domenica 19 settembre 2010

Le donne combattenti russe 1941-1945

Riprendendo il discorso sulle donne guerriere, iniziato tanto tempo fa, è doveroso parlare di un'esperienza praticamente unica nella storia moderna, ovvero la massiccia partecipazione delle donne russe alla Seconda Guerra Mondiale (intesa come prender parte direttamente ai combattimenti). Nel conflitto le donne sono intervenute un po' in tutti i paesi, ma generalmente la loro partecipazione è stata generalmente limitata a ruoli non combattenti anche se magari non esenti da qualche pericolo. Per esempio, negli USA venne istituito un corpo di donne pilota che aveva il compito di sostituire i maschi in tutta una serie di compiti non di combattimento: ad esempio trainare alianti che facevano da bersaglio per le esercitazioni, o far volare un aereo dal luogo di produzione a un aeroporto militare; a queste aviatrici non venne riconosciuto lo status di militari, il che non impedì che qualche decina morisse in incidenti.

Il conflitto tra Germania e URSS invece vide presto le donne in prima linea. Va chiarito che l'esercito sovietico non le desiderava particolarmente, e dopo il conflitto si è assai scarsamente servito delle donne soldato (e sempre in ruoli non combattenti). Ma le condizioni della Seconda Guerra Mondiale erano eccezionali: per quanto fosse un esercito di proporzioni colossali e con armamenti qualitativamente non disprezzabili, l'Armata Rossa venne inizialmente travolta soffrendo perdite elevatissime, e questo permise all'invasione tedesca di penetrare in profondità. Si rivelò il carattere di guerra totale di questa invasione, che vide fin dall'inizio brutalità e stermini indiscriminati. Questo fu il principale motivo che spinse numerose donne a prendere le armi. Le necessità militari spinsero le autorità ad accettare questo contributo che, nella maggior parte dei casi, non era stato sollecitato.

Le donne parteciparono in tutti i ruoli: infermiere, addette all'artiglieria contraerea (ruolo che potrebbe sembrare non di prima linea ma ugualmente pericoloso), tiratrici scelte, spie, combattenti partigiane, carriste, equipaggi nelle navi, piloti di aerei da bombardamento e da caccia. Ovviamente non mancarono nella fanteria.

Le donne pilota sono state  senza dubbio le più famose. Marina Raskova (vedi foto a destra), pioniera dell'aviazione russa, ottenne da Stalin il permesso di organizzare le prime unità femminili da combattimento. La Raskova, che aveva una valida preparazione tecnica ma pochi collaboratori altrettanto esperti, si sforzò di trovare donne che avessero già esperienza di volo: qualcuna ce n'era grazie al Komsomol, organizzazione giovanile del partito, che fra le tante attività aveva insegnato il pilotaggio a molti giovani sovietici. Nacquero così le famose Streghe della Notte, unità di disturbo che volavano su piccoli biplani PO-2. Si trattava di aerei di legno il cui ruolo era stato quello di addestratori. Recuperati alla guerra, erano senz'altro robusti ma assai poco performanti.
La loro lentezza paradossalmente era un vantaggio perché i caccia dell'Asse avevano difficoltà ad attaccarli: se li avessero presi accuratamente di mira sarebbero scesi sotto la velocità di stallo.
Marina Raskova morì in un incidente ma molte delle sue allieve giunsero ad accumulare una quantità impressionante di missioni di bombardamento. Il primo teatro di guerra fu quello della penisola di Taman (a est della Crimea, dall'altro lato dello stretto di Kerch che congiunge il Mar d'Azov al Mar Nero). Il loro ruolo era fondamentalmente di disturbo perché il carico di bombe era assai limitato. Partivano da campi molto rudimentali a ridosso delle prime linee e compivano anche diverse missioni in una sola notte, cercando di sfuggire ai riflettori e alla contraerea con diverse ingegnose tattiche di pattuglia (ad esempio: un aereo che cerca di colpire i riflettori e si fa vedere, mentre un altro cala sul bersaglio a motore spento).
Altre donne pilotarono dei bombardieri più pesanti (PE-2) e ci furono pure le donne pilota da caccia. Sembra che il 13 settembre 1942 sia stato il giorno del primo abbattimento da parte di una donna, quando Lidya Litvyak ebbe la meglio su un asso tedesco presso Stalingrado (il poveretto non credette di esser stato abbattuto da una donna fino a che lei stessa gli descrisse com'era andato il combattimento). La Litvyak volava in un reparto di uomini assieme a poche altre donne; pilotava uno Yak-1, aereo piuttosto rudimentale, che soffriva spesso per la costruzione effettuata con materiali scadenti o imprecisione nell'assemblaggio. Nell'agosto 1943 Lidya Litvyak venne abbattuta dopo aver conseguito 11 vittorie contro gli aerei tedeschi (più un pallone aerostatico). Per conferirle la decorazione di Eroe dell'Unione Sovietica il partito voleva conferma che fosse morta e non finita in prigionia. Facendo uso di testimonianze venne trovato il suo luogo di sepoltura (ai tempi di Gorbachev) ma non venne esumata. Pertanto rimane il dubbio (secondo altre fonti) che sia stata fatta prigioniera dai Tedeschi o che sia sopravvissuta in qualche modo alla guerra.

Le donne con competenze di macchinari e veicoli si trovarono spesso a guidare automezzi nelle forze armate. Dal momento che le forze corazzate mancavano di personale addestrato, le donne si trovarono presto anche alla guida dei carri armati. Irina Levchenko, il cui padre era stato vittima del terrore voluto da Stalin, passò da un ospedale per bambini a un'unità corazzata, dove le sue mansioni non prevedevano il combattimento. Respinte le sue richieste di passare alle truppe combattenti, persuase l'ufficiale che l'aveva rifiutata scoppiando a piangere e implorandolo. Questi allora acconsentì e fece in modo che la Levchenko ricevesse il certificato di idoneità fisica che avrebbe dovuto esserle rifiutato in quanto la donna, che aveva già ricevuto la prima di numerose ferite di guerra, era invalida. La Levchenko morì a soli 48 anni, dopo la fine della guerra; scrisse però delle sue esperienze.

Oktyabrskaya Mariya Vasil'yevna vendette tutto quello che aveva alla notizia della morte del marito sul fronte. Con il suo denaro e le donazioni che raccolse, raggranellò il necessario per finanziare la costruzione di un carro armato e chiese di poterlo guidare. Nonostante fosse una donna di mezz'età, e di piccola statura, le fu concesso. Se la storia sembra un'invenzione di propaganda, considerate il fatto che il marito era un ufficiale politico e lo stesso nome di questa eroina era stato cambiato in onore alla rivoluzione di ottobre. Vista inizialmente con sospetto dai giovani carristi la Vasil'yevna riuscì a farsi onore in diverse battaglie. Nel gennaio 1944, uscendo dalla protezione del suo T34 per riparare un cingolo danneggiato dalle armi anticarro nemiche, venne ferita a morte da un'esplosione. (Nella foto un carro T34 da me fotografato in un museo di Londra)

Far parte del personale medico sembrerebbe una buona scelta per rimanere fuori dalle peggiori situazioni della guerra, ma le cose sono molto diverse per gli infermieri sul campo di battaglia, che devono recuperare i feriti (e le loro armi) senza aspettare il termine del combattimento. Molte donne in questa mansione ebbero i primi scontri a fuoco per salvare le vite dei feriti, e una volta imbracciate le armi non le hanno più lasciate, unendo ai compiti sanitari quelli di combattimento, o passando direttamente nella fanteria. Moltissime di queste donne sono morte perché la fanteria scompariva a ritmi impressionanti nel tritacarne della guerra. Ricorderò l'infermiera Mariya Borovichenko, sergente medico ed esploratrice, orfana sedicenne che nel 1941 si segnalò per le audaci ricognizioni in territorio nemico e la cattura di soldati tedeschi. Nel 1943, qualche mese dopo aver perso il fidanzato ucciso a Stalingrado, cadde lei stessa nella battaglia di Kursk. Il suo generale scrisse un libro su di lei, e dal libro venne tratto il film Non esistono militi ignoti (dubito abbia mai raggiunto le nostre sale).

Se combattere nella fanteria è ruolo brutale e mortifero, le numerose donne entrate nelle file partigiane hanno spesso avuto la fine più tragica di tutte. I partigiani russi sono nati a volte spontaneamente, a volte i gruppi sono stati organizzati con l'invio di agenti da parte dei comandi, talvolta sono nati da nuclei di soldati sconfitti nelle prime battaglie: travolti dall'avanzata tedesca, si erano dati alla macchia per organizzare in un secondo tempo la resistenza. Riforniti dall'aria e a volte in contatto con i comandi per mezzo di potenti apparecchi trasmittenti, i partigiani riuscirono a mantenere un collegamento per quanto minimo tra il governo e la popolazione delle zone occupate, a disgregare l'economia di guerra tedesca, a sabotare le importantissime linee ferroviarie (anello debole della logistia germanica), e infine a raccogliere importanti informazioni. Le donne, che l'esercito russo tollerava a fatica tra i propri ranghi, sono state accolte volentieri e impiegate cinicamente in questo tipo di ruoli speciali, assegnate alle missioni d'infiltrazione più rischiose, paracadutate senza rimorsi dietro le linee nemiche per organizzare la resistenza. Avendo maggiore possibilità di muoversi ed essendo meno sospettate rispetto ai maschi, godevano di un indubbio vantaggio in questo compito. A volte entravano al servizio dei tedeschi come cuoche, o diventavano le amanti degli ufficiali per raccogliere informazioni e anche per ucciderli a tradimento, quando al posto di un incontro galante il tedesco si trovava alle prese con i partigiani che lo uccidevano all'arma bianca. Inevitabilmente seguiva la reazione di collaborazionisti, SS e polizia militare, e queste operazioni ad alto rischio finivano nella dispersione dell'unità partigiana; le donne combattenti hanno conosciuto torture, imprigionamenti senza speranza, impiccagioni e fucilazioni. Nelle storie di donne decorate come Eroe dell'Unione Sovietica che ho letto, praticamente tutti i nuclei partigiani sono stati debellati con la morte della maggior parte dei costituenti, quando non di tutti. Certamente non era un ruolo per chi voleva vivere a lungo.

Da menzionare anche le tiratrici scelte, uno dei pochi ruoli in cui le donne erano apprezzate per la pazienza e la tenacia che sapevano infondere in un lavoro difficile e solitario. Le tiratrici scelte russe hanno, cumulativamente, eliminato l'equivalente di una divisione tedesca.

Un dettaglio importante, che ci fa capire quanto la massiccia partecipazione al conflitto da parte della donna russa fosse dovuta principalmente alle gravissime condizioni in cui si era venuto a trovare il paese: diverse di queste eroine non credevano  che per le donne fosse appropriato occuparsi di cose militari. Per esempio: Raisa Aronova (pilota delle "Streghe della Notte") non riteneva che il servizio militare fosse adatto alle donne salvo la situazione eccezionale in cui lei stessa si era venuta a trovare; era particolarmente lieta di trovarsi in un'unità completamente composta da donne dove "lo spirito femminile regnava supremo," ovvero vi erano ordine e decenza. Marina Chechneva, autrice di diversi libri sulla guerra e anche lei pilota, dichiarò che sebbene le sue compagne d'armi avessero superato spesso gli uomini per coraggio e abilità, la guerra non dovrebbe essere affare da donne, salvo casi eccezionali.

Le motivazioni che spinsero queste combattenti sono legate soprattutto al fatto che la guerra stava travolgendo il loro paese e arrivando fino al focolare domestico, e non si trattava di una guerra ottocentesca tra sovrani, dove al popolo poteva importare poco o niente del risultato, ma di una guerra di annientamento dove non c'era scampo o rispetto per nessuno. Sempre per lo stesso motivo le donne combattenti venivano da tutte le estrazioni sociali. Alcune avevano ricoperto cariche nel partito comunista e di conseguenza spesso ottennero dei comandi o presero il ruolo di ufficiale politico, ma vi furono anche le combattenti che provenivano da famiglie ferocemente perseguitate dallo stalinismo, che oltre alla difficoltà di farsi accettare in quanto donne soldato avevano anche il problema di dover combattere i sospetti del partito.
In effetti è notevole come la ferocia di Hitler valse a riavvicinare al regime sovietico perfino molte persone che avevano sofferto nelle galere di Stalin.

Alcune delle donne abbracciarono la vendetta quasi come un fatto personale: Tamara Konstantinova, pilota dei bombardieri tattici Il-2, prese le armi quando perse il marito, anche lui pilota, abbattuto sul fronte di Leningrado. La Konstantinova lasciò a sua madre la figlia di due anni e si adattò a tutte le mansioni (compreso guidare camion nelle colonne logistiche) fino a che riuscì a coronare il proposito di sostituire il marito come pilota su un aereo da guerra. Perennemente in aria, diceva di non concedersi riposo perché "combatteva per due".

Le donne si sono servite di vari mezzi per arrivare alle armi in un esercito che, se da un lato non poteva rifiutarle categoricamente (per via delle dottrine politiche), dall'altro fondamentalmente non le voleva, contrariamente a quello che in occidente si è a lungo creduto. Insistenza, lagnanze, lettere ai potenti e sfruttamento di ruoli sociali e politici delle donne stesse o dei loro mariti o parenti, nonché la scappatoia di entrare nei servizi ausiliari (infermiere, guidatrici ecc...), farsi insegnare l'uso delle armi e infilarsi nel combattimento alla prima occasione. Raramente vi era un qualche tipo di richiamo femminista nel reclamare un ruolo di combattenti.

Alcune sono diventate potenti ispiratrici e leader sul campo di battaglia, anche nel ruolo di ufficiali politici. Come abbiamo già visto diverse non sentivano il ruolo militare veramente adatto alla donna, e spesso hanno abbandonato le forze armate al termine del conflitto, spesso sposando uomini conosciuti nelle unità militari.

La conclusione che posso trarre è che, pur arrivando alle armi in massa e facendolo nel paese del comunismo, queste donne non si siano comunque ritagliate un ruolo particolare, o diverso da quello maschile. Forse vi era una peculiarità nella vita di reparto, operosa e ricca di fermento culturale quando le unità erano composte da sole donne, al contrario della consueta bestialità delle caserme maschili, ma non c'è stato un modo "diverso" di essere soldato. Quando cadde la Germania e lo stupro etnico giunse come una nemesi su milioni di donne tedesche (a volte con incluso omicidio o suicidio), le donne soldato russe ridevano o se ne freegavano, e credo che l'idea di una "solidarietà di genere" non le abbia minimamente sfiorate.

Principale fonte per questo articolo è il libro di Kazimiera J. Cottam Women in War and Resistance (ed. Focus), una breve biografia di tutte le donne decorate come Eroe dell'Unione Sovietica. Il libro della Osprey Heroines of Soviet Union può essere un'altra fonte consigliabile, e potete vederne una anteprima qui. Entrambi i testi sono in inglese.

2 commenti:

elgraeco ha detto...

Mi volevo complimentare per questp e soprattutto per il precedente articolo sulle donne guerriere.
Argomento affasciante e da te esposto con giusta chiarezza.
Altri esempi potrebbero essere le donne briganti del Regno delle Due Sicilie...
E altre donne di potere che ho sempre ammirato sono Elisabetta I d'Inghilterra e Irene di Costantinopoli che nientemeno rifiutò una proposta di matrimonio da Carlo Magno (ovviamente non direttamente da lui, ma dai suoi messi...).

;)

Bruno ha detto...

Sì, ero partito pensando di cercare l'ago nel pagliaio, quando scrissi l'articolo per Fantasy Magazine, e invece ho scoperto che per millenni le donne sembra non abbiano fatto altro che dare mazzate e ricoprire posizioni di potere :)

La questione delle donne briganti tira in ballo un certo (assai malinteso) meridionalismo e andrebbe trattata con molta delicatezza, comunque ve ne furono parecchie.
Quanto all'imperatrice bizantina, suvvia, come avrebbe potuto accettare le proposte di un barbaro del genere? Scherzo, ma in fondo è così.

Resta il fatto che, come si vede anche qui, le donne anche bellicose spesso non hanno un vero interesse al conflitto in sé.
E che le guerriere ammazzatutti, tipo certe eroine fantasy, sono soltanto dei personaggi venuti male.