e confesso di avere talvolta le mie incertezze, e di scivolare spesso nel "narratore onnisciente" anche quando non voglio. La disamina che Forte compie su un passo preso in esame è molto interessante come promemoria sugli errori da evitare, e può essere illuminante per chi... vorrebbe scrivere ma quando sente nominare il punto di vista non sa bene di cosa si tratti. Un bell'articolo, che consiglio.

domenica 23 settembre 2012

La lenta morte della lingua italiana

Ok, gli errori li fanno tutti e li faccio anch'io. Ma è possibile che le pagine dei titoli dei quotidiani online debbano contenere sempre più spesso almeno un paio di strafalcioni terrificanti? Non controlla nessuno cosa mettono online?

giovedì 20 settembre 2012

La Piave

La Piave è un racconto (lungo) di Diego Bortolozzo di genere steampunk, pubblicato da Edizioni Scudo e ora presente su Amazon e altrove; è ambientato in una prima guerra mondiale che, per via di premesse tecnologiche che hanno cambiato il corso degli eventi, scoppia più o meno un secolo prima.
Gli orpelli della tecnologia a vapore sono quindi presenti in prima linea, tra tubature a cui agganciare le armi, caldaie che i soldati si portano dietro e così via, e non mancano gli aeroplani e le attrezzature individuali per il volo (jet pack e simili). Lo scontro si svolge in Italia: come nella Prima Guerra Mondiale, il nemico teutonico preme per oltrepassare il Piave e farla finita con gli Italiani.
L'azione segue l'offensiva nemica nelle esperienze di un umile fantaccino e di un aviatore della Squadriglia Serenissima cui toccherà il compito di svolgere una pericolosa ricognizione. Ci saranno armi terribili, mostri meccanici, eroici soldati che si sacrificheranno per affrontarli. Un solo appunto da rompiscatole che mi è venuto da fare leggendo una scena: se un meccanismo di volo per una persona è munito di ali, come fa costui a rotolare al suolo per attutire i danni della caduta? Per il resto i dettagli meccanico-tecnici aggiungono divertimento all'azione.
Bel racconto militaresco, patriottico e avvincente.

La pagina dell'autore.

martedì 18 settembre 2012

Off Topic: Belgio

Avrei senz'altro dovuto andarci prima, perché ci sono due attrattive che m'interessano particolarmente in questo paese: e non sto parlando della birra e della cioccolata (che pure ho assaggiato con piacere) ma delle opere dei pittori fiamminghi e dell'architettura Art Nouveau, che qui ha alcune delle più significative testimonianze (nonostante non ci sia stato alcun tentativo di conservazione fino agli anni '60-'70 e alcuni capolavori siano stati allegramente demoliti).

Peraltro il Belgio è anche il paese che vanta alcune stupende cittadine che conservano un ampio centro storico rinascimentale (Bruges, Gand, la stessa Bruxelles) e frequentemente canali navigabili che permettono visite suggestive.

Può interessare anche gli appassionati di militaria perché vi si sono svolti diversi scontri decisivi del passato (per esempio la battaglia di Waterloo che ha segnato il destino di Napoleone, e la controffensiva delle Ardenne che fu l'ultima zampata di Hitler).

Art Nouveau e storia del fumetto nello stesso posto!

Un altro interesse particolare qui è quello per i fumetti, ma l'offerta è talmente varia da caderci dentro e alla fine i miei acquisti sono stati limitati. Altro problema, ti tirano dietro Tin Tin e i Puffi a ogni pié sospinto, e sebbene io ami il fumetto "all'europea" di questi specifici personaggi non mi è mai importato molto.
Devo fare una confessione. Il Centre Belge de la Bande Dessinée a Bruxelles (ospitato da una stupenda struttura costruita da Horta, il papà dell'Art Nouveau belga) mi ha purtroppo dato l'impressione di una nostalgica memoria del passato glorioso più che testimonianza di un vibrante presente, per quanto i paesi francofoni (il Belgio lo è per metà) siano l'ultima roccaforte del fumetto occidentale.

A dire la verità in una settimana non ho visto tutto quello che avrei voluto, perché c'è veramente troppa offerta. Ho fatto gran camminate guardandomi attorno (approfittando anche di un ottimo sistema di mezzi pubblici quando possibile e opportuno), fatto puntate in diverse località e visitato alcuni musei, ma c'era veramente molto di più di quello che ho potuto raggiungere.

Alcune note negative di Bruxelles (dove ho dormito): l'albergo con la stanza così piccola che non si poteva fare il giro del letto ma bisognava scavalcarlo per aprire l'armadio; gente che chiede soldi insistentemente (e quelli che m'hanno preoccupato di più non erano extracomunitari, ma biondi e ariani), troppi ubriachi e strafatti in giro (però non più che in qualsiasi città del nordeuropa che si rispetti), prezzi altissimi e la presenza del quartiere EU, ovvero la prossima capitale europea, che nascerà proprio qui e sarà ospitata in orrende schifezze in vetrocemento.
Comunque se trovate tempo e quattrini, fate un salto in Belgio. Val la pena.


L'orrore: sui palazzi eleganti e tradizionali che circondano il delizioso stagno in piazza Marie-Louise incombe il mostro di cemento dell'Unione Europea


lunedì 17 settembre 2012

Il tramonto di Ridley Scott?

Prometheus è arrivato tardi in Italia e io l'ho visto ancor più tardi perché quest'anno mi son concesso ben una settimana di vacanze. Avevo già raccolto testimonianze assai perplesse, ma non ci credevo. Adesso avendo visto il film devo ricredermi. L'accostamento ad Alien, di cui dovrebbe essere addirittura il prequel, è sottile come carta velina sia per il legame tirato abbastanza per i piedi (salvo maggiori informazioni in un Prometheus 2 che mi auguro non facciano), sia per la differenza abissale tra l'originalità del primo e l'andare a rimorchio, in Prometheus, di idee già rimasticate sia dell'ambientazione di Alien sia della fantascienza recente in generale. Insomma Ridley Scott ha creato un film che si fa vedere, ma per tanti aspetti grida vendetta.

Per chi non l'avesse visto: le questioni filosofiche e le grandi teorie che dovrebbero essere discusse in questo film si riducono ad alcune domande che i personaggi si pongono, ma tutto resta superficiale e senza risposta, e (a mio parere) senza stimoli che restino nella mente dello spettatore. Al contrario, azioni di grande portata vengono intraprese senza che lo spettatore possa capire il perché, e ci sono dei momenti piuttosto pasticciati nella narrativa. Non abbiamo un personaggio carismatico come la Ripley di Alien, non abbiamo un mostro che faccia presa sull'immaginario, e quando sappiamo delle intenzioni degli "ingegneri" progenitori della razza umana, non vi è una spiegazione.

Invece alcune scene spettacolari, paesaggi ripresi ad ampio respiro e particolari tecnici di astronavi, o anatomici di creature, possono essere interessanti, per quanto l'uso del 3D mi sembri (una volta di più) superfluo. Detto questo il film si fa vedere e ha un buon ritmo tranne qualche momento un po' lungo all'inizio, ma penso che si faccia anche dimenticare rapidamente: non sarà una pietra miliare della fantascienza, questo no di sicuro. Decidete voi se spenderci i vostri soldi e il vostro tempo.

[Da qui fino alla fine ci saranno anticipazioni sulla trama]. Quello che nelle prime scene mi ha particolarmente colpito è che non sembra si sia molto pensato a come raffigurare l'equipaggio dell'astronave che parte per questa missione eccezionale. O meglio, che lo si sia fatto in maniera assai stereotipata.
La comandante Vickers (Charlize Theron) non ha nessuna vera leadership, è solo una prepotente donna da consiglio d'amministrazione con la tutina attillata al posto del tailleur. Non si capisce ad esempio perché due personaggi chiave (gli archeologi Elizabeth Shaw, interpretatata dall'attrice ispanico-svedese Noomi Rapace, e Holloway interpretato da Logan Marshal-Green) debbano essere informati dalla comandante, una volta arrivati su un lontanissimo pianeta per la missione storica, che il finanziatore è privato e quindi comanda lei, e certe indagini che a loro interessano da morire andranno in secondo piano. Non doveva esser chiarito già ben prima di partire? Brave comunque entrambe le attrici, mi piace anche il comandante Janek (Idris Elba) e alcuni degli elementi del gruppo, ma sono troppi per essere caratterizzati tutti a dovere.

Quanto agli altri personaggi, è chiaro che ognuno deve avere ha la propria personalità e ci debbano essere conflitti e incomprensioni e via dicendo, è quello che vediamo sviluppato in quasi tutti i film. Incredibile come siano male assortiti i poveretti che viaggiano sulla Prometheus, però.
Qui, in una missione che è agli inizi (dopo il lungo viaggio di avvicinamento ovviamente) e prima che succeda nulla di stressante o pericoloso, la gente bisticcia malamente e c'è chi dice che "siccome le sue capacità non sono necessarie qui," lui se ne ritorna alla sua cabina dentro l'astronave... insomma dopo pochi minuti di film ho già avuto l'impressione che il regista non ci avesse messo la buona volontà e andasse per stereotipi, a casaccio, a volte citando se stesso. Se aggiungiamo che questa misteriosa razza di creatori oggetto della missione ha deciso di distruggere l'umanità che aveva creato, e non si sa perché, se l'inevitabile uomo sintetico a bordo (Michael Fassbender) non ha un suo piano malefico, magari in sintonia con la solita mega corporazione di cattivi, ma fa cose strane le cui motivazioni non si comprendono, il pasticcio diventa difficilmente dipanabile.
E non è che la comandante abbia perso il controllo, solo che sembra fregarsene della vita altrui, non riesce a dominare l'androide e cerca solo di imporre la sua volontà fino a che il capitano Janek le fa capire che la sua permanenza a bordo ha ormai annoiato, ed è meglio che se la svigni sul lussuoso modulo di salvataggio privato visto che lui ha una missione suicida da compiere (la missione suicida è uno dei momenti interessanti del film).

Tornando all'androide, David: non obbedisce alla comandante Vickers ed è in evidente contrasto. Infetta il povero Holloway e non si sa bene perché. O meglio, le motivazioni immagino siano la fotocopia di quelle degi cattivi (androidi e no) di Alien e Alien scontro finale, no? Ma qui non si capisce, sembra solo la ripetizione gratuita del primo Alien, l'androide deve tradire perché tradisce, e basta. David ubbidisce invece con apparente fedeltà al suo padrone miliardario (quello che ha finanziato la missione prima di morire, e invece ricompare a bordo) ma sembra desiderare liberarsene. O meglio no, lui non può desiderare. Insomma che personalità ha, se ne ha una? In David e nelle sue battute ci sono alcuni dei temi interessanti e classici delle intelligenze artificiali e della robotica, ma manca la logica che dovrebbe muoverlo.

Quanto agli alieni (la razza di creatori che ha plasmato l'umanità per poi decidere, a quanto pare, che fosse stata una cattiva idea e la razza umana andrebbe eliminata) le loro vicende sono spiegate (e solo in parte) da degli ologrammi deus-ex-machina che toglierebbero allo spettatore il gusto di vedere un'indagine che procede verso dei risultati, e dico "toglierebbero" perché... il mistero è ristabilito dalla mancanza di spiegazioni finali, poiché anche il "prometeo" che viene risvegliato dalla criostasi non trova di meglio da fare che aggredire gli umani che hanno assistito al suo risveglio e prepararsi a decollare per commettere un genocidio, così, senza nemmeno aver fatto colazione.


Tutto sembra puntare a un messaggio del tipo: non vi abbiamo fatto capire niente, ma voi state pronti a pagare il biglietto per la seconda parte e magari vi spiegheremo qualcosina di più.
Ok, procedete pure... ma senza di me.






martedì 11 settembre 2012

Le Macchine Infernali

Lo scrittore USA K.W. Jeter ha avuto nella sua carriera il dubbio gusto di scrivere dei seguiti alla storia di Blade Runner. Questo tanto per citare una macchia difficile da perdonargli. Ma lasciamo perdere. Di suo ho letto una storia in bilico tra lo cthulhoide e lo steampunk, Le Macchine Infernali.
La storia è scritta in maniera scorrevole e si legge che è una meraviglia, il che segna senz'altro un punto a suo favore. L'ambientazione è vittoriana, con una Londra cosmopolita e caotica in cui seguiamo le avventure di un certo Downer, un ipocondriaco bottegaio represso, timoroso e di poche capacità, che per giunta non ha alcun talento nel seguire il lavoro ereditato dal padre, geniale costruttore di apparecchiature dotate di ingranaggi complessi, automi, orologi e macchinari di vario genere. Downer sa poco o niente di tutto ciò, è in grado di eseguire solo le più semplici riparazioni: perciò le sue prospettive sul lavoro non sono buone dopo la morte del genitore. Vive solo, con un servitore che gli è di modesto aiuto, e cerca di sbarcare il lunario. Quando gli si presentano individui bizzarri a fare domande o chiedere di intervenire su macchine prodotte dal padre, Downer si trova coinvolto in una faccenda poco chiara che lo porta, per prima cosa, a visitare un sobborgo di Londra dove vive strana gente dalla curiosa morfologia, una razza che sembra ibrida tra uomini e pesci. Il primo terzo del libro è tutto sommato abbastanza noioso e, per chi conosce Lovecraft, sembra quasi la trasposizione de La Maschera di Innsmouth pari pari sul vecchio continente.

Per fortuna si aprono altri elementi della trama e, sebbene ci si spinga assai al di là del credibile e del verosimile (cosa che peraltro lo steam fa quasi sempre con disinvoltura, senza andare a cercare giustificazioni e spiegazioni) si viene trascinati in una cavalcata stralunata e tutto sommato divertente. Oltre a una razza antica avremo avventurieri senza scrupoli, moralisti bigotti, lord eccentrici e vari ceffi da galera coinvolti in una lotta senza esclusione di colpi attorno a tutta una serie di invenzioni e marchingegni concepiti dall'ingegnoso padre di Downer. L'intreccio della storia è assai complesso e inizialmente tante cose appaiono inspiegabili. Il protagonista è troppo inetto per poter sbrogliare la matassa da solo, per cui si trova spesso a seguire istruzioni altrui, e ad avere da altri lunghe spiegazioni di ciò che è successo e su ciò che dovrà fare... questa passività del protagonista, che narra la storia in prima persona, non mi sembra veramente un buon sistema per far avanzare la trama, ma così è, e comunque il libro ha i suoi buoni momenti. Decisamente meglio del più famoso Paul Difilippo, ad ogni modo.