sabato 1 dicembre 2007

Alla ricerca delle eroine fantastiche

Questo articolo è il mio primo scritto comparso su Fantasy Magazine. L'esigenza di scriverlo mi è venuta, in buona parte, dall'insoddisfazione che provo (e non sono l'unico) verso i personaggi delle "donne forti" nel fantastico contemporaneo (qui parliamo di fantasy ma il discorso si applica anche alla fantascienza).
Non che io sia uno dei più gran paladini del femminismo, non condivido però l'idea per cui la donna dovrebbe stare semplicemente dietro ai fornelli, quindi desideravo anche capire quanto il mio scetticismo venga da un sottofondo di maschilismo e quanto dal puro e semplice irrealismo di certe raffigurazioni. Una sorpresa che ho avuto dalle mie ricerche storiche è stata di trovare tantissime figure di donne combattenti e di realtà in cui le donne hanno combattuto anche su larga scala: quindi, che la donna guerriera sia irrealistica di per sé è semplicemente falso. Allora mi sono concentrato sulle differenze tra certe figure storiche e l'immaginario moderno proposto da libri e film. Se avrete la pazienza di seguirmi in un lungo articolo, vedrete un po' di eroine vere, e di donne che hanno avuto il potere, e potrete fare dei confronti con i personaggi di carta e celluloide.




La donna guerriera ed eroica è sempre esistita nella letteratura fantastica a cominciare dalle Amazzoni (che sarebbero ispirate ad autentiche donne guerriere della Scizia) e dalla loro regina Pentesilea, che sfidò Achille e ne fu sconfitta. Per non essere da meno dei Greci, i Latini cantarono nell’Eneide virgiliana le gesta di Camilla, un’altra eroina che ebbe la sfortuna di trovarsi dalla parte sbagliata. Ma le eroine non sono mancate praticamente in nessuna cultura. Le skjaldmö delle saghe nordiche erano vergini che diventavano guerriere per scelta: tra di loro Brunilde, che è l’eroina dei popoli germanici.
Attraverso le epoche i gusti possono essersi modificati ma le donne eroiche sono rimaste: basti pensare a due ispirazioni italiche: la guerriera cristiana Bradamante nell’Orlando Furioso e la musulmana Clorinda nella Gerusalemme Liberata, o in terre più lontane alla guerriera cinese Mulan.
Le eroine antiche lasciano il passo a quelle moderne con il fantasy, dalla tolkieniana Eowyn e da Red Sonya in poi. Fino ai tempi recenti queste donne straordinarie hanno avuto un particolare in comune: gli scrittori che le hanno narrate sono tutti uomini. Come è stato affermato giustamente riguardo alle Amazzoni, la donna “eccezionale” a volte esiste solo per confermare la supremazia maschile: appena compare viene sconfitta e cancellata. Se non è questo il caso, l’eroina è sempre vittima di una concezione maschile del mondo. La donna in armi del fantastico fino al novecento è quindi un simulacro poco credibile, ricettacolo di più o meno esplicite fantasie sessuali maschili, che si tratti di pruriginose voglie di sottomissione, della derisione della donna invidiosa o dell’ossessione di riconfermare la vittoria sull’elemento femminile, ottenuta con la scomparsa dell’eroina o con la sua sacrosanta riconversione a donna di casa. Beninteso, c’è una bella differenza tra certe eroine in bikini corazzato e la tolkieniana Eowyn, ma queste esili bellezze, giovanissime e graziose come modelle non sono particolarmente credibili come donne in armi. Le donne di potere non dedite all’uso delle armi fanno frequentemente una figura anche peggiore nella letteratura fantastica, condannate (come Morgana nel ciclo arturiano) al ruolo di pericolose streghe.

Entra in scena il femminismo
A smuovere la scena ci ha pensato il femminismo, dal dopoguerra in avanti (anche se la Valeria di Howard può essere a buon diritto considerata una eroina proto-femminista). L’eroina fantasy ha conosciuto (per la prima volta nella storia?) una stagione diversa con scrittrici del calibro di Marion Zimmer Bradley, che rimane di gran lunga la più rappresentativa del filone. La Bradley, femminista molto accesa nonché autrice di narrativa di stampo esplicitamente gay sotto pseudonimi, ha introdotto le sue Libere Amazzoni, donne che rinunciano a qualsiasi aiuto da parte dell’uomo in nome della libertà, ed ha narrato nelle sue storie un universo di donne sagge, coraggiose e spesso vittime, e uomini generalmente malvagi o incapaci, salvo qualche eccezione. Una prospettiva magari limitata, ma comunque diversa. La scrittrice ha comunque avuto una sua evoluzione, che non ricalca semplicemente la storia del femminismo bensì quella della società americana in generale durante il lungo periodo in cui ha scritto. Ha adottato visioni meno radicali negli anni della maturità, guadagnandosi un posto d’onore nella letteratura fantastica al di là di mode o ideologie del momento. Tra le sue eroine compaiono anche, e soprattutto, donne che cercano di difendere l’antica saggezza di cui sono depositarie, donne di studi e padrone della magia.
Dando un’occhiata alle eroine di casa nostra, quelle ideate da Zuddas (Ombra di Lancia e Goccia di Fiamma) non hanno bisogno di essere femministe, perché sono amazzoni, nascono in un ambiente già “liberato,” e se vogliamo anche perché a descriverle è uno scrittore maschio… Ma il loro saper essere autonome e “maschiacce” quando serve, femminili e tenere con il maschio un momento dopo, carine al punto giusto ma forti come un uomo, mi pare disegnato apposta per farne dei personaggi perfetti, a cui non manca niente: come non invidiarle?

Una volta rotti gli argini, il femminismo ha più o meno esplicitamente permeato tutta una serie di eroine nel fantastico in generale, dalla Ripley che combatte gli alieni fino a Wonder Woman e altre supereroine.

Il femminismo ha portato aria nuova ma non ha però creato eroine fantasy più credibili: l’intento didascalico o bruscamente rivendicativo di certi personaggi li limita strettamente a mondi in cui esista una tematica simile al femminismo e sia ben presente nell’ambientazione; peraltro nonostante l’influenza del femminismo si è mancato un risultato forse auspicabile, ovvero che morisse lo stereotipo della modella con lo spadone di ispirazione maschilista.
Se la donna in armi rimane la più problematica, perché invade il campo maschile per eccellenza della forza fisica e della guerra, la donna di potere in generale resta un punto di domanda per il fantastico, dal momento che resta il dubbio sul suo realismo e sul fondamento del suo potere (anche in MZB abbiamo eroine decisamente combattive e altre che vivono una sottomissione dolorosa, non sapendo trovare una propria strada). Il problema della personalità della donna “libera” è di difficile definizione poiché la donna è sempre in relazione con l’uomo, che è limite per la sua libertà (forse vale anche il contrario ma qui non ci interessa); cosa sarebbe la donna senza questa presenza condizionante è pertanto campo aperto alle ipotesi. Per fare un esempio, il femminismo ha difeso certi valori di pace in un’epoca in cui tutta la contestazione aveva la pace come proprio obiettivo, ma trascorse le mode politiche, è tornato il dubbio se la donna sia pacifica di suo, o se è stata “pacificata” dal potere maschile (ed abbia quindi una diversa natura da recuperare). Illuminante l’opera della psicologa femminista Judith Lorber, “L’Invenzione dei Sessi,” dove si sostiene addirittura che la femminilità biologicamente determinata non esiste: il genere è creato culturalmente (esagerando una differenza biologica minima) cosicché l’uomo, per proprio potere, piacere e soddisfazione emozionale avrebbe plasmato il sesso più debole rendendolo insicuro e dipendente. Mi pare che le ultime scoperte sul cervello umano e sul suo funzionamento facciano sempre più giustizia di queste teorie più politiche che scientifiche, dimostrando che i due sessi funzionano in modo diverso anche a livello cognitivo ed intellettuale. Ma il femminismo moderno non ci sta, e forse fa bene, a farsi ingabbiare da un discorso scientifico di qualsiasi tipo; e più che influenzare il mondo in nome di come “dovrebbe essere” dal proprio punto di vista sostiene un lobbismo a favore della donna, contrastando semplicemente i limiti e le discriminazioni.
Perciò se una donna diventa ricca e famosa facendo l’attrice porno, troverà la femminista più all’antica (semplificando) che dirà che fa male a prostituirsi per il piacere maschile, ma anche quella che sosterrà che fa bene, perché prendersi con ogni mezzo la ricchezza è “empowering,” e addio sogni di un mondo migliore.
Per la nostra ricerca sulle donne di potere questo può anche andare bene, perché gli esempi storici che andiamo a esaminare sono solo in parte legati a qualche tipo di rivendicazione femminista o riconducibile al femminismo.

Donne combattenti
Si può pensare che di donne in armi ce ne siano state storicamente poche, ma non è vero. Di questo va tenuto conto perché se gli stereotipi della modella con lo spadone sono deludenti il motivo non è che sia una pazzia vedere una donna in armi: il motivo dev’essere un altro, se c’è.
Cerchiamo quindi le prime guerriere… ma ci infiliamo subito in un altro ginepraio ideologico, quello del matriarcato, il modello sociale dei popoli più antichi che vennero sottomessi e schiacciati dai malvagi rappresentanti della concezione patriarcale (dalle nostre parti furono gli indoeuropei ad assumersi questo compito). Il matriarcato si basava sui culti della dea madre e generatrice, e sul rispetto che la fecondità e la maternità ispiravano quando non era ancora chiara la relazione tra sessualità e procreazione. La presenza di donne combattenti in queste società è supportata da evidenze archeologiche e storiche non del tutto convincenti, ma è possibile. Tuttavia non era caso infrequente che, se il potere politico era nelle mani delle donne, il comando militare restava in quelle di un “capo di guerra” maschio; va da sé che è difficile generalizzare un discorso così ampio.
Meno incerta la presenza di donne guerriere nei popoli nomadi delle pianure orientali e delle steppe, e da qui l’ispirazione per le famose Amazzoni. Donne a cavallo, spesso munite di arco, hanno fatto la loro comparsa anche in epoche successive, provenendo da queste regioni.
Mentre i Latini e i Greci non hanno esempi da offrire, occasionalmente le donne guerriere si sono viste tra i Celti, e più spesso tra i Germani.


Budicca (Boadicea) in versione scosciata

La celtica Budicca, sovrana di una tribù nella Britannia conquistata dai Romani, è un esempio di donna che ha combattuto e portato un esercito in battaglia. Il marito, morendo, aveva lasciato il regno in eredità alle due figlie, ma ciò contrastava con la legge romana per la quale le donne non potevano ereditare; il re alleato era comunque tenuto a cedere il dominio a Roma dopo la propria morte. Budicca e le figlie vennero oltraggiate, lei con la fustigazione e le figlie con lo stupro, e le terre passarono sotto il dominio dei Romani. Evidentemente l’insulto non poteva essere accettato da questa donna, che viene riferita come alta e terrificante, forte di voce e di sguardo feroce, dalle chiome rosse e sempre armata di lancia.
Budicca radunò diverse tribù e lanciò la sua ribellione, approfittando del malcontento dei Britanni sottomessi al giogo di Roma. Poiché il governatore Svetonio Paolino era impegnato in una campagna per soffocare la voce dei Druidi nell’isola di Anglesey, la reazione romana fu all’inizio incerta, e i ribelli riuscirono a bruciare la città di Colchester, sconfiggendo la IX legione che era intervenuta. Paolino guadagnò tempo per radunare i suoi reparti, lasciando in preda ai rivoltosi la città di Londra, che venne distrutta anch’essa. I Britanni di Budicca avevano così ucciso decine di migliaia di nemici, in buona parte anch’essi Britanni, ma romanizzati; allo scontro decisivo però la sapiente astuzia tattica di Svetonio Paolino li condannò a una sconfitta inequivocabile e pesantissima, tanto che Budicca sembra si sia avvelenata per non essere presa viva. La sua rivolta, pur partendo da una questione personale, aveva coinvolto l’intero popolo.



Un altro esempio notevole è quello di Sikelgaita, che riunisce nella stessa persona sia la donna di potere che la combattente. Era una principessa longobarda di Salerno, uno di quei ducati che questi germani avevano mantenuto nel meridione d’Italia, mentre le loro terre settentrionali erano state conquistate dai Franchi confluendo nell’impero carolingio. Sikelgaita visse in un’epoca di transizione: si erano affermati nella sua terra i Normanni, che da avventurieri e predoni erano diventati sovrani nei propri feudi, e volevano molto di più. Roberto il Guiscardo aveva iniziato quella ascesa che avrebbe portato il suo popolo a spazzare via dal meridione Bizantini, Arabi e Longobardi per iniziare un regno che infine, a causa di politiche dinastiche, sarebbe stato ereditato da Federico II degli Hohenstaufen, un sovrano che avrebbe posto qui la base per il suo sogno di riconquista imperiale dell’Italia. L’ambizioso Roberto sposò Sikelgaita dopo un precedente divorzio, e probabilmente per impadronirsi dell’eredità di Guaimar IV di Salerno; la moglie cercò di evitare scontri tra il fratello Gisulfo II e il marito, ma Gisulfo alla fine venne punito per la politica aggressiva che aveva seguito contro i Normanni, venendo privato di tutte le proprie terre; in seguito Sikelgaita cercò di trattenere Roberto dall’attaccare i Bizantini, ma lo seguì quando non riuscì ad influenzarlo, e condivise con lui il comando dell’esercito. Si giunse alla battaglia di Durazzo (1081) dove i Bizantini contrattaccarono l’armata normanna che assediava la città, dopo aver distrutto la flotta nemica con l’aiuto dei Veneziani loro alleati. Un’ala dell’esercito normanno era in rotta quando Sikelgaita (che partecipava alla battaglia in armatura) riuscì a recuperarla con un richiamo paradossalmente funzionante: “Fermatevi! Siate uomini!” E la battaglia fu vinta per i Normanni, che però non riuscirono a sfruttarla in modo duraturo. Anna Comnena, storiografa dell’impero bizantino e altra donna notevole in campo culturale, in questa occasione paragonò Sikelgaita ad Atena, dea della guerra; forse avrebbe dovuto anche apprezzarne, se li avesse conosciuti, i tentativi di frenare gli eccessi aggressivi del marito. Va detto che a Durazzo Sikelgaita aveva già 45 anni e generato parecchi figli (quattro anni dopo però era di nuovo in guerra a Cefalonia, con Roberto, e sempre contro i Bizantini: fu qui che Roberto morì).


Sikelgaita

Questa donna eccezionale divenne anche un’esperta di botanica, e ciò le valse l’accusa di aver cercato di avvelenare Boemondo, il figlio di primo letto di Roberto; comunque sia, la vittima non morì e Sikelgaita riuscì a mediare un accordo per cui parte dell’eredità andò al proprio figlio Ruggiero Borsa, che però non ereditò lo spirito dei bellicosi e capaci genitori. Sikelgaita, che visse solo 54 anni, quindi fu allo stesso tempo abile politica e donna guerriera, e riuscì anche a passare nel campo delle streghe (ovvero delle donne crudeli e intriganti) per il supposto tentativo di eliminare lo scomodo Boemondo e la difesa a oltranza del proprio figlio.
Menzioniamo rapidamente il personaggio di Eleonora di Aquitania, che partecipò ad una crociata alla testa di parte dei cavalieri, ma non fece una gran figura; va detto che il marito inetto e imbelle non se la cavò meglio.
Tra le donne combattenti non si può fare a meno di parlare di Giovanna d’Arco, anche se la sua breve vita ha avuto un significato politico anche superiore ai fatti militari cui ha partecipato. Per via delle consuete politiche matrimoniali del medioevo, si era creata una situazione in cui in Re d’Inghilterra era vassallo del Re di Francia, ma possedeva molte più terre di lui, oltre ovviamente al proprio regno. La guerra fu inevitabile e lunghissima (la Guerra dei Cento Anni) e la Francia fu ridotta a mal partito: se aggiungiamo che la salute mentale di Carlo VI (re ai tempi dell’infanzia di Giovanna) era instabile, il quadro non appariva dei più rosei per una riscossa francese, ma fu proprio quello che accadde quando questa contadinella ignorante cominciò a udire le voci dei santi che le chiedevano di cacciare gli Inglesi. L’erede non ancora incoronato, Carlo VII, alla fine le diede udienza e ascoltò la sua richiesta di essere equipaggiata come un cavaliere e messa alla testa di un esercito; la decisione è stata razionalizzata (da uomini) come l’ultimo tentativo disperato in una lotta che si riteneva persa. Di fatto Giovanna d’Arco aveva già ottenuto il suo più importante risultato, trasformare una guerra dinastica (che la gente di Francia subiva passivamente) in una guerra di popolo.
Le sue vittorie sugli Inglesi sono state forse dovute al fatto che non si aspettavano la riscossa nemica; tuttavia le battaglie vennero combattute accanitamente; Giovanna d’Arco nella sua breve vita militare venne colpita da frecce, colpi di balestra e mitraglia di cannone; si espose al pericolo con armi e in armatura e combatté con coraggio, e la sua cattura fu dovuta proprio al troppo rischiare. Il processo per stregoneria cui venne sottoposta dagli Inglesi ci rivela anche un altro aspetto di questa eroina: la sua intelligenza, l’arguzia nelle risposte, convinsero i suoi carcerieri, che avevano voluto screditarla con udienze pubbliche, a trasferire il procedimento dietro quattro mura. Non faticarono a trovare membri del clero compiacenti e a condannarla al rogo, anche se la falsa accusa venne più tardi ribaltata: Giovanna d’Arco, che secondo le testimonianze era morta vergine, nonostante le molestie che sembra avesse subito sia nella vita militare che in prigionia, fu più tardi santificata. La sua morte non diede la vittoria agli Inglesi: ispirati dall’esempio di Giovanna i Francesi avevano deciso di cacciarli dalla loro patria, e riuscirono a farlo.

Non sappiamo cosa sapesse fare nella mischia l’eroina francese (non disdegnava però di scalare le mura negli assedi), e non ne abbiamo nemmeno un ritratto decente, tuttavia pochi sono morti a 19 anni dopo aver condotto un esercito (per quanto nel medioevo l’arte militare non fosse a un livello altissimo), ed avendo ricoperto il ruolo di guida spirituale per una nazione. Retrospettivamente, il fatto che Carlo VII non l’abbia riscattata dai Borgognoni che l’avevano prigioniera, prima che questi la cedessero agli Inglesi, sembra un’assurdità.
Un’ultima notazione: Giovanna d’Arco non era molto socievole con le donne e certamente non una femminista ante-litteram: non volle altre donne nell’esercito e scacciò il seguito dell’armata, quel codazzo di mercanti, vivandiere, lavandaie, sarte e prostitute che abitualmente seguiva le armate medievali nei loro spostamenti.

Un breve accenno lo merita Lakshmibai, sovrana del principato di Jhansi, nel nord dell’India. Una storia molto simile a quella di Budicca: avendo solo un figlio adottato, quando rimase vedova gli Inglesi si impadronirono del suo dominio. Tentò anche la via legale senza successo e infine appoggiò la rivolta del 1857, che venne repressa con fatica dagli Inglesi. Non mancarono alcune battaglie dove Lakshmibai, il cui coraggio fu ammirato anche dagli avversari, guidò anche delle unità militari composte di donne.
Questa eroina indiana morì in battaglia. Alcune testimonianze vogliono che avesse offerto di stipulare con il nemico una pace separata se in cambio i diritti di suo figlio fossero stati riconosciuti. Nonostante ciò, è una figura simbolo del nazionalismo indiano.

Donne di potere
Prima di proseguire riconosciamo alcune caratteristiche comuni in alcune di queste donne che hanno combattuto: innanzitutto la personalità forte o fanatica, in secondo luogo un attaccamento feroce a una causa o a una o più persone. I diritti dei figli innanzitutto, o il successo dei mariti, come farebbe una donna qualsiasi. Ma anche la patria e il popolo. Un altro particolare salta all’occhio: le donne che hanno combattuto erano spesso nobili (salvo il caso veramente eccezionale di Giovanna d’Arco, un’eroina veramente poco spiegabile senza ricorrere alla religione), pertanto libere di muoversi e superiori alla massa del popolo, maschi inclusi. Così come nei casi di grossi gruppi di donne combattenti, la loro esistenza è resa possibile probabilmente dalla barbarie o dallo scarso inquadramento sociale: in società fortemente organizzate le donne sono state allontanate, quasi immancabilmente, dai campi di battaglia. E infatti la modernità ha fatto scomparire per un certo periodo la donna guerriera: l’era moderna infatti ha prodotto una divisione dei ruoli più drastica, burocrati di alto e basso livello che hanno allontanato le donne dai centri del potere, un potere che un tempo potevano agguantare se sapevano muoversi nel delicato ambiente di una corte. La Regina Vittoria ad esempio, al centro di un impero immenso, sicuramente otteneva che qualcosa venisse fatto semplicemente per il suo volere, ma in una monarchia parlamentare, come era ormai quella inglese, non aveva la possibilità di imporre un volere assoluto. In realtà, nemmeno la possibilità di complottare per migliorare la propria posizione, come aveva fatto secoli prima, senza fortuna, Maria Tudor. Il potere era diviso tra diversi politici e affaristi, tutti maschi.
La modernità pertanto dapprima ha allontanato le donne dal potere e dai campi di battaglia. Tuttavia in un secondo momento l’avvento della macchina portò, durante le grandi guerre, la massa femminile nelle fabbriche: a conoscere la tecnologia e a condividere il destino dell’uomo, un lavoro salariato. Da lì non fu possibile cacciarle e così ebbe luogo una delle trasformazioni sociali che spianarono la strada alla parità delle donne, fino al riaffermarsi del diritto a scendere sul campo di battaglia.

Nella Russia sovietica le donne combattenti sono state numerose, durante la seconda guerra mondiale: si trovavano nelle unità logistiche, di antiaerea e simili, e spesso sono finite per forza anche a combattere in trincea; non sono però state assenti dall’arma più “elegante,” l’aviazione, dove l’unità delle Streghe della Notte (caccia notturni) si guadagnò una certa fama tra gli avversari della Luftwaffe.


Eroiche donne pilota

Il diritto a combattere conosce oggi ancora alcune limitazioni negli eserciti occidentali, a volte scritte, a volte sottintese: ma ha comunque portato (in conflitti recenti o ancora in corso) alla partecipazione, e alla morte, di molte donne in combattimento.


Le prime donne soldato italiane: le ausiliare della RSI
Non avevano ruoli di prima linea


Completiamo adesso la nostra carrellata con gli esempi di alcune donne che non hanno visto la battaglia coi propri occhi, ma hanno rivestito tuttavia un grande potere politico.
Cleopatra, regina egiziana di cultura greca, avrebbe potuto essere menzionata nel precedente capitolo, tra le donne combattenti… se solo avesse fatto qualcosa di meglio che fuggire dalla battaglia di Azio quando la vittoria era ancora possibile. La sua ascesa al potere è una storia di tristissimi omicidi fra consanguinei. L’astuzia con cui ha cercato di mantenersi al trono manipolando i maschi conquistatori romani probabilmente non la rende simpatica né alle donne né agli uomini, e non ne fa certo una eroina.
Caterina I di Russia, una donna di umilissime origini il cui vero nome era Marta, entrò in servizio nella casa reale e riuscì a sposare Pietro il Grande, partecipando anche alla vita di governo in un periodo importante della storia russa. La storia di una giovane povera ma bella che diventa sposa di un potente non è eccezionale, ma Caterina I si distinse per aver mantenuto il potere una volta rimasta vedova, agendo di comune accordo coi nobili, e di averlo gestito con saggezza, prima di morire nel 1727. In quel periodo numerose donne si susseguirono al trono di Russia; la successiva fu Anna, il cui governo non fu però molto brillante: riuscì a farsi detestare, morendo per giunta senza eredi diretti.
L’imperatrice Elisabetta, figlia di Pietro il Grande fu una donna brillante ma irrequieta. guadagnò appoggi politici durante il regno della cugina, Anna, e alla sua morte rovesciò il successore, lo zar bambino Ivan VI, che finì per morire in prigionia. Elisabetta non ebbe una vita personale integerrima ma seppe barcamenarsi bene in politica interna e nel gioco delle alleanze europee; in buoni rapporti con gli Asburgo, lavorò per isolare la Prussia e si impegnò a fondo, nella guerra dei Sette Anni, per la rovina del suo nemico, Federico il Grande. La coalizione vacillava ma Elisabetta profondeva ogni sforzo per conseguire la disfatta del sovrano tedesco, che infine si vide perduto egli stesso. Ma nel 1762, con i soldati russi a Berlino, la guerra finì per la morte di Elisabetta. Forse è eccessivo collegare con un filo rosso la figura di Federico il Grande, attraverso l’imperialismo guglielmino, al revanscismo tedesco condotto da Hitler. Però è senz’altro suggestivo pensare quanto fu vicina una donna a spezzare l’imperialismo prussiano prima ancora che nascesse.
Alla morte di Elisabetta lo zar Pietro III fu rapidamente spodestato dalla moglie, figlia di un ufficiale prussiano. La zarina, con il nome di Caterina II, fu imperatrice per 34 anni e ingrandì enormemente il territorio russo, operando varie conquiste molte delle quali a spese dei Turchi. Considerandosi una “despota illuminata” cercò di stimolare la cultura e l’istruzione, ma questo in un paese come la Russia del tempo ha necessariamente un significato molto limitato. Sebbene ricordata anche per i molti amanti e per le infinite dicerie sulle sue intemperanze sessuali, Caterina II fu una grande statista e una conquistatrice.


Dopo questa carrellata su un secolo di governo femminile in Russia, sorvoliamo su tanti altri personaggi come ad esempio Elisabetta I d’Inghilterra (non perché il suo regno non sia stato importante, ma perché sarebbe una ripetizione dei temi trattati con le zarine russe), e concludiamo con una donna di potere dei nostri tempi, degna di menzione perché ha voluto fermamente una guerra che i maschi nel suo entourage non si sentivano di affrontare, e che le sue forze armate, non prontissime, avevano tutti i motivi di temere: stiamo parlando di Margaret Thatcher, Maggie “la dura,” che punì gli Argentini per aver cercato di riconquistare le isole Falklands (o Malvine). Sarà ricordata anche per le severe politiche conservatrici, e non si può certo dire che non sia stata una energica donna di potere.
Ovviamente ci sarebbero altri personaggi da considerare ma chiudiamo e cerchiamo di trarre delle conclusioni.
Qui abbiamo parlato di alcune donne che hanno avuto in mano un grande potere politico, senza doverselo conquistare o difendere in battaglia. E discorsi femministi non se ne possono fare anche perché (Thatcher a parte, ma non è il caso) sarebbero anacronistici. Generalmente parlando, le donne di potere che abbiamo visto si sono comportate come uomini: non tutte con la stessa abilità, ma sempre incentrate sui problemi di governo; forse sono state aiutate dal fascino, dall’abilità relazionale, ma hanno dovuto esercitare capacità e prerogative che si sarebbero ritenute maschili, e sono riuscite a farlo. Non c’è nulla da aggiungere se non che il potere, nei gradini più alti, in fin dei conti non ha sesso.

Per tornare alle eroine Fantasy…
Cosa ci ha insegnato la storia di queste donne vere, da poter applicare alle eroine Fantasy? Innanzitutto, le donne che hanno combattuto personalmente in battaglia, sole o in massa, sono esistite e non ce ne sono state nemmeno pochissime. Si potevano aggiungere altri esempi provenienti dai paesi dell’estremo oriente e da popoli che sono stati colonizzati dagli Europei, ma sarebbe stato a questo punto superfluo. Si possono inoltre aggiungere tutti i casi in cui un popolo è stato schiacciato o una civiltà annientata: là dove ci sono memorie scritte si possono spesso leggere i casi di estrema difesa tentati da donne in armi. Le donne combattenti andrebbero rimosse dall’immaginario fantastico? Non credo che avrebbe senso, dal momento che sono state ripetutamente presenti nel mondo reale. Andrebbero probabilmente interpretate meglio. Ciò che rende spesso fastidioso il personaggio dell’eroina femminile è che spesso si limita ad essere la modella con lo spadone, ovvero un fantoccio di fantasie maschili, oppure (magari con il medesimo aspetto!) una mera bandiera di rivendicazioni femminili. Quindi, privo di una vitalità propria come personaggio. Quando ce l’ha è frequentemente in ridicolo contrasto con il ruolo di donna guerriera: a volte pensa come una ragazzina di quindici anni, a volte come una vezzosa e schizzinosa cortigiana, insomma in genere non pensa come una “persona che combatte.” E per me è questo il motivo per cui così spesso la donna guerriera genera una smorfia di incredulità. Per fare qualche citazione, sono del tutto realistiche le amazzoni di Zuddas, belle e fortissime? E’ del tutto credibile il personaggio di Nihal della Terra del Vento, esile ragazzina nella copertina del libro, guerriera massacratrice nella trama, e tormentata da dilemmi adolescenziali? Le eroine in bikini come Red Sonya sono credibili?

L’altro personaggio del fantasy, la donna sapiente, declinato sia nella versione rassicurante della sacerdotessa o della maga saggia e generosa, sia nel versante più oscuro della stregoneria, offre probabilmente migliori possibilità di sviluppo narrativo. Regine e imperatrici (sebbene le loro storie reali, per quanto affascinanti, siano spesso simili a quelle maschili in maniera desolante), se declinate nel fantastico possono offrire una sorprendente ricchezza di possibilità espressive. Chiudiamo questa passeggiata nella storia con l’augurio che le donne del fantasy riescano ad essere sempre più fantastiche… ma diventare anche più vere.

sabato 24 novembre 2007

Nicolas Eymerich incontra Wilhelm Reich


Ero troppo incuriosito da questo stridente accostamento, perciò ho letto Il Mistero dell'Inquisitore Eymerich che sarebbe il quarto libro della serie (se non vado errato). Anche qui Valerio Evangelisti fa notevole sfoggio di preparazione storica, inserendo il suo inquietante protagonista nella storia della conquista di Alghero, città sarda che mostra ancora traccia dell'evento nella parlata catalana dei suoi abitanti. Come nel primo libro della serie, lo scrittore intreccia la sua narrazione su diversi livelli, mostrandoci un'America del futuro con gli Stati Uniti divisi in tre stati (e non se la passa bene nessuno dei tre).
Eymerich l'Inquisitore incontra, in una serie di episodi onirici, anche Wilhelm Reich, uno dei personaggi più controversi del ventesimo secolo, nonché lontano genitore della "rivoluzione sessuale" degli anni '60, che non riuscì a vedere. Psicanalista importante ai suoi esordi, poi allontanatosi da Freud per un approccio più rivoluzionario alla psicologia (in contrasto con l'atteggiamento timido e conservatore dei suoi colleghi, che si trovavano malvolentieri a dover maneggiare una disciplina che ai tempi era di per sé esplosiva), Reich dovette fuggire da un paese all'altro a mano a mano che l'Europa veniva conquistata dalle armate di Hitler; negli Stati Uniti, dov'era giunto dopo aver ormai abbandonato il comunismo ed esserne stato a sua volta ripudiato, si convinse di essere il fondatore di una nuova scienza e, circondato da seguaci che lo vedevano in una luce mistica, deviò verso teorie biologiche e fisiche via via più indimostrabili e bizzarre. Evangelisti lo mostra come un campione della vita contro il suo spietato e mortifero protagonista, e ci narra la sua penosa fine in carcere dopo la distruzione dei suoi libri e degli strumenti di laboratorio ad opera dell' FBI. In bocca a un personaggio del libro c'è una frase che probabilmente (a mio modo di sentire) riassume il pensiero dell'autore:

Non posso dirle se l'energia di cui parlava esiste o no. Non ho la competenza necessaria, e poi la cosa non mi interessa molto. Ma certo non può essere uno sconosciuto "esperto" di tribunale a giudicare decenni di lavoro, di prove, di sperimentazioni.


Condivido. Tuttavia Einstein si prese la briga di compiere delle verifiche e non trovò conferma alle teorie sull'energia "orgonica." Nonostante questo, Reich resta una delle figure più complesse e affascinanti dei nostri tempi, e il suo inserimento in questo libro, fatto con stile e conoscenza dei fatti, contribuisce a farne una lettura estremamente avvincente.

Wilhelm Reich su Wikipedia e sul sito della fondazione che tuttora diffonde le sue teorie

La pagina di Valerio Evangelisti su Eymerich

domenica 11 novembre 2007

Nicolas Eymerich, Inquisitore


Questo, edito da Mondadori, è il primo libro di una fortunata serie scritta da Valerio Evangelisti: uno dei non moltissimi scrittori italiani contemporanei conosciuti anche all'estero. Questa storia si dipana su più epoche e in diverse ambientazioni, ma principalmente la viviamo nella Spagna della Reconquista, e precisamente nel Regno d'Aragona. E' un libro di sapore fantasy ma in realtà le sue radici sono saldamente piantate nella fantascienza, poiché l'autore ci dà una complessa spiegazione di certe tecnologie e certi fenomeni, in quello stile pseudoscientifico (detto senza connotazione negativa in quanto siamo nell'ambito di una narrazione fantastica) caro a certi autori di Science Fiction d'altra epoca.
Il protagonista è un inquisitore e non può quindi, per definizione, essere un gran simpaticone. Eymerich è freddo, poco empatico, sdegnoso della folla e schifato dall'imperfezione dei suoi simili. Sicuramente avido di potere e prestigio, e ben poco partecipe dei valori dell'umiltà e della carità cristiana. Programma le sue mosse politiche come le sue indagini, con piglio freddamente intellettuale e mosse astute, calcolate ad arte, e quando occorre spietate.
Questo non va minimamente a discapito della storia, che avvince il lettore fin dalle prime righe. Lo porta a visitare un affresco della Spagna medievale che è anche un tributo all'eccezionale preparazione dello scrittore. Scrittore a cui bisogna anche riconoscere uno stile scorrevole ed impeccabile.
Un unico neo posso dire di aver trovato: e se non volete che vi venga svelata una parte di trama, fermatevi qui. Si tratta dello stratagemma di fingere che il conte de Urrea, che sta proteggendo Eymerich nella sua inchiesta, lo sconfessi e lo faccia incarcerare, allo scopo far svelare alla pagana Elisen i dettagli del proprio intrigo. Ovviamente Elisen, vantandosi con l'inquisitore prigioniero che ritiene ormai inoffensivo, rivela tutto quello che c'è da sapere, salvo essere arrestata a sua volta mentre il trionfante Eymerich viene liberato e può procedere a distruggere il complotto pagano. Questo stratagemma sinceramente mi sembra un po' bolso ed abusato. Ciò non toglie che il libro ci regali una lettura intensa ed affascinante.

sabato 10 novembre 2007

Off Topic: Isabel

Questo libro non ha pertinenza col fantastico, è semplicemente una delle mie recenti letture. L'autrice è Anna Stothard, casa editrice Elliot. Dalla quarta di copertina: "In questo libro voglio elencare tutte le mie prime volte, così quando le avrò finite ... potrò almeno ripensare ai momenti belli e brutti, ai momenti intensi, e avrò di nuovo sedici anni."



Bella promessa, molto impegnativa, quella di aiutare a rivivere certi momenti. Un libro che potrebbe riuscire nell'intento con alcuni lettori, e non riuscire con altri.

Purtroppo non ha funzionato per me.

giovedì 8 novembre 2007

Nasce il Premio Immaginario 2007 !

Ebbene sì, ho deciso di assegnare un premio tra gli esordienti italiani che ho letto quest'anno. Dal momento che il mio blog si chiama Mondi Immaginari, sarà immaginario, ovvero non reale, anche il Premio. Questo permetterà alla giuria (che è costituita essenzialmente da me, ma con qualche consiglio di amici a cui passo fedelmente i libri che leggo) di risparmiare risorse economiche. Se ci sarà l'edizione 2008 del Premio Immaginario, penso che seguirà il medesimo principio.
Per l'autore ci sarà comunque l'orgoglio di essere assegnatario del Premio.
Saprete il nome del vincitore entro l'anno...

venerdì 2 novembre 2007

Il Segreto di Krune


Bella la veste grafica di questo libro (un po' costoso, per dire la verità) e molto valido lo stile. Michele Giannone, autore de "Il Segreto di Krune" (Dario Flaccovio Editore) ha sicuramente il dono di uno scrivere fluido e piacevole, che permette al lettore di galoppare per centinaia di pagine in pochi giorni. Invidiabile (certamente io lo invidio...). Se cercate una lettura piacevole, questo libro è consigliatissimo; tuttavia ci sono delle lacune nella caratterizzazione e nella trama che mi hanno decisamente fatto storcere il naso, e sono piuttosto evidenti ma a quanto vedo dalle recensioni (anche blasonate) che scopro in giro per la rete, me ne sono accorto solo io.

Strana cosa. L'autore (per quello ho letto dei suoi interventi in un paio di blog e forum) è pure un tipo equilibrato, modesto e simpatico e non ho nessuna voglia di sminuirlo senza motivo, quindi se mi sembrassero problemi di poco conto li trascurerei, ma a me sembra che rovinino parecchio la godibilità del libro: la cosa che però mi riempie di stupore è che (a quanto ne so) chi ha criticato questo libro lo ha fatto su tutt'altri argomenti.
Pertanto devo essere pazzo. Se non amate lo spoiler, ovvero il disvelamento della trama, fermatevi qui: ormai sapete che il libro è carino e leggibile, e tanto vi basti. Acquistatelo e non fatevi turbare da questi difetti fantasma, tanto probabilmente non li vedrete neppure. Ma se avete già letto il libro (e non temete quindi lo svelamento della trama) o se volete sapere perché sono pazzo, procedete pure.

Il libro comincia con la descrizione del Matriarcato, la società in cui si muovono i primi passi di Mareq Tha, la protagonista. Una società oppressiva e "orwelliana," direi quasi, una descrizione valida che mi ha entusiasmato, perché vedevo un autore che non temeva di affrontare un tema molto complesso. La logica dell'ambientazione regge: le donne sanno usare dei poteri magici che mancano agli uomini, pertanto li dominano. Esistono dei mostri che aggrediscono proprio le donne in quanto dotate dei poteri magici, e questo può giustificare l'uso spietato degli uomini come carne da macello nella difesa del Matriarcato. La decisione di pronunciare i punti cardinali in una lingua fantastica, e così i nomi delle piante, aiuta ulteriormente nell'immedesimazione (anche se dopo tanto sforzo di localizzazione più avanti arriveranno inspiegabilmente metri e centimetri, vedi pag. 370 e 468).

Poi, man mano che certe tematiche del Matriarcato rimanevano non dette ho avuto qualche perplessità, ma arriva (catturato) il protagonista maschile a spostare l'attenzione, e il suo mistero di uomo portatore di magia crea uno scompiglio nelle certezze di Mareq Tha, nonché la necessità per lei di darsi alla fuga. Avendo lei visto questa realtà, "impossibile" nella religione del Matriarcato, le governanti (Matriarche) decidono infatti di eliminarla. Non ci riescono ovviamente, e la protagonista scappa con il prigioniero.

Mareq Tha dovrà quindi viaggiare, conoscere questo misterioso uomo (Jaat) che non ricorda il proprio passato, e visitare un mondo estraneo, quello degli uomini delle praterie.
Da qui in poi cominciano i problemi. Della società del Matriarcato non si parla praticamente più e una serie di domande rimangono senza risposta. A me sembra troppo monolitica. Non c'è devianza, malcontento di fronte a queste regole così pesanti. A parte le Nutrici e pochi maschi "fortunati" nessuno dovrebbe avere rapporti sessuali (le donne no, gli uomini magari sì, ma fra di loro, eventualmente). E' possibile e ragionevole? Quali sono le conseguenze? Non dovrebbe esserci una omosessualità dilagante? O crimini sessuali?
Insomma, il Matriarcato con il suo perfetto meccanicismo mi convince poco. La protagonista, Mareq Tha, mi convince anche meno, fin da quando s'intuisce che sboccerà l'amore da parte di Jaat e, dopo aver passato un periodo di travagli psicologici nel vedere ogni sua convinzione buttata per aria, lei lo ricambierà e lo faranno.
Teniamo presente che Mareq Tha uccide freddamente un uomo, ferito, che le ha chiesto aiuto nelle prime pagine del romanzo. E si considera insozzata perché il ferito l'ha toccata. Insomma una bella personalità distorta anche se perfettamente coerente con il proprio ambiente; consideriamo inoltre che lei è un ufficiale, insomma non proprio una ragazzina, ma una donna adulta con un carattere già formato.
Non pretendo di fare lo psicanalista della mutua, ma penso di non dire nulla di strano se vi ricordo quali devastazioni possa ricevere la psiche di una persona che subisca condizionamenti innaturali negli anni cruciali dell'infanzia, quelli in cui si forma l'identità personale e sessuale di un individuo. Mareq Tha dovrebbe essere condizionata per la vita, asessuata o omosessuale, e certamente frigida, incapace di concedersi a un uomo. Invece no, dopo un po' di giorni (il libro non copre una lunghissima estensione temporale) ritrova la tenerezza, l'affetto, sa provare i sentimenti giusti come una fanciulla in fiore e dire all'uomo che ama le parole giuste. Unico problema, ci mette un po' prima di andarci a letto (ma forse meno di tante comunissime fidanzate italiane...).

Qui, e non solo qui, si potrebbe contrapporre la classica obiezione che siamo in un mondo fantasy. Certo: una spiegazione "fantasy" che sia congruente con il resto del mondo fantastico la accetterei. Però manca.

Lasciamo da parte, come problemi del tutto secondari, certi atteggiamenti buonisti di Jaat, che è molto diverso dai suoi compatrioti (vedi pag. 231: Jaat contesta l’uccisione di un prigioniero cui non è stata data la possibilità di difendersi, parla a suo padre in termini che ricordano talvolta quelli di un attivista per la pace in un paese occidentale moderno: “Io biasimo voi. Te, gli altri membri della giuria, tutti gli uomini e le donne che hanno assistito all’esecuzione. E’ la vostra indifferenza a farmi paura.”) Ma del resto Jaat è speciale e presto scopriremo perché.
Stranamente però comincia a fargli eco Mareq Tha, a pagina 236: “In guerra nessuno ha mai tutta la ragione dalla propria parte. Ci convinciamo del contrario perché in tal modo uccidere il nemico è meno problematico. In ogni caso, si tratta di una menzogna.” Una “Prima Vigilante Militare” (grado che aveva nel Matriarcato) che ha ucciso un uomo ferito (uno dei suoi!), una che considerava poco prima i maschi come esseri subumani, come fa a porsi il problema dell’uccidere il nemico?

Il vero guaio nell'ambientazione deve ancora venire. Scopriamo che una spedizione nel passato si era spinta fino a nord. Alcune Vigilanti del Matriarcato avevano scoperto gli uomini delle praterie e la loro padronanza della magia, e alcune erano tornate a riferire. Qui nasce l'orrendo crimine delle Matriarche, aver nascosto "la verità" alla propria gente. Scopriamo anche che per un sacco di tempo, prima che Jaat venisse catturato nel periodo descritto nel libro, non c'era stato più altro contatto. Ora: i popoli raffigurati nel libro somigliano a terrestri antichi ma non primitivi: vanno a cavallo, viaggiano, ecc... Il mondo è infestato da mostri in maniera preoccupante, ma ciò non impedisce a gruppi grandi e piccoli di spostarsi (nel libro avviene). Gli uomini delle praterie e il Matriarcato hanno vissuto ignorandosi per secoli quando sono distanti... circa una decina di giorni di viaggio! Questo fa crollare tutta la trama del Segreto di Krune come un castello di carte, perché è lo scottante segreto degli uomini che usano la magia che le Matriarche non vogliono far sapere, e che poi decidono di eliminare alla radice con una spedizione militare. Uno dei due popoli dovrebbe aver incontrato l'altro da un pezzo, non ci può essere dubbio. Se gli antichi Greci avevano un'idea (per quanto distorta) del Mar Baltico e della Britannia, questi popoli non possono non conoscere i propri vicini. Siamo in un mondo fantasy e tutto può ricevere una spiegazione fantasy, basta che sia congruente con il mondo. Mi sta bene. Ma dov'è tale spiegazione?

Mentre già non potevo crederci, arriva una specie di interrogatorio (di Mareq Tha da parte delle Matriarche) che si trasforma in una specie di consiglio di guerra senza nemmeno la prudenza di spostarsi in un'altra stanza per non farsi ascoltare dalla prigioniera: con la bella conseguenza che le svelano l'intenzione di usarla come guida per scoprire gli uomini delle praterie che vogliono sterminare. Mareq Tha, che ha assistito alla sconcertante decisione politica in presa diretta, ovviamente rifiuta (poi accetterà per avere una possibilità di fuga).
Ora, il motivo del consiglio di guerra è piuttosto strano, perché il casus belli sarebbe l'arrivo di Jaat (un po' di tempo prima) e non di Mareq Tha (che ritornava in quei giorni, e che potevano uccidere facilmente e seppellire con tutte le sue scoperte scomode), perciò non si capisce perché le Matriarche la decisione non l'abbiano presa a suo tempo ma la prendano adesso, in una ispirazione del momento:
"Che ne facciamo di lei?" ... "uccidiamola. Avevamo stabilito che l'avremmo giustiziata non appena ci avesse rivelato tutto ciò che sapeva." "Sì, ma ignoravamo che avesse scoperto tanto." ... "In questo caso le circostanze ci sono state favorevoli. La prossima volta potremmo non essere così fortunate" ... "Io dico di risolvere il problema una volta per tutte... una spedizione militare ... staneremo gli abitanti di quelle terre e li spazzeremo via."
Aggiungiamo il fatto che l'utilità di Mareq Tha come guida è comunque limitata, perché non deve trovare un ago in un pagliaio, ma un intero popolo che vive in una prateria. Insomma, questa scena ha tutta l'aria di un debole espediente per far riportare verso le praterie Mareq Tha, che poi verrà ritrovata e liberata da Jaat. E qui le Matriarche sembrano tutto tranne che governanti di una nazione.

Evito di parlare di un altro paio di perplessità che ho avuto leggendo il "Segreto di Krune" e arrivo alle conclusioni.
Libro fortemente disuguale. Giannone è stilisticamente una spanna sopra tutti gli autori italiani che ho letto ultimamente (nel ramo del fantasy) e potrebbe quasi vedersela con quello che per me è il mito nazionale, Zuddas.
Questo può aver convinto l'editore e tanti lettori di cui ho letto i commenti a minimizzare certe magagne, o a far finta che non ci siano. Per me, sulla coerenza di ambientazione, personaggi e trama non si possono tollerare concessioni così forti: perciò considero questo libro valido come intrattenimento disimpegnato ma non come storia. Tuttavia, se sono pazzo e vedo problemi dove non esistono, spiegatemelo.