venerdì 2 novembre 2007

Il Segreto di Krune


Bella la veste grafica di questo libro (un po' costoso, per dire la verità) e molto valido lo stile. Michele Giannone, autore de "Il Segreto di Krune" (Dario Flaccovio Editore) ha sicuramente il dono di uno scrivere fluido e piacevole, che permette al lettore di galoppare per centinaia di pagine in pochi giorni. Invidiabile (certamente io lo invidio...). Se cercate una lettura piacevole, questo libro è consigliatissimo; tuttavia ci sono delle lacune nella caratterizzazione e nella trama che mi hanno decisamente fatto storcere il naso, e sono piuttosto evidenti ma a quanto vedo dalle recensioni (anche blasonate) che scopro in giro per la rete, me ne sono accorto solo io.

Strana cosa. L'autore (per quello ho letto dei suoi interventi in un paio di blog e forum) è pure un tipo equilibrato, modesto e simpatico e non ho nessuna voglia di sminuirlo senza motivo, quindi se mi sembrassero problemi di poco conto li trascurerei, ma a me sembra che rovinino parecchio la godibilità del libro: la cosa che però mi riempie di stupore è che (a quanto ne so) chi ha criticato questo libro lo ha fatto su tutt'altri argomenti.
Pertanto devo essere pazzo. Se non amate lo spoiler, ovvero il disvelamento della trama, fermatevi qui: ormai sapete che il libro è carino e leggibile, e tanto vi basti. Acquistatelo e non fatevi turbare da questi difetti fantasma, tanto probabilmente non li vedrete neppure. Ma se avete già letto il libro (e non temete quindi lo svelamento della trama) o se volete sapere perché sono pazzo, procedete pure.

Il libro comincia con la descrizione del Matriarcato, la società in cui si muovono i primi passi di Mareq Tha, la protagonista. Una società oppressiva e "orwelliana," direi quasi, una descrizione valida che mi ha entusiasmato, perché vedevo un autore che non temeva di affrontare un tema molto complesso. La logica dell'ambientazione regge: le donne sanno usare dei poteri magici che mancano agli uomini, pertanto li dominano. Esistono dei mostri che aggrediscono proprio le donne in quanto dotate dei poteri magici, e questo può giustificare l'uso spietato degli uomini come carne da macello nella difesa del Matriarcato. La decisione di pronunciare i punti cardinali in una lingua fantastica, e così i nomi delle piante, aiuta ulteriormente nell'immedesimazione (anche se dopo tanto sforzo di localizzazione più avanti arriveranno inspiegabilmente metri e centimetri, vedi pag. 370 e 468).

Poi, man mano che certe tematiche del Matriarcato rimanevano non dette ho avuto qualche perplessità, ma arriva (catturato) il protagonista maschile a spostare l'attenzione, e il suo mistero di uomo portatore di magia crea uno scompiglio nelle certezze di Mareq Tha, nonché la necessità per lei di darsi alla fuga. Avendo lei visto questa realtà, "impossibile" nella religione del Matriarcato, le governanti (Matriarche) decidono infatti di eliminarla. Non ci riescono ovviamente, e la protagonista scappa con il prigioniero.

Mareq Tha dovrà quindi viaggiare, conoscere questo misterioso uomo (Jaat) che non ricorda il proprio passato, e visitare un mondo estraneo, quello degli uomini delle praterie.
Da qui in poi cominciano i problemi. Della società del Matriarcato non si parla praticamente più e una serie di domande rimangono senza risposta. A me sembra troppo monolitica. Non c'è devianza, malcontento di fronte a queste regole così pesanti. A parte le Nutrici e pochi maschi "fortunati" nessuno dovrebbe avere rapporti sessuali (le donne no, gli uomini magari sì, ma fra di loro, eventualmente). E' possibile e ragionevole? Quali sono le conseguenze? Non dovrebbe esserci una omosessualità dilagante? O crimini sessuali?
Insomma, il Matriarcato con il suo perfetto meccanicismo mi convince poco. La protagonista, Mareq Tha, mi convince anche meno, fin da quando s'intuisce che sboccerà l'amore da parte di Jaat e, dopo aver passato un periodo di travagli psicologici nel vedere ogni sua convinzione buttata per aria, lei lo ricambierà e lo faranno.
Teniamo presente che Mareq Tha uccide freddamente un uomo, ferito, che le ha chiesto aiuto nelle prime pagine del romanzo. E si considera insozzata perché il ferito l'ha toccata. Insomma una bella personalità distorta anche se perfettamente coerente con il proprio ambiente; consideriamo inoltre che lei è un ufficiale, insomma non proprio una ragazzina, ma una donna adulta con un carattere già formato.
Non pretendo di fare lo psicanalista della mutua, ma penso di non dire nulla di strano se vi ricordo quali devastazioni possa ricevere la psiche di una persona che subisca condizionamenti innaturali negli anni cruciali dell'infanzia, quelli in cui si forma l'identità personale e sessuale di un individuo. Mareq Tha dovrebbe essere condizionata per la vita, asessuata o omosessuale, e certamente frigida, incapace di concedersi a un uomo. Invece no, dopo un po' di giorni (il libro non copre una lunghissima estensione temporale) ritrova la tenerezza, l'affetto, sa provare i sentimenti giusti come una fanciulla in fiore e dire all'uomo che ama le parole giuste. Unico problema, ci mette un po' prima di andarci a letto (ma forse meno di tante comunissime fidanzate italiane...).

Qui, e non solo qui, si potrebbe contrapporre la classica obiezione che siamo in un mondo fantasy. Certo: una spiegazione "fantasy" che sia congruente con il resto del mondo fantastico la accetterei. Però manca.

Lasciamo da parte, come problemi del tutto secondari, certi atteggiamenti buonisti di Jaat, che è molto diverso dai suoi compatrioti (vedi pag. 231: Jaat contesta l’uccisione di un prigioniero cui non è stata data la possibilità di difendersi, parla a suo padre in termini che ricordano talvolta quelli di un attivista per la pace in un paese occidentale moderno: “Io biasimo voi. Te, gli altri membri della giuria, tutti gli uomini e le donne che hanno assistito all’esecuzione. E’ la vostra indifferenza a farmi paura.”) Ma del resto Jaat è speciale e presto scopriremo perché.
Stranamente però comincia a fargli eco Mareq Tha, a pagina 236: “In guerra nessuno ha mai tutta la ragione dalla propria parte. Ci convinciamo del contrario perché in tal modo uccidere il nemico è meno problematico. In ogni caso, si tratta di una menzogna.” Una “Prima Vigilante Militare” (grado che aveva nel Matriarcato) che ha ucciso un uomo ferito (uno dei suoi!), una che considerava poco prima i maschi come esseri subumani, come fa a porsi il problema dell’uccidere il nemico?

Il vero guaio nell'ambientazione deve ancora venire. Scopriamo che una spedizione nel passato si era spinta fino a nord. Alcune Vigilanti del Matriarcato avevano scoperto gli uomini delle praterie e la loro padronanza della magia, e alcune erano tornate a riferire. Qui nasce l'orrendo crimine delle Matriarche, aver nascosto "la verità" alla propria gente. Scopriamo anche che per un sacco di tempo, prima che Jaat venisse catturato nel periodo descritto nel libro, non c'era stato più altro contatto. Ora: i popoli raffigurati nel libro somigliano a terrestri antichi ma non primitivi: vanno a cavallo, viaggiano, ecc... Il mondo è infestato da mostri in maniera preoccupante, ma ciò non impedisce a gruppi grandi e piccoli di spostarsi (nel libro avviene). Gli uomini delle praterie e il Matriarcato hanno vissuto ignorandosi per secoli quando sono distanti... circa una decina di giorni di viaggio! Questo fa crollare tutta la trama del Segreto di Krune come un castello di carte, perché è lo scottante segreto degli uomini che usano la magia che le Matriarche non vogliono far sapere, e che poi decidono di eliminare alla radice con una spedizione militare. Uno dei due popoli dovrebbe aver incontrato l'altro da un pezzo, non ci può essere dubbio. Se gli antichi Greci avevano un'idea (per quanto distorta) del Mar Baltico e della Britannia, questi popoli non possono non conoscere i propri vicini. Siamo in un mondo fantasy e tutto può ricevere una spiegazione fantasy, basta che sia congruente con il mondo. Mi sta bene. Ma dov'è tale spiegazione?

Mentre già non potevo crederci, arriva una specie di interrogatorio (di Mareq Tha da parte delle Matriarche) che si trasforma in una specie di consiglio di guerra senza nemmeno la prudenza di spostarsi in un'altra stanza per non farsi ascoltare dalla prigioniera: con la bella conseguenza che le svelano l'intenzione di usarla come guida per scoprire gli uomini delle praterie che vogliono sterminare. Mareq Tha, che ha assistito alla sconcertante decisione politica in presa diretta, ovviamente rifiuta (poi accetterà per avere una possibilità di fuga).
Ora, il motivo del consiglio di guerra è piuttosto strano, perché il casus belli sarebbe l'arrivo di Jaat (un po' di tempo prima) e non di Mareq Tha (che ritornava in quei giorni, e che potevano uccidere facilmente e seppellire con tutte le sue scoperte scomode), perciò non si capisce perché le Matriarche la decisione non l'abbiano presa a suo tempo ma la prendano adesso, in una ispirazione del momento:
"Che ne facciamo di lei?" ... "uccidiamola. Avevamo stabilito che l'avremmo giustiziata non appena ci avesse rivelato tutto ciò che sapeva." "Sì, ma ignoravamo che avesse scoperto tanto." ... "In questo caso le circostanze ci sono state favorevoli. La prossima volta potremmo non essere così fortunate" ... "Io dico di risolvere il problema una volta per tutte... una spedizione militare ... staneremo gli abitanti di quelle terre e li spazzeremo via."
Aggiungiamo il fatto che l'utilità di Mareq Tha come guida è comunque limitata, perché non deve trovare un ago in un pagliaio, ma un intero popolo che vive in una prateria. Insomma, questa scena ha tutta l'aria di un debole espediente per far riportare verso le praterie Mareq Tha, che poi verrà ritrovata e liberata da Jaat. E qui le Matriarche sembrano tutto tranne che governanti di una nazione.

Evito di parlare di un altro paio di perplessità che ho avuto leggendo il "Segreto di Krune" e arrivo alle conclusioni.
Libro fortemente disuguale. Giannone è stilisticamente una spanna sopra tutti gli autori italiani che ho letto ultimamente (nel ramo del fantasy) e potrebbe quasi vedersela con quello che per me è il mito nazionale, Zuddas.
Questo può aver convinto l'editore e tanti lettori di cui ho letto i commenti a minimizzare certe magagne, o a far finta che non ci siano. Per me, sulla coerenza di ambientazione, personaggi e trama non si possono tollerare concessioni così forti: perciò considero questo libro valido come intrattenimento disimpegnato ma non come storia. Tuttavia, se sono pazzo e vedo problemi dove non esistono, spiegatemelo.

giovedì 25 ottobre 2007

L'evocazione di Arlia

Episodio precedente
Eccomi di nuovo a postare qualcosa di mio, riprendendo il post che feci sulla mailing list di Fantasy Story.
Qui l'amante misterioso di Arlia, Rakanius, scopre che l'avvenente ballerina è morta.
Rakanius, mago oltre che telepate, era intento a ordire la trama del suo complotto per il potere e così ha tardato all'appuntamento con Arlia, che per questo è morta.
Per capire alcune cose che troverete e che sono presentate nel più ampio contesto del libro: Mhurak e grial sono razze non-umane menzionate qui; l'aerostro è un destriero volante; Mariplun è l'isola dove ha luogo la scena; Jal è la luna.
Grazie per qualsiasi critica costruttiva.


Scendeva la notte, Rakanius vagando lentamente si avvicinava alle
acque del mare, luccicanti della luce di Jal. Era completamente
stordito dal dolore. Se ci fossero stati altri mhurak, o avversari di
qualunque tipo, Rakanius si sarebbe trovato in grave pericolo, ma per
sua fortuna non incontrò nessuno. Si fece cullare dal rumore delle
onde che s'infrangevano sulla spiaggia. Cominciava a levarsi la
nebbia, la notte era cupa e fredda.
Rakanius si sforzò di recuperare la concentrazione. Tracciò alcuni
segni sulla sabbia e mormorò parole misteriose. Voci e lamenti
provenienti dall'invisibile si fecero udire attorno a lui, e forme
luminose circondarono il mago fluttuando evanescenti nell'aria.
Percepì i pensieri di un grial ucciso a Mariplun cinquecento anni
prima, sentì la minaccia di alcuni demoni che su un altro universo
erano stati stimolati da quella possente evocazione, udì disperate
grida di dolore. Rakanius imprecò, e si concentrò ancora nella sua
ricerca. Dopo alcuni istanti una sagoma eterea prese forma davanti a
lui, pervasa da una pallida luce azzurra.
"Arlia!" disse Rakanius piangendo, e tese la mano verso di lei.
"Amore," rispose il fantasma, "perché mi cerchi?"
Rakanius sentì la disperazione prenderlo alla gola.
"Arlia," mormorò con voce strozzata, "io non posso perderti! Ho
soltanto te."
"La nostra razza è così sventurata, amore. Ti sentirai così solo,
adesso... e anche io... com'è fredda la morte!"
Rakanius alzò le braccia al cielo e gridò, poi corse avanti e cercò di
abbracciare l'immagine di Arlia, ma afferrò soltanto il vuoto. Allora
rimase a guardarla negli occhi, gli occhi della donna con cui poteva
comunicare ogni sentimento senza bisogno di parlare. Lui era stato
sempre un uomo duro, crudele e dominatore, e anche lei era cinica e
fredda, quando le occorreva, ma tra di loro non avevano mai avuto
l'ostacolo dell'ostilità che riversavano sugli uomini normali. Erano
stati la sorgente di vita l'uno per l'altra, il rifugio dell'anima,
l'unica opportunità di mettere in disparte la paura e l'odio.
"Devo andarmene, mio amato," sussurrò il fantasma, "mi manchi tanto,
ma non posso restare qui."
"Parla con me, ti prego! Mi basta vederti ancora... io voglio solo te,
e resterai sempre nel mio cuore."
Ora la voce del fantasma era soltanto un bisbiglio, bisognava
sforzarsi per distinguerla dalla risacca della spiaggia.
"Ti dimenticherai, amore, vedrai... solo la forza, il dominio e l'odio
resteranno a darti una ragione per vivere... o per morire. Addio...
sempre più raramente mi ricorderai, ma ti prego... pensami, ogni
tanto: io ho amato solo te."
La figura di Arlia, la più bella delle belle, svaniva piano piano.
"Non andartene, non ancora!" gridò il mago singhiozzando.
"Addio... addio..."
E all'improvviso egli non percepì più la presenza di Arlia e fu solo
di fronte al mare rombante, nel buio della spiaggia solitaria. Una
morsa di ghiaccio gli serrava il cuore. Urlò il suo dolore per tutta
la notte, vagando senza meta, e dopo il dolore urlò la voglia di
vendetta: nessuna sofferenza sarebbe stata eccessiva per chi gli aveva
fatto questo!
All'alba Rakanius tornò in cima al colle, e trovò Meanius morto.
Lavorò meccanicamente, fece quello che andava fatto: bruciò il corpo
del giovane con quelli di Arlia e Hogran, poi prese uno degli aerostri
dei mhurak e lasciò libero l'altro. Aveva guardato il cadavere di
Arlia il meno possibile... voleva ricordarla da viva. Per qualche
attimo contemplò il fumo di quel rogo funebre salire nell'aria limpida
e fredda, ma non si soffermò. Montò sul destriero dell'aria e spiccò
il volo nel gelido mattino.

domenica 14 ottobre 2007

Addio a Lulu.com

Ora di dare l'addio a Lulu, almeno per adesso. Magari è temporaneo, chi lo sa. Io ci ho provato come "consumatore" e l'esperienza mi è bastata.
Il mio ordine, del 23 giugno, è stato spedito il 27 e ad agosto ho chiesto assistenza perché non mi era arrivato il libro acquistato.
Notare che l' indirizzo è una grande piazza in una grande città (Milano) presso una ben visibile azienda, e con tanto di portierato: speravo fosse più sicuro così che facendomi spedire a casa il libro (comunque altre merci acquistate in rete mi sono arrivate sempre in tempi ragionevoli, sia a casa che a questo indirizzo di lavoro).
L'assistenza è stata sollecita e cortese nell'informarmi il 22 agosto che una nuova copia era stata inviata. E non ho assolutamente motivo per non crederlo, beninteso.
Però non è arrivata nemmeno questa nuova copia, e non starò a dare ulteriormente il disturbo. Basta così, grazie.
Buona fortuna a chi scrive e a chi legge per mezzo di Lulu.com

(questo è il mio precedente post in cui scrivevo dell'interesse verso questa iniziativa)

venerdì 5 ottobre 2007

I confini della Fantascienza


Riflettendo sulle parole dell'intervista a Ridley Scott ("la Fantascienza è morta, come il Western"), penso sia chiaro che l'opinione del regista vada per lo meno interpretata. Da una parte il futuro ci riserva sempre qualche nuova trovata e quindi (a meno di un'epoca buia in cui la tecnologia venga dimenticata) si aprirà necessariamente qualche nuova occasione per immaginare e fantasticare sul domani: quindi la fantascienza si può continuamente reinventare. Le parole di Scott puntualizzano che "tutto è già stato detto," intendendo che il senso del meraviglioso e del mistero intorno ai viaggi spaziali è già stato sfruttato appieno da capolavori come 2001 Odissea nello spazio, ormai quindi non esiste più la freschezza dell'argomento, e gli effetti speciali la fanno da padroni. Sugli effetti non si può che essere d'accordo, ma questa è una malattia del cinema americano in genere; mi è più difficile commentare la presa di "2001" a modello e paragone perché è un film che non amo particolarmente (innegabile il fascino, ma sembra una di quelle opere furbette dove il senso del mistero rimane fine a sé stesso, perché in realtà non c'è nessuna grande verità da svelare). L'entusiasmo per i primi voli spaziali fu per la fantascienza, evidentemente, una spinta fondamentale ma che ormai possiamo ritenere terminata (la fantasia è già corsa troppo avanti rispetto alle modeste, scalognate possibilità tecniche); questo ha già causato un cambio di prospettiva ma non è stato la morte della fantascienza.
Ovviamente vanno riconosciute a Ridley Scott le sue ragioni se si osserva la stanchezza prevalente nel genere fantascientifico, che sforna film di cassetta ma poveri di creatività, ma affermare che "tutto è già stato detto" significherebbe limitare la fantascienza a certi cliché che si sono affermati nei tempi d'oro e ora si trascinano ritriti in opere visivamente fascinose ma stanche e vuote di fantasia.
In questa affermazione il regista fa torto a sé stesso, dal momento che anni fa con Blade Runner è stato artefice di una sterzata decisiva dell'immaginario fantascientifico (...se volete leggerlo, il link al mio post sul Cyberpunk è qui a destra), e l'ha fatto quando i santoni del cyberspazio non avevano praticamente ancora preso la penna in mano. Essendo stato un innovatore (rinnovatore) del genere, come può, mi domando, pensare davvero che per la fantascienza non ci sia più nulla da dire?

Questa premessa sull'opinione di un grande regista serve a focalizzare la domanda da porsi: quale sarà la prossima frontiera della fantascienza? Il Cyberpunk in un certo senso è diventato realtà, pur non essendosi avverato "letteralmente," perciò anche se non lo considero morto come qualcuno fa, credo che l'ispirazione debba venire da qualche cosa di nuovo. Ebbene, c'è una novità appetitosa che ci presenta la scienza: la ricerca della vita eterna, o almeno più lunga possibile. La fantascienza in verità se ne è già occupata, ma potrebbe ora avere buoni motivi per ritornare a farlo in quanto gli scienziati, se non hanno ancora realizzato gran che, sono però in grado, sembra, di cominciare a discuterne seriamente.
Questo perché la ricerca sulla genetica è stata uno dei grandi successi dei tempi recenti e ci si aspetta, ovviamente, che gli enormi investimenti diano enormi risultati.

Campare in eterno sì, ma come?
Il prolungamento della vita umana viene ricercato con diversi mezzi, uno dei quali, decisamente bizzarro, è quello di farsi congelare al momento del decesso sperando di essere resuscitati da qualche cura in un futuro più o meno lontano. Metodo già in uso, basta pagare e crederci. E mettere anche qualche soldo da parte, direi, se non si vuol rischiare di non essere mai recuperati perché non in grado di pagare la cura che potrebbe rimetterci a nuovo. Questa tecnica, anche se un po' rielaborata, è al centro del film Vanilla Sky, che sembra all'inizio una banale commedia con attori bellocci (Tom Cruise, Cameron Diaz...) ma si evolve in una trama interessante e originale; decisamente fantascienza, e di sicuro né logora né banale. E mi sembra giusto notare che quest'opera viene da Hollywood ma è il remake di un film spagnolo.
Ma poiché questo espediente è solo un modo di rimandare il problema e non di risolverlo, la soluzione vera si cerca, ovviamente, nella genetica. Interventi sul DNA, cellule staminali, biologia molecolare, ecc... Lasciando da parte le mie letture in merito (non sono del ramo, ovviamente, me ne interesso per curiosità e non potrei divulgare in maniera interessante...) potremmo riflettere, dal punto di vista delle opportunità per la fantascienza, sul come la longevità/immortalità verrebbe conseguita, e con quali influenze sulla società.
Sarà un privilegio per pochi ricchi? Ci saranno sventurati che vivranno per donare organi ai potenti? Verrà applicata una sorta di giustizia nel conferimento dell'immortalità (con la società di oggi non sembra probabile)?
Che aspetto avranno i longevi? Saranno persone che sfruttando un'evoluta scienza medica rimanderanno il normale decadimento del corpo, vivendo fondamentalmente una lunghissima vecchiaia, per quanto vigorosa? O potranno invertire il processo diventando dei centenari con un corpo giovanile?
Altre riflessioni potrebbero riguardare gli effetti della longevità sulla psiche. Ce la faremmo a lavorare in un noioso ufficio per 8 ore al giorno? Penso di no, ma probabilmente la vita lavorativa sarebbe diversa (ammesso e non concesso che la longevità venga estesa alle persone che fanno un comune lavoro in un noioso ufficio...). Vivendo molto a lungo la persona dovrebbe periodicamente riqualificarsi e studiare, o magari anche se guadagna bene cambiare mansione per forza, perché il vecchio lavoro è diventato troppo insopportabile. E quale divertimento resisterebbe all'erosione dei secoli? Immortale potrebbe magari significare inevitabilmente annoiato a morte...
Quali le conseguenze economiche ed ecologiche? Il mondo non rischierebbe di scoppiare, se ai milioni di persone che nascono ogni anno non si sottraessero più quelle che muoiono? Come si risolverebbe questo problemino da niente? (Domanda da brividi, questa). E se l'immortalità fosse priviliegio per pochi, il mondo non scoppierebbe, ma cosa farebbero gli esclusi?
Si apre una serie di ipotesi che possono far vacillare la mente. E' possibile che una nuova filosofia di vita, una nuova prospettiva sull'esistenza nasca dal semplice fatto di poter vivere a lungo. L'immortalità potrebbe diventare la madre di tutte le paure (lo stress di minimizzare il rischio di incidenti mortali, le contromisure per mettersi al riparo da violenza e omicidi, o dalla ribellione degli eventuali esclusi) o l'inizio di una nuova epoca di tolleranza e comprensione. E l'uomo potrebbe, nel processo di diventare immortale, trasformarsi in qualcosa di non più completamente umano.
Per ora possiamo solo fantasticare. Ma, a poco a poco, la scienza potrebbe cominciare a dare delle ipotesi ben determinate sulle nostre possibilità di diventare molto longevi o perfino immortali. E a quel punto, capiremmo che il lavoro della fantascienza è solo iniziato.

venerdì 28 settembre 2007

domenica 23 settembre 2007

Vediamo qualcosa di mio: la Morte di Arlia

Trascrivo un post inviato alla mailing list di Fantasy Story mesi fa.
Avevo deciso di far vedere qualcosa di mio proponendo questo frammento di un libro (la mia opera prima e quasi unica, in corso di eterna revisione, titolo provvisorio: Magia e Sangue). Un secondo brano, quello che segue qua sotto, lo pubblicai dopo un paio di giorni (pochi commenti, comunque, ma qualcuno favorevole). Rispetterò qui lì il giusto ordine cronologico (nel senso degli avvenimenti del libro) visto che lo avevo invertito su Fantasy Story.

La bella Arlia, di professione ballerina, appartenente a una razza di telepati costretti a nascondersi da tutti, partecipa a un complotto ordito dal suo amante (il mago Rakanius) ai danni della città di Moitar, una città marinara e commerciale non molto diversa da certe città-stato italiane di epoca medievale o rinascimentale.
Quelli che combattono assieme alla bella Arlia in questa scena sono altri complici; l'avversario, Arman, è il "protagonista buono" del romanzo, ha avuto fortuitamente l'occasione di seguire e tenere d'occhio i suoi antagonisti, quando come vedremo viene scoperto da uno di essi.
Il luogo raffigurato è la cima di una collina su una remota isola, che custodisce un pericoloso segreto.
Purtroppo ci saranno delle parti che sarà difficile capire (essendo riferite al
più ampio contesto del libro).


"Ehi, tu!"
Arman si voltò di scatto. Per qualche motivo, Meanius era tornato sui
suoi passi, forse in cerca di qualcosa che aveva dimenticato. Gli
sguardi dei due uomini si incrociarono, ed essi si riconobbero.
Meanius si tolse l'elegante mantello con un ampio, teatrale gesto del
braccio, estrasse la spada e lanciò un grido d'allarme.
Arman decise di colpire subito, non potendo prevedere se gli altri due
fossero una minaccia seria per lui oppure no. Si sentì ebbro della
gioia di combattere. Alzò la sua spada con entrambe le mani e si
avventò sul giovane.
"Miliziano bastardo!" gridò Meanius, e parò il primo colpo. Arman
sentì le braccia dell'avversario più deboli delle proprie, e rise.
"Ci sei, grande rivoluzionario!" esclamò, "la tua strada finisce qui!"
Una finta, e un colpo dritto al volto. Meanius si gettò all'indietro,
barcollando, per salvarsi la vita, e tutta la sua sicurezza sparì.
"Aiutatemi!" gridò, mentre Arman lo incalzava.
La prima ad arrivare fu Arlia. La ragazza risalì le scale di corsa,
impugnando una spada ricurva; indossava una giacca elegante che
ricordava un po' una divisa militare, una calzamaglia e stivali alti.
Arlia guardò fisso Arman, mulinando la sua arma, e per un attimo ne
incontrò lo sguardo. Lui sentì in quel momento una presenza estranea
rovistare nei suoi pensieri, e fu certo che Arlia fosse una
propsichica. Temeva che avrebbe tentato di influenzare la sua mente
con i propri poteri, ma la prospettiva che fosse in grado di colpirlo
mentre Meanius lo impegnava lo preoccupò ancora di più. Anche l'altro
uomo si stava avvicinando, correndo rapido.
Arman vibrò un colpo con tutte le sue forze contro Meanius, senza
finte né sottigliezze. Il giovane parò ma perse la sua spada per
l'impeto dell'urto, e la lama affilata di Arman gli scivolò lungo il
braccio sinistro dall'alto in basso, strappando la camicia e portando
via un gran lembo di pelle. Meanius urlò, disperato; in quel momento
Arlia si lanciò all'attacco, con un'espressione di concentrazione
assoluta sul volto perfetto. Arman schivò, e sferrò un colpo di
rovescio, che Arlia riuscì a fatica a bloccare; approfittando di
quell'attimo, Meanius aveva recuperato la propria arma, ma rimase
leggermente in disparte, cercando di fermare il sangue che colava dal
braccio ferito.
"Hogran! Giragli alle spalle!" ordinò la ragazza all'uomo dai capelli
lunghi.
"Non ce la farete, nemmeno in tre!" replicò Arman, fingendo una
sicurezza che non aveva. "Buttate le armi!"
Hogran eruppe in una risata fragorosa, e si lanciò alla carica.
"Muori!" urlò.
Arman immaginò che Arlia avrebbe cercato di colpirlo nello stesso
istante, e riuscì a salvarsi dall'attacco di entrambi. Parò il colpo
della donna, e abbassandosi evitò l'affondo che Hogran aveva diretto
al suo volto; senza perdere un istante si avventò su di lui,
cogliendolo sbilanciato e scoperto, e lo trafisse infilandogli la
spada nel ventre fino a trapassarlo. Hogran cadde in ginocchio,
guardando incredulo l'orrenda ferita e lasciandosi sfuggire un rantolo
impaurito. Arman aveva visto molti uomini colti improvvisamente dalla
consapevolezza dell'inevitabile fine, e riconobbe in lui lo stesso
sguardo, mentre quasi gli respirava in faccia. Non perse tempo e
strappò la spada dalla mano tremante del moribondo, perché sapeva di
non potere per adesso recuperare la propria: era infilzata troppo
profondamente. Arlia gli era di nuovo addosso: attaccava con colpi
precisi, usando mosse da grande scuola di scherma, e si muoveva con
l'agilità di un gatto. Il suo sguardo era strano, penetrante, si
sarebbe detto gelido e intenso allo stesso tempo. Impacciato dalla
nuova arma, diversa dalla sua, Arman rimase sulla difensiva e dovette
indietreggiare.
Meanius si avvicinò al compagno trafitto, senza sapere come
soccorrerlo: Hogran tentava di metter mano all'elsa della spada che lo
aveva trapassato, nell'inutile tentativo di estrarla.
Arman teneva a bada la propsichica, e aveva di tanto in tanto una
strana sensazione, come se qualcosa gli frugasse la mente.
"Ti credevo capace solo di ballare nuda, Arlia," sibilò, "invece sai
combattere e leggi nel pensiero. Ma io sono troppo forte per voi:
guarda il tuo compagno, per lui non c'è più niente da fare! Getta la
spada. Non vorrei uccidere una donna."
Arman sperò di essere stato abbastanza minaccioso, ma subito dovette
parare un colpo diretto alla sua gamba destra. Meanius non lo
attaccava ma si era rifatto sotto: "Non ci fa paura, Arlia," disse per
incoraggiare la sua alleata. "Lo metteremo in ginocchio."
"Oggi comandate voi a Moitar," sussurrò Arlia, una traccia di odio sul
viso stupendo, "domani vi faremo strisciare."
Arman contrattaccò e la costrinse sulla difensiva.
"Io non comando da nessuna parte," ribatté, "ma certo non ho la minima
intenzione di strisciare."
A quel punto Meanius si decise a rientrare nella mischia. Durò poco:
le lame turbinarono ancora, ed Arman lo colpì facilmente alla gamba
sinistra. Questa volta il giovane gettò a terra l'arma e si allontanò,
zoppicando e gemendo.
Arlia era rimasta sola a fronteggiare Arman, che le si avvicinò
baldanzoso e sferrò un affondo diretto al volto. Flessuosa e
agilissima la ragazza balzò di lato e con agile guizzo del polso colpì
la mano del guerriero, aprendo un largo taglio sul dorso. Per un
attimo Arman temette di essere spacciato, ma si accorse che poteva
mantenere salda la stretta sulla spada nonostante il dolore. Sferrò un
colpo dal basso verso l'alto e la parata di Arlia fu debole: le
energie della ragazza si stavano esaurendo più rapidamente delle sue.
Vide l'incertezza nei suoi occhi, sferrò un altro colpo e la ferì ad
una coscia. Arlia cadde in avanti, ma sferrò un insidioso affondo che
raggiunse quasi la gola di Arman, costringendolo a saltare
all'indietro. Nel frattempo Hogran era crollato al suolo, Meanius era
scomparso, così Arman poté fermarsi un attimo a riprendere fiato. La
ragazza si era rimessa in piedi, appoggiandosi sulla gamba rimasta illesa.
"Facciamola finita, arrenditi!" intimò il guerriero.
"Andiamo avanti fino alla morte," replicò Arlia, determinata. "O
magari hai paura?"
Arman sorrise e le girò attorno, costringendola a spostarsi sulla
gamba ferita. Lei si chinò come se stesse scivolando al suolo, ma
raccolse una manciata di terriccio e la lanciò sul viso del guerriero,
che chiuse gli occhi per non restare accecato, e vibrò un gran
fendente nell'aria, a caso, per impedire che l'avversaria ne
approfittasse: fu proprio quello che la ragazza tentò di fare,
scattando in avanti per cogliere quell'ultimo vantaggio prima che le
forze le venissero meno. Ebbe la meglio il braccio di Arman, più
lungo: la scimitarra di Arlia sfiorò la cotta di maglia dell'uomo, la
spada di Arman si infilò nel torace della ragazza, che emise un grido
acuto. Egli ritrasse la spada, riaprì gli occhi e vide l'avversaria
cadere: colpo mortale, pensò dispiacendosi. Arlia cercò ancora di
sollevare l'arma, ma Arman con un calcio gliela fece volare via.
"Si poteva evitare di giungere a questo punto," disse chinandosi su di
lei. La ragazza lo guardò con occhi febbrili. Aprì la bocca, da cui
usciva un filo di sangue, e tossì.
"Che tu sia maledetto..." mormorò, "il mio uomo saprà vendicarmi!"
"Di chi parli? Chi è?"
"Lo saprai prima di morire."
La ragazza si sosteneva su un braccio, premendo l'altra mano sulla
ferita. Arman la sorresse e le scostò le dita insanguinate. Aprì i
vestiti con il coltello e prese un fazzoletto per tamponare l'emorragia.
"Stai ferma, cerca di respirare. Fermerò il sangue, proverò a portarti
via di qui e a cercare un medico."
Ma non poteva illudersi di salvare la vita di Arlia. La stoffa era già
fradicia di sangue, non le rimaneva da vivere nemmeno un giro della
clessidra. Ad un tratto il volto di lei si distese in una calma
rassegnazione.
"Non so perché lo fai, guerriero."
"Forse nemmeno io."
"Sei ingenuo. Ora non copri la tua mente nemmeno un poco, e io sto
leggendo i tuoi pensieri... l'esperienza di guerra ti dice che morirò
presto, annegando nel mio sangue... ma hai la premura di darmi
un'illusione fino all'ultimo...ecco, in questo istante ti spiace che
io lo abbia scoperto."
Arman annuì, sorpreso.
"Allora sai anche che avrei preferito lasciarti vivere. Amo un'altra,
ma tu sei ciò che di più bello un uomo possa mai vedere."
Lo sguardo di Arlia cominciava a diventare spaventato e confuso. Fu
scossa da un fremito e cercò l'aria affannosamente. Prese la mano di
Arman e la strinse forte. Poi riprese a sussurrare: "E' vero, lo
volevi... stammi vicino, ti prego... mi spiace di averti maledetto...
dopo che me ne sarò andata aiuta Meanius, se puoi."
"Ci proverò, lo prometto. Ma dimmi una cosa sola. Sei una
propsichica... perché non sei riuscita a prendere il controllo della
mia mente?"
La ragazza accennò un sorriso.
"Non so usare bene quel potere... una sola volta ho provato... perché
Meanius voleva Isabelle... e io l'ho fatta innamorare di lui, ma del
resto, lei se ne è accorta presto... con te non potevo riuscirci ora,
perché..."
Gli occhi di Arlia cominciarono a rovesciarsi all'indietro.
"Ci vuole... più tempo..." tossì di nuovo. Il sangue la soffocava:
tentò invano di sputarlo, si agitò convulsamente in cerca di aria, ed
infine si irrigidì di colpo.
Hogran, immerso in un bagno di sangue, cercò ancora di muoversi.
Riuscì a spostarsi sul fianco, gemendo piano, e vide il cadavere di
Arlia. Il volto duro dell'uomo era contorto in una maschera di dolore;
il suo ultimo pensiero fu di commiserazione, ma non per sé stesso.
"Una così bella ragazza..." disse un attimo prima di morire.