mercoledì 18 dicembre 2013

The Road

Questo The Road con Viggo Mortensen l'avevo saltato perché di catastrofismo ce n'è tanto in giro e ho bisogno di diluirlo un po', ma visto che è tratto da un libro premiato e di successo (e dal titolo omonimo; scritto da Cormac McCarthy) e che il protagonista è un attore che apprezzo, l'ho recuperato.
Siamo nel mondo del dopobomba, sembrerebbe, c'è qualcosa di simile a un (leggero, ma nemmeno tanto) inverno nucleare, ma la storia non lo specifica. Non ci sono quasi più animali, non ci sono coltivazioni, gli alberi muoiono lentamente sotto un cielo plumbeo che nasconde sempre il sole, e la mancanza di cibo ha portato l'umanità al cannibalismo su larga scala. Apocalisse quindi senza speranza, recupero, redenzione, niente di niente. Uno dei temi infatti è l'inutilità di portare avanti una difficile sopravvivenza se non c'è nessun futuro davanti. Un altro, la necessità di essere armati, e di tenere un proiettile per sé nel caso in cui si incontri una banda di cannibali, per non farsi prendere vivi. Al protagonista infatti all'inizio della storia resta una pallottola per sé e una per il figlio, a cui insegna come spararsi in bocca. Insomma, una storia cupa che non fa sconti.

Il protagonista (non sappiamo i nomi di nessun personaggio) viaggia verso sud con il figlio. Spera di raggiungere luoghi dove faccia meno freddo. Sappiamo da vari flashback che ha avuto una moglie, è nato un bambino, la famiglia ha resistito finché possibile in una casa, ma alla fine la disperazione e la follia hanno portato lei a lasciare figlio e marito, per abbandonarsi al destino e andare verso morte sicura.

lunedì 16 dicembre 2013

Segnalazione

Per chi volesse dare un'occhiata, ecco il link a una intervista a Cristina Donati, che poi è stata la mia editor per Nove Guerrieri.

domenica 15 dicembre 2013

Ispirazioni e opportunità nello scrivere

Devi tener conto di diverse esigenze se decidi di scrivere. Innanzitutto, a parte i rari ma non impossibili artisti geniali, spenderai una grande quantità di tempo prima di arrivare a uno stile decente e comprensibile; io penso di esserci più o meno arrivato, ma mi ero illuso di essere bravo anche quando evidentemente (posso dire in retrospettiva) non lo ero per niente.
Dopo aver deciso di sacrificare un sacco di tempo per migliorarti (a scapito di altre attività, anche di questo va tenuto conto), devi decidere se intendi guadagnarci sopra per vivere o no, e questa per me è stata una decisione facile (decisione per il no, visto che è decisamente difficile arrivare in una posizione tale da fare dello scrivere il proprio mestiere, e se decidi di provarci non scriverai probabilmente mai più quello che vuoi scrivere, senza del resto avere la garanzia di farcela).

giovedì 12 dicembre 2013

Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

Mi sono recato un po' di malavoglia a vedere questo secondo capitolo dell'Hobbit di Peter Jackson.
Non mi aspettavo niente di particolarmente valido da The Hobbit - La desolazione di Smaug, perché fin dal primo film della trilogia del Signore degli Anelli, che mi era abbastanza piaciuto, avevo visto i primi sintomi della caduta verso la banalizzazione della storia e la commercializzazione più bieca, in una progressione lineare che aveva reso inguardabili certe sequenze del Ritorno del Re e noiosissime certe fasi del primo film Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato.
A dire il vero questa caduta libera non si è interrotta dal punto di vista della fedeltà all'opera originale, perché ci sono pesantissime licenze artistiche, ma il secondo Hobbit è meno noioso del primo, più ricco di azione e di personaggi.
Compaiono in massa gli umani e gli elfi (e ritorna Orlando Bloom), abbiamo la presentazione del personaggio di Tauriel (Evangeline Lilly) che ha scandalizzato il pubblico più purista perché destinata alla storia d'amore con un nano. Chissà se Tolkien avrebbe apprezzato. Se Arwen e Aragorn si sono sposati, e se Legolas ha potuto legarsi in amicizia con Gimli, in fondo la possibilità di un amore tra un nano e un'elfa non è poi così oscena. Ma sono mie illazioni.

lunedì 9 dicembre 2013

Amerigo

Sognavate un gioco in cui andate a esplorare isole misteriose e poi le riempite di casette prefabbricate? Con Amerigo potete farlo! Il boardgame, creato da Stefan Feld per la Queen Games, è una delle recenti uscite ludiche della manifestazione di Essen, la più importante d'Europa per il settore. Il gioco è un misto di esplorazione navale, costruzione (con conseguente controllo del territorio) e commercio, insomma un economico con molti aspetti. Ho avuto la possibilità di giocare una sola partitella, che mi ha lasciato impressioni contrastanti.

Una delle caratteristiche del gioco è la "torre" in cui si buttano i cubetti, e da cui esce il responso. Ovvero: il tipo di fasi, e quanto intense, a disposizione dei giocatori. Questa torre (che potete ammirare nell'immagine che ho preso a prestito dal sito Boardgamegeek) è una costante dei giochi della Queen Games, io personalmente l'ho trovata poco spettacolare e il suo effetto facilmente simulabile in cento altri modi: cosa cavolo c'è di così particolare nell'attrezzo? boh. A dire il vero è bruttina anche la mappa, che è modulare e componibile (le caselle del bordo esterno sono molto più grandi così i giocatori possono "circumnavigare" facilmente la mappa in cerca delle risorse che desiderano).

Il tutto a dire il vero non è che sia poi così male, è il gioco che mi è parso, mi si perdoni, leggerino, un po' già visto e senza grande originalità. Bisogna navigare con un paio di caravelle, sbarcare, impadronirsi dei porti, acquistare i tasselli delle abitazioni e in seguito disporli sul terreno. Facendo questo si raggiungono le risorse economiche, i classici beni coloniali (caffè, cotone ecc...), di cui si fa incetta.
Non c'è solo questo: esiste la possibilità di "sviluppare" la tecnologia, che dà un certo numero di bonus (fatto questo all'inizio, si ha un vantaggio sostanziale per tutta la partita, ed è quello che ha scoperto il vincitore del match cui ho partecipato). Si deve anche sviluppare la produzione, che è un moltiplicatore delle risorse che trovate sul terreno, come ho detto prima.
Ci sono premi per chi termina di coprire un'isola con le costruzioni, vantaggi ad acquisire più approdi possibile e in generale una vivace interazione non militare: ci si limita a soffiare agli altri le possibilità che il gioco offre per fare punti vittoria.
Esiste anche, in astratto, la minaccia dei pirati, però per farvi fronte bisogna impostare una politica difensiva piuttosto costosa e ho anche visto chi sceglie di farne completamente a meno.

In definitiva una somma di azioni di diverso tipo si bilancia in una corsa alla vittoria finale dove sarà importante sviluppare un qualcosa di più efficiente degli altri giocatori, un "meccanismo" che funzioni per la propria fazione come fabbrica di punti vittoria capace di distaccare la concorrenza.

Punti negativi, la brevità imposta al gioco, che da una parte potrebbe essere una benedizione ma dall'altra impedisce di pianificare a lungo termine, una certa ovvietà delle azioni disponibili (ma magari mi sbaglio...) e anche la benedetta torre dei cubetti, che spesso rende possibili delle scelte tattiche diverse da quello che la fase corrente imporrebbe, a seconda di cosa esce fuori dalla gettata dei cubi colorati: sarebbe un'ottima cosa, il brutto è che molto rapidamente ci si rende conto di quello che è meglio lasciar perdere e di quello che conviene invece scegliere di fare.
Morale: elementi interessanti ma gioco volutamente un po' leggerino. Potrebbe andare bene per chi ha scoperto il mondo dei boardgame e vuole gradualmente avvicinarsi ai giochi di maggiore complessità.



sabato 7 dicembre 2013

Self Publishing, visioni contrapposte

Da un mesetto o poco più il Gruppo Mondadori ha creato un portale, Scrivo.me, dedicato all'autopubblicazione: ho avuto occasione di darci un'occhiata e riferire su Fantasy Magazine le mie impressioni, tra luci e ombre. Questa iniziativa mi ha lasciato un po' incerto (perché una grande casa editrice dovrebbe dare indicazioni per l'autopubblicazione?) ma ho visto come positivo l'atteggiamento amichevole verso gli autopubblicati.
Anzi, visto che veniva dal campo Mondadori un segnale di pace, ho creduto che significasse una tregua nell'ennesima guerriglia degli Italiani che si dividono su tutto. Invece no.