(a broken english translation will follow)
Questo libro "dovevo" prima o poi leggerlo perché ha ispirato un grande film di guerra (Cross of Iron) diretto da un grandissimo regista (Sam Peckinpah).
L'autore è Willi Heinrich, un ufficiale tedesco divenuto scrittore dopo l'ultimo conflitto mondiale (è morto alcuni anni fa). Le sue esperienze belliche sono alla base della storia narrata, e alcuni dei fatti e dei protagonisti del libro sono basati su situazioni e personaggi veramente esistiti.
Il titolo del libro è diventato Cross of Iron nelle ristampe dopo il successo del film, il titolo in origine era Das Geduldige Fleisch ovvero "La carne paziente" e in effetti in italiano esiste un'edizione con quel titolo. Io ho letto dall'inglese il moderno Cross of Iron (ed. Cassell) dove so che i nomi di alcuni protagonisti differiscono dall'originale libro tedesco. L'articolo italiano nella Wikipedia consultato oggi afferma nelle note che nel libro, diversamente dal film, il principale protagonista (Rolf Steiner) fosse stato degradato per essersi rifiutato di sparare su dei civili: non è così nella versione che ho letto io e mi domando se l'edizione italiana sia stata a suo tempo rimaneggiata, o se magari fosse fedele all'originale tedesco più della versione inglese che ho letto.
A parte questi dubbi, il libro è meno fitto di combattimenti rispetto al film, e certamente meno spettacolare nelle scene di scontri che descrive: a volte i combattimenti si risolvono in maniera piuttosto sbrigativa, anche se non mancano scene di battaglia estremamente vivide e situazioni drammatiche piuttosto prolungate. E' descrittivo, talvolta intimista, denso e abbastanza lungo: 478 pagine in inglese, sarebbero oltre 500 in italiano. La storia ha una certa coralità perché passa dal punto di vista di tutti i personaggi, ma è un coro che si spegne piano piano, a mano a mano che gli uomini muoiono in battaglia. La trama narra le vicissitudini di un battaglione di fanteria tedesco, coinvolto nella ritirata seguita alla sconfitta di Stalingrado. Una lotta senza quartiere dove i tedeschi, consapevoli del disastro che hanno subito e ormai demoralizzati, sono spinti dal nemico baldanzoso in una sacca, la penisola del Kuban (parte occidentale del Caucaso, che vedete tratteggiata nella mappa in giallo) e rimangono isolati dal resto dell'esercito tedesco, con il mare alle spalle. (Particolare storico: Hitler decise di tenere quella testa di ponte nel Caucaso nell'illusione di contrattaccare in seguito, in verità sarebbe stato possibile ritirare le truppe). Mentre il disastro si svolge, abbiamo il plotone del sottufficiale Steiner intento in varie imprese (sia per salvare la pelle sia per tenere la linea, che per compiere contrattacchi folli), mentre i comandanti si macerano nel senso di colpa di protrarre un'agonia che non può portare a nessun risultato e altri personaggi disonesti cercano medaglie e gloria, ma senza avere le capacità o il coraggio per procurarsele, oppure tramano per ottenere trasferimenti nella gaia Parigi.
Tra idiosincrasie personali, pericoli micidiali, destino comunque segnato, seguiremo la lotta per la vita del plotone di Steiner e le vicissitudini di altri personaggi. Il film certamente è più emozionante e meglio riuscito (almeno secondo me), tuttavia questo libro è un classico della narrativa di ambientazione militare.
Il film e il libro.
Da qui in avanti parlerò delle similitudini e differenze tra libro e film, facendo necessariamente anticipazioni sulla trama di entrambi (se non avete visto il film tanto vale che interrompiate qui la vostra lettura).
Per prima cosa c'è da notare che i personaggi principali nel film ci sono tutti, ma non necessariamente fedeli al libro. La storia ricalca le medesime tematiche ma è in parte differene, in parte "montata" in un ordine diverso nel film. Il colonnello Brandt nel film ha un aspetto rassicurante ed è paterno e umano, per quanto possibile, mentre nel libro è un uomo teso e tirato, estremamente cinico e disincantato, consapevole di svolgere un ruolo che condanna degli uomini a morire inutilmente e lucido nel vedere la propria esistenza priva di senso. Il suo aiutante, il capitano Kiesel, che nel film è completamente disfattista, sempre intento a bere o a fumare, e dall'aspetto sciatto e stropicciato, al contrario nel libro viene presentato come un personaggio più controllato, efficiente, che condivide alcuni dei sentimenti del suo capo ma non li vuole portare fino alle estreme conseguenze: anzi talvolta lo schietto disfattismo di Brandt lo mette un po' a disagio. Il capitano Stransky, l'avversario di Steiner, nel film ha una certa dimensione che riscatta la sua inettitudine, mentre è assai più debole e forse meno riuscito nel libro. Non anticipo la maniera in cui esce di scena, limitandomi a dire che il finale del film, per quanto confusionario, è molto meglio riuscito del finale di questo libro.
Steiner (più giovane di James Coburn quando lo ha portato sullo schermo) è meno infallibile e i suoi uomini sono meno efficaci (nel film sembrano quasi un commando). In alcune azioni Steiner si rivela poco zelante e le porta a termine solo per non fare brutta figura, commette errori, e soprattutto verso i suoi uomini è piuttosto duro e aggressivo, molto più che nel film, anche se con alcuni di loro sviluppa comunque un'amicizia profonda. Ne fa fuori uno, però, colpevole di aver messo tutti gli altri nei guai, e lo fa in maniera piuttosto cinica.
La sua idiosincrasia è in parte dovuta a un incidente dal sapore piuttosto... letterario (la fidanzata che prima della guerra muore in montagna per un incidente, e lui che la vede morire senza poter fare niente). L'ostilità di Steiner verso gli ufficiali (e la famosa scena in cui evita di rovinare Stransky perché vuol vedersela personalmente coi suoi nemici senza approfittare della benevolenza del comando di battaglione) nel libro non mancano, ma il sergente ha paura delle parole che ha pronunciato, e in seguito è tentato di chiedere scusa. Tutto sommato un personaggio meno mitico, molto più umano: comunque mantiene un aspetto enigmatico come nel film. La sfida con Stransky è il filo conduttore principale, ma si svolge (e termina) in modo molto diverso. Personalmente il libro mi è piaciuto ma il film... molto di più.
Cross of Iron
I had to read this book sooner or later, because it inspired a great war movie (Cross of Iron) directed by the great Sam Peckinpah.
The author is Willi Heinrich, a German officer who became a writer after the Second World War (he died a few years ago). His war experiences are the basis of the story, and some of the events and characters of the book are based on real situations and people.
The title of the book became Cross of Iron in reprints after the film's success, the title was originally Das Fleisch Geduldige or "The Willing Flesh" in the first editions. I have read the modern English Cross of Iron (Cassell) where as far as I know the names of some characters differ from the original German book. Notes in the italian Wikipedia article I read today say that the main protagonist (Rolf Steiner) was demoted, in the book, for refusing to fire on civilians: this fact doesn't appear in the version I read: I wonder if the Italian edition was edited, or maybe if it was more faithful to the original German than the English version I read.
Apart
from these considerations, the book devotes less space to the combat compared to the
film, and certainly is less spectacular in the battle scenes it describes:
sometimes the fights are resolved in a quick dismissive way. But there
are a couple of battle scenes extremely vivid, and tension and drama. The book is descriptive, sometimes intimate, pregnant and quite long: 478 pages in the English version. The
story has a certain choral feel as it passes from the point of view of all
the characters, but it's a chorus that goes off slowly, gradually, as men
die in battle. The plot tells the vicissitudes of a German infantry battalion involved in the retreat after the defeat at Stalingrad. A terrible struggle where the Germans, saddened by the disaster they have suffered and demoralized, are driven by a bold enemy in a pocket, the Kuban
peninsula (western part of the Caucasus, which you see on the map in
yellow) where they remain isolated from the rest the German army, with the sea behind them. (Historical hint: Hitler decided to keep the bridgehead in the Caucasus dreaming of a later counteroffensive, whereas he could have managed to withdraw the
troops). While
the disaster takes place, we have sergeant Steiner' platoon intent
in various actions (to save their own skins, to defend the front line, to
make insane counterattacks), while the commanders macerate in guilt because they have to
prolong agony that can
not lead to any result; other dishonest people are in seek of medals and
glory, lacking the ability and the courage to deserve them, or
plotting to get transfers in quiet Paris.
In between personal idiosyncrasies and dire perils, we follow the
struggle for life of Steiner' platoon and the vicissitudes of
other characters. The
film certainly is more exciting (at least in my
opinion) and more successful, still this book is a classic of military fiction.
The film and the book.
From
here on, I will discuss the similarities and differences between
book and film: spoilers ahead! (if you didn't see the movie yet, you might as well stop here).
First, it should be noted that all the main characters in the film are there as well, but they are not necessarily portrayed in the same way. The plot is similar, but many scenes are arranged in a different order than in the movie. Colonel
Brandt is a reassuring, paternal and human, figure in the film, whereas in the book he's a man strained and bleak, extremely
cynical and disillusioned, aware of playing a role that condemns his men
to die needlessly; he doesn't find no more sense in his own life. His
adjutant, Captain Kiesel, which in the film is a complete defeatist, intent on drinking or smoking and looking sloppy and wrinkled, here in the book is a character more self centered, sober, efficient. He shares some of the feelings of his chief but he does not want to develop them to their ultimate consequences: he's a little uncomfortable in front of the outspoken Brandt. Captain
Stransky, the adversary of Steiner, in the movie maintains a certain stature that
redeems his ineptitude, while he's much weaker and perhaps less
successful as a character in the book. I wont anticipate the way he disappears from the story, I'll simply say that the ending of the
film, as confusing as it is, it is much more satisfying than the finale of the book.
Steiner
(younger than James Coburn was when he brought him to the screen) is not infallible
and his men are less effective (in the film they almost look like a commando). In
some fights Steiner reveals himself to be not so zealous and goes on just not to
look bad; he make mistakes sometimes, and to his men is rather harsh and
aggressive, more so than in the film, even though with some of them, however,
he develops a deep friendship. He's not above eliminating one of them, though: Steiner decides that Zoll, guilty of putting everyone else in trouble, has to disappear from the platoon, and he causes his death in a rather cynical way.
His idiosyncrasy is partly due to an accident that tastes like... a literary handle
(his girlfriend died before the war in the mountains in an
accident, and hewatched her die without being able to do anything). Steiner's
hostility toward the officers (and the famous scene where he chooses not damage
Stransky because he wants to deal personally with his enemies without
taking advantage of the goodwill of the battalion commanders) is in the book, but there the sergeant repents about being too much outspoken, and later even thinks to apologize (he does not). All in all Stainer is a less legendary character, more human, but he still retains an enigmatic face like in the movie. The duel between him and Stransky is the main thread, but goes on (and ends) in a very different way. I liked the book but the movie in my opinion... is much better.
venerdì 7 dicembre 2012
lunedì 3 dicembre 2012
Vogliamo l'Apocalisse! Ma davvero?
Ho affermato poco tempo fa che alle pandemie, invasioni di zombi e altre catastrofi che spazzano via l'umanità, lasciando pochi superstiti a vedersela come possono o creando un futuro di povertà con passatempi scemi e crudeli alla Hunger Games. Ora arriva (in inglese) sulla pagina di io9 questa riflessione sul perché le visioni apocalittiche siano così di moda (come quasi sempre su quel sito, vi è poi il link a un articolo più esteso: sempre in inglese).
In pratica, noi vogliamo che l'apocalisse avvenga perché le vite frenetiche e la disumanizzazione del giorno d'oggi ci hanno portato a saturazione e vorremmo un futuro "idilliaco" senza tecnologia. Questa è una semplificazione mia, ovviamente, l'articolo è più complesso, e riflette sul successo di certe serie televisive, tipo Revolution (facendo la pungente osservazione che non importa nemmeno più come l'apocalisse avviene, importa solo il dopo). Non posso commentare le serie TV che non seguo. Comunque per l'articolista l'apocalisse sarebbe, come la famosa livella, il correttore delle mille ingiustizie, il carnefice della macchina invisibile che governa spietatamente le nostre vite pur facendo finta di non esserci; creerebbe una nuova giustizia (alla Conan, direi) capace di riportare il potere della forza fisica ad avere la meglio sulle canaglie che sfruttano la gente rimanendo in un grattacielo dietro lo schermo di un computer. Renderebbe anche le relazioni sentimentali molto più semplici (io sono Tarzan, tu sei Jane...). Sempre secondo l'autrice del pezzo (Heather Havrilesky) anche una storia terribile come The Road nasconderebbe il segreto desiderio del suo autore per paesaggi deserti e orizzonti vuoti.
Alla meglio, fronteggiando le prospettive più terribili dell'apocalisse, si ha una scusa per le proprie fantasie morbose. Alla peggio si fantastica su un ritorno a un mondo "vero" e naturale.
La visioni apocalittiche, prima che strabordassero, mi piacevano. Ora stanno diventando come i romanzi fantasy dove l'elfo è raffinato con le orecchie a punta e il nano afferra rudemente la sua ascia, ed è esistita un'epoca d'oro cui vorremmo ritornare. Mi stanno stancando, stanno diventando un cliché. Mi chiedo se davvero nascondano il desiderio del "ritorno a una vita semplice" ma se davvero esistesse (e fosse maggioritario) questo desiderio inconscio, allora fa davvero il paio con un certo fantasy intriso di nostalgia conservatrice.
Chiunque abbia una minima dimestichezza con il funzionamento delle società avanzate dovrebbe sapere che non c'è alcun ritorno a un mondo naturale senza il sacrificio di miliardi di vittime. Senza il complesso sistema che vive di fertilizzanti, utensili, trasporti, elettricità, fabbriche, sale operatorie sterilizzate, su questo pianeta potrebbe sopravvivere solo una piccola parte delle persone che vivono oggi.
Inoltre, fa un po' ridere il fatto che tutti si identificano con l'eroe che ce l'ha fatta. I miliardi di persone che non sono sopravvissute sono stati convenientemente messi alle spalle. Chissà quanti si identificano nell'eroe che vive di cacciagione mangiata cruda e magari prendono quotidianamente qualche farmaco salvavita, e non pensano che nel caso in cui non venisse più prodotto, anche saccheggiando tutte le farmacie, potrebbero cavarsela solo per un po': poi arriverebbe la data di scadenza. O magari non sono giovani e allenati, non si trovano nelle condizioni fisiche migliori per affrontare certe situazioni, eppure tutti sono affascinati da questo futuro apocalittico. Senza contare che tante situazioni di sopraffazione, il ritorno all'homo homini lupus, possono divertire solo... finché il lupo sei tu.
Nello stesso tempo, a quello che sta succedendo nel mondo reale e alle possibili implicazioni sociali, politche e culturali (riflessioni che ho già proposto nell'articolo che ho linkato all'inizio) non se ne vuole interessare nessuno, o quasi. Probabilmente il crollo del nostro stile di vita fa troppa tristezza e troppa paura, è più bello immaginarsi con arco e frecce, a caccia di cervi tra le rovine dei grattacieli.
In pratica, noi vogliamo che l'apocalisse avvenga perché le vite frenetiche e la disumanizzazione del giorno d'oggi ci hanno portato a saturazione e vorremmo un futuro "idilliaco" senza tecnologia. Questa è una semplificazione mia, ovviamente, l'articolo è più complesso, e riflette sul successo di certe serie televisive, tipo Revolution (facendo la pungente osservazione che non importa nemmeno più come l'apocalisse avviene, importa solo il dopo). Non posso commentare le serie TV che non seguo. Comunque per l'articolista l'apocalisse sarebbe, come la famosa livella, il correttore delle mille ingiustizie, il carnefice della macchina invisibile che governa spietatamente le nostre vite pur facendo finta di non esserci; creerebbe una nuova giustizia (alla Conan, direi) capace di riportare il potere della forza fisica ad avere la meglio sulle canaglie che sfruttano la gente rimanendo in un grattacielo dietro lo schermo di un computer. Renderebbe anche le relazioni sentimentali molto più semplici (io sono Tarzan, tu sei Jane...). Sempre secondo l'autrice del pezzo (Heather Havrilesky) anche una storia terribile come The Road nasconderebbe il segreto desiderio del suo autore per paesaggi deserti e orizzonti vuoti.
Alla meglio, fronteggiando le prospettive più terribili dell'apocalisse, si ha una scusa per le proprie fantasie morbose. Alla peggio si fantastica su un ritorno a un mondo "vero" e naturale.
La visioni apocalittiche, prima che strabordassero, mi piacevano. Ora stanno diventando come i romanzi fantasy dove l'elfo è raffinato con le orecchie a punta e il nano afferra rudemente la sua ascia, ed è esistita un'epoca d'oro cui vorremmo ritornare. Mi stanno stancando, stanno diventando un cliché. Mi chiedo se davvero nascondano il desiderio del "ritorno a una vita semplice" ma se davvero esistesse (e fosse maggioritario) questo desiderio inconscio, allora fa davvero il paio con un certo fantasy intriso di nostalgia conservatrice.
Chiunque abbia una minima dimestichezza con il funzionamento delle società avanzate dovrebbe sapere che non c'è alcun ritorno a un mondo naturale senza il sacrificio di miliardi di vittime. Senza il complesso sistema che vive di fertilizzanti, utensili, trasporti, elettricità, fabbriche, sale operatorie sterilizzate, su questo pianeta potrebbe sopravvivere solo una piccola parte delle persone che vivono oggi.
Inoltre, fa un po' ridere il fatto che tutti si identificano con l'eroe che ce l'ha fatta. I miliardi di persone che non sono sopravvissute sono stati convenientemente messi alle spalle. Chissà quanti si identificano nell'eroe che vive di cacciagione mangiata cruda e magari prendono quotidianamente qualche farmaco salvavita, e non pensano che nel caso in cui non venisse più prodotto, anche saccheggiando tutte le farmacie, potrebbero cavarsela solo per un po': poi arriverebbe la data di scadenza. O magari non sono giovani e allenati, non si trovano nelle condizioni fisiche migliori per affrontare certe situazioni, eppure tutti sono affascinati da questo futuro apocalittico. Senza contare che tante situazioni di sopraffazione, il ritorno all'homo homini lupus, possono divertire solo... finché il lupo sei tu.
Nello stesso tempo, a quello che sta succedendo nel mondo reale e alle possibili implicazioni sociali, politche e culturali (riflessioni che ho già proposto nell'articolo che ho linkato all'inizio) non se ne vuole interessare nessuno, o quasi. Probabilmente il crollo del nostro stile di vita fa troppa tristezza e troppa paura, è più bello immaginarsi con arco e frecce, a caccia di cervi tra le rovine dei grattacieli.
sabato 1 dicembre 2012
Segnalazione
"...perlacaritàdiddio, preferisco farmi strappare la lingua con un cavatappi
piuttosto che assistere ancora una volta a un dialogo
intergenerazionale tra un padre e una figlia in un casale in Toscana.
Abbiate pietà di me."
Lucia Patrizi sul cinema italiano. Il resto è qui.
Lucia Patrizi sul cinema italiano. Il resto è qui.
venerdì 30 novembre 2012
The Black Company
Glen Cook è un autore statunitense piuttosto prolifico e ormai un po' vecchiotto, eppure poco tradotto in Italia. Anzi, della sua opera principale nulla saprete se non ve la leggerete in inglese.
Sto parlando della Black Company, una compagnia di ventura antica e gloriosa, narrata in prima persona da un personaggio (Croaker) che ne è il medico e l'annalista, ovvero l'incaricato a scriverne la storia. Questo nel primo volume, ovviamente. Sono parecchi i tomi scritti sulle avventure di questa unità, io ho letto solo l'inizio. Sono stato spinto alla lettura dalla diceria che Steven Erikson (di cui ho letto il primo libro della serie Il Libro Malazan dei Caduti) si fosse pesantemente ispirato a Cook e che i suoi "Arsori di Ponti" fossero pesantemente indebitati con la Black Company. Ovviamente speravo anche di leggere un buon fantasy.
Andiamo con ordine. Alla domanda se Erikson abbia spiluccato le idee di Cook non risponderò con dure certezze ma secondo me la somiglianza di certe atmosfere è notevole e non può essere casuale. Debito probabile, quindi, se volete la mia opinione.
Per quanto riguarda il libro, sono molto combattuto. Un fantasy militare dove si descrivono situazioni da caserma, se vogliamo, ma si entra nel vivo di una maledetta battaglia soltanto verso la fine. I maghi qui sono l'equivalente di un soldato specialista, che so io, un esperto di esplosivi o un cecchino d'un esercito moderno, visti con una certa venerazione dagli altri militari ma in fondo uguali agli altri. Ho già detto parlando di Erikson (chissà se qualcuno dei miei sparuti lettori lo ricorda, eh eh!) che questo è lontanissimo dal mio modo d'intendere il magico in un fantasy, non sono bigotto sui miei gusti però mi annoia abbastanza. Soprattutto se i due maghi della Black Company fanno i buffoni in un rapporto di complicata amicizia che li porta a sfidarsi e beffeggiarsi di continuo, facendo uso anche delle proprie capacità magiche: insomma un intermezzo comico che ogni tanto viene a interrompere la narrazione. Ho così saltato delle pagine intere, a un certo punto. Per amore di verità devo aggiungere che ci sono anche personaggi con poteri magici di tutt'altro spessore a rimettere un po' in equilibrio la situazione e a creare un po' di "sense of wonder." Vedi sotto.
Atmosfere pesanti e darkeggianti, rovinate dal realismo e dalla modernità di certe situazioni e del linguaggio. Sembra proprio che l'autore non ce la faccia a immedesimarsi e immergersi in un mondo secondario. Una citazione delle tante che potrei fare: Goblin sounded like he was regressing toward childhood. Ovvero nella mia traduzione affretata: Goblin (che è un personaggio, e che era stato appena sottoposto a una violentissima emozione) parlava come se stesse regredendo all'infanzia. E va bene, forse siamo in una ambientazione che ha goduto dell'influenza di un equivalente del buon Freud e della sua psicanalisi, e quindi ne possiede la terminologia. Ma per me questo fraseggio (in compagnia di altri esempi simili) suona troppo moderno per un fantasy di spada e magia. A ognuno i suoi gusti, so che altri la vedono diversamente.
Aggiungiamo che ogni cinque minuti ci viene descritta una partita a carte dei protagonisti, e abbiamo (forse?) terminato l'elenco delle cose che mi hanno infastidito in questo libro.
L'idea di partenza era anche buona, comunque. Abbiamo una tiranna dagli incredibili poteri magici, The Lady, che ha fregato tutti, il marito che era il Dominatore (di nome e di fatto) di un grande impero, il popolo che si era ribellato e li aveva banditi entrambi, il mago che li aveva rievocati per carpirne i segreti ma aveva ottenuto solo il risultato di farli tornare liberi. C'è una congrega di aiutanti dai grandi poteri magici, i Taken, che altri non sono che avversari di Lady catturati e ricondizionati con feroci tormenti. Insomma proprio una cricca da impero del male, che lotta per mantenere il potere minacciato da una grande ribellione.
In questo grande bailamme la Black Company fa il suo mestiere: combatte per chi la paga, e difende i suoi pargoli (ovvero i soldatacci che la compongono) come una grande famiglia. Quindi non si fa troppi problemi per essersi schierata dalla parte di questi despoti orripilanti. Ma la situazione è molto più intricata di quello che sembra. I ribelli si fanno ammazzare come pivelli, si sacrificano, vengono sterminati, ma c'è anche qualche elemento che giocherà a loro favore...
Commento finale: questo libro ha delle buone idee, ma per vari aspetti non è il tipo di fantasy che mi piace. Non credo che leggerò il resto della saga, il mio voto finale è il classico risicato sei meno.
Sto parlando della Black Company, una compagnia di ventura antica e gloriosa, narrata in prima persona da un personaggio (Croaker) che ne è il medico e l'annalista, ovvero l'incaricato a scriverne la storia. Questo nel primo volume, ovviamente. Sono parecchi i tomi scritti sulle avventure di questa unità, io ho letto solo l'inizio. Sono stato spinto alla lettura dalla diceria che Steven Erikson (di cui ho letto il primo libro della serie Il Libro Malazan dei Caduti) si fosse pesantemente ispirato a Cook e che i suoi "Arsori di Ponti" fossero pesantemente indebitati con la Black Company. Ovviamente speravo anche di leggere un buon fantasy.
Andiamo con ordine. Alla domanda se Erikson abbia spiluccato le idee di Cook non risponderò con dure certezze ma secondo me la somiglianza di certe atmosfere è notevole e non può essere casuale. Debito probabile, quindi, se volete la mia opinione.
Per quanto riguarda il libro, sono molto combattuto. Un fantasy militare dove si descrivono situazioni da caserma, se vogliamo, ma si entra nel vivo di una maledetta battaglia soltanto verso la fine. I maghi qui sono l'equivalente di un soldato specialista, che so io, un esperto di esplosivi o un cecchino d'un esercito moderno, visti con una certa venerazione dagli altri militari ma in fondo uguali agli altri. Ho già detto parlando di Erikson (chissà se qualcuno dei miei sparuti lettori lo ricorda, eh eh!) che questo è lontanissimo dal mio modo d'intendere il magico in un fantasy, non sono bigotto sui miei gusti però mi annoia abbastanza. Soprattutto se i due maghi della Black Company fanno i buffoni in un rapporto di complicata amicizia che li porta a sfidarsi e beffeggiarsi di continuo, facendo uso anche delle proprie capacità magiche: insomma un intermezzo comico che ogni tanto viene a interrompere la narrazione. Ho così saltato delle pagine intere, a un certo punto. Per amore di verità devo aggiungere che ci sono anche personaggi con poteri magici di tutt'altro spessore a rimettere un po' in equilibrio la situazione e a creare un po' di "sense of wonder." Vedi sotto.
Atmosfere pesanti e darkeggianti, rovinate dal realismo e dalla modernità di certe situazioni e del linguaggio. Sembra proprio che l'autore non ce la faccia a immedesimarsi e immergersi in un mondo secondario. Una citazione delle tante che potrei fare: Goblin sounded like he was regressing toward childhood. Ovvero nella mia traduzione affretata: Goblin (che è un personaggio, e che era stato appena sottoposto a una violentissima emozione) parlava come se stesse regredendo all'infanzia. E va bene, forse siamo in una ambientazione che ha goduto dell'influenza di un equivalente del buon Freud e della sua psicanalisi, e quindi ne possiede la terminologia. Ma per me questo fraseggio (in compagnia di altri esempi simili) suona troppo moderno per un fantasy di spada e magia. A ognuno i suoi gusti, so che altri la vedono diversamente.
Aggiungiamo che ogni cinque minuti ci viene descritta una partita a carte dei protagonisti, e abbiamo (forse?) terminato l'elenco delle cose che mi hanno infastidito in questo libro.
L'idea di partenza era anche buona, comunque. Abbiamo una tiranna dagli incredibili poteri magici, The Lady, che ha fregato tutti, il marito che era il Dominatore (di nome e di fatto) di un grande impero, il popolo che si era ribellato e li aveva banditi entrambi, il mago che li aveva rievocati per carpirne i segreti ma aveva ottenuto solo il risultato di farli tornare liberi. C'è una congrega di aiutanti dai grandi poteri magici, i Taken, che altri non sono che avversari di Lady catturati e ricondizionati con feroci tormenti. Insomma proprio una cricca da impero del male, che lotta per mantenere il potere minacciato da una grande ribellione.
In questo grande bailamme la Black Company fa il suo mestiere: combatte per chi la paga, e difende i suoi pargoli (ovvero i soldatacci che la compongono) come una grande famiglia. Quindi non si fa troppi problemi per essersi schierata dalla parte di questi despoti orripilanti. Ma la situazione è molto più intricata di quello che sembra. I ribelli si fanno ammazzare come pivelli, si sacrificano, vengono sterminati, ma c'è anche qualche elemento che giocherà a loro favore...
Commento finale: questo libro ha delle buone idee, ma per vari aspetti non è il tipo di fantasy che mi piace. Non credo che leggerò il resto della saga, il mio voto finale è il classico risicato sei meno.
giovedì 29 novembre 2012
Intelligenza collettiva?
La sento molto spesso quest'idea. Con il diffondersi della rete e lo scambio di idee sempre più diffuso, si potrebbe sviluppare un bel giorno una "intelligenza collettiva." Vedi ad esempio (se sai l'inglese) questo articolo, e il lavoro un po' più lungo da cui deriva.
Il "cervello globale" sarebbe il risultato di moltissime intelligenze individuali connesse fra loro, e che si esprime in progetti collettivi come Wikipedia (l'enciclopedia a cui "tutti possono collaborare" e a cui personalmente ho collaborato solo regalando qualche euro) o Linux, il sistema operativo gratuito sviluppato in parallelo da molte persone nel mondo. La connessione della rete consentirebbe a un gruppo di persone magari fisicamente lontane fra loro di lavorare al medesimo progetto e le renderebbe, nel loro insieme, un po' più sagge e intelligenti di quanto non siano individualmente.
Bah. A me danno fastidio definizioni come intelligenza collettiva o mente globale quando si cerca di prenderle troppo sul serio. Un gruppo di persone che cooperano (stando insieme in un laboratorio scientifico o sotto un capannone o camminando attorno ai portici al seguito di un filosofo, o connettendosi a internet) potranno certamente fare cose più eccelse di quanto possa fare una persona sola. Ma per quanto riguarda le idee e la consapevolezza, ciascuno ha le sue. La mente globale è solo un modo di dire. Non è un'entità consapevole che potrà dire un giorno "cogito ergo sum."
Certo, al giorno d'oggi la rete, oltre a farci seguire un sacco di stupidaggini (come i filmati "virali" di qualcuno che fa l'imbecille e diventa famoso per quindici giorni), può creare gruppi di collaborazione a livelli mai visti prima riunendo moltissime persone e soprattutto con il vantaggio di annullare le distanze. Ma non è che per avere gruppi di persone che collaborano a un progetto sommando le proprie capacità e intelligente serva "per forza" la rete. Queste cose si sono sempre fatte.
E d'altra parte il gruppo (di lavoro, di condivisione, di studio) può significare anche formicaio, conformismo, scoraggiamento del punto di vista personale e delle creatività individuali (qualcuno afferma che i social network ottengono proprio questo risultato, anche se immagino che come tante cose dipenda dall'uso che se ne fa: c'è chi si tiene in contatto con gli amici e c'è chi li usa per fare il bullo con le altre persone e spingerle al suicidio...).
Perciò quando sento parlare di "scienza dell'intelligenza collettiva" divento piuttosto scettico. E temo che studiare come connettere le persone per migliorare la loro "intelligenza collettiva" potrebbe ottenere il risultato opposto.
Il "cervello globale" sarebbe il risultato di moltissime intelligenze individuali connesse fra loro, e che si esprime in progetti collettivi come Wikipedia (l'enciclopedia a cui "tutti possono collaborare" e a cui personalmente ho collaborato solo regalando qualche euro) o Linux, il sistema operativo gratuito sviluppato in parallelo da molte persone nel mondo. La connessione della rete consentirebbe a un gruppo di persone magari fisicamente lontane fra loro di lavorare al medesimo progetto e le renderebbe, nel loro insieme, un po' più sagge e intelligenti di quanto non siano individualmente.
Bah. A me danno fastidio definizioni come intelligenza collettiva o mente globale quando si cerca di prenderle troppo sul serio. Un gruppo di persone che cooperano (stando insieme in un laboratorio scientifico o sotto un capannone o camminando attorno ai portici al seguito di un filosofo, o connettendosi a internet) potranno certamente fare cose più eccelse di quanto possa fare una persona sola. Ma per quanto riguarda le idee e la consapevolezza, ciascuno ha le sue. La mente globale è solo un modo di dire. Non è un'entità consapevole che potrà dire un giorno "cogito ergo sum."
Certo, al giorno d'oggi la rete, oltre a farci seguire un sacco di stupidaggini (come i filmati "virali" di qualcuno che fa l'imbecille e diventa famoso per quindici giorni), può creare gruppi di collaborazione a livelli mai visti prima riunendo moltissime persone e soprattutto con il vantaggio di annullare le distanze. Ma non è che per avere gruppi di persone che collaborano a un progetto sommando le proprie capacità e intelligente serva "per forza" la rete. Queste cose si sono sempre fatte.
E d'altra parte il gruppo (di lavoro, di condivisione, di studio) può significare anche formicaio, conformismo, scoraggiamento del punto di vista personale e delle creatività individuali (qualcuno afferma che i social network ottengono proprio questo risultato, anche se immagino che come tante cose dipenda dall'uso che se ne fa: c'è chi si tiene in contatto con gli amici e c'è chi li usa per fare il bullo con le altre persone e spingerle al suicidio...).
Perciò quando sento parlare di "scienza dell'intelligenza collettiva" divento piuttosto scettico. E temo che studiare come connettere le persone per migliorare la loro "intelligenza collettiva" potrebbe ottenere il risultato opposto.
lunedì 19 novembre 2012
Leggete quei benedetti manuali
Nel lontano 2009 avevo confessato in un post di trovare molto interessanti i manuali di scrittura creativa. Mi confronto spesso con persone che li odiano, gente con cui a volte si può ragionare, a volte che manifesta il suo scontento verso i suggerimenti tecnici in maniera spiritosa (vedasi questo gradevole post del Sommo Buta), e altri che diventano idrofobi appena sentono nominare le tematiche suggerite nei manuali.
Molti di quelli che vogliono scrivere credono di non averne bisogno, perché pensano che scrivere sia tutto genio e sregolatezza. Uno su mille potrebbe avere ragione per il proprio caso.
Altri probabilmente subiscono una reazione di rigetto per l'uso che dei manuali hanno fatto non pochi aspiranti scrittori che se ne sono serviti come di un ariete per aggredire le case editrici e le loro scelte editoriali (salvo poi cercare magari di entrare in quello stesso mercato dalla porta di servizio, un po' come gli eroi dell'antipolitica italiana). Le "regole" della scrittura creativa sono diventate quindi un'arma, poiché chi non faceva così-e-cosà diventava un ignorante degno dei peggiori epiteti.
Questo è ovviamente un atteggiamento strumentale. Ma, tra quelli che non hanno apprezzato certe aggressioni armate a suon di regolette, è probabilmente nato un rigetto verso i testi che parlano di scrittura creativa, pensando che vi siano solo regole rigide e imposizioni assurde.
Ovviamente chi rifiuta di leggerli scoprirebbe che non è così, se abbandonasse il proprio scetticismo. Ci sono inevitabilmente regole che vengono "caldamente" consigliate ma tutto è lasciato al buon senso e alla volontà di chi se ne serve, visto che siamo in un campo dove regna l'impressione soggettiva su ciò che è efficace o che è bello.
Con buona pace di chi dice che, mancando di seguire una certa regola, il risultato sarà inevitabilmente pessimo. E' pessimo ciò che un lettore ritiene sia pessimo, ed è pessimo solo per lui: un altro lettore magari la penserà diversamente. Il che crea anche la difficoltà di dare validi consigli quando uno scrive una recensione (il problema è: per chi la sto scrivendo? avrà gusti simili ai mei?).
Va detto che quello che consigliano i manuali è riferito al gusto del nostro periodo. Regole come quella che consiglia di limitare l'uso di avverbi e aggettivi favorisce una lettura lineare e scorrevole: non necessariamente lo scopo di chi scriveva un secolo o due fa.
Ci sono ovviamente alcune tematiche non semplici da imparare, e non del tutto intuitive, che possono piacere o non piacere. Il mio punto di vista personale su un paio di queste "regole:"
- Lo "show don't tell:" a volte sì, a volte no. Riconosco la maggiore immediatezza nel descrivere l'azione anziché limitarsi a scrivere "tizio fece questo e quello." A volte trovo preferibile tirar via, per non allungare il testo, e vedo che sono in ottima compagnia in questa scelta.
- Il punto di vista e i suoi tormenti: per quanto faticoso possa essere, credo che sia meglio imparare a usare la terza persona limitata (se non siete per la prima, ovviamente). E' possibile cambiare punto di vista spesso, del resto, e far vedere l'azione dalla visuale di tutti. Basta che sia chiaro chi sta facendo cosa. Cadere in trappola, come scrivevo qualche post fa, è facilissimo. Non sto dicendo che il caro vecchio "narratore onnisciente" non vada mai usato. Ma fidatevi, generalmente è meglio di no.
Ognuno scelga, prenda quello che vuole, anche nulla se davvero decide così. Ma se volete scrivere sul serio, leggeteli questi benedetti manuali. Male non vi fanno. E non mordono!
Molti di quelli che vogliono scrivere credono di non averne bisogno, perché pensano che scrivere sia tutto genio e sregolatezza. Uno su mille potrebbe avere ragione per il proprio caso.
Altri probabilmente subiscono una reazione di rigetto per l'uso che dei manuali hanno fatto non pochi aspiranti scrittori che se ne sono serviti come di un ariete per aggredire le case editrici e le loro scelte editoriali (salvo poi cercare magari di entrare in quello stesso mercato dalla porta di servizio, un po' come gli eroi dell'antipolitica italiana). Le "regole" della scrittura creativa sono diventate quindi un'arma, poiché chi non faceva così-e-cosà diventava un ignorante degno dei peggiori epiteti.
Questo è ovviamente un atteggiamento strumentale. Ma, tra quelli che non hanno apprezzato certe aggressioni armate a suon di regolette, è probabilmente nato un rigetto verso i testi che parlano di scrittura creativa, pensando che vi siano solo regole rigide e imposizioni assurde.
Ovviamente chi rifiuta di leggerli scoprirebbe che non è così, se abbandonasse il proprio scetticismo. Ci sono inevitabilmente regole che vengono "caldamente" consigliate ma tutto è lasciato al buon senso e alla volontà di chi se ne serve, visto che siamo in un campo dove regna l'impressione soggettiva su ciò che è efficace o che è bello.
Con buona pace di chi dice che, mancando di seguire una certa regola, il risultato sarà inevitabilmente pessimo. E' pessimo ciò che un lettore ritiene sia pessimo, ed è pessimo solo per lui: un altro lettore magari la penserà diversamente. Il che crea anche la difficoltà di dare validi consigli quando uno scrive una recensione (il problema è: per chi la sto scrivendo? avrà gusti simili ai mei?).
Va detto che quello che consigliano i manuali è riferito al gusto del nostro periodo. Regole come quella che consiglia di limitare l'uso di avverbi e aggettivi favorisce una lettura lineare e scorrevole: non necessariamente lo scopo di chi scriveva un secolo o due fa.
Ci sono ovviamente alcune tematiche non semplici da imparare, e non del tutto intuitive, che possono piacere o non piacere. Il mio punto di vista personale su un paio di queste "regole:"
- Lo "show don't tell:" a volte sì, a volte no. Riconosco la maggiore immediatezza nel descrivere l'azione anziché limitarsi a scrivere "tizio fece questo e quello." A volte trovo preferibile tirar via, per non allungare il testo, e vedo che sono in ottima compagnia in questa scelta.
- Il punto di vista e i suoi tormenti: per quanto faticoso possa essere, credo che sia meglio imparare a usare la terza persona limitata (se non siete per la prima, ovviamente). E' possibile cambiare punto di vista spesso, del resto, e far vedere l'azione dalla visuale di tutti. Basta che sia chiaro chi sta facendo cosa. Cadere in trappola, come scrivevo qualche post fa, è facilissimo. Non sto dicendo che il caro vecchio "narratore onnisciente" non vada mai usato. Ma fidatevi, generalmente è meglio di no.
Ognuno scelga, prenda quello che vuole, anche nulla se davvero decide così. Ma se volete scrivere sul serio, leggeteli questi benedetti manuali. Male non vi fanno. E non mordono!
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