Sarò breve visto che mi ritrovo azzoppato e posso stare pochi minuti in posizione eretta (o seduta).
L'Associazione dei telespettatori cattolici ha lanciato i suoi strali contro RAI4 per la decisione di mandare in onda il Trono di Spade, la brutta serie TV tratta dai brutti romanzi di George Martin (parere personalissimo mio).
La AIART reputa volgare e pornografico il programma (vedi le motivazioni più in esteso qui). Il sottoscritto, che non ama Game of Thrones, non ama particolarmente le associazioni legate ai valori cattolici e non ama la RAI, aveva già scritto come la pensa sugli spettacoli violenti o comunque controversi, e sulla loro influenza sulle persone.
Secondo il mio punto di vista, per quanto la AIART non abbia neppure tutti i torti sullo spettacolo televisivo tratto dai romanzi di Martin, o si fa un discorso generale su quello che non si deve vedere in TV (non parlo solo del nudo o della violenza ma anche del cattivo gusto e dell'idiozia, roba che oggi coinvolge praticamente l'intero palinsesto) o è inutile attaccare un programma che non è peggio di tanti altri.
Chissà come mai che si tratti di Harry Potter, dei Vampirotti ridicoli di oggi, o perfino del profondissimo Signore degli Anelli, c'è sempre qualche cattolico che va all'attacco del fantastico. Ma che noia, ragazzi.
venerdì 10 maggio 2013
martedì 7 maggio 2013
Comunicazione di servizio
Causa infortunio del blogger, queste pagine non saranno aggiornate per due settimane.
Saluti.
Saluti.
lunedì 6 maggio 2013
The Age of Zeus
Una poliziotta, Samantha, riceve un misterioso invito e si reca in un luogo piuttosto remoto dove incontra altri invitati, un folto gruppo, tutti convocati senza sapere esattamente da chi e perché.
Nell'invito vi è un accenno alla possibilità di rimettere a posto una faccenda che sta a cuore, perciò è naturale chiedersi cos'è che sta a cuore a tutte queste persone che non si conoscono fra loro. Parlandone riescono rapidamente a concludere che hanno qualcosa in comune: tutti nutrono un motivato rancore per qualche torto o perdita inflitta dagli dèi dell'Olimpo, che alcuni anni prima si sono impadroniti del mondo instaurando una specie di supervisione accettata dai vari governi.
Questo l'inizio di The Age of Zeus scritto dal britannico James Lovegrove, che per la Solaris ha pubblicato anche The Age of Ra, The Age of Odin, Age of Aztec e altri libri autoconclusivi che hanno in comune temi di fantascienza militare.
The Age of Zeus (che ho letto in inglese) offre un'ambientazione dove la Terra ha finalmente un governo unitario: sono sbucati da non si sa dove gli dèi dell'antica Grecia (Zeus, Afrodite, Atena, Ares e via dicendo...) e con sfoggio di enormi poteri hanno rapidamente dimostrato ai militari di tutto il mondo la propria invincibilità. Se siano davvero divinità, e da dove vengano i loro poteri, è un mistero: di fatto sembrano ben convinti di essere dèi e si sono costruiti (anzi, si sono fatti costruire) una grande fortezza in Grecia sul Monte Olimpo, e da lì tengono d'occhio il mondo aiutati da alcuni mostri e creature mitologiche (il Minotauro, la Lamia, la Chimera e via dicendo) che pattugliano certe aree.
Il potere degli dèi olimpici non è necessariamente maligno in quanto sembra voler finalmente metter fine a tante guerre, crisi e cattivo utilizzo delle risorse del mondo, ma la politica nei confronti di chi si oppone è brutale: dove si manifestano dei ribelli essi vengono schiacciati, e se necessario vengono messe in atto rappresaglie spietate e prolungate nel tempo, che colpiscono la popolazione indistintamente. Queste imprese crudeli e avventate hanno provocato risentimento in tante persone, tra cui coloro che hanno ricevuto il misterioso invito.
Un libro che parte quindi da una premessa sorprendente: inizialmente mi è sembrato in bilico tra il fantastico e la fantascienza. Meno sorprendenti, anzi forse un po' ritrite, sono le schermaglie d'apertura. Dopo aver scoperto che sono stati riuniti per la caratteristica comune di odiare i nuovi dèi, i protagonisti del libro vengono arruolati (tranne uno che si rifiuta) per sterminare le malvagie divinità, e addestrati a usare delle armature potenziate che ricordano un po' Fanteria dello Spazio di Heinlein o le tute di Iron Man (però sono meno fantascientifiche e non volano); chi mette a disposizione tanto ben di Dio militare è un certo Landesman, un industriale ricco e geniale desideroso di combattere questa battaglia di libertà, insomma una specie di Tony Stark (l'uomo dentro la tuta di Iron Man) guerrafondaio per una causa giusta. Gli eroi che combatteranno Zeus e soci si danno il nome di Titani, preso dal mito, per chiamarsi come i leggendari sfidanti degli dèi dell'Olimpo. La protagonista Samantha (il cui nome è generalmente abbreviato in Sam) inizia così a prepararsi alla battaglia e riesce a mettersi in luce durante l'addestramento, tanto da prendere il comando del drappello che inizia le danze attaccando una delle creature minori della mitologia olimpica.
Seguono circa 300 pagine, ahimé, di azioni militari piuttosto ripetitive intervallate da questioni personali dei Titani (alcuni sono descritti in maniera ben dettagliata sia pure con lo stereotipo sempre in agguato, la maggior parte è sullo sfondo o poco più). All'inizio l'attacco si rivolge contro certe bestiacce mitologiche la cui eliminazione non preoccupa Zeus, ma al reiterarsi degli attacchi il dio comincia a preoccuparsi (notare che Zeus è un personaggio che compare in televisione, viene intervistato, ecc...). C'è anche qualche cenno di nervosismo da parte dei governi, qualcuno forse vorrebbe scuotersi di dosso gli dèi olimpici. Nelle azioni dei Titani non trovo realistico il fatto che, in un'epoca di intercettazioni radio, con satelliti che visualizzano anche i titoli del giornale che un tizio legge per strada, ecc... un gruppo di persone dotate di mezzi militari abbastanza pesanti possa apparire e scomparire, anche da affollate aree urbane, senza che nessuno li segua, ne tracci i movimenti, l'origine dei segnali radio che li coordinano dalla base, eccetera. In tutto il mondo (un mondo controllato da governi spesso lacerati da dubbi, ma in genere fedeli a Zeus e compagni) sembra che il gruppo dei Titani possa sempre agire senza essere smascherato. E va be', ho continuato a leggere sperando in un colpo di scena. A metà del libro un disvelamento fa sperare in qualcosa di interessante. E quando arriva la rivelazione verso il finale la delusione è feroce, per quanto mi riguarda. La spiegazione sulla natura di queste divinità e sui loro poteri è quanto di più irrealistico e loffio si potesse prevedere (Volete saperne di più? Chiedete e sarete spoilerati).
Segue finale col botto, ma è meglio non anticipare.
Giudizio finale: l'autore conosce "il mestiere," sa suscitare la curiosità e c'è tanta azione per chi la vuole (da ex giocatore di wargames, mi permetto di pensare che spesso ci sia poco realismo). La storia è però terribilmente debole, con oltre 600 pagine laddove 400 forse sarebbero già state troppe. Lovegrove non sembra preoccuparsi di far accadere cose estremamente incongrue anche per un libro di fantascienza, e le giustifica in maniera zoppa o non le giustifica per niente. Il lettore è avvisato.
Nell'invito vi è un accenno alla possibilità di rimettere a posto una faccenda che sta a cuore, perciò è naturale chiedersi cos'è che sta a cuore a tutte queste persone che non si conoscono fra loro. Parlandone riescono rapidamente a concludere che hanno qualcosa in comune: tutti nutrono un motivato rancore per qualche torto o perdita inflitta dagli dèi dell'Olimpo, che alcuni anni prima si sono impadroniti del mondo instaurando una specie di supervisione accettata dai vari governi.
Questo l'inizio di The Age of Zeus scritto dal britannico James Lovegrove, che per la Solaris ha pubblicato anche The Age of Ra, The Age of Odin, Age of Aztec e altri libri autoconclusivi che hanno in comune temi di fantascienza militare.
The Age of Zeus (che ho letto in inglese) offre un'ambientazione dove la Terra ha finalmente un governo unitario: sono sbucati da non si sa dove gli dèi dell'antica Grecia (Zeus, Afrodite, Atena, Ares e via dicendo...) e con sfoggio di enormi poteri hanno rapidamente dimostrato ai militari di tutto il mondo la propria invincibilità. Se siano davvero divinità, e da dove vengano i loro poteri, è un mistero: di fatto sembrano ben convinti di essere dèi e si sono costruiti (anzi, si sono fatti costruire) una grande fortezza in Grecia sul Monte Olimpo, e da lì tengono d'occhio il mondo aiutati da alcuni mostri e creature mitologiche (il Minotauro, la Lamia, la Chimera e via dicendo) che pattugliano certe aree.
Il potere degli dèi olimpici non è necessariamente maligno in quanto sembra voler finalmente metter fine a tante guerre, crisi e cattivo utilizzo delle risorse del mondo, ma la politica nei confronti di chi si oppone è brutale: dove si manifestano dei ribelli essi vengono schiacciati, e se necessario vengono messe in atto rappresaglie spietate e prolungate nel tempo, che colpiscono la popolazione indistintamente. Queste imprese crudeli e avventate hanno provocato risentimento in tante persone, tra cui coloro che hanno ricevuto il misterioso invito.
Un libro che parte quindi da una premessa sorprendente: inizialmente mi è sembrato in bilico tra il fantastico e la fantascienza. Meno sorprendenti, anzi forse un po' ritrite, sono le schermaglie d'apertura. Dopo aver scoperto che sono stati riuniti per la caratteristica comune di odiare i nuovi dèi, i protagonisti del libro vengono arruolati (tranne uno che si rifiuta) per sterminare le malvagie divinità, e addestrati a usare delle armature potenziate che ricordano un po' Fanteria dello Spazio di Heinlein o le tute di Iron Man (però sono meno fantascientifiche e non volano); chi mette a disposizione tanto ben di Dio militare è un certo Landesman, un industriale ricco e geniale desideroso di combattere questa battaglia di libertà, insomma una specie di Tony Stark (l'uomo dentro la tuta di Iron Man) guerrafondaio per una causa giusta. Gli eroi che combatteranno Zeus e soci si danno il nome di Titani, preso dal mito, per chiamarsi come i leggendari sfidanti degli dèi dell'Olimpo. La protagonista Samantha (il cui nome è generalmente abbreviato in Sam) inizia così a prepararsi alla battaglia e riesce a mettersi in luce durante l'addestramento, tanto da prendere il comando del drappello che inizia le danze attaccando una delle creature minori della mitologia olimpica.
Seguono circa 300 pagine, ahimé, di azioni militari piuttosto ripetitive intervallate da questioni personali dei Titani (alcuni sono descritti in maniera ben dettagliata sia pure con lo stereotipo sempre in agguato, la maggior parte è sullo sfondo o poco più). All'inizio l'attacco si rivolge contro certe bestiacce mitologiche la cui eliminazione non preoccupa Zeus, ma al reiterarsi degli attacchi il dio comincia a preoccuparsi (notare che Zeus è un personaggio che compare in televisione, viene intervistato, ecc...). C'è anche qualche cenno di nervosismo da parte dei governi, qualcuno forse vorrebbe scuotersi di dosso gli dèi olimpici. Nelle azioni dei Titani non trovo realistico il fatto che, in un'epoca di intercettazioni radio, con satelliti che visualizzano anche i titoli del giornale che un tizio legge per strada, ecc... un gruppo di persone dotate di mezzi militari abbastanza pesanti possa apparire e scomparire, anche da affollate aree urbane, senza che nessuno li segua, ne tracci i movimenti, l'origine dei segnali radio che li coordinano dalla base, eccetera. In tutto il mondo (un mondo controllato da governi spesso lacerati da dubbi, ma in genere fedeli a Zeus e compagni) sembra che il gruppo dei Titani possa sempre agire senza essere smascherato. E va be', ho continuato a leggere sperando in un colpo di scena. A metà del libro un disvelamento fa sperare in qualcosa di interessante. E quando arriva la rivelazione verso il finale la delusione è feroce, per quanto mi riguarda. La spiegazione sulla natura di queste divinità e sui loro poteri è quanto di più irrealistico e loffio si potesse prevedere (Volete saperne di più? Chiedete e sarete spoilerati).
Segue finale col botto, ma è meglio non anticipare.
Giudizio finale: l'autore conosce "il mestiere," sa suscitare la curiosità e c'è tanta azione per chi la vuole (da ex giocatore di wargames, mi permetto di pensare che spesso ci sia poco realismo). La storia è però terribilmente debole, con oltre 600 pagine laddove 400 forse sarebbero già state troppe. Lovegrove non sembra preoccuparsi di far accadere cose estremamente incongrue anche per un libro di fantascienza, e le giustifica in maniera zoppa o non le giustifica per niente. Il lettore è avvisato.
venerdì 3 maggio 2013
Chi guadagna con la rivoluzione digitale
Alcune delle predizioni sullo stato dell'editoria si sono avverate o sembra che si stiano avverando. Due dei miei articoli scritti nel 2009 sono linkati qui così potete leggere e vedere se ci avevo azzeccato o meno. Per lo più quello che si legge di interessante (ovvero gli sviluppi che stanno già avvenendo) proviene dal mondo anglosassone, da noi i principali produttori e distributori (Mondadori, IBS...) si sono mossi giusto per non essere spiazzati ma il digitale è un mercato ancora micragnoso in un panorama editoriale assai scarno in generale. In altri paesi già le catene di librerie "cartacee" stanno chiudendo o ridimensionado il loro giro d'affari!
Alcune delle previsioni per il 2013 (tutta ancora da verificare) le trovate qui e qui. In inglese. Traduco qualcosa: Amazon venderà il kindle a... zero euro per accelerare la propria presa sul mercato digitale. Be', per ora non è successo. La crescita del mercato del libro digitale salirà ma comincerà a rallentare (insomma diventa un mercato "maturo" e questo si è già visto per la compravendita degli e-reader). Il marketing legato al libro digitale cambierà (non ci saranno i best seller del momento, da vendere adesso perché occupano adesso lo spazio delle librerie cartacee, ma verrà coltivato lo specifico gruppo di interesse e libro nuovo o vecchio sarà una distinzione meno importante.
Altre previsioni vogliono che il mercato diventi più affollato, competitivo e duro e con troppa roba da leggere per troppo pochi utenti (sono previsioni da anglosassoni, da noi era già così) e che ci sarà un momento di sviluppo delle piattaforme di autopubblicazione da parte di autori che faranno da sé piuttosto che stare a fare la fila in attesa che le case editrici li prendano in considerazione, cosa che le case, protette dalla barriera degli agenti letterari, hanno comunque poca voglia di fare. Publishers have built barriers - let's call them dams and dykes and parapets - to protect against the hoards of aspiring writers seeking publication. Publishers require writers to work through agents, who are charged with identifying titles publishers will want to publish. Many top-tier agents reject 5,000 authors for every author they sign on. Publishers still reject many of the agented books as well. Da noi praticamente è nullo o quasi anche il ruolo dell'agente, chi vuole pubblicare invia direttamente alle case editrici e spera nell'intervento divino. Gli autopubblicati insomma invaderanno il mondo, sperando che qualcuno si accorga di loro... il guaio è che sarà sempre più difficile farsi dare dei soldi decenti per i propri sforzi (perché? vedi sotto).
Alrtre profezie: la quantità di materiale gratuito costringerà tutti ad abbassare i prezzi. I tablet diverranno lo strumento principe per leggere i libri anche se gli schermi E-Ink (quelli degli ereader insomma) sono più adatti per la vista. Chi guadagnerà di più dal boom della nuova editoria non saranno gli scrittori ma quelli che offrono loro servizi (editing, marketing, eccetera).
Vedremo se queste previsioni si realizzeranno. Per tornare alla questione dei profitti per gli autori, c'è un altro articolo, sempre in inglese, che trovo interessante. Si parla di faccende statunitensi (era vietato importare la versione straniera di un romanzo - cartaceo - USA l'operazione è ora concessa, ed è redditizia per il pubblico e per il commerciante, ma su quei libri l'autore non prende royalties), ma una parte del discorso è applicabile in generale come trend. Lo scrittore non riuscirà a guadagnare in maniera decente, salvo pochissimi autori molto venduti. I diritti pagati per un ebook a quanto pare sono (negli USA) assai più bassi di quelli riconosciuti per un libro a copertina rigida. Nonostante i risparmi consentiti all'editore dalla produzione digitale, si fanno quindi ulteriori risparmi... sul pagamento destinato a chi ha scritto il lbro. Ed esistono ora meccanismi perversi per cui chi mette a disposizione un ebook piratato o un cartaceo scannerizzato, o anche solo alcune parti come fa Google Books - a seguito di una discussa iniziativa in cui dichiarava di non offendere alcuna legge perché non pubblica l'intero contenuto - guadagna tramite la pubblicità online, ma di questi guadagni agli autori non arriva nulla.
In altre parole nel mondo della pubblicazione libera (ma anche della pirateria libera, e sebbene io sia contro il DRM non si può negare che il problema esista) quello che rischia di perderci maggiormente è l'autore, ovvero chi fa il lavoro principale che giustifica l'esistenza di tutto il resto! In questo articolo del mio blog esponevo la frase di Ursula LeGuin sulle pressioni che riceve per scrivere romanzi più commerciali: Collaboro con dei buoni editor come sempre ha dichiarato la scrittrice parlando delle sue ultime pubblicazioni, ma ho subito sempre più pressioni per andare nella direzione di Harry Potter. E siccome scrivo un tipo di fantasy estremamente diverso da quello, non c'è stato verso, ho dovuto resistere. Ma vedete, è successo solo ultimamente, quando le pubblicazioni hanno cominciato a perdere il proprio senso d'orientamento e si sono fatte sempre più forti le pressioni delle grande imprese. Be', io mi ponevo e mi pongo ancora la domanda: se la LeGuin ha già un nome affermato potrebbe aggirare tutto quanto, autopubblicarsi e vedere se il pubblico è legato alla casa editrice o a lei. La domanda diventa: se l'autore non famoso è perso in una rissa dove difficilmente riesce a guadagnare qualcosa, e chi ha successo è strangolato dall'editoria trasformata in industria, quale scrittore può essere libero e guadagnare allo stesso tempo abbastanza per il suo lavoro? Se nessuno o quasi nessuno può, allora la rivoluzione digitale a chi giova?
Alcune delle previsioni per il 2013 (tutta ancora da verificare) le trovate qui e qui. In inglese. Traduco qualcosa: Amazon venderà il kindle a... zero euro per accelerare la propria presa sul mercato digitale. Be', per ora non è successo. La crescita del mercato del libro digitale salirà ma comincerà a rallentare (insomma diventa un mercato "maturo" e questo si è già visto per la compravendita degli e-reader). Il marketing legato al libro digitale cambierà (non ci saranno i best seller del momento, da vendere adesso perché occupano adesso lo spazio delle librerie cartacee, ma verrà coltivato lo specifico gruppo di interesse e libro nuovo o vecchio sarà una distinzione meno importante.
Altre previsioni vogliono che il mercato diventi più affollato, competitivo e duro e con troppa roba da leggere per troppo pochi utenti (sono previsioni da anglosassoni, da noi era già così) e che ci sarà un momento di sviluppo delle piattaforme di autopubblicazione da parte di autori che faranno da sé piuttosto che stare a fare la fila in attesa che le case editrici li prendano in considerazione, cosa che le case, protette dalla barriera degli agenti letterari, hanno comunque poca voglia di fare. Publishers have built barriers - let's call them dams and dykes and parapets - to protect against the hoards of aspiring writers seeking publication. Publishers require writers to work through agents, who are charged with identifying titles publishers will want to publish. Many top-tier agents reject 5,000 authors for every author they sign on. Publishers still reject many of the agented books as well. Da noi praticamente è nullo o quasi anche il ruolo dell'agente, chi vuole pubblicare invia direttamente alle case editrici e spera nell'intervento divino. Gli autopubblicati insomma invaderanno il mondo, sperando che qualcuno si accorga di loro... il guaio è che sarà sempre più difficile farsi dare dei soldi decenti per i propri sforzi (perché? vedi sotto).
Alrtre profezie: la quantità di materiale gratuito costringerà tutti ad abbassare i prezzi. I tablet diverranno lo strumento principe per leggere i libri anche se gli schermi E-Ink (quelli degli ereader insomma) sono più adatti per la vista. Chi guadagnerà di più dal boom della nuova editoria non saranno gli scrittori ma quelli che offrono loro servizi (editing, marketing, eccetera).
Vedremo se queste previsioni si realizzeranno. Per tornare alla questione dei profitti per gli autori, c'è un altro articolo, sempre in inglese, che trovo interessante. Si parla di faccende statunitensi (era vietato importare la versione straniera di un romanzo - cartaceo - USA l'operazione è ora concessa, ed è redditizia per il pubblico e per il commerciante, ma su quei libri l'autore non prende royalties), ma una parte del discorso è applicabile in generale come trend. Lo scrittore non riuscirà a guadagnare in maniera decente, salvo pochissimi autori molto venduti. I diritti pagati per un ebook a quanto pare sono (negli USA) assai più bassi di quelli riconosciuti per un libro a copertina rigida. Nonostante i risparmi consentiti all'editore dalla produzione digitale, si fanno quindi ulteriori risparmi... sul pagamento destinato a chi ha scritto il lbro. Ed esistono ora meccanismi perversi per cui chi mette a disposizione un ebook piratato o un cartaceo scannerizzato, o anche solo alcune parti come fa Google Books - a seguito di una discussa iniziativa in cui dichiarava di non offendere alcuna legge perché non pubblica l'intero contenuto - guadagna tramite la pubblicità online, ma di questi guadagni agli autori non arriva nulla.
In altre parole nel mondo della pubblicazione libera (ma anche della pirateria libera, e sebbene io sia contro il DRM non si può negare che il problema esista) quello che rischia di perderci maggiormente è l'autore, ovvero chi fa il lavoro principale che giustifica l'esistenza di tutto il resto! In questo articolo del mio blog esponevo la frase di Ursula LeGuin sulle pressioni che riceve per scrivere romanzi più commerciali: Collaboro con dei buoni editor come sempre ha dichiarato la scrittrice parlando delle sue ultime pubblicazioni, ma ho subito sempre più pressioni per andare nella direzione di Harry Potter. E siccome scrivo un tipo di fantasy estremamente diverso da quello, non c'è stato verso, ho dovuto resistere. Ma vedete, è successo solo ultimamente, quando le pubblicazioni hanno cominciato a perdere il proprio senso d'orientamento e si sono fatte sempre più forti le pressioni delle grande imprese. Be', io mi ponevo e mi pongo ancora la domanda: se la LeGuin ha già un nome affermato potrebbe aggirare tutto quanto, autopubblicarsi e vedere se il pubblico è legato alla casa editrice o a lei. La domanda diventa: se l'autore non famoso è perso in una rissa dove difficilmente riesce a guadagnare qualcosa, e chi ha successo è strangolato dall'editoria trasformata in industria, quale scrittore può essere libero e guadagnare allo stesso tempo abbastanza per il suo lavoro? Se nessuno o quasi nessuno può, allora la rivoluzione digitale a chi giova?
lunedì 29 aprile 2013
Cosa fare se nessuno commenta il tuo blog
Scrivo questo articolo per segnalare un ottimo pezzo di Angelo Sommobuta sulla mancanza di commenti e quindi in generale di successo dei blog. E ne approfitto per una riflessione.
Mondi Immaginari, come probabilmente saprete, è un blog scalcagnato, per quanto di lungo corso. Più o meno in questi giorni compie sei anni (il primo post è del maggio 2007) ed è poco più anziano della mia collaborazione con Fantasy Magazine. Da allora tante cose sono cambiate e molte sono rimaste... le stesse. Mi occupo molto meno del fantasy italiano, anche se comunque lo seguo e talvolta lo recensisco, ho maggiore curiosità per la fantascienza, vorrei scrivere più articoli (ma non ho tempo), vorrei occuparmi più spesso di fumetto e giochi (ma non ho tempo), vorrei scrivere qualche articolo anche in inglese (ma non ho tempo e il mio inglese non è così valido). Alla fine va bene lo stesso. La cosa che mi ero prefissato fin dall'inizio era di fregarmene se tanta gente mi segue o no, nel senso che poche persone che con una certa regolarità diano un'occhiata sono già una piccola soddisfazione, e me la devo far bastare.
Per la cronaca, dagli inizi i miei accessi sono pian piano saliti con il tempo a duemila, poi 3mila e qualcosa mensili. Recentemente capita che superi i cinquemila. Grande crescita? Ci sono blog che li fanno in un giorno.
Per chi non lo sapesse, comunque, gli "accessi" dei blog sono in buona parte persone che ti trovano coi motori di ricerca, cliccano, guardano la pagina per pochi secondi e poi chiudono il collegamento essendo giunte presumibilmente alla conclusione che non si tratta di quello che cercavano. Non voglio spulciare i singoli nomi o indirizzi IP ma penso (come in passato) di essere seguito con una certa frequenza da qualche decina di persone.
Se vedo lo sbattimento a cui bisogna sottoporsi (quanto a frequenza di aggiornamenti, che i miei non sono certo sufficienti a diventare un blogger molto seguito), gli argomenti da trattare, i trucchi per crearsi un gruppo di assidui lettori, non mi pento di non aver fatto alcun tentativo per mettere in piedi qualcosa di più grosso e più frequentato. Tra l'altro il migliore espediente per farti ascoltare in Italia è buttarla in caciara contro qualcuno, e questa via ho deciso di non seguirla fin dall'inizio. Mi piacerebbe comunque aver più dialogo con quei pochi che mi seguono, quindi vediamo un po' le indicazioni dell'articolo che ho linkato.
Il primo peccato da non compiere è quello di aspettarsi chissà cosa subito dopo aver aperto un blog. Per quanto mi riguarda ho già oltrepassato la "vita media" dei blog (che se ricordo bene è di una manciatina di anni, quattro o cinque o giù di lì) e ci sono stati momenti in cui ero più commentato, quindi questo argomento non vale per me.
Altro errore da non commettere sarebbe quello di disperdersi su troppi argomenti, meglio una cosa sola e farla bene. Qui ammetto di peccare, i miei interessi nel fantastico sono molteplici e non c'è nulla da fare, mi piace parlare un po' di tutto. Se è un errore, così sia.
Un altro problema è che ci sono troppi stimoli, troppi siti e blog, troppa comunicazione disponibile. Chi è interessato legge anche parecchio, ma se non c'è nulla in particolare da dire si astiene dal commentare. Forse è inevitabile in una rete sempre più affollata, ed è quello che faccio anche io.
E infine se segnali il tuo post su facebook e simili tanti vanno a commentarti su facebook, più veloce e interattivo, meno invaso dallo spam.
Incredibilmente, in effetti, gli spammer continuano a invadere il mio blog e vista la loro presenza assidua (anche se poi blogspot o il sottoscritto li cancellano) il mio blog viene segnalato come un sito poco sicuro! Vorrei che capissero che non ci guadagneranno molto.
Visto il tutto, non credo di poter aumentare i pochi commentatori che ho in questo periodo (quanto ai vecchi... che fine avete fatto, ragazzi?).
Ad ogni modo non è un gran momento per questo metodo di comunicazione, che tra l'altro pare sia stato di recente snobbato dagli algoritmi di un famoso motore di ricerca. Ma di spostare Mondi Immaginari su facebook o twitter non se ne parla, per adesso.
Mondi Immaginari, come probabilmente saprete, è un blog scalcagnato, per quanto di lungo corso. Più o meno in questi giorni compie sei anni (il primo post è del maggio 2007) ed è poco più anziano della mia collaborazione con Fantasy Magazine. Da allora tante cose sono cambiate e molte sono rimaste... le stesse. Mi occupo molto meno del fantasy italiano, anche se comunque lo seguo e talvolta lo recensisco, ho maggiore curiosità per la fantascienza, vorrei scrivere più articoli (ma non ho tempo), vorrei occuparmi più spesso di fumetto e giochi (ma non ho tempo), vorrei scrivere qualche articolo anche in inglese (ma non ho tempo e il mio inglese non è così valido). Alla fine va bene lo stesso. La cosa che mi ero prefissato fin dall'inizio era di fregarmene se tanta gente mi segue o no, nel senso che poche persone che con una certa regolarità diano un'occhiata sono già una piccola soddisfazione, e me la devo far bastare.
Per la cronaca, dagli inizi i miei accessi sono pian piano saliti con il tempo a duemila, poi 3mila e qualcosa mensili. Recentemente capita che superi i cinquemila. Grande crescita? Ci sono blog che li fanno in un giorno.
Per chi non lo sapesse, comunque, gli "accessi" dei blog sono in buona parte persone che ti trovano coi motori di ricerca, cliccano, guardano la pagina per pochi secondi e poi chiudono il collegamento essendo giunte presumibilmente alla conclusione che non si tratta di quello che cercavano. Non voglio spulciare i singoli nomi o indirizzi IP ma penso (come in passato) di essere seguito con una certa frequenza da qualche decina di persone.
Se vedo lo sbattimento a cui bisogna sottoporsi (quanto a frequenza di aggiornamenti, che i miei non sono certo sufficienti a diventare un blogger molto seguito), gli argomenti da trattare, i trucchi per crearsi un gruppo di assidui lettori, non mi pento di non aver fatto alcun tentativo per mettere in piedi qualcosa di più grosso e più frequentato. Tra l'altro il migliore espediente per farti ascoltare in Italia è buttarla in caciara contro qualcuno, e questa via ho deciso di non seguirla fin dall'inizio. Mi piacerebbe comunque aver più dialogo con quei pochi che mi seguono, quindi vediamo un po' le indicazioni dell'articolo che ho linkato.
Il primo peccato da non compiere è quello di aspettarsi chissà cosa subito dopo aver aperto un blog. Per quanto mi riguarda ho già oltrepassato la "vita media" dei blog (che se ricordo bene è di una manciatina di anni, quattro o cinque o giù di lì) e ci sono stati momenti in cui ero più commentato, quindi questo argomento non vale per me.
Altro errore da non commettere sarebbe quello di disperdersi su troppi argomenti, meglio una cosa sola e farla bene. Qui ammetto di peccare, i miei interessi nel fantastico sono molteplici e non c'è nulla da fare, mi piace parlare un po' di tutto. Se è un errore, così sia.
Un altro problema è che ci sono troppi stimoli, troppi siti e blog, troppa comunicazione disponibile. Chi è interessato legge anche parecchio, ma se non c'è nulla in particolare da dire si astiene dal commentare. Forse è inevitabile in una rete sempre più affollata, ed è quello che faccio anche io.
E infine se segnali il tuo post su facebook e simili tanti vanno a commentarti su facebook, più veloce e interattivo, meno invaso dallo spam.
Incredibilmente, in effetti, gli spammer continuano a invadere il mio blog e vista la loro presenza assidua (anche se poi blogspot o il sottoscritto li cancellano) il mio blog viene segnalato come un sito poco sicuro! Vorrei che capissero che non ci guadagneranno molto.
Visto il tutto, non credo di poter aumentare i pochi commentatori che ho in questo periodo (quanto ai vecchi... che fine avete fatto, ragazzi?).
Ad ogni modo non è un gran momento per questo metodo di comunicazione, che tra l'altro pare sia stato di recente snobbato dagli algoritmi di un famoso motore di ricerca. Ma di spostare Mondi Immaginari su facebook o twitter non se ne parla, per adesso.
mercoledì 24 aprile 2013
Iron Man 3
Chi lo avrebbe mai detto. Nonostante la spettacolarità, Iron Man 3 non mi è piaciuto come i precedenti. C'è Robert Downey e le sue battute, Gwyneth Paltrow e via dicendo, un bel cast di "cattivi" (questo spoilera un po', si tratta di Guy Pearce, Rebecca Hall, Ben Kingsley, Stephanie Szostak) e purtroppo c'è la più temibile figura di personaggio non protagonista in un film d'azione, il marmocchio che fa amicizia con il protagonista (Ty Simpkins).
Il film mi è sembrato avere un'anima decisamente più debole rispetto ai precedenti. Non vorrei dire "meno serio" perché non è che negli altri ci si prendesse così sul serio, per carità. Ma pur con una certa quantità di carne al fuoco non c'è moltissima forza nella narrazione.
Il regista, che non è più John Favreau ma Shane Black, deve tener dietro a un po' troppi elementi. Il colonnello Rhodes (Dan Cheadle) e il suo ruolo militare, il marmocchio con la famiglia disastrata che aiuta Tony Stark, i cattivi e la loro strategia di attacco al governo dove c'è una trovata anche buona (non ve la dico!) ma che aggiunge una tematica in più, poi abbiamo ancora una tematica "seria" riguardo al protagonista che dopo tutti i rischi che ha corso nei film precedenti (The Avengers incluso) comincia a non farcela più e ha gli attacchi di panico (scusate lo spoiler ma era anche nei trailer), altre cosette che succedono a Miss Potts che viene tirata in ballo pesantemente, un Presidente degli USA contro cui ce l'hanno i cattivi, eventi nel passato della vita di Tony Stark, e forse mi dimentico qualcosa...
Il film si ritrova stranamente a essere il più superficiale della serie, che praticamente è andata avanti in calando dal fantastico primo film in poi. Siamo in effetti a un punto di svolta che chiude una serie, la vita di Tony Stark cambia ma questo aspetto viene mostrato a spizzichi e bocconi e molto "telefonato," c'è similitudine, ma nessuna sfida qualitativa con il Batman di Nolan (qui intendo Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno) la cui tematica sembra presa a prestito e poi annacquata.
La tematica sui cattivi, perché hanno fatto quello che hanno fatto e sulla loro ambiguità offrirebbe al film una bella occasione che però praticamente viene abbandonata senza rimpianti e ricordata con un commento finale per mezzo della voce fuori campo, la stessa che conclude la parabola della serie.
Poi per carità, Iron Man 3 si fa vedere. Non sono un appassionato dei fumetti che va in bestia quando il suo beniamino o l'universo in cui si muove vengono usati leggermente o presi un po' per i fondelli, tuttavia quel sottofondo un po' concreto e solenne dei film di supereroi meglio riusciti, quelli che non pretendono di essere seriosi ma hanno l'ambizione di raccontare una storia vera di persone vere, qui sembra perdersi.
Vale la pena comunque di vedere Robert Downey jr nei momenti divertenti, anche se vederlo fare battute in un momento che per il suo personaggio dovrebbe essere estremamente drammatico (non anticipo) dà la misura di quanto il regista abbia temuto che, senza un scenetta comica ogni trenta secondi, il film non reggesse.
L'ultima nota su un film su cui in fondo non c'è moltissimo da dire sarebbe stata sull'uso del 3D, ma stavolta ho preferito pagare di meno e vedermelo a due dimensioni perché 11 euro e mezzo per la gioia di mettersi gli occhialini mi sembravano troppi.
Il film mi è sembrato avere un'anima decisamente più debole rispetto ai precedenti. Non vorrei dire "meno serio" perché non è che negli altri ci si prendesse così sul serio, per carità. Ma pur con una certa quantità di carne al fuoco non c'è moltissima forza nella narrazione.
Il regista, che non è più John Favreau ma Shane Black, deve tener dietro a un po' troppi elementi. Il colonnello Rhodes (Dan Cheadle) e il suo ruolo militare, il marmocchio con la famiglia disastrata che aiuta Tony Stark, i cattivi e la loro strategia di attacco al governo dove c'è una trovata anche buona (non ve la dico!) ma che aggiunge una tematica in più, poi abbiamo ancora una tematica "seria" riguardo al protagonista che dopo tutti i rischi che ha corso nei film precedenti (The Avengers incluso) comincia a non farcela più e ha gli attacchi di panico (scusate lo spoiler ma era anche nei trailer), altre cosette che succedono a Miss Potts che viene tirata in ballo pesantemente, un Presidente degli USA contro cui ce l'hanno i cattivi, eventi nel passato della vita di Tony Stark, e forse mi dimentico qualcosa...
Il film si ritrova stranamente a essere il più superficiale della serie, che praticamente è andata avanti in calando dal fantastico primo film in poi. Siamo in effetti a un punto di svolta che chiude una serie, la vita di Tony Stark cambia ma questo aspetto viene mostrato a spizzichi e bocconi e molto "telefonato," c'è similitudine, ma nessuna sfida qualitativa con il Batman di Nolan (qui intendo Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno) la cui tematica sembra presa a prestito e poi annacquata.
La tematica sui cattivi, perché hanno fatto quello che hanno fatto e sulla loro ambiguità offrirebbe al film una bella occasione che però praticamente viene abbandonata senza rimpianti e ricordata con un commento finale per mezzo della voce fuori campo, la stessa che conclude la parabola della serie.
Poi per carità, Iron Man 3 si fa vedere. Non sono un appassionato dei fumetti che va in bestia quando il suo beniamino o l'universo in cui si muove vengono usati leggermente o presi un po' per i fondelli, tuttavia quel sottofondo un po' concreto e solenne dei film di supereroi meglio riusciti, quelli che non pretendono di essere seriosi ma hanno l'ambizione di raccontare una storia vera di persone vere, qui sembra perdersi.
Vale la pena comunque di vedere Robert Downey jr nei momenti divertenti, anche se vederlo fare battute in un momento che per il suo personaggio dovrebbe essere estremamente drammatico (non anticipo) dà la misura di quanto il regista abbia temuto che, senza un scenetta comica ogni trenta secondi, il film non reggesse.
L'ultima nota su un film su cui in fondo non c'è moltissimo da dire sarebbe stata sull'uso del 3D, ma stavolta ho preferito pagare di meno e vedermelo a due dimensioni perché 11 euro e mezzo per la gioia di mettersi gli occhialini mi sembravano troppi.
Iscriviti a:
Post (Atom)


