C'erano una volta quelli che dicevano che l'unico dovere dello scrittore è scrivere. Oddio, qui farei un'aggiunta. Tra i doveri c'è spesso quello di lavorare, se lo scrittore non si mantiene con i libri e se non vive di rendita. Comunque lo scrittore sarebbe uno che, essenzialmente, scrive. Limitarsi a scrivere vorrebbe dire non aver tempo nemmeno per intrattenere contatti, se non quelli indispensabili, con la casa editrice e con i lettori. Non aver tempo per le presentazioni in libreria, le promozioni e via dicendo.
Questo punto di vista mi sembra in declino e ben a ragione. Molti scrittori famosi sono continuamente in giro a promuovere sé stessi, e questo vorrà pur dire qualcosa. Certo, per chi è sconosciuto spesso è un calvario: penso alle presentazioni in libreria di fronte a dieci persone di cui nove sono amici che ha cooptato lo scrittore stesso e la decima passa di lì per caso, sbadiglia dopo cinque minuti e se ne va. E comunque un rapporto con il pubblico va cercato, al limite con i social network o i blog, forum e via dicendo. Dire che non si ha tempo di farlo, a mio parere, non è una scusa.
E' tutta una festa!
A questo punto sorge il quesito. Cosa vuol dire relazionarsi? Fino a che punto è opportuno e necessario? Ovvero, l'importanza di apparire rispetto all'importanza di quello che si scrive. Punti di riflessione: l'articolo su Fantasy Magazine scritto da Marina Lenti sul caso Lipperini - Manni. Solo un'ipotesi ma ancora non smentita dalle dirette interessate (ammesso che si debba usare il plurale, leggete l'articolo e capirete). Lascio a voi le conclusioni su quello che è successo, pregando di non andare sopra le righe in eventuali commenti a questo post. La mia opinione me la sono fatta, ma non ho voglia di entrare nella controversia, quindi facciamone un caso IPOTETICO generale.
Immaginiamo questo: lo scrittore X usa uno pseudonimo. Fin qui tutto bene, lo hanno fatto in centomila. Ma ad un certo punto X crea un'identità totalmente diversa e la fa interagire con altre persone sulla rete, imbastendo una "persona" che possa essere gradita a un certo tipo di ambiente e di pubblico. A parte il giusto e lo sbagliato, il legale e l'illegale (pare che si possa arrivare al punto in cui la cosa, oltre che poco simpatica, sia pure illegale), non dovrebbe venire prima la qualità di quello che si scrive?
Oppure. Leggiamo questo interessante post sul blog di Alessandro Girola, un post che in effetti parla di un argomento anche più ampio, ovvero sugli errori che può commettere chi cerca di diventare un "personaggio della rete." Citazione: I lettori vogliono interazione, vogliono partecipare alla fase creativa delle storie, desiderano dare del “tu” agli autori che seguono, ma anche dare consigli e fare richieste?
E’ giusto? E’ sbagliato? Chi lo sa. Però è così. Lo scrittore deve anche sapersi vendere come "personaggio."
Insomma diventa una specie di attore, di divo, deve piacere: chi ha carisma ce la fa, gli altri non riescono a farsi notare.
Diamo un'occhiata al video di una presentazione in libreria di Isabella Santacroce.
E la domanda che mi pongo alla fine: ma in tutto questo, il valore di quello che uno scrive interessa ancora a qualcuno? Io sarò l'ipocondriaco misantropo rinchiuso in una grotta (con l'aria condizionata per fortuna), ma sono perplesso di fronte a questo predominio dell'apparire, allo sgomitare per la visibilità.
D'altra parte, non esiste, e me ne lamento ancora una volta, nessuna fonte autorevole che faccia da "termometro" per indicare la qualità di uno scrittore.






