Ho fatto una capatina all'Incontro Nazionale degli Inventori di Giochi, che si è tenuto a Torino (è la settima edizione). Anzi a dire il vero nel momento in cui scrivo la manifestazione non è ancora chiusa.
Dei tre interventi ho assisito all'unico in programma oggi (Bruno Cathala e Vlaada Chvatil parlavano di creatività e giochi, moderatore Walter Obert).
L'occasione sarebbe stata più lieta se l'uscita del mio The Island non fosse stata rimandata a data da destinarsi causa la cessazione della collaborazione fra la AEG (americana) e la italianissima Dust Games. Così come stanno le cose, rimango quindi fra gli inventori di belle speranze.
La cosa più degna di nota oggi è stata la partecipazione degli interessati: la manifestazione era affollata di inventori coi loro vari prototipi: una visione veramente stimolante!
Per quanto riguarda la pubblicazione, mi sa che noi italiani siamo conciati un po' come con l'editoria: tanti si propongono, ma c'è posto per pochi. Contrariamente agli aspiranti scrittori, però, gli inventori di giochi hanno una scappatoia assai utile: dal momento che basta tradurre una mole piuttosto modesta di scritto per essere "internazionali", il mondo ludico italiano talvolta riesce a trovare la via della pubblicazione o della distribuzione tramite operatori stranieri. Il che, spero, dovrebbe essere in parte anche il mio caso.
domenica 16 gennaio 2011
sabato 15 gennaio 2011
Hack and Slash!!
Ci sono dei giochi che riprendono nicchie trascurate, e fra questi una linea che riprende il gioco di ruolo così com'era negli anni '70:
"Vi ricordate i bei vecchi tempi, quando le avventure erano nei sotterranei, i personaggi non giocanti esistevano per essere uccisi, e il finale di ogni sotterraneo era l'incontro con il drago del ventesimo livello? Quei giorni sono tornati."
Sono tornati con la serie di Dungeon Crawl, che intende riproporre con regole più moderne uno stile di gioco di trenta e rotti anni fa.
Di solito amo i revival, stavolta mi chiedo se ne valesse la pena...
"Vi ricordate i bei vecchi tempi, quando le avventure erano nei sotterranei, i personaggi non giocanti esistevano per essere uccisi, e il finale di ogni sotterraneo era l'incontro con il drago del ventesimo livello? Quei giorni sono tornati."
Sono tornati con la serie di Dungeon Crawl, che intende riproporre con regole più moderne uno stile di gioco di trenta e rotti anni fa.
Di solito amo i revival, stavolta mi chiedo se ne valesse la pena...
Ebook a colori
Questo lettore è a colori, più o meno sembra avere un display riposante, e si può usare per prendere appunti.
Non costa pochissimo, ma c'è da dire che la tecnologia di questi oggettini sta facendo dei grandi passi avanti...
Non costa pochissimo, ma c'è da dire che la tecnologia di questi oggettini sta facendo dei grandi passi avanti...
Prequel? mica tanto
Se siete appassionati di fantascienza la domanda magari ve la siete già posta: cosa si sarà inventato Ridley Scott per fare un prequel di Alien? La storia comincia con gli sventurati astronauti del mercantile che incappano nella nave extraterrestre piena di uova dell'alieno. Come si fa a farne un prequel? Sembrava incredibile fin da subito, che Scott volesse fare la storia di questa astronave... In realtà sarebbe magari una bella idea ma dubito che qualcuno scommetterebbe grosse cifre per produrre una storia simile. E allora mi rimaneva il dubbio. Non voglio darmi arie da veggente, ma il mio scetticismo sembra confermato dalle ultime notizie: il processo creativo ha spinto altrove le intenzioni di Scott. Dalle parole del regista sembra che il film "ricorderà" la storia di Alien, o sarà un'espansione di ampio respiro dell'universo in cui la vecchia serie si è mossa, ma non si parla più di farne un prequel vero e proprio. Nuovo titolo (Prometheus?) e nuovi personaggi. E sembra che ci saranno un paio di attrici molto carine...
(la fonte è qui, per gli anglofoni).
(la fonte è qui, per gli anglofoni).
mercoledì 12 gennaio 2011
Women & Revolution in Yugoslavia
Provocazione: quando una donna partecipa a una guerra di liberazione, dovrebbe chiedersi: la liberazione di chi?
Il caso che prendo in esame in questa occasione è quello della lotta partigiana in Yugoslavia. In questa occasione le donne combattenti si trovarono a combattere contro un invasore esterno (i vari paesi dell'Asse componenti le forze di occupazione: Italia, Germania, Ungheria, Bulgaria) e contro le varie milizie locali portatrici di ideologie conservatrici o anche non molto diverse dal fascismo. Si trattò allo stesso tempo di un'affermazione femminista, di una rivoluzione (comunismo) e di una lotta nazionalista (contro le forze che volevano disgregare la Yugoslavia).
Il libro su cui mi sono basato è Women & Revolution in Yugoslavia di Barbara Jancar-Webster (editore: Arden Press), ed è del 1990: le osservazioni che fa sulla società Yugoslava le ritengo abbastanza datate perché sono state espresse appena prima dell'ondata che ha spazzato via questo stato ex-comunista, cui sono succedute varie repubbliche indipendenti. Abbonda di analisi statistiche fatte su campioni un po' troppo modesti, e ricerche su testi che parlano solo di donne aderenti all'ideologia comunista allora dominante. Presenta tuttavia un certo numero di riflessioni interessanti.
In Yugoslavia, paese estremamente arretrato da tutti i punti di vista, la guerra ha portato le donne improvvisamente nella società, ma in termini maschili, ha dato loro consapevolezza, ma non in maniera da poter cambiare valori e istituzioni. Per capire questo passaggio l'autrice si rifà agli schemi elaborati da due studiose della storia delle donne (da un punto di vista di genere), Gerda Lerner e Kathryn Sklar, individuando quattro stadi di consapevolezza femminile:
1- Sapere di aver subito un torto collettivo
2- Cercare di realizzare cambiamenti sociali, politici ed economici con iniziative sia individuali che collettive
3- Lo sviluppo di forme culturali specifiche delle donne, se necessario autosegregandosi dagli uomini (questo punto poco realizzabile nei paesi socialisti, dove una simile libertà è impensabile)
4- Realizzare nuovi modi del vivere (pensare, agire) concependo il mondo come centrato sulla donna
Le donne in Yugoslavia per mezzo della lotta partigiana sono divenute consapevoli del primo punto, ma non hanno avuto l'acume politico e organizzativo che sarebbe servito per prendersi maggior potere dopo il conflitto.
Per la Jancar la rinascita femminista degli anni '70 (con la consapevolezza che le donne non erano libere nemmeno sotto il comunismo: che sorpresa, eh?) sarebbe la continuazione delle aspettative innescate con il finire della guerra. Non ho elementi per contraddire la tesi (non sapendo nulla del femminismo in Yugoslavia negli anni '70 e oltre), ma neanche motivi per crederci: mi sembra più facile pensare che sia stato un vento venuto da occidente a far rinascere certe aspirazioni. Forse la Jancar è stata influenzata dai contatti con le "intellettuali" del movimento, che in parte erano le stesse donne che avevano combattuto in guerra 30 anni prima. Peraltro, ironia della storia, proprio la nazione che era stata teatro di una partecipazione femminile così importante è stata dilaniata da un conflitto dove lo stupro etnico e la violenza sul corpo delle donne sono stati i mezzi con cui una comunità sgomitava contro l'altra per il possesso del territorio.
Ma torniamo alla lotta partigiana, cominciando da alcune cose da sapere sulla resistenza in Yugoslavia: la nazione si era formata con l'unione di alcune piccole entità (ci sono note oggi in forma di nuovi stati sovrani) che non si volevano affatto bene e che differivano su diversi aspetti sociali, culturali e religiosi. L'unione si rendeva necessaria per contare qualcosa in un paesaggio molto burrascoso, quello dei Balcani.
Dopo l'occupazione da parte di Italiani e Tedeschi il paese è "esploso" in una guerra di tutti contro tutti sia per queste differenze preesistenti, sia per la difficoltà del terreno che impedì ai conquistatori di imporsi definitivamente, sia per l'influenza del comunismo: pochi mesi dopo l'occupazione della Yugoslavia scattò l'attacco contro la Russia e Stalin per reazione incoraggiò l'attivarsi di un movimento di resistenza comunista (che aveva già delle strutture collaudate, visto che il partito era messo al bando da prima del conflitto). Altri movimenti molto forti erano quello dei Cetnici serbi e degli Ustascia croati. Entrambi interessati all'affermazione della propria etnia, entrambi strumentalizzati dai paesi dell'Asse, entrambi colpevoli di enormi massacri contro gli altri popoli.
Il movimento di resistenza comunista riuscì a prevalere e a guadagnare consensi sia per le promesse di cambiamenti sociali (creazione di un mondo nuovo ecc...) sia per la riaffermazione del carattere nazionale della lotta contro coloro che combattevano per le proprie piccole patrie, sia per la tolleranza religiosa (promessa poi mantenuta solo in parte). Peraltro aggredì così decisamente le forze dell'Asse da causare spaventose rappresaglie e un carattere di guerra di sterminio forse peggiore di quello che si vide in Russia.
Le donne vennero inquadrate solo inizialmente in unità di sole donne, poi mescolate agli uomini. Per lo più erano giovanissime anche sotto i 20 anni: aderivano d'istinto, attratte dall'idea del cameratismo e della lotta. Spesso ignoranti contadine (come la maggior parte della popolazione), spesso spinte alla lotta dalla distruzione degli affetti, della casa e della comunità, tema che vediamo spesso nel retroterra delle donne combattenti e peraltro motivazione che aveva spinto già in passato le donne di Macedonia e Montenegro a combattere i Turchi, in una lotta non meno spietata della Seconda Guerra Mondiale.
Le combattenti furono circa centomila e le due mansioni principali furono quelle di infermiere e combattenti di prima linea. Se la prima non era un'occupazione priva di rischi, la seconda portava spesso alla morte nel giro di qualche settimana, magari alla prima battaglia. Molte rimasero sterili per le privazioni sofferte. La mortalità del 25% resta comunque al di sotto di quella dei partigiani maschi (38%).
Sul campo c'era uguaglianza e veniva imposta una stretta moralità. Questo contrasta con la percezione che nelle zone più tradizionali del paese (ad es. musulmane) si aveva della drugariza (ovvero compagna: la partigiana comunista), vista come poco femminile e promiscua. In realtà nei ranghi superiori e nei comandi questa moralità comunista veniva meno, tra amanti, belle segretarie per i leader, ecc...
Le donne partigiane yugoslave sono state accusate di atrocità indicibili e di provar piacere a uccidere, ma del resto ciò si inquadra nel tipo di guerra che si svolse in quel periodo.
Politicamente le donne avevano il loro inquadramento in un fronte femminile antifascista (AFZ), ma verso la fine del conflitto Tito decapitò questo movimento inquadrandone la leadership nel partito comunista, affermando che era necessario soprattutto mobilitare le risorse delle vaste zone che erano state liberate e cominciare a coordinare la ricostruzione (politica e materiale) per il dopoguerra. Non so quanto questa leadership femminile avrebbe potuto influenzare la Yugoslavia del dopoguerra, va detto comunque che trattandosi di un paese comunista autonomo e non di un satellite dell'URSS, forse avremmo potuto vedere delle cose sorprendenti.
Non fu così. Tito era contro le donne? Non proprio, anzi le incoraggiò a prendere responsabilità in politica e sul lavoro. Quello che non voleva era il sopravvivere dell'AFZ, una organizzazione di done inquadrata dalle donne: sarebbe stato come ammettere che il comunismo non andava bene per loro. Comunque sia, la guerra fu un acceleratore potentissimo per il progresso delle donne in Yugoslavia e la principale promessa di Tito (dare uguali diritti civili) venne mantenuta.
Ma dentro il partito i problemi femminili non si posero più, e i ruoli di potere per le donne rimasero limitati. E col senno di poi sappiamo anche che, quando l'autrice di questo libro ipotizzava che la fine del periodo comunista avrebbe aperto nuove opportunità per il femminismo, quello che si preparava invece era il delirio etnocentrico dei vari popoli yugoslavi.
Pur non essendo particolarmente incline al femminismo (e pur pensando che nel caso in questione difficilmente le cose sarebbero potute andare in un altro modo) trovo che la domanda iniziale di questo libro sia interessante: le rivoluzioni significano qualcosa di diverso per uomini e donne? E perché?
Il caso che prendo in esame in questa occasione è quello della lotta partigiana in Yugoslavia. In questa occasione le donne combattenti si trovarono a combattere contro un invasore esterno (i vari paesi dell'Asse componenti le forze di occupazione: Italia, Germania, Ungheria, Bulgaria) e contro le varie milizie locali portatrici di ideologie conservatrici o anche non molto diverse dal fascismo. Si trattò allo stesso tempo di un'affermazione femminista, di una rivoluzione (comunismo) e di una lotta nazionalista (contro le forze che volevano disgregare la Yugoslavia).
Il libro su cui mi sono basato è Women & Revolution in Yugoslavia di Barbara Jancar-Webster (editore: Arden Press), ed è del 1990: le osservazioni che fa sulla società Yugoslava le ritengo abbastanza datate perché sono state espresse appena prima dell'ondata che ha spazzato via questo stato ex-comunista, cui sono succedute varie repubbliche indipendenti. Abbonda di analisi statistiche fatte su campioni un po' troppo modesti, e ricerche su testi che parlano solo di donne aderenti all'ideologia comunista allora dominante. Presenta tuttavia un certo numero di riflessioni interessanti.
In Yugoslavia, paese estremamente arretrato da tutti i punti di vista, la guerra ha portato le donne improvvisamente nella società, ma in termini maschili, ha dato loro consapevolezza, ma non in maniera da poter cambiare valori e istituzioni. Per capire questo passaggio l'autrice si rifà agli schemi elaborati da due studiose della storia delle donne (da un punto di vista di genere), Gerda Lerner e Kathryn Sklar, individuando quattro stadi di consapevolezza femminile:
1- Sapere di aver subito un torto collettivo
2- Cercare di realizzare cambiamenti sociali, politici ed economici con iniziative sia individuali che collettive
3- Lo sviluppo di forme culturali specifiche delle donne, se necessario autosegregandosi dagli uomini (questo punto poco realizzabile nei paesi socialisti, dove una simile libertà è impensabile)
4- Realizzare nuovi modi del vivere (pensare, agire) concependo il mondo come centrato sulla donna
Le donne in Yugoslavia per mezzo della lotta partigiana sono divenute consapevoli del primo punto, ma non hanno avuto l'acume politico e organizzativo che sarebbe servito per prendersi maggior potere dopo il conflitto.
Per la Jancar la rinascita femminista degli anni '70 (con la consapevolezza che le donne non erano libere nemmeno sotto il comunismo: che sorpresa, eh?) sarebbe la continuazione delle aspettative innescate con il finire della guerra. Non ho elementi per contraddire la tesi (non sapendo nulla del femminismo in Yugoslavia negli anni '70 e oltre), ma neanche motivi per crederci: mi sembra più facile pensare che sia stato un vento venuto da occidente a far rinascere certe aspirazioni. Forse la Jancar è stata influenzata dai contatti con le "intellettuali" del movimento, che in parte erano le stesse donne che avevano combattuto in guerra 30 anni prima. Peraltro, ironia della storia, proprio la nazione che era stata teatro di una partecipazione femminile così importante è stata dilaniata da un conflitto dove lo stupro etnico e la violenza sul corpo delle donne sono stati i mezzi con cui una comunità sgomitava contro l'altra per il possesso del territorio.
Ma torniamo alla lotta partigiana, cominciando da alcune cose da sapere sulla resistenza in Yugoslavia: la nazione si era formata con l'unione di alcune piccole entità (ci sono note oggi in forma di nuovi stati sovrani) che non si volevano affatto bene e che differivano su diversi aspetti sociali, culturali e religiosi. L'unione si rendeva necessaria per contare qualcosa in un paesaggio molto burrascoso, quello dei Balcani.
Dopo l'occupazione da parte di Italiani e Tedeschi il paese è "esploso" in una guerra di tutti contro tutti sia per queste differenze preesistenti, sia per la difficoltà del terreno che impedì ai conquistatori di imporsi definitivamente, sia per l'influenza del comunismo: pochi mesi dopo l'occupazione della Yugoslavia scattò l'attacco contro la Russia e Stalin per reazione incoraggiò l'attivarsi di un movimento di resistenza comunista (che aveva già delle strutture collaudate, visto che il partito era messo al bando da prima del conflitto). Altri movimenti molto forti erano quello dei Cetnici serbi e degli Ustascia croati. Entrambi interessati all'affermazione della propria etnia, entrambi strumentalizzati dai paesi dell'Asse, entrambi colpevoli di enormi massacri contro gli altri popoli.
Il movimento di resistenza comunista riuscì a prevalere e a guadagnare consensi sia per le promesse di cambiamenti sociali (creazione di un mondo nuovo ecc...) sia per la riaffermazione del carattere nazionale della lotta contro coloro che combattevano per le proprie piccole patrie, sia per la tolleranza religiosa (promessa poi mantenuta solo in parte). Peraltro aggredì così decisamente le forze dell'Asse da causare spaventose rappresaglie e un carattere di guerra di sterminio forse peggiore di quello che si vide in Russia.
Le donne vennero inquadrate solo inizialmente in unità di sole donne, poi mescolate agli uomini. Per lo più erano giovanissime anche sotto i 20 anni: aderivano d'istinto, attratte dall'idea del cameratismo e della lotta. Spesso ignoranti contadine (come la maggior parte della popolazione), spesso spinte alla lotta dalla distruzione degli affetti, della casa e della comunità, tema che vediamo spesso nel retroterra delle donne combattenti e peraltro motivazione che aveva spinto già in passato le donne di Macedonia e Montenegro a combattere i Turchi, in una lotta non meno spietata della Seconda Guerra Mondiale.
Le combattenti furono circa centomila e le due mansioni principali furono quelle di infermiere e combattenti di prima linea. Se la prima non era un'occupazione priva di rischi, la seconda portava spesso alla morte nel giro di qualche settimana, magari alla prima battaglia. Molte rimasero sterili per le privazioni sofferte. La mortalità del 25% resta comunque al di sotto di quella dei partigiani maschi (38%).
Sul campo c'era uguaglianza e veniva imposta una stretta moralità. Questo contrasta con la percezione che nelle zone più tradizionali del paese (ad es. musulmane) si aveva della drugariza (ovvero compagna: la partigiana comunista), vista come poco femminile e promiscua. In realtà nei ranghi superiori e nei comandi questa moralità comunista veniva meno, tra amanti, belle segretarie per i leader, ecc...
Le donne partigiane yugoslave sono state accusate di atrocità indicibili e di provar piacere a uccidere, ma del resto ciò si inquadra nel tipo di guerra che si svolse in quel periodo.
Politicamente le donne avevano il loro inquadramento in un fronte femminile antifascista (AFZ), ma verso la fine del conflitto Tito decapitò questo movimento inquadrandone la leadership nel partito comunista, affermando che era necessario soprattutto mobilitare le risorse delle vaste zone che erano state liberate e cominciare a coordinare la ricostruzione (politica e materiale) per il dopoguerra. Non so quanto questa leadership femminile avrebbe potuto influenzare la Yugoslavia del dopoguerra, va detto comunque che trattandosi di un paese comunista autonomo e non di un satellite dell'URSS, forse avremmo potuto vedere delle cose sorprendenti.
Non fu così. Tito era contro le donne? Non proprio, anzi le incoraggiò a prendere responsabilità in politica e sul lavoro. Quello che non voleva era il sopravvivere dell'AFZ, una organizzazione di done inquadrata dalle donne: sarebbe stato come ammettere che il comunismo non andava bene per loro. Comunque sia, la guerra fu un acceleratore potentissimo per il progresso delle donne in Yugoslavia e la principale promessa di Tito (dare uguali diritti civili) venne mantenuta.
Ma dentro il partito i problemi femminili non si posero più, e i ruoli di potere per le donne rimasero limitati. E col senno di poi sappiamo anche che, quando l'autrice di questo libro ipotizzava che la fine del periodo comunista avrebbe aperto nuove opportunità per il femminismo, quello che si preparava invece era il delirio etnocentrico dei vari popoli yugoslavi.
Pur non essendo particolarmente incline al femminismo (e pur pensando che nel caso in questione difficilmente le cose sarebbero potute andare in un altro modo) trovo che la domanda iniziale di questo libro sia interessante: le rivoluzioni significano qualcosa di diverso per uomini e donne? E perché?
venerdì 7 gennaio 2011
Vecchi film da rivedere (off topic)
Lasciando da parte i film relativi al fantastico, provo a fare una carrellata di titoli che ho trovato interessanti negli anni. Qualcuno famoso, e diversi no, anzi forse di alcuni a malapena avete sentito parlare: ma se vi ritrovate almeno un po' nei miei gusti, potreste scoprire qualche bel film da recuperare.
El Alamein la Linea del Fuoco di Monteleone è un film italiano che con un modesto budget cerca di offrire un punto di vista sulla famosa battaglia. Le scene dove servivano i mezzi militari (carri armati ecc...) sono abbastanza penose, ma il film è molto bello. Se vi piacciono i film di guerra ovviamente.
Flags of our Fathers il buon Clint Eastwood, ex ispettore Callahan (Callaghan in Italia) una volta era ritenuto personaggio reazionario per eccellenza (beh, uno dei tanti, diciamo), però deve essere cambiato invecchiando. Questo film narra tutta l'ipocrisia dietro i meccanismi della propaganda, e la fine triste di alcuni "eroi" dopo la guerra. Esagera sullo strappalacrime ma è comunque di una potenza espressiva incredibile. Depressivo, però. Mi ci è voluta mezza bottiglia di vodka per riuscire a finirlo.
La Croce di Ferro di Sam Peckinpah è un truce e realistico film degli anni '70 sulla seconda guerra mondiale: il regista indulge nelle scene di strage con un montaggio allucinato e le sue famose scene al rallentatore, e rappresenta una sfida tra l'ufficiale aristocratico (a caccia di decorazioni senza però alcuna voglia di farsi male) e il sergentaccio proletario (che disprezza la divisa, però conosce il mestiere). Ma secondo me il tracollo della Wehrmacht e la fine delle illusioni di conquista rubano la scena e diventano, da scenario di sottofondo, il vero tema del film.
La Rosa Bianca - Sophie Scholl
Film tedesco del 2005 sul movimento di resistenza giovanile della Rosa Bianca è una descrizione (più accurata possibile, con l'uso di documenti fino a poco tempo fa sepolti negli archivi della Germania Est) degli ultimi giorni di Sophie Scholl, anzi il titolo originale tradotto in italiano suonerebbe proprio "Sophie Scholl - Gli ultimi giorni". L'attenzione maggiore è basata su questo personaggio anche se non era la leader del gruppo (piuttosto era il fratello). Il film è molto intenso, a mio parere da vedere assolutamente, anche se per molti aspetti convenzionale nei ritmi e nello svolgimento. Non c'è quasi nulla purtroppo sul contesto in cui questo movimento si è creato o sulla vita di questi personaggi prima della loro cattura, anche perché un altro film tedesco sulla Rosa Bianca aveva narrato gli stessi eventi partendo da molto più lontano. Solo un accenno all'eredità del gruppo: i volantini che costarono la vita a questi giovani vennero ristampati e lanciati in grande stile dagli Alleati sulla Germania con gli aerei. Ma erano gli stessi Alleati che non avevano mai aperto seri contatti con la resistenza tedesca e che, con la dichiarata intenzione di ridurre la Germania a uno stato povero e deindustrializzato in perpetua schiavitù, avevano cementato il popolo tedesco attorno alla leadership di Hitler, come unica salvezza possibile.
Salò o le 120 Giornate di Sodoma questo vecchio e controverso film di Pasolini è estremamente particolare, sconcertante, bizzarro. Quali che siano le vostre aspettative intellettuali, non illudetevi però di vedere nulla di eccitante, e tantomeno del raffinato erotismo, bensì tantissime scene repellenti, tra schifezze di ogni genere
Fight Club La prima regola del fight club è: non parlare del fight club... film del '99, una pellicola che rompe gli schemi, tratta da un libro che fa altrettanto. Per certi aspetti non sembra nemmeno un film americano, ma qui sto facendo parlare i miei pregiudizi. Satira sociale, satira sul sistema della pubblicità e sull'alienazione, ribellione che non trova una risposta e si sfoga con atti insensati o masochistici... fino a che non salta fuori che qualcuno ha un piano per far saltare tutto il sistema... roba fuori di testa ovviamente, ma fa riflettere: soprattutto, sul fatto che probabilmente ti sentirai almeno in parte dalla parte del piano. Il film ovviamente a quel punto si divide nei due punti di vista contrastanti: perché? Beh, è da vedere per capirlo. Un film consigliato soprattutto ai maschietti, ovviamente...
Le Vite degli Altri è un film che ha avuto poca risonanza da noi ma parecchia all'estero e ovviamente in Germania, dove è ambientata la vicenda. Esiste un elemento, diciamo, "fantastico:" un funzionario della Stasi (servizi segreti) che decide di proteggere un artista anziché distruggerlo, come vorrebbe un potente che concupisce la sua donna (una attrice). Una storia tutta da vedere che percorre le tappe dell'agonia della DDR, una storia di oppressione e libertà strangolata, di coraggio, opportunismo e terrore, di squallore e rassegnazione. Poi c'è anche la gente che rimpiange i "bei tempi" (in Germania la chiamano Ostalgie, e poiché Ost significa Est si capisce facilmente il gioco di parole), ma da questo film ho avuto confermate le mie impressioni di viaggio: ovvero che a vivere in quei regimi uno doveva sentirsi l'anima schiacciata giorno dopo giorno...
Fucking Åmål di Moodysson. Se sono comparsi dei caratteri incomprensibili sul vostro schermo, ve lo riscrivo senza le lettere svedesi: Fucking Amal. Poverini gli abitanti: la loro città è stata scelta dal regista Moodysson come prototipo del paesotto di provincia dove non succede mai niente. Qui vi ha collocato una storia di amore gay tra due giovanissime, scegliendo come protagoniste (birbante birbante) due simpatiche attrici molto accattivanti, carine e brave.
Agnes è triste, isolata e consapevole di essere lesbica: ama Elin, una ragazza popolare a scuola ma insoddisfatta di tutto, e che a malapena la conosce. Elin raggiunge faticosamente la sua consapevolezza e affronta la dura prova del distacco dal gruppo (uno poi si chiede: sai che fatica, tra ragazzi immaturi, le classiche amiche stronze ecc...) e dell'affermazione della propria identità. Inizio lento con alcune scene abbastanza cliché, ma grande storia.
Come te nessuno mai di Muccino; incredibile: un film italiano che parla di politica, scuola, adolescenti, contestazione ecc... e pur non essendo certo un capolavoro non è una cazzata folle! Solo per questo val la pena di vederlo. Peccato però per la parlata romanesca di tutti quanti.
Diritti civili, lotte civili ecc...
Visto che c'è Charlize Teron (e con quel film ha vinto pure l'Oscar) immagino che abbiate già visto Monster con la sua tematica (fra l'altro) sulla pena di morte.
Un altro da vedere assolutamente: Dead man walking (quello del 1995 con Susan Sarandon e Sean Penn). Non è roba proprio leggerissima: lei è una suora che si offre di fare da consigliere spirituale per un condannato a morte. Lui, che aspetta da anni il giorno dell'esecuzione, accetta. Ma è uno sbruffone che non ammette i crimini che ha commesso, per lui il cammino del pentimento sarà difficile. Un film duro e senza compromessi, performance da Oscar per Sean Penn (ma non glielo diedero).
Più o meno nello stesso periodo è uscito un altro film con simile tema: Difesa ad Oltranza (Last Dance) con Sharon Stone nel ruolo della (condannata) protagonista. Non mi dispiacque, ma come profondità e maturità nel trattamento del tema questa pellicola non ce la fa proprio a reggere il paragone con Dead Man Walking.
Concluderei con Bloody Sunday, imperdibile film sulla "domenica di sangue" del 1972 in Irlanda del Nord.
Guerra e Storia
El Alamein la Linea del Fuoco di Monteleone è un film italiano che con un modesto budget cerca di offrire un punto di vista sulla famosa battaglia. Le scene dove servivano i mezzi militari (carri armati ecc...) sono abbastanza penose, ma il film è molto bello. Se vi piacciono i film di guerra ovviamente.
Flags of our Fathers il buon Clint Eastwood, ex ispettore Callahan (Callaghan in Italia) una volta era ritenuto personaggio reazionario per eccellenza (beh, uno dei tanti, diciamo), però deve essere cambiato invecchiando. Questo film narra tutta l'ipocrisia dietro i meccanismi della propaganda, e la fine triste di alcuni "eroi" dopo la guerra. Esagera sullo strappalacrime ma è comunque di una potenza espressiva incredibile. Depressivo, però. Mi ci è voluta mezza bottiglia di vodka per riuscire a finirlo.
La Croce di Ferro di Sam Peckinpah è un truce e realistico film degli anni '70 sulla seconda guerra mondiale: il regista indulge nelle scene di strage con un montaggio allucinato e le sue famose scene al rallentatore, e rappresenta una sfida tra l'ufficiale aristocratico (a caccia di decorazioni senza però alcuna voglia di farsi male) e il sergentaccio proletario (che disprezza la divisa, però conosce il mestiere). Ma secondo me il tracollo della Wehrmacht e la fine delle illusioni di conquista rubano la scena e diventano, da scenario di sottofondo, il vero tema del film.
La Rosa Bianca - Sophie Scholl
Film tedesco del 2005 sul movimento di resistenza giovanile della Rosa Bianca è una descrizione (più accurata possibile, con l'uso di documenti fino a poco tempo fa sepolti negli archivi della Germania Est) degli ultimi giorni di Sophie Scholl, anzi il titolo originale tradotto in italiano suonerebbe proprio "Sophie Scholl - Gli ultimi giorni". L'attenzione maggiore è basata su questo personaggio anche se non era la leader del gruppo (piuttosto era il fratello). Il film è molto intenso, a mio parere da vedere assolutamente, anche se per molti aspetti convenzionale nei ritmi e nello svolgimento. Non c'è quasi nulla purtroppo sul contesto in cui questo movimento si è creato o sulla vita di questi personaggi prima della loro cattura, anche perché un altro film tedesco sulla Rosa Bianca aveva narrato gli stessi eventi partendo da molto più lontano. Solo un accenno all'eredità del gruppo: i volantini che costarono la vita a questi giovani vennero ristampati e lanciati in grande stile dagli Alleati sulla Germania con gli aerei. Ma erano gli stessi Alleati che non avevano mai aperto seri contatti con la resistenza tedesca e che, con la dichiarata intenzione di ridurre la Germania a uno stato povero e deindustrializzato in perpetua schiavitù, avevano cementato il popolo tedesco attorno alla leadership di Hitler, come unica salvezza possibile.
Strani, stravaganti e pazzeschi
Salò o le 120 Giornate di Sodoma questo vecchio e controverso film di Pasolini è estremamente particolare, sconcertante, bizzarro. Quali che siano le vostre aspettative intellettuali, non illudetevi però di vedere nulla di eccitante, e tantomeno del raffinato erotismo, bensì tantissime scene repellenti, tra schifezze di ogni genere
Fight Club La prima regola del fight club è: non parlare del fight club... film del '99, una pellicola che rompe gli schemi, tratta da un libro che fa altrettanto. Per certi aspetti non sembra nemmeno un film americano, ma qui sto facendo parlare i miei pregiudizi. Satira sociale, satira sul sistema della pubblicità e sull'alienazione, ribellione che non trova una risposta e si sfoga con atti insensati o masochistici... fino a che non salta fuori che qualcuno ha un piano per far saltare tutto il sistema... roba fuori di testa ovviamente, ma fa riflettere: soprattutto, sul fatto che probabilmente ti sentirai almeno in parte dalla parte del piano. Il film ovviamente a quel punto si divide nei due punti di vista contrastanti: perché? Beh, è da vedere per capirlo. Un film consigliato soprattutto ai maschietti, ovviamente...
Politici, sociali
Le Vite degli Altri è un film che ha avuto poca risonanza da noi ma parecchia all'estero e ovviamente in Germania, dove è ambientata la vicenda. Esiste un elemento, diciamo, "fantastico:" un funzionario della Stasi (servizi segreti) che decide di proteggere un artista anziché distruggerlo, come vorrebbe un potente che concupisce la sua donna (una attrice). Una storia tutta da vedere che percorre le tappe dell'agonia della DDR, una storia di oppressione e libertà strangolata, di coraggio, opportunismo e terrore, di squallore e rassegnazione. Poi c'è anche la gente che rimpiange i "bei tempi" (in Germania la chiamano Ostalgie, e poiché Ost significa Est si capisce facilmente il gioco di parole), ma da questo film ho avuto confermate le mie impressioni di viaggio: ovvero che a vivere in quei regimi uno doveva sentirsi l'anima schiacciata giorno dopo giorno...
Giovanili
Fucking Åmål di Moodysson. Se sono comparsi dei caratteri incomprensibili sul vostro schermo, ve lo riscrivo senza le lettere svedesi: Fucking Amal. Poverini gli abitanti: la loro città è stata scelta dal regista Moodysson come prototipo del paesotto di provincia dove non succede mai niente. Qui vi ha collocato una storia di amore gay tra due giovanissime, scegliendo come protagoniste (birbante birbante) due simpatiche attrici molto accattivanti, carine e brave.
Agnes è triste, isolata e consapevole di essere lesbica: ama Elin, una ragazza popolare a scuola ma insoddisfatta di tutto, e che a malapena la conosce. Elin raggiunge faticosamente la sua consapevolezza e affronta la dura prova del distacco dal gruppo (uno poi si chiede: sai che fatica, tra ragazzi immaturi, le classiche amiche stronze ecc...) e dell'affermazione della propria identità. Inizio lento con alcune scene abbastanza cliché, ma grande storia.
Come te nessuno mai di Muccino; incredibile: un film italiano che parla di politica, scuola, adolescenti, contestazione ecc... e pur non essendo certo un capolavoro non è una cazzata folle! Solo per questo val la pena di vederlo. Peccato però per la parlata romanesca di tutti quanti.
Diritti civili, lotte civili ecc...
Visto che c'è Charlize Teron (e con quel film ha vinto pure l'Oscar) immagino che abbiate già visto Monster con la sua tematica (fra l'altro) sulla pena di morte.
Un altro da vedere assolutamente: Dead man walking (quello del 1995 con Susan Sarandon e Sean Penn). Non è roba proprio leggerissima: lei è una suora che si offre di fare da consigliere spirituale per un condannato a morte. Lui, che aspetta da anni il giorno dell'esecuzione, accetta. Ma è uno sbruffone che non ammette i crimini che ha commesso, per lui il cammino del pentimento sarà difficile. Un film duro e senza compromessi, performance da Oscar per Sean Penn (ma non glielo diedero).
Più o meno nello stesso periodo è uscito un altro film con simile tema: Difesa ad Oltranza (Last Dance) con Sharon Stone nel ruolo della (condannata) protagonista. Non mi dispiacque, ma come profondità e maturità nel trattamento del tema questa pellicola non ce la fa proprio a reggere il paragone con Dead Man Walking.
Concluderei con Bloody Sunday, imperdibile film sulla "domenica di sangue" del 1972 in Irlanda del Nord.
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