venerdì 7 dicembre 2018

Infodump, Mary Sue e altre atrocità.

Un articolo su Io9, vecchio di alcuni anni, riporta alcuni cliché sullo scrivere che alcuni scrittori avrebbero rigettato. Lo prendo come spunto per dire la mia su certi tratti stilistici e stratagemmi che mi piacciono e non. Su certe questioni la discussione è davvero accesa, in Italia e all'estero.

Nell'articolo si parla alcuni termini che alcuni vorrebbero addirittura ritirati, e tra questi il famoso Mary Sue. Del termine me ne sono occupato la bellezza di 10 anni fa (relativamente però a qualcosa di scritto di me al momento non disponibile); sta a indicare un personaggio perfetto, con tutte le qualità desiderabili, integerrimo e via dicendo, insomma eccessivamente idealizzato, stucchevole e poco realistico.



La critica di Seanan McGuire verso il termine è che non si comprende più una delle caratteristiche della "Mary Sue," ovvero di irrompere in una storia e di accentrare tutto l'interesse intorno a sé. Quindi l'applicazione del termine a un protagonista, maschio o femmina, non avrebbe senso, perché il protagonista per sua natura accentra di già l'interesse.


Ne prendo buona nota, tuttavia il significato del termine ormai ricopre tutti i personaggi. Per quanto riguarda le ulteriori lagnanze di McGuire, ovvero che il termine sarebbe sessista, qui posso dire che nella connotazione originale non era riferibile solo a una donna e così io lo intendo. Inoltre lo ha coniato proprio una donna (Paula smith, appassionata fanzinara del mondo di Star Trek). Posso però approfittarne per dire qualcosa che farà arrabbiare qualcuno: ho visto in molte scrittrici, soprattutto inesperte, la tendenza a creare personaggi femminili tediosamente perfetti, retti, virtuosi e dotati di infinite capacità. Che palle, mi si permetta di dire. Però... parecchi protagonisti maschili di storie tradizionali, sebbene io li ritenga un po' "giustificati" dal fatto di essere uomini sopra la media quanto a caratteristiche eroiche (insomma, la gente in gamba esiste, o no?), non mi pare siano esenti dal peccatuccio della Mary Sue. Ma va anche detto che le mode cambiano e i personaggi troppo perfetti comunque non piacciono più. Oggi un eroe (di qualsiasi sesso) tende ad avere qualche serio difetto, o una mentalità da vero stronzo, pertanto si confondono le acque...

L'Infodump. Terribile oggetto di diatribe, nemico giurato dello "Show, don't tell." È quell'inserto breve o lungo che un autore utilizza per spiegare elementi del mondo o della storia che il lettore ancora non conosce, serve quindi a rendere comprensibile una scena che sta per venire. Talvolta si presenta sotto forma di dialogo irrealistico, dove due personaggi si dicono delle cose totalmente scontate (per loro) a beneficio del lettore. A volte è un lungo inciso che interrompe la narrazione. Suona irreale ed è sgradevole da leggere. Ecco cosa dice Kim Stanley Robinson: definire l'infodump sgradevole sarebbe stupido perché spesso invece è molto piacevole e difficile da riconoscere come tale. L'attacco verrebbe da un'estetica critica che cerca di spezzettare la narrativa in singole parti, a opera di gente che vuole prenderne il controllo senza amarla e spesso senza scriverne.

Se l'invettiva di Robinson si rivolge allo strutturalismo come strumento della critica letteraria condivido l'antipatia. Credo però che a volte non sia facile trovare un metodo invisibile o addirittura piacevole per inserire l'ambientazione (o la premessa) in una storia. Con tutto il rispetto che ho per la costruzione del mondo immaginario di cui la storia fa parte. Come si rimedia? A mio parere i metodi possono essere questi:
1) spezzettare le informazioni che vanno date al lettore in piccoli bocconi da inserire qua e là nella storia, non troppo indigesti.
2) inserire all'inizio dei capitoli delle citazioni, non troppo lunghe, da testi immaginari che appartengono al mondo in cui la storia è ambientata.
3) trovare un pretesto valido perché due personaggi parlino dell'argomento di cui il lettore deve essere informato. Per me è un metodo da usare con cura. Ma spesso può valere la pena di aggiungere un paio di pagine in più, che abbiano una rilevanza nella trama, e di cui una certa parte sia composta di informazioni.
4) mettere un prologo alla propria narrazione (però puoi farlo una volta sola).
5) se tutto il resto fallisce, e ci sono aspetti complessi di cui il lettore deve essere informato ma non si trova una maniera liscia ed elegante per farlo, si può usare una breve introduzione allo scopo. Che metta in chiaro quelle due o tre cose. Come il testo che compare a volte all'inizio dei film o anche (dando un po' più fastidio) in mezzo alle scene. Fior di scrittori lo hanno fatto, non c'è motivo per cui questo genere di esposizione informativa debba essere considerato una bestemmia.
Ricordiamo infine che, se chi scrive deve conoscere molto bene il mondo di cui parla, chi legge ha bisogno di saperne solo una parte, ciò che gli serve per seguire la trama (questo non è un dogma, ma come linea guida io tendo a seguirlo).


La scrittrice Eileen Gunn è invece citata dall'articolo di Io9 perché non ama l'aggettivo "distopico." Ma si tratta della stanchezza verso una moda.
Il termine per me va benissimo, io amo Huxley e Orwell, sono invece le carriolate di film e romanzi "YA dystopian" quelle che mal sopporto (YA = per giovani adulti, ovvero una età in cui si potrebbe anche leggere materiale non filtrato per la gioventù).

La lamentela di Ken Liu va invece verso un altro dogma, quello che condanna il saltare con il punto di vista da un personaggio a un altro nel corso di una scena (in inglese head-hopping, con tanto di trattino, ma di solito con le due H maiuscole, chissà perché). Ken Liu non dice che sia un consiglio irrilevante, ma che esistono momenti in cui la "regola" si deve ignorare. Come la vedo io? Sono d'accordo. Soprattutto per rendere una scena molto dinamica, il punto di vista può avere la necessità di spostarsi. Ma bisogna fare a attenzione a questi passaggi, in modo che sia sempre chiaro per il lettore quale personaggio, in ogni momento, stiamo usando come "telecamera."
Se voglio mostrare un aereo pilotato da un kamikaze che cerca di schiantarsi su una portaerei USA avrò la massima efficacia se mi sposterò, magari più di una volta, dalla visuale (e magari dai pensieri) del pilota suicida a quella del cannoniere della contraerea che spera di abbatterlo, del servente che carica le munizioni, dell'ufficiale con il binocolo che osserva impotente, del meccanico che non ha niente da fare e cerca di ripararsi dal pericolo, e via dicendo. L'azione dura un minuto o poco più, ma è un minuto che conta...
Per inciso: e il narratore onnisciente? A me, in linea di massima, non piace.

Con Tobias Buckell invece concordo pienamente quando si lamenta del fatto che una idea di fantascienza sia difficile da ripresentare se è già stata usata. È bruciata, non se ne parla più. Cita ad esempio il concetto di navi generazionali. Datato, ma sarebbe attuale anche oggi (se quelle astronavi sapessimo costruirle!).

Ellen Kushner se la prende invece con l'aggettivo "relatable." Cosa vuol dire? È quel dogma secondo cui il protagonista di una storia dovrebbe essere simile alla "persona comune," suscitare simpatia ed empatia. La scrittrice non è d'accordo, afferma che i personaggi non dovrebbero darti la sensazione di essere tuoi amici, o di essere te, ma dovrebbero invece darti la possibilità di esplorare i tuoi sentimenti verso quella persona che NON ti assomiglia.
Sono d'accordo? Sì, in linea di massima sì. C'è un modo di pensare, preso a prestito da un certo cinema USA, secondo cui il protagonista deve essere un fesso qualunque per piacere a una platea di fessi qualunque. Questo modo di pensare è profondamente offensivo verso chi fruisce della storia e non voglio assolutamente condividerlo.
Però credo che uno spiraglio di "assonanza" tra lettore (spettatore) e personaggio debba esserci, e che in genere ci sia anche dove non sembra a prima vista esserci. A volte ci innamoriamo di perfette canaglie, di criminali, di personaggi con grossi difetti, è vero. Ma c'è qualche affinità in loro che ce li riporta vicini, o una caratteristica che ce li rende interessanti. Altrimenti potremmo scrivere tranquillamente delle avventure di un alieno a forma di scarafaggio gigante, con pensieri e idee e valori del tutto alieni. Possiamo, qualcuno certamente l'avrà fatto. Ma a chi interessa?

Da parte mia posso aggiungere agli argomenti trattati dall'articolo una certa antipatia (che non ha un nome specifico) verso i personaggi secondari che compaiono brevemente giusto per far loro succedere qualcosa di funzionale per la storia principale: figurine di cartapesta trattate senza alcun riguardo. Un esempio classico, le magliette rosse di Star Trek, quei personaggi destinati a comparire per una puntata e morire. Oppure quelli che vengono seriamente feriti (capita anche a personaggi "importanti") e dopo aver detto magari un'ultima frase celebre muoiono, lasciando lo scrittore (il regista) libero di procedere con altre scene mirabolanti senza soffermarsi un momento di più sulle loro agonie e la loro fine.
Beninteso, non ho "sempre" dei riguardi per i miei personaggi secondari. Ma qualche volta sì.






2 commenti:

Long John Silver ha detto...

Condivido pienamente il tuo articolo. Che poi le accuse di sessismo del termine Mary Sue sono proprie sceme visto che basterebbe fare una piccola ricerca per scoprire che esiste anche la versione al maschile (Gary Stu).

Bisogna dire che le problematiche poste dall'articolo si possono paradossalmente più rivolgere ai film moderni che agli scritti.

Bruno ha detto...


Sì, i film hanno spesso i medesimi problemi. E non da oggi. Uno dei miei film preferiti, Rollerball (1975), inizia con una terribile doccia di infodump in cui un manager spiega al protagonista (James Caan) i fondamenti della società in cui vivono, manco si fosse appena svegliato da cento anni di ibernazione.