venerdì 10 agosto 2018

Bambini su ordinazione


La notizia è di qualche giorno fa, ha reso possibili alla stampa certi titoloni ad effetto ma non è necessariamente foriera, di per sé, di grandi cambiamenti. Un comitato etico britannico ha dato il via alla possibilità (teorica) di generare bambini il cui DNA sia modificato fin dall'embrione, purché questo vada nell'interesse del bambino e non aumenti la disuguaglianza sociale.

Tutto questo significa soltanto che i saggi di questo comitato non sono contrari "a priori" alla modifica del DNA umano. Forse un domani avremo quelli che giudicheranno giusto creare esseri ibridi che possano, per esempio, essere pericolosi per il prossimo (ad esempio estremamente forti, privi di freni inibitori innati, ecc...) ma per fortuna non ci siamo ancora, anche se, temo, da timide ammissioni teoriche potrebbe un giorno seguire qualcosa di più pericoloso.

Quindi in parole povere sarebbe ammissibile curare difetti genetici gravi o predisposizioni a malattie. Ma una scelta tipo "voglio che mio figlio abbia gli occhi azzurri e sia biondo perché è un tratto desiderabile" non sarebbe ammissibile, in quanto creerebbe facilmente discriminazioni. Quali? È semplice. Da una parte i poveracci coi loro capelli e occhi scuri, dall'altra i ricchi con i loro tratti perfettamente nordici.


Il mio timore comunque è che ogni barriera egualitaria prima o poi salterà, in quanto la plutocrazia di oggi abbatte ogni dubbio morale che si possa eccepire. Se i ricchi potranno campare in eterno a scapito degli altri, o avere figli con incredibili qualità comprate con le biotecnologie, lo faranno e non ci sarà comitato etico che li fermerà. Insomma l'arrivo del postumanesimo è solo questione di possibilità tecniche.

Mi viene in mente un esempio di uso non etico di possibilità tecniche che molti, credo, hanno sentito qualche volta citare, perché creò una specie di fenomeno da baraccone. Di che parlo?
Qualche anno fa è morto il cosiddetto "uomo gatto," un tale che aveva speso parecchio denaro per modificare il proprio aspetto (con la chirurgia plastica) fino ad assumere sembianze feline. Voleva identificarsi con un felino, e per quanto possibile ci riuscì. Ma la cosa non gli diede grandi soddisfazioni, infatti dichiarò di essere diventato famoso, ma non felice. Alla fine si è suicidato, a 54 anni.

I medici che gli hanno permesso di trasformarsi (nell'aspetto esteriore) in un ibrido uomo-felino non avrebbero fatto meglio, anziché intascare il suo denaro e modificargli il corpo, a consigliargli un percorso terapeutico per guarirsi da questa mania?

[Altre riflessioni sul postumanesimo le ho scritte nel 2009 e le trovate qui]



7 commenti:

Ivano Landi ha detto...

Hai toccato un tasto delicato, magari anche senza volerlo, soprattutto nel finale. Io, come forse saprai, sono un grande fan del fumettista, illustratore e pittore Jeffrey Jones, che a metà degli anni '90 ha scelto di cambiare sesso, conservando però il nome maschile a cui ha aggiunto un secondo nome femminile (Catherine). Il punto è che la sua scelta non è stata dettata dai suoi gusti sessuali, bensì dal suo culto del corpo femminile. Gli piacevano talmente le donne da volerne assumere l'apparenza. Immagino che le motivazioni dell'uomo-gatto siano state analoghe; probabilmente trovava i gatti così belli da volergli somigliare a ogni costo. Jeffrey Catherine Jones non si è suicidata alla fine, ma è comunque morta profondamente infelice. Con questo non voglio sostenere un collegamento diretto, ma è comunque probabile che anche lei (a quel tempo lui) aveva solo bisogno di essere guarito da una mania.

Bruno ha detto...


Non conoscevo questo pittore. Per quanto riguarda il cambio di sesso, come qualsiasi altro cambiamento drastico e irreversibile inflitto al corpo, penso in effetti che non dovrebbe essere incoraggiato prima di aver esplorato i motivi per cui uno vuole farlo. Siamo in un epoca di individualismo per cui alla fine il singolo ha sempre l'ultima parola, purché abbia anche i quattrini. In alcuni casi non sono molto d'accordo.

gianni bonelli ha detto...

Nel mio immaginario, sottoporre ad interventi così vasti (parlo dell'uomo-gatto) e importanti (il cambiare sesso) il proprio corpo, potrebbe essere lo stesso risultato raggiunto dopo una valutazione attenta, riflettuta e risultata in condivisione di un'equipe di professionisti, tra i quali almeno uno psicoterapeuta o un'altra professionalità affine. Questo per permettere alla persona che sceglie in tal senso di essere accompagnata in un percorso di presa di consapevolezza e coscienza. Ciò trascende a mio parere da un ridotto miraggio di "raggiungimento della felicità" per l'obiettivo della trasformazione ma di sicuro aiuta in un processo di consapevolezza il percorso della persona (la riflessione sulla scelta diviene strumento di crescita, l'obiettivo si trasforma in uno strumento attraverso il quale si compie un processo che prescinde dall'obiettivo stesso).
Coloro che operano scelte così drastiche hanno alle proprie spalle (e quindi spesso anche davanti) una vita che forse è un po' travagliata; il minimo sarebbe rendere più facile e sostenibile la possibilità di scegliere per il meglio (e non la felicità).
Rifiuto di pensare che questo tipo di scelte sia dettato da un capriccio, un vezzo o un semplice desiderio estemporaneo; preferisco pensare che alla radice profonda dell'animo di chi abbia una tale aspirazione vi siano complessi fattori che hanno segnato la loro esistenza fon dall'inizio dell'età evolutiva. Senza che degli specialisti si occupino di rendere consapevoli le persone che si immettono in un cammino che cambierà fortemente la loro esistenza (e poi rifletto: forse non lo facciamo tutti i giorni ma quasi, ognuno di noi per altri sensi?) penso a dei bambini smarriti, come tutti quelli che incontro quotidianamente (grandi e piccoli); a differenza di quelli, questi, osano più su se stessi che sugli altri; almeno nel mio immaginario.
Credo che la questione dell'essere felici o infelici sia in parte tangente al discorso del corpo cambiato; è anche vero che pochi oggi riescono ad accettare il proprio corpo così come è. Quindi credo che pur intervenendo sul proprio si cerchi in qualche modo una soluzione, più, meno o per niente disperata, secondo tempi e persone, e credo che affermare che questa scelta sia un vezzo o un capriccio sia una riduzione selvaggia e semplificatoria ai minimi termini, dell'esito di un'esistenza intorno ad un fenomeno che ne compone una parte consistente (in poche parole credo veramente a stento che l'esempio citato nell'articolo fosse "infelice" e pertanto abbia cercato di trasformarsi in gatto; e ancora meno credo che fosse "infelice" perché non-gatto). Alla fine è un tentativo.
La questione economica di per sé la valuto come non pertinente in merito al discorso "felicità" e credo che meriti di essere discussa a partire da un contesto di eticità delle scelte dell'individuo. C'è chi spende 100.000,00 € per una macchina (forse anche 50.000,00); la trovo una scelta soggettivamente parlando, molto meno interessante e condivisibile di chi decida di cambiare il proprio corpo; nonostante io abbia solo un paio di tatuaggi.
Grazie comunque per l'articolo, uno spunto davvero vasto e trasversale ... multidisciplinare e coinvolgente.
Gianni

Bruno ha detto...

@ Gianni Bonelli: grazie per l'intervento, voglio solo fare un paio di precisazioni. L'infelicità dell'uomo-gatto è un fatto credibile in quanto sono state parole sue, e direi che ci si possa fidare. Non penso che la decisione di cambiare il proprio corpo radicalmente possa essere un vezzo e credo che dal mio post si capisca che lo considero il cercare di far fronte a un problema, a una insoddisfazione personale. Nel caso dell'uomo gatto probabilmente una mania da cui avrebbe fatto meglio a cercare di guarire. Se mai il vezzo ci sarà quando i genitori decidessero di avere figli con gli occhi, i capelli o la pelle di un certo colore perché influenzati da riviste di moda o simili (una ipotesi futuribile, ma il peggio non l'abbiamo mai visto tutto).

Quanto alla questione dei soldi: non è "non pertinente," anzi è importantissima, nel senso che i medici, tecnici o come si voglia chiamarli che rendono e renderanno possibili queste alterazioni dovrebbero fare IN PRIMO LUOGO delle valutazioni etiche, e non rendersi disponibili a qualsiasi cosa perché in fondo sono imprenditori e da bravi imprenditori lavorano per soldi.

gianni bonelli ha detto...

Si è vero Bruno, le sue parole (dell'uomo gatto) sono sufficienti e i fatti che seguono con l'epilogo della sua vicenda mi pare che lo affermino ancora più chiaramente. Sono d'accordo anche sul fatto del vezzo, che spesso in effetti, e non nel tuo post, cotale viene considerato da molti"en passant" su argomenti che forse meritano un goccio di attenzione in più forse. E riguardo ai genitori il tema è davvero grosso e non mi stupisce davvero che invece molti di loro scelgano per "vezzo" e altre linee con minore consapevolezza (da 20 anni lavoro con genitori e in effetti la varietà di episodi e situazioni che incontro mi sconcertano).

Anche nel senso di pertinenza dei soldi sono d'accordo, pensavo di riferirmi più al fatto della spese giudicate da molti sciocchezze o investimenti da "malati di mente".
Rispetto alle valutazioni etiche credo che la questione sia davvero complessa pur condividendo parte del tuo pensiero: provo ad immaginare un contesto nel quale una clinica privata valuta la possibilità di assecondare la richiesta di un uomo che vuole diventare gatto... o di altro cambiamento consistente che richiede dunque un investimento notevole di soldi. Sinceramente faccio un po' fatica ad immaginarmi come potrebbe negare il proprio consenso se non offrendo ad altri di operare in tal senso. Essendo completamente assente il sistema socio sanitario pubblico in merito a questo tipo di intervento (correggetemi se erro, mi riferisco all'Italia) il mercato privato è pressoché selvaggio. Fermare la pratica per legge? Da un punto di vista legale inoltre non mi pare che si possa in qualche modo operare per definire meglio una prassi di questo tipo finché non va a ledere il diretto interessato. Ma forse erro anche qui.E allora credo che ci troviamo di fronte appunto ad un'etica che tutto sommato mi pare essere quella dominante, che nel mio immaginario assume le forme della speculazione bieca ma che è legittimata (nostro malgrado anche, un po' dappertutto sul globo terrestre), assecondata, desiderata, quasi in ossequio venerata.
Quello su cui mi trovi in accordo pieno è che di certo rimangono "sogni" o "desideri", a prescindere dall'esito dell'intervento, che solo una minoranza della popolazione forse può permettersi.
Adesso vado a leggermi il post-umanesimo.
Grazie ancora

M.T. ha detto...

Se mai un giorno si arriverà a qualcosa del genere, c'è il rischio che sorga una nuova forma di razzismo.

Bruno ha detto...


Sì, insomma una nuova forma di qualcosa che c'è già, il possesso di qualcosa di invidiabile, ricercato proprio perché non tutti possono averlo...