sabato 30 gennaio 2010

Love my rifle more than you *

Questo libro (edito da Phoenix e disponibile solo in inglese, per quanto ne so) parla dell'esperienza sotto le armi di una donna soldato USA (l'autrice Kayla Williams) che ha vissuto l'esperienza dell'invasione in Iraq.
Cosa c'entra con il blog? C'entra in maniera relativa in effetti, ma poiché mi sono occupato in passato della figura della donna combattente e della sua rappresentazione nella realtà e nella letteratura fantastica non lo ritengo completamente off-topic: ho continuato a cercare contenuti che potessero permettermi di ampliare quella ricerca. Il tutto con l'ovvio limite che non è che non abbia niente altro da fare nella vita.
Può essere spunto di riflessione per chi, quando legge fantasy o fantascienza, vede la questione risolta in maniera assolutamente non problematica (ad esempio: I Pirati dell'Oceano Rosso) o non realistica (tutti i libri dove una ragazzina esile con gli occhioni tipo manga prende un'arma e ammazza orde di guerrieri) e se ne ritrova insoddisfatto.

L'autrice parla di se stessa al di là di quello che sarebbe strettamente necessario per l'argomento, quindi la seguiamo attraverso la crescita in una famiglia presto divorziata, un'adolescenza abbastanza disastrata (per i nostri standard più tradizionalisti, almeno) e la decisione di arruolarsi dopo aver perso il lavoro, fattore che da quelle parti sbatte la gente a terra molto più rapidamente che da noi. Quando inizia il conflitto in Iraq la nostra eroina si trova nella 101ma divisione aerotrasportata (unità che si lanciò sulla Normandia e su Arnhem nella Seconda Guerra Mondiale, e prese parte a un sacco di conflitti nel dopoguerra prima dell'attuale) e partecipa come interprete (non esattamente il suo ruolo, ma le hanno fatto studiare l'arabo e la prima necessità diventa avere sul campo qualcuno che lo parli).

Non ci sono occasioni in cui prende parte a combattimenti (sparando con la sua arma, e cose di questo tipo). Ma ha un sacco di cose da dire riguardo all'esercito: nella maggior parte dei casi sono assai critiche ma non del tutto insensate. E ha da dire sulle persone con cui si trova a lavorare insieme. Non mi ha sorpreso il fatto che le superiori donne sono le persone con cui il rapporto si rivela particolarmente disastroso (dico così perché nella mia esperienza personale il "capo donna" risulta spesso indigesto più alle altre donne che agli uomini). Sul fatto di essere donna in un esercito composto per l'85% da uomini la nostra autrice ha però parecchio da dire.

Zoccola. La sola altra possibilità è stronza. Se sei donna e soldato, queste sono le uniche scelte che hai... il 15% dell'esercito che è di sesso femminile deve ancora uscire da quel vecchio modo di dire: "Che differenza c'è tra una stronza e una zoccola? Una zoccola va a letto con tutti, una stronza va con tutti tranne che con te"


Se quindi pensate che non ci siano certe problematiche nell'esercito più moderno, nato dalla nazione per molti aspetti più avanzata del mondo, avete sbagliato. Kayla dice chiaramente che essere una donna in un teatro di guerra equivale a essere una merce desiderabile che si trova in scarsa quantità. Questo ovviamente crea un richiamo, un fascino nell'essere donna soldato, perché dà facilmente la tentazione di sentirsi speciali. Si mescola piuttosto male con il cameratismo dei soldati, però.

L'autrice si trova a passare parecchio tempo con una certa unità militare, e riesce a fraternizzare con questi soldati che estendono a lei il turpiloquio in uso normalmente fra loro, e arrivano a considerarla "una del gruppo" quando lei si presta a ridere e scherzare, a comportarsi un po' come loro. La famosa tentazione di essere "just one of the boys". Ovviamente l'incidente in cui uno dei soldati "ci prova" in maniera decisamente poco ortodossa non tarda ad avvenire e Kayla si trova obbligata a prendere le distanze e ad assumere il ruolo della "stronza" che non lascia spiragli di confidenza.

D'altra parte Kayla è lei stessa la prima, quando si rapporta con altre donne, a giudicarle per l'aspetto fisico e a notare per prima cosa se sono carine o no. Il suo modo di vedere non è femminista. Cerca una sua dignità e trova imbarazzante il comportamento delle donne soldato che si comportano come se fossero sempre bisognose di aiuto o ne approfittano per l'attrattiva che esercitano sui soldati maschi o non cercano di essere competenti nel lavoro di cui si occupano. La sensazione fondamentale che si trae dal libro è di un disagio che non può trovare una facile soluzione. Anche perché, operando in un paese musulmano, da parte dei civili stessi non è semplice rapportarsi con lei (per quanto l'esperienza nel libro sembra soprattutto positiva).

Interessante notare che Kayla viene usata in un interrogatorio per cercare di spezzare un prigioniero arabo, facendolo comparire nudo di fronte a lei che è incaricata di umiliarlo (dirgli che "ce l'ha piccolo" e cose simili). Cerca di farlo, senza molta convinzione, ma poi evita di ritrovarsi in altre situazioni simili. Particolare che farà riflettere chi pensasse che ad Abu Ghraib fossero successi degli episodi isolati.

Questo il resoconto di una donna che ha cercato di fare il soldato senza pretendere favori particolari e sforzandosi di meritare qualcosa per il suo lavoro (almeno, questo è ciò che dice di sé). Il fatto di essere donna non può essere separato praticamente mai dalla sua esperienza. Il fantastico può immaginare mondi differenti, ma a mio parere le premesse di queste differenze devono sempre essere sensate: sfuggire alla realtà sì, ma come?


* il titolo riprende una marcia militare, di quelle che servono a tenere il passo, provo a tradurla: Cindy, Cindy, Cindy Lou/ amo il mio fucile più di te/ eri la mia reginetta di bellezza/ ora amo il mio M16

4 commenti:

Carraronan ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Carraronan ha detto...

Mi ero dimenticato un pezzetto nel commento prima. Lo rimetto con l'aggiunta e levo il precedente.

Cito:
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Interessante notare che Kayla viene usata in un interrogatorio per cercare di spezzare un prigioniero arabo, facendolo comparire nudo di fronte a lei che è incaricata di umiliarlo (dirgli che "ce l'ha piccolo" e cose simili).
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È pratica normalissima negli interrogatori militari, perlomeno nei paesi anglosassoni. Arabi o non arabi, non importa. Ne parla anche il britannico Andy McNab, molti anni prima della seconda guerra del golfo (e vari anni prima anche di Desert Storm), quando viene sottoposto a privazioni e torture "moderate" (per quanto dolorose le posizioni da assumere, sapeva benissimo che non avrebbe mai rischiato la vita o subito mutilazioni... e sapeva che anche i suoi aguzzini si stavano "addestrando" proprio come lui) nel corso di una delle fasi dell'addestramento/selezione SAS.

Il libro della Williams sembra molto interessante. Me lo procurerò.

Hai letto anche "Ammazzare il tempo in Iraq" di Buzzell Colby? Bel libro, con uno spaccato molto deprimente dei militari americani che son lì dentro la divisa perché è un lavoro come un altro (soldato, inserimento dati, impiegato in un fast food... stessa motivazione per farlo: lo stipendio e basta, il resto chissenefrega).
"Legionario" di Tony Sloane invece è una mezza porcheria (e comunque non parla di Iraq), ma si gode qualche spaccato del razzismo che caratterizza il mondo militare francese e in particolare la Legione: i nazisti sembrano dei moderati, al confronto.

Bruno ha detto...

Non ho dubbi che in guerra gli interrogatori possano essere molto duri. Quello che mi da fastidio è che ci siano nazioni che propongono di sé una versione buona e moderata "coi guanti bianchi" mentre i loro avversari finiscono immancabilmente nella categoria dei mostri. Certamente Saddam non era un angioletto, non lo erano i suoi figli, non lo era Hitler e non lo erano i Vietcong (né la leadership del Vietnam del Nord), eccetera. Ma io questa cosa degli americani buoni me la bevo decisamente poco.
L'interrogatorio cui prese parte la Williams era su un personaggio decisamente di nessuna importanza e se ne rendeva conto lei stessa. Avrei accettato di più se certi comportamenti fossero stati tenuti in casi speciali contro persone chiave dell'insorgenza Irachena. Il fatto che queste sofferenze siano state inflitte a gente finita nell'ingranaggio per caso è davvero inquietante e va sempre denunciato.

Non ho letto i libri che indichi, Carraronan, anche se so che sull'esercito USA è diffusa ormai l'opinione che sia una fonte di welfare in uniforme come del resto è anche l'esercito italiano dopo l'abolizione della leva obbligatoria (leva che ho avuto il dubbio piacere di sperimentare in un anno di inutili rotture di palle). Eserciti dove (a parte qualche specialista) va giusto chi è troppo scarso per cavarsela in un altro modo. Soldati che non si possono far morire per non danneggiare l'immagine dei politici. Non mi stupisco che nelle guerre dell'occidente siano ricomparsi i mercenari sotto forma di contractors di compagnie private.

Quanto alle letture per chi fosse interessato: io trovo il libro della Williams interessante perché scritto senza una visione femminista e senza peli sulla lingua quando si devono portare i nodi al pettine, però è l'opinione di una persona sola. Più rivendicativo, ma sicuramente con il vantaggio che prendono la parola diverse donne, The Lonely Soldier: The Private War of Women Serving in Iraq di Helen Bendict. Storie di donne che hanno subito dei torti e che non sono riuscite a farsi ascoltare, ricevendo così l'impressione che il primo nemico fosse proprio il sistema di cui erano parte.
Spero di trovare il tempo di leggerlo.

alladr ha detto...

sì, il libro senbra molto interessante e questa decisamente una di quelle recensioni utili che mi fanno piacere la rete.
grazie.