venerdì 30 gennaio 2009

I Draghi di Earthsea


Concludo la lettura della serie di Earthsea, questa fantastica serie di Ursula Le Guin (i precedenti post erano stati questo e quest'altro...).
Le opinioni non del tutto entusiaste che avevo ricevuto da Illoca fra i commenti del primo post hanno qualche riconoscimento da parte mia leggendo questa seconda parte della saga, due romanzi strettamente correlati (L'Isola del Drago e I Venti di Earthsea) che in parte si riagganciano a La Spiaggia più Lontana, formando un'unica storia di ampio respiro. La trama tratta del rapporto tra umani e draghi e delle tematiche relative alla creazione di Earthsea e ai suoi miti più antichi: storia impegnativa e interessante anche se annegata in trame collaterali e appesantita da una certa lungaggine.

Non mi nascondo che non sono mancati i momenti di noia. Mentre avevo apprezzato il parlare di Fantasy dal punto di vista personale e intimo dei personaggi, così caratteristico della Le Guin, qui non mi è piaciuto come la storia anneghi tanto spesso nel dettaglio insignificante e si soffermi troppo a parlare della quotidianità. Spiacevole. Né più né meno di quelle lunghissime saghe stile Tolkien (pataccaro) in cui qualche scrittore si dilunga a descrivere nel dettaglio tutto quello che fanno i protagonisti.
Non voglio dire che non ci siano momenti di grandezza né che non succeda nulla, ma certo il complimento che avevo fatto ai primi libri di Earthsea dicendo che non c'era alcuna lungaggine non necessaria né "allungamento del brodo," non lo ripeto per questa seconda parte delle serie.

Con tutto questo non voglio scivolare nel giudizio negativo. Nel complesso credo che Earthsea sia fondamentale nel panorama del Fantasy, come ambientazione, come stile innovativo e originale (o se non altro, molto personale), come esempio di una scrittrice che ha voluto inserire tematiche politiche e femministe nella sua opera ed è riuscita a farlo senza scivolare nel becero e nel pesante (complimento che, personalmente, non faccio a Marion Zimmer Bradley, o almeno non estenderei a molta della sua produzione). Non che manchino momenti di critica forte al mondo al maschile, come quello del paragone con la noce (l'uomo di potere, che dentro in realtà è pieno solo di quello: se perde il potere rimane come un guscio vuoto): frase arguta e apprezzabile, anche se oggi come oggi potremmo pensare che tante donne di potere non siano così diverse.

Alla fine della serie emerge come personaggio chiave Tenar, mentre Ged scivola un po' in secondo piano. Con la sua saggezza e la sua forza interiore Tenar riesce ad essere, a mio parere, quella eroina fantastica che tante guerriere in bikini corazzato non sono state. Belli anche i personaggi delle streghe, bislacche, superstiziose e ignoranti, talvolta difficili da tenersi amiche per Tenar, quando ha bisogno di loro, ma che riescono spesso a fare ciò che serve per mettere le cose a posto e risolvere tanti problemi per il meglio. Piacevole il re, personaggio davvero fantasy nella sua rettitudine e forza morale, e simpatica la sua promessa sposa arrivata, coperta di veli, dalle terre degli uomini bianchi (che, bisogna ricordare, qui sono i barbari arretrati, rifilati nella periferia del grande arcipelago).

In conclusione: noia, sì, lo ammetto, ce n'è anche stata. Ma nell'insieme questa serie va conosciuta.

domenica 25 gennaio 2009

Manifest Destiny



Questo gioco da tavolo è stato pubblicato un po' di anni fa dalla GMT Games, ed è incentrato sulla creazione di imperi economici o mercantili in America settentrionale (Stati Uniti e dintorni). L'ho giocato un po' di volte quindi sono sicuro, prima di criticarlo, di averlo almeno capito.
Il problema di Manifest Destiny è che a volte non si capisce cosa stia simulando. E' un gioco economico in cui si cerca (fra tante cose) di prendere il controllo di certe zone geografiche per sfruttarne le risorse. Però ha molte caratteristiche che ricordano i giochi di guerra, compreso il fatto che si attaccano le zone degli altri giocatori (come se alla competizione economica si fossero sostituite... le vie di fatto: e ammetto che nella frontiera qualche volta succedeva anche questo ma vi assicuro che nell'atmosfera di un gioco fondamentalmente economico stona abbastanza). Aggiungiamoci delle regole complicate: c'è tutto un gioco collaterale di "progressi tecnologici" e di "pionieri" che cercano di arrivare a delle "scoperte," insomma si può investire in miglioramenti che possono consentire di muoversi meglio, guadagnare di più e avere tutta una serie di vantaggi (e guadagnare dei bei punti vittoria), ci sono delle carte che permettono di compiere azioni particolari, insomma tutta la pletora di possibilità che ci si aspetta di trovare in giochi di questo tipo.
Solo che il regolamento pare a volte inutilmente complesso, la mappa è una delle più brutte che io abbia visto in tempi recenti... insomma proprio non ci siamo.
Non so se questo gioco ha la traduzione in italiano, e se ce l'ha non ve lo consiglio proprio. Confuso, scarso nel dare al giocatore un "feeling" dell'epoca in cui è ambientato, astratto più di quanto il titolo direbbe ma allo stesso tempo inutilmente complicato, Manifest Destiny è un gioco che non ha per nulla riscosso le mie simpatie.

martedì 20 gennaio 2009

Lasciami Entrare


La moda dei vampiri comincia un po' a rompere ma questo Lasciami Entrare l'ho voluto vedere, anche perché sono abbastanza curioso del cinema dei paesi nordici.
E' un film che potrà piacere o no agli amanti delle budella srotolate per la stanza e del sangue a fiumi. Lo splatter c'è, ma c'è molto altro. Intanto l'ambientazione è piuttosto originale e poi lo stile è quello (che può non piacere) di un certo tipo di film nordeuropei: lunghi silenzi, immobilità dell'inquadratura, scene introspettive. Infine è insolita la storia: Oskar, un dodicenne emarginato (vittima dei bulli) incontra una misteriosa ragazzina, Eli, che si fa vedere solo di notte. Avrete già capito che è una vampira... insomma si sviluppa una ben strana coppia.
Il film è tratto da un libro che era ben più lungo e complesso: e probabilmente nel libro è essenziale (immagino) un particolare che nel film viene riportato in maniera così striminzita da renderlo irrilevante e forse addirittura di disturbo: la giovanissima vampira (se non volete l'anticipazione, saltate la frase...) in realtà è un maschio evirato: prima lo fa capire in una frase che dice a Oskar ("ti piacerei se non fossi una femmina?") poi, ahimé, ci tocca vedere il particolare.

La sete di sangue di Eli si incontra con la repressione e il desiderio di vendetta di Oskar, le scelte che i due attuano sono certamente... discutibili (a dir poco!) ma sembrano quasi giustificate, in un clima di spietata sopravvivenza.

Insomma un film bello e particolare: val la pena di vederlo. Stanno già facendo un remake per il pubblico USA (che non ama vedere i film stranieri, al limite apprezza le idee migliori, ma ricucinate in salsa BBQ). Chissà se la rielaborazione americana sarà meglio: non sono uno di quelli che dicono che il remake americano sia sempre uno schifo ma in questo caso penso che un rifacimento possa solo peggiorare il film.
Comunque sia, complimenti a Lindqvist (che ha scritto il libro) e ad Alfredson (che ha diretto il film).

Che Hari Seldon ci protegga

La Warner Bros e la Fox erano i principali contendenti per aggiudicarsi i diritti cinematografici de La Fondazione di Asimov. Proprio le stesse compagnie che si sono scannate sui diritti di Watchmen. Ebbene, a sorpresa i vincitori sono stati altri: la Columbia Pictures.
Cosa verrà fuori da questa trasposizione? Non sono un grandissimo ammiratore di Asimov, ma un paio di libri fondamentali li ho letti e la trilogia della Fondazione è fra quelli (in verità ho letto fino al quarto o al quinto della serie, ma secondo me non sono all'altezza degli originali tre). Il mio timore è che, essendoci tre o quattro concetti da capire, i produttori decidano che sono troppi, e ne facciano una riduzione da cartone animato. Speriamo di no...

venerdì 16 gennaio 2009

Le Tombe di Atuan

A quanto pare la discussione su Earthsea si è fatta interessante, e nel frattempo ho continuato la mia lettura, con Le Tombe di Atuan e La Spiaggia più Lontana. Per prima cosa devo, almeno in parte, condividere la delusione di Illoca come espressa nei commenti al precedente post: la Spiaggia è in effetti un libro piuttosto lento e pesante, dove la metafora (o la morale, se vogliamo chiamarla così) prevale assolutamente sulla storia. Ci sono momenti belli o solenni, ma questo squilibrio è evidente in una trama che parte con una minaccia da identificare, e con la partenza e il vagare a casaccio di Ged e del principe suo allievo, quasi la Le Guin non sapesse bene dove andare a parare, e si volge verso un obiettivo preciso solo grazie a un Deus ex Machina grande come una casa (un drago che rivela dove devono andare e chi devono combattere), con un finale che non riesce a cogliere di sorpresa perché la morale della storia è già stata sviscerata in maniera addirittura ripetitiva in fin troppe scene in cui i personaggi si parlano (o si pensano) addosso.
Quindi nel mio personalissimo parere rifilo un'insufficienza a La Spiaggia più Lontana; ma torniamo alle Tombe di Atuan. Potrei dire che anche qui dopo le prime pagine non ci sia molto per sorprendersi, ma l'importante non è cosa, ma il come viene raccontato.

Piangeva per lo spreco dei suoi anni, asserviti a un male inutile. Piangeva di dolore, perché era libera. Aveva cominciato ad apprendere il peso della libertà. La libertà è un fardello oneroso, un grande e strano fardello per lo spirito che se l'addossa. Non è agevole. Non è un dono ma una scelta, e la scelta può essere dura. La strada sale, verso la luce: ma il viandante oberato può anche non raggiungerla mai.


Le Tombe di Atuan (saltare per evitare gli spoiler...) è una storia di oppressione e incubo, di dolore e di liberazione. La storia di Tenar che diventa Arha la Divorata, supposta incarnazione di una principessa immortale (un po' come il Dalai Lama, per intenderci) al servizio di divinità della morte e del buio, antiche e crudeli. Arha vive in una specie di monastero malvagio, e impara a muoversi nel buio in un labirinto in cui sono custodite ricchezze incredibili, ma che non serviranno mai a nessuno. Vive di riti vuoti, danzando davanti a un trono su cui non siede nessuno e muovendosi nel buio in gallerie solitarie, si rende conto che attorno a lei l'unica cosa che anima le sacerdotesse recluse è la rassegnazione o la lotta per il potere: un potere astratto, che ad Arha sembra insignificante, ormai morto. Un potere formale crollato nel nulla e dimenticato dai sovrani, che una volta erano solleciti nei confronti del culto delle Tombe e adesso lo ignorano. Situazione claustrofobica e asfissiante, fuori e dentro ai sotterranei, una trappola che avrà la sua imprevedibile via di uscita quando uno straniero (che poi è il mago Ged) penetra nel labirinto ed è fatto prigioniero. Ged rivelerà a Tenar-Arha che in realtà il potere delle Tombe di Atuan esiste davvero... ma soltanto in quel luogo; e la donna non tarderà a completare la presa di coscienza che era già iniziata nei lunghi anni del confinamento, e a desiderare la fuga da quel covo di oscurità e odio.



Orrenda copertina tedesca delle Tombe di Atuan, dove Arha è in versione pupattola con autoreggenti verde smeraldo e coscia di fuori


Il personaggio di Teren-Arha è ben delineato e caratterizzato, meglio dello stesso Ged, forse. Mi sono chiesto se possa essere un esempio di eroina fantasy ben riuscita: da una parte può sembrare il classico esempio della donna vittima, sfruttata e sacrificata per i fini di altri, in realtà impotente e inutile anche là dove dovrebbe essere la somma sacerdotessa, trattata come una bambina dal suo vecchio servitore eunuco e sottratta a tutte le brutture solo per il classico intervento dell'eroe maschio (ovvero Ged, che però nel suo ruolo di mago saggio e filosofo non rappresenta uno stereotipo classico di potere maschile). Dall'altra la sua crescita interiore, la sua presa di posizione contro ciò che rappresenta, il fatto che sia in effetti lei a salvare Ged (in violazione delle regole) all'inizio, poiché il contrario avviene invece quando fuggono, fanno di Teren un personaggio maturo e forte più di quanto potrebbe sembrare, e se non corrisponde allo stereotipo della donna empowered lo ritengo un meraviglioso personaggio femminile. Mi riservo di modificare questa impressione leggendo gli altri romanzi di Earthsea. Per adesso, un applauso a Le Tombe di Atuan.

martedì 13 gennaio 2009

Punto di non Ritorno



Di horror non mi sono ancora occupato in questo blog, e non perché non mi interessi. Ma devo ammettere di essere parecchio schizzinoso per quanto riguarda il genere, insomma non basta un'orda di zombi o qualche mentecatto che m'insegue con la motosega per impressionarmi... Ma all'horror si rifà in verità uno degli autori che amo di più, Lovecraft... perciò prima o poi indagheremo anche su questo genere.

Un misto di fantascienza e horror che mi lasciò spiazzato e addirittura deluso all'inizio, e però nel tempo mi si è incollato nella memoria è il film Punto di non Ritorno di una decina di anni fa: va subito detto che il regista di questa coproduzione anglo-americana (di nome fa Paul Anderson) non è dei più noti e nemmeno gli attori sono di grido, e non ricordo alcuna recitazione eccezionale.
Il film (attenzione, c'è la rivelazione di qualche particolare della trama) parla di una spedizione di soccorso che deve capire cos'è successo alla Event Orizon, una nave spaziale che è andata misteriosamente perduta mentre si trovava ai confini del sistema solare. Il mistero verte anche attorno ad un particolare tipo di propulsione sperimentale capace di curvare lo spaziotempo, un motore che la nave usava per la prima volta (doveva esplorare la stella più vicina).
Che presenza ha chiamato questo misterioso propulsore che piega le leggi della natura? Quali sono le conseguenze sull'equipaggio della nave di soccorso? Cosa era successo all'equipaggio della Event Orizon? C'è un filmato nel diario di bordo ma inizialmente non si riesce a decodificare... Alla fine ovviamente succederanno tante cose molto brutte.

Fantascienza e horror insieme, quindi. Una bella storia, di orrore inquietante, disturbante, claustrofobico. Può risultare sgradevole, e se il regista avesse seguito la sua ispirazione ci sarebbero state molte sequenze orrende in più, ma la produzione lo ha costretto a darsi una regolata. Ovviamente il successo come storia horror si basa proprio sul fatto che riesca veramente a mettere a disagio: se non vi va bene, non guardate questo film. Peccato però per la non sempre convincente interpretazione (a mio parere) dei ruoli principali.