La Bussola d'Oro: quando uscì, fu uno dei pochi film fantasy che saltai senza troppi rimpianti, perché aveva l'aria di roba per ragazzini. Ovviamente almeno in parte lo è. Però mi sono finalmente deciso a procurarmi il DVD e finalmente, in una torrida serata estiva, ho verificato se e quanto fossero giustificati i miei sospetti. In effetti, pur non avendo letto il libro di Philip Pullman, ho avuto l'impressione che si tratti dell'adattamento di materiale di una densità maggiore di quanto sospettassi. Adattamento un po' annacquato, per evitare troppe polemiche, come vedremo fra poco. In effetti il combustibile per dar fuoco alle controversie abbonda, nell'opera originale: Pullman è uno scrittore molto politico e nel suo libro esiste un'organizzazione, il Magisterium, assai simile a una chiesa falsa e oscurantista, una specie di male incarnato. Diciamo la verità, il Magisterium fa pensare moltissimo al clero cattolico.
Non posso entrare più di tanto nella polemica avendo solo visto il film, mi limito a un paio di osservazioni. La critica alle religioni organizzate mi va benissimo, soprattutto quando viene fatta senza distinzioni di comodo e colpisce i dogmi idioti e l'opportunismo del clero. Mi va un po' meno bene se si tinge di assolutismo, e non si vuol concedere nemmeno qualche aspetto o ruolo positivo (quando veramente ci sono, ovviamente) all'organizzazione che si critica. Non mi fa affatto piacere quando diventa un osanna alla scienza e alla tecnologia, al razionalismo visto come nuova religione. Mi sbaglio, o c'è un po' di questo ne La Bussola d'Oro, per quanto sia espresso più come magia che come scienza?
Comunque, quando la polemica del mondo reale balza in primo piano e ti prende per il collo, evidente e pesante, ti toglie un po' del divertimento di guardare un film fantasy. Nulla in contrario agli elementi "maturi" e "profondi," per carità, tutt'altro. Però in un film del genere preferisco che li si amalgami meglio nello spettacolo.
Comunque mi è piaciuto, nonostane gli aspetti fanciulleschi, questo mondo dove tutti hanno un animale familiare (il daimon) e dove ci sono orsi guerrieri muniti di corazza. La Bussola d'Oro salvo qualche momento tetro e pesante è un film di facile avventura, dalle splendide immagini, con bravi attori. La bambina protagonista della storia, interpretata da Dakota Blue Richards, mi è piaciuta. Nicole Kidman forse un po' meno: può darsi che mi sia piaciuta poco la parte abbastanza odiosa che interpretava. C'è anche Daniel Craig nella parte di un misterioso ed eroico zio della piccola protagonista, e sono riusciti a ficcarci dentro pure Eva Green. Viaggio, avventura, a volte catastrofi, toni abbastanza cupi ma nulla di veramente triste. Troppa grafica computerizzata, ma anche molte inquadrature favolose.
Con tutti i limiti di questo tipo di film, lo spettacolo è garantito. Niente di memorabile ma temevo peggio, perciò metto La Bussola d'Oro nella categoria dei film fantasy guardabili. Per gli amanti delle cospirazioni: pare che l'ostilità della chiesa sia uno dei motivi per cui il seguito del film (nonostante sia stata scritta una sceneggiatura) è tuttora sospeso. La casa cinematografica, che è la stessa che ha prodotto il Signore degli Anelli, ha citato la recessione e le difficoltà finanziarie. Dal momento che si sono spesi 180 milioni di dollari per il primo film, e che difficilmente il seguito potrebbe costare meno, mica hanno tutti i torti.
domenica 12 agosto 2012
sabato 11 agosto 2012
Quando gli effetti speciali erano artigianato
La morte di Carlo Rambaldi (tre oscar!) non è solo la scomparsa di uno degli italiani che si sono fatti un nome nel cinema internazionale, categoria che in buona parte ormai è fatta di vecchie glorie non più in attività. Per me è anche il sigillo finale dell'epoca in cui gli effetti speciali nascevano con l'uso sapiente della telecamera, dei modellini, delle maschere e di tutta una serie di artifici e manufatti artigianali. Ormai, a dire la verità, l'uso di modellini animati è marginale o scomparso nel cinema, anche se le miniature si usano eccome (basta pensare alla Minas Tirith del Signore degli Anelli). Gli effetti speciali si fanno quasi tutti con il computer, e sebbene non sempre sembrino poi così realistici, generalmente sono meglio di quello che si può fare con i sobri sistemi di Rambaldi.
Eppure, i meccanismi della testa del primo Alien li aveva creati lui.
venerdì 3 agosto 2012
Intervista a Stefano Bianchi
Ho conosciuto Stefano Bianchi a un corso di scrittura creativa tenuto da Franco Forte presso la Delos Books, non molto tempo prima che Caverne, primo libro della sua trilogia, arrivasse alle stampe.
Dopo parecchio tempo eccoci qui, a trilogia finalmente terminata.
Ho deciso di fare qualche domanda a Stefano:
Ho deciso di fare qualche domanda a Stefano:
La
pubblicazione di Caverne, primo libro della trilogia di Panta Rei, è
stato il tuo esordio assoluto? O ci sono dei lavori giovanili che ti
sono rimasti nel cassetto?
Nel
cassetto avevo un centinaio di poesie e qualche racconto breve, oltre a
qualche tentativo di romanzo. Nel 2010 ho deciso di autopubblicare una
raccolta di poesie, in un'operazione in pieno stile revival.
Cosa
rappresenta la scrittura per te? Era un tarlo che ti rodeva,
un'esigenza da esprimere rimasta repressa a lungo? O è venuta fuori solo
di recente?
La
scrittura per me è sempre stata un'esigenza quasi fisica. L'ho
sacrificata per un lungo periodo, dedicandomi ad altro. Dopo aver
compiuto i 50 anni e senza peccare di presunzione posso affermare che
scrivere è il mio talento. Da questo a mantenersi scrivendo il passo è
assai lungo.
Ci sono degli autori cui devi molto, nella tua formazione e ispirazione?
Sono
un lettore abbastanza disordinato: alterno i romanzi di fantascienza ai
classici della letteratura europea, alla saggistica. Come nella musica,
spazio volentieri.
Difficoltà
con gli editori? Dubbi e pentimenti post pubblicazione? Perché una
trilogia?
Difficoltà
con gli editori, tante. Scrivere un romanzo è diverso da scrivere
poesie o racconti, nel senso che è più impegnativo, in termini di tempo e
di concentrazione. Ma è nulla se confrontato alle difficoltà di trovare
un editore. Nel mio caso, dopo diversi tentativi, all'ennesimo concorso
ho avuto la fortuna che il mio romanzo finisse tra le opere segnalate.
All'editore è piaciuto e mi ha proposto di pubblicarlo. Da allora con
Edizioni Montag è cominciato un rapporto amichevole e di stima
reciproca.
Come
ti è venuta l'ispirazione per lo strano mondo di Panta Rei e per i
misteri che nasconde? L'hai elaborata a lungo? Hai tratto spunti da
qualche libro o film?
L'ispirazione
mi è venuta in un viaggio in treno da Roma a Milano. Sentivo l'esigenza
di scrivere qualcosa che esorcizzasse la morte, e dal mio punto di
vista credo di esserci riuscito. Prima di cominciare a scrivere il primo
capitolo ho trascorso quasi sei mesi a pensare alla trama e ai
personaggi, avendo deciso fin da subito che sarebbe stata una trilogia.
Il finale e la segreta natura di quest'ambientazione li hai elaborati strada facendo, o avevi una scaletta già pronta?
Avevo
in mente più o meno tutto, a grandi linee, ma strada facendo si sono
aggiunte alcune modifiche, soprattutto nell'intreccio "giallistico".
C'è molto di te nel protagonista Jean Autier?
A
questa domanda rispondo sempre dicendo che in un romanzo c'è sempre
parecchio di autobiografico. Non necessariamente nel protagonista o
nella trama, ma piuttosto qua e là nei personaggi, nei luoghi, negli
stati d'animo.
Altri tuoi lavori?
Lo
scorso anno ho pubblicato con un altro editore, Loft Media Publishing,
un libro di genere completamente diverso e inerente la mia professione
d'ingegnere. E' il primo volume di una collana che si chiama "Guide di
sopravvivenza professionale". Il titolo del libro è "Migliorare il
magazzino sopravvivendo per raccontarlo". La scommessa è stata quella di
rendere divertente una materia non propriamente leggera.
E domani? Quali sono i progetti per il futuro?
Sono
alle prese con un thriller ambientato a Parigi, nei giorni nostri. La
protagonista è una donna piuttosto in gamba. Sarà un thriller
psicologico con una profonda caratterizzazione dei personaggi. Conto di
terminarlo per la fine del 2012.
I miei migliori auguri a Stefano. Qui potete leggere la mia recensione di Tokyattan, terzo libro di Panta Rei, dove troverete anche i link alle recensioni che feci sugli altri due libri.
I miei migliori auguri a Stefano. Qui potete leggere la mia recensione di Tokyattan, terzo libro di Panta Rei, dove troverete anche i link alle recensioni che feci sugli altri due libri.
martedì 31 luglio 2012
L'Apocalisse Milanese
Chissà se qualcuno ricorda il racconto che scrissi per l'antologia Sanctuary edita dalla Asengard. Certamente pochi, perché il racconto non venne scelto per la pubblicazione. Ebbe però il suo breve momento di gloria perché assieme ad altri "non selezionati" venne da me raccolto in una specie di "pagina degli esclusi" sulla Vetrina di Mondi Immaginari e lì rimase per un anno.
Il mio racconto, Khaibit, voleva indagare sui "super problemi" che possono angosciare una persona che percepisca sempre gli stati d'animo del prossimo, che fin dalla tenera età non sia schermata dalla beata ignoranza. Frasi come "il mondo è tutto uno schifo" le diciamo tutti, siamo tutti cinici e con poche speranze verso gli altri, ma non siamo tormentati dal vedere la falsità, la perfidia e l'aggressività che ci circondano (e anche, perché no, la semplice infelicità o l'occasionale bontà).
In realtà abbiamo bisogno di non sapere, soprattutto riguardo a quelli che ci sono più vicini. Il mio protagonista, Ivan, "vede" le anime e non ha mai avuto questa possibilità di ignorare. Ma il suo potere, pur avendolo trasformato in un disadattato, lo conduce sotto la protezione di un maestro. Che purtroppo viene ucciso da dei rivali: così si crea una situazione in cui il buon Ivan accetta di farsi ospite del suo mentore assassinato, accogliendo la sua anima.
E qui il racconto terminava. Sanctuary era un'ambientazione urban fantasy, un'immensa megalopoli di un futuro non ben definito, in cui esiste un potere piuttosto dispotico e impaziente e degli emarginati del tutto speciali: esseri mitici, persone o creature con poteri sovrannaturali, studiosi di magia e via discorrendo. Tutti costretti a nascondersi.
Pensando di espandere il mio racconto, ho deciso di calarlo in un'ambientazione realistica e ne ho fatto una storia apocalittica, un confronto mortale dove il povero Ivan e i suoi compagni dovranno affrontare una minaccia terribile senza contare sull'aiuto di nessuno, sullo sfondo della Milano di oggi: quasi completamente indifferente a loro, prona a cadere preda del male; talvolta ricca e corrotta, talvolta povera e devastata, a seconda dei luoghi e delle persone.
Ho mantenuto molti elementi accennati nel racconto, tra cui i vampiri. Però non sono quelli della "tradizione" e nemmeno quelli tanto cool alla Twilight. Diciamo che sono un elemento adattato alle esigenze della storia. Decisamente la mia trama ha poco glamour, ed è (ovvio) volutamente così.
E' una buona idea? C'è già chi mi ha detto che ci sono elementi scopiazzati da questo o quel manga, ma io i manga li leggo poco o niente, perciò fermo restando il fatto che l'originalità assoluta non è di questo mondo posso affermare di averne fatto un lavoro molto personale e con qualcosa di insolito. Se qualcuno ha un parere da darmi, può scrivere direttamente al mio indirizzo email o commentare qui.
Nota: per colmo di scalogna, sta per uscire The Demon Catchers of Milan, scritto Kat Beyer, un'autrice anglosassone che è stata ospite della città per motivi di studio, se ho capito bene. Quindi anche riuscendo a pubblicare arriverei secondo nello sfruttare l'ambientazione meneghina (e se mi si consente, dalla sinossi pare la storiella della famigliola di ammazzavampiri nella città della moda: non venderò un bottone ma spero di essere più originale di così).
Sto meditando l'autopubblicazione, comunque. Si accettano idee per un'immagine di copertina che incorpori il concetto di Khaibit, ovvero l'Ombra dell'anima nella mitologia e religione dell'antico Egitto.
Il mio racconto, Khaibit, voleva indagare sui "super problemi" che possono angosciare una persona che percepisca sempre gli stati d'animo del prossimo, che fin dalla tenera età non sia schermata dalla beata ignoranza. Frasi come "il mondo è tutto uno schifo" le diciamo tutti, siamo tutti cinici e con poche speranze verso gli altri, ma non siamo tormentati dal vedere la falsità, la perfidia e l'aggressività che ci circondano (e anche, perché no, la semplice infelicità o l'occasionale bontà).
In realtà abbiamo bisogno di non sapere, soprattutto riguardo a quelli che ci sono più vicini. Il mio protagonista, Ivan, "vede" le anime e non ha mai avuto questa possibilità di ignorare. Ma il suo potere, pur avendolo trasformato in un disadattato, lo conduce sotto la protezione di un maestro. Che purtroppo viene ucciso da dei rivali: così si crea una situazione in cui il buon Ivan accetta di farsi ospite del suo mentore assassinato, accogliendo la sua anima.
E qui il racconto terminava. Sanctuary era un'ambientazione urban fantasy, un'immensa megalopoli di un futuro non ben definito, in cui esiste un potere piuttosto dispotico e impaziente e degli emarginati del tutto speciali: esseri mitici, persone o creature con poteri sovrannaturali, studiosi di magia e via discorrendo. Tutti costretti a nascondersi.
Pensando di espandere il mio racconto, ho deciso di calarlo in un'ambientazione realistica e ne ho fatto una storia apocalittica, un confronto mortale dove il povero Ivan e i suoi compagni dovranno affrontare una minaccia terribile senza contare sull'aiuto di nessuno, sullo sfondo della Milano di oggi: quasi completamente indifferente a loro, prona a cadere preda del male; talvolta ricca e corrotta, talvolta povera e devastata, a seconda dei luoghi e delle persone.
Ho mantenuto molti elementi accennati nel racconto, tra cui i vampiri. Però non sono quelli della "tradizione" e nemmeno quelli tanto cool alla Twilight. Diciamo che sono un elemento adattato alle esigenze della storia. Decisamente la mia trama ha poco glamour, ed è (ovvio) volutamente così.
E' una buona idea? C'è già chi mi ha detto che ci sono elementi scopiazzati da questo o quel manga, ma io i manga li leggo poco o niente, perciò fermo restando il fatto che l'originalità assoluta non è di questo mondo posso affermare di averne fatto un lavoro molto personale e con qualcosa di insolito. Se qualcuno ha un parere da darmi, può scrivere direttamente al mio indirizzo email o commentare qui.
Nota: per colmo di scalogna, sta per uscire The Demon Catchers of Milan, scritto Kat Beyer, un'autrice anglosassone che è stata ospite della città per motivi di studio, se ho capito bene. Quindi anche riuscendo a pubblicare arriverei secondo nello sfruttare l'ambientazione meneghina (e se mi si consente, dalla sinossi pare la storiella della famigliola di ammazzavampiri nella città della moda: non venderò un bottone ma spero di essere più originale di così).
Sto meditando l'autopubblicazione, comunque. Si accettano idee per un'immagine di copertina che incorpori il concetto di Khaibit, ovvero l'Ombra dell'anima nella mitologia e religione dell'antico Egitto.
sabato 28 luglio 2012
Tokyattan
E così sono arrivato alla fine della trilogia di Panta Rei
di Stefano Bianchi. Un cammino iniziato qualche anno fa in compagnia di uno
scrittore che ho conosciuto personalmente (sia pure di sfuggita, al corso di
scrittura creativa di Franco Forte) e quindi ancora più interessante. Seguiamo brevemente le tappe.
(Nota:
chi non vuole anticipazioni sui libri precedenti salti subito al paragrafo che
inizia con Tokyattan).
La storia iniziava con Caverne, dove il manager francese
Jean moriva nelle prime pagine e si ritrovava in un mondo misterioso con una sua burocrazia e una
specie di guerra in corso. Un mondo dove non si era certo in paradiso e dove una nuova morte sarebbe stata definitiva. Esisteva un nemico insidioso, Vlad Tepes, ovvero il
conte Dracula, e il Corpus, organizzazione che sembrava animata da buona
volontà, ma che stentava a mettere assieme una difesa degna di questo nome.
Poiché il mondo di Panta Rei è diviso in tre settori, il
secondo libro prende il nome dal nuovo luogo, Urbe (sempre non ben collocato
nella carta geografica), dove Jean svolge ancora un’attività di consulente per
il Corpus. Attività non esente da pericoli, e sempre poco gratificante perché
il Corpus non è generoso con le spiegazioni mentre il nemico sa essere
pericoloso. Qui Jean fa la conoscenza di nuovi personaggi ma perde Deepak il
cavernicolo, uno dei primi amici. Intrighi più complicati, tribolazioni e
travagli da parte di Jean per organizzare una linea di difesa (ne scaturiscono
spesso scene divertenti), l’inizio di qualche dubbio da parte del nostro
manager (il cattivo non sembra così cattivo?) e soprattutto uno stile più maturo
e valido da parte dell’autore.
Tokyattan: terzo settore di questo strano paradiso. Non è stato
semplicissimo rimediare il libro, ma alla fine ho tormentato la Edizioni Montag a un punto tale che me lo hanno mandato direttamente a casa e non hanno voluto
i soldi. Continua la lotta di Jean, che si trova in una situazione delicata con
le proprie convinzioni fin dall’inizio. Non è molto facile parlare del libro
senza tradire qualcosa della trama. Diciamo che Jean non sa bene a chi credere
ma non è più rassegnato a farsi manovrare. Anche alla moglie Caroline e alle
bambine, ancora vivissime a Parigi, succederà qualcosa. E finalmente scopriremo
cos’è Panta Rei e come vi giungono i suoi ospiti. Le mie considerazioni, che
ovviamente non vorrete leggere prima di aver terminato il libro, sono in fondo
(paragrafo che inizia con Attenzione Spoiler).
La storia ha finalmente una conclusione ed soddisfacente, di questa trilogia posso dire che a tratti mi sembrava potesse migliorare con qualche sforbiciata, ma anche i momenti inconcludenti, le parti dove Jean si rompe le scatole ed è esasperato, hanno il loro perché nel creare personaggio e atmosfera. Avrei magari alleggerito qualche scena d'azione, qua e là mi pare che ci sia qualche battaglia o colpo di scena superflui. Nel complesso, una storia che porta un soffio di novità: so bene che l'originalità assoluta è praticamente impossibile (bisognava nascere ai tempi dei caratteri cuneiformi...), immagino che qualcuno dei miei lettori conosca qualcos'altro di simile o non tanto diverso, ma nel complesso l'autore è riuscito a instillarmi la curiosità, è stato inizialmente molto avaro di risposte ma ha mantenuto sveglia l'attezione con le avventure di Jean e anche con la sua vita in questo strano posto, compresi momenti di nostalgia, noia, indecisione, e le occasionali passioni. Alla fine ha saputo tirare le fila, spiegare l'origine e la natura di Panta Rei e creare un buon epilogo. Stile e capacità in crescendo, il che non vuol dire che Caverne fosse brutto. Insomma, bella idea e buona realizzazione: complimenti.
Attenzione Spoiler (da non leggere prima del libro!): era evidente dopo un po' che Panta Rei non esisteva per "evento divino" ma che doveva esserci qualche sofisticata tecnologia in atto. Quindi la serie scivola senz'altro in territorio fantascientifico e arriva verso la fine lo svelamento: Panta Rei esiste in un'altra era, non in un luogo diverso: i viaggi nel tempo hanno permesso di creare questa strana popolazione che è nata in diverse epoche. Mi sono domandato che necessità ci fosse di portare su questo mondo persone ormai morte (come Jean che ha un infarto all'inizio della vicenda) o uccise appositamente; se non fosse più semplice trasportare i personaggi ancora viventi dal momento che, con l'uso della macchina del tempo, è senz'altro possibile andarli a pescare ancor vivi. Tutto sommato, l'idea dei cloni toglie il problema della scomparsa di queste persone dal mondo reale nelle relative epoche, e del cambiamento che avrebbe subito la storia: pensiamo se, per esempio, Quinto Fabio Massimo fosse stato prelevato misteriosamente nel corso della lotta contro Annibale. E ovviamente non si possono prelevare personaggi viventi se si vuole che poi "credano" di essere in un aldilà. Resta trascurato il problema delle menti (come fanno a ricordare la loro vita precedente ecc...) ma se esiste la possibilità di viaggiare nel tempo si può immaginare una tecnologia che risolva anche questo problema; però se è così resta irrisolto, mi pare, il problema dei cloni di primo livello e i successivi: se posso fare un Bugsy Siegel con i suoi esatti ricordi, perché non ne posso fare tanti, visto che la memoria gliela devo impiantare comunque con qualche sistema artificiale? Non mi addentro oltre, forse mi sono perso io qualche pezzo per strada, come si suol dire; ma alla fine questa ambientazione, pur strutturata in maniera sufficientemente solida e ingegnosa, necessiterebbe di qualche spiegazione in più. La scoperta della verità resta una delle parti migliori del finale, ad ogni modo.
venerdì 27 luglio 2012
Profezia Involontaria
Ogni primo aprile Fantasy Magazine fa i "pesci d'aprile," ovvero degli articoli scherzosi che annunciano qualche notizia falsa, e nonostante siano paradossali e appaiano regolarmente nella stessa prevedibile ricorrenza quasi sempre un lettore o due ci casca e commenta prima che tutti si rendano conto dello scherzo.
Non sono bravo coi pesci d'aprile ma quest'anno ne ho fatto uno carino, quando ho annunciato che Ursula LeGuin, la grande scrittrice americana, avrebbe collaborato con Licia Troisi per svecchiare il suo repertorio. Ho aggiunto commenti di critici del tutto inventati, le solite frasi ciniche: la gloria del passato non fa mercato oggi, e via dicendo. Questa la pagina del pesce d'aprile.
Era un'assurdità. Se anche la LeGuin avesse deciso di puntare su un fantasy più giovanile o elementare non avrebbe avuto bisogno di trovare esempi in Italia. Però in verità non mi aspettavo comunque che succedesse nulla del genere. E invece sono stato involontariamente profeta, almeno in parte. Oggi ho visto questo articolo in inglese in cui si annuncia che Ursula LeGuin sarebbe sotto pressione per produrre materiale più "alla Harry Pottter."
Collaboro con dei buoni editor come sempre ha dichiarato la scrittrice parlando delle sue ultime pubblicazioni, ma ho subito sempre più pressioni per andare nella direzione di Harry Potter. E siccome scrivo un tipo di fantasy estremamente diverso da quello, non c'è stato verso, ho dovuto resistere. Ma vedete, è successo solo ultimamente, quando le pubblicazioni hanno cominciato a perdere il proprio senso d'orientamento e si sono fatte sempre più forti le pressioni delle grande imprese.
Fantasy che scende tutta al minimo comune denominatore, quindi. Per l'Italia non è una novità. Quando qualche editor italico si lamenta che Amazon e gli ebook rovineranno la "letteratura di qualità" (prendendosela magari anche con gli autopubblicati, già che c'è) non può certo parlare della situazione del fantasy in Italia: possiamo solo migliorare e il merito di questa situazione è anche delle grandi case italiane.
La situazione italiana però può farci dimenticare una cosa: come dice l'articolo, la morte del libro di carta e il passaggio agli ebook può voler dire un maggiore controllo della grande impresa su quello che viene pubblicato. Sarà vero? Forse non da noi? O forse sì? Si vedrà. Se è così potremmo avere un giorno la novità che la regina del fantastico americana non riesce più a pubblicare con le grandi case perché non ha voluto adattarsi allo stile della Rowling (autrice di Harry Potter). Certo che nessuno impedirebbe alla LeGuin, se volesse, di pubblicare per i fatti suoi, no?
Non sono bravo coi pesci d'aprile ma quest'anno ne ho fatto uno carino, quando ho annunciato che Ursula LeGuin, la grande scrittrice americana, avrebbe collaborato con Licia Troisi per svecchiare il suo repertorio. Ho aggiunto commenti di critici del tutto inventati, le solite frasi ciniche: la gloria del passato non fa mercato oggi, e via dicendo. Questa la pagina del pesce d'aprile.
Era un'assurdità. Se anche la LeGuin avesse deciso di puntare su un fantasy più giovanile o elementare non avrebbe avuto bisogno di trovare esempi in Italia. Però in verità non mi aspettavo comunque che succedesse nulla del genere. E invece sono stato involontariamente profeta, almeno in parte. Oggi ho visto questo articolo in inglese in cui si annuncia che Ursula LeGuin sarebbe sotto pressione per produrre materiale più "alla Harry Pottter."
Collaboro con dei buoni editor come sempre ha dichiarato la scrittrice parlando delle sue ultime pubblicazioni, ma ho subito sempre più pressioni per andare nella direzione di Harry Potter. E siccome scrivo un tipo di fantasy estremamente diverso da quello, non c'è stato verso, ho dovuto resistere. Ma vedete, è successo solo ultimamente, quando le pubblicazioni hanno cominciato a perdere il proprio senso d'orientamento e si sono fatte sempre più forti le pressioni delle grande imprese.
Fantasy che scende tutta al minimo comune denominatore, quindi. Per l'Italia non è una novità. Quando qualche editor italico si lamenta che Amazon e gli ebook rovineranno la "letteratura di qualità" (prendendosela magari anche con gli autopubblicati, già che c'è) non può certo parlare della situazione del fantasy in Italia: possiamo solo migliorare e il merito di questa situazione è anche delle grandi case italiane.
La situazione italiana però può farci dimenticare una cosa: come dice l'articolo, la morte del libro di carta e il passaggio agli ebook può voler dire un maggiore controllo della grande impresa su quello che viene pubblicato. Sarà vero? Forse non da noi? O forse sì? Si vedrà. Se è così potremmo avere un giorno la novità che la regina del fantastico americana non riesce più a pubblicare con le grandi case perché non ha voluto adattarsi allo stile della Rowling (autrice di Harry Potter). Certo che nessuno impedirebbe alla LeGuin, se volesse, di pubblicare per i fatti suoi, no?
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