martedì 17 gennaio 2017

The OA

Altro appuntamento con le serie TV. The OA è una serie comparsa su Netflix creando subito curiosità e sorpresa, soprattutto per la difficoltà di catalogarla. I creatori sono due stelle emergenti del cinema indipendente: la statunitense Brit Marling, attrice e produttrice, e Zal Batmanglij, regista francese di origine iraniana. Brit Marling è una ragazza di buona o ottima famiglia che di punto in bianco ha deciso di mollare gli studi (finanza) e fare l'attrice, e poi di creare le proprie storie; Zal, regista, è suo collaboratore da tempo.



La storia si snoda attorno alle vicende incredibili di Prairie Johnson, interpretata dalla Marling, una ragazza che ricompare anni dopo essere scomparsa. Prairie era cieca ma adesso può vedere, non sembra particolarmente sconvolta da quello che le è accaduto però non ne parla, e fa delle cose strane. Mentre tutti si chiedono se sia rimasta traumatizzata dall'esperienza del sequestro o se stia impazzendo, lei sembra perseguire con razionalità un obiettivo che nessuno capisce. Raduna un gruppo di personaggi assai diversi fra loro, disposti a seguire la sua storia, e si incontra periodicamente con loro in una casa mai finita di costruire, iniziando la sua narrazione.

In effetti dietro a questo c'è una premessa piuttosto sinistra della storia, di cui avevo sentito dire qualcosa ma che è difficile da comprendere se non si guarda la serie. Proverò a spiegare qualcosa, avvertendo che ci sono delle anticipazioni della trama a partire dal paragrafo che segue, e che se dovete ancora vederla, il fatto di non sapere di cosa si stia parlando costituisce molto del piacere di seguire questa vicenda, almeno all'inizio.



Prairie, che è la figlia di un magnate russo fatto fuori da avversari mafiosi, trasferita negli USA per proteggerla, ha avuto una esperienza di "quasi-morte" durante l'infanzia. Ha la sfortuna, quando più tardi è una bambina adottata, di essere rapita da uno studioso ossessionato dall'argomento, Hap (Jason Isaacs, che è stato nei film di Harry Potter). Hap ha costruito un covo-laboratorio dove tiene alcuni soggetti, alcune cavie su cui ripete sperimentalmente l'esperienza di quasi-morte cercando di capire cosa si sperimenta in quei momenti, e se eventualmente ci possono essere ricadute interessanti.

Per quanto siano storditi da un gas che li rende obbedienti e impedisce loro di ricordare, i prigionieri si rendono conto di essere periodicamente "uccisi" e resuscitati da Hap, che usa uno strano marchingegno a metà tra il sadomaso e la restrizione da manicomio per annegarli in una situazione controllata. Nella loro esperienza extracorporea essi incontrano uno strano essere che dà loro degli insegnamenti (cerco di farla breve), e imparano dei movimenti (una specie di danza rituale) che possono essere a chiave per arrivare a un'altra dimensione.



Ma procedendo negli esperimenti Hap si rende conto che alcuni dei prigionieri, tra cui Prairie e un ragazzo di nome Homer, hanno compreso l'importanza di quello che stanno imparando e potrebbero in effetti usarlo come mezzo di fuga una volta che anche l'ultimo elemento di questa danza, il "quinto movimento," sarà svelato, il che avverrà in circostanze drammatiche.


Abbandonata prima di poter volgere lo studio del rapitore a proprio vantaggio, Prairie vuole ritrovare i compagni di sventura (tra cui Homer, che ama) e avere dei nuovi collaboratori per ricreare i "movimenti." Per questo raduna il gruppo di amici a cui racconta la propria storia. Nel finale... riesce a raggiungere un'altra dimensione? Non si sa, c'è addirittura un indizio che fa sospettare che Prairie abbia inventato tutto. Comunque la serie potrebbe continuare (mi pare che non ci sia ancora il semaforo verde, ma c'è la storia da raccontare). E come al solito i produttori ci promettono che tutte le tessere alla fine andranno a posto.

La cosa migliore di questa serie è la maestria nel creare curiosità nell'ascoltatore, questo senza ombra di dubbio. La faccenda parte da elementi che sono incomprensibili e con una protagonista che non racconta la propria storia alla polizia e alla famiglia, e sembra avere un buon motivo per farlo. Con la storia della danza dei movimenti e delle entità che danno i loro insegnamenti, in alcuni momenti si sprofonda nella vaccata new age, e la faccenda della danza mi fa veramente sentire male per gli attori che hanno dovuto recitarla, ma questo non toglie che la serie nel suo insieme sia assolutamente originale.

Quindi, in un periodo in cui si ricalca solo il già visto e non si trova quasi mai il coraggio per proporre qualcosa di nuovo allo spettatore, sarebbe stupido voler vedere solo gli elementi negativi o più deboli di questa serie per sminuirla. Quindi proviamo a vedere quelli positivi nel parto delle menti di Brit e Zal.

La maniera in cui è raccontata la storia è per me un punto di forza e non di debolezza. Certamente le aspettative, come succede in questi casi, possono essere portate a un livello tale che il disvelamento della trama deluda un po', ma il lavoro fatto in The OA è eccezionale.


L'importanza del raccontare (ai nuovi amici) quello che è successo, l'importanza per ciascuno di essi di relazionarsi con la propria storia personale e le proprie difficoltà possono richiamare temi ripetuti mille volte ma qui c'è la capacità di ravvivarli con una prospettiva originale. Tra le persone che Prairie raduna per narrare la propria avventura ce ne sono alcune che non sono molto interessanti (tra cui il consueto omaggio alla comunità LGBT) ma due mi hanno incuriosito. Viene raccontata la realtà interiore di un bullo, un personaggio che fa cose odiose e, riducendo al minimo i piagnistei di rito, c'è un tentativo serio di farcelo capire. E uno dei personaggi è una insegnante di mezza età, grassa, triste, una nullità di solito trapsarente per i riflettori hollywoodiani, ma che sarà in grado di grandi slanci di umanità e generosità.

L'aspirazione di ritrovare un "paradiso perduto" di felicità e innocenza è anch'essa un tema non certo mai sentito, ma in The OA ripescato in maniera insolita.

Infine, non sempre capita una serie televisiva che non tema di affrontare una trama complessa e ambigua. Per tutti questi motivi The OA è da applaudire, per quanto il risultato finale non sia al livello delle premesse iniziali.


4 commenti:

Michele Borgogni ha detto...

Sicuramente è una serie da seguire, di livello notevole. In giro ne ho letto mirabilie... io sono un po' più prudente, la preponderante parte mistica non mi ha conquistato, e in più di un momento ho sentito puzza di puttanata alla Lost. Sono comunque curioso di vedere come continuerà!

Bruno ha detto...

In pratica è più o meno quello che ho scritto io... ma giusto che tiriamo in ballo Lost, anche The OA a volte sa di vaccata new age, ma allo stesso tempo è un piccolo capolavoro su come si costruisce l'aspettativa e il fascino legati a una situazione, allo stesso modo di Lost...

torreditanabrus ha detto...

Ho finito di vederla questa sera, io francamente sono rimasto soddisfatto dal finale.
Alla fine il punto di forza della storia, come dici, è la costruzione, il modo in cui viene raccontato il passato (vero? finto? frutto di un trauma?) di Praire.

E ho apprezzato molto i due personaggi che sottolinei nel finale, sopratutto il bullo che nei primi episodi reputavo al di là di ogni possibile redenzione (e che per me completa il suo percorso di maturazione nella doccia).

La serie mi era parsa un po' fiacca nella parte centrale, intorno al quarto episodio, quando la buttava sul metafisico\new age e minacciava di pestare pesantemente in quella direzione.
Poi dopo ha virato più sul fantascientifico, come confermato dal dialogo tra i dottori, per chiudere (per me) in bellezza con il grande dubbio su quale sia la verità.
E per me potrebbero anche finirla qui la serie, ho idea che proseguirla in qualunque modo cercando di spiegare in un senso o nell'altro rovinerebbe solamente l'effetto creato.



(Certo che quando nella scena finale i quattro si schierano davanti ai compagni per fare i movimenti, mi sono sentito anche io male per loro... sembrava un misto tra un flash mob e dei cosplayer che imitassero le mosse della squadra Genius o di Naruto :D )

Bruno ha detto...


Trovo notevole il fatto che la storia potrebbe in qualche modo "autoconcludersi" alla prima serie, anche se certamente con un finale aperto e misterioso, come anche aprirsi a una narrazione molto più complessa.

E, come già ho detto, le atmosfere che i produttori e gli attori hanno creato.
Io spero comunque che The OA abbia un seguito.