martedì 28 maggio 2019

La scelta sbagliata di Amélie Wen Zhao

Qualche mese fa se ne era parlato, ma avevo evitato di accennare alla faccenda qui. Mi riferisco ad Amélie Wen Zhao e al suo romanzo Blood Heir, un esordio che era stato bloccato dall'autrice stessa dopo le polemiche insorte per la maniera in cui aveva scritto di schiavitù. O per il fatto stesso che ne avesse scritto...


Una cosa che mi aveva meravigliato è il clamore nato attorno alla questione, e il fatto che un'esordiente rinunciasse alla propria prima uscita in pompa magna, ma il fatto che il compenso della Zhao fosse "una somma a sei cifre" pagata da Delacorte Press mi fa pensare a una ben oliata macchina del bestseller già in moto attorno a questa giovane scrittrice(*). Ma cosa ci può essere di tanto grave in una storia che narra di una principessa che deve fuggire dal proprio regno dopo la morte del padre? Una storia ambientata nella nostra Terra ma di genere decisamente fantastico?


Ecco cosa è successo: vari autori, blogger e personaggi del mondo dell'editoria hanno lamentato la descrizione della servitù debitoria, un argomento che appariva nel libro, e, immaginando che l'argomento fosse ispirato all'esperienza della schiavitù, hanno accusato la Zhao di "essersi appropriata" di qualcosa che appartiene culturalmente ai neri, e aver trasferito tale tematica altrove (in Russia, nel libro).

Per la cronaca, io del libro non so nulla ma posso dire che la "servitù debitoria" è qualcosa di effettivamente diverso. Noi in Italia ne sappiamo poco, si tratta di contratti che attorno al '600 i poveri nel nord Europa (immagino soprattutto inglesi o irlandesi, ma probabilmente anche in altri luoghi) firmavano per poter fare il viaggio come indentured servants e andare in America. In pratica si impegnavano a lavorare come braccianti per alcuni anni, e in questo modo emigravano anche se non avevano il denaro per farlo. Una volta terminato il loro obbligo, durante il quale ricevevano solo l'indispensabile per vivere, erano uomini liberi. Questo era in origine, ma a quanto sembra forme di semi-schiavitù del genere esistono ancora oggi (e se è per questo esiste anche la schiavitù vera e propria, senza contratti e fronzoli).

Ma questo è solo un dettaglio. In pratica la Zhao è stata aggredita in massa, come quando un troll sobilla centinaia di scemi su facebook o Twitter e li scaglia contro qualcuno, per aver parlato di schiavitù! E perché? perché solo i neri avrebbero diritto di parlarne. Ora, questo è chiaramente idiota. Ma avviene. La Zhao come ha reagito? Ha chiesto scusa e ritirato il libro dalla pubblicazione. Dopo un po' di tempo ha annunciato di aver riscritto le parti incriminate con l'aiuto di "studiosi del multiculturalismo" e "sensitivity readers," quest'ultimo un termine che non so esattamente come tradurre, ma si riferisce a figure editoriali che, avendo esperienza vissuta su un certo argomento, esaminano la maniera in cui uno scrittore ne parla dall'esterno non avendolo vissuto, per assicurare che ne parli con la giusta sensibilità. Questo vuol dire allora che la Zhao (o la sua casa editrice) ha assunto uno che nella sua vita ha fatto lo schiavo, per leggere il libro e decidere come andavano scritte "correttamente" certe parti? Chi lo sa. Se scoprite nel dettaglio come si svolgono queste cose, vi prego di farmi sapere.

Una domanda provocatoria, tanto per esporre quanto sia assurda questa situazione: se un polacco (tanto per citare un gruppo a caso) scrive un libro sulla Firenze dei Medici, un italiano ha ragionevolmente il diritto di dire che il polacco lo offende e non deve parlarne? A quanto pare negli USA siamo a questo punto e ci sono già questi specialisti che, come i preti della Santa Inquisizione, dissezionano i testi per giudicare se vanno bene o no per i loro criteri, e altrimenti li additano al linciaggio del tribunale dei social network.

E a quanto pare, in questa versione moderna del Terrore della Rivoluzione Francese (per fortuna non siamo ancora alla ghigliottina), può succedere che questi probi viri incappino nelle ire dei loro stessi simili, visto che a quanto pare uno di essi, un nero che risponde al nome di Kosoko Jackson e che aveva partecipato alla guerriglia contro la Zhao, si è ritrovato nel mirino dei propri pari quando ha pubblicato un romanzo, dal momento che il cattivo del libro è un musulmano. E ovviamente lui era poco gentile nel descriverlo.
L'ironia di questa isteria di massa è che dopo esser partita contro i consueti "privilegi dei bianchi" sta travolgendo anche personaggi, come la Zhao e Jackson, che bianchi non sono. Se volete saperlo Jackson, come la Zhao, ha dovuto ritirare il proprio romanzo.

A me pare che la situazione sia arrivata a livelli orwelliani, con gente costretta a chiedere scusa con toni da campo di rieducazione, pur di non vedere la propria carriera distrutta da questi bulli del politicamente corretto. La Zhao ha parlato di se stessa come di una persona che ha dovuto ingoiare delle situazioni spiacevoli "nell'America di Trump," così scrive il Guardian (ma il riferimento alla pagina dell'autrice in cui si parla del problema va a finire su una URL morta). Poi ha dovuto accettare il diktat che veniva in effetti da tutt'altra parte, togliere il libro dagli scaffali e ripresentarsi col capo coperto di cenere dopo aver accettato la censura dei "sensitiviy readers." Io vorrei dire che ha sbagliato, due volte, e infatti ho intitolato questo post La scelta sbagliata di Amélie Wen Zhao. Ma ovviamente soltanto lei può decidere cosa sia meglio fare per sbrogliarsi dalla faccenda, valutando le circostanze in cui si è trovata. Non si può che accettare la scelta. Tuttavia temo che questo sia soltanto l'inizio di una irruzione dei guerriglieri del politicamente corretto perfino in ambito fantastico, partendo dalle pubblicazioni per i "giovani adulti" per arrivare chissà dove, e che avere obbedito alle loro ingiunzioni sia un ulteriore incoraggiamento a questa specie di maccartismo (stavolta di colore rosso?) che sta diventando un flagello della nostra epoca.

Per questo articolo ho consultato un articolo sul Guardian e uno sul sito spectator.co.uk, nonché su slate.com. La foto proviene dall'homepage dell'autrice.

(*) Dalle fonti che ho citato la Zhao sembrerebbe nata a Parigi, cresciuta in Cina e poi "emigrata" negli USA, ed è una professionista nella finanza, secondo la sua homepage. Questo, unito a un suo ingresso nell'editoria con un contratto così favorevole fin dall'esordio, fa pensare a una situazione piuttosto privilegiata, e quindi posso capire la sospensione della pubblicazione in attesa di momenti migliori.

4 commenti:

M.T. ha detto...

Come dici tu è una cosa assurda e orwelliana. Tuttavia, non mi meraviglio, dato che è qualcosa che sta prendendo piede dappertutto: tutti vogliono condizionare e imporre la propria volontà, nel grande come nel piccolo. L'autrice ha fatto la sua scelta, ma non la condivido: sarei andato avanti per la strada che aveva scelto, lasciando stare questi attacchi. Così si crea un pericoloso precedente, dove poi tutti ritengono di poter imporre quello che vogliono. Questa la chiamo dittatura, che manda a quel paese la libertà e non solo di espressione. Molto pericoloso.

Bruno ha detto...


Miracoli della rete... il conformismo nel pensiero, e il pericolo di essere messi all'indice, è ora diventato... telematico.

Il Moro ha detto...

Conoscevo già questa storia. Anche a me sembra piuttosto strano come il libro fosse già un caso ancora prima di essere pubblicato, e da un'autrice esordiente (per quanto, a quanto pare, fosse un nome già noto in altri campi). Sarà tutto marketing? Mah.
C'è, soprattutto in America, un nuovo impulso al buonismo a tutti i costi. Ultimamente si parla dei vecchi film disney che sbarcheranno sulla nuova piattaforma di streaming sempre di Disney, e che saranno bellamente censurati per essere sicuri di non offendere nessuno. Ad esempio da Dumbo verranno eliminati i corvi, che all'epoca erano stati inseriti come parodia dei neri dei ghetti.
Questo è sbagliato su diversi fronti: a parte quello della censura, dell'opera che non viene rispettata, senza contestualizzarla all'epoca in cui è stata prodotta, c'è anche il fatto che i problemi non si risolvono nascondendoli. Se facciamo vedere a dei bambini edulcorati e innocui, non possiamo pretendere che imparino cos'è il razzismo e tutti i problemi correlati.

Bruno ha detto...


Soprattutto stiamo cedendo il diritto di parola, stiamo accettando una specie di "newspeak" orwelliano, e accettiamo che ci siano degli "eletti" che decidono (in base a quale superiorità, poi?) cosa si dice e cosa si scrive.
Spero che qualcuno si batta per restare libero.